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martedì 4 agosto 2026

Il capo della coalizione e il suo nome nel simbolo: l'invito di Franceschini e il precedente della Margherita (di Andrea Vezzaro)

Intervistato questa mattina da Francesco Bei sulla Repubblica, l’ex-ministro Dario Franceschini - senatore Pd e vero kingmaker del Nazareno, rispetto al tema della leadership del "campo largo", ha proposto che le primarie si facciano sul serio, ma con regole precise: tra queste, il futuro vincitore della consultazione non dovrebbe inserire il suo nome nel simbolo del suo partito: "Ci siamo passati già nel 2001, quando Francesco Rutelli era il candidato della coalizione e mise il suo nome sul simbolo della Margherita, ci fece guadagnare molti voti in più. Chi vince le primarie, dal giorno dopo non rappresenta il suo partito ma il programma comune e la coalizione". Come a dire, allora ci andò bene, ma stavolta il copione non dovrà essere ripetuto e non ci dovranno essere traini di questo tipo.
Al di là delle riflessioni sugli attuali equilibri del centrosinistra, Franceschini racconta una grande verità: Democrazia è Libertà - La Margherita, nella quota proporzionale alle elezioni politiche del 13 maggio 2001 ottenne un buon risultato anche grazie al traino del front runner Rutelli inserito nel simbolo; il nome, del resto, era presente anche nel simbolo dell'Ulivo destinato alle schede per i collegi uninominali. La storia della Margherita affonda però le sue radici nella frantumazione centrista della XIII legislatura (quella terminata, appunto, nella primavera del 2001): sembra dunque opportuno ripercorrere qualche tappa di quel percorso preparatorio. Il 25 luglio 2000 il Partito popolare italiano, Rinnovamento italiano e l’Udeur presentavano il patto federativo "Una scelta per l'Italia", primo passo per una futura lista unitaria del centro dell’Ulivo; il 10 settembre 2000 i Democratici approvavano tale progetto che puntava a semplificare il quadro, controbilanciando il peso elettorale e politico dei Ds. 
Foto Lapresse, tratta dalla Rete
Un mese dopo, l'11 ottobre 2000, nasceva ufficialmente la lista della Margherita, guidata dal sindaco uscente di Roma Francesco Rutelli, designato da poco candidato premier per le politiche dell'anno successivo. 
Il 3 febbraio 2001 fu presentato il nuovo simbolo: il cerchio era diviso in due parti, rispettivamente verde nella parte inferiore e azzurro sfumato in quella superiore. Al centro c’era una grande margherita, mentre sul lato sinistro superiore compariva la scritta "Democrazia è Libertà" in blu, con la voce verbale colorata di rosso; nella fascia verde, in bianco, c'era il riferimento "con Rutelli", indicazione esplicita del leader. Nella parte superiore destra erano presenti i quattro simboli delle forze politiche che aderivano alla lista unitaria: i Democratici con il loro asinello post-ulivista, il gonfalone (semplificato) dei Popolari, il tricolore stilizzato di Rinnovamento Italiano e il campanile dell'Udeur; al lancio del progetto erano infatti presenti rispettivamente Arturo Parisi, Pierluigi Castagnetti, Lamberto Dini e Clemente Mastella. 
A curare la grafica era stato chiamato l’illustratore e designer Andrea Rauch, già ideatore tra il 1995 e il 1996 del simbolo dell'Ulivo. Intervistato da Gabriele Maestri per questo sito (nell'articolo pubblicato il 30 giugno 2016), così ricordava le fasi di ideazione del nuovo emblema: "A tenere i contatti con me fu Lapo Pistelli, il collegamento tra i romani e i fiorentini, praticamente faceva la spola ogni settimana. Loro nel simbolo volevano la margherita e io la disegnai con il solito programma; poi però iniziò una sorta di balletto che interessò vari elementi. Mettiamo i simboli dei partiti che compongono l'alleanza, anzi, non li mettiamo, o mettiamo solo i nomi; mettiamo il nome di Francesco Rutelli, leader e potenziale presidente del Consiglio, anzi, non mettiamolo; lasciamo il fiore al centro, anzi spostiamolo per far posto ai simboli, anzi, meglio rimpicciolirlo, e avanti così, persino il nome del cartello elettorale mutò nel tempo. Fu un lavorio continuo e anche un po' pasticciato, praticamente il simbolo cambiava ogni settimana e tutte le volte che Lapo Pistelli tornava da Roma dopo aver parlato con quello che lui chiamava 'il sinedrio', nel senso dei maggiorenti dei quattro partiti fondatori, c'era una piccola novità. In sé erano cambiamenti di poco conto, ma si fece almeno una ventina di versioni diverse". 
Sempre Rauch, in quell'intervista, ricordò che proprio il giorno della presentazione del simbolo (il 3 febbraio 2001) lui e i suoi assistenti avevano un impegno in provincia di Treviso, quindi "il materiale per la presentazione fu passato [...] ad Area, il gruppo romano, e a essere presentata fu la versione di quel giorno" (non a caso, nelle foto di quel giorno si vede l'accento di "libertà" in una forma diversa rispetto a quella definitiva). Nel suo saggio L'immagine complessa. Segno, simbolo, forma, colore: analisi e progetto di immagini coordinate - pubblicato da Protagon Editori Toscani - nel 2001 Rauch aveva inserito proprio alcuni dei vari bozzetti proposti prima di arrivare a quello definitivo. 
Sicuramente il simbolo aveva poi un esplicito riferimento - grafico e politico - al progetto varato nel 1998 dal segretario del Partito popolare trentino Lorenzo Dellai, denominato Civica per il governo del Trentino, ma ben presto ribattezzato "Civica Margherita". 
Ritornando alle riflessioni iniziali di Franceschini, la lista comune in cui le quattro formazioni erano federate ottenne oltre 5 milioni di voti, attestandosi al 14,52%, alle spalle dei Ds e quindi controbilanciando l'Ulivo: questo, però, venne sconfitto nella competizione con la Casa delle Libertà. Nel dicembre 2001 nacque poi il comitato costituente e tra il 22 e il 24 marzo 2002 venne varato ufficialmente a Parma il nuovo partito con Francesco Rutelli presidente; sotto i petali si erano così collocati i popolari, i diniani, i Democratici, ma non Mastella che aveva scelto di rimanere autonomo con l'Udeur. 
Nonostante l’adesione alla lista unitaria delle Europee del 2004 e l'entrata nella Federazione dell'Ulivo, l'assemblea federale della Margherita, riunitasi tra il 19 e il 20 maggio 2005, decise che l’anno successivo il partito si sarebbe presentato autonomamente alle politiche nel centrosinistra. Dopo le primarie del 14 ottobre 2005 e l'approvazione della nuova legge elettorale, si decise la presentazione della lista unitaria dell'Ulivo solo per la Camera. Al Senato così fu ripresentato il simbolo della Margherita, questa volta senza i vecchi emblemi dei partiti fondatori ma anche senza il riferimento a Rutelli (del resto già sparito dal 2002): i consensi però calarono al 10,72%. Allora, peraltro, il capo della coalizione era Romano Prodi, il cui nome in quell'occasione non era apparso in nessun contrassegno elettorale (tranne che in quello comune dell'Unione, presentato però solo in Alto Adige e all'estero), mentre aveva campeggiato nel 1996 nel simbolo dei Popolari (quando il segretario però era Bianco). Prevarrà la "linea Franceschini" oppure il nome del leader del futuro centrosinistra finirà - in assenza di contrassegni di coalizione - sul fregio del rispettivo partito?

