Visualizzazione post con etichetta elezioni regionali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta elezioni regionali. Mostra tutti i post

domenica 27 dicembre 2020

I numeri del voto regionale (e non solo): le letture di Luca Tentoni

La scienza che si occupa di studiare le elezioni, come branca della scienza politica, è conosciuta tra le studiose e gli studiosi con il nome tecnico di psefologia. La prima parte di questa parola, probabilmente inconsueta per la maggior parte delle persone, rimanda al termine greco psêphos, che indica il "ciottolo", il "sassolino" usato ad Atene per votare (in seguito avrebbe preso forme particolari, anche diverse a seconda del contenuto del voto, per esempio sulla condanna o sull'assoluzione): l'identificazione era stata tale da far associare quel nome all'atto stesso del voto o all'idea della procedura elettorale. 
Proprio l'etimologia di questo termine inconsueto, dal momento che i "ciottoli" dovevano essere contati, ricorda una volta di più che le elezioni sono fatte innanzitutto di numeri: lungi dall'essere freddi e aridi, però, questi meritano di essere letti e analizzati con attenzione, collocati nel loro contesto storico, sociale e politico (da ricostruire con cura) e considerati per ciò che possono comunicare, spiegare e lasciar intuire su coloro che hanno espresso quei voti, sul loro comportamento e sulle loro ragioni. Si tratta, insomma, di "far parlare" i numeri, cosa che in realtà comporta munirsi di strumenti per comprendere le informazioni che i numeri possono trasmettere e per riuscire a diffondere quelle stesse informazioni a ogni persona interessata.
Considerando tutto questo, è interessante sapere che da pochissime settimane il Mulino ha pubblicato Le elezioni regionali in Italia. Il comportamento elettorale nelle regioni a statuto ordinario (1970-2020), ultimo libro scritto da Luca Tentoni, analista politico, a lungo giornalista ed editorialista per varie testate giornalistiche (incluso lo spazio online Mente politica): nel corso del suo lungo impegno ha autore di numerosi volumi e saggi su istituzioni, sistemi elettorali e comportamento politico degli italiani.

Tappe precedenti: dalle politiche nelle "capitali regionali"...

Lo stesso libro di cui si è detto poc'anzi, in effetti, rappresenta il capitolo conclusivo di un percorso "a trilogia" iniziato - per lettrici e lettori - nel 2018, con la pubblicazione (sempre per il Mulino) di Capitali regionali. Le elezioni politiche nei capoluoghi di regione (1946-2018). In questo cammino a tre tappe, infatti, Tentoni ha scelto di offrire e analizzare i dati relativi alle tre competizioni elettorali più rilevanti del paese (politiche, europee, regionali), rilevando le peculiarità di ogni consultazione, i mutamenti nelle scelte dell'elettorato, i fattori storici, sociali e territoriali che possono averli condizionati nel corso del tempo. Quel primo volume, in particolare, aveva osservato essenzialmente i numeri delle elezioni politiche (guardando però anche alle amministrative del 1946 e alla prima tornata referendaria, del 1974), prestando attenzione con uno sguardo diacronico al comportamento di elettrici ed elettori dei principali partiti nelle varie aree territoriali (individuate generalmente come Nord-Ovest, Nord-Est, Centro-Nord già delle "regioni rosse", Roma-Lazio, Sud ampliato, Isole) e tracciando un utile bilancio della "prima Repubblica" (fino al voto del 1992) e di una "seconda Repubblica allargata" (così verrebbe da dire, essendo incerta agli occhi di chi scrive ora la qualificazione delle ultime legislature). 
L'autore, peraltro, aveva volutamente scelto come proprio punto di osservazione le "capitali regionali", ossia i capoluoghi di regione e di provincia autonoma, mettendone in luce le particolarità fin dal capitolo introduttivo (utilissimo per chi è interessato alla psefologia, al pari della nutrita bibliografia finale): quelle città, infatti, a volte piuttosto omogenee rispetto al contesto territoriale regionale (come nelle regioni "già rosse") e altre volte piuttosto dissimili (Tentoni porta gli esempi di Milano e Venezia), presentano alcune caratteristiche ricorrenti. Per prima cosa, soprattutto nel periodo che va fino alla metà degli anni '70, le "capitali regionali" acquisiscono un peso rilevante nel panorama elettorale nazionale grazie alle migrazioni interne (anche se dagli anni '80 esso si è un po' ridimensionato). Secondariamente, nel periodo della "prima Repubblica" il voto nei capoluoghi di regione è risultato meno concentrato sui primi due o tre partiti rispetto alle "periferie" e il numero effettivo di partiti partecipanti è sempre maggiore nei centri rispetto agli altri comuni, fino a far registrare una certa frammentazione del quadro politico; nella seconda Repubblica la tendenza è parsa inversa (tranne che alle elezioni del 2018), ma la concentrazione sui due principali soggetti elettorali (c.d. "indice di bipartitismo") nelle "capitali regionali" è comunque più bassa rispetto alla prima fase repubblicana italiana e il numero di partiti è di norma superiore rispetto ad allora. Questo ha fatto parlare Luca Tentoni di "mercato aperto" (o comunque più vasto) per i capoluoghi, interessati anche da rilevanti fenomeni di movimento elettorale da una consultazione all'altra, spesso più marcati o più "fattibili" che in periferia.
Ciò, dal punto di vista "simbolico" che inevitabilmente interessa chi frequenta questo sito, può tradursi in una scheda elettorale più affollata di contrassegni; quest'eventualità, tuttavia, non può che dipendere molto dalla conformazione del sistema elettorale (in particolare dal tipo di collegi e dal numero di circoscrizioni sul territorio regionale). Soprattutto, però, proprio la situazione più aperta, dinamica e meno monopolizzata dai partiti maggiori genera un maggior numero di simboli dotati di consenso percettibile e, magari, rappresentati in Parlamento; anche qui, però, questa seconda parte dell'affermazione è strettamente dipendente dalle regole scelte per trasformare i voti in seggi (dalla formula elettorale e dall'entità delle eventuali soglie di sbarramento). Tutto questo non può dipendere soltanto dalla maggiore quantità di elettrici ed elettori che si riscontra nelle "capitali regionali" e non negli altri comuni: questo non avrebbe alcuna influenza in sé sulle percentuali delle varie candidature. Un ruolo assolutamente rilevante in questi fenomeni, piuttosto, sembra spettare a un fattore qualitativo, legato alla composizione diversa e maggiormente varia dell'elettorato (comunque più ampio) nei capoluoghi: proprio la presenza di un maggior numero di istanze agevola una varietà più consistente di proposte elettorali e, in alcuni casi, rende più facile la rappresentanza anche alle forze "minori" più radicate o di maggior impatto.
Tutto ciò è stato illustrato elezione dopo elezione (prestando attenzione anche ai passaggi intermedi) e, soprattutto, con l'ausilio di un gran numero di tabelle e svariati grafici, mettendo a disposizione una grande mole di dati da leggere, accostare e considerare insieme.

