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giovedì 16 gennaio 2025

Pellegrino Capaldo e la politica, tra la Dc, l'Udr e l'Europa Popolare

I media in questi giorni hanno dato notevole spazio alla morte di Furio Colombo, sia per il suo lungo impegno giornalistico, sia per la parentesi politica (deputato Pds-Ds dal 1996 al 2001, eletto nel collegio di Torino 6 sotto le insegne dell'Ulivo; senatore Ds dal 2006, fu rieletto alla Camera per il Pd nel 2008). La notizia era certo meritevole di attenzione, ma chi appartiene alla categoria dei #drogatidipolitica potrebbe notare come abbia avuto assai meno risonanza la morte - lo stesso giorno di Colombo, il 14 gennaio - di un'altra persona che ha incrociato la politica, pur avendo operato soprattutto in altri ambito: Pellegrino Capaldo.
Accanto alla sua formazione economica (e del suo lungo insegnamento universitario) e della sua rilevante esperienza come banchiere (a capo della Cassa di Risparmio di Roma dal 1987 e della Banca di Roma tra il 1992 e il 1995, ma non mancarono pagine più delicate, come il ruolo di proboviro per l'affaire Ior-Banco ambrosiano, o più oscure, come il coinvolgimento nella vicenda Federconsorzi), infatti, non può certamente essere dimenticata la lunga militanza all'interno della Democrazia cristiana. Più che in questo, però, l'esponente dei #drogatidipolitica può trovare interesse soprattutto in un'esperienza decisamente più effimera, ma a suo modo determinante nella storia della Seconda Repubblica: Capaldo, infatti, fu tra coloro che concorsero alla nascita dell'Unione democratica per la Repubblica, vale a dire l'Udr vagheggiata, voluta e poi abbandonata (due volte) da Francesco Cossiga.   
Il 19 febbraio 1998 - a meno di due anni dalle elezioni che avevano segnato la vittoria dell'Ulivo e avevano portato per la prima volta Romano Prodi a Palazzo Chigi - il Corriere della Sera diede notizia di un pranzo dell'ex Presidente della Repubblica, già intento a pensare alla sua creatura politica di centro e da collocare nettamente al di fuori del Polo di centrodestra, con Ciriaco De Mita, Biagio Agnes e, appunto, Capaldo, fuori da Banca di Roma da quasi tre anni ma con un'aura da superconsulente non solo economico (e dalla storia certamente democristiana come gli altri commensali). Che il percorso di riavvicinamento di Cossiga alla politica italiana - ammesso che, da senatore a vita, se ne fosse mai allontanato - fosse iniziato da mesi era cosa nota: il 18 novembre, per esempio, si tenne una riunione all'Hotel Leonardo da Vinci in cui parlarono proprio Cossiga (che regalò all'inizio una battuta fenomenale rivolta ai fotografi, tuttora ascoltabile attraverso Radio Radicale: "Innanzitutto bisogna vedere quanti di voi hanno le PELLICCOLE nella macchina: la mia lunga esperienza mi DICCE che la maggior parte delle fotografie non SONNO scattate!") e il politico che in quel momento più si era esposto a lavorare per un polo moderato alternativo alla sinistra, vale a dire Bruno Tabacci. E proprio Tabacci fece sapere, parlando coi giornalisti, che il progetto si era mosso all'inizio "anche con l'aiuto di un gruppo di intellettuali che attorno al professor Capaldo credo intendono a riprendere il cammino [...] e hanno voglia, per quel che riguarda il mondo cattolico, richiamati anche in un recente convegno dal cardinal Ruini, di impegnarsi, e per quel che riguarda intellettuale di altre aree [...] di concorrere a costruire questo disegno che vorrebbe sfuggire a un certo tentativo egemonico che ci appare in atto". 
Il cammino lo avrebbero ripreso, ma più avanti, quando formalmente l'Udr era già nata come soggetto politico. Il 28 giugno 1998 sempre il Corriere diede notizia del varo di un nuovo soggetto politico (non un partito), denominato Movimento per l'Europa popolare (Mep), di cui pubblicò come inserzione a pagamento anche il manifesto: Capaldo era tra i firmatari, ma c'erano anche - tra gli altri - presidenti emeriti della Corte costituzionale (Francesco Paolo Casavola e Antonio Baldassarre), Angelo Maria Petroni (futuro consigliere d'amministrazione Rai), l'economista ed ex (e futuro) ministro Paolo Savona, il giurista Sergio Cotta e soprattutto Emilio Colombo, ex presidente del Parlamento europeo e solo tre anni prima impegnato in prima linea nella battaglia per non portare il Ppi nel centrodestra. In vista delle elezioni europee del 1999 e per promuovere maggiormente l'Unione politica (insieme a quella monetaria), Capaldo e gli altri volevano dare un contributo determinante alla creazione di una "corretta dialettica tra forze politiche europee - diverse per valori, principi, programmi e struttura - essenziale per lo sviluppo democratico delle istituzioni europee e per il conseguimento dell'Unione politica". E se a "sinistra" si stava consolidando lo schieramento progressista, "costituito dai tradizionali partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti europei, cui vanno aggregandosi i partiti già comunisti, uniti nel Partito socialista europeo", occorreva che anche in Italia si componesse "un vasto schieramento - autenticamente democratico - che si inquadri o si riferisca al Partito popolare europeo e ai suoi impegni politici e programmatici per l'Europa" (il che poteva lasciar sospettare che, nello schieramento di centrodestra di quel momento, il tasso di democrazia non fosse del tutto soddisfacente, anche solo con riguardo ad alcuni dei suoi membri; non si dimentichi, tra l'altro, che Forza Italia in quel periodo non era ancora partito membro del Ppe, anche se i suoi europarlamentari erano iscritti al gruppo popolare europeo). Il Mep, in particolare, si proponeva "di concorrere alla diffusione della storia, dei valori, dei principi politici e del programma del Partito popolare europeo, in collaborazione con i partiti e i movimenti che li condividono" e voleva concorrere "alla promozione, alla formazione e al sostegno di liste comuni o comunque collegate al Partito popolare europeo nelle prossime elezioni per il Parlamento dei popoli dell'Unione".
