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giovedì 15 dicembre 2016

La Dc ritorna il 26 febbraio: parola di giudice

Fusse che fusse la vorta bbona. Si può sorridere, ricordando il leit-motiv del barista Bastiano da Ceccano, il personaggio con cui Nino Manfredi per tanto tempo ha conquistato il pubblico in televisione e non solo. Eppure potrebbe essere questo, declinato dal ciociaro in tutti gli accenti dialettali, il pensiero di chi, dentro di sé, è sempre stato democristiano. La notizia, infatti, da ieri è ufficiale: la Democrazia cristiana, o perlomeno qualcosa che vuole somigliarle molto, tornerà e si riunirà, per due giorni. L'appuntamento è già stato fissato per il 25 e 26 febbraio 2017
La notizia, in sé, può non sembrare nuova: di tentativi di rimettere in moto la Dc, da Flaminio Piccoli in poi, se ne sono visti tanti, anche passando attraverso le aule di tribunale, luoghi in cui ogni tentativo si è puntualmente arenato e schiantato. Prima d'ora, tuttavia, non c'era mai stato un provvedimento di un giudice che decidesse ufficialmente la convocazione degli iscritti: a fissare la data, infatti, è stato il giudice del Tribunale di Roma Guido Romano, su espressa richiesta di un gruppo di iscritti. Niente di clandestino o di carbonaro, dunque; niente di improvvisato, visto che il procedimento era iniziato a metà maggio.
Tra i promotori della richiesta di riunire i democristiani, peraltro, c'è un vero campione di scudo crociato. Si tratta di Alberto Alessi, il cui cognome a un vero drogato di politica dice già molto. Suo padre Giuseppe - primo presidente della Regione Sicilia - infatti, era stato tra i fondatori della Democrazia cristiana all'epoca della clandestinità; di più, era stato proprio lui a disegnare il primo scudo crociato che poi sarebbe stato utilizzato come simbolo dal partito per gli anni a venire. Non stupisce allora che il figlio Alberto, deputato per tre legislature (prima per la Dc, poi - per pochi mesi - per il Ccd), cerchi da tempo di riattivare il partito la cui storia coincide, sostanzialmente, con la sua.
Alessi, dunque, si era rivolto al tribunale di Roma assieme ad altre quattro persone, tra cui Nino Luciani, professore di scienza delle finanze e primo firmatario dell'istanza, Renato Grassi, Luigi D'Agrò e Renzo Gubert, per chiedere ai giudici di convocare l'assemblea degli iscritti a norma dell'art. 20, comma 2 del codice civile: in base a questo, se quell'organo di un'associazione non viene convocato dagli amministratori quando lo chiedono gli iscritti, può provvedere il presidente del tribunale. Il fatto è che, in base a quella disposizione, occorrerebbe che la richiesta provenisse dal 10% dei soci ("un decimo degli associati", dice il codice): altri tentativi erano stati fatti in precedenza secondo questa via (anche da Alessi e Luciani a giugno del 2014), ma la convocazione d'ufficio era sempre stata negata, perché nessuno era stato in grado di produrre gli elenchi dell'ultimo tesseramento valido effettuato dalla Democrazia cristiana, quello del 1992; in assenza di quelle liste, si era ritenuto che la richiesta di pochi sedicenti iscritti fosse inammissibile, dal momento che i tesserati al partito all'inizio degli anni '90 superavano il milione, dunque i richiedenti non potevano rappresentarne il 10%. 