... ai numeri delle europee

Il secondo volume del trittico di Tentoni, pubblicato dal Mulino nel 2019, era Le elezioni europee in Italia. Un percorso fra storia e dati (1979-2019). L'opera ha avuto il merito di riconoscere al voto per il Parlamento europeo la dignità che merita, a dispetto dei minori studi che l'hanno riguardato e dell'attenzione limitata (distorta in chiave nazionale) posta dai media, dalle forze politiche e pure dal corpo elettorale. 
La dottrina ha qualificato quelle consultazioni come "elezioni di second'ordine": l'etichetta richiama votazioni nelle quali il tasso di mobilitazione - e anche di affluenza - è minore rispetto a quello delle elezioni "di prim'ordine" come le politiche (benché i temi della propaganda, come detto, siano spesso di livello nazionale) e non di rado si creano le condizioni perché elettrici ed elettori penalizzino le forze di maggioranza, dando più consenso a quelle di opposizione, di protesta, neocostituite o legate a determinati raggruppamenti federativi europei. Proprio le minori ricadute del voto europeo sulla situazione politica interna, tuttavia, per alcuni studiosi spingerebbero elettori ed elettrici a un voto più "sincero", meno dettato dalla razionalità e dall'intento di orientare la politica nazionale: ciò non di rado ha posto le basi per risultati rilevanti di liste di scopo o monotematiche, di partiti estremi o addirittura antieuropei (non è un controsenso: esiste un contesto migliore per dare un segnale contro l'Europa-così-com'è?). Già queste sono ottime ragioni per approfondire le dinamiche e i numeri delle elezioni europee, con strumenti analoghi a quelli visti per le "capitali regionali"; di più, a volte proprio il voto per il Parlamento europeo è stato un banco di prova per esperimenti elettorali (anche di natura "simbolica") che in qualche caso hanno proseguito il loro cammino, mentre in altri si sono subito dissolti, dunque anche questo merita approfondimento.
Tentoni ha così messo in luce come il tasso di mobilità tra un'elezione europea e l'altra sia maggiore di quanto accada per le elezioni politiche, tanto per i numerosi rivolgimenti nazionali che possono avvenire nel corso di una legislatura europea, quanto per l'influenza che può giocare la presenza di forze politiche nuove, aggregazioni ad hoc e liste di scopo. Non si deve dimenticare, poi, che fino al 2004 si è favorita una certa frammentazione del quadro per la presenza di una legge elettorale proporzionale  priva di correttivi; l'introduzione, nel 2009, della soglia di sbarramento del 4% ha posto un significativo ostacolo all'entrata all'Europarlamento di forze politiche  di una certa consistenza, ma già rimaste escluse dalla rappresentanza nazionale, spingendo alla formazione di alleanze e cartelli elettorali.
Anche qui, in ogni elezione (ben inquadrata storicamente a livello nazionale ed europeo), si è analizzato il comportamento elettorale con riferimento alle forze politiche (o alle liste elettorali) più rilevanti: si è valutato il loro "peso" nelle "capitali regionali" e negli altri comuni guardando alle cinque circoscrizioni della legge elettorale e impiegando di nuovo le sei aree d'Italia individuate nel libro precedente, cercando sempre di dare ragione dei risultati riscontrati. 
Nelle analisi proposte da Tentoni acquista rilievo pure lo sguardo rivolto alle nuove forze politiche o agli esperimenti elettorali ad hoc destinati alle europee. Il primo anno interessante sembra essere il 1989: per l'autore ha peso l'8% di voti "conquistato da liste non presenti alle elezioni europee precedenti". Appaiono vincitrici la Federazione dei Verdi (Verdi Europa, col sole che ride) e i Verdi Arcobaleno (alla prima apparizione elettorale), nonché l'Alleanza Nord, evoluzione ampliata della Lega Lombarda (premiata rispetto alle elezioni politiche di due anni prima); non pareva buono invece il risultato degli Antiproibizionisti sulla droga, che pagavano di certo la scelta dei radicali di "disseminarsi" su quattro liste, ma almeno riuscivano a ottenere un seggio con questa lista (e uno con la lista Pli-Pri).
Saltando al 1999 - consultazione connotata dal "trionfo della frammentazione" e con una concentrazione di voti tra le due prime liste più contenuta - si è assistito all'affermazione di due soggetti nettamente europeisti: da una parte la Lista Pannella, che schierava il nome di Emma Bonino (già proposta come presidente della Repubblica) e aveva raccolto "un voto contingente per il cambiamento e il rinnovamento della politica [...], un messaggio ai poli lanciato da un elettorato d'opinione giovane e altamente scolarizzato", arrivando all'8,4% ma superando il 12% nel Nord-Ovest e nel Triveneto; dall'altra i Democratici, legati all'esperienza di Romano Prodi al governo (e in polemica con le evoluzioni del centrosinistra), capaci di cogliere il consenso del "movimento dei sindaci" (legato a varie anime di centrosinistra e non solo) ed "embrione di quello che potrebbe essere il nuovo Ulivo, dopo quello del '96" (sul punto si tornerà). Era apparso un insuccesso, invece, l'accordo tra Alleanza nazionale e il Patto Segni sotto le insegne dell'elefantino: "i cartelli elettorali [...] non hanno quasi mai successo" e il risultato era buono solo a Roma (23,2%).
La proliferazione di sigle e la frammentazione degli eletti italiani si confermano nel 2004: hanno partecipato 25 liste e 16 hanno ottenuto seggi (nel 1999 erano state 19 su 26). I partecipanti sarebbero però stati di più se non si fosse riscontrata una prima, diffusa tendenza all'aggregazione di forze ritenute simili. Valeva per chi aspirava a un ruolo chiave nel futuro politico italiano, come i tre partiti maggiori del centrosinistra (Ds, Margherita e Sdi, con l'apporto dei Repubblicani europei) raccolti in Uniti nell'Ulivo, il vero antecedente della riproposizione ulivista alle elezioni del 2006 (e tutto sommato con pochi voti persi per strada rispetto alla somma dei consensi precedenti, anzi preparando un rafforzamento della futura Unione); valeva anche per le forze minori, interessate non a superare uno sbarramento (non ancora previsto, ma è stata l'ultima volta) ma a ottenere un seggio in più o semplicemente un seggio. Hanno centrato l'obiettivo Alternativa sociale (Alessandra Mussolini ha ottenuto un seggio anche grazie agli apporti di Forza Nuova e del Fronte nazionale) e, in un certo senso, anche il tandem Di Pietro-Occhetto con la lista Italia dei valori - Società civile (non una semplice apertura del partito dominante nel simbolo - come l'Udeur ampliata a Mino Martinazzoli - esistendo un accordo tra l'Idv e il gruppo Riformatori per il nuovo Ulivo, peraltro finito in malo modo); niente da fare invece per il cartello Pri - Liberal Sgarbi (il "partito della bellezza") e per allargamenti ininfluenti, come quello del Patto dei liberaldemocratici di Segni che aveva accolto Carlo Scognamiglio. Tentoni nota poi la prima partecipazione del Movimento No Euro, promosso da Renzo Rabellino: con il suo 0,22%, esso "costituisce una piccola ma a suo modo significativa testimonianza di come il tema sia già presente - sia pure a livello molto marginale - nel dibattito politico italiano". 
Le ultime tre elezioni europee, soprattutto a causa della diminuzione dei seggi da distribuire e dell'introduzione dello sbarramento al 4%, hanno visto calare il numero di soggetti elettorali in campo (senza contare che un numero rilevante di questi, spesso frutto della "federazione" di più forze, è finito sulla scheda solo grazie all'esenzione dalla raccolta firme, a volte ottenuta con il collegamento a gruppi stranieri rappresentati al Parlamento europeo, senza godere di alcun eletto uscente) e ancora di più il numero delle forze politiche che hanno ottenuto europarlamentari; in queste consultazioni si sono verificati un tasso di mobilità dell'elettorato (tra poli, ma anche tra partiti della stessa area) consistente e una crescente astensione. 
Se il 2009 era stato connotato dalla "vittoria dei 'secondi'", cioè dall'affermazione delle forze minori delle due coalizioni (Lega Nord e Italia dei valori) a danno di quelle maggiori, il 2014 ha visto il record di voti e percentuale del Pd (legato al c.d. "effetto Renzi" e mai più eguagliato), il risultato buono ma calante del MoVimento 5 Stelle e ha registrato gli ultimi tentativi riusciti di superare il 4% con un cartello (quello, graficamente discutibile, tra Ncd e Udc, poi trasfuso nel progetto di Area popolare ma durato poco) e con una lista di area, quasi di scopo (L'Altra Europa con Tsipras). Il 2019, infine, è stato segnato dalla grande avanzata in tutto il paese della Lega (non più Nord, ma pur sempre radicata soprattutto in quelle aree, mentre il M5S si è ormai meridionalizzato); il nuovo partito di Matteo Salvini è però riuscito a penetrare assai più nelle periferie rispetto alle "capitali regionali", al contrario del Pd che appare sempre più "urbano e metropolitano". 
 

Le regioni prima delle regioni

Arrivando al volume da poco uscito e che completa la trilogia, Luca Tentoni sceglie meritoriamente di iniziarlo ricordando in poche pagine la prima stagione delle regioni: quella che ha portato alla loro previsione nella Costituzione (si riassumono soprattutto il dibattito alla Costituente e il compromesso raggiunto in seno a quell'organo, senza trascurare ciò che è avvenuto nei decenni precedenti), ma anche gli anni della lunga inattuazione costituzionale. Com'è noto, si dovette attendere il 1968 per l'approvazione della legge elettorale per i consigli delle regioni a statuto ordinario e il 1970 per le prime elezioni regolate da quelle norme: "in seguito ai risultati negativi delle amministrative del 951 e al mancato scatto della legge maggioritaria per la Camera (1953) - ricorda l'autore - la Dc comprende che una rapida attuazione delle regioni può dare ai socialcomunisti uno spazio politico - sia pure locale, ma in almeno tre regioni del Paese - che può rappresentare una base istituzionale e politica di contrasto al governo centrale". 
Al "congelamento" degli anni '50 ha fatto seguito il "disgelo" degli anni '60 con l'avvento del centrosinistra: durarono a lungo le resistenze di varie forze politiche (soprattutto all'interno della Dc, ma non solo), anche intorno al sistema elettorale da adottare, con varie proposte di elezione di secondo grado, fino alla scelta di un meccanismo proporzionale con distribuzione di gran parte dei seggi su circoscrizioni provinciali. Il percorso di approvazione fu comunque lungo e accidentato e, dopo l'esito delle elezioni politiche del 1968 - non favorevole al disegno regionale - si dovette comunque aspettare il ritorno di un esecutivo di centrosinistra (dopo la strage di Piazza Fontana) per la fissazione delle prime elezioni regionali e l'approvazione della legge sulla finanza regionale, indispensabile per poter attuare davvero le regioni.
Queste pagine introduttive, pur prive dell'apparato di "numeri" che caratterizzerà i capitoli seguenti, sono importanti soprattutto per chi non ha sufficienti conoscenze delle dinamiche politiche e costituzionali, senza le quali è difficile inquadrare a dovere il ruolo effettivamente giocato dalle elezioni regionali dal 1970 in poi. Tentoni si premura anche di far notare che, volendo guardare ai dati elettorali delle elezioni dal 1946 al 1968 con riguardo alle sole future regioni a statuto ordinario, i partiti di centrodestra (Dc, Pli, Msi, monarchici) vedono ridotte le loro percentuali rispetto al dato nazionale soprattutto per il venir meno dell'apporto della Sicilia, mentre socialisti e comunisti raggiungono così quote più elevate: partendo da quei dati, si nota che tra il blocco di centro (Dc, Pli, Pri) e quello di sinistra (Pci, Psi, Psdi e Psiup, considerando l'intero periodo che precede il 1970) nel 1948 e nel 1958 prevale visibilmente il primo, mentre negli altri appuntamenti elettorali sono piuttosto vicini tra loro, ma la distanza aumenta se ai centristi si sommano i voti riconducibili al Psdi (che nel frattempo aveva partecipato a vari governi con la Dc).
 

