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venerdì 28 febbraio 2025

Dc, il tribunale di Roma nega a Luciani l'esclusiva di nome e simbolo

Lungi dall'essersi esaurite, le vicende giuridiche relative ai tentativi di risvegliare la Democrazia cristiana offrono una nuova puntata "ambientata", in un certo senso, presso il Tribunale civile di Roma. Il 25 febbraio in cancelleria è stata infatti depositata la sentenza di primo grado - decisa il giorno prima - che fa seguito all'atto di citazione presentato lo scorso anno da Nino Luciani e Carlo Leonetti, che si qualificano rispettivamente come segretario politico e segretario amministrativo (nonché legale rappresentante) della Dc, almeno sulla base del percorso di riattivazione del partito da questi ritenuto legittimo. Il giudice Corrado Bile (della sezione Diritti della persona e immigrazione civile), lo stesso che a maggio dello scorso anno aveva negato la tutela cautelare a Luciani e Leonetti - richiesta in vista delle elezioni europee e delle altre consultazioni elettorali della primavera del 2024 - con la sentenza n. 2847/2025 ha però respinto le loro domande. 
Luciani e Leonetti, in particolare, avevano chiesto che il tribunale accertasse che la Dc da loro guidata era "in continuità giuridica soggettiva con il Partito della Democrazia Cristiana fondato nell’anno 1943" e che, su quella base, aveva titolo per rivendicare la piena ed esclusiva titolarità della denominazione "Democrazia cristiana" e dello scudo crociato, sulla base del "diritto al nome" previsto dall'art. 7 del codice civile; in base a quest'accertamento, secondo gli attori, il giudice avrebbe dovuto ordinare a tutti coloro che erano stati convocati in giudizio di smettere di usare in qualunque occasione il nome e il simbolo della Dc o altri segni identificativi confondibili, prevedendo anche una penale per ogni ulteriore uso indebito di quei segni e condannando, in ogni caso, quei soggetti al risarcimento dei danni già prodotti alla Dc-Luciani. L'elenco dei soggetti che avrebbero dovuto cessare ogni molestia, del resto, era piuttosto lungo: l'Unione dei democratici cristiani e democratici di centro (vale a dire l'Udc), rappresenta dal segretario Lorenzo Cesa e dal segretario amministrativo Regino Brachetti; Maurizio Lupi, quale presidente di Noi moderati (la cui presenza può spiegarsi soltanto in virtù della partecipazione dell'Udc a Noi moderati, inteso non ancora come partito, ma come cartello-federazione di partiti per le elezioni politiche del 2022); Gianfranco Rotondi, in proprio e quale presidente della Democrazia cristiana con Rotondi; varie persone che attualmente si qualificano come segretari politici della "loro" Dc, in particolare Salvatore "Totò" Cuffaro, Antonio Cirillo (nel processo è intervenuta anche la Dc da lui guidata, attraverso il suo segretario amministrativo e legale rappresentante Sabatino Esposito), Angelo Sandri, Franco De Simoni (era stato citato anche il nuovo segretario amministrativo, Mario De Benedittis), Emilio Cugliari (in effetti si qualifica come "presidente facente funzione"), Lupo Rosario Salvatore Migliaccio di San Felice, ma anche Raffaele Cerenza, in qualità di presidente dell'Associazione Iscritti alla Democrazia Cristiana del 1993 (ed ex segretario amministrativo della Dc-De Simoni).