Questa volta, invece, la domanda di Alessi e degli altri è stata completamente accolta: ciò significa che un elenco è stato prodotto, altrimenti non ci sarebbe stato motivo per cambiare idea rispetto alle decisioni precedenti. Le vecchie liste di un quarto di secolo fa, tuttavia, non sono mai riemerse (nonostante i tentativi di ricostruirle), per cui i ricorrenti hanno ritenuto di poter consegnare al giudice l'unico elenco certamente disponibile: quello di chi risultava tesserato in uno degli ultimi tentativi di rimettere in pista la Dc, che aveva portato alla segreteria l'ex ministro Gianni Fontana
Quel percorso, a dire la verità, fu bloccato proprio dal Tribunale di Roma nel 2013 - tra l'altro, dallo stesso giudice Guido Romano, che ha curato dall'inizio l'istruzione del procedimento iniziato a maggio da Alessi - sulla base di alcuni ricorsi che avevano contestato la procedura con cui si erano convocati prima il Consiglio nazionale, poi il (XIX) congresso del partito nel 2012. Per Alessi e gli altri, tuttavia, questo è un particolare secondario: quella, secondo loro, è stata l'occasione per 1742 dei vecchi iscritti alla Democrazia cristiana di rinnovare la loro adesione al partito e ai suoi ideali, dunque è da queste persone che occorre ripartire se si vuole riprendere il discorso interrotto all'inizio del 1994. I cinque promotori hanno presentato, oltre all'elenco, oltre 200 deleghe di rappresentanza di altrettanti sedicenti iscritti: il giudice ha ritenuto che il numero di richiedenti fosse superiore al 10% degli associati. Romano, nella sua ordinanza di ieri, ha addirittura precisato che non era nemmeno necessario rivolgersi prima agli organi interni per la convocazione dell'assemblea degli iscritti, "attesa la decadenza di tutti gli organi sociali, e conseguentemente l’assenza stessa dell’organo cui chiedere la convocazione dell’assemblea": questo, tra l'altro, potrebbe significare la non permanenza della qualità di legale rappresentante della Dc in capo ad Alessandro Duce, ultimo segretario amministrativo del partito (nel 1994) prima del cambio di nome in Ppi. 
Unica condizione che il giudice aveva posto - nell'ordinanza del 25 ottobre, seguita all'udienza del 18 ottobre - era stata la "necessità di documentare la disponibilità di una sala adeguata ove tenere l'assemblea dell'associazione per una data compresa tra il 20 e il 28 febbraio 2017", vale a dire sufficientemente capiente per poter ospitare tutti gli iscritti, se questi volessero in ipotesi partecipare in massa. Il gruppo dei promotori si è dato da fare e ha fatto riservare un'enorme sala all'hotel Ergife, la Leptis Magna, da oltre 2mila posti. E, a pensarci bene, non poteva che ripartire da lì, dal "congressificio d'Italia" - non solo per la politica - la marcia del partito che ha fatto la storia e la cronaca di questo paese, quando operava e anche quando qualcuno ha cercato di rimetterlo in pista. 
Certo, in questo procedimento non è tutto chiaro: sarebbe facile sostenere che il giudice avrebbe convocato sì una Democrazia cristiana, ma non quella storica, bensì quella "sospesa" di Fontana. A obiezioni simili, tuttavia, i promotori scuotono la testa: "Il giudice ci ha dato ascolto - spiega Pellegrino Leo, altro democristiano da anni impegnato per il ritorno del partito - e ha convocato l'assemblea degli iscritti della Dc, su questo non ci sono dubbi e questa è l'unica cosa che conta. L'assemblea è convocata il 25 febbraio alle ore 21 in prima convocazione, il 26 alle ore 10 in seconda convocazione. Tutto qui, tutto assolutamente chiaro". In quel giorno, l'assemblea degli iscritti si ritroverà sulla base di un ordine del giorno limitato a tre punti: nomina del presidente pro tempore dell'assemblea e del segretario verbalizzante; nomina del presidente dell’associazione (art. 36 cc e principi generali del diritto); varie ed eventuali. Il passaggio, dunque, servirà essenzialmente a dare un legale rappresentante alla "associazione non riconosciuta Democrazia cristiana", per poi permetterle di continuare la sua vita, se e come lo vorrà.
