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sabato 21 maggio 2016

Uniti per l'Italia, un progetto che sa di già visto

Non c'è pace per il centrodestra italiano, o per lo meno non ce ne dovrebbe essere, soprattutto dando retta a chi si occupa di retroscena in modo seriale. Movimenti continui interesserebbero quell'area politica già piuttosto travagliata: accanto alle geometrie variabili e piuttosto centrifughe di cui danno conto da mesi i media, starebbe già mettendo radici un disegno unitario, una tendenza al rassemblement che coinvolgerebbe gli attori principalida Silvio Berlusconi (e coloro che sono rimasti vicini a lui) a Giorgia Meloni, fino a Matteo Salvini.
Questo sembra di capire leggendo un articolo pubblicato ieri da Affaritaliani.it, a firma Alberto Maggi, nel quale si accenna anche a un possibile emblema per il "cartello" da presentare alle prossime elezioni politiche, per acchiappare il premio di maggioranza:
Altro che divisioni a Roma e Torino, il Centrodestra già guarda alle Politiche. E se resterà questa legge elettorale sarà inevitabile un listone unico Forza Italia, Lega, Fratelli d'Italia. E Affaritaliani.it, in anteprima assoluta, propone la bozza di quello che potrebbe essere il simbolo elettorale della lista unitaria del Centrodestra. Il logo potrà cambiare ma questo che proponiamo è stato visionato da Berlusconi, Salvini e Meloni.
Il simbolo pubblicato ieri - il Centrodestra - Uniti per l'Italia - dunque, dovrebbe essere lo strumento elettorale da mettere in campo alla prima applicazione dell'Italicum, qualora permanesse - e così dovrebbe essere - il premio di maggioranza alla lista più votata: un "listone" di centrodestra, una federazione che permetta a quell'area di confrontarsi in modo meno sbilanciato con Pd e MoVimento 5 Stelle.
Che il centrodestra, per non suicidarsi elettoralmente, debba per forza tentare una soluzione unitaria è fuori di dubbio. Non è nemmeno impossibile che il simbolo somigli a questo, ma che sia proprio quello che si vede è lecito non crederlo fino in fondo: per giungere a questa conclusione, peraltro, basterebbe guardarlo con molta, molta attenzione e avere la fortuna di seguire la politica (sul serio, mica per finta).
Alcune cose risaltano a colpo d'occhio: innanzitutto sarebbe davvero difficile immaginare che chi ora appartiene a Fratelli d'Italia o alla Lega Nord accettasse di correre sotto un simbolo che è una clonazione evidente del vecchio Popolo della libertà. Già questo basterebbe ad avere i primi dubbi; i curiosi della grafica, poi, potrebbero insospettirsi nel vedere l'espressione "per l'Italia" tutta spostata a sinistra, con il peso visivo decisamente e immotivatamente sbilanciato, una cosa che ben difficilmente si vede nei contrassegni studiati a tavolino a livello nazionale.
Al vero drogato di politica, poi, la prima vista del simbolo pubblicato da Affaritaliani.it provoca un flash immediato, un'inevitabile sensazione di déjà vu. Pochi secondi di ricerca mentale e viene in mente che l'8 maggio si è rivotato a Bolzano per eleggere sindaco e consiglio comunale e giusto domani si terrà il ballottaggio. Uno dei due contendenti, Mario Tagnin, era sostenuto dalla Lega Nord e - guarda un po' - da il Centrodestra - Uniti per Bolzano, stessa identica grafica. Anzi, se si allarga a dovere l'emblema divulgato ieri, si nota che all'inizio dell'espressione "l'Italia", in corrispondenza delle prime tre lettere, è rimasta una linea chiara discontinua: sovrapponendo i due contrassegni, si scopre che corrisponde esattamente all'ingombro delle lettere "BOL" del contrassegno originale.
Se davvero di emblema allo studio si tratta, si deve ammettere che è piuttosto frettoloso, grossolano e (anche per questo) poco credibile. Ma in politica, specie in Italia, non si può mai dare per scontato nulla e l'impossibile o l'improbabile può concretizzarsi quando meno lo si aspetta...

lunedì 18 gennaio 2016

Democratici, davvero?