venerdì 13 giugno 2025

Più Uno, se il progetto di Ruffini richiama subito l'Ulivo

L'effetto del passato che si riaffaccia, o almeno l'impressione che sia così, in francese ha il suono morbido - pure se contratto - del déjà vu. Meno morbida e meno poetica, ma sempre più diffusa è la sensazione di "già visto" in campo politico. Sarà che spesso riappare chi - anche solo per poco tempo - ha fatto parte delle cronache, dei commenti e persino dei "retroscena", sarà che le proposte di programma su vari temi raramente sono originali (ammesso che ciò sia possibile e, soprattutto, ragionevole) e che persino i nomi e le grafiche con cui ci si dovrebbe distinguere finiscono spesso per somigliarsi; sta di fatto che molte persone credono sovente di trovarsi di fronte all'ennesimo politico o partito fotocopia. Quel giudizio, ovviamente, può essere  tanto ingeneroso quanto devastante, potendo minare dall'inizio la strada di un progetto politico. 
In certi casi però la memoria dei #drogatidipolitica si attiva immediatamente ed è difficile lasciare da parte il pensiero che quell'attivazione sia stata espressamente voluta da chi ne ha creato le condizioni. Difficile pensare a qualcosa di diverso, in particolare, guardando la grafica, diffusa solo qualche manciata di ore fa, per il progetto politico legato al nome di Ernesto Maria Ruffini, sino alla fine dello scorso anno direttore dell'Agenzia delle entrate, dimessosi  senza risparmiare polemiche verso chi dipingeva la scelta di combattere l’evasione come "una scelta di parte e addirittura qualcosa di cui vergognarsi". Già prima delle dimissioni si era iniziato a parlare di Ruffini come persona potenzialmente in grado di "riorganizzare un centro, dare forza a un centro del centrosinistra, diventare l'atteso 'federatore' del campo largo" (così aveva scritto Marco Iasevoli su Avvenire). Dopo le smentite, è arrivato un atto concreto: il 1° marzo è stata costituita l'associazione Più Uno, con sede a Roma in viale Carso, avente tra i suoi scopi, come si legge all'art. 3 dello statuto, "attivare, convogliare e catalizzare lo straordinario potenziale civico esistente nel nostro paese e mettere in rete esperienze di impegno civile, impegno che è necessario per dare una prospettiva condivisa alle sorti del nostro sistema democratico", nonché "favorire l'impegno sociale e far riscoprire i legami e le responsabilità verso la comunità, quali fondamento di libertà e orizzonti in grado di superare i confini e destini dei singoli", sostenere "la costruzione di una società improntata al bene comune e al benessere collettivo, impegnandosi fin da subito a creare spazi di confronto e proporre nuove idee" per migliorare la qualità del dibattito politico, riavvicinare i cittadini al confronto civile e alla partecipazione. Tutto ciò vedendo nell'integrazione europea "l'unico percorso perseguibile di pace e benessere del popolo europeo, [...] in cui l'Italia deve tornare ad essere protagonista ai capofila ispirandosi ai principi fondamentali alla base della nostra costituzione" e volendo valorizzare "lo straordinario lavoro di organizzazioni no-profit che ogni giorno sostengono le crepe sociali e le fragilità umane nelle periferie delle città e affrontano anche le problematiche che attraversano i centri della città".
Fin qui e nei molti altri propositi non è difficile ritrovare le caratteristiche di un progetto politico (nel senso più ampio e, volendo, più nobile del termine) di matrice cristiana e democratica: ciò non stupirebbe nemmeno troppo, anche considerando che il padre di Ruffini, Attilio, era stato a lungo deputato della Democrazia cristiana e che uno dei fratelli, Paolo, come giornalista ha avuto una lunga esperienza alla guida - oltre che di Rai3 - di Tv2000 e del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede. Poi però lo sguardo cade sulla grafica che è stata scelta per il nome dell'associazione: appena si vedono quelle sei lettere in carattere bastoni blu e con l'accento rosso, è quasi impossibile non ripensare subito all'Ulivo concepito visivamente per Romano Prodi da Andrea Rauch nel 1995 (la genesi è stata raccontata a questo sito dallo stesso autore con dovizia di particolari). 
Ancora di più, riesce quasi impossibile credere che quel rimando non sia stato scientemente voluto. Innanzitutto la costituzione dell'associazione Più Uno va di pari passo con la pubblicazione del libro omonimo, edito da Feltrinelli, dal contenuto chiaramente politico. Il carattere impiegato in copertina (New Century Schoolbook), tuttavia, è coerente con quelli impiegati dall'editore per tanti altri suoi volumi; è invece ben diverso dal Futura Black usato ora per comporre il logotipo dell'associazione e anche i colori che tingono il testo somigliano davvero moltissimo al blu e al Rosso senti da Rauch nel 1995. A onor del vero, il sito più.uno riporta una grafica simile a quella della copertina, con i cerchi colorati che si sovrappongono (a qualche drogatodipolitica incallito potrebbe tornare in mente anche il varo grafico di Italia unica di Corrado Passera, ma l'esito un poco felice ne sconsiglierebbe il richiamo).