La sentenza

Per Luciani e Leonetti questa causa doveva servire ad "accertare definitivamente l'identità e la continuità politico-storica" (stranamente qui non è stata indicata anche quella giuridica, l'unica che per il diritto abbia valore, ma la si ritrovava in seguito) con la Dc "storica": in quel modo si sarebbe potuta fondare la rivendicazione e tutela (ex artt. 6 e 7 c.c.) verso tutti i soggetti - individuali e collettivi - "che, a decorrere dall'anno 1994 e sino ad oggi, hanno utilizzato illegittimamente la denominazione ed il simbolo del partito fondato da Alcide De Gasperi nel 19 marzo 1943". La continuità sarebbe dovuta discendere dalla nascita di altri partiti - incluso, pare di capire, il Partito popolare italiano, ritenuto soggetto diverso dalla Dc - generata "dal recesso di alcuni soci dalla Democrazia Cristiana, circostanza che non avrebbe dato luogo ad una scomparsa dell'ente dante causa": Leonetti e Luciani sostenevano in particolare che esistesse "un'identità tra i propri iscritti e quelli costituenti l'originario partito nell'anno 1993". Su queste basi, tutti gli accordi stipulati tra soggetti ritenuti "nuovi" e relativi (anche) al nome e al simbolo della Dc - inclusi i c.d. "accordi di Cannes" del 1995 - si sarebbero dovuti ritenere nulli, visto che solo quel partito - mai estinto - avrebbe potuto disporne; allo stesso tempo, l'uso del nome e dello scudo crociato sarebbe avvenuto in violazione delle leggi elettorali che tuttora non ammettono la presentazione di contrassegni "riproducenti simboli, elementi e diciture, o solo alcuni di essi, usati tradizionalmente da altri partiti".
Erano di ben altro avviso i soggetti convenuti, a partire dall'Udc: il partito aveva innanzitutto sostenuto che i giudici si erano già espressi in modo definitivo sulle questioni legate alla Dc (a partire dalla nota sentenza della Corte d'appello civile di Roma n. 1305/2009, confermata dalla Cassazione a sezioni unite con la sentenza n. 25999/2010), decidendo che - secondo il riassunto fatto dalla difesa dell'Udc - "tutti gli attuali soggetti che pretendono di accreditarsi nell’opinione pubblica come Partito della Democrazia cristiana, non hanno, in verità, alcuna continuità storico giuridica con tale soggetto", dunque nessuno può agire in suo nome e per suo conto; secondariamente, l'Udc ha rivendicato di aver impiegato lo scudo crociato in tutte le competizioni elettorali dal 2002 in poi, per cui quel simbolo "ha finito per essere, inequivocabilmente, ricondotto dalla coscienza collettiva a tale Partito, insediato da tempo, con una propria rilevante rappresentanza, in Parlamento nazionale ed europeo", Lupi, per parte sua, ha negato qualunque responsabilità circa l'uso del nome e del simbolo della Dc, ricordando l'episodio della lista comune Noi moderati del 2022, ma precisando che "i singoli partiti non abbandonano la loro identità" (per cui aveva chiesto di essere estromesso dal giudizio, auspicando comunque il rigetto delle domande degli attori e la condanna di questi ultimi al risarcimento "da lite temeraria").
Quanto alle "altre Dc", la Democrazia cristiana con Rotondi aveva formulato varie eccezioni in rito (sulla corretta notificazione dell'atto di citazione e sulla corretta rappresentanza dell'associazione guidata da Luciani) e aveva chiesto che fosse chiamato in giudizio il Ppi - ex Dc, quale soggetto che nel 2004 aveva concesso a Rotondi l'uso del nome "Democrazia cristiana", chiedendo piuttosto che fosse inibito alla Dc-Luciani l'uso del nome della Dc, con tanto di condanna al risarcimento del danno. La Dc-Cuffaro aveva ricordato che era già pendente la causa iniziata 2023 da quel partito davanti al tribunale di Avellino per accertare la continuità giuridica con la Dc "storica" (per cui la nuova causa, a suo dire identica o comunque contenuta in quella precedente, avrebbe dovuto terminare il proprio percorso - ed eventualmente essere riassunta presso il tribunale irpino - o tutt'al più essere sospesa in attesa che il giudizio di Avellino si compisse); in ogni caso, aveva chiesto il rigetto delle domande. Pure De Simoni, ritenendo privi di legittimazione Luciani e Leonetti (qualificati come "espulsi" o non correttamente insediati, o comunque decaduti), aveva chiesto una pronuncia di rigetto; lo stesso aveva fatto Cugliari, che peraltro aveva sottolineato di essere stato "nominato Presidente f.f. della Dc [al posto di Luciani, ndb] all'Assemblea del 1-2 luglio 2020" e di essere rimasto da allora in carica, rappresentando "regolarmente la Dc in attesa di un regolare Congresso che nessuno è riuscito a svolgere" (il che avrebbe prodotto necessariamente la prorogatio dell'unico organo che assume la rappresentanza legale dell'associazione, almeno fino alla sua regolare sostituzione). 
Quanto alla Dc-Cirillo, essa - oltre a ricordare il giudizio promosso da Cuffaro ad Avellino, chiedendo la cancellazione della nuova causa - aveva contestato la "ricostruzione storica" alla base della rivendicata continuità tra Dc "storica" e Dc-Luciani: a detta dei suoi difensori, "il partito di cui è rappresentante il signor Sabatino Esposito ha ri-attivato gli organi del partito attenendosi in modo puntuale alle prescrizioni dello statuto", per cui è stato chiesto il rigetto delle domande di Luciani e Leonetti, pretendendo allo stesso tempo che si dichiarasse nei confronti delle altre associazioni che la Dc-Cirillo era "l'unica legittimata ad utilizzare simbolo e denominazione" della Democrazia cristiana. Non si sono costituiti, tra gli altri, Sandri, Cerenza e Migliaccio.
Il giudice Bile ha ritenuto di doversi esprimere sulle domande, ritenendo che non ci fosse completa identità di parti tra la causa attribuita a lui e quella trattata presso il tribunale di Avellino (né la causa romana poteva dirsi "contenuta" in quella avellinese): ha sottolineato anzi che "la presenza di più parti finisce per riflettersi sull’oggetto del giudizio, implicando una valutazione complessiva sulla oramai annosa questione inerente alla possibilità di utilizzare denominazioni, contrassegni e simboli che si ricollegano al partito della Democrazia Cristiana da parte di soggetti già da tempo presenti sulla scena politica italiana" (motivo in più, dunque, per decidere la causa e non rinviare la soluzione di dubbi).
Lo stesso giudice, di fronte ai vari tentativi di eccepire che Leonetti e Luciani non fossero legittimati a iniziare l'azione, ha ricordato che "la legittimazione ad agire e a contraddire, quale condizione dell'azione, si fonda sulla prospettazione ovvero sull'allegazione fatta in domanda". Per Bile, insomma, Luciani e Leonetti si sono qualificati rispettivamente segretario politico e amministrativo della "loro" Dc e hanno agito come tali, apportando documenti che confermano quella posizione: riconoscere la legittimazione ad agire, però, non significa in automatico che i due attori siano anche allo stesso tempo figure di vertice della Dc "storica".  
Il giudice, infatti, ha ritenuto che le domande dei rappresentanti della Dc-Luciani non dovessero essere accolte. Risulta di un certo interesse che questi, per indicare le norme sulla base delle quali condurre il giudizio, abbia richiamato l'art. 2-bis del "decreto elezioni 2024" - quello che ha messo in chiaro la netta distinzione del diritto elettorale da quello dei marchi (rendendo del tutto ininfluente il deposito di un fregio come marchio ai fini della partecipazione alle elezioni) - insieme alle disposizioni del testo unico per l'elezione della Camera (d.P.R. n. 361/1957) in materia di deposito, ammissibilità ed esame dei contrassegni elettorali. 
Dopo aver ricordato che "[i] segni distintivi costituiscono l'insieme di elementi grafici essenziali in cui si riassume la configurazione identitaria del partito, nonché la sua capacità di rendersi riconoscibile agli elettori" e aver richiamato sia il parere del Consiglio di Stato n. 218/1992 sulla confondibilità tra contrassegni (che ha invitato a valutare eventuali somiglianze tra contrassegni considerandoli per intero, non con riguardo "ai singoli elementi che ben possono essere comuni a più partiti politici"), sia le decisioni dei giudici civili - incluse due della Cassazione, la prima relativa all'Associazione italiana contro le leucemie - Ail (2015), la seconda ad Alleanza nazionale e alla Fondazione Alleanza nazionale, ordinanza che nel 2020 aveva ribaltato il verdetto della Corte d'appello di Firenze che aveva dato ragione al Nuovo Msi di Gaetano Saya e Maria Cannizzaro - che hanno riconosciuto ai partiti quali associazioni non riconosciute il diritto al nome e a vederlo tutelato ex art. 7 c.c., il giudice ha riconosciuto la prassi di chiedere la registrazione come marchio dei simboli dei partiti; egli ha però anche ricordato che "la titolarità civile di un emblema non si sovrappone alla sua titolarità elettorale, e non offre tutela nell’ambito dell’uso politico dei simboli" (citando a proprio sostegno la "sentenza Vannucci" con cui il tribunale di Roma nel 2009 aveva tra l'altro escluso che la domanda di marchio presentata dalla Dc-Sandri potesse avere qualche effetto nei tanti contenziosi in corso).
Per il giudice, il parametro di valutazione va rintracciato nella "volontà di scongiurare il rischio di confusione sugli elementi caratterizzanti le diverse formazioni politiche" e nella "tutela dell’elettorato, quale espressione della sovranità popolare, costituzionalmente riconosciuta". Sul primo punto non ci sono dubbi; lascia più perplessi il secondo, dal momento che l'azione non era stata impostata con riguardo alla partecipazione alle elezioni - fatta salva la contemporanea instaurazione del giudizio cautelare in vista del voto di primavera del 2024 - e non spetta certamente al giudice civile occuparsi di tutela dell'elettorato (almeno non in questo caso).
In ogni caso, il tribunale ha preso atto dell'uso elettorale dello scudo crociato da parte della Dc dal 1948 al 1992 e poi dell'Udc "nel corso di un arco temporale di circa trent'anni, ottenendo un consenso che le ha consentito la presenza in Parlamento". Un periodo di tempo così lungo da non potersi ritenere "irrilevante ai fini di stabilire la consistenza del carattere identitario del simbolo e la relativa spettanza", volendo applicare il principio consolidato (dalla Cassazione) in base al quale "il trascorrere del tempo costituisce già di per sé un elemento idoneo a giustificare un diverso trattamento". Si è trattato di un uso prolungato "del simbolo che ha caratterizzato un partito politico rimasto sostanzialmente inattivo per moltissimi anni": per il giudice, quell'impiego consolidato ha prodotto in capo all'Udc "il formarsi di una identità riconoscibile da parte dell’elettorato che, nel tempo, ha avuto modo di esprimersi con il voto", al punto tale da finire per cambiare il significato del simbolo stesso (dovendosi escludere che lo scudo crociato "abbia mantenuto intatte le proprietà originarie che ne determinavano la riferibilità esclusiva ad una forza politica attiva eminentemente nel secolo scorso"). 
La sentenza cita il precedente della Cassazione a sezioni unite del 2010, ma per dire che solo allora si è affermato "con certezza che il mutamento di denominazione della Democrazia Cristiana in Partito popolare italiano [...] non fosse avvenuto poiché deliberato in contrasto con le previsioni statutarie"; dal 1994 al 2010, in compenso, "anche l'elettorato è stato esposto al diffuso convincimento di un avvenuto mutamento di denominazione e, dunque, ne ha preso atto, maturando una nuova e diversa consapevolezza circa l'identità delle formazioni politiche in campo e circa la riconducibilità dei segni distintivi a questo o a quel partito". Ovviamente l'Udc è nata ben dopo il 1994, ma ha operato e partecipato alle elezioni per oltre vent'anni: le stesse norme elettorali, nel tutelare l'affidamento dell'elettore verso i partiti presenti in Parlamento, proteggerebbero "un interesse che oggi non può più riconoscersi come radicato in modo prevalente in capo alla Democrazia Cristiana storica", dovendosi riconoscere un "uso tradizionale" (anche) "in capo ad altri che ne hanno fatto uso per anni". Non viene accolto nemmeno l'argomento della maggiore presenza in Parlamento della Dc (1948-1994) rispetto all'Udc (dal 2002, o dal 2006 se si contano le elezioni cui ha direttamente partecipato): occorre infatti "tenere conto del momento storico in cui tale presenza si è manifestata, di quanto accaduto nel tempo e delle conseguenze che l'articolarsi delle vicende ha determinato".
Per il giudice, dunque, senza disconoscere il rispettivo diritto al nome, occorre far prevalere la citata tutela dell'elettorato - che può esplicitarsi anche nel controllo sui simboli, da ricondurre "al principio di libertà di voto tutelato dall’art. 48, comma 2, Cost." - e valutare sulla base della "normale diligenza dell'elettore medio di oggi", ritenuta maggiore rispetto a quella del passato (come ribadito da varie sentenze amministrative), il che fa propendere per un giudizio meno severo sulla confondibilità, ma pur sempre condotto con uno sguardo sintetico e complessivo sul simbolo ("guardando se l’insieme degli elementi grafici essenziali – pur con le variazioni del caso – conservi gli elementi salienti dell'emblema tradizionale"). Su queste basi, "il fatto che ognuna delle parti in giudizio abbia svolto la sua attività politica nel tempo utilizzando, a seconda dei casi e con le relative differenziazioni, simboli, contrassegni e denominazioni riconducibili al partito della Democrazia Cristiana, ha comportato il formarsi ed il consolidarsi di una chiara rappresentazione del panorama politico da parte dell’elettorato". Il che equivale a dire - peraltro in modo non proprio cristallino - che l'uso prolungato da parte dei soggetti politici di nomi e simboli che richiamano la Dc non ha comunque confuso gli elettori, ma non permette nemmeno la rivendicazione di diritti esclusivi su quei nomi e quei segni, specie se si mira a imporre il cambio di denominazioni o emblemi con cui un partito ha operato sulla scena politica. Il che basta, secondo Bile, a respingere le domande della Dc-Luciani, ma anche quelle (speculari) della Dc-Rotondi e della Dc-Cirillo: tra questi soggetti le spese sono state compensate, mentre Luciani e Leonetti sono stati condannati per soccombenza nei confronti degli altri soggetti (Udc, Lupi, Cuffaro, Cirillo come singolo, De Simoni e Cugliari).

