Martedì 14 luglio è prevista la ripresa dell'esame della riforma elettorale nell'aula della Camera, dopo la - finora unica - seduta del 26 giugno scorso, dedicata alla discussione sulle linee generali. Proprio in quella seduta, non è passata inosservata la protesta di Riccardo Magi, deputato e segretario di +Europa, richiamato all'ordine (e in seguito espulso dall'aula) per avere mostrato e poi strappato una maxi-riproduzione del fac simile della scheda elettorale cui era stata aggiunta la dicitura "Il tuo voto non conta". L'osservazione del deputato riguardava soprattutto le liste medio-lunghe bloccate e le multicandidature, ma uno degli ultimi passaggi del suo intervento riguardava la questione dell'accesso alla competizione elettorale, in particolare l'effetto combinato della scelta di non consentire la raccolta delle firme anche in formato digitale e di rimodellare le norme sull'esenzione dalla raccolta firme stessa.
Nei prossimi giorni si discuterà di molti emendamenti al testo approvato dalla commissione Affari costituzionali il 24 giugno; anche Magi ha ripresentato i propri, in materia di raccolta digitale delle sottoscrizioni (emendamento segnalato) e di esonero dalla stessa. In attesa che il dibattito in aula riprenda, parliamo direttamente con lui delle proposte in materia, dei riflessi che potrebbero avere sui simboli e delle perplessità emerse finora, ma anche di altri aspetti non meno rilevanti della riforma elettorale in discussione.
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Riccardo, c'è qualche speranza che alle prossime elezioni politiche le firme per le liste si possono raccogliere anche in forma digitale o dovremmo limitarci ancora una volta alle firme raccolte ai banchetti o in comune?
Per risponderti partirei dal traguardo raggiunto nel 2021, quando siamo riusciti a fare approvare, con un emendamento al "decreto semplificazioni", la raccolta firme in formato digitale senza bisogno di ulteriori autenticazioni per le richieste di referendum e le proposte di legge di iniziativa popolare. E ci eravamo riusciti quando nessuno ci sperava: vado molto fiero di quel risultato perché siamo riusciti a ottenere l'approvazione all'unanimità di quell'emendamento in commissione nonostante l'avviso contrario del governo, che aveva chiesto una riformulazione del testo a mia prima firma che non accettai. Mi sento di dire che in quell'occasione il Parlamento ha fatto davvero il Parlamento, nel senso che ha valutato una proposta senza essere condizionato dal parere dell'esecutivo e di fatto il Parlamento ha avuto ragione: il modo in cui le cose sono andate ha dimostrato ha dimostrato che quell'innovazione che avevamo proposto non solo era opportuna, se non necessaria, ma era anche concretamente realizzabile. Allora c'era chi aveva paventato chissà quali cataclismi o coperture con quell'innovazione, invece si è dimostrato che la firma digitale è un sistema assolutamente sicuro, certificato, trasparente e legale. Per tornare alla tua domanda, posso dirti che +Europa e io personalmente speriamo davvero che si possa arrivare a questo sistema di sottoscrizione delle liste: vogliamo raggiungere questo obiettivo e stiamo lottando per questo, cercando di coinvolgere tutti, a partire dalle altre forze di opposizione, perché si tratta di una questione di apertura del processo democratico, nella fase fondamentale dell'accesso alla competizione democratica, un momento che prescinde da ogni considerazione tecnica sulle formule elettorali da adottare, come sai molto bene.
Lo sa bene anche chi frequenta questo sito...
Per noi la questione fondamentale è questa: chi può partecipare alla procedura elettorale e a quali condizioni. Noi siamo una democrazia parlamentare disgraziata, in cui la raccolta delle firme, pensata perché chi intende partecipare alle elezioni dimostri di non essere una lista di disturbo, viene puntualmente invece utilizzata come un ostacolo, di fatto segando le gambe a determinati avversari e soprattutto a chi sta fuori dal Parlamento, rendendo molto difficile anche solo l'accesso alla competizione. Con questo strumento, in pratica, alcuni partiti che stanno dentro le Camere si chiudono dentro e nascondono bene la chiave: si tratta di uno scenario inaccettabile, in nessun paese funziona così.