La sensazione che il rimando alla stagione rivista sia tutt'altro che casuale aumenta considerando le parole pronunciate da Ruffini alla sua ultima partecipazione a DiMartedì, il 10 giugno, intervistato da Giovanni Floris: "Son cresciuto con i comitati per l'Ulivo: sono stati una stagione straordinaria, senza nulla togliere ai partiti". Lo stesso strumento immaginato "per riportare le persone a partecipare, a sentirsi coinvolte, ad essere in qualche modo partecipi di un sogno futuro", vale a dire i Comitati "Più Uno", che Ruffini vorrebbe far nascere in ciascuna delle province italiane per essere promotori "di partecipazione politica, di discussione e di voto consapevole", non possono che ricordare i Comitati per l'Italia che vogliamo alla base dell'esperienza prodiana citati dallo stesso ex direttore dell'Agenzia delle entrate.
Chi conosce e ricorda bene le vicende della politica italiana successiva nel 1994, del resto, sa bene che le parentele grafiche con l'Ulivo non costituiscono certo una novità. Nel 1999, infatti, pochi mesi dopo la caduta per un voto del suo (primo) governo, Romano Prodi si convinse a costituire un proprio partito in tempo per partecipare con una lista alle elezioni europee, un po' per andare alla conta (a dispetto dei piani altrui) e un po' per preparare il futuro. Alla fine si decise - probabilmente su indicazione di Arturo Parisi - di utilizzare l'asinello come simbolo per il nuovo partito-lista e di usare il nome "i Democratici", senza alcun riferimento esplicito all'Ulivo (da ricostruire con il tempo); nonostante questo, all'agenzia Advcreativi di Ancona che fu incaricata di dare forma al simbolo fu abbastanza chiaro fin dall'inizio - come ha dichiarato a questo sito il suo fondatore, Francesco Cardinali - "che il lettering del simbolo doveva restare lo stesso dell'Ulivo".
L'Ulivo fu comunque recuperato nel 2001 per contrassegnare la coalizione guidata da Francesco Rutelli (che non ebbe però la stessa fortuna del 1996) e nel 2004 con una leggera variante - Uniti nell'Ulivo, con il ridisegno del simbolo affidato a Bruno Magno - per distinguere alle europee la lista unitaria di Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei. Nel 2005, però, nell'ultimo anno della legislatura, si iniziarono a scaldare i motori per le regionali dello stesso anno e guardando soprattutto alle politiche dell'anno successivo: si iniziò quindi a preparare una coalizione larga, anzi larghissima, che potesse contenere tanto Fausto Bertinotti quanto Clemente Mastella. La leadership di Prodi sarebbe stata confermata in autunno con le primarie della coalizione, ma già il 10 febbraio fu presentato pubblicamente il simbolo dell'Unione, con l'emiciclo parlamentare tinto dei colori dell'arcobaleno e il nome scritto con lo stesso carattere dell'Ulivo, ma stavolta colorato di verde (ma sempre con un apostrofo rosso, tutto obliquo stavolta).
E se alla scelta del nome pare abbia lavorato Annamaria Testa a Milano, a dare forma al simbolo era stata ancora una volta la Advcreativi di Cardinali, che sull'Unità dell'11 febbraio 2005 (il giorno dopo la presentazione del nuovo emblema) aveva concorso a spiegare la genesi della grafica. Grafica arcobaleno che paradossalmente finì sulle schede delle elezioni regionali del 2005, ma non su quelle delle elezioni politiche del 2006 (tranne che in Alto Adige e nella circoscrizione Estero), visto che la nuova legge elettorale consigliava di colpire in coalizioni multiliste.
Dopo quell'evento elettorale - e il naufragio del secondo governo Prodi - rimase solo il rametto dell'Ulivo, inserito obtorto collo nel simbolo del Partito democratico da Nicola Storto (e mantenuto fino a oggi contro la volontà di colui che lo disegnò, cioè Rauch). Ora che il Pd non è più quello di Matteo Renzi ma continua a essere oggetto di critiche, soprattutto da parte dei moderati, sembra pronto a partire qualcuno che spera di intercettare - come federatore o ricostruttore - varie sensibilità dell'area progressista, magari rievocando lo spirito del 1995-96 anche grazie ai colori. Chissà se Più Uno diventerà partito e se i colori dell'Ulivo conviveranno con quel che resta del rametto in due simboli diversi...