Andrà tutto liscio? E' ragionevole pensare di no, se non altro perché qualcuno - magari un altro gruppo di iscritti o i legali rappresentanti di ciò che resta del Partito popolare italiano, tuttora esistente e probabile continuatore giuridico dell'esperienza della Dc - potrebbe fare ricorso e vanificare il percorso iniziato mesi fa. Gli stessi promotori si attendono ricorsi da parte di qualcuno, "ma - precisa Pellegrino - non siamo preoccupati. A molti di coloro che negli anni si sono messi di traverso ad altri tentativi di riattivare la Democrazia cristiana abbiamo chiesto di cessare le ostilità, mettendo in chiaro una cosa: noi il patrimonio che fu della Dc e che negli anni in tanti si sono spartiti non-lo-vo-glia-mo. Vogliamo solo far tornare e ripresentare agli italiani con un programma diverso e nuovo il partito in cui non abbiamo mai smesso di riconoscerci e che nel 1994 è stato fatto sparire, senza che gli iscritti fossero realmente consultati su questo. Ci è voluto quasi un quarto di secolo e forse servirà ancora altro tempo, ma un passo avanti lo abbiamo fatto". Basterà, per rimettere insieme i pezzi dello scudo crociato?

giovedì 3 dicembre 2015

La Dc pronta alla campagna di Roma?

Che si voti a Roma la prossima primavera è praticamente certo. Che Alfio Marchini si candiderà a sindaco, anche; chi lo appoggerà e quali saranno i suoi concorrenti principali, è ancora dubbio. Tra i potenziali contendenti, peraltro, ne spunta uno inatteso. Non si tratta di una persona, ma di un partito, e che partito: nientemeno che la Democrazia cristiana, la quale - si assicura in un comunicato - "parteciperà alle prossime elezioni comunali di Roma con un proprio candidato, una propria lista e un proprio programma".
Come la Dc? Anzi, verrebbe da dire "quale Dc?", visti i vari tentativi di far agire quel partito che negli anni si sono succeduti. Probabilmente è più facile dire di quale Democrazia cristiana non stiamo parlando, anche se immancabilmente ognuna di quelle formazioni ritiene di essere "quella vera" o, almeno, "quella buona". La Dc che punta a Roma, dunque, non è quella di Giuseppe Pizza (della quale si sono perse le tracce da un po' di tempo, dopo il leggero bagno di notorietà del 2008 e anni seguenti), né quella che si riconosce nella segreteria del friulano Angelo Sandri, né uno dei vari comitati messi in piedi negli anni, tra gli altri, da Raffaele Cerenza, Raffaele Lisi, Giuseppe Potenza e altri. 
A puntare al Campidoglio, in questo caso, è un gruppo di persone di tutta Italia coordinate da Pellegrino Leo, già sindaco di Caltabellotta, uno che non ha mai smesso di chiamarsi "democratico cristiano". Era stato lui, nei mesi scorsi, a rivolgersi agli ultimi due Presidenti della Repubblica (Napolitano e Mattarella) per chiedere che lo scudo crociato venisse restituito all'unico partito che poteva vantarne l'uso tradizionale richiesto dalla legge. La Democrazia cristiana, appunto. 
Ma sulla base di cosa Leo chiedeva ciò e pensa oggi di presentare una lista alle amministrative di Roma? La base giuridica è sempre la stessa: la sentenza n. 25999/2010 della Corte di cassazione a Sezioni civili unite che, confermando la pronuncia n. 1305/2009 della Corte d'appello di Roma, avrebbe sostenuto che la Dc non era mai stata sciolta e aveva irregolarmente cambiato nome in Partito popolare italiano all'inizio del 1994, in mancanza di un congresso. Questo, per lui, significa che il partito che fu di De Gasperi e guidato nel 1992 da Mino Martinazzoli non solo esiste ancora, ma è diverso da ogni altro soggetto politico e, come tale, può anche concorrere per la guida della capitale. 
L'occasione è troppo ghiotta perché Leo non ne approfitti per accusare chi, negli ultimi vent'anni e oltre, secondo lui ha commesso "una ingiustizia, truffa, inganno, falsità". "La trasformazione della Dc in Ppi del gennaio 1994 - accusa Leo - è stata un’operazione illegale, contraria alla legge, allo statuto e al codice civile, un’operazione interessata di pochi, che però ha travolto quasi tutti gli iscritti e gli elettori, privati artificiosamente del loro Partito di riferimento". Tutto ciò, per mano di "alcuni leader democristiani, che avrebbero dovuto invece difenderne la storia, i valori, nonostante le difficoltà sociali che hanno caratterizzato gli anni ’90". E se "pochi hanno deciso la trasformazione della Democrazia Cristiana in Ppi e successive sigle, che negli anni si sono succedute", "molti si sono ritrovati senza Partito di riferimento ed hanno, via via, abbandonato la partecipazione alla vita politica" preferendo il non-voto, mentre "chi non ha accettato tale trasformazione ha agito in tutti questi anni, per far riprendere alla Dc la sua attività politica".
