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venerdì 23 ottobre 2015

Le ali di farfalla degli Ecologisti

Bisogna ammetterlo da subito: in politica - per lo meno in Italia - ha vinto il regno vegetale. Lasciate per un attimo da parte gli scudi, le falci, i martelli e i tricolori. Se ci si butta sugli elementi naturali, è facile contare le rose, i garofani, le foglie d'edera, e poi le stelle alpine, le margherite, gli anemoni, i girasoli e qualunque cosa avrebbe potuto ben figurare su un catalogo Sgaravatti. Animali, invece, ben pochi. In principio fu il leone, che fosse quello monarchico, quello valdostano o - più avanti - quello alato dei venetisti; venne poi la breve stagione in cui si giocò a "fa' l'americano", contrapponendo l'elefantino (durato lo spazio di un'elezione) all'asinello (dalla vita appena appena più lunga). Al di fuori di questo, si ricorda qualche uccello (a partire dal gabbiano dell'Idv), qualche orso ("verde verde", ma non solo) e una manciata di insetti.
Se però si pensa in prima battuta alle api - quella simpatica degli Autonomisti per l'Europa e quelle cangianti dell'Alleanza per l'Italia - pochi rimandano la mente alla grazia della farfalla, ritenuta forse troppo delicata e non abbastanza aggressiva per difendersi nel gioco politico. Eppure da alcuni anni il profilo dell'insetto è spuntato sul serio nella simbologia politica, grazie al Movimento Ecologisti di Roberto De Santis, parente stretto della lista degli Ecologisti, con cui lui stesso concorse alle elezioni comunali di Roma del 2006. Se però allora la parte grafica era affidata a una foglia stilizzata e alata - quasi a voler fondere mondo vegetale e animale - qualche tempo dopo l'emblema fu decisamente ripulito: da verde il fondo si fece bianco, il testo arcobaleno si convertì in un più sobrio Bodoni e, all'angolo alto-destro della parola "Movimento" spuntarono i contorni sfumati blu di due tenui ali di farfalla.
"Non ci fu una ricerca particolare, quando nacque quel simbolo, - racconta ora De Santis - semplicemente ci piaceva la farfalla perché aveva le ali e rappresentava in qualche modo la libertà, così come ci piaceva il modo in cui il disegno era inserito graficamente, tutto qui". Si trattava pur sempre, in fondo, di rompere con la scelta fatta nel 2004, con il tentativo di aggregare gli ambientalisti che non si riconoscevano nell'area sinistra sotto un simbolo che portava in evidenza il nome dei Verdi Verdi del piemontese Maurizio Lupi: "Sono sempre stato contrario a utilizzare il nome 'Verdi', ormai troppo caratterizzato politicamente, così come avrei voluto che la nostra formazione si differenziasse anche graficamente dai Verdi di sinistra - ricorda sempre De Santis - ma in quel gruppo chi la pensava in quel modo era decisamente in minoranza. Quando decidemmo di riprendere il nostro progetto ambientalista originario venne naturale cambiare il nome". 
La nuova esperienza, tuttavia, fu presto funestata da un incubo, quasi con il sapore della nemesi o della beffa. Era l'anno del Signore 2011, il Movimento ecologista aveva iniziato a muovere i suoi passi da qualche anno, mentre i Verdi, fuori dal Parlamento italiano ed europeo, si trovavano in seria difficoltà: in quelle circostanze, in ottobre, si decise di scegliere il simbolo del nuovo soggetto ambientalista che ne doveva costituire l'evoluzione. Alla fine risultò comunque vincitore il sole che ride, ma in primo piano non c'era più la scritta "Verdi", bensì "Ecologisti", perché il nome scelto per la formazione era proprio Ecologisti e reti civiche. De Santis, inutile dirlo, la prese decisamente male: "Fu l'incubo più grande", scherza oggi, ricordando la curiosa sensazione di sentirsi copiato dopo avere fatto di tutto per non copiare il nome storico dei Verdi. Anche quel contrassegno verde, in ogni caso, non durò molto, dissolvendosi nel 2013 dopo le elezioni politiche, che avevano visto la débacle di Rivoluzione civile, appoggiata anche dai Verdi. Non potevano certo immaginare, proprio loro, che il sole sarebbe tornato più avanti a ridere in Parlamento, grazie all'adesione di Bartolomeo Pepe e Paola De Pin, senatori eletti nel MoVimento 5 Stelle. Le farfalle degli Ecologisti, invece, sono sempre fuori dalle aule parlamentari: le lasceranno mai entrare?