sabato 1 ottobre 2022

Per fare il nuovo Pd ci vuole un simbolo (ma serve un'identità chiara)

Nessuno dei commenti sul risultato elettorale del 25 settembre ha classificato il Partito democratico tra i vincitori di questa chiamata alle urne; ne, del resto, poteva essere altrimenti. Il 19,07% ottenuto alla Camera è ben più basso del 33,18% del Pd di Walter Veltroni del 2008 (che perse) e del 25,43% del Pd di Pierluigi Bersani del 2013 (che "non vinse"); è di poco più alto del 18,76% ottenuto dal Pd guidato da Matteo Renzi nel 2018, ma allora quella percentuale era frutto di 
6.161.896 voti, mentre ora le schede con la croce sul Pd sono state 5.356.180.
Nella prima conferenza stampa seguita al voto, il segretario dem Enrico Letta ha parlato di risultato insoddisfacente (pur nella sostanziale tenuta, a fronte delle flessioni significative di altri partiti di rilievo) e della necessità di un percorso accelerato verso il nuovo congresso, con lui che non si candiderà alla segreteria. Si è trattato del primo segno di rinnovamento, che ne preparava altri, in forma di auspicio e non solo. Questi ieri sono stati condensati nella lettera rivolta alle iscritte e agli iscritti "sul Congresso Costituente del Nuovo Pd" (così si legge nel sito del partito) e diffusa attraverso i canali dem. Di seguito il testo della lettera, che sembra opportuno riportare per intero:

Carissime e carissimi,
sono passati pochi giorni dal voto che ha sconvolto gli equilibri politici italiani ed europei e sento la necessità di rivolgermi a ciascuno di voi per ringraziarvi dello straordinario impegno profuso in questa durissima campagna elettorale.
Abbiamo perso. Ne usciamo con un risultato insufficiente, ma ne usciamo vivi. E sulle nostre spalle c’è oggi la responsabilità di organizzare un’opposizione seria alla destra. 
Abbiamo il tempo e abbiamo la forza morale, intellettuale e politica per rimetterci in piedi. Le basi per ripartire ci sono. Pur avendo subito la concorrenza di chi ci ha preso di mira con inusitata asprezza, con il dichiarato obiettivo di mettere in discussione la nostra stessa esistenza in vita, siamo il secondo partito italiano, la forza guida dell’opposizione e uno tra i maggiori partiti riformisti e progressisti europei. E ciò in un contesto nel quale tutte le forze politiche principali, tranne FdI, hanno perso molti o moltissimi consensi rispetto alle precedenti elezioni politiche. Oppure ottenuto risultati molto inferiori rispetto ai proclami. 
L'esito di queste elezioni è stato segnato dall’impossibilità - non torno qui sulle responsabilità - di presentarci con un quadro vasto di alleanze. La legge elettorale, profondamente sbagliata e che abbiamo provato invano a cambiare, favorisce chi le realizza. La destra, pur con tutte le sue divisioni, si è coalizzata e ha prevalso nella stragrande maggioranza dei collegi uninominali, ottenendo così la maggioranza dei seggi in Parlamento. Ad essa non corrisponde una maggioranza nel Paese: ciò accresce il nostro dovere di organizzare una opposizione dura e intransigente sui valori e sulle politiche, sempre nell’interesse generale dell’Italia e delle istituzioni repubblicane.
Allo stesso tempo, in questa campagna scandita da insidie e veleni, si sono manifestati evidenti i limiti della nostra proposta ed è emersa una mancanza molto grave di capacità espansiva nella società italiana. Sono limiti che ci obbligano a un confronto serissimo e sincero tra di noi. 
Perché il Pd, per sua stessa natura, deve essere un partito espansivo e largo. Se manca questa aspirazione entra in crisi la sua ragione d’essere. Per questo dobbiamo essere pronti a rimettere tutto in discussione. Ora possiamo farlo, dopo potrebbe essere troppo tardi. 
Fermarsi a enunciare le tante, pur legittime, ragioni consolatorie per un risultato che comunque ci assegna il ruolo di guida dell’alternativa sarebbe sbagliato. Non è questo l’atteggiamento col quale ho voluto interpretare il mio compito di guida del PD. E non sarà questo il modo con cui vivrò questa fase. 
Quel che vi propongo è di accettare di entrare in profondità nei problemi per risolvere i nodi che ci bloccano e poi, a partire da questo sforzo genuino e determinato, di scegliere insieme la nuova leadership e il nuovo gruppo dirigente.
Abbiamo bisogno di un vero Congresso Costituente. Per questo vi chiedo di partecipare con passione e impegno, accanto ad altri che spero vorranno raggiungerci per fare insieme un percorso che, come proporrò alla Direzione convocata per la prossima settimana, dovrebbe essere articolato in quattro fasi. 
La prima sarà quella della "chiamata". Durerà alcune settimane perché chi vuole partecipare a questa missione costituente, che parte dall’esperienza della lista "Italia Democratica e Progressista", possa iscriversi ed essere protagonista in tutto e per tutto. 
La seconda fase sarà quella dei "nodi". Consentirà ai partecipanti di confrontarsi su tutte le principali questioni da risolvere. Quando dico tutte, intendo proprio tutte: l’identità, il profilo programmatico, il nome, il simbolo, le alleanze, l’organizzazione. E quando parlo di dibattito profondo e aperto, mi riferisco al lavoro nei circoli, ma anche a percorsi di partecipazione sperimentati con successo con le Agorà Democratiche. 
La terza fase sarà quella del "confronto" sulle candidature emerse tra i partecipanti al percorso costituente. Un confronto e una selezione per arrivare a due candidature tra tutte, da sottoporre poi al giudizio degli elettori. 
Infine, la quarta fase, quella delle "primarie". Saranno i cittadini a indicare e legittimare la nuova leadership attraverso il voto. 
Tutto può svolgersi a regole vigenti. E quindi può iniziare rapidamente. È un percorso aperto che può e deve coinvolgere, oltreché i nostri mondi di riferimento, anche il paese intero, dimostrando a tutti la forza e l’utilità di un partito-comunità, contrapposto ai tanti partiti personali che abitano oggi la nostra scena politica. 
Infine, è un percorso che concilia l’urgenza di affrontare i nostri problemi con la indispensabile rigenerazione del gruppo dirigente. Contenuti forti e volti nuovi sono entrambi necessari. Gli uni senza gli altri rischiano di trasformare il Congresso in un casting e in una messa in scena staccata dalla realtà e lontana dalle persone. Se non li bilanciamo con attenzione, ci trasformiamo definitivamente nelle maschere pirandelliane che evocai nel mio ormai lontano discorso del 14 marzo 2021. 
So che vogliamo tutti evitare questo epilogo. So che vogliamo tutti arrivare presto a un nuovo Pd e a una nuova leadership. 
Se ci muoviamo insieme in questa direzione, con coraggio e tempismo, dimostreremo di essere capaci di tornare in sintonia con le attese del Paese. 
Vi chiedo di credere in questo progetto e di esserne protagonisti attivi seguendo le indicazioni che usciranno dal dibattito della Direzione convocata per giovedì 6 ottobre. 
Vi chiedo soprattutto di avere fiducia nel "noi collettivo" che è molto meglio della somma dei tanti io. Questa è la grande forza del Partito Democratico. Questa è la nostra missione.