Il titolo potrebbe far pensare male: la "corrente" del Partito democratico legata a Rosy Bindi qui non c'entra nulla. Il riferimento, casomai, è a una notizia di pochi giorni fa, pubblicata da Affari Italiani, in cui si parla di un possibile cambio di nome e di simbolo in arrivo per il Pd. A scriverne è Alberto Maggi, che cita nel suo articolo "fonti dem". 
L'idea che viene attribuita a Matteo Renzi, in fondo, sarebbe semplice: aspettare di veder prevalere i sì alla riforma costituzionale in autunno (per avere, indirettamente, legittimazione per il proprio agire politico) e dare il via alla trasformazione. Come? Togliendo ogni riferimento alla parola "Partito" nel nome e nel simbolo della formazione. "Il premier-segretario - scrive Maggi - avrebbe deciso durante le vacanze estive di accantonare l'idea del Partito della Nazione, anche per evitare l'acronimo PdN, e di optare per il più semplice e immediato Democratici. La parola "Partito" viene tolta per dare l'idea di un soggetto politico giovane, nuovo, moderno e totalmente slegato con i partiti del secolo scorso." L'etichetta "Democratici" sarebbe, sempre secondo l'articolo, pronta per correre alle nuove elezioni politiche con l'Italicum e, per giunta, potrebbe essere il contenitore ideale per far entrare anche Area popolare, Ala, Scelta civica e altre forze troppo piccole per sperare di arrivare al 3%. 
Certo, il nome non sarebbe del tutto nuovo, visto che c'erano già i Democratici di Arturo Parisi (e giuridicamente ci sono ancora: fino a pochi anni fa avevano mantenuto il loro ufficio in piazza Santi Apostoli, ora chissà...): Maggi però sottolinea che il nuovo nome del partito sarebbe "rigorosamente senza la "i", lasciando intendere che basterebbe questo per sviare i problemi di confondibilità (chi scrive ora non ne è così certo, ma senza opposizione di Parisi probabilmente non succederebbe nulla). 
Le stesse fonti dem preciserebbero che il cambio di nome e di grafica sarebbe "l'ultimo step del percorso iniziato da Achille Occhetto alla Bolognina quando, subito dopo il crollo del Muro di Berlino, trasformò il Pci in Pds". Si potrebbe anche aggiungere, volendo, che se nel 1991 spuntò di botto la quercia, nel 1998 il Pds divenne Ds e fece sparire falce e martello: da un certo punto di vista, passare da Partito democratico a Democratici è un'operazione simile, che arriva a 9 anni di distanza dall'adozione del simbolo Pd, disegnato da Nicola Storto.
A livello nominale la questione potrebbe reggere, sul piano grafico è lecito avere qualche dubbio in più. L'immagine pubblicata a corredo del pezzo di Alberto Maggi, infatti, rappresenta né più né meno che una "potatura" dell'attuale simbolo, con la rimozione della parola "partito" e della "P" che la rappresentava. Il colore prevalente diventerebbe il rosso, forse in linea con l'attuale collocazione del Pd nel Pse (collocazione che, peraltro, non andrebbe sicuramente bene a eventuali nuovi ingressi nel partito). Due particolari, tuttavia, convincono poco: il fatto che la grafica riporti ancora la parola "Democratico" al singolare e la presenza del rametto di Ulivo, che ricostruirebbe sì il tricolore ma indicherebbe un legame coi vecchi partiti che il nuovo progetto non vorrebbe contemplare. A questo punto, verrebbe spontaneo chiedersi se i rumors riportati da Affari Italiani riguardino tanto il nome quanto il simbolo, oppure se - e personalmente sembra più probabile questa seconda ipotesi - siano validi solo per il nome e l'emblema sia stato ricavato di conseguenza a partire da quello attuale, senza che l'immagine mostrata sia effettivamente quella cui si lavora nelle stanze dem.
Di certo, da tempo c'è chi si lamenta dello scarso appeal dell'emblema del Pd: lo aveva detto nel 2010 anche l'attuale vicesegretaria del partito Debora Serracchiani, parlando di "logo asettico" e della necessità di trovare "un nuovo simbolo identitario". In quell'occasione, proprio Affari Italiani ritirò fuori dal cassetto le varie proposte inviate dai lettori della testata nel 2007, quando appunto c'era da scegliere il simbolo per il Pd. Torneranno buone per il futuro?