Dopo il lancio del movimento - al quale aderì anche Cesare Romiti, subito dopo aver lasciato l'incarico di presidente e amministratore delegato Fiat - dovette passare qualche mese per la sua prima iniziativa pubblica: questa si tenne il 19 novembre 1998, presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani (gentilmente concessa dal presidente del Senato - del Ppi, dunque ex democristiano - Nicola Mancino). Nel frattempo - va detto - Tabacci aveva già preso una certa distanza da Cossiga e dall'Udr nel frattempo nata, lasciandone il ruolo da vicesegretario per avvicinarsi decisamente al Ccd di Pierferdinando Casini e invocandone l'apertura ai laici. "Siamo venuti a porre la nostra tenda vicino alla politica attiva, ma non dentro il palazzo" disse in apertura dell'evento l'ex Ppi e Ccd Stefania Fuscagni, presentando tra l'altro il simbolo del movimento, già presente sulla pagina pubblicata dal Corriere ed elaborato dal pubblicitario e comunicatore Gavino Sanna: si trattava di una rielaborazione del rosone della cattedrale di Strasburgo, "un messaggio della tradizione cristiana, ma anche della cultura e della spiritualità laica" (ricordando, in qualche modo, anche il disegno dello zodiaco della meridiana solstiziale della basilica di San Miniato al Monte di Firenze). Il logo era leggermente rettangolare e - anche per la finezza dei tratti e dei caratteri - mal si prestava a essere impiegato come contrassegno elettorale; il Mep, del resto, non nasceva come partito, pur agendo in ambito politico e pre-politico.
Capaldo, in quell'evento di presentazione del movimento di cui era divenuto presidente - e cui comunque Cossiga avrebbe aderito - chiarì per bene questo punto: "Abbiamo individuato nel Partito popolare europeo il quadro di riferimento in linea con le nostre idee; vogliamo operare perché anche nel nostro Paese, permanendo una logica bipolare, nasca un grande partito di ispirazione cristiana e liberaldemocratica che si ponga in alternativa netta a un partito, che immaginiamo ugualmente grande, di ispirazione socialista. [...] Alcuni hanno voluto vedere nella nostra iniziativa, dei nostri modesti sforzi, il tentativo di risuscitare la Democrazia cristiana, ora per incoraggiare questo tentativo, ora per condannarlo. Ma la Dc, con i suoi errori ma anche ovviamente con i suoi grandi meriti nella storia del nostro Paese, non può essere rifondata in un contesto storico così diverso. La Dc è stata in gran parte un insieme di culture politiche diverse, costrette a stare insieme da uno stato di lotta contro il comune nemico, sullo sfondo di un mondo di visioni contrapposte in blocchi. D'altra parte, il Partito popolare europeo non è una Democrazia cristiana: è la casa comune di partiti che si richiamano al riformismo laico e cristiano, allo stato di diritto e alla democrazia rappresentativa; in esso confluiscono cattolici, ma anche tanti protestanti, ebrei, laici e perfino musulmani, votati alla causa comune della costruzione liberal-democratica dell'Europa. Il movimento a cui abbiamo dato vita non è e non sarà non sarà mai un partito politico: pur ritenendo che in una società come la nostra sia fondamentale il ruolo della politica e dei partiti politici, noi non puntiamo a fare un partito o a collegarci strettamente a un partito, ma non vogliamo neppure essere un puro asettico centro culturale, un centro studi".
In effetti il Mep non fu mai un partito e il logo di Sanna non finì mai sulle schede; anche quello dell'Udr cossighiana (e mastelliana), in compenso, ci finì ben poco, arrivando dilaniata alle europee del 1999 (con i cossighiani che depositarono il simbolo senza usarlo e i mastelliani che inaugurarono il campanile dell'Udeur). Il movimento promosso da Capaldo continuò a operare, con più intensità fino al 2000 e in modo meno serrato - ma senza sparire - in seguito (legato soprattutto ai nomi di Giuseppe Gargani e Angelo Sanza); Capaldo, in compenso, promosse e guidò la Fondazione Nuovo Millennio, per occuparsi comunque di formazione e studio (dando avvio a una Scuola politica). Quell'impegno, come quelli precedenti in università e in ambito bancario, quasi certamente meritano più attenzione e considerazione rispetto alle vicende che intrecciarono l'Italia politica tra il 1997 e il 1999, ma per chiunque appartenga al novero dei #drogatidipolitica si tratta di dettagli che hanno un valore immenso, come il riemergere di un logo che non fu simbolo (ed era troppo delicato per esserlo), ma merita di essere ricordato con la stessa cura con cui fu pensato.