venerdì 3 maggio 2013

Ambienta-Liste e lune che sorridono

Dopo lo scherzetto delle elezioni del 2004, con la lista Verdi-Verdi e Verdi federalisti, gli ambientalisti che non si riconoscono nelle posizioni “sinistre” della Federazione dei Verdi non sono certo sazi: nel 2005 ci sono le elezioni regionali e quella è un’ottima vetrina per avere visibilità e, magari, ottenere un posto da consigliere che non guasta. 
In Piemonte Maurizio Lupi ci riprova con i Verdi-Verdi, recuperando l’orsetto che ride dei tempi migliori (messo in pausa l’anno prima), ma cambiando in seconda battuta il resto dell’emblema: via il colore verde e la scritta Verdi-Verdi, che al Sole che ride non piacevano per niente (specie dopo la sentenza del Consiglio di Stato dell’anno prima) e si sperimenta una nuova dicitura, «l’Ambienta-Lista», un giochetto di parole che può tornare buono in futuro. Sotto all’orso, l’indicazione gigantesca del cognome di Enzo Ghigo, candidato del centrodestra alla presidenza della regione: c’è chi è pronto a scommettere che all’inizio il nome non ci fosse o fosse molto più piccolo, e sia stato ingrandito ad arte su consiglio dello stesso Ghigo dopo aver scoperto che la Lista consumatori, in quel momento gestita dal gruppo di Renzo Rabellino, aveva il simbolo occupato per metà proprio dal cognome di Ghigo. Il quale doveva aver pensato di vendicarsi di quel tiro mancino “simbolico” di Michele Giovine (in quel momento impegnato per la Lista consumatori e che in seguito avrebbe passato qualche guaio a causa di firme false) suggerendo a Lupi lo stesso stratagemma grafico, forse nella segreta speranza che nessuno dei due gruppi ottenesse alcun eletto, mentre dalle urne ne ricevono uno a testa. E pensare che qualcun altro era pronto a giurare che Lupi stesse tentando un accordo proprio coi “nemici” Verdi-Rossi, ovviamente in cambio di una candidatura blindata che non è mai arrivata.  
In Lazio, invece, è di nuovo in pista Roberto De Santis, il vero ideologo degli ambientalisti non di sinistra: anche lui tenta di fare la sua lista in appoggio al centrodestra, dunque a sostegno della candidatura di Storace. Il simbolo scelto, a suo modo, è devastante, a partire dal nome scelto per la formazione, «Ecologisti verdi»: una sinfonia di verde in varie tonalità colora il contorno del cerchio e buona parte del fondo, quella che sta sotto a un arcobaleno di cinque colori. In alto, in un irrealistico cielo bianco, da dietro l’arcobaleno occhieggia una luna arancione, disposta a mo’ di sorriso (così anche gli alfieri del sole ridente sono serviti) e, su tutto, è sovrapposta la denominazione del partito, con la parola «Verdi» in assoluta evidenza (ma vah!) e tinta in un vezzoso verdino chiaro.  
Per l’ufficio centrale circoscrizionale, però, mancano dei certificati elettorali e le firme depositate non sono più sufficienti, dunque la lista per il momento resta fuori: per la Federazione dei Verdi è ugualmente allarme rosso, perché l’ufficio avrebbe concesso una proroga di due giorni per integrare la documentazione e potenzialmente gli Ecologisti Verdi non sono ancora fuori gioco. Per questo, il Sole che ride fa immediatamente ricorso al Tar e convoca conferenze a destra e a manca, denunciando a sua volta irregolarità nella raccolta delle firme (sempre loro, ieri, oggi e domani). «Firme doppie o triple, stessa identità ma grafie diverse, elenchi in cui i firmatari seguono un preciso e inverosimile ordine alfabetico e che compaiono più volte nello stesso fascicolo»: c’è tutto questo nella denuncia presentata da Angelo Bonelli, in quel momento capogruppo verde alla Pisana. Qualcosa in effetti ci doveva essere (ma quanti possono dire di essere davvero mondi, in tema di sottoscrizioni?): prima il Tar, poi il Consiglio di Stato escludono la lista dalla competizione e la luna che sorride non vedrà mai le schede.  
Non è la fine della storia, naturalmente: anzi, la parola «Ecologisti» sfoderata nel 2005 finisce per legarsi a doppio filo a De Santis, ma per raccontarla ci sono le prossime puntate.