Andiamo per gradi, nel senso che la questione di cui parli presenta due aspetti, ugualmente problematici. Da un lato c'è la questione della raccolta firme, o meglio, del modo in cui le firme si raccolgono, ed è la considerazione da cui siamo partiti. Dall'altro lato ci sono le disposizioni che esentano alcune forze politiche dall'onere di cercare sottoscrittori e gli effetti sul grado di accessibilità alla competizione della combinazione civile delle regole sulla raccolta firme e sull'esonero da questa.
Da quest'ultimo punto di vista, noi come +Europa siamo un caso di scuola che fa emergere quanto le scelte in materia siano discrezionali e irragionevoli. Abbiamo partecipato con il nostro simbolo, da soli o in riviste composite, alle ultime due elezioni politiche e alle ultime due elezioni europee, ottenendo sempre ben più di 700000 voti, quasi sempre più di 800000, con una quota che a seconda dei casi è stata sopra il 3% o poco al di sotto, eppure con le modifiche introdotte dal disegno di legge in discussione ci viene chiesto di dimostrare la nostra consistenza, di provare con la raccolta firme che non siamo una lista di disturbo; in compenso, ci sono partiti come Noi moderati, contro i quali naturalmente non ho nulla, ma è un fatto che pur avendo raccolto meno di un terzo dei nostri voti, hanno avuto la possibilità di formare due gruppi parlamentari grazie agli eletti nei collegi uninominali e al prestito di parlamentari da altre forze politiche di maggioranza...
... Soprattutto al Senato...
Già, con il risultato che, pur avendo Noi moderati raccolto molti meno voti rispetto a +Europa, a loro non è richiesto di dimostrare la serietà della candidatura mentre a noi sì. Ecco perché contesto l'avere adottato la formazione di un gruppo parlamentare all'inizio della legislatura come criterio per esonerare dalla raccolta delle firme: potrebbe andare bene con un sistema proporzionale puro, ma ha molto meno senso, anzi, diventa perfino problematico in un sistema basato almeno in parte sui collegi uninominali e in cui è possibile il prestito dei parlamentari. Ecco perché noi, accanto alla raccolta delle firme in formato digitale, avevamo proposto di affiancare alla costituzione del gruppo anche altri criteri, basati sui voti ottenuti alle ultime elezioni politiche, vale a dire un parametro assolutamente oggettivo.
Hai parlato anche in commissione della questione del prestito dei parlamentari, ma lì qualcuno ti ha fatto notare implicitamente che la componente di +Europa è nata anche grazie all'adesione di Luca Pastorino, che faceva riferimento a èViva: come commenti quest'osservazione? In più, come criterio per l'esenzione potrebbe andare bene anche l'iscrizione al Registro dei partiti politici con presenza in Parlamento al momento dell'indizione del voto, come proposto in un emendamento di Futuro nazionale?
Ti rispondo che servirebbe soprattutto un criterio che si basi sul consenso raccolto alle ultime elezioni politiche, unico dato certo e oggettivo: se si vuole esonerare chi ha costituito un gruppo lo si faccia pure, ma si esoneri anche chi ha preso almeno 500000 voti veri, cioè una lista il cui simbolo è stato scelto inequivocabilmente da almeno 500000 persone. Quanto a Pastorino, ricordo è stato eletto in un collegio uninominale e non era candidato in una lista del riparto proporzionale. Motivo di più per ritenere che il criterio dei voti già ottenuti sia il più oggettivo per considerare già provata la consistenza di una forza politica.
Al di là dei dettagli delle proposte, sembra che anche in questo caso emerga la tossicità del cocktail tra forme di raccolta delle sottoscrizioni ed esenzione dalla raccolta delle firme, che produce di fatto uno sbarramento all'ingresso. Ti ritrovi in questa tesi?