Reazioni e commenti

In rete non si sono fatti attendere i commenti di due tra le principali parti di questa causa. Giusto oggi Nino Luciani ha diffuso una sua nota a commento della sentenza, non esattamente gradita: 

Il ricorso della Dc al tribunale civile di Roma aveva due obiettivi: a) escludere tutti gli emulatori della Dc storica, e ottenere il riconoscimento della legittimazione del prof. Nino Luciani (ma anche a braccia aperte a tutti quelli che vogliono rientrare in base allo Statuto); b) ri-avere lo scudo crociato (detenuto dalla Udc).
Sulla legittimazione del prof. Luciani, come Segretario Politico della Dc, il giudice ha dato conferma positiva, e lo ha ripetuto una diecina di volte, tanti quanti erano i falsi emulatori, chiamati da me in giudizio. A riguardo del simbolo, invece, il giudice lo ha confermato dato alla Udc (e condannato il prof. Luciani alle spese). Vediamo meglio. 
Il giudice è convinto che, tra la Udc e la Dc, il simbolo spetti alla Udc perché lo ha usato da anni, e dunque (per confondibilità) l'elettore potrebbe essere tratto in inganno, se non lo trova nella scheda elettorale della Udc. Se il giudizio di Bile è corretto, la condanna alle spese (su di me, che ho sostenuto il contrario) è giustificata. E non conta nulla che, per la corte d'appello, la Udc non deriva dalla Dc e non ha diritto di usarne il simbolo. Dunque, l'uso prolungato ha creato un diritto. E non conta nulla che, secondo il codice civile, non esista usucapione dei beni immateriali. 
Ma noi avevamo fatto un esposto al giudice, ex art. 669-decies del c.p.c., in cui si rilevava (con prove oggettive) che la Udc non aveva, poi, presentato (nelle elezioni europee, 15 giorni dopo) il simbolo scudo crociato (essendo andata con la Lega, senza lo scudo crociato) e che ne aveva taciuto al giudice il 14 maggio 2024 (quasi mentito, in quanto la cosa era già comunicata sui giornali). Dunque era caduto il problema della confondibilità.
Si conclude che la condanna alle spese, su Luciani, resta per aria. E poiché il Giudice ha ignorato (neppure ne fa menzione) l'esposto ex art. 669-decies, siamo costretti ad andare in Corte d'Appello. 
Ultimo ma non ultimo. Siccome il simbolo è l'unica cosa rimasta da sistemare, abbiamo preparato alcuni simboli di riserva [...]. E siccome la Dc deve evolvere, io personalmente preferisco De Gasperi al posto dello scudo.
Il testo vergato da Luciani contiene una notizia: quasi di certo la sentenza del tribunale di Roma sarà impugnata e lo stesso Luciani tornerà in corte d'appello, dopo esservi stato tra il 2023 e il 2024 come parte convenuta/appellata (nella causa intentata da Cerenza e De Simoni per cercare di invalidare l'assemblea del febbraio 2017, tentativo non riuscito). Colpisce il riferimento alla conferma della legittimazione di Luciani e Leonetti come segretario politico e amministrativo della Dc "storica": in effetti le parole della sentenza - specie quelle sulle pretese attuali di una forza politica operante nel secolo scorso - paiono compatibili con questa lettura; è altrettanto vero, però, che il dispositivo parla semplicemente di rigetto della domanda, che comprendeva anche la dichiarazione di continuità giuridica tra Dc "storica" e Dc-Luciani (punto sul quale, a dire il vero, nelle motivazioni non c'è proprio nulla). 
Sulla questione del simbolo - quella che più lo ha scontentato - Luciani spiega di aver fatto notare come alle elezioni europee il simbolo dell'Udc non sia finito sulle schede e già questo avrebbe fatto venire meno ogni rischio di confusione. Ora, posto che il simbolo dell'Udc era comunque stato depositato al Viminale (e proprio un giudizio di confondibilità aveva portato a escludere il simbolo della Dc), non si capisce perché - superata la fase del procedimento cautelare - il giudice abbia sentito il bisogno di valutare la domanda degli attori attraverso criteri in gran parte dettati per le elezioni, peraltro dopo avere specificato egli stesso che il piano dei segni distintivi è diverso da quello elettorale (ma più in generale quello del diritto civile è diverso da quello elettorale e quest'ultimo non doveva essere considerato da un giudice civile in una fase di cognizione piena). Mentre la difesa di Luciani e Leonetti potrebbe essere impegnata a preparare il ricorso - magari considerando anche questi argomenti - lo stesso Luciani ha elaborato artigianalmente alcune proposte grafiche per sostituire lo scudo crociato (e che dovrebbero aggiungersi al "Bianco Fiore - Rosaspina" già proposto in passato). Su quelle proposte ci si permette solo di rilevare che quelle contenenti la croce, proprio perché esterna allo scudo, sarebbero considerate inammissibili per l'impiego di un soggetto religioso.
Se, in coerenza con il passato, non è arrivato nessun commento dall'Udc, si è espresso invece Gianfranco Rotondi con un post pubblicato il 26 febbraio su Facebook: 

La sezione 'diritti delle persone' del tribunale di Roma, guidata dal dottor Corrado Bile, ha emesso ieri una sentenza di decisione in merito al giudizio avviato dalla presunta 'Democrazia Cristiana storica', che rivendicava il diritto all'uso del nome e del simbolo della Dc. Il giudice Bile ha rigettato il ricorso, affermando che la vita elettorale della Dc si è conclusa nel 1992, e pertanto i partiti ad essa succeduti vantano autonomi diritti all'uso dei rispettivi simboli e nomi. 
Siamo soddisfatti dell’esito del giudizio, e siamo convinti che tali orientamenti saranno riaffermati anche ad Avellino, ove pende un giudizio altrettanto infondato e pretestuoso. Rimaniamo aperti alla possibilità di una intesa che permetta ai democristiani di riconoscersi in un partito che riproponga il nome e il simbolo della Dc, ma questo dipende dalla volontà dei protagonisti, non si può chiedere in tribunale.
Il riferimento di Rotondi a una possibile intesa per riproporre un partito che unisca nome e simbolo della Dc sembra ampiamente debitore di quanto accaduto a metà gennaio ad Avellino, alla prima udienza del processo iniziato da Cuffaro per rivendicare il nome della Dc. Mancando proprio i suoi avvocati, la causa era stata rinviata di sei mesi dalla giudice designata (Paola Beatrice), ma in quell'occasione questa avrebbe invitato a una sorta di conciliazione, suggerendo anche uno strumento giuridico per ottenere quel risultato ("la costituzione di una 'scatola giuridica' nuova, nella quale convergano tutte le associazioni conferendo ad essa le proprie ragioni o aspettative di diritto" aveva spiegato Franco De Luca a Roberta Lanzara di Adnkronos). 
Rotondi, in un post del 18 febbraio, aveva spiegato a modo suo quella proposta: 
La soluzione giuridica è semplice, limpida: ciascun partito che si sente titolare di diritti sul nome e il simbolo della Dc conferisce questi diritti a un nuovo soggetto unitario. Non importa se i diritti siano reali o presunti, velleitari o consolidati: importa il gesto comune, la rinuncia alla privativa e dunque alla convenienza. Penso di aver fatto il mio dovere: sono stato il primo a mettere a disposizione del progetto il nome della Democrazia cristiana, da me ininterrottamente utilizzato dal 2004, sulla base di una autorizzazione degli eredi aventi diritto del partito storico. Ho fatto un passo indietro, e ne sono orgoglioso. Questo percorso mette tutti di fronte a una precisa responsabilità: accettare la sfida di ritrovarsi, o provare a rinchiudersi nuovamente nel fortino delle convenienze maturate nel trentennio della diaspora, ciascuno assiso sul tronetto che da solo si è fabbricato. Ora è il momento della verità: si vedrà chi ci crede e chi no, chi è pronto a rischiare e chi a lucrare. Sarà un momento bellissimo, perché nessuno di noi potrà nascondersi e finalmente ciascuno assumerà una responsabilità pubblica e riconoscibile. E quel che resta del popolo democristiano non ci farà sconti, c'è da esserne certi.
Chi scrive prende atto della proposta e della almeno potenziale disponibilità di alcune delle parti. Ma si potrà davvero costruire di nuovo la Democrazia cristiana mettendo tutti d'accordo? Sinceramente è lecito dubitarne. Nessuna intenzione ovviamente di "gufare" per guastare il progetto, si augura sempre il meglio, ma è sufficiente guardare a cos'è accaduto finora per nutrire seri dubbi sulla possibilità che questo nuovo tentativo riesca. 
Da una parte, è facile notare che nel corso del tempo sono spuntati periodicamente nuovi soggetti che si ritenevano legittimi continuatori della Dc, in virtù di ricostruzioni diverse o di percorsi in parte da rifare: è sufficiente che uno o più soggetti - già noti o non ancora emersi - non accettino di partecipare al progetto comune e dicano con forza "la vera Dc sono io" per rischiare di aprire nuove pagine giudiziarie. Dall'altra parte, anche nella poco probabile ipotesi in tutti i partiti e gruppi politici potenzialmente interessati all'operazione accettassero di prendervi parte, si aprirebbe subito il problema del futuro di quel partito chiamato Democrazia cristiana e distinto dallo scudo crociato: un futuro fatto anche (se non innanzitutto) di persone, di ruoli e di numeri. Rotondi ha ricordato di aver messo a disposizione il nome della Dc a lui concesso in uso nel 2004; considerando però che lo scudo crociato attualmente è utilizzato anche dall'Udc, rappresentata in entrambi i rami del Parlamento (Lorenzo Cesa alla Camera, Antonio De Poli al Senato), si potrebbe realisticamente pensare che quel partito accetterebbe di partecipare al progetto politico comune senza assumerne la guida? E, al contrario, i gruppi democristiani più o meno piccoli, dopo essersi scagliati per anni contro le "rendite di posizione" di chi aveva nel frattempo ottenuto candidature e seggi usando il nome della Dc o lo scudo crociato e contestandoli agli altri, sarebbero disposti ad accettare un nuovo soggetto politico guidato di fatto dall'Udc? Questi dubbi, come si diceva, sono più che legittimi, ma la realtà potrebbe riservare sorprese: se ci saranno, ovviamente, verranno raccontate. E la storia dello scudo crociato, dentro o fuori dai tribunali, continuerà.

venerdì 19 aprile 2024

Europee, Lega per Salvini premier conferma simbolo, Udc solo in lista?