I contenuti politici sono certamente rilevanti in questa lettera aperta. A chi frequenta questo spazio, tuttavia, non può sicuramente sfuggire quanto scritto da Letta parlando della seconda fase del percorso costituente, quella dei nodi: quella in cui coloro che parteciperanno potranno "confrontarsi su tutte le principali questioni da risolvere", includendo "l'identità, il profilo programmatico, il nome, il simbolo, le alleanze, l'organizzazione". Sì, anche il simbolo. Una discussione e un confronto, peraltro, da non limitare agli organi rappresentativi nazionali del partito, ma da portare con un "dibattito profondo e aperto" nei circoli dem, come pure in "percorsi di partecipazione sperimentati con successo con le Agorà Democratiche". Già questo sarebbe oggettivamente un tratto di novità: fino a questo momento si era parlato in modo sommario, non diretto, di possibili cambi di nome o di simbolo, ma sempre come operazioni interamente gestite dal vertice, senza discussione con la base. Giusto per rinfrescare la memoria, se n'era parlato all'inizio del 2020, poco prima delle regionali in Emilia-Romagna, quando l'allora segretario Nicola Zingaretti aveva dichiarato alla Repubblica "Vinciamo in Emilia-Romagna, e poi cambio tutto: sciolgo il Pd e lancio il nuovo partito", lasciando presagire che ci si doveva aspettare una denominazione e un fregio politico nuovi; il deflagrare dell'era Covid-19 ha suggerito di mettere da parte questi progetti per occuparsi di altro, senza che per questo la vita del Pd sia stata meno travagliata (lo stesso arrivo di Letta alla segreteria è figlio di quella stagione).
Anche in precedenza, del resto, più di una voce - a volte con nome e cognome, più spesso indistinta e legata a rumors - si era levata per suggerire di mettere mano al nome e, già che ci si era, di ritoccare poco o molto anche il simbolo (in modo permanente e non solo con riferimento alla singola tornata elettorale). Su questo sito, ad esempio, tra il 2016 e il 2017 si era parlato almeno in un paio di occasioni della possibilità di dimezzare il nome del partito, chiamandolo solo "Democratici", anche se quell'etichetta non era affatto nuova. Nessuna persona che appartenga alla schiera dei #drogatidipolitica, infatti, può seriamente avere dimenticato che i Democratici era la creatura politica di Romano Prodi e Arturo Parisi, nata nel 1999 in vista delle elezioni europee: come simbolo Francesco Cardinali (AdvCreativi) aveva realizzato un asinello che guardava all'iconografica classico-satirica dei dem degli Stati Uniti, ma nello stile ricordava piuttosto l'asinello cartoon di Pinocchio nella versione Disney. Ancora prima, a metà del 2010, quando non erano ancora passati tre anni dalla fondazione del Pd, Debora Serracchiani sul Post aveva bollato quello del suo partito come un "asettico marchio-logo" che aveva sostituito "simboli identitari di fortissimo impatto" (scudo e falce-martello), di cui frattanto avevano preso il posto "gentili e rassicuranti simboli vegetali" (ci torniamo tra poco).
Ora, qui si sta parlando di rinnovare il Partito democratico e la sua guida - si può, per una volta, evitare di parlare di leadership? - insieme alla classe dirigente, e non di costituire un nuovo soggetto politico (anche se le persone più scaramantiche avrebbero preferito questa soluzione, nella speranza che fosse necessario darsi una casa nuova per lasciare dietro le spalle tutte le storture e i difetti di quella vecchia); l'intenzione comunicata da Letta, in ogni caso, non sembra meramente "di facciata" e, soprattutto, non deve essere così se vuole sperare di avere qualche effetto positivo per il partito stesso. 
Certamente i confronti sul nome e sul simbolo riguardano gli aspetti più legati all'immagine del partito, dunque quelli più visibili e delicati: il fatto che proprio il segretario dichiari pubblicamente che i segni distintivi del Pd possono essere messi in discussione dalla base del partito stesso sembra dimostrare che la fase di cambiamento, di passaggio è autentica. Se negli ultimi anni le modifiche ai simboli sono state sostanzialmente frutto di scelte 'dall'alto', operazioni pensate e volute dai vertici per un riposizionamento politico (con un coinvolgimento della base ridottissimo o pressoché nullo), forse la situazione in cui ora versa il Pd ricorda di più quelle - assai travagliate - che hanno interessato il Pci e il Msi, anche se in entrambi questi casi si era di fronte a un radicale mutamento ideale, i cui impulsi erano venuti interamente dai vertici, anche in materia simbolica.
Tornando alla transizione che riguarderà il Partito democratico, nei pensieri scritti da Debora Serracchiani dodici anni fa si ritrovano due parole chiave su cui concentrarsi ora per capire meglio la situazione, cioè "simbolo" e "identitario". Non è un mistero che, nel corso degli anni, si siano registrati vari segni di insoddisfazione nei confronti dell'emblema realizzato nel 2007 da Nicola Storto, allora 25enne creativo da poco entrato nell’agenzia Inarea di Antonio Romano. Quando fu intervistato da questo sito, Storto spiegò che il committente - il Pd di Veltroni - aveva espressamente chiesto "un logo molto semplice, leggibile e riconoscibile anche da persone con un basso livello di istruzione, memorabile e con i colori istituzionali italiani". Per assurdo, l'aver rispettato in pieno quelle 'regole d'ingaggio' creando un fregio basato sul lettering delle iniziali del partito e sul tricolore ha comportato un problema: quello del Pd, infatti, è sempre stato vissuto come marchio o come logo, non come simbolo, per la mancanza al suo interno di un'immagine definita, un soggetto in cui riconoscersi. 