Per noi la via maestra da perseguire è la riforma della disciplina a regime, con l'introduzione della raccolta firme in formato digitale per tutti. Per noi si tratta di un modo chiaro, trasparente e che offre una vera legalità: il vero problema, e tu lo sai bene, si può produrre con le firme cartacee, visto che puntualmente si scopre che hanno firmato persone morte o inconsapevoli; ogni volta ci sono inchieste giornalistiche e giudiziarie. Da questo punto di vista, è veramente assurdo che, tanto in commissione quanto in Transatlantico, parlando con i giornalisti, la ministra Alberti Casellati abbia completamente travisato il contenuto di una sentenza della Corte costituzionale, attribuendole una presunta valutazione di insufficienti garanzie circa la sicurezza delle firme digitali, cosa che la Corte assolutamente non ha detto.
Ti riferisci alla sentenza n. 3 del 2025 che ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale del Lazio nella parte in cui non prevede che possa sottoscrivere una candidatura in formato digitale una persona con disabilità grave o con diritto al voto domiciliare. Immagino che il punto controverso sia il passaggio in cui i giudici costituzionali sostengono che, di fronte all'"alto tasso di politicità" della materia elettorale, va riconosciuta "ampia discrezionalità" al legislatore, che in materia di innovazione tecnologica nel procedimento elettorale è "chiamato a bilanciare le opportunità offerte dalla modernizzazione non solo con i rischi che questa può, in ipotesi, comportare, ma anche con l’esigenza di una partecipazione politica il più possibile meditata e consapevole".
Esattamente. La ministra soprattutto sbaglia quando attribuisce alla Corte dubbi circa le garanzie che pone il sistema della firma in forma digitale: la Corte, lo ripeto, non ha mai detto questo. Ha sicuramente riconosciuto che per le persone con disabilità il sistema della sottoscrizione in forma digitale va bene, anche perché garantisce tutte le caratteristiche richieste per questo tipo di adempimento, mentre spetta al Parlamento nella sua discrezionalità decidere sull'estensione di questo sistema alla raccolta di tutte le altre firme. Sostenere che la corte avrebbe messo in dubbio o anche solo messo in guardia circa la sicurezza del sistema delle sottoscrizioni in forma digitale è una cosa gravissima, anche perché a questo punto noi dovremmo chiedere immediatamente al governo di venire in aula a riferire circa la sicurezza di milioni di transazioni effettuate quotidianamente dai cittadini con la pubblica amministrazione attraverso lo Spid o altri sistemi simili. Si tratta di operazioni che riguardano i rapporti con INPS, con le ASL, l'Agenzia delle entrate, con moltissimi altri uffici pubblici: in questo modo si sta dicendo che queste operazioni non sono sicure, ma di che parliamo? Oppure dobbiamo intendere che l'uso dello Spid per queste ipotesi è sicuro, perfino per la sottoscrizione delle richieste di referendum è sicuro, mentre invece non lo è per sottoscrivere una candidatura? È completamente assurdo, quindi ti anticipo che io interverrò in aula per chiedere al governo di rettificare queste affermazioni, oltre che di chiedere scusa per averle pronunciate, perché queste frasi travisano il senso della pronuncia della corte e soprattutto rischiano di trarre in inganno il Parlamento, facendo pensare in buona fede ai parlamentari che devono esprimersi che la Corte abbia invitato alla cautela, il che non è assolutamente vero.
Scorrendo il resoconto sommario della seduta della commissione Affari costituzionali in cui sono stati respinti gli emendamenti sulle firme digitali, colpisce sia il riferimento di Giovanni Donzelli agli influencer che potrebbero alterare le condizioni delle procedure elettorali, sia il fatto che uno dei co-relatori, Angelo Rossi di Fratelli d'Italia, abbia citato la fase di deposito dei contrassegni: non l'ha detto chiaramente, ma l'impressione è che si tema un afflusso massiccio di liste, portando sulla scheda molti dei simboli che per ora restano nelle bacheche del Viminale. Credi sia plausibile?