I primi vent'anni (quelli del proporzionale)

Le prime elezioni regionali arrivano nel 1970, un anno di crisi politica (e in piena "strategia della tensione") ma anche di riforme rilevanti, in particolare l'approvazione dello Statuto dei lavoratori, delle norme sul referendum e della "legge Fortuna-Baslini" sul divorzio (in questo caso con l'opposizione della Democrazia cristiana, pronta ad avvalersi del nuovo strumento referendario per cercare di abrogare la legge); vota il 92,5% degli aventi diritto, ma le schede nulle e bianche sono comunque 1,3 milioni, con un aumento relativo rispetto al passato. 
La Dc perde qualcosa rispetto alle elezioni politiche, ma tiene bene soprattutto in Veneto (non a Venezia) e al Sud e conquista comunque la guida di 12 regioni su 15 (spesso avendo peraltro in giunta i socialisti, in una riedizione regionale del centrosinistra). La sinistra ottiene invece la presidenza delle altre tre: in Emilia-Romagna e Umbria tocca al Pci (che cresce in varie regioni, soprattutto al Nord e al Centro "rosso" e nelle zone urbane, ma non in Lazio e al Sud dove avanza il Msi), mentre il Psi guida la Toscana. Nel frattempo, la corsa autonoma di Psi e Psdi (dopo l'esperimento unificato nel 1968) mostra una volta in più che in politica 2+2 fa sempre meno di 4 e conviene procedere separati; a destra il Msi cresce, soprattutto nei capoluoghi di regione (ma più avanti crescerà di più), i monarchici sono quasi scomparsi.
Il successivo appuntamento del 1975
è preceduto da "una lunga e travagliata stagione politica" (già analizzata da Tentoni in Capitali regionali) tra elezioni anticipate, avanzata dei missini, proposte di "compromesso storico", primo referendum (che ha visto la sconfitta del fronte antidivorzista), terrorismo perdurante e maggiori poteri alla polizia. Tanto l'onda lunga del referendum sul divorzio (come fattore di secolarizzazione) quanto l'ampliamento della platea dei votanti (con l'abbassamento per legge della maggiore età da 21 a 18 anni, che di fatto ha innescato un ricambio dell'elettorato) influiscono nettamente sul risultato del voto: la Dc resta il primo partito, ma arretra (soprattutto in Veneto e nelle periferie), come pure il Pli; il Pci avanza invece sensibilmente (e un po' anche i socialisti), recuperando soprattutto voti dalla sinistra estrema e portando avanti lo schieramento di sinistra, che guida Piemonte, Liguria e Lazio oltre alle regioni conquistate nel 1970 (in presidenze guadagna però più il Psi del Pci). Quanto al Msi, va meglio rispetto alle regionali precedenti (e si distingue soprattutto nelle "capitali regionali" di Lazio e Sud allargato), ma cala rispetto all'exploit del 1972.
Non appare certo più tranquillo l'avvicinamento al voto del 1980, segnato da due elezioni anticipate (1976 e 1979), dal rapimento e dall'uccisione di Aldo Moro nel 1978 e da altri atti terroristici, dalla crisi economica e dall'inizio del "duello va sinistra" tra Pci e il Psi di Bettino Craxi. In un tempo segnato da vari scandali, l'astensione e le schede bianche/nulle aumentano; il Pci rispetto al 1975 perde quasi due punti (fuori dalle "regioni rosse"), vari consiglieri e la guida di una regione; i democristiani recuperano (soprattutto in Lazio e al Sud, ma si confermano deboli nei capoluoghi) e i socialisti guadagnano qualcosa (specie nelle "capitali regionali").
Cinque anni più tardi, nel 1985
, dopo una sola elezione anticipata (1983), i primi governi a guida non democristiana (i due esecutivi di Spadolini e i due di Craxi) e lo storico sorpasso del Pci sulla Dc alle europee del 1984 (dopo la morte di Enrico Berlinguer), le regionali appaiono soprattutto come "test dei rapporti di forza tra i partiti". Mentre calano, ma non dappertutto, democristiani e comunisti (e i socialisti crescono lievemente, e tendono a meridionalizzarsi, mentre sono al governo), sale il numero dei partiti effettivi: compaiono infatti le Liste Verdi (1,8%, con maggiore forza al Nord e nel Lazio, nonché in tutti i capoluoghi) e la Liga Veneta (3,7% in Veneto). 
Quest'ultimo avvento permette di trovare un tratto di continuità con le elezioni del 1990, quando - mentre l'affluenza cala ancora e le schede bianche e nulle invece aumentano - si impone la presenza della Lega Nord: grazie alla presenza in Parlamento della Lega Lombarda  - Lega Nord, riesce a presentare proprie liste in tutta l'Italia (magari declinata come Lega Centro o Lega Sud, ma sempre con la "pulce" di Alberto da Giussano) e, se nelle regioni "rosse" si ferma all'1,6% supera il 5% in Piemonte, Liguria e Veneto, arrivando addirittura al 18,9% in Lombardia (sempre però ottenendo risultati migliori in periferia rispetto ai capoluoghi). Il numero di partiti effettivamente rappresentati aumenta anche grazie al successo contemporaneo di Verdi e Verdi arcobaleno e ai pochi seggi ottenuti dai radicali che per la prima volta concorrono alle regionali, attraverso varie forme di liste antiproibizioniste. In tutto ciò, mentre la Dc cala un po' (soprattutto per la concorrenza leghista al Nord) e il Pci ci rimette parecchio quasi ovunque (anche perché, dopo la "svolta della Bolognina", è in piena transizione e ancora non si capisce dove finirà; non ne approfitta però Democrazia proletaria, che era andata meglio nel 1985), tra i partiti maggiori guadagna solo il Psi (essenzialmente in Lazio e al Sud).
 

Il secondo tempo (tra elezione diretta e nuovo Titolo V)