Un'immagine, a dire il vero, c'era e c'è, per quanto piccola: ci si riferisce, ovviamente, al rametto di ulivo posto sotto al logo tricolore, assente nei primi studi del simbolo di Storto, ma inserito su pressante invito dei committenti (sempre l'autore spiegò al sottoscritto che si trovò "la soluzione più indolore possibile ed esteticamente più gradevole"). Quelle richieste, in fondo, si possono capire: la scelta di richiamare nel fregio politico del Partito democratico 'l'antenato' all'origine di quella forza politica - dunque l'Ulivo che Romano Prodi aveva voluto nel 1995 - finiva per ricordare un altro passaggio storico precedente (che pure fu realizzato in condizioni diverse, come evoluzione di un unico partito e non con la sostanziale unione di due strade politiche diverse). Quando infatti il Partito comunista italiano, tra il 1990 e il 1991, scelse di trasformarsi nel Partito democratico della sinistra, non aveva abbandonato del tutto il fregio tradizionale: era stato un modo per rendere chiaro che il Pds era lo stesso soggetto politico (e giuridico) che si chiamava prima Pci e per impedire a chi non condivideva il nuovo corso ideale di appropriarsi degli antichi segni (come in effetti tentò di fare il gruppo che poi si sarebbe denominato Rifondazione comunista). La doppia bandiera con falce e martello, tuttavia, era stata posta da Bruno Magno - come ha raccontato lui stesso anche su questo sito - alla 'base' di un vero simbolo, cioè l’albero della sinistra, che pure da più parti fu subito 'battezzata' come una quercia: si era trattato di un'immagine chiara, che aveva avuto un ruolo e un impiego nella storia della sinistra e nel corso degli anni tante persone si sono riconosciute e identificate, anche sul piano ideale. 
Com'è noto, il simbolo del Pci smise di coprire parte del tronco della 'quercia' nel 1998: in quell'anno il cammino di evoluzione conobbe un'altra tappa con la costituzione dei Democratici di sinistra e fu sempre Magno a sostituire falce e martello con la rosa del Partito socialista europeo, nel quale i Ds - in continuità con il Pds - si collocarono. Tornando al Partito democratico invece, è facile notare che il Pd di oggi non è identico al Pd delle origini per idee, posizioni e guida (anche se non mancano tratti comuni e varie persone sono rimaste, le modifiche conosciute in quindici anni di attività sono parecchie) e non è nemmeno identico all'Ulivo del 1996 o del 2006, eppure il rametto è rimasto dov'era stato collocato nel 2007. Non è affatto un caso, come sa chi conosce da anni questo sito, che alla fine del 2013 Andrea Rauch, vale a dire colui che aveva creato il simbolo dell'Ulivo per Romano Prodi (poi 'narrato' insieme ad Alessandro Savorelli) basandosi su un ramoscello di ulivo che aveva personalmente strappato da un albero vicino alla sua casa di campagna, avesse chiesto all'allora segretario dem Matteo Renzi di rimuovere il rametto dal simbolo, un po' per la perdita di legame tra Pd e Ulivo, un po' perché quella miniatura era quasi illeggibile all'interno del nuovo logo (che anzi ne veniva 'sporcato'). La richiesta di Rauch non è stata esaudita, né da Renzi, né da chi è venuto dopo di lui.
Volendo tirare le somme (e parafrasando Ci vuole un fiore di Sergio Endrigo e Gianni Rodari), per fare il "nuovo Pd" ci vuole un simbolo, ma un simbolo vero, ben identificabile - anche sul piano figurativo - e in cui potersi riconoscere, in grado di suscitare emozioni e non 'sacrificato' all'interno di un logo più anonimo. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi e non solo perché creare un simbolo per un partito - come si è visto abbondantemente nel corso degli anni - è un lavoraccio. Il fatto è che, continuando sul sentiero rodarian-endrighiano, "per fare un simbolo ci vuole un'identità", per giunta definita con una certa chiarezza (nei suoi contenuti e nei suoi confini), altrimenti la missione di chi deve creare il segno grafico diventa praticamente impossibile. Qui si tocca indubbiamente un tasto assai dolente, perché l'identità rappresenta un problema con cui il Partito democratico ha fatto i conti fin dalla sua nascita (e, se possibile, anche prima) e che ciclicamente - tra "ma anche", battaglie sui valori e cambi di vertice - si è ripresentato. Se non si affronta seriamente e con senso di responsabilità la questione, diventa impossibile dare un simbolo al "nuovo Pd"; di più, sarebbe inutile persino cambiare del tutto il contenitore, perché ci si porterebbe dietro il 'difetto di fabbricazione' maggiore del Partito democratico. In un caso o nell'altro, si rischierebbe una sconfitta - grafica e ideale - in partenza: almeno in politica, prima di decidere la foto da mettere sulla carta d'identità, è essenziale mettersi bene d'accordo su come riempire il documento.

