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lunedì 14 maggio 2018

Alassio, un cuore al posto dei colori della Casa delle libertà

Si usa dire che gli elettori a volte hanno la memoria corta, cosa che quasi sempre accade invece ai politici. Accade dappertutto, ma evidentemente non ad Alassio, rinomata località balneare in provincia di Savona. Lì il sindaco uscente, Enzo Canepa, era di centrodestra e nei prossimi giorni cercherà la riconferma, schierando tutti e quattro i simboli del centrodestra visti a livello nazionale all'interno del proprio contrassegno. Strada in discesa? Non del tutto, considerando che si è ricandidato anche Marco Melgrati, già sindaco della città dal 2001 al 2010 e in seguito consigliere regionale fino al 2015 per il Pdl: lui riteneva di rappresentare Forza Italia sul territorio, ma ha scelto di presentarsi con una lista civica dopo che i vertici locali del partito hanno ritirato l'appoggio a lui. 
Il simbolo che Melgrati ha depositato nei giorni scorsi in comune sembra piuttosto sobrio e abbastanza neutro, tipico di una lista civica: unica concessione allo stile, la fettuccia tricolore mollemente piegata a forma di cuore, non sgradevole alla vista e più efficace probabilmente dell'ormai consueto "SiAmo" che spunta in tanti emblemi. Se però quel cuore arriverà sulle schede, lo si deve alla questione della memoria corta che, ad Alassio, sembra essere assai poco diffusa. Perché inizialmente il simbolo di Melgrati era un altro e non si può certo accusare di memoria corta né lui, né gli esponenti forzisti che quell'emblema non l'avevano proprio mandato giù.
L'emblema inizialmente adottato, infatti, era graficamente la copia carbone del simbolo della Casa delle libertà, adottato da Silvio Berlusconi alle elezioni politiche del 2001. A Melgrati l'11 maggio, lo stesso giorno in cui si è aperto il deposito delle liste per le elezioni, è arrivata una simpatica diffida dal vertice provinciale di Fi, firmata dal coordinatore Santiago Vacca (si noti che del partito Melgrati figura come vice coordinatore regionale). "Quando mi è stato segnalato il simbolo - ha spiegato Vacca ai media - ho immediatamente interpellato i vertici di Roma  chiedendo come comportarmi. Mi è stato risposto che per utilizzare un logo che fa parte del ‘patrimonio’ del centrodestra serve l’autorizzazione, e mi è stata inviata la documentazione necessaria per la diffida". 
Anche i vertici nazionali di Forza Italia, dunque, erano d'accordo per togliere di mezzo quel vecchio simbolo, che Melgrati aveva clonato quasi per intero: uniche differenze percettibili, il segmento tricolore in basso (l'originale aveva il profilo a "onda" meno pronunciato) e l'uso delle font (tonde nel simbolo della Cdl, corsive in quello della lista civica), pur trattandosi di due caratteri bastoni senza grazie; qualcuno, anzi, nel trovare sull'account Facebook della lista un primissimo emblema con le scritte in tondo aveva notato come quel primo fregio fosse ancor più facilmente confondibile con la grafica della Cdl degli anni 2000. Il che non sarebbe poi uno scandalo, considerando che proprio nel 2006 Melgrati era stato rieletto sindaco sostanzialmente con quel simbolo (sul sito del Ministero dell'interno, risulta che la sua lista Casa delle libertà vinse con il 70% dei voti).