Guarda, se il timore è questo, posso dire che non è assolutamente fondato. Premesso che un conto è depositare un simbolo e un conto è voler raccogliere le firme a sostegno di una candidatura con quel simbolo, è del tutto inconsistente l'idea che la raccolta firme con Spid o altri sistemi simili di per sé faccia lievitare il numero delle liste in campo. Ho già detto in commissione che firmare una candidatura non può essere assimilato al gesto di mettere un like su un social network. Ti ricorderai che una questione molto simile era già emersa dopo l'apertura alle firme digitali per il referendum e il rapido raggiungimento del numero di firme richieste per i primi quesiti: anche alcuni costituzionalisti avevano temuto che si preparasse un diluvio di referendum, che invece non c'è stato. Questo passaggio di innovazione tecnologica e giuridica semplicemente amplia e rende effettivo, in modo sicuro, trasparente e legale il diritto dei cittadini di sostenere allora una proposta di referendum o una progetto di legge di iniziativa popolare, ora - se passasse l'emendamento - una candidatura alle elezioni: penso a chi non vive nelle aree metropolitane e magari non sa che una forza politica di suo interesse ha allestito un banchetto per la raccolta delle firme, oppure non ha occasione di recarvisi o anche solo di trovarlo per caso...
... Oppure lo trova, firma, ma magari in quel momento l'autenticatore non c'è e la firma rischia di essere la raccolta in modo invalido.
Esatto. Quello che mi preme sottolineare è che questa innovazione non è fatta per andare incontro a chi promuove un referendum o vuole presentare una lista, ma per rendere effettivo il diritto di ogni cittadino a sostenere un quesito o un gruppo di candidature. È necessario ribaltare la prospettiva; ovviamente si può anche non essere d'accordo nell'ampliamento dei diritti dei cittadini, ma allora occorre dirlo chiaramente e non utilizzare altri argomenti privi di fondamento.
Può essere che la maggioranza non abbia voluto accogliere l'innovazione della raccolta firme in formato digitale non tanto per una contrarietà totale a quello strumento, quanto piuttosto perché questo avrebbe comportato, per quelle forze politiche, l'opportunità o la necessità di rivedere anche altri aspetti della presentazione delle liste, a partire dal numero delle firme da raccogliere, probabilmente aumentandolo, e non c'era stato il tempo di discutere di questo?
Sinceramente non lo so, tutto può essere, ma bisognerebbe chiederlo a loro... Personalmente un minimo di 1500 firme e un massimo 2000 firme per collegio plurinominale, ovviamente di persone che siano effettivamente residenti in quel territorio, non mi sembrano pochissime, soprattutto se le moltiplichi per il numero di collegio previsti.
Torniamo al problema della presentazione delle candidature nella sua interezza, includendo l'esonero dalla raccolta firme. È incredibile rilevare che il testo della riforma, come emendato in commissione, di fatto prolunga lo stato di emergenza o di eccezione che riguarda le elezioni politiche dal 2006: da allora non si è mai votato con la disciplina "a regime" della presentazione delle candidature, ma ogni volta si è previsto un taglio eccezionale delle sottoscrizioni da raccogliere oppure una disciplina una tantum dell'esenzione. Come va interpretato questo dato? Semplicemente i partiti non hanno più voglia di raccogliere le firme oppure, peggio, anche le forze politiche maggiori non sono più in grado di farlo in modo capillare?
La deriva anticostituzionale e antidemocratica che il nostro paese vive, anche nelle forme di quello che il professor Fulco Lanchester ha chiamato "ipercinetismo elettorale", per cui l'Italia è decisamente un pessimo esempio per la stabilità delle norme sulle elezioni, si riverbera anche sulle regole in materia di accesso alla competizione elettorale. Non solo capita spesso che una maggioranza riformi le regole per cercare di essere ancora maggioranza in seguito, ma avviene che quelle stesse forze politiche impieghino discrezionalmente le norme per favorire gli amici e sfavorire gli avversari. Che si provi a condizionare le scelte politiche, comprese quelle sulle alleanze, anche attraverso lo strumento dell'esenzione dalla raccolta firme è una cosa odiosa, oltre che profondamente illiberale.