Quella delle amministrative di Roma sarebbe indubbiamente un'ottima vetrina per cercare di ridare spazio alla Democrazia cristiana e recuperare consenso tra gli elettori. Per questo, Leo e gli altri, che a tempo debito cercheranno di raccogliere le firme necessarie, hanno già preparato un programma elettorale "diverso e nuovo, perché parla al portafogli della gente". Un programma breve, senza troppi punti che si prestano inevitabilmente a restare inadempiuti. Il primo e più importante di questi, peraltro, è piuttosto ambizioso: introdurre la "stampa della moneta complementare comunale locale, come biglietto comunale a corso legale". 
L'idea sarebbe di affiancare all'euro una valuta diversa, per aiutare l'economia a riprendersi: "in Svizzera c'è il Wir, in Sardegna il Sardex, gli esempi ci sono in giro e funzionano - spiega Pellegrino Leo -. Mancano i soldi? Non è un problema, si stampano, come fanno anche altri stati. Noi possiamo costruire una valida alternativa al sistema del debito pubblico usato fin qui e che ci porterà a finire come stato". Questa moneta complementare, nell'intenzione della Dc, dovrebbe essere distribuita in particolare ad alcune categorie di persone, per poterle sostenere: innanzitutto le casalinghe ("il loro lavoro finora non è stato seriamente riconosciuto") e i disoccupati, poi i titolari di pensione minima e gli esodati, gli studenti di ogni ordine e grado e i turisti, perché possano contribuire al rilancio dell'economia.
L'assistenza alla persona sarebbe perseguita aprendo nuovi asili comunali gratuiti e lo "sportello del cittadino romano", offrendo assistenza nei confronti delle banche: "l'idea - chiarisce Leo - è di far recuperare alla gente gli interessi usurai pagati sulle varie operazioni degli istituti di credito". Si pensa poi all'ambiente, introducendo un diverso trattamento dei rifiuti umidi ("con una nuova tecnologia coreana") per ottenere concime liquido e solido, pellet e mangime e puntando di più sull'uso delle turbine per produrre energia elettrica.
Nel programma della Dc firmato Leo c'è anche il tentativo di alleviare la situazione drammatica della viabilità di Roma, istituendo corsie preferenziali per gli autobus in tutta la città, con un biglietto giornaliero che ai romani costi solo 1 euro ("i turisti li facciamo girare gratis") e, soprattutto, chiudendo le buche e pulendo i tombini ("perché, se non lo fai, che ci stai a fare come sindaco?").
Sono questi i punti fondamentali del programma della Dc, con cui il gruppo coordinato da Pellegrino Leo cercherà di farsi conoscere e raccogliere le firme, nella speranza di partecipare alle elezioni. Sono certi di riuscirci? "Io la battaglia la faccio - conclude Leo - e la porto avanti, per dire che la Democrazia cristiana c'è ed è viva: troppa gente si fa prendere dalla tentazione di dire che la Dc è morta o non c'è più spazio per lei. E' ora di dimostrare che non è così". Anche per questo, nel comunicato sfodera per la prima volta da anni lo scudo crociato della Dc del 1992, l'ultimo davvero utilizzato dal partito prima della trasformazione in Ppi: non lo avevano utilizzato né Pizza, né Sandri, né Duce, né Gianni Fontana, né i vari altri tentativi di "risvegliare" la Dc. Un dettaglio da poco, all'apparenza, ma un segno di continuità voluta e ricercata: almeno questo va riconosciuto.