domenica 13 dicembre 2015

Quando Mastella voleva l'Udr a ogni costo

Simbolo provvisorio dell'Udr-Udeur
presentato il 20 marzo 1999
 
C'è una soglia minima perché possano aversi litigi e scissioni? Una consistenza al di sotto della quale un partito possa considerarsi immune da contenziosi di qualche tipo? L'esperienza ci suggerisce che la risposta è no: se in un partito grande è fisiologico attendersi posizioni diversificate (succedeva, per dire, tanto nella Dc quanto nel Pci) che possono trasformarsi in scontri per la titolarità della formazione, il tasso di litigiosità maggiore si ha per assurdo nelle formazioni più piccole, in cui il numero ridotto di iscritti non diminuisce il rischio di lotte fratricide interne: lo hanno mostrato bene, anzi benissimo in casa socialista (dalla metà degli anni '90 in poi), socialdemocratica e repubblicana, tutti casi in cui gli scontri su chi rappresentasse legalmente il partito si sono puntualmente tradotti anche in querelle sul nome e sul simbolo.
Non ha fatto eccezione l'Udr, nel senso dell'Unione democratica per la Repubblica, partito fondato e ispirato da Francesco Cossiga nel 1998 ma dalla vita breve e piuttosto tormentata, vista la difficile convivenza tra le sue anime interne. Fu a febbraio del 1999, nel bel mezzo di uno degli scontri più duri tra i fedelissimi di Cossiga (che intanto aveva lasciato il suo stesso partito, tornando al gruppo misto) e i parlamentari vicini a Clemente Mastella, in quel momento segretario dell'Udr (e, prima, leader dei Cristiani democratici per la Repubblica), che qualcuno evocò la possibilità che l'ennesima baruffa potesse finire in tribunale. Perché, tra un tentativo di riequilibrio degli organi interni e la richiesta di un congresso, nessuna delle due parti voleva mollare la titolarità di nome e simbolo. 
A marzo la rottura si era consumata definitivamente: tra il 14 e il 15 del mese erano uscite le prime indiscrezioni sulla nascita di una Unione dei democratici per l'Europa a guida mastelliana, mentre il 20 era stato presentato il nuovo emblema. E guai a dire che quella che più avanti si sarebbe chiamata Udeur era un nuovo partito: per il Clemente era piuttosto "l'abito di festa per le elezioni", specialmente le europee previste per giugno. Il simbolo, tra l'altro, era un vero capolavoro di equilibrio tra passato prossimo e futuro ancora da venire: il campanile e l'elemento tricolore curvo erano nuovi, ma la sigla UDR evidenziata in rosso all'interno del nome guardava decisamente all'indietro. Era un modo come un altro per dire che le mani dal simbolo l'uomo di Ceppaloni non le voleva togliere. 
Nemmeno le persone più vicine a Cossiga, in realtà, avevano intenzione di mollare il colpo. Per loro bisognava favorire un'aggregazione di centro, nell'orbita del Ppe, che includesse pure Rinnovamento italiano e il Ppi; per questa idea, però, ci voleva la titolarità del partito. Così, mentre i cossighiani di ferro progettavano di partecipare alle elezioni europee con Rinnovamento italiano (che per l'occasione portava anche i segni del Ppe e la dicitura Europa popolare), in tribunale lo scontro non si fermava. Capirci qualcosa, tra l'altro, era dannatamente difficile: Cossiga aveva già lasciato il gruppo Udr, ma all'indomani della presentazione del primo simbolo dell'Udeur aveva annunciato una conseguente riorganizzazione del partito, ovviamente sgradita ai mastelliani. In aprile, lo scontro giuridico divenne totale, tra richieste di convocazioni di organi non accolte e soddisfatte dai giudici, espulsioni decise e annullate, nuovi soci cooptati e cancellati per via giudiziaria, senza contare che nome e simbolo dell'Udr (segretario Mastella) non erano del partito, ma dell'associazione politica Udr (a maggioranza cossighiana). 
Alla fine nelle bacheche del Viminale erano arrivati tanto il simbolo dell'Udr, quanto quello dell'Udeur, leggermente modificato rispetto alla prima versione (si doveva pur dare visibilità alla nuova sigla, pur insistendo sul richiamo alla vecchia Udr). Anche il primo fregio, per quanto se ne sa, era stato depositato dai mastelliani, che ritenevano di essere ancora titolari del partito, ma intanto per sicurezza avevano scelto di puntare anche sul "marchio" nuovo. A maggio, in realtà, nome e simbolo dell'Unione democratica per la Repubblica sarebbero tornati nelle mani di Cossiga e dei suoi fedelissimi (con Mastella pronto a minacciare nuovi ricorsi); il partito, in compenso, non avrebbe quasi più lasciato traccia. A quel punto, meglio smettere di litigare...