Avanti tutta senza cambiare nulla. Sembra di poter dire questo con riguardo alle scelte "simboliche" della Lega per Salvini premier con riguardo alle elezioni europee. Ieri le agenzie hanno dato notizia di una nota diffusa dal partito in cui si diceva che il consiglio federale aveva "approvato all'unanimità" il simbolo da utilizzare e che sarebbe stato "lo stesso delle ultime politiche, con il nome di Salvini sotto lo storico Alberto da Giussano". Lo stesso comunicato fa sapere che sarebbero in fase di chiusura le liste, il cui deposito presso gli uffici elettorali circoscrizionali è previsto per il 30 aprile (dunque nel primo dei due giorni a disposizione): le liste includerebbero, tra coloro che hanno dato la disponibilità a presentarsi (in numero "ben superiore al massimo previsto") "diversi aspiranti europarlamentari civici e la collaborazione con l'Udc dell'amico Lorenzo Cesa in tutti i collegi".
Dal tenore di queste righe, si deve dunque immaginare che per la quarta volta consecutiva nelle bacheche del Viminale il partito guidato da Matteo Salvini farà arrivare lo stesso contrassegno, senza alcuna modifica. Il simbolo delle ultime elezioni politiche (2022), infatti, è lo stesso utilizzato a partire dal voto politico precedente (2018) e mantenuto anche alle europee del 2019. Diverso fu il discorso nel 2014 - le prime elezioni di livello nazionale gestite da Salvini come segretario, ovviamente della Lega Nord - quando nel contrassegno trovarono posto un riferimento alle autonomie, l'emblema in miniatura di Die Freiheitlichen e, nel segmento prima occupato dalla Padania o dal riferimento ai leader, la dicitura "Basta €uro" (e, a destra del guerriero di Legnano, si poteva ancora vedere il "Sole delle Alpi", sia pure molto più piccolo rispetto al passato
L'unica modifica che potrebbe esserci riguarderebbe eventualmente il colore del cognome di Salvini: alcune grafiche diffuse sia online sia sui manifesti, infatti, sembrano utilizzare un giallo più scuro, tendente piuttosto all'arancione. Sembra difficile che il colore usato nel simbolo sia stato adeguato a quello delle grafiche: si attende dunque di conoscere la tinta corretta del nome. In teoria il comunicato fa supporre che l'Udc non inserirà un riferimento grafico all'interno del contrassegno, così come non si parla della possibilità di citarvi Identità e Democrazia, il partito europeo cui aderisce la Lega (anzi, le Leghe: il sito riporta sia la Lega Nord, sia la Lega per Salvini premier): per verificare tutto questo, però, occorre aspettare domenica 21 aprile, nella quasi granitica certezza che prima dell'apertura dei cancelli del Viminale - prevista alle 8 del mattino - Roberto Calderoli raggiungerà i colleghi del partito che avevano preso il posto per la fila e curerà le operazioni di deposito.
La conferma del simbolo precedente lascia da parte, almeno per un po', gli inviti a togliere il riferimento a Salvini nel simbolo e anche nel nome (li ripete da tempo, per esempio, Paolo Grimoldi, tra i promotori del Comitato Nord) o i casi in cui si è effettivamente scelto - alle elezioni locali o in alcune iniziative del partito, specie in occasione del quarantesimo anniversario della fondazione della Lega (autonomista) Lombarda - di non inserire il cognome del segretario nel simbolo. 

venerdì 5 aprile 2024

L'Udc verso la Lega per creare un gruppo (?) e correre alle europee

Le elezioni europee del 2019 sono state le prime a non vedere lo scudo crociato sulle schede: allora, infatti, in nome della comune appartenenza al Partito popolare europeo, l'Unione di centro - Udc schierò propri candidati nelle liste di Forza Italia. Cinque anni prima il 4% era stato raggiunto con un po' di fatica dalla lista comune promossa con il Nuovo Centrodestra, ma nel voto che aveva seguito di un anno il risultato deludente di Noi con l'Italia - Udc alle politiche del 2018 (1,3% alla Camera) si era ritenuto più prudente non rischiare e concorrere - proprio insieme a Noi con l'Italia - all'unica lista legata al Ppe (anche se nel simbolo non era indicato) certa di superare lo sbarramento. Nessuno dei sette europarlamentari eletti dalla lista di Fi, però, era espressione dell'Udc: lo stesso segretario Lorenzo Cesa, a dispetto dei suoi oltre 42mila voti, ne ottenne 5mila in meno di Fulvio Martuscello e non venne eletto. 
Considerando il risultato ottenuto dalla lista Noi moderati - partecipata anche dall'Udc - alle elezioni politiche del 2022 (meno dell'1%), le condizioni di partenza per le forze politiche minori del centrodestra sembravano tanto simili a quelle del 2019 da portare a pensare che l'esito fosse lo stesso. Ma se in questi giorni si è in effetti parlato di un accordo "naturale" tra Antonio Tajani per Forza Italia e Maurizio Lupi per Noi moderati (ma, proprio perché non sembri un accordo solo elettorale o una semplice "tribuna", Noi moderati - come si è letto sul Corriere in un pezzo di Marco Cremonesi - insisterebbe per ottenere un richiamo al partito nel simbolo forzista), l'Udc sembra piuttosto proiettata verso una federazione con la Lega per Salvini premier
Oggi le agenzie danno notizia di un comunicato congiunto dei due partiti, in base al quale "Matteo Salvini e Lorenzo Cesa si sono confrontati e hanno condiviso che le prossime elezioni europee rappresenteranno un passaggio decisivo per il futuro del Vecchio Continente e dell'Italia", passaggio in vista del quale è stato annunciato un "patto federativo parlamentare". Già questa mattina, in compenso, su Libero Cesa annunciava in un'intervista a Pietro De Leo l'avvenuta stipulazione di quel patto "grazie all'impegno dell'onorevole Nino Minardo che ha lavorato per costruire questo percorso politico e per cui parla la storia politica che lo ha visto, anche da segretario regionale della Lega in Sicilia, sempre impegnato nel dialogo con le forze moderate, di ispirazione cattolica e autonomista". 
In effetti subito dopo a De Leo Cesa parla della nascita di una "componente Udc alla Camera": chi conosce il diritto parlamentare (e frequenta questo sito) sa bene che gruppo parlamentare e componente politica del gruppo misto sono due realtà ben diverse, visto che per creare una componente nel gruppo misto basta disporre di tre deputati che dichiarino di fare riferimento a "un partito o movimento politico la cui esistenza, alla data di svolgimento delle elezioni per la Camera [...], risulti in forza di elementi certi e inequivoci, e che abbia presentato, anche congiuntamente con altri, liste di candidati ovvero candidature nei collegi uninominali"; per costituire un gruppo, invece, in questa prima legislatura "a ranghi ridotti" servirebbero ancora 20 deputati, criterio cui sarebbe possibile derogare se si fossero ottenuto alle ultime elezioni politiche almeno 300mila voti. La lista federativa Noi moderati si era fermata al di sotto (poco più di 250mila voti), ma l'Ufficio di presidenza della Camera si era accontentato del conseguimento di eletti nei collegi uninominali e aveva autorizzato la formazione del gruppo, benché fosse formato da sole 8 persone, meno della metà del minimo richiesto. Considerando che l'Udc può contare solo su Cesa alla Camera (attualmente nel gruppo composito di Noi moderati) e che a lui si unirà Minardo, è facile rilevare che manca una persona per arrivare a tre, ma è ancora più difficile che si autorizzi la formazione di un nuovo gruppo per sole due persone, benché - come sottolineato da Cesa nell'intervista - militanti e rappresentanti locali dell'Udc rivendichino "una agibilità politica nazionale del nostro partito. Richiesta fondata peraltro dalla presenza dello scudocrociato in tutte le tornate elettorali".
La federazione parlamentare, però, è indicata come tappa intermedia di un percorso più ampio: "Con concretezza e senso di responsabilità - si legge nel comunicato congiunto - Lega e Udc vogliono rafforzare i contenuti programmatici comuni che vanno difesi a Roma come a Bruxelles: si tratta della valorizzazione delle tradizioni e dei valori cristiani dell'Europa; della tutela della famiglia, dell'autonomia dei territori e della valorizzazione degli enti locali, della salvaguardia del lavoro, della determinazione per sostenere sviluppo e nuove infrastrutture, del contrasto all'immigrazione illegale, dell'incoraggiamento a ogni iniziativa finalizzata alla pace e dell'impegno per l'indipendenza energetica del paese". "Matteo è una persona attenta e di grande generosità - ha risposto Cesa a De Leo che gli chiedeva cosa lo accomunasse a Salvini -. Poi chiaramente è un alleato leale e soprattutto un politico concreto come sta dimostrando con il suo lavoro al Mit. Sui contenuti le faccio notare una cosa: sul nostro simbolo, lo scudocrociato, campeggia la parola Libertas, libertà. Come Salvini siamo contro ogni forma di totalitarismo, sia esso fascista o comunista. Abbiamo poi entrambi il desiderio di avere un'Europa più efficiente, più coesa e più vicina alle esigenze dei suoi cittadini: il progetto originale di Adenauer, Schumann e De Gasperi. Per non parlare della difesa dei valori e al contrasto dell'immigrazione illegale. E anche sul tema dell’autonomia ricordo che uno dei precursori è stato don Luigi Sturzo, un siciliano e il fondatore del popolarismo italiano".
Non spetta a questo sito valutare il contenuto di queste e altre dichiarazioni. Ci si limita ad accogliere con sorpresa un nuovo caso di "geometria variabile preventiva": se Forza Italia e Udc condividevano l'appartenenza al Ppe, altrettanto non si può dire per Udc e Lega, visto che questa è parte del partito-gruppo Identità e democrazia e non riesce facile pensare che eventuali candidati dell'Udc che dovessero risultare eletti a Strasburgo accettino di restare sotto le insegne di Id. Di certo, per questioni di concretezza, era altrettanto difficile che Forza Italia, partito più in forma di qualche tempo fa ma comunque lontano dai risultati di un tempo, potesse farsi carico di tutte le attese elettorali dei piccoli partiti di quell'area, con il rischio di vedere troppo penalizzati i propri esponenti.
Proprio per le differenzi collocazioni partitiche a livello europeo, in ogni caso, è ancora più interessante capire se il simbolo della Lega sarà integrato in qualche modo con i riferimenti all'Udc, dubitando - ma non si può mai dire.. - che nel contrassegno per la prima volta appaiano i riferimenti a due diversi partiti europei, Ppe e Id. Sarebbe fin troppo facile, sul piano grafico, ironizzare e pensare a una crasi, partendo dal fatto che il monumento al guerriero di Legnano, oltre che una spada, impugna uno scudo: coprire con lo scudo crociato dell'Udc la figura del leone marciano, così, diventa di una facilità disarmante.
Si tratta ovviamente di uno scherzo, di un simbolo chiaramente farlocco. Eppure ci si può stupire nell'apprendere per caso che a Cassino (Fr) è esistita nel 1963 - e ha operato fin quasi alla fine della consiliatura - una lista contrassegnata dal simbolo del "guerriero crociato". Nata per un dissidio all'interno della Democrazia cristiana (e ammessa dalla commissione elettorale mandamentale, cosa non scontata visto lo scudo crociato in primo piano, solo in parte temperato dalla presenza dell'abbazia di Montecassino sullo sfondo), la lista fu legata soprattutto a Pietro Malatesta, vicino al Movimento popolare cristiano e contrario all'apertura ai socialisti, a differenza della Dc "ufficiale" dell'allora presidente del consiglio Amintore Fanfani. Lo scudo crociato tradizionale ottenne il 45,2% e 15 seggi, ma il guerriero crociato fu scelto da un votante su quattro e il 25% dei voti si tradusse in 8 seggi. La scissione, molto dura in quella comunità, rientrò prima delle elezioni successive, ma ha lasciato traccia nelle memorie scritte (v. Giuseppe Gentile, Un testimone della ricostruzione di Cassino) e in alcuni materiali elettorali che si possono ancora trovare in rete. Una è relativa a uno dei candidati della lista, "Guerriero #crociato", tale ragionier Pietro Cornacchia, "provato amico dei combattenti e delle famiglie numerose" (ma anche, secondo quanto riporta il sito LeggoCassino.it, "Fervente patriota ed irriducibile assertore dei valori morali pertinenti ai combattenti". Chissà che qualcuno non si senta vicino a queste posizioni (magari immaginando combattimenti diversi dalle guerre) e non abbia in mente di "scudocrociare" Alberto da Giussano...