Il diffidato ha risposto a modo suo, reagendo con dichiarazioni piuttosto irritate - "La paura fa 90. Quello messo in atto è un vergognoso episodio di terrorismo elettorale; attaccarsi alla similitudine di un simbolo è sinonimo di grandissima debolezza e insicurezza" - e raccogliendo di nuovo le firme per il simbolo che nel frattempo era stato leggermente modificato (anche se la nuova raccolta non sarebbe stata necessaria: bastava sostituire l'emblema dopo l'invito della Commissione elettorale). Tutto risolto? Mica tanto: per Forza Italia, infatti, avere ribaltato in orizzontale la struttura del simbolo (mettendo il segmento tricolore, stavolta a base piatta, in alto e la parte bianca in basso) non avrebbe fatto venire meno l'impressione di somiglianza, quindi gli interventi grafici dovevano essere più incisivi. 
A quel punto, quando mancava davvero una manciata di ore alla chiusura del deposito, Melgrati ha scelto di modificare di nuovo la grafica, stavolta in senso sostanziale e senza alcuna concessione a somiglianze con simboli e contrassegni nazionali. Anche il cuore tricolore, unico elemento grafico riconoscibile, non sembra affatto scelto a caso, almeno a spulciare il comunicato stampa diffuso dallo staff di Melgrati: "Alla luce delle recenti polemiche scaturite da alcune diffide prive di fondamento pervenute dai locali referenti della lista avversaria [...], la lista per Melgrati Sindaco, nel pieno rispetto dei rapporti di correttezza che devono contraddistinguere i momenti più delicati di un clima da campagna elettorale, ha deciso di aderire spontaneamente e senza inutili ricorsi giudiziari sul tema (pur essendovene gli estremi a termini di legge), alla predisposizione di un nuovo simbolo elettorale. Perché alle cattiverie e all'invidia, si risponde con il cuore". E proprio il cuore è stato piazzato nella parte alta del simbolo, con la certezza che in quel caso nessuno avrebbe più avuto da ridire. 
Aveva probabilmente ragione Melgrati nel dire che il nuovo emblema era sufficiente a sfuggire a eventuali contenziosi sulla somiglianza: a livello locale sono stati accettati emblemi ben più problematici, senza contare che si pone molta più attenzione alla somiglianza quando colpisce un emblema che continua a essere usato, mentre si considera
meno problematico un riferimento grafico a un fregio caduto in disuso. Certamente nessuno contesterà più all'ex sindaco l'uso del vecchio contrassegno, ma la battaglia simbolica che per qualche manciata di ore ha movimentato Alassio porta inevitabilmente con sé una domanda: quanti elettori avrebbero riconosciuto un emblema sparito dalla circolazione da dieci, quindici anni? E quanti l'avrebbero votato proprio per quella somiglianza (o, al contrario, quanti lo avrebbero evitato per lo stesso motivo)? Questo, forse, nemmeno Melgrati lo sa.