martedì 26 marzo 2013

I Verdi-Verdi e la pulce gigante

Lo si è visto prima: il 2004, con il doppio carico del turno più consistente di elezioni amministrative e il rinnovo del Parlamento europeo, era un’occasione troppo ghiotta per gli ambientalisti diversi dai Verdi perché se la lasciassero sfuggire. Le amministrative, tutto sommato, erano alla portata delle formazioni in attività fino a quel momento, ma per le europee ci sarebbe stato bisogno di raccogliere molte, troppe firme: un traguardo praticamente impossibile da raggiungere. A meno che…  
C’era una possibilità, in effetti: sfruttare un comma della legge elettorale vigente, che permetteva a una lista di non procurarsi le sottoscrizioni richieste se avessero ospitato nel loro contrassegno una “pulce”, ossia un simbolo in miniatura di una formazione che aveva eletto almeno un parlamentare. Già, ma quale simbolo? Quale dei partiti avrebbe avuto interesse ad avallare la presentazione di una lista minoritaria? Forza Italia, per esempio, che aveva tutto da guadagnare da un indebolimento dei Verdi. Non avrebbe messo a disposizione il suo simbolo, ovviamente, ma quello della lista «Per l'abolizione dello scorporo e contro i ribaltoni»: si trattava della “lista civetta” che era stata utilizzata dal partito di Berlusconi nel 2001 per collegare i propri candidati deputati della quota maggioritaria, senza quindi che i loro voti fossero sottratti nella quota proporzionale in base al sistema dello “scorporo”. 
Il simbolo, dunque, sarebbe stato a disposizione dei Verdi-Verdi di Maurizio Lupi e di Roberto De Santis, nonché dei Verdi Federalisti di Laura Scalabrini, invitati a riavvicinarsi sempre da ambienti forzisti. La prima decisione del gruppo riguardò la scelta del simbolo, non senza liti: se Lupi avrebbe voluto mantenere l’elemento grafico dell’orsetto (lasciando la dicitura Verdi Federalisti come elemento testuale), passò la linea di De Santis, che preferì lasciare la parte grafica alla Scalabrini, con il suo girotondo di bambini, per privilegiare invece il nome dei Verdi-Verdi («La denominazione era una scelta chiaramente identificativa della nostra collocazione e del nostro approccio e antitetica ai Verdi rossi» avrebbe raccontato in seguito proprio De Santis).
Naturalmente la Federazione dei Verdi fece debitamente ricorso in tutte le sedi, tanto alle elezioni amministrative (comune per comune), quanto a quelle europee. Protestò con veemenza Paolo Cento in Parlamento, sentendosi dire dal forzista Gregorio Fontana che «i movimenti Verdi Federalisti e Verdi Verdi da molti anni si presentano a consultazioni elettorali […] e rappresentano, com'è noto, l’ambientalismo non schierato a sinistra, non integralista e che, a livello politico nazionale, sostiene la Casa delle libertà. Nessuna truffa, quindi, nessun imbroglio riguardo alla presentazione di questo simbolo per le elezioni europee», mentre i Verdi avrebbero solo voluto estromettere un potenziale concorrente dalle elezioni.