lunedì 21 agosto 2023

Cuffaro, Cesa, Rotondi e altri: ancora sul simbolo della Dc in tribunale

Lo si è ricordato spesso in questo sito, ma tocca ripetersi ancora: le liti legate alla Democrazia cristiana sembrano non conoscere la parola fine e, per questo, le notizie più recenti non sono mai "ultime", ma almeno "penultime". Se n'è avuta l'ennesima prova il 17 agosto, quando le agenzie hanno fatto sapere che il Tribunale di Roma il giorno prima si era espresso su un ricorso presentato dalla Dc guidata da Salvatore "Totò" Cuffaro nei confronti dell'Udc (Unione dei democratici cristiani e di centro), partito il cui segretario è dal 2005 Lorenzo Cesa e che fin dalla sua nascita nel 2002 schiera in primo piano lo scudo crociato con la scritta "Libertas" storicamente usato dalla Dc (e giusto un po' rivisto): in base a quanto diffuso dai media, il giudice designato avrebbe riaffermato il diritto dell'Udc a usare lo scudo crociato, respingendo le richieste di Cuffaro.
La notizia ha inevitabilmente prodotto commenti e altre reazioni, alcune delle quali meritano la stessa attenzione del fatto alla loro base. Come puntualmente accade quando si parla di Democrazia cristiana, però, è fortissimo il rischio di fare o creare confusione, magari considerando direttamente coinvolto dalla decisione del giudice anche chi da questa non è minimamente citato. Vale dunque la pena cercare di capire bene cos'è stato chiesto, cos'è stato deciso e che effetti possono discenderne.

giovedì 11 agosto 2022

Noi moderati, per il centrodestra una matrioska di terzo grado (a rischio)

Quando, dopo la presentazione venerdì scorso dei simboli delle due liste moderate e centriste di centrodestra - la prima che all'esente Noi con l'Italia associava Italia al Centro, la seconda che all'esonerata Coraggio Italia associava l'Udc - era circolata con sempre maggiore insistenza la notizia in base alla quale quelle due formazioni elettorali si sarebbero dovute unire in un unico cartello, fino alla conferma avuta due giorni fa, non pochi #drogatidipolitica avevano reagito con poca sorpresa e un po' di timore. La scarsa sorpresa era data da considerazioni pratico-matematiche, sulla base delle norme elettorali in vigore: quasi certamente quelle liste, rese possibili dalle esenzioni dalla raccolta firme introdotte poche settimane fa, non avrebbero raggiunto il 3% a livello nazionale (dunque non avrebbero ottenuto alcun seggio), ma evidentemente c'è chi deve aver tastato il rischio che almeno una delle due potesse non arrivare nemmeno all'1% (dunque i suoi voti non sarebbero stati nemmeno conteggiati a favore della coalizione), per cui dev'essere partita la riflessione - spontanea o "ordinata" - volta a unire ulteriormente le forze, dopo la prima doppia fusione della settimana scorsa.
C'era però, come si diceva, anche un certo timore, legato essenzialmente a un fatto grafico-estetico. Venerdì scorso si erano già commentati certamente non con favore i due contrassegni compositi, soprattutto per alcune delle soluzioni utilizzate per accostare i fregi partitici: se in entrambi i casi il risultato ottenuto appariva poco soddisfacente, veniva naturale domandarsi cosa sarebbe potuto accadere nel tentativo di far convivere in uno stesso contrassegno addirittura quattro forze politiche legate sì alla stessa area, ma distinte tra loro, anche solo per le vicende legate al loro sorgere, oltre che per questioni politiche. Sarebbe stato possibile, come hanno fatto altre forze politiche, indicare in modo esplicito solo una delle liste esenti (o, volendo, anche entrambe), per poi trovare il modo di ricomprendere le altre sotto qualche dicitura: soluzione ragionevole, ma non facile o addirittura impossibile immaginando di avere di fronte soggetti politici che tengono alla loro autonomia o identificabilità. 
Quando oggi è stato effettivamente presentato il contrassegno di lista, i peggiori timori si sono puntualmente avverati. Alla lista è stato dato il nome di Noi moderati (e se ne parlerà dopo), nome che riprende volutamente - e anche graficamente - il "Noi" di Noi con l'Italia, con l'aggiunta subito sotto della parola "moderati", in un carattere graziato e corsivo; entrambi gli elementi risultano leggermente inclinati (un po' come le parole nel tricolore di Forza Italia, ma meno di così), disposti su uno sfondo blu scuro, con una circonferenza bianca all'interno. Quasi la stessa inclinazione hanno i due emblemi delle liste che hanno ritenuto di unire le loro forze, praticamente identici a quelli varati venerdì scorso, se non per un piccolo - ma significativo - particolare. In particolare, se la miniatura del simbolo di Coraggio Italia - Udc è identica alla grafica divulgata pochi giorni fa, nel cerchio medio dedicato a Noi con l'Italia e Italia al centro il cerchietto di quest'ultima forza politica ci si rende conto che Italia al Centro ha rinunciato all'arancione nella parte inferiore del suo simboletto. In pratica, questo ha avuto due conseguenze: in questo modo, il simbolo di Italia al Centro finisce per somigliare molto a quello di Noi con l'Italia per come viene proposto questa volta (con il riferimento a Maurizio Lupi); in più, sulla parte di fondo che ora è bianca è pressoché impossibile distinguere il profilo dell'Italia inserita nell'emblema.
Al di là di questa scelta grafica, forse spiegabile con l'intento di far somigliare i simboli di Noi con l'Italia e Italia al centro (entrambi in stile Pdl) oppure di ricalibrare i colori e far pesare un po' meno l'arancione (ma sul risultato è lecito avere dubbi), il punto davvero dolente è un altro. Nel cerchio grande del simbolo tondo - che già contiene la circonferenza bianca concentrica - sono contenuti due cerchi medi, che a loro volta contengono o altri due cerchi piccoli di diversa dimensione o un cerchio piccolo e un fregio sciolto; di più, i cerchi medi finiscono per sovrapporsi leggermente, mettendo in secondo piano la coppia Coraggio Italia - Udc, e in ogni caso coprono parte della circonferenza bianca interna. Si è così di fronte a un simbolo-matrioska di terzo grado, oggettivamente inguardabile perché troppo pieno e difficile da leggere nelle dimensioni destinate alle schede (3 centimetri di diametro), come pure da descrivere sul modulo di presentazione della lista; non a caso si sono scatenate varie ironie in rete, che hanno accostato l'emblema alle figure usate per l'esame ortottico. Non è dato sapere se qualcuno abbia proposto a una o due delle quattro forze politiche di rinunciare alla propria visibilità o se si fossero fatte prove in tal senso; di certo questo risultato non soddisfa e non può soddisfare (e non si sa se solidarizzare con chi ha curato la grafica dovendo sopportare le richieste delle forze politiche o criticare questa persona per il risultato finale).
Da ultimo, lo stesso nome scelto sembra foriero di potenziali problemi. Anche se "moderati" è scritto con l'iniziale minuscola, l'uso di quella parola non è affatto piaciuto a Giacomo Portas, leader dei Moderati. Raggiunto da Isimbolidelladiscordia.it, l'ex parlamentare Portas ricorda che i Moderati hanno partecipato a elezioni nazionali nella coalizione di centrosinistra, hanno depositato più volte il loro contrassegno e da poco si sono nuovamente iscritti al Registro dei partiti politici: ritengono dunque che quest'uso della parola "moderati" sia lesivo delle loro prerogative di partiti registrati e già presenti in Parlamento. Per questo motivo, è assai probabile che il partito invii una comunicazione al Viminale per chiedere che sia tutelato il proprio diritto al nome - già riconosciuto in tribunale in altri casi - e il diritto di elettrici ed elettori a non farsi confondere; qualora il simbolo fosse comunque ammesso, è altrettanto probabile che i Moderati si oppongano rivolgendosi all'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di cassazione. Uno scontro imprevisto, dunque, potrebbe palesarsi nei prossimi giorni.