Un punto di svolta importante è costituito dal voto del 1995
: è il primo a prevedere di fatto la designazione popolare del presidente della giunta regionale - con premio di maggioranza per la coalizione collegata - e risponde al nuovo contesto della "seconda Repubblica", che ha adottato una logica maggioritaria in un clima di sfiducia e delegittimazione nei confronti dei partiti (soprattutto dopo gli scandali emersi dal 1992). Molte delle formazioni che avevano eletto consiglieri nel 1990, alla nuova scadenza elettorale non operano più (Psi e Pli), hanno cambiato nome e simbolo (Pci, Dc, Msi) o sono diventate quasi ininfluenti (Pri e Psdi); al di là della Lega Nord, sulla scena agiscono soprattutto le nuove versioni dei vecchi partiti (Partito democratico della sinistra, Partito popolare italiano, Alleanza nazionale, insieme alle forze che rivendicavano la coerenza ideologica con Pci e Msi, cioè Rifondazione comunista e Fiamma tricolore) e un soggetto politico nuovo nato con l'avvento della "seconda Repubblica (Forza Italia). Il malessere del corpo elettorale emerge dall'ulteriore calo dell'affluenza e del nuovo aumento dei voti non validi, ma anche da un indice di volatilità molto elevato; in più, l'11,9% dei voti va a beneficio dei soli aspiranti alla presidenza (al Sud però il fenomeno è più ridotto, essendo radicato il voto di preferenza).
Inizia qui, dunque, il fenomeno di progressiva personalizzazione delle campagne elettorali regionali
, centrate sulla figura candidata alla presidenza prima ancora che sulle forze politiche che la sostengono (anche per la possibilità di voto disgiunto o, più tecnicamente, panachage, con il voto all'aspirante presidente che ha maggior peso rispetto a quello alla lista per l'esito della competizione). Qui i candidati del centrosinistra riescono a prevalere in 9 regioni su 15, anche se in questa fase di solito le coalizioni sono più forti delle figure che propongono. Il Pds, come avveniva per il Pci, è più forte nei capoluoghi, mentre il Ppi - da intendersi come la parte vicina a Gerardo Bianco: le elezioni capitano nel bel mezzo della lite con i seguaci di Rocco Buttiglione, federati con i forzisti col nome di Polo popolare - è più presente negli altri comuni (com'era la Dc), ma con proporzioni ridotte rispetto al passato. Nell'altro schieramento, se Forza Italia è piuttosto omogenea tra centro e periferia, Alleanza nazionale è più forte in quasi tutti i capoluoghi e da Roma in giù (mentre la Lega, che qui corre quasi sempre da sola, è in fase calante, ma si conferma molto più forte in periferia rispetto alle "capitali regionali").
Opposto è l'esito delle elezioni regionali del 2000, tenutesi mentre il centrosinistra è al governo ma in cui quella coalizione risulta sconfitta, così come accadrà alle elezioni politiche circa un anno più tardi. Consolidato il meccanismo dell'elezione diretta (grazie alla riforma costituzionale del 1999 che la prevede espressamente, oltre a consentire alle regioni di determinare la propria forma di governo), cala di molto l'affluenza ma anche la volatilità del voto e la disomogeneità tra centro e periferia.  
Il ritorno della Lega Nord nel centrodestra porta la coalizione - la futura Casa delle libertà - a prevalere in 8 regioni su 15, anche grazie al buon risultato di Forza Italia (più in periferia che nelle "capitali regionali") e all'apporto dei centristi (Ccd e Cdu) e nonostante le flessioni di Lega Nord (che ha abbandonato la sua fase secessionista, iniziata dopo il 1995) e An (ma nei capoluoghi tiene di più). Il centrosinistra appare più frammentato e quasi sempre in calo: vale tanto per i Democratici di sinistra (che hanno raccolto l'eredità dei Ds), quanto per Rifondazione comunista, i nel frattempo nati Comunisti italiani e per Ppi e Democratici; Tentoni peraltro segnala giustamente in Veneto il primo vero esempio di "lista del presidente", a sostegno della candidatura di Massimo Cacciari (Lista Cacciari - Insieme per il futuro) e accolta con un ottimo 13,6%, facilitato anche dall'assenza delle forze centriste della coalizione. Va anche notato che la consultazione del 2000 è l'ultima a vedere il rinnovo contemporaneo di 15 amministrazioni regionali: nel 2001 si dovrà rivotare in Molise (per l'annullamento del voto dell'anno precedente causa irregolarità nell'ammissione delle liste) e da allora gli sfalsamenti saranno sempre più numerosi e rilevanti.
Finiscono per prefigurare l'esito delle successive elezioni politiche anche le regionali del 2005, le prime successive alla riforma costituzionale del Titolo V della Costituzione nel 2001. In una logica pienamente bipolare, il centrosinistra prevale nettamente sul centrodestra, essenzialmente per essere riuscito a mobilitare di più e meglio il proprio elettorato (soprattutto al Sud e nelle grandi città), anche nelle regioni solitamente in bilico tra i due schieramenti. 
Tutt'altro scenario riguarda le elezioni del 2010
 (seguite a una riforma costituzionale respinta e a due elezioni politiche, nel 2006 e nel 2008 - queste ultime anticipate - anche se in effetti il periodo elettorale da considerare per le regioni va dal 2008 al 2011): il centrodestra (dominato dal Popolo della libertà) prevale in 7 regioni su 13. Nei singoli risultati, peraltro, risulta spesso determinante la collocazione dell'Unione di centro, a volte alleata del centrosinistra, a volte del centrodestra, altre volte ancora in posizione autonoma. Nel centrosinistra si deve rilevare un'avanzata significativa dell'Italia dei valori, soprattutto al Centro-Sud e soprattutto nei capoluoghi di regione (sarà però l'ultimo vero momento di gloria per il partito di Antonio Di Pietro); da ultimo, fa la sua prima comparsa in una competizione elettorale di rilievo il MoVimento 5 Stelle, con un elettorato ancora proveniente soprattutto dal centrosinistra e dall'Idv.
Nei turni elettorali regionali tra il 2013 e il 2015
 si conferma un nuovo mutamento consistente, con il centrosinistra che si afferma in 12 regioni su 15, anche grazie a un centrodestra spesso diviso (e con la rediviva Forza Italia in caduta libera, mentre la Lega Nord sta crescendo anche in regioni diverse da quelle tradizionali) e a un M5S assai più debole alle regionali rispetto alle elezioni politiche. Si deve peraltro dare conto, come correttamente fa Tentoni, dell'esplosione delle "liste del presidente", non di rado risultate la prima o la seconda formazione più votata della coalizione vincitrice: è il caso delle liste presentate a sostegno di Roberto Maroni in Lombardia (2013), di Luca Zaia in Veneto, Vincenzo De Luca in Campania e Michele Emiliano in Puglia (2015). Dinamiche molto simili si ripeteranno nei turni elettorali regionali dipanatisi dal 2018 al 2020: anche in questo caso, com'è noto, si è verificata un'alternanza, per cui la maggior parte delle competizioni è stata vinta dal centrodestra (stavolta a trazione Lega - Fratelli d'Italia, ma lo svolgimento delle elezioni nelle regioni a statuto ordinario in ben otto appuntamenti elettorali distinti non aiuta certo a svolgere una lettura complessiva di una realtà che a questo punto non presenta alcun tratto di omogeneità.

Tirando le somme

Luca Tentoni dedica l'ultimo capitolo del volume a varie considerazioni su tutte le consultazioni regionali svoltesi finora. Correttamente, anche in questa sede, si è considerato come punto di svolta il periodo 1995-2001, durante il quale è stata introdotta l'elezione diretta del presidente (con relativo cambio di sistema elettorale), si è modificata la forma di governo regionale in senso presidenziale e si sono contestualmente dotate le regioni di un maggior numero di poteri e funzioni: ciò tuttavia ha portato a una "regionalizzazione" solo parziale dell'offerta elettorale (essenzialmente con la presentazione delle liste personali di chi si candida alla presidenza e di altre formazioni di livello regionale o diffuse soprattutto in certe regioni) e dei comportamenti dell'elettorato (con il voto a tali formazioni, oppure con la pratica del "voto disgiunto" o al solo candidato presidente). 
In più, appare ragionevole l'osservazione in base alla quale, anche dopo la svolta ricordata, non si è davvero riusciti a rendere autonome le elezioni regionali (o meglio, la loro lettura e valutazione) rispetto al quadro politico nazionale: ciò valeva quando ci si limitava a fare il conto di quante regioni avesse ottenuto l'una o l'altra coalizione (più o meno omogenee rispetto a quelle operanti in Parlamento) nel turno elettorale regionale complessivo, ma ciò è ancora più valido da quando - vuoi per le dimissioni del presidente, spesso in seguito a scandali giudiziari, con applicazione del principio simul stabunt simul cadent, vuoi per l'annullamento delle competizioni elettorali per irregolarità riscontrate - si è prodotto un sempre maggiore "sfarinamento" delle elezioni regionali, con una distribuzione del rinnovo degli organi in un ciclo triennale (2013-2015 e 2018-2020 negli ultimi due casi). Per quanto questo abbia concentrato "per la prima volta l'attenzione dell'opinione pubblica e della stampa su regioni delle quali non ci si occupava mai in precedenza" (cosa che avrebbe dovuto favorire l'emersione delle peculiarità regionali), non si è mai rinunciato del tutto a vedere ogni singola competizione come un test per verificare la tenuta o la praticabilità di una coalizione a livello nazionale.
Si può condividere il rilievo di Tentoni in base al quale non sembra corretto qualificare le elezioni regionali come consultazioni di second'ordine, in base a quanto si è già detto per le elezioni europee. Innanzitutto si sono potute verificare dinamiche partitiche comunque autonome rispetto al quadro nazionale e consolidate, come la sistematica maggiore forza del Psi a livello regionale (in quanto forza concreta di governo, rispetto al livello nazionale) o al contrario la ricorrente debolezza nelle regioni del M5S, nemmeno nelle condizioni di porsi come principale forza di opposizione (per cui parte del suo elettorato nazionale fa puntualmente scelte diverse alle regionali). Guardando poi ai rapporti tra risultati delle elezioni regionali e delle elezioni politiche, non è affatto stata sistematica la penalizzazione dei partiti al governo del Paese (e quando questa non è avvenuta non è stato per forza attribuibile a una "luna di miele" con la maggioranza uscita dal voto politico) così come non si è sempre assistito a un elettorato più generoso nei confronti delle forze nazionali di opposizione, minori o nuove. Da ultimo, sono gli stessi partiti e leader politici (alcuni più di altri) a creare le condizioni per una "campagna elettorale permanente" o comunque a caricare di significati ulteriori le competizioni elettorali regionali: questo, tra l'altro, ha prodotto nuove forme di mobilitazione (incluse le citate "liste personali"), anche in considerazione dell'instabilità di certi sistemi regionali e di come determinate regioni (specie quelle considerate "rosse") assai di recente abbiano dimostrato di essere diventate contendibili.
Portando a compimento la riflessione iniziata nel 2018 con Capitali regionali, Tentoni rileva poi l'importanza della "geografia elettorale" nell'analisi dei risultati del voto: l'indice di disomogeneità geopolitica è mutato nel corso del tempo, vedendo progressivamente calare le distanze tra capoluoghi di regione e altri comuni nella "prima Repubblica" salvo che nella sua ultima consultazione (quella della crisi di Dc e Pci e dell'affermazione leghista e dei "verdi", pur se in modo diverso tra centri e periferie); nella "seconda Repubblica", invece, l'andamento dell'indice si è mostrato altalenante, fino a raggiungere nell'ultimo ciclo elettorale (2018-2020) i valori più elevati della storia regionale italiana.
Questo, in conclusione, per l'autore sarebbe solo uno degli indici di un comportamento elettorale degli italiani "costantemente diversificato e particolare", che anche in occasione del voto politico finisce per far emergere le differenze fra varie aree del Paese: pure quell'esito risulta infatti legato "alla volatilità delle regioni che sono in bilico anche in occasione dei rinnovi dei rispettivi Consigli e dei presidenti", così come "ci sono zone dove si vincono o si perdono le elezioni nazionali grazie a mutamenti di voto anche drastici e repentini", tipici delle aree regionali in cui "i sistemi partitici e i comportamenti di voto sono meno radicati e bloccati che altrove". Sono queste, del resto, le condizioni che favoriscono la messa in campo di simboli omnibus, assai poco identitari e centrati soprattutto sulla persona candidata o su una generica affezione alla regione o alla comunità territoriale, senza precludersi il voto di questa o quell'area politica tradizionale (per quel poco che ne resta): le ultime elezioni regionali, in questo senso, hanno mostrato vari esempi di questo tipo.
Ogni tentativo di "misurare" realtà e fenomeni immateriali come i comportamenti elettorali porta inevitabilmente con sé una marea di problemi, limiti e soprattutto di scelte: dei punti di osservazione, dei termini di paragone, dei parametri da impiegare. Certamente non è possibile osservare tutto, dunque non si riesce nemmeno a intuire e men che meno a dimostrare ogni decisione o movimento rilevante. Nonostante questo, i tre volumi dedicati da Luca Tentoni al comportamento elettorale in occasione del voto politico, europeo e regionale (sempre senza abbandonare l'attenzione per i capoluoghi di regione, in rapporto con il resto del territorio) mettono a disposizione un'enorme mole di dati utili a chi voglia osservare meglio le dinamiche elettorali: alcuni sono più facili da rintracciare (soprattutto in Rete, grazie all'archivio del Ministero dell'interno), altri - specie quelli relativi agli indici impiegati e alla situazione nelle "capitali regionali" e negli altri comuni - sono frutto di un lavoro certosino di calcolo e rappresentazione (in tabella o in grafico) dell'autore e, oltre a fondare le sue riflessioni, sono pronti per generare altre osservazioni per chi voglia approfondirli. 
La lettura dei tre libri di Tentoni - si può anche partire dall'ultimo, ma la comprensione è piena solo considerando l'intero trittico - di certo richiede molta attenzione per il gran numero di informazioni contenute; per chi ha meno familiarità con certi strumenti di osservazione dei dati può essere opportuna anche una discreta dose di pazienza, per cercare di apprezzare più a fondo la rilevanza di alcuni "numeri" offerti nelle varie pagine. Senza dubbio, tuttavia, l'opera qui analizzata offre un ritratto dinamico, attento e veritiero dell'Italia che vota: un ritratto certamente articolato e complesso, perché così lo ha reso - ancora di più negli anni recenti, ma anche in passato - proprio il comportamento di elettrici ed elettori, nelle mille sfaccettature che il Paese offre di sé.