lunedì 27 aprile 2015

Forza Italia senza Berlusconi, almeno sul simbolo

La notizia non è certa, anzi sì, sarebbe perfino "certificata": sarebbe stato lo stesso Silvio Berlusconi  a decidere di togliere il proprio nome dal contrassegno di Forza Italia che tra pochi giorni dovrà essere presentato per le elezioni regionali e comunali di fine maggio. La scelta sarebbe arrivata una settimana fa dopo un dibattito interno al partito, tra i "conservatori" (che volevano tenere il cognome lì dove stava) e i "prudenti", interessati soprattutto a evitare che un eventuale (o probabile, a seconda dei previsori) risultato insoddisfacente di Fi lasciasse cadere qualche altro calcinaccio anche sul nome scritto sotto alla bandierina. 
La scelta finale, fatta dallo stesso Berlusconi, è stata interpretata dai più come mossa "in attesa della piena riabilitazione politica", quella che secondo l'ex Cavaliere potrebbe arrivare da Strasburgo. In campagna elettorale qualche apparizione è comunque possibile e perfino prevista, specie in Liguria e in Campania (e forse anche in Puglia e Toscana), pur evitando le piazze per non esporsi a minacce terroristiche: insomma, la faccia almeno in parte potrebbe mettercela, ma il nome meglio di no, per non farsi troppo male.
La scelta di non mettere il proprio cognome sul contrassegno, però, suona anche come un tentativo di tornare all'antico. Non si dimentichi, infatti, che il suo nome l'ex Cav l'aveva sfoderato solo a partire dal 2001 e nemmeno con Forza Italia, ma con il simbolo della Casa delle Libertà, in cui apparve per la prima volta la dicitura "Berlusconi presidente". Lo stesso elemento sarebbe tornato più tardi con l'emblema del Pdl, al punto che nelle varie realtà locali spesso al cognome di Berlusconi è stato sottoposto quello della persona di volta in volta candidata a sindaco, presidente della provincia o della regione, quasi a lasciar intendere un impegno personale per la migliore riuscita della campagna elettorale.
Non era avvenuto così invece all'inizio: la bandiera di Forza Italia, disegnata da Cesare Priori, non conteneva alcun nome e non era proprio previsto, perché si voleva piuttosto occupare tutto lo spazio possibile del cerchio con il vessillo varato proprio nel 1994. La bandierina è rimasta, sia pure con qualche ritocco (guardare bene le curve delle finte onde da vento e il progressivo venir meno delle ombre della scritta che, come ha raccontato lo stesso creatore al nostro sito, "impastava il tutto e faceva perdere in leggibilità"), mentre il nome è stato aggiunto nel 2014, quando in molti i nomi dal simbolo avevano iniziato piuttosto a toglierli (Sel soprattutto, ma il Pd era stato il primo). In fondo, quindi, si prova a lasciare qualcosa che in generale ha funzionato; se poi il risultato dovesse essere cattivo, si vedrà. Anche perché cambiare un simbolo non è cosa semplice, ma è fattibile; cambiare leader dopo una sconfitta è molto più delicato.

martedì 4 novembre 2014

Calabria: un piccolo tetto (della Casa) per il centrodestra (di Mauro Bondì)

Aria di ritorni nel centrodestra, anche se sotto abiti diversi. Che il marchio tutto berlusconiano della Casa delle Libertà - elaborato nel 2000 e varato a tutti gli effetti alle elezioni politiche dell'anno successivo - fosse pronto per essere riesumato dalla soffitta in cui era stato relegato nel 2008 (con la nascita del Pdl) era qualcosa di più che una voce da alcuni mesi; che la "riesumazione" avrebbe avuto contorni assai più striminziti di quelli di una grande corazzata di sigle, capaci di unirsi e sconfiggere il "renzismo", era assai meno prevedibile. 
Come che sia, su uno dei simboli depositati dieci giorni fa in Corte d'appello a Catanzaro è riemerso il nome "Casa delle Libertà" e lo stesso ricomparirà sulle schede elettorali il prossimo 23 Novembre, in occasione delle elezioni regionali della Calabria. A valersi del brand, tuttavia, è una semplice "lista del presidente", a sostegno della candidata del centrodestra Wanda Ferro accanto a Forza Italia e Fratelli d'Italia. Di grandi alleanze, dunque, nemmeno l'ombra (Nuovo Centrodestra e Udc difatti correranno da soli, particolare che potrebbe spianare la strada, già ben disposta, al candidato Pd Mario Oliverio): resta solo un piccolo richiamo grafico, in un contrassegno che non brilla per l'impatto. La font utilizzata per la Casa, tra l'altro, è quella storica del Popolo della Libertà, così come i colori sono gli stessi, classici del "sugo berlusconiano" proprio a partire dalla Cdl; poco gradevole, soprattutto sul piano grafico, l'espressione "Ferro Presidente", testimonianza della causa molto locale e poco ampia cui è stato piegato il vecchio nome. Sembrano davvero lontani i fasti di un tempo per il marchio, sia sul piano grafico (anche se la Cdl inaugurò la serie dei simboli "affollati"), sia nei numeri che probabilmente usciranno dalle urne. 