lunedì 25 agosto 2014

Ritorneremo democristiani: la Dc "dal basso" (e di iscritti fedeli) targata Leo

Lo si è visto un mese fa: per qualcuno, l'autunno che viene scatterà l'ora della Dc o, meglio, del suo ritorno. Il comitato degli iscritti 1992/1993 alla Democrazia cristiana, presieduto da Raffaele Lisi, scalda i motori per tentare di convocare correttamente il XIX Congresso nazionale del partito, ripartendo dal punto in cui tutto si era fermato, all'inizio del 1994. Del percorso immaginato da Lisi si è già detto; c'è chi, però, non condivide quel disegno e pensa a un'altra via, per una Dc che rinasca dal basso, fatta solo da chi – dopo il 1994 – non l'ha mai "tradita" politicamente.
Il progetto è di Pellegrino Leo, di cui avevo già ospitato una lettera per il Presidente della Repubblica, scritta con uno scopo preciso: chiedere al Quirinale di intervenire per far cessare l'uso dello scudo crociato da parte di chi non ha titolo di fregiarsene. A partire, a detta di Leo, dall'Udc che alle ultime elezioni europee lo ha affiancato al simbolo del Nuovo centrodestra: il Viminale aveva riconosciuto al partito di Cesa l'uso "tradizionale" dello scudo e aveva ricusato gli emblemi degli altri soggetti che contenevano quel segno. 
Anche Pellegrino si era visto bocciare il suo contrassegno, con scudo arcuato su fondo bianco e bordo del cerchio blu; non ha impugnato la decisione del Ministero "per spirito di italianità" e per non tenere le elezioni appese a ricorsi, ma la ricostruzione del Viminale non gli è andata giù. Ma quale "uso tradizionale" per l'Udc, ha protestato nella lettera a Napolitano: "a usare lo scudo fin dalla fase costituente di questo paese è stata la Democrazia cristiana". Partito che, come ha accertato la magistratura, non è mai stato sciolto. Da lì, Leo deduce che nessun soggetto politico dal 1994 a oggi è in continuità giuridica con l'esperienza della Dc o ne ha usato correttamente il simbolo. La Democrazia cristiana, non essendosi sciolta, esisterebbe ancora, ma ora sarebbe "in sonno" e, soprattutto, del tutto priva di dirigenti locali o nazionali: ogni carica sarebbe scaduta da tempo. Come si può dunque riattivare il partito?
Secondo Pellegrino Leo, bisogna tenere conto di varie disposizioni dello statuto della Democrazia cristiana, in base alle quali l'adesione "ad associazioni o movimenti aventi finalità politiche o ideali contrastanti con quelle del Partito" è incompatibile con l'iscrizione alla Dc (art. 8, comma 1) e i soci "che si presentino come candidati alle elezioni politiche in liste e collegamenti diversi da quelli della Democrazia Cristiana o comunque non approvati dagli organi competenti del partito" sono dichiarati come non più appartenenti al partito (art. 118, comma 2, anche se la dichiarazione toccherebbe alla Direzione nazionale e ci sarebbe la possibilità di ricorrere ai probiviri per contestare quel provvedimento). 
Per Leo (a differenza di quanto pensa Lisi), chiunque dopo il 1994 si sia iscritto anche solo una volta a un altro partito, non può far parte dell'operazione di "ricostruzione". Lo stesso vale per chi si è comunque candidato in altre liste, visto che di certo il partito "dormiente" non poteva dare alcun consenso. Il discorso varrebbe innanzitutto per chi ha aderito a Ccd e Ppi (il "parto gemellare" del gennaio 1994): chi si è iscritto, per Leo, lo ha fatto spontaneamente, convinto che il percorso da seguire fosse quello, senza porsi problemi sulla "sopravvivenza" della Dc.
Se le cose stanno così, quale strada potrebbe far tornare la Dc? Pellegrino Leo crede di averla trovata in un provvedimento del Tribunale civile di Roma emesso il 23 giugno 2014, a seguito di un'istanza presentata da lui, nonché da Alberto Alessi e Nino Luciani (che mesi prima hanno fondato la Democrazia cristiana nuova, un "partito ponte" che consenta di portare avanti gli ideali della Dc fino al suo ritorno anche giuridico). I tre a maggio avevano chiesto al Tribunale di convocare l'assemblea nazionale degli iscritti alla Dc a norma dell'art. 20 del codice civile. La norma, tuttavia, prevede che la convocazione dell'assemblea sia richiesta da almeno un decimo degli associati e per il giudice designato era "notorio" che Leo, Alessi e Luciani non rappresentassero un decimo degli iscritti alla Dc. Il loro ricorso è stato dichiarato inammisibile, ma nella risposta del magistrato può esserci la strada da percorrere: per convocare l'assemblea (che coinciderebbe con il congresso, l'organo sociale più simile all'assemblea del codice civile) ci vuole il 10 per cento degli associati.