In prima battuta, tra l’altro, a essere escluso dalla consultazione più importante fu proprio il simbolo del sole che ride, perché era stata inserita dicitura «con l’Ulivo» senza che i Verdi facessero parte dell’alleanza: il tempo per i Verdi-Verdi di distribuire alla stampa una nota dal titolo memorabile («Caro Alfonso non fare il Pecoraro») e il contrassegno fu debitamente modificato e accettato, ma l’offensiva presso le corti di tutta l’Italia continuò. In qualche modo la strategia pagò: i Verdi riuscirono a far considerare confondibile quasi ovunque – per colpa dei colori e della parola «Verdi» in particolare evidenza – il contrassegno composito della nuova formazione ambientalista, estromettendola dalle elezioni. Alle europee, invece, andò diversamente, ma la vicenda fu se possibile ancora più complessa.
Dopo che l’ufficio elettorale presso la Cassazione aveva riconosciuto che «la parola “verdi”, […] appartenendo ad una vasta area politico-culturale a livello sia nazionale che europeo, non è in sé fattore individualizzante decisivo» e che i due emblemi non erano a ben guardare confondibili, in una manciata di giorni il Consiglio di Stato praticamente ribaltò il verdetto: non solo i giudici di palazzo Spada ritennero che i due contrassegni si potessero in effetti confondere, ma aggiunsero che ciò si sarebbe potuto evitare ingrandendo a dovere il simbolo della “lista antiscorporo”, anche perché proprio grazie a questo è stata evitata la raccolta delle firme.

La decisione, piuttosto inconsueta per il contenzioso noto fino a quel momento, avrebbe comunque permesso alla lista ambientalista di partecipare alle elezioni, ma solo ingigantendo la “pulce”. La soluzione, a dirla tutta, non soddisfò comunque i Verdi, che presentarono un’interrogazione urgente, lamentando di non aver avuto la possibilità di ricorrere contro l’ammissibilità di un emblema ritenuto ancora troppo confondibile. Soprattutto, però, a masticare molto amaro fu la lista “ammessa su condizione”, un po’ perché il potenziale dell’operazione politico-elettorale era stato inevitabilmente ridotto, un po’ per alcuni fatti accaduti in quegli stessi giorni: il racconto è di nuovo di Roberto De Santis, nel suo libro Da una “grigia” a una “verde” politica: «Era chiaro che eravamo stati abbandonati al nostro destino, anche perché i Verdi del sole che ride misero in atto una serie di manifestazioni attaccando pesantemente il premier Berlusconi e a bordo di gommoni circondarono la sua villa in Sardegna, oggetto di recenti e profonde ristrutturazioni. La villa era stata trasformata in un bunker di tutta sicurezza e i Verdi del sole che ride minacciarono azioni e denunce per opere realizzate in totale violazioni di leggi ambientali. Per Forza Italia poteva essere un’arma a doppio taglio e dal Ministero degli Interni, dove sedeva un esponente dello stesso partito, ci arrivò questa insolita richiesta [di modificare il simbolo, ndb]».
Alle elezioni la lista, senza mezzi e senza manifesti, sfiorò lo 0,5%; la Fiamma tricolore, con lo 0,8% ottenne un parlamentare, Verdi-Verdi e Verdi federalisti niente, con varie recriminazioni in fase di scrutinio («Si scoprì che in molte sezioni, dove il voto era attribuito ai Verdi Verdi, veniva diversamente assegnato ai “cugini” del sole che ride – racconta ancora De Santis – furono circa diecimila le schede contestate che, se attribuite correttamente, avrebbero probabilmente coronato il nostro progetto»). I Verdi, ovviamente, respinsero categoricamente ogni accusa di broglio o indebito vantaggio, ma si sentivano comunque tranquilli: con quell’ordinanza nel carniere, da lì in avanti sarebbe stato più facile evitare altre grane “simboliche”. Manco a dirlo, ci avevano preso.