giovedì 1 marzo 2018

Lazio, simboli e curiosità sulla scheda

Dopo il post di ieri che dava conto dei simboli che gli elettori lombardi troveranno sulla scheda verde dedicata alle loro elezioni regionali, oggi è il turno del Lazio. Anche qui, ironia della sorte, le liste circoscrizionali presentate sono 19, proprio come in Lombardia; a differenza delle norme valide in questa regione, tuttavia, la legge regionale laziale prevede anche l'adozione di un simbolo legato al candidato alla presidenza. Si racconterà tutto questo, seguendo l'ordine del sorteggio valido per la circoscrizione di Roma.

Giovanni Paolo Azzaro

1) Democrazia cristiana

Volendo, la prima sorpresina (almeno il diminutivo ci sta) riservata dalla scheda per le regionali del Lazio è data dalla prima posizione: se un tempo, prima che l'ordine fosse determinato dal sorteggio, quel posto era costantemente occupato dal simbolo del Pci, questa volta la sorte ha piazzato in alto a sinistra la ridestata Democrazia cristiana, quella la cui assemblea dei soci è presieduta da Gianni Fontana e che candida alla presidenza del Lazio Giovanni Paolo Azzaro, già coordinatore regionale di Noi Sud di Micciché. Il simbolo, ovviamente, non è lo scudo crociato tradizionale, ma una bandiera bianca con croce rossa di San Giorgio, leggermente mossa. Come dire, la croce c'è, lo scudo mettilo tu...


Elisabetta Canitano

2) Potere al popolo!

In Lombardia non ci sarà, ma in Lazio il simbolo di Potere al popolo! c'è e lotta insieme ai suoi sostenitori. La lista è la sola a sostenere la candidatura di Elisabetta Canitano (curiosità: nella lista della circoscrizione di Roma, oltre a Sandro Medici, c'è anche un "Alessandro Bondi", ma naturalmente non ha nulla a che vedere con l'ex ministro un tempo forzista-pidiellino) e l'emblema utilizzato è proprio lo stesso coniato - non senza difficoltà e contrasti - per le elezioni politiche: la scritta con le parole nere "Potere" e "popolo!" in evidenza, i due archi e la stella in tinta bordeaux. Anche qui, naturalmente, la parola "sinistra" non c'è, ma non figura nemmeno in altri contrassegni, quindi nessuno se ne avvantaggerà.


Roberta Lombardi

3) MoVimento 5 Stelle

Il primo nome di rilevanza nazionale, tra le candidature alla presidenza della regione è quello di Roberta Lombardi, deputata uscente del MoVimento 5 Stelle, formazione che continua a rappresentare anche in questa consultazione. Il simbolo utilizzato, naturalmente, è lo stesso mostrato per la prima volta al Viminale il 19 gennaio e in corsa anche per le regionali lombarde: nella parte inferiore, dunque, è riportata la stringa "ilblogdellestelle.it", inserita quasi a voler marcare una "fase 3" nel MoVimento. Lombardi ovviamente corre solo con quella lista e si prepara a contendere la poltrona di guida della regione soprattutto all'uscente Luca Zingaretti e a Stefano Parisi.


Mauro Antonini

4) CasaPound Italia

Non rappresenta una novità per le elezioni regionali laziali la lista di CasaPound Italia, già presente al precedente appuntamento elettorale del 2013. 
Rispetto ad allora è cambiato il candidato (allora era Simone Di Stefano, attualmente capo della forza politica alle elezioni nazionali; ora invece è Mauro Antonini), mentre non è affatto cambiato il simbolo della tartaruga col carapace-casa ottagonale su fondo grigio, con l'arco tricolore e il nome dell'associazione-partito a contenere il nucleo grafico dell'emblema. All'epoca la lista sfiorò lo 0,7%, questa volta il risultato potrebbe essere maggiore: toccherà agli elettori determinarlo. 


Stefano Parisi

Primo dei candidati alla presidenza della regione a essere sostenuto da una coalizione è Stefano Parisi, scelto in extremis come guida per il centrodestra laziale. La maggiore pubblicità è stata data ai contrassegni delle singole liste (sono loro a contendersi il voto dei cittadini, determinando poi la composizione del consiglio), mentre quasi nessuno ha saputo del simbolo di coalizione, Lazio 2018, per la verità piuttosto anonimo. Fondo carta da zucchero, il nome impilato con la "I" perfettamente allineata con la cifra "1" (identiche nella font bastoni utilizzata): lo stesso carattere ripetuto anche in alto crea una sorta di asta alla quale si appende un tricolore decisamente stilizzato. Nemmeno così brutto, in realtà, ma difficile immaginare un simbolo più anonimo (potrebbe essere di chiunque). 


5) Noi con l'Italia - Udc

Ad aprire lo spazio dedicato alla coalizione che sostiene Stefano Parisi è stata sorteggiata la lista di Noi con l'Italia - Udc. Il simbolo, senza alcuna variazione è proprio lo stesso che è stato coniato per le elezioni politiche dalla "quarta gamba" del centrodestra, unendo la grafica simil-Pdl del progetto nato intorno a Maurizio Lupi e Raffaele Fitto al simbolo già composito dell'Udc, naturalmente con lo scudo crociato in primissimo piano (pur se leggermente compresso in verticale). Curiosità: come capolista della circoscrizione di Roma è stato scelto il consigliere regionale uscente Pietro Sbardella, figlio di Vittorio, storica e contestata figura chiave della Dc romana.