venerdì 5 agosto 2022

Coraggio Italia e Udc, il centrodestra si completa

È bastata qualche ora, dopo la presentazione della lista unitaria tra Noi con l'Italia e Italia al Centro, per risolvere il "dilemma Udc", per cui ci si domandava se il partito avrebbe presentato una propria lista o si sarebbe aggregato a Forza Italia (con o senza simbolo visibile). La risposta è arrivata e ha di fatto proposto una terza soluzione: l'Unione di centro concorre - anche visivamente - alla formazione di un'altra lista, in cui l'azionista di maggioranza sembra essere Coraggio Italia, la formazione fondata e guidata dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. La nuova lista presentata oggi sembra completare il quadro della coalizione di centrodestra a livello nazionale, che dunque sulle schede dovrebbe avere cinque liste (Fratelli d'Italia, Lega per Salvini premier, Forza Italia, Noi con l'Italia - Italia al Centro e quella di cui si parla in questo articolo), cui aggiungere eventuali formazioni che dovessero essere presenti solo in certi collegi.
Il contrassegno presentato è chiaramente modellato su quello di Coraggio Italia, nel quale però è ridotta al minimo - praticamente a un bordo - la corona tinta in alto del tricolore e in basso di blu; la riduzione è dovuta al notevole ampliamento del cerchio centrale fucsia, che già aveva caratterizzato le campagne di Brugnaro. Anche il nome del partito risulta leggermente ridotto: deve infatti fare spazio, sotto, alla riduzione del simbolo dell'Udc, sostanzialmente il particolare delle vele di Democrazia europea e (sopra) del Centro cristiano democratico sormontate dallo scudo crociato, con il nome del partito scritto sotto ad arco (anche se su un tracciato un po' più ristretto rispetto al cerchio destinato all'Udc. Cerchio che risulta in parte coperto da una fascetta-cartiglio di colore bianco con il cognome del sindaco di Venezia, collocata subito sotto al nome del suo partito (che, anzi, risulta a sua volta coperto in alcune lettere).
Certamente si tratta di un contrassegno piuttosto pieno, per i vari elementi che si sono voluti fare rientrare in un simbolo che se non altro era proporzionato negli spazi. Altrettanto certamente non si voleva sacrificare troppo l'Udc (il cerchio in fondo ha un diametro maggiore della metà del cerchio grande), per cui si è cercato di far risaltare la parte centrale del suo simbolo, senza riprodurre l'intero emblema consueto (con il segmento rosso superiore); questo però non produce un effetto grafico gradevole, dando l'impressione di una certa precarietà di quella parte del contrassegno. Un po' più meditato appare l'inserimento del cognome di Brugnaro (a questo punto si può dire che tutti e cinque gli emblemi delle liste di centrodestra conterranno il nome di almeno un leader), inserito in quella fascetta che, come un elastico o un braccialetto, sembra continuare dietro il cerchio fucsia, dando l'impressione della terza dimensione (e ricordando un po', come si diceva, un cartiglio); è verosimile che il sindaco di Venezia abbia chiesto di inserire il suo cognome, prima assente, così per accontentarlo si è trovata quella soluzione grafica per ricavare un po' di spazio, a costo di fare sembrare il cerchio davvero molto, anche troppo pieno.
La lista Coraggio Italia - Udc non dovrà raccogliere le firme, grazie al gruppo che Coraggio Italia aveva alla Camera al 31 dicembre 2021 (anche se nel frattempo si è dissolto), nonché grazie al gruppo che tuttora il partito di Cesa ha al Senato insieme a Forza Italia: potrà dunque partecipare con proprie liste su tutto il territorio nazionale (e, se volesse, nella circoscrizione Estero). Dovrà però impegnarsi per raggiungere il 3% se vorrà assicurarsi un certo numero di eletti (in questi giorni la partita dei collegi uninominali appare molto delicata anche nel centrodestra), cercando di comunicarsi al corpo elettorale come "coalizione 'coraggiosa liberal democratica'", come l'ha chiamata Michaela Biancofiore, riferendosi a "un progetto politico che recupera la tradizione autentica democratico cristiana e liberale" e che però ha bisogno di consenso per "pesare". Ci riusciranno i due partiti con il contrassegno composito che è stato concepito?

lunedì 10 agosto 2020

Campania, lista Caldoro e Udc nello stesso contrassegno (strapieno)

Tre giorni fa era arrivata la notizia ufficiale, attraverso una nota diffusa da Ciro Falanga, attualmente coordinatore dell'Unione di centro per la Campania (ma già parlamentare e sotto molti occhi nella scorsa legislatura: eletto nel 2013 con il Pdl-Fi, transitato nei Conservatori e riformisti e approdato fino a fine legislatura in Ala). "Per evitare inutili frammentazioni e, peggio ancora, quell'accozzaglia di liste che caratterizza lo schieramento pro De Luca, con il grave rischio di confondere l’elettorato, l'Udc ha deciso, di comune accordo con Stefano Caldoro, di puntare su una sola proposta politica. Presenteremo pertanto, in Campania, una lista unica, insieme con quella del nostro candidato governatore, nella quale potranno trovare spazio tutti quei candidati che condividono i nostri stessi principi liberali e di democrazia".
Concretamente, dunque, con la decisione di costituire il cartello Caldoro presidente - Udc, lo schieramento di Caldoro perde almeno una lista.  Al di là della volontà dichiarata di contenere il livello di frammentazione (che in effetti formalmente diminuisce), anche solo per evitare di creare simboli non in grado di eleggere alcun rappresentante, sembra che la prima ragione alla base della contrazione delle liste sia legata all'indisponibilità di molte persone a candidarsi, al punto da non riuscire a coprire tutti i posti nelle varie circoscrizioni. Il problema, a dire il vero, riguarderebbe anche altre formazioni: se ne parla da giorni, per esempio, con riferimento ad Alleanza di centro per la Campania, formazione fondata e guidata da Francesco Pionati, anche se lui si dice tuttora convinto di riuscire a presentare liste autonome, senza doversi aggregare ad altre formazioni. Appare poi assai probabile che, nelle liste Caldoro-Udc sia ospitato anche qualche candidato di Cambiamo!: non è per nulla scontato, difatti, che il gruppo di Giovanni Toti riesca a costituire proprie liste, non tanto per il numero di firme da raccogliere ma per mancanza di persone disponibili a presentarsi (il che significa anche, peraltro, sostenere spese per la candidatura, questione non di poco conto per una forza politica di nuovo conio). 
In tutto ciò, se la frammentazione sembra diminuire, aumenta al contrario il grado di complicazione delle proposte in campo; in più, a subire le prime conseguenze nefaste della decisione di costruire un cartello elettorale sembra essere il contrassegno di lista e, in particolare, la parte destinata al gruppo Caldoro presidente: il risultato grafico finale, infatti, appare decisamente pieno, ammassato e poco efficace. Si può cercare di comprendere il risultato, frutto peraltro - a quanto si apprende - di una non facile mediazione tra le componenti politiche coinvolte, ma è impossibile mettere da parte le perplessità. 
Alla fine il cerchio risulta equamente diviso, ma la grafica legata all'ex presidente Caldoro esce piuttosto male, soprattutto per quella striscia tricolore visibilmente tagliata e nemmeno a livello del diametro orizzontale, ma più in basso: è probabile che ciò sia stato fatto per cercare di dare un po' più di visibilità al gruppo di Caldoro (e per ricordare che, nel simbolo originario, la stessa striscia copriva anche lo spesso bordo del cerchio), ma all'occhio dà piuttosto l'effetto di un simbolo i cui elementi sono "azzeccat' c''a sputazzella" (tanto per offrire una citazione recente di Marisa Laurito); nel semicerchio superiore, poi, il livello di compressione è altissimo perché subito sotto la scritta è stato inserito anche il garofano del Nuovo Psi, dando così visibilità al partito che cinque anni fa aveva comunque partecipato alla stessa lista (come testimoniava, tra l'altro, la presenza nella lista di Napoli di Guido Marone, membro del coordinamento nazionale del partito).
Miglior trattamento sembra essere stato riservato alla grafica dell'Udc, con le vele e lo scudo crociato ridotti di dimensione per stare integralmente nel semicerchio inferiore e il nome assai ridotto di dimensioni. Già, le vele e il nome. Perché - incredibile a dirsi - nemmeno in Campania è stato usato il simbolo dei Popolari - Unione democratici cristiani che un mese fa era stato diffuso, tra l'altro proprio nella versione pensata per la Campania. Ci sono dunque le vele, che allora non erano state riportate per non sporcare lo scudo, il nome resta "Unione di centro" invece che "Unione democratici cristiani" (che avrebbe segnalato una realtà comunque a trazione Udc, ma almeno in parte diversa) e nessuna traccia dei Popolari. Il che è ancora più curioso, se si considera che sui Popolari sembrava aver insistito molto Giuseppe Gargani nelle settimane scorse, anche solo per evitare che quella parola fosse usata solo dai De Mita nella loro lista schierata con De Luca.
Se il simbolo dell'alleanza Nuovo Psi - Udc presentato per la Puglia aveva già fatto pensare a una battuta d'arresto del progetto della Federazione popolare dei democratici cristiani, l'emblema campano sembra aver tolto ogni dubbio su questo. Anche nelle Marche resteranno le vele e il nome "Unione di centro", ma nel segmento superiore rosso, in effetti, si legge "Popolari Marche", come nel simbolo esemplificativo che la Federazione guidata da Gargani aveva diffuso. Compromesso grafico? Probabilmente no: il contrassegno, infatti, è proprio lo stesso che aveva partecipato alle scorse elezioni regionali, anche se allora era parte del centrosinistra che aveva sostenuto Luca Ceriscioli, mentre questa volta l'Udc ha aderito alla coalizione che appoggia la corsa di Francesco Acquaroli (Fdi). Nessuna traccia del progetto politico nuovo, dunque, ma solo un elemento dal passato.
Lo stesso, peraltro, può dirsi anche per la Liguria, dove peraltro l'Udc schiera una lista insieme al Nuovo Psi, richiamato questa volta con il suo simbolo integrale, anche se ridotto alle dimensioni di una "pulce" e costretto all'interno del segmento rosso superiore, tra il confine del cerchio e la scritta "Liguria", ridotta per l'occasione. Cinque anni fa la lista non era presente, perché l'Udc aveva concorso con il Nuovo centrodestra alle candidature sotto il simbolo di Area popolare; questa volta invece il partito di Cesa torna, anche se nella sola Liguria non usa il nome completo, ma solo la sigla Udc, che può stare per Unione di centro, ma anche per Unione democratici cristiani (che poi, come si è ricordato più volte, altro non è che la prima parte del nome del partito). In Liguria, insomma, qualcosa forse del progetto originario si è salvato. Chissà. 