In questo senso, ti va dato atto di avere presentato un emendamento volto ad abolire tutte le esenzioni, così ogni lista avrebbe dovuto raccogliere le firme: a quel punto sarebbe stato interesse di tutti accogliere il passaggio al digitale.
Di fatto i partiti maggiori non raccolgono da anni le firme per le elezioni politiche e, sinceramente, non so nemmeno se sarebbero in grado di raccoglierle in modo efficace su tutti i territori, soprattutto quelli più periferici. La questione, in ogni caso, tornerà all'attenzione della Camera, insieme a quella della raccolta firme in formato digitale, perché ho ripresentato gli emendamenti.
Va peraltro notato che l'unico emendamento accolto in materia di esenzione dalla raccolta firme, dopo la riformulazione del governo, ha lievemente ridotto lo sbarramento all'ingresso, accontentandosi di un solo gruppo parlamentare formato l'inizio delle legislature e non richiedendone più due, come prevede la legge ora. Potremmo dire che è l'unica cosa accettabile?
Secondo me no, credo che sia proprio sbagliato il sistema. Ribadisco che la strada maestra è quella della raccolta delle sottoscrizioni in forma digitale e, se proprio si vuole mantenere l'istituto dell'esonero, occorre trovare un sistema che tenga conto del consenso effettivo ottenuto in sede elettorale. Poi, a mio modo di vedere, le firme da raccogliere dovrebbero essere ridotte, non aumentate: la nostra democrazia ha bisogno di partecipazione, ha bisogno di aprirsi, ha bisogno di nuove proposte di cittadini che vogliano cimentarsi con la democrazia elettorale. Vista l'affluenza, non dovremmo avere nulla da temere: il punto di vista di chi è in parlamento e vuole chiudersi dentro nascondendo le chiavi non può diventare il punto di vista della democrazia, che va piuttosto spalancata.
Hai iniziato la risposta alla mia domanda ricordando l'introduzione della raccolta in firme in forma digitale per i referendum e le proposte di legge di iniziativa popolare, ottenuta nel 2021 con un tuo emendamento, elaborato con il contributo l'impegno fondamentale di Mario Staderini (come coordinatore del ricorso presso la Corte EDU nel procedimento n. 6235/23 in materia di diritto elettorale), credo sia importante ricordarlo...
Certo, assolutamente, come va sottolineato l'impegno di Mario, di Marco Gentili e di altre persone per arrivare alla sentenza della Corte costituzionale sulla sottoscrizione digitale delle candidature.
Certamente. Dicevo, dopo l'approvazione di quell'emendamento tu in più di un'occasione hai cercato di far introdurre la raccolta digitale delle sottoscrizioni anche per le elezioni politiche, immagino per poi estenderla anche agli altri tipi di elezioni; ma quegli emendamenti sono stati respinti, addirittura in un'occasione il voto era finito in pareggio e quindi l'approvazione è comunque mancata. Perché per i referendum era andata bene e per le candidature no?
Evidentemente ci sono grandissime resistenze da parte, devo dire, della maggior parte delle forze politiche, come se volessero custodire questo privilegio di decidere chi può accedere alla competizione elettorale e come; la riforma digitale, invece, può rendere tutta la pricedura più trasparente, meno discrezionale, più aperta.
Se passasse il tuo emendamento, l'Italia sarebbe il primo paese a prevedere la sottoscrizione digitale delle firme per presentare le candidature, giusto?
Sì, sarebbe il primo paese. Tieni però anche presente che, anche nei Paesi in cui è richiesta la raccolta delle firme, le sottoscrizioni richieste non di rado sono molte meno.