6) Forza Italia

Al secondo posto, all'interno della coalizione di centrodestra, il sorteggio ha collocato la lista di Forza Italia. Quanto all'emblema, la fisionomia è la stessa vista in Lombardia: da quando è stato di nuovo ingrandito il nome di Berlusconi (per raccogliere il maggior numero di voti, soprattutto alle elezioni politiche che si svolgono in contemporanea), l'indicazione del candidato locale da sostenere - in questo caso Parisi - è stata spostata di nuovo, com'era in origine, nella parte inferiore del contrassegno, lasciando che la parte superiore fosse occupata dalla bandierina tricolore (a costo di far uscire i vertici superiori dal cerchio). Capolista a Roma è l'irpino Antonio Aurigemma, consigliere uscente in cerca di conferma.


7) Energie per l'Italia

La terza posizione, all'interno della compagine che appoggia Parisi, è stata assegnata alla lista che in assoluto gli è più vicina: Energie per l'Italia. Le lampadine - rigorosamente spente - volute da Stefano Parisi e che non sono finite sulle schede delle elezioni politiche (dopo l'accordo che ha portato lo stesso ex aspirante sindaco di Milano a candidarsi contro l'uscente Zingaretti) si vedranno in Lazio: più delle lampadine, tuttavia, a spiccare è il cognome del candidato e fondatore, impossibile non vederlo nel suo blu carta da zucchero su fondo bianco, nella collaudata font Nexa. Come capolista a Roma si rivede Donato Robilotta, già Nuovo Psi - Pdl - Socialisti riformisti, già consigliere regionale.


8) Lega 

Lo si deve ammettere, la presenza di Alberto da Giussano accanto alla bandierina tricolore al vento e alla fiammella rimpicciolita non è certo un fatto nuovo (accade ciclicamente dal 1994). Il vero elemento di novità rispetto al passato, anche solo alle regionali di cinque anni fa, è l'apparizione della Lega, proprio con il guerriero a spada spiegata e senza più riferimenti al Nord, nella competizione elettorale del Lazio. Nessun riferimento a Parisi: l'unico nome sul simbolo (come in Lombardia) è quello di Salvini, unica personalizzazione concessa è l'indicazione della regione nel segmento blu in basso. Sarà curioso, a quel punto, vedere come andrà a finire.


9) Fratelli d'Italia

Quinto e ultimo simbolo della coalizione di centrodestra è quello di Fratelli d'Italia, che in Lazio ha uno dei suoi territori di maggior radicamento. L'emblema, ovviamente, è esattamente lo stesso presentato in vista delle elezioni politiche, vale a dire il "cannocchiale" del simbolo rinnovato di Fdi (con fiammella, senza cordicelle e senza tracce visibili di An) inserito in un cerchio dall'analoga struttura cromatica e contenente in grande evidenza il nome di Giorgia Meloni. Proprio il consenso di cui la leader del partito gode in Lazio potrebbe catalizzare un numero consistente di voti; nessun riferimento, invece, al candidato presidente Parisi, che pure è romano di nascita.


Jean Leonard Touadi

10) Civica popolare

Dopo il centrodestra, il sorteggio ha collocato una lista singola, quella di Civica popolare che, a differenza di quanto accade a livello nazionale e in Lombardia, in Lazio ha scelto una strada autonoma, candidando alla presidenza Jean Leonard Touadi, già deputato eletto - nella XVI legislatura - con l'Idv e poi rimasto per una decina di anni all'interno del Pd. Il simbolo ha la stessa struttura di quello nazionale, ma il cognome di Lorenzin - mantenuto probabilmente perché lei è romana - è stato notevolmente sacrificato per fare posto alla dicitura "per Touadi presidente". L'impressione, però, è che questo sia stato fatto con scarsa attenzione al risultato grafico: la font utilizzata è diversa da quella del nome della lista e la parte inferiore del cerchio sembra davvero troppo piena e "ammassata".


Sergio Pirozzi

Non sono solo centrodestra e centrosinistra a presentarsi in coalizione alle regionali in Lazio: ci sono anche le due liste che sostengono la candidatura a presidente del sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi. Dovendo scegliere il simbolo della sua coalizione, il primo cittadino con gli scarponi ha fatto una scelta dirompente: non una parola nel contrassegno coalizionale, solo il suo volto, noto dopo che tutti i media per mesi l'hanno cercato e rilanciato. Anche questo simbolo non era sostanzialmente stato divulgato, fino a quando non hanno cominciato a circolare i fac simile delle schede, scatenando ora l'ilarità, ora l'indignazione di alcuni frequentatori della Rete, che hanno parlato di "pochezza" del candidato. Per lui, invece, è solo la scelta di "metterci la faccia", di non nascondersi "dietro una bandiera". 


11) Lista Nathan

Quello che non si era concretizzato nel 2016 per le elezioni comunali di Roma sembra essere diventato realtà questa volta: una lista presentata nel nome di Ernesto Nathan, sindaco di Roma dal 1907 al 1913. A campeggiare accanto al nome della Lista Nathan è proprio il suo ritratto in bianco e nero: all'interno ci sono anche il simbolo del Pli di Giancarlo Morandi e Stefano De Luca e il tralcio di foglie d'edera di IRepubblicani.com (utilizzato in realtà in prima battuta dall'associazione Unità repubblicana). Sono queste le due componenti della lista che non ha dovuto raccogliere le firme grazie all'esenzione concessa dal gruppo consiliare del Movimento nazionale identitario di Francesco Storace.


12) Sergio Pirozzi presidente

Eccolo qui, il simbolo con l'impronta di scarpone che aveva fatto storcere la bocca a più di qualche esponente del centrodestra sia quando era stato presentato all'inizio della campagna elettorale di Pirozzi verso la presidenza della regione, sia soprattutto quando era apparso nelle bacheche del Viminale tra i simboli che sarebbero potuti finire sulle schede (anche se poi concretamente non ci è arrivato). In ogni caso, l'emblema con la dicitura Sergio Pirozzi presidente c'è ed è pronto a raccogliere il consenso personale del sindaco di Amatrice, candidato presidente ma anche capolista della sua formazione, per lo meno nella circoscrizione di Roma.


Stefano Rosati

13) Riconquistare l'Italia

Prima della coalizione di centrosinistra, il sorteggio ha piazzato sulla scheda il simbolo e le liste di Riconquistare l'Italia. L'emblema, in sé, potrebbe non dire molto, ma per chi ha l'occhio allenato è abbastanza facile riconoscere i colori e la grafica del Fronte sovranista italiano, al cui consiglio direttivo appartiene anche il candidato alla presidenza della regione, Stefano Rosati. La sigla Ri è scritta in verde e con la stessa font che in passato era usata per l'acronimo Fsi; da quel simbolo (e prima ancora da quello dell'Associazione Riconquistare la Sovranità) viene anche la Stella d'Italia, aperta, incompleta e in crescita, utilizzata come metafora del percorso dell'associazione e del progetto politico sovranista.


Nicola Zingaretti

Ultimo tra i candidati alla presidenza sorteggiati, Nicola Zingaretti si presenta sostenuto da ben sei liste. Qualcuna è nuova, qualcuna si è già vista alle elezioni precedenti, così come si è già sperimentato cinque anni fa il simbolo coalizionale unitario, denominato Per il Lazio (nome che, curiosamente, nel 2010 era stato invece usato dal centrodestra per la candidatura di Renata Polverini). Già nel 2013, infatti, era stato usato il profilo della regione Lazio tratteggiato a mano di verde su fondo giallo-arancio, campito a fasci radiali. In sé non è nemmeno bruttissimo, ma è solo leggermente meno anonimo dell'emblema utilizzato dal centrodestra in questa tornata elettorale.


14) +Europa

Ad aprire le danze della coalizione di centrosinistra è la lista +Europa con Emma Bonino. Il progetto politico, che mette insieme le forze di Radicali italiani e di altre figure a partire da Benedetto Della Vedova, presenta anche in Lazio propri candidati (alcuni dei quali sono noti: nella lista della circoscrizione romana il capolista è Alessandro Capriccioli, segretario di Radicali Roma, ma nell'elenco delle candidature c'è anche Mina Welby). Nel contrassegno, proprio come in Lombardia, non è stata introdotta la miniatura del simbolo di Centro democratico, necessaria solo a livello nazionale per conservare l'esenzione dalla raccolta firme (che invece in regione è stata fatta).


15) Liberi e Uguali

Al secondo posto è stata sorteggiata la lista di Liberi e Uguali, che in Lazio ha scelto di non confermare la propria corsa solitaria, ma di aderire alla coalizione che sostiene il presidente uscente Zingaretti, in cerca della riconferma. Come si è detto con riguardo alla Lombardia, il contrassegno utilizzato alle elezioni regionali conserva la stessa struttura di quello presentato a livello nazionale, sostituendo il riferimento al capo della forza politica Pietro Grasso con quello alla regione; se "Lazio" è più visibile di "Lombardia" perché la parola è più breve e dunque può essere ingrandita, la preposizione "nel" è del tutto illeggibile e decisamente "fuori centro", poco gradevole alla vista.