domenica 5 luglio 2020

Unione democratici cristiani, ecco il simbolo per le elezioni di settembre

Sembra tutto fatto o quasi: il 2 luglio, per chi ha partecipato alla nuova assemblea della Federazione popolare dei democratici cristiani, la scelta di presentare liste comuni sotto l'egida dello scudo crociato alle prossime elezioni - regionali e amministrative - si sarebbe ormai concretizzata. Di più, quel passo sarebbe il primo e importante momento di confronto e "prova su strada" in vista di un traguardo più ambizioso: la costituzione di un soggetto politico nuovo per chi si riconosce nell'eredità politica democratica cristiana e popolare (o, almeno, per una parte significativa di queste persone).
Certamente restano vari dettagli - anche non secondari - da definire, ma quelli fondamentali, simboli compresi, ci sono. A quanto si apprende, sarebbero state soprattutto le ultime due riunioni della Federazione popolare Dc, coordinata da Giuseppe Gargani, a essere determinanti per arrivare al risultato. Un esito che vedrebbe unite alcune tra le sigle più citate dell'area che si rifà all'eredità politica della Democrazia cristiana (innanzitutto l'Unione di centro guidata da Lorenzo Cesa, poi la Democrazia cristiana che riconosce come suo segretario Renato Grassi, il Nuovo Cdu di Mario Tassone e la Fondazione Democrazia cristiana di Gianfranco Rotondi), ma anche una serie nutrita di movimenti, associazioni e gruppi (comprese le realtà citate in un articolo di alcuni mesi fa) che porterebbero a ben 65 il numero dei soggetti contraenti il patto.
Va sgombrato subito il campo da un dubbio o, comunque, da una legittima domanda che potrebbe sorgere. Le liste in arrivo alle prossime elezioni e il nuovo soggetto politico che potrebbe sorgere entro la fine dell'anno non si possono etichettare in modo sbrigativo come "rifare la Dc": non autorizza a pensarlo - anche se sarebbe facile - il fatto che gran parte di coloro che prendono e prenderanno parte a questo progetto siano stati e continuino a considerarsi "democratici cristiani"; non basta nemmeno notare, come pure è possibile fare, che alcuni tra i protagonisti di questo percorso abbiano nel corso del tempo dato vita a partiti denominati Democrazia cristiana (a partire da Rotondi) o che altri (come coloro che fanno riferimento alla Dc-Grassi) abbiano cercato per anni di riattivare la Democrazia cristiana "storica", partendo dalla constatazione che nel 1994 il passaggio dalla Dc al Ppi era avvenuto irritualmente, senza la celebrazione di un congresso. Si tratta, casomai, di un progetto che mira a costruire uno soggetto politico cui possa riferirsi (aderendovi o votandolo) chiunque si riconosca in "una politica di centro autonoma, alternativa alla destra e alla sinistra" e, più in generale, al popolarismo di don Luigi Sturzo e a quello europeo: un esito che, peraltro, ha richiesto e richiederà che camminino insieme, dialogando e collaborando, forze che in un passato anche recente hanno compiuto scelte politiche diverse e, in certi casi, si sono anche scontrate duramente tra loro (in particolare sulla titolarità e sull'uso dei segni distintivi della Democrazia cristiana).  
Nella riunione (a distanza) del 24 giugno l'assemblea della Federazione popolare dei democratici cristiani avrebbe stabilito ufficialmente - come si legge nel sito della Dc-Grassi - che il superamento della diaspora politica democristiana sarebbe passato innanzitutto attraverso il progetto denominato Unione dei democratici cristiani, da schierare al primo appuntamento elettorale rilevante, costituito dal turno di elezioni regionali e amministrative previsto per il 20 e il 21 settembre. In questa fase le forze politiche e culturali impegnate in questo progetto mantengono "piena e ampia indipendenza al fine di condurre il proprio rispettivo percorso"; si sono tuttavia impegnate "in una intesa convinta e fattiva" per presentare liste unitarie (i cui candidati, per Gianfranco Rotondi, dovrebbero essere scelti entro l'8 agosto), raccordarsi tra loro attraverso "coordinamenti regionali e/o locali" e magari estendere gli accordi fin qui maturati (ma sempre e solo attraverso il "metodo democratico"). Come contrassegno elettorale si era individuato quello - già anticipato nei giorni scorsi - a fondo blu, con lo scudo crociato democristiano apportato dall'Udc e circondato da un arco di dodici stelle e, in basso, la dicitura "Unione dei democratici cristiani" (magari con le iniziali dell'Udc marcate in rosso); Lorenzo Cesa, in quanto segretario nazionale dell'Udc, avrebbe accettato il nome (che peraltro è parte della denominazione completa del suo partito, "Unione dei democratici cristiani e democratici di centro") e il simbolo scelti, proponendo solo di inserire anche il riferimento alla regione interessata dalla singola lista. Si era peraltro sottolineato - da parte di Mario Tassone e Renato Grassi - che, in sede locale, si sarebbero dovute valutare le condizioni politiche avendo come obiettivo la presentazione di "liste di centro democratico e popolare alternative sia alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana, sia alla sinistra radicale e senza identità". Ogni azione volta a costruire il nuovo soggetto politico centrista sarebbe stata valutata e decisa dopo le elezioni, anche sulla base del risultato di queste.
Il nuovo incontro si è svolto, come si diceva, giovedì 2 luglio a Roma (su proposta di Cesa) e lì le decisioni prese pochi giorni prima sono state perfezionate. Ribadita la volontà di perseguire come Federazione "una politica di centro autonoma, alternativa alla destra e alla sinistra", si è precisato che la Federazione avrà "una autonoma linea politica e programmatica che deve essere verificata e sperimentata con liste autonome, ove possibile, sopratutto in occasione delle elezioni comunali"; non sono escluse alleanze con altri movimenti e partiti politici - pensando anche al fatto che nei giorni scorsi l'Udc ha annunciato accordi di coalizione in alcune regioni, in particolare con il centrodestra - ma si è precisato che tali alleanze "debbono essere verificate e decise caso per caso".
L'appuntamento elettorale di settembre, tuttavia, è tuttora visto come una semplice tappa di un percorso più lungo: le liste unitarie presentate sotto l'egida della Federazione saranno presentate con "la prospettiva di poter, attraverso un'Assemblea costituente a fine anno, dar vita ad un soggetto politico nuovo", che si richiami espressamente alla tradizione democratica cristiana e pienamente inserita nel popolarismo europeo. Per questo, per il momento la Federazione ha deciso di darsi "un simbolo che si richiama allo scudo crociato e al Partito popolare europeo", il cui deposito dovrebbe avvenire - a cura di Giuseppe Gargani - nei prossimi giorni "presso gli uffici competenti" (non è dato sapere se si pensi a una domanda di marchio o ad altri depositi, magari presso il Ministero dell'interno a scopo puramente notiziale). Nell'emblema, oltre allo scudo e al fondo azzurro - direttamente mutuati dal simbolo dell'Udc, che li apporta - ci sono il nome integrale della federazione e, nella parte inferiore, il riferimento al Ppe (a sinistra il cuore giallo con le stelle e a sinistra la sigla minuscola rossa), il tutto racchiuso in una circonferenza rossa.
Nel frattempo, tuttavia, per le elezioni regionali si è immaginato un contrassegno un po' diverso: esso nella parte inferiore ha la dicitura "Unione democratici cristiani" (senza più "dei"), mentre la parte superiore è occupata - invece che dalle stelle d'Europa immaginate prima - da un segmento rosso con la dicitura "Popolari", accompagnata al nome della regione interessata. Si tratta, come si vede, di un emblema del tutto simile a quello ufficiale dell'Udc (con il riferimento regionale ai "Popolari" al posto di "Italia" sul segmento rosso, la dicitura "Unione democratici cristiani" invece di "Unione di centro" e, ovviamente, senza riportare le vele di Ccd e Democrazia europea): è probabile che la scelta grafica - e anche nominale - serva a mettere maggiormente in luce l'apporto dell'Udc a questo progetto elettorale (senza che peraltro questo si traduca in un'incorporazione in quel partito degli altri soggetti politici) e, forse, anche per evitare ogni tipo di contestazione simbolica e sperare di ottenere più facilmente l'esonero dalla raccolta firme di cui godrebbero liste dell'Udc in alcune regioni (in particolare in Liguria, Marche, Campania e Puglia). Si può probabilmente leggere in questo modo il mandato dato al comitato direttivo della Federazione perché valuti "la compatibilità di questo ultimo simbolo con le leggi elettorali regionali".
L'idea, dopo i risultati raggiunti fin qui, è di allargare il dialogo, in particolare a coloro che fanno riferimento al manifesto elaborato da Stefano Zamagni, già noto come Rete Bianca e ora come Parte Bianca. Secondo Ettore Bonalberti, presidente dell'Associazione liberi e forti e tra i dirigenti della Dc-Grassi, anche loro possono "concorrere alla ricomposizione più vasta della realtà politico sociale cattolico democratica e cristiano sociale dell'Italia": piuttosto che "un centro che guarda a sinistra" scacco di un permanente "ricatto tra le necessità dell’emergenza e quello più indigesto del partito renziano", per lui - come ha scritto pochi giorni fa sul sito di Alef - sarebbe meglio "costruire insieme un grande centro politico con riferimento alla migliore tradizione dei cattolici democratici e dei cristiano sociali, nettamente distinto e distante dalla destra nazionalista e populista e dalla sinistra senza più identità, direttamente collegato al Ppe". Proprio come quello che potrebbe nascere dalla Federazione popolare dei democratici cristiani.