lunedì 17 agosto 2015

Ricordando Cossiga: i "Quattro Gatti" mai finiti sulle schede

Non è sfuggito quasi a nessuno dei media che contano, com'era prevedibile, che oggi è caduto il quinto anniversario della scomparsa di Francesco Cossiga, l'uomo che dal 1990 più di chiunque altro ha rivoluzionato la politica italiana, o almeno ha fatto di tutto per provarci. 
Dimenticate (se mai vi è rimasta in mente o l'avete vissuta) la prima lunga, lunghissima fase di politica cossighiana, quella in cui - per dirla con le parole di Filippo Ceccarelli, che ne ha tracciato più ritratti di tremenda efficacia - "giovane allievo di Antonio Segni, ondeggiò tra Taviani e Moro prima di manifestarsi provvisorio doroteo di complemento": passò in un rapido e petroso cursus honorum dagli scranni di Montecitorio a una poltrona da sottosegretario, dal Viminale a Palazzo Chigi, dallo scranno più alto di Palazzo Madama fino ad arrivare al Quirinale. E, già che ci siete, toglietevi dalla testa anche il primo lustro da Presidente della Repubblica, relativamente ordinario, come ci si poteva aspettare da un ex docente di diritto costituzionale regionale. 
Ci perdonerà - si spera - l'uomo Cossiga se quello che qui interessa di più è ciò che è accaduto dal 1990 in poi, la sua seconda vita iniziata nei panni dell'esternatore seriale, del Picconatore (non se ne ricordano altri, ma la maiuscola è tutta sua). Soprattutto, però, si può dire che dal 1990 in poi Cossiga si è continuamente messo in scena, o meglio, ha messo in scena un personaggio che portava il suo nome, ma ha assunto mille volti e maschere, a seconda che prevalesse in lui - come disse lui stesso - l'omino bianco o quello nero, la sua parte pessimista e razionale oppure quella fantastica, creativa e, soprattutto, dissacrante. 
Se ne ricordano a decine, di queste recite messe in scena sempre al solo scopo di "onorare la Nazione ed amare la Patria", come scritto nella lettera inviata postuma al Presidente del Senato. Recite in equilibrio gioiosamente instabile tra il folle conscio e lo sciamanico. Quasi che - citando ancora Ceccarelli, stavolta dal Teatrone della politica (Longanesi, 2003), di cui Cossiga è stato un protagonista indiscusso - il futuro Dj K si fosse assegnato "un ruolo di intermediario tra questo mondo e un altro misterioso; tra le forze che regolano la vita degli uomini e i simboli che da sempre ne accendono la fantasia". Una figura, dunque, che era una sorta di incrocio tra il fool dei testi di Shakespeare (che può dire la verità a costo di sembrare scombinato), il mago, anzi il majarzu sardo e l'uomo-medicina, che agisce con i fatti e con le parole ma deve sempre essere interpretato: spesso quando voleva aiutare qualcuno - lo ha raccontato anche il fidato collaboratore Paolo Naccarato - agiva contro la volontà di questi, cercando di portarlo sulle posizioni che più coincidevano con gli interessi del paese (se l'altro non lo capiva, pazienza).

lunedì 11 febbraio 2013

Toh, rispunta il campanile di Mastella...