16) Centro solidale per Zingaretti

La grafica della terza lista che appoggia il tentativo di riconfermare Nicola Zingaretti è una delle due più semplici e spoglie. Centro solidale per Zingaretti si propone come formazione composta da persone legate all'associazionismo, al volontariato e alla società civile (capolista a Roma è Paolo Ciani, tra i responsabili romani della Comunità di Sant'Egidio e segretario della Consulta diocesana delle Aggregazioni laicali e confraternite per la Diocesi di Roma. L'emblema è per metà bianco e metà verde: nel semicerchio superiore la parte principale del nome della lista è scritta in blu, il nome del candidato trova posto nel semicerchio inferiore, mentre il "per" posato a metà, più leggero per il suo corsivo rosso, tenta di muovere graficamente, almeno in parte, una composizione altrimenti statica.

17) Insieme - Italia Europa

Anche alle regionali del Lazio la lista Insieme partecipa alla coalizione di centrosinistra. Rispetto al contrassegno presentato al Viminale per le elezioni politiche, la parte superiore dell'emblema regionale - dalla parola "insieme" in su - è identica; cambia leggermente, invece, quella inferiore, visto che le tre "pulci" del Psi, dei Verdi e di Area civica sono poste alla stessa altezza, così da lasciare spazio a un segmento circolare verde che contiene l'espressione "con Zingaretti presidente", ovviamente con il cognome del candidato in discreto rilievo. Alla fine il simbolo non è troppo sgradevole, anche se appare eccessivamente pieno proprio nella parte inferiore.

18) Lista civica Zingaretti presidente

Se, tra le liste a sostegno della riconferma di Zingaretti, se ne vuole individuare una sua "personale", non si può che indicare questa: la Lista civica Zingaretti presidente è davvero una formazione che guarda alla società civile perché chi ne fa parte viene quasi tutta da lì (in particolare dal mondo accademico). Guidata dal giornalista della Repubblica Carlo Picozza, la lista ha una composizione grafica piuttosto semplice, con l'espressione "Zingaretti presidente" contenuta in una barra bianca, mentre il riferimento alla lista civica si trova in alto, nella parte colorata e sfumata di rosso mattone o arancione (niente invece nella parte inferiore blu). 

19) Partito democratico

Può stupire, volendo, che anche in questo caso il simbolo del Partito democratico possa chiudere la coalizione di centrosinistra. Invece, proprio come in Lombardia (Milano), anche a Roma l'emblema del partito ora guidato da Matteo Renzi è stato sorteggiato come ultima - oltre che di tutte le formazioni - delle sei liste della compagine a sostegno di Zingaretti. Ed è proprio il riferimento al candidato alla guida della regione l'unica modifica introdotta nel contrassegno: qui non si è pensato di ridurre le dimensioni del logo, ma di aggiungere semplicemente un segmento verde con la dicitura "Zingaretti presidente". Nel 2013 non c'era, ma stavolta potrebbe servire a portare qualche voto in più.

mercoledì 28 febbraio 2018

Lombardia, simboli e curiosità sulla scheda

Mancano ormai pochi giorni al voto, oltre che per le elezioni politiche, anche per le elezioni regionali di Lombardia e Lazio. Come è stato fatto in passato (e si farà ancora) per le elezioni comunali, ci si limita ad analizzare i simboli così come gli elettori li troveranno sul manifesto delle candidature e sulle loro schede, senza dare attenzione alla fase di deposito: non si dà dunque conto di eventuali contrassegni che non potranno essere scelti in cabina elettorale perché le loro liste non sono state ammesse a partecipare al voto. Partiamo dalla Lombardia, dando i simboli e le coalizioni nell'ordine sorteggiato per la circoscrizione di Milano.


Dario Violi

1) MoVimento 5 Stelle

Ad aprire il manifesto e le schede elettorali delle prossime regionali lombarde è il simbolo del MoVimento 5 Stelle, che schiera alla guida della regione Dario Voli. Nessuna novità, tecnicamente, nel simbolo, sia perché la grafica generale non cambia, sia perché nel contrassegno il sito riportato, "ilblogdellestelle.it", è quello scelto alla vigilia delle elezioni politiche e svelato in occasione del deposito al Ministero dell'interno. Il simbolo, ovviamente, corre in perfetta solitudine, come è sempre stato in ogni tipo di elezione, politica, regionale o comunale che fosse; in ogni caso, era e resta perfettamente riconoscibile da chiunque, senza bisogno di correre con altri soggetti.


Onorio Rosati

2) Liberi e Uguali

Al MoVimento 5 Stelle segue l'emblema di un'altra corsa solitaria, quella di Onorio Rosati che è sostenuto soltanto da Liberi e Uguali. Nella struttura il simbolo del cartello elettorale che a livello nazionale è guidato da Pietro Grasso è identico all'emblema depositato alle politiche; cambia soltanto la parte inferiore, che al riferimento al presidente del Senato uscente sostituisce la dicitura "In Lombardia". Anche a uno sguardo non troppo attento, tuttavia, appare come la parola "in" sia quasi illeggibile; in più, se probabilmente è stata centrata avendo come riferimento la sottolineatura di "Uguali", nella composizione generale sembra del tutto fuori asse. Non si poteva proprio evitare?

Giorgio Gori

3) Insieme x Gori

Il terzo candidato in ordine di sorteggio è Giorgio Gori, dunque dalla posizione numero 3 dei contrassegni si dipana la sua coalizione, composta da ben sette liste, ben di più delle quattro del centrosinistra nazionale. Il sorteggio ha stabilito che per prima comparisse su schede e manifesti Insieme, che anche in Lombardia raccoglie i simboli del Psi, dei Verdi e di Area civica (e le foglie dell'Ulivo); la struttura è identica a quella del simbolo presentato a livello nazionale, ma per l'occasione è stata aggiunta la dicitura "x Gori", con il pallino della "i" colorato di rosso in uniformità allo stile dell'emblema. Tutto sommato non ci sta malissimo, ma quella "x" che significa "per" francamente stona un po'.

4) Gori presidente

La legge elettorale lombarda, come si sa, non prevede il "listino" del candidato presidente, ma di certo non impedisce di presentare una lista che sia sua diretta espressione. Così, seconda della sua coalizione, compare la formazione Gori presidente, che come emblema sceglie un profilo stilizzato e stondato della Lombardia, azzurro scuro, su fondo color carta da zucchero: su tutto campeggia il cognome del candidato presidente in bianco e la dicitura "presidente" in arancione. Non si può certo dire che il simbolo comunichi qualcosa di particolare, ma in effetti non ne ha bisogno: l'abbinamento di nome e grafica in fondo racchiude tutte le informazioni di cui chi guarda il simbolo ha bisogno. 

5) Lombardia progressista - Sinistra per Gori

Terza lista all'interno della coalizione che sostiene Gori è Lombardia progressista - Sinistra per Gori, che non fa riferimento ad alcuna lista nazionale esistente, ma è ugualmente facile da identificare, soprattutto grazie al colore. Al di là del bianco, infatti, spicca l'altro colore, ossia l'arancione, legato dal 2011 all'esperienza da sindaco di Giuliano Pisapia (e anche alla lista Sinistra per Milano che finì per sostenere Sala); in più c'è l'aggettivo "progressista", lo stesso del Campo che Pisapia avrebbe voluto creare a livello nazionale. Curioso che ci siano tre (vere) foglioline nel simbolo, quasi a fare concorrenza a quelle di LeU, e che questo sia l'unico altro emblema a schierare la parola "sinistra", oltre a quello della Sinistra per la Lombardia di cui si dirà poi.

6) +Europa

Al quarto posto nella coalizione di centrosinistra è stato sorteggiato il simbolo di +Europa, che non desta nessuna sorpresa sul piano grafico. Si tratta infatti esattamente del simbolo che si era pensato in origine di presentare alle elezioni politiche. Unica differenza, infatti, è l'assenza della "pulce" di Centro democratico, che però in Lombardia (e, come si vedrà, anche in Lazio) non sarebbe servita a nulla: a livello nazionale ha consentito di presentare liste senza firme, mentre in Lombardia questo non era possibile, visto che +Europa non poteva contare su un gruppo in consiglio regionale. Il simbolo in questione è anche l'unico a non contenere alcun riferimento a Gori.

7) Obiettivo Lombardia per le autonomie

Sorteggiata per quinta nella coalizione, la lista in questione intende presentarsi come progetto civico, anzi, come "un modo diverso di fare politica" per "riportare al centro la comunità e il senso di appartenenza", "la ricerca per migliorare la nostra grande Regione" (come si legge nel loro sito). Obiettivo Lombardia per le autonomie (che nell'ultima parte ricorda tanto la vecchia Dca di Rotondi, ma non c'entra nulla) è nata soprattutto dal consigliere uscente Corrado Tomasi e dal parlamentare (ex Scelta civica) Gianfranco Librandi, appoggia con chiarezza il candidato Gori (il nome è molto evidente) e adotta una sorta di tricolore con il profilo verde della regione e un elemento rosso con i rilievi lombardi. A conti fatti, però, il simbolo sembra ammassare fin troppo materiale.