sabato 28 dicembre 2019

I democristiani, la Federazione nascente e un congresso in arrivo

Alcuni ne sono convinti: il 2020 sarà l'anno del XX congresso della Democrazia cristiana e, possibilmente, del ritorno sulla scena politica italiana di un soggetto politico cattolico che argini populismo e sovranismo e si ponga come alternativa alla sinistra. Questo secondo obiettivo dovrebbe essere assicurato mediante la Federazione popolare dei Democratici cristiani, della cui nascita si è dato conto nelle settimane scorse: la federazione ha un coordinamento provvisorio, costituito da Giuseppe Gargani, Lorenzo Cesa, Renato Grassi, Mario Tassone ed Ettore Bonalberti, che il 4 dicembre a Roma ha presentato pubblicamente la propria attività. 
Proprio Gargani in questa fase sembra avere un ruolo di guida - oltre che del comitato per il No al taglio dei parlamentari - di questo processo federativo che punta a far uscire dall'emarginazione e dall'irrilevanza degli ultimi vent'anni la cultura politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali. Un ritorno sulla scena, appunto, reso necessario - secondo i promotori - dal consolidarsi di "destra eversiva, pericolosa e anomala" resa possibile dalla crisi del centrosinistra, ma causata all'origine dal "superamento della legge elettorale proporzionale" (cosa che ha contribuito a togliere spazio al centro e ai democristiani) e dall'avvento di forze politiche di natura personalistica.
Ci sono pochissimi giorni ancora per aderire come soci fondatori alla Federazione popolare (versando 100 euro come quota) in chiave antinazionalista, antipopulista ed europeista. Tra i fondatori figura, come si è detto, anche Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc: si tratta dell'unico partito presente in parlamento che negli ultimi anni abbia continuato a impiegare lo scudo crociato (non senza contestazioni, come i lettori di questo sito sanno bene) e la sua partecipazione mediante Cesa alla federazione sembra essere determinante perché quest'ultima possa utilizzare quel simbolo senza correre il rischio di vederselo impedire. Proprio Cesa ha sottolineato che l'Udc metterà a disposizione della federazione la struttura organizzativa dell'Udc ("senza alcuna velleità di ruoli preminenti, ma nel rispetto della collegialità assunta a metodo democratico come stabilito dalle norme del patto sottoscritto"), così come Gianfranco Rotondi "presterà" la Fondazione Democrazia cristiana, da lui guidata, come "strumento di approfondimento programmatico e di formazione". 
Un ruolo importante, sul piano dell'elaborazione del programma, dovrebbe averlo anche il gruppo di sottoscrittori del cosiddetto "manifesto Zamagni", a partire dalla "Rete Bianca" di Giorgio Merlo e Lucio D'Ubaldo (presente all'incontro del 4 dicembre). In quel manifesto anche i promotori della Federazione popolare dei Democratici cristiani si riconoscono: da quel dialogo potrebbe scaturire un progetto comune (di idee e priorità), pronto a strutturarsi sul territorio (a livello regionale, provinciale e comunale) anche facendo fronte comune - come sottolineato il 4 dicembre da Ettore Bonalberti - "con altre culture laiche, liberali e riformiste", così da poter preparare in seguito la partecipazione alle elezioni, prima comunali e regionali, ma anche politiche quando se ne presenterà l'occasione. 
Volendo appoggiarsi a una data simbolica, la più vicina sarebbe il 18 gennaio 2020: 101 anni prima don Luigi Sturzo aveva lanciato il suo appello "ai liberi e forti", quindi in quel giorno sarebbe l'ideale ritrovarsi - sempre parole di Bonalberti - "al convento della Minerva, a due passi dal luogo in cui Sturzo redasse il suo appello", per impegnarsi a "costruire il Partito Popolare Europeo in Italia, dando fine alla lunga e suicida stagione della diaspora, per un nuovo inizio e per dare, finalmente, una nuova speranza agli italiani". Ci sarebbe anche una bozza di regolamento, predisposta da Filiberto Palumbo (penalista cassazionista, già membro laico del Consiglio superiore della magistratura), in cui si punta sulla collaborazione delle forze politiche che collaborano nella federazione: ogni partito conserverà la sua organizzazione, mentre la federazione si configurerà come "nuovo soggetto politico" cui partecipano i leader dei gruppi concorrenti (ma si propone che gli statuti di quei partiti vengano integrati con il riferimento alla Federazione e alla necessità di raggiungere i suoi obiettivi comuni) questa realtà sia inserita negli statuti di ogni partito partecipante); a livello regionale ci sarà un coordinatore (prima indicato dall'Ufficio di Coordinamento provvisorio tra le figure suggerite dai partiti, poi dal Coordinamento che sarà nominato dal Comitato federale della federazione), come pure altre figure a livello territoriale inferiore. L'Assemblea federale (composta da tutti partiti e le associazioni che hanno firmato l'atto federativo) nominerà i 15 membri del Comitato federale, organo che dovrà - tra l'altro - "coordinare l'attività politica" della Federazione popolare.
Tra i membri del Coordinamento provvisorio, Mario Tassone partecipa anche come leader del Nuovo Cdu, da lui rimesso in piedi da pochi anni, mentre Renato Grassi siede nel coordinamento come segretario politico della Democrazia cristiana... o meglio, di quella parte di soci della Dc del 1993 che ha riconosciuto la correttezza del percorso giuridico che - dopo la nota vicenda processuale civile conclusa in Cassazione nel 2010, in base alla quale la Dc non è mai stata sciolta - ha portato al XIX congresso nel 2018 e alla sua elezione alla segreteria. 
Oltre che concorrere alla Federazione popolare dei Democratici cristiani (magari con l'idea di apportare alla futura formazione elettorale il nome della Dc, di cui il partito di Grassi ritiene di essere titolare) In questo periodo si sta completando il tesseramento al partito: versando 10 euro e consegnando compilato il modulo scaricabile dal sito sarà possibile aderire alla Dc, ma solo entro il 31 dicembre. Sulla base degli iscritti - si parla di almeno duemila tesserati - sarà determinato il numero dei delegati regionali che parteciperanno al congresso: il consiglio nazionale del 30 novembre ha infatti deciso che il XX congresso della Democrazia cristiana si svolgerà dal 22 al 23 febbraio 2020. Non è ancora dato sapere dove, è molto probabile invece che sulla legittimità di quell'assise non ci sarà accordo (per qualcuno - Dc-Sandri - il XX congresso è stato celebrato nel 2005 a Trieste; per altri - Dc-Cerenza e Dc-Luciani - il XIX è da ricelebrare): resta solo da capire chi si lamenterà per primo.