Il problema, però, sono i numeri: quanti sarebbero gli iscritti alla Dc, sui quali calcolare quel decimo? Per il giudice, i ricorrenti non avevano prodotto "le ultime liste disponibili degli iscritti" all'associazione: quegli elenchi, relativi al 1993 o tutt'al più al 1992, in effetti non sono facili da trovare. Di certo il numero da raggiungere sembra alto: nel 1988, al XVIII Congresso nazionale parteciparono 1.862.000 iscritti. Al 1992/1993 il numero dovrebbe calare di molto, un po' per la crisi che la Democrazia cristiana stava affrontando (si parla di 850mila soci del 1993), un po' perché dal conto dei tesserati bisognerebbe togliere i morti – non pochi, compresi tanti nomi eccellenti – e coloro che dal 1994 hanno aderito ad almeno un partito, a partire da chi (secondo questa ricostruzione) si è legato dall'inizio al Ccd e al Ppi. Senza liste, però, fare conti e supposizioni sulla quota da raggiungere è inutile.
Come fare allora? Pellegrino Leo un sistema ritiene di averlo trovato. Se la Dc non è mai stata sciolta, pur priva di dirigenti, sarà ancora dotata di iscritti (quelli dell'ultimo tesseramento valido del 1993, tolti i defunti e coloro che sono passati ad altri partiti) e le stesse sezioni, pur chiuse da anni, non sono mai state soppresse. Basterebbe dunque che anche solo una persona tra coloro che sono rimasti iscritti "riaprisse", anche fisicamente, le sezioni paese per paese. In mancanza di organi dirigenti, toccherebbe a quell'iscritto convocare una riunione degli iscritti e darne notizia con avviso affisso al di fuori della sezione; per abbondare (ed evitare che qualcuno non si senta chiamato in causa), la convocazione sarebbe resa nota anche attraverso la pubblicazione nell'albo pretorio comunale e i mezzi di comunicazione locali. 
Coloro che si presenteranno alla riunione e risulteranno conformi ai requisiti visti prima, saranno considerati iscritti (al limite, potrebbe non venire nessuno) e la sezione potrà riprendere la sua attività come da statuto; gli altri, almeno in questa fase, dovranno aspettare. Una volta che lo stesso procedimento sarà completato in tutta l'Italia – magari cercando di svolgere quelle assemblee tutte negli stessi giorni nei territori vicini – si avrà la mappa completa dei democristiani di oggi. Solo allora si potrà sapere il numero totale degli iscritti e, dunque, quanti dovranno chiedere – rappresentando un decimo dei soci – la Convocazione del congresso nazionale della Dc al presidente del Tribunale di Roma.
Solo allora, dunque, la macchina della Democrazia cristiana potrà finalmente ripartire. Ad avviarla, nel caso, sarà un manipolo di illustri sconosciuti, visto che i nomi più noti della Dc – tra quelli rimasti in vita – hanno quasi tutti militato sotto altre sigle, da Forza Italia ad An, dalla Margherita al Pd, oltre ovviamente alla popolata galassia parademocristiana (Ppi, Ccd, Cdu, Udc, Dca e tutte le varie formazioni che hanno tentato di far rivivere lo storico partito). Convocato per via giudiziaria il congresso e ricostituiti i nuovi organi, ci sarà di nuovo spazio per tutti, a partire dai vecchi campioni di scudo crociato ancora in salute. Da qui ad allora, però, Leo e gli altri compagni di viaggio avranno molto da fare, città per città, sezione per sezione. E, soprattutto, dovranno convincere chi di dovere che Dc e Ppi giuridicamente erano due soggetti diversi: non sarà facile, ma ci proveranno.