8) Civica popolare per Gori

Il penultimo posto nella coalizione a sostegno di Giorgio Gori spetta a Civica popolare, dunque alla lista che a livello nazionale è guidata da Beatrice Lorenzin. La struttura dell'emblema è identica a quella del contrassegno depositato per le elezioni politiche, a partire dal fiore "petaloso" (e de-Conadizzato) e dai cinque microsimboli disposto in fila, giusto per far capire chi partecipa a quest'avventura politica. In questo caso, peraltro, il nome di Lorenzin è stato sacrificato, sostituito dall'espressione "per Gori", con il cognome del candidato alla presidenza scritto con la stessa font usata dalla sua lista personale. Ed è singolare che, tra le poche liste a farlo, ci sia anche quella più moderata del gruppo.

9) Partito democratico

Se, tutto sommato, la sorpresa apportata dal simbolo precedente è stata molto contenuta, non si può certo dire che il contrassegno che chiude la coalizione a sostegno dell'attuale sindaco di Bergamo presenti elementi originali. Il simbolo del Partito democratico, infatti, è il solito, soltanto leggermente ridotto di dimensioni per fare spazio - nella parte inferiore - a un segmento verde che contiene, in bianco, la dicitura "Gori presidente", sempre con la font notata prima. Una soluzione grafica, quella del segmento, forse meno elegante rispetto a una fascia verde su cui scrivere il nome, ma certamente più funzionale per dare peso visivo al cognome del candidato (in più era la stessa utilizzata nel 2013 per Umberto Ambrosoli).

Angela De Rosa

10) CasaPound Italia

Esaurita la coalizione che appoggia la candidatura di Gori, il sorteggio ha collocato in decima posizione la lista di CasaPound Italia, che candida alla presidenza Angela De Rosa. Il simbolo, presente per la prima volta alle elezioni regionali lombarde, è esattamente lo stesso depositato ormai dal 2013 in occasione delle elezioni di livello nazionale e utilizzato in ogni altra consultazione elettorale, anche locale. La tartaruga con il carapace a otto lati emerge da manifesti e schede e si prepara a intercettare parte dei voti dei delusi da altre forze politiche e dell'area che un tempo si sarebbe definita di destra. Si vedrà il risultato di questo debutto a livello regionale.

Giulio Arrighini

11) Grande Nord

La sorte, dopo CasaPound, ha collocato un'altra lista singola, che davvero non poteva mancare in Lombardia: si tratta di Grande Nord, il progetto politico voluto e plasmato dall'ex leghista Roberto Bernardelli e che candida al Pirellone Giulio Arrighini, già al fianco di Bernardelli quando questi fondò la Lega Padana (i colori sono esattamente gli stessi), in seguito alla guida dell'Unione padana (simbolo, come il precedente, caratterizzato dalla croce - rossa su bianco - di san Giorgio su fondo blu) e poi ancora tra i fondatori di Indipendenza Lombarda. E non può non colpire come questo sia l'unico simbolo di queste elezioni a contenere la parola "Nord", per giunta in grande evidenza: basterà ad assicurarsi i voti di chi vuole attenzione per il settentrione d'Italia (Lombardia compresa, ovviamente)?

Massimo Roberto Gatti

12) Sinistra per la Lombardia

In Lombardia il simbolo di Potere al popolo! non si vede e non si vedrà sulle schede (su quelle delle regionali, ovviamente ci sarà su quelle delle elezioni politiche). Al suo posto, la sinistra radicale ha scelto di denominarsi Sinistra per la Lombardia, candidando alla presidenza l'ex consigliere provinciale di Rifondazione comunista Massimo Roberto Gatti e scegliendo come simbolo il nome stesso della lista sormontato da una grande stella a cinque punte rossa, come rosso è la circonferenza "pennellata" che racchiude tutto (scelta grafica che ricorda molto il simbolo Prima il Nord! presentato da Diego Volpe Pasini, che però era incentrato sul verde). Questo, ovviamente, è l'unico altro emblema che contiene la parola "sinistra" in questo turno elettorale: in Lombardia, evidentemente, non è tabù. 

Attilio Fontana

13) Forza Italia

Ultimo tra i candidati alla presidenza della Regione Lombardia è Attilio Fontana (solo omonimo del cantante che militò nei Ragazzi Italiani). Primo simbolo sorteggiato della coalizione - anch'essa, come quella di Gori, composta da sette liste - è quello di Forza Italia. L'emblema, in realtà, riserva ben poche sorprese: dopo il nuovo ingrandimento - rispetto allo stile del 2014 - del cognome di Berlusconi, che ricalca a colori invertiti la grafica del 2006, la bandierina tricolore resta nella parte alta del cerchio, leggermente debordante, mentre l'indicazione del candidato presidente si sposta nuovamente in basso. In fondo si tratta di un emblema pulito e relativamente equilibrato.

14) Partito pensionati

In questo caso non c'è proprio alcuna sorpresa. Il simbolo è proprio quello del Partito pensionati che siamo abituati a vedere sulle schede ormai da trent'anni, con la parola "Pensionati" in blu su fondo bianchissimo; la collocazione, nel centrodestra, è la stessa da tantissimo tempo. Anche la candidata come capolista (a Milano), Elisabetta Fatuzzo - figlia di Carlo, fondatore e leader nazionale del partito - è una sorta di certezza, essendo consigliera regionale uscente alla sua quarta consiliatura (ma in lista a Milano ci sono anche l'ex deputato Lino Miserotti e l'ex consigliera regionale piemontese Sara Franchino). Le elezioni porteranno di nuovo il partito sui banchi dell'assemblea regionale?

15) Fratelli d'Italia

Nessuna sorpresa anche per il simbolo presentato dalla lista di Fratelli d'Italia, che a Milano in testa presenta l'ex parlamentare e vicesindaco Riccardo De Corato (ma subito dopo di lui c'è Maria Teresa Baldini, che nel 2016 alle amministrative milanesi aveva promosso la lista Fuxia People). Il contrassegno prescelto è esattamente lo stesso depositato in vista delle elezioni politiche, con l'emblema di Fdi inserito in un altro cerchio con struttura simile e con il nome molto evidente di Giorgia Meloni. Rispetto all'emblema del 2013, sono sparite le corde e soprattutto è tornata la fiamma tricolore che ricorda il passato: servirà a fare maggior presa sugli elettori?

16) Noi con l'Italia - Udc

Nessuna personalizzazione nemmeno per il contrassegno utilizzato dalla lista Noi con l'Italia - Udc, che in Lombardia ha come esponente di punta l'ex ministro Maurizio Lupi. Il simbolo, infatti, anche in questo caso è identico a quello definito pochi giorni prima del voto politico: esso unisce al nome del progetto politico promosso da Lupi, Raffaele Fitto, Flavio Tosi e altri (con pacchetto grafico di blu di fondo e arcobalenino tricolore pennellato) lo scudo crociato in primo piano, sopra le vele presenti ormai da anni sul simbolo del'Udc (e al massimo un po' scolorite, per non rubare troppo la scena allo scudo). Tra i più interessati al risultato finale della coalizione e al suo interno c'è sicuramente anche il gruppo che si riconosce in questo emblema.

17) Parisi per Fontana - Energie per la Lombardia

Per l'occasione, a qualcuno dev'essere venuta voglia di ribaltare uno dei simboli ultimi nati, così sulla scheda arriva l'emblema di Energie per l'Italia, fondato dall'ex candidato sindaco di Milano Stefano Parisi. Ci arriva però come Energie PER la Lombardia, riducendo di molto la dimensione delle lampadine e portando in alto il segmento circolare che contiene la dicitura "Parisi con Fontana": il cognome del candidato alla presidenza è ben visibile, ma anche quello di Parisi non scherza ed emerge bene, color carta da zucchero su fondo bianco. La vigilia del deposito della candidature era stata decisamente tumultuosa, ma alla fine il rapporto con il centrodestra non è stato in discussione.

18) Lega 

Non poteva ovviamente mancare il simbolo leghista per eccellenza, Alberto da Giussano, che campeggia tuttora all'interno del contrassegno della Lega, ormai non più Nord: il nome residuo, in ogni caso, se possibile è ancora più evidente nella parte superiore del cerchio, così come ha grande visibilità il cognome di Matteo Salvini riportato in un giallo che spicca. Non può sfuggire la peculiarità "nazionale" del contrassegno, che contiene un riferimento verbale alla Lombardia e - soprattutto - la "pulce" della Lega lombarda, presente come sempre in queste terre con l'immagine del guerriero al centro del profilo della Lombardia. Toccherà agli elettori interpellati dimostrare quanto fosse importante o poco rilevante parlare di Nord in Lombardia.

19) Fontana presidente

Chiude la coalizione di centrodestra ed è anche l'ultimo simbolo a essere sorteggiato sulla scheda quello della lista Fontana presidente, che dunque esprime un gruppo di candidati che più si riconosce nella persona che punta a ottenere la carica detenuta finora da Roberto Maroni. Il simbolo con la croce di san Giorgio tracciata a pastello a cera, a dire il vero, è tutt'altro che nuovo: era stato Roberto Calderoli a svelarlo per la prima volta, depositandolo in vista delle elezioni politiche del 2013 (salvo poi ritirarlo) con il cognome di Maroni, stessa versione che si ritrovò sulle schede regionali lombarde dello stesso anno. Ora che Maroni non si è ricandidato, al posto del suo nome c'è quello di Fontana, ma il concetto non cambia.