Oppure c'è una cauzione da depositare e che viene restituita se si ottiene una certa quantità o quota di voti. Come vedresti questo sistema?
Penso semplicemente che, se la ratio dei meccanismi di accesso alla competizione elettorale è individuare chi ha una certa consistenza sul territorio per evitare un proliferare incontrollato di liste, la tecnologia della firma digitale ci venga incontro: non necessariamente la cauzione evita che si presentino liste o candidature che hanno effettivamente un seguito.
Pensi che l'introduzione della raccolta delle firme in formato digitale potrebbe portare a un'evoluzione dei simboli delle liste, favorendo l'elaborazione di proposte attente - anche sul piano della grafica - a istanze particolari, di scopo, territoriali?
Penso proprio di sì e sarebbe, secondo me, un grande arricchimento, perché comporterebbe un'apertura alla società, a forze che esistono ma che percepiscono comprensibilmente il circuito elettorale come un ambito sbarrato. Questa però non è democrazia, o almeno non le somiglia.
A proposito di simboli, in un'intervista al Fatto quotidiano, il deputato del Pd Federico Fornaro ha manifestato dubbi sul fatto che nei contrassegni elettorali possano permanere elementi quali "Salvini premier" o "Berlusconi presidente". Condividi?
Il problema vero sta nel nome che sulla scheda non c'è, perché questa riforma introduce un'innovazione che a mio avviso è chiaramente incostituzionale: se al momento ogni forza politica, mentre deposita il simbolo, deve indicare il proprio "capo", il testo in discussione obbligherebbe ciascuno a indicare la persona proposta per l'incarico di Presidente del Consiglio, un nome che dev'essere uguale per tutte le liste che si presentano in coalizione; di più, le liste che non abbiano indicato il proprio candidato naturale alla Presidenza del Consiglio vengono ricusate, quindi quell'indicazione risulta obbligatoria.
Stai dicendo che, quasi quasi, sarebbe stato meglio che il nome di quella persona fosse scritto sulla scheda?
No, ti sto dicendo che, anche se questo passaggio è stato in qualche modo minimizzato, in realtà la questione è molto più pervasiva dell'indicazione di un nome nel simbolo elettorale: quello è un fatto politico, quello che si vuole introdurre ora è un fatto giuridico. Con le norme vigenti non è prevista una sanzione per chi non indica il capo della forza politica e, se pensi ai simboli sulla scheda, nel 2022 avevamo "Berlusconi presidente" e "Salvini premier", mentre il governo è guidato da Giorgia Meloni che aveva messo il suo cognome nel contrassegno senza indicare altro. La riforma ora in discussione, invece, non consente di presentare validamente liste a chi, non condividendo che si debba indicare la persona da proporre come capo del Governo, sceglie di non depositare quel nome. In sostanza, il destino delle persone indicate sulla scheda, peraltro in liste non brevi e bloccate, dipende dall'unico nome che sulla scheda non viene indicato: a quel punto è inutile scrivere che si fanno salve le prerogative del Presidente della Repubblica, come fa a non tenere conto di un elemento dal quale dipende addirittura l'ammissibilità delle liste? Questo per me è davvero incostituzionale.
Almeno, però, il testo in discussione non prevede che i candidati delle liste circoscrizionali, che devono coincidere per le forze politiche della stessa coalizione, siano per forza indicati sullo stesso modulo per raccogliere le firme a sostegno della lista nei collegi plurinominali: ciò non rende la vita impossibile a chi non è esonerato dalla ricerca dei sottoscrittori, come di fatto invece accadeva con le norme approvate alla fine del 2017. Non dovrebbe riprodursi la situazione di allora, sperando che i modelli di dichiarazione di presentazione delle liste di collegio che il Viminale predisporrà per allegarli alle Istruzioni per il 2027 non contengano anche i nomi delle liste circoscrizionali...
Vedremo come interpreteranno loro le disposizioni, ma il testo in discussione non dice questo.


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