sabato 14 luglio 2012

Un aquilone colorato di vecchio


Alla fine lo ha fatto davvero, anzi, è andato oltre. Da un po’ di tempo a Silvio Berlusconi il nome del suo partito non andava giù: «Popolo della libertà non scalda i cuori, va cambiato» aveva detto in più di un’occasione, pronto a sostituire la denominazione al primo momento utile. Avrebbe potuto cambiare il nome quasi senza toccare la grafica, così come forse aveva tentato di fare a gennaio dell’anno scorso: i giornalisti della Dire avevano spiattellato a tutti che il nuovo nome del partito berlusconiano doveva essere «Italia», con il nome della nazione in bella vista sul fondo azzurro, sopra l’arcobalenino tricolore che aveva caratterizzato fin dall’inizio il Pdl.
Ora, invece a dar retta ai giornali e ai siti più diversi dell’arco mediatico, ci sarebbe un nuovo nome – che però non si conosce ancora, l’unica certezza sarebbe la presenza della parola «Italia» (ma va’!), magari in combinazioni emotive come «SiAmo Italia», «Italia Libera» o «Eccoci Italia» – ma anche un nuovo simbolo già sfornato, tra i 150 che sarebbero arrivati in casa Pdl. Così, nelle ultime ore, siti e giornali si preoccupano di mostrare la nuova creatura: dovesse essere descritta per il deposito elettorale, l’illustrazione potrebbe essere «un aquilone tricolore a bande verticali, con un accenno di filo bianco, parzialmente inscritto in una circonferenza bianca, il tutto posto su un fondo color blu acciaio».
Certo, per Cicchitto sono tutte fantasie, ma chiunque abbia pensato quel logo aquilonesco (a non voler dare ascolto a quei maliziosi mentitori di professione che hanno dato a quella figura a losanga una lettura schiettamente inguinale) lo ha fatto in piena continuità con il pensiero berlusconiano e, più in generale, con le tendenze più recenti in ambito simbolico politico. Fin dalla nascita, Forza Italia aveva deciso di vestire i colori dell’Italia. Tutti. Ecco dunque la sinfonia di bandierine stilizzate nei simboli, più l’azzurro nel ruolo di convitato di pietra: nell’emblema in effetti non c’era, ma i forzisti erano immancabilmente «gli azzurri» e, comunque, appena è stato possibile, quel colore è rientrato per colorare parti testuali accessorie. Già, perché l’azzurro (magari nella sua variante blu) era la tinta dei Savoia, identifica le maglie della Nazionale di calcio ed è pure l'emblema classico della purezza del cielo e della Madonna: non stupisce che fosse il colore d’eccellenza dei democristiani (subito dopo il bianco, ovviamente) e dello stesso Tg1. Così come non stupisce che questo ventaglio di quattro colori sia stato adottato nel 1996 dal Polo per le libertà, nel 2001 dalla Casa delle libertà e sia finito pari pari nel contrassegno pidiellino non ancora archiviato.
Così, l’ultrasettuagenario Berlusconi avrà pure studiato la grafica dei partiti nazionalisti europei, ma questo emblema (graficamente non esaltante) è perfettamente in linea con quello che lui ha proposto dal 1994 in poi, quindi nel ritorno del vecchio non c’è alcuna novità significativa. Salvo una: a guardare bene i segni distintivi adottati dai partiti di recente, quasi nessuno sfugge alla logica dei quattro colori nazionali: non l’Alleanza di centro di Pionati (e di stretta osservanza berlusconiana), non Futuro e libertà (eppure i finiani avrebbero potuto fare di tutto per allontanarsi da quella tendenza), non l’ultima evoluzione del Patto di Segni, non l’Api rutelliana; il Pd rinuncia all’azzurro, ma sfodera il tricolore in bella vista nel lettering. Nel 1994, Carlo Branzaglia (co-autore con Gianni Sinni del libro Partiti!) emise una sentenza chiarissima: «Questa invadenza del tricolore è sintomo della grande difficoltà nel concepire una propria autonomia semantica, ovvero nel precisare i significati propri atti ad essere trasmessi dalle immagini: che i partiti siano italiani e parteggino per il bene della nazione è il minimo che si può chiedere loro». Una motivazione a basso profilo, oggi come allora.