lunedì 4 marzo 2013

Quando il Verde non è rosso


Un orsetto, tanto pacifico e sorridente all'apparenza, si era trasformato in una vera spina nel fianco. A ogni elezione che si svolgesse anche in Piemonte, Maurizio Lupi si presentava con il suo simbolo dei Verdi Verdi e prendeva voti. "Sottraendoli con l'inganno alla Federazione dei Verdi", secondo gli attivisti del Sole che ride. Nel 2003 la partita rischiò di farsi davvero insidiosa. Ai Verdi Verdi, infatti, si erano riavvicinati Roberto De Santis e parte di coloro che avevano dato vita all'esperienza dei Verdi liberaldemocratici: c'erano le basi per un percorso politico comune che, sulla carta, poteva portare grossi cambiamenti sul fronte ambientalista.
Non era un "matrimonio d'amore", quello tra Lupi e De Santis: lo racconta proprio quest'ultimo, nel suo libro Da una "grigia" a una "verde" politica. "Lupi non aveva una precisa identità culturale ma solo fini personalistici. Questo ci permetteva, garantendogli quello spazio elettorale di cui aveva bisogno, di avere mani libere nel costruire un percorso politico dotandolo di uno specifico programma e dunque di un’anima. Il contenitore dei Verdi Verdi, almeno formalmente poiché da sempre storicamente presenti, poteva dare maggiore credibilità al progetto". De Santis ci avrebbe messo le idee e l'elaborazione teorica del programma, Lupi il simbolo storico e la notorietà: potenzialmente ne avrebbero guadagnato entrambi. Non devono aver avuto una vita facile, i Verdi Verdi anche in versione "allargata": con il Sole che ride da anni schierato con la sinistra, la lista dell'orsetto continuava a salutare ma spesso lo faceva da un'alleanza di centrodestra o, comunque, in quel modo erano considerati dai simpatizzanti della Federazione dei Verdi. "Non esisteva ancora culturalmente e sotto il profilo programmatico, un approccio alle questioni ambientali con un taglio e profilo in netta antitesi al pensiero ideologico dominante - riconosce De Santis - eppoi in questo paese c'è sempre il bisogno di confinarti in una categoria: se non sei di destra, sei di sinistra e viceversa. Ma non avevamo altri mezzi, pertanto eravamo senza via d’uscita". Lo capì bene proprio Roberto De Santis, quando - da segretario nazionale dei Verdi Verdi - si candidò alle elezioni provinciali di Roma: come slogan della sua campagna elettorale scelse due affermazioni quasi in antitesi, da una parte "L'ambiente non ha colore", dall'altra "Il Verde non è rosso". 
Quella volta i Verdi Verdi dovettero accontentarsi di 5418 voti, lo 0,56% dei consensi totali; De Santis come candidato presidente superò le 6mila preferenze, ma la percentuale si fermò allo 0.51%. Roma e Piemonte a parte, il partito avrebbe voluto estendersi territorialmente per acquistare più spazio: per essere sicuri di partecipare alle elezioni, però, occorrevano le firme. Operazione brigosa e che rischia di non pagare, se alla fine non si elegge nessuno (soprattutto perché nessuno ti aiuta, se pensa di non vedere risultati). Eppure nel 2004 il salto di qualità era quasi a portata di mano: c'era il turno più nutrito delle elezioni amministrative e, soprattutto, si votava per rinnovare il Parlamento europeo. I Verdi Verdi sarebbero stati della partita, ma la storia merita di essere raccontata a parte.