Qualcuno, non vedendo più il suo volto imponente comparire sui teleschermi, probabilmente lo aveva dato per perso. Qualcun altro, forse, lo aveva quasi sperato, immaginandolo con base a Ceppaloni, senza più collegamenti con la politica romana e con poltrone di governo, dopo l'ultimo suo incarico di ministro della giustizia nel governo Prodi che lui stesso ha contribuito a far cadere nel 2008. E invece Clemente Mastella è tornato. O, per lo meno, è tornata la sua creatura politica, quel campanile che senz'altro c'è anche a Ceppaloni e che dal 1999 aveva scelto come suo simbolo per il partito che aveva fondato una volta terminata - non senza burrasche - l'esperienza dell'Udr con Cossiga ed altre truppe.
E pensare che, all'inizio, il contrassegno sembrava messo lì quasi a caso, per partecipare quasi a ogni costo alle elezioni europee, mentre sul precedente emblema dell'Udr si era finiti - come spesso accade in Italia - in tribunale. E che venisse proprio dall'Unione democratica per la Repubblica, Mastella l'aveva dichiarato senza problemi nel simbolo, piazzando nel mezzo la sigla UDR ben in evidenza, aggiungendo tra la D e la R giusto le due letterine "eu", come se si trovassero li per caso, pronte ad andarsene quando qualche giudice avesse dato ragione al Clementone che si riteneva ancora segretario dell'Udr. Un campanile, dunque, disegnato quasi a mano, con tanto di finestrelle e sagoma della campana nel mezzo, un tetto blu più da favola che da realtà. il tutto davanti a un elemento tricolore morbido e curvo, come uno sbaffetto di dentifricio appena servito. L'Udr formato Europa, insomma, era servita e tale sarebbe rimasta, dando pari dignità a tutte le lettere della sigla.
Col tempo il partito aveva messo radici, manco a dirlo soprattutto al Sud, facendo della Campania (e, in qualche misura, anche della Lucania) la sua roccaforte. A poco a poco il simbolo è leggermente mutato, con alcune stelle che sono inevitabilmente spuntate a contorno del campanile e con l'aggiunta di un riferimento all'area popolare in cui l'Udeur mastelliana voleva collocarsi. Era passato attraverso varie esperienze, questo soggetto politico, partecipando alla Margherita fino alle elezioni del 2001 - salvo poi sfilarsi quando si è parlato seriamente di unificazione dei partiti che l'avevano costituita - poi accogliendo al suo interno l'ultimo segretario della Dc (poi Ppi) Mino Martinazzoli alle elezioni europee del 2004, fino al nuovo sostegno - mai completo e senza tentennamenti - al centrosinistra.
Poi era arrivata la seconda caduta di Prodi, con conseguenti elezioni anticipate. Si era parlato con insistenza di un diritto di tribuna concesso all'Udeur dal Pdl - almeno finché Berlusconi non ha sospettato che il suo partito ci avrebbe rimesso in immagine - di trattative non andate a buon fine con l'Udc e di un'offerta (rifiutata) di provenienza socialista: sta di fatto che Mastella alle elezioni non partecipò (finì a commentarle dalla poltrona del Tg2), mentre a quelle successive il Pdl lo candidò sul serio e gli fece avere un seggio a Strasburgo. Nel 2010, un'improvvisa voglia di partito meridionale fece cambiare il nome della forza politica in "Popolari per il Sud", con un effetto grafico per lo meno discutibile. Dovevano esserci altre cose poco convincenti, se all'inizio del 2011 il partito aveva già ripreso il suo nome, restando sempre nell'ambito del centrodestra (come quando, del resto, Mastella nel 1994 aveva scelto il Ccd e non i Popolari) fino a una certa vicinanza al "terzo polo" di Fini e Casini.
Ora, nell'anno del Signore 2013, l'Udeur rispunta e, se alle politiche nessuno potrà votarla, la si vedrà invece alle elezioni in Molise. Il sostegno, peraltro, stavolta andrà al candidato presidente del centrosinistra: proprio come il campanile "perfetto" del suo simbolo, in fondo, Mastella è equidistante (o equivicino) rispetto a ogni schieramento. Stando sempre ben piantato al centro.