giovedì 21 febbraio 2013

I Verdi dell'anemone

Ricapitolando, i Verdi si erano già moltiplicati, mostrando che un colore poteva in realtà nascondere una tavolozza o, per lo meno, una striscia con molte sfumature, pronte a trasformarsi puntualmente in altrettanti partiti (e simboli). Accanto alla Federazione dei Verdi (quelli del sole che ride) erano già spuntati i Verdi Verdi (dell'orsetto), i Verdi Federalisti (del girotondo di bimbi) e altri gruppuscoli, eppure non erano sufficienti. Forse, erano semplicemente troppo piccoli per contare davvero e portare avanti quelle battaglie e quei progetti che - a detta di chi era della partita - sotto il sole ridente erano stati pressoché abbandonati.
Doveva essere la fine del 1993 o l'inizio del 1994, quando presso la sede dell'associazione ambientalista Kronos 1991, iniziarono a riunirsi un po' di persone: il presidente stesso di Kronos, Silvano Vinceti (non ancora alla guida del Comitato nazionale per la salvaguardia dei beni storici, culturali e ambientali e soprattutto non ancora noto come cercatore di Caravaggio e di Monna Lisa, o per lo meno di ciò che restava di loro), Maurizio Lupi dei Verdi Verdi, Laura Scalabrini dei Verdi Ambientalisti, Enrico Balducci del pugliese Ambiente Club, ma anche alcuni ex esponenti dei Verdi (o, per lo meno, sedicenti tali) come Lele Rizzo e Federico Clavari, già portavoce e tesoriere del sole che ride. Si capì presto che quello che occorreva era un nuovo partito, autenticamente ambientalista, da proporre in alternativa alla Federazione dei Verdi: per prima cosa occorreva battezzarlo. 
Per qualcuno era meglio prendere una strada diversa, scegliere un nome che puntasse all'ambiente ma lasciasse perdere il verde, per distinguersi davvero dagli altri; alla fine, però, si preferì coniare la denominazione "Verdi liberaldemocratici", che a qualcuno piaceva proprio perché permetteva di dire che c'erano "altri" Verdi e non c'era alcun motivo per un ambientalista per stare per forza a sinistra. Che verso destra si muovesse qualcosa, fu chiaro a tutti proprio a febbraio del 1994: "Un terzo dei Verdi è con noi" fu pronto a dichiarare ai giornali il generale Luigi Caligaris a nome di Forza Italia, riferendosi a suoi contatti con Vinceti, Rizzo e Clavari. "Quelli? Sono tre carneadi strumento di Pannella quando nel 1985 pensava di impadronirsi anche dei Verdi - ribattè piccato Gianni Mattioli per il sole che ride -. Sono tre radicali mai diventati Verdi: se ora vanno con la Lega o con Forza Italia non fanno che continuare la loro migrazione".
Carneadi o no, il partito nacque: al nome associò come simbolo un anemone azzurro, ovviamente piazzando la parola "Verdi" maiuscola e in bella vista, col fiore seminascosto proprio come il sole che ride. Qualcuno, a dire il vero, si sfilò prima ancora di cominciare (i Verdi federalisti della Scalabrini), qualcun altro pensò effettivamente più a Forza Italia o a partiti di quell'area che al nuovo progetto. "Molti dei personaggi confluiti nel nuovo soggetto politico - avrebbe scritto vari anni dopo Roberto De Santis, che del partito divenne il segretario - conservavano nel loro Dna caratteristiche e modalità tipiche dei loro cugini presenti nello schieramento di centro sinistra: solo meri e semplici calcoli elettorali che potevano utilizzare per proiettarli sulla scena politica. Nessuno di questi signori era particolarmente interessato alla nuova elaborazione culturale e programmatica dei Verdi liberaldemocratici, in quanto ancora legati ed ancorati a vecchie campagne ideologiche e dogmi del movimento verde quali ad esempio il No al nucleare, la forte presenza dello stato nei beni ambientali, etc." 
Nel 1995 i Verdi liberaldemocratici si avvicinarono alla proposta di Assemblea costituente lanciata da Mario Segni, mentre l'anno dopo presentarono il loro simbolo alle elezioni politiche: quella volta l'accordo con Forza Italia sembrava cosa fatta, con la possibilità di avere un rappresentante in Parlamento. Qualcuno, tuttavia, remò contro (forse perché non amava la presenza di altri ambientalisti, forse perché semplicemente il posto in Parlamento serviva a qualcun altro) e non se ne fece niente. Quella volta il Polo perse, di poco ma perse: forse non sarebbero bastati i voti dei Verdi liberaldemocratici, ma certamente avrebbero fatto comodo.  Fu quello uno degli ultimi atti dei Verdi dell'anemone: tra il 1997 e il 1999 fecero perdere del tutto le loro tracce. Ma De Santis e altri sarebbero tornati: le sfumature del colore verde non erano certo finite.

martedì 19 febbraio 2013

Verdi, ma quali?

Il fatto è che a qualcuno l'idea che degli ex demoproletari fossero diventati tutt'a un tratto verdi non è andata proprio giù. Per loro i Verdi Arcobaleno erano stati né più né meno che una lista farlocca, di quelle create per spillare voti ai Verdi quelli veri, che stavano fuori da ogni schieramenti; la fusione di quella lista con la Federazione delle Liste Verdi non era stata per loro un rafforzamento, ma una sorta di colonizzazione, che aveva distrutto il movimento ambientalista autentico e messo il partito nelle mani di marxisti che avevano riproposto le loro idee, pur ammantandole di un contesto "verde". "Una certa sinistra - scrive Roberto De Santis nel suo libro Da una "grigia" ad una "verde" politica - colse nel movimento ambientalista un’opportunità per rimodulare i vecchi temi di sinistra in un nuovo contenitore sostenendo la tesi che entrambi i movimenti avevano come comune denominatore un nemico comune, ovvero il progresso, dunque il consumismo, che aveva determinato la crisi della nostra civiltà".
Fosse vero o meno, qualcuno lo pensava sul serio: così, quando quella volpe sarcastica di Andreotti aveva scodellato quella frase "I Verdi? Sono come i cocomeri, verdi fuori e rossi dentro" (che poi si rifaceva al paragone spregiativo che Mussolini aveva stabilito tra gli operai della Fiat e i fichi, appunto neri fuori e rossi dentro), si erano affrettati a dargli ragione. Qualcuno non si era accontentato di assentire e aveva cercato di costruire qualcosa di alternativo, anche solo per dispetto.
Così, nel 1992, la Federazione dei Verdi consegna il suo contrassegno del sole che ride, riprodotto finalmente a colori, anzi ne consegna diverse varianti (compresa quella dei Verdi Arcobaleno e con la colomba al posto del sole, perché non si sa mai che qualcuno copi); i presentatori degli emblemi, in compenso, scoprono che in bacheca sono finiti anche altri emblemi che mettono in allarme i big del partito. Uno, ad esempio, è stato depositato da Maurizio Lupi, un piemontese - niente a che vedere con il suo omonimo che in seguito sarebbe stato tra gli esponenti più noti del Pdl - che, in uno sforzo di fantasia, ha chiamato la sua creatura politica Federazione nazionale dei Verdi-Verdi, come a dire che erano ancora più verdi, loro. La parola "Verdi", non a caso, era l'unica presente sul contrassegno (la prima volta scritta molto grande, la seconda più in piccolo, subito sotto) e risaltava, scritta in giallo, sul fondo verde chiaro; al di sopra della parola, come elemento figurativo, un orsetto sorridente colto nell'atto di salutare.
Dal Lazio, invece, spunta un altro contrassegno, destinato anch'esso a venire depositato prima di vari appuntamenti elettorali: è quello dell'ex consigliera regionale Laura Scalabrini (che, per quanto è dato sapere, aveva militato proprio nella Federazione dei Verdi). E' suo il simbolo dei Verdi Federalisti che tiene in bella evidenza la parola "Verdi" nella metà inferiore del cerchio, mentre quella superiore è caratterizzata, su fondo giallo, da un mezzo girotondo di sagome verdi di bambini che si danno la mano: una figura che, in una riproduzione piccola come quella sulle schede, potrebbe confondersi con il sole giallo su fondo verde. Allo stesso modo, ci sono altri contrassegni che emergono, a partire da quello dei Verdi di Centro già utilizzato nel 1987 (un timone sopra alla scritta "Verdi") o dal logo tricolore (caratterizzato da una grossa V e dal profilo dell'Italia) dei Verdi d'Italia.
Manco a dirlo, i Verdi sole che ride non ci stanno: per un ambientalista fresco fresco come Francesco Rutelli, quei simboli sono "forme di sciacallaggio e truffa di gruppetti a danno dei Verdi" e non possono restare impunite. A tempo debito ricorre contro quei contrassegni, ma per l'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Cassazione "Verdi" è un termine talmente generico che non si può impedire a un altro soggetto di utilizzarlo, se si riconosce nelle idee legate al pensiero verde. Nel frattempo, Rutelli e compagni hanno cercato un moto interessante per cercare di difendersi: quando il termine per la presentazione degli emblemi non è ancora scaduto, si presentano al Viminale con tre simboli dichiaratamente falsi. Uno tarocca quello del Psi, un'altro quello della Dc, un terzo scrive due volte la parola "Lega". Li presentano apposta, certi che saranno ricusati, ma con lo scopo di mettere i bastoni tra le ruote a quei disturbatori spuntati nel frattempo. Il tentativo, in ogni caso, non va a buon fine: sulla scheda i Verdi Verdi e i Verdi Federalisti ci arrivano comunque, passando attraverso l'esame del Viminale e quello - già ricordato - dell'Ufficio elettorale presso la Cassazione. Con quegli emblemi, la Federazione dei Verdi dovrà convivere a lungo, oltre dieci anni: di storie da raccontare non ne mancano di certo.