sabato 11 dicembre 2021

Insieme per la Puglia: un nome, due simboli diversi (per progetti distinti)

Il simbolo che ha circolato in rete
Nei giorni scorsi i media si sono occupati della nascita della federazione delle formazioni civiche che nel 2020 hanno sostenuto la rielezione di Michele Emiliano alla presidenza della regione Puglia, pensata al fine di rafforzare l'asse già esistente tra Pd e MoVimento 5 Stelle. Tale federazione è stata varata il 1° dicembre all'hotel Parco dei Principi a Bari, in un evento intitolato Insieme per la Puglia. Questo ha portato più di una persona a "trasferire" automaticamente quel nome alla stessa federazione, come se l'etichetta fosse stata già pronta. Non solo. La tentazione di dare al nascente coordinamento, oltre a un nome, pure un simbolo, è stata altrettanto forte e a qualcuno è venuto automatico associare quel progetto politico a un emblema già esistente e piuttosto evocativo.
Il 30 novembre, infatti, sul Corriere del Mezzogiorno era apparso un articolo a firma di Francesco Strippoli in cui si indicava come simbolo "un tondo verde, il nome nel tricolore nazionale, il profilo della Puglia e un rametto di ulivo con tanto di olive". Si aggiungeva pure che la presenza del rametto non era affatto casuale, suffragando l'affermazione con un virgolettato di Giovanni Procacci, consigliere politico di Emiliano e organizzatore dell'evento: "Insieme per la Puglia non sarà solo una federazione di civiche, ma un vero soggetto politico. E come fu l'Ulivo di Prodi, è aperto alle adesioni di singoli e di soggetti organizzati. E anche se mancheranno le sigle non significa che faremo a meno delle persone" (il riferimento era alle polemiche dei giorni precedenti, di cui lo stesso Strippoli aveva dato conto, per cui alcune delle formazioni  che avevano sostenuto Emiliano - in particolare Senso civico di Alfonso Pisicchio, i Verdi e i Socialdemocratici di Mimmo Magistro - avevano espresso perplessità per un "processo aggregativo [che] promana da identità politiche caratterizzate per la loro appartenenza ai vertici regionali del PD. Dunque un processo che apparirebbe non prodotto dalle liste civiche, bensì da un disegno, non meglio declinato" e che non avrebbe un orizzonte politico definito, limitandosi per ora a inglobare "le due liste civiche che nel simbolo hanno a riferimento il nome del Presidente della regione", cioè i Popolari con Emiliano e Con). 
All'evento, tuttavia, quel simbolo non si è visto; c'era sì il nome, ma scritto in tutt'altro modo su fondo blu e avendo come unico elemento grafico riconoscibile un arco azzurro innestato sul pallino della prima "i", a richiamare l'idea di un abbraccio. Anzi, a leggere l'articolo dedicato all'evento dal Quotidiano del Sud, si trova un virgolettato che l'autore del pezzo Francesco Petruzzelli attribuisce genericamente all'entourage: "Qui non c’è alcun simbolo. Quello che circolava è un fake. Siamo solo un coordinamento che guarda alla Puglia e all’Italia". Lo stesso Emiliano, in un'intervista alla Repubblica, ad Antonello Cassano e Piero Ricci che chiedevano notizie sull'esistenza di un nome o di un logo per il progetto politico aveva risposto: "Il nome provvisorio non può che essere 'Coalizione per la Puglia e per l'Italia', ma è chiaro che nel momento in cui il coordinamento verrà alla luce determinerà nome e simbolo".
In attesa che venga alla luce, ci si può domandare: era davvero un fake il simbolo con nome tricolore e rametto di ulivo? Quasi certamente no, ma occorre intendersi: non era corretto sovrapporre il simbolo al progetto pugliese legato a Emiliano, ma il simbolo in questione esisteva già e da tempo. Su Facebook, infatti, l'emblema è usato come immagine profilo dalla pagina Insieme per la Puglia, creata il 30 gennaio 2020; durante la campagna elettorale per le regionali è stata rinominata Puglia Solidale e Verde per Carmine Conte, per poi riprendere il suo nome iniziale dalla fine di ottobre di quell'anno. Con il nome è ritornato anche il simbolo con il profilo della regione e il rametto d'ulivo, già in uso dalla fine di gennaio del 2020; la pagina tuttora fa riferimento a Carmine Conte, già candidato nella lista Puglia Solidale e Verde nella provincia di Lecce. Il simbolo dunque esisteva quasi da due anni e non lo si poteva certo legare (in automatico) al progetto di Emiliano; l'identità del nome e l'idea di una federazione di centrosinistra ampia (con una base civica) non lontana dall'Ulivo ha suggerito un accostamento, che però si è rivelato indebito. Capita quando si danno le notizie, l'importante poi è chiarire e capirsi.

martedì 14 luglio 2020

Puglia, Senso civico - un nuovo Ulivo per Emiliano

Procede il cammino verso le elezioni regionali che - pur mancando l'ufficialità - anche in Puglia dovrebbero ormai tenersi il 20 e il 21 settembre. Tra le liste che sono attese sulla scheda elettorale, oltre a quelle che semplicemente riproducono i simboli dei partiti, c'è anche Senso civico - Un nuovo Ulivo per la Puglia. 
La notizia, in effetti, non è nuovissima: già a gennaio, infatti, era stata presentata l'associazione con quel nome, che presto si sarebbe tradotta anche in un gruppo consiliare e che nell'immediato era nata per sostenere Michele Emiliano alle primarie che lo hanno visto prevalere ampiamente. Erano entrati a far parte del gruppo Sabino Zinni (capogruppo), Cosimo Borraccino, Alfonso Pisicchio (entrambi anche assessori) Ernesto Abaterusso, Pino Romano e Giuseppe (Peppo) Turco.
Fin dalla sua costituzione, nel sito del nascente gruppo politico regionale, si era detto che non si voleva costruire un cartello elettorale a sostegno di Emiliano e del centrosinistra, ma "un progetto ideale per il futuro e un laboratorio politico in cui sperimentare nuove alleanze ed egemonie che potrebbero avere un risvolto anche nazionale". Spiccava nel nome il riferimento all'Ulivo, da intendere come "possibilità di intrecciare culture politiche diverse come quelle del laburismo, dell’ecologismo, del cattolicesimo democratico e del liberalismo progressista", poiché queste "si muovono all'interno dello stesso orizzonte, che è quello dei valori costituzionali di uguaglianza, libertà, dignità del lavoro, rispetto dei diritti degli uomini e della natura, valorizzazione della bellezza, della cultura, dell’arte e della scienza", con in più il carattere di novità rappresentato dal "valore dato alle persone, alla loro scelta, alla loro civica responsabilità".
In effetti il cammino è partito in precedenza, dai primi mesi del 2019, quando era nata come associazione Senso civico per la Puglia, fondata dai consiglieri Zinni, Turco, Pisicchio, Romano e dai loro colleghi Leo Di Gioia (del gruppo Emiliano presidente) e Paolo Pellegrino (Italia in Comune). L'idea era di unire le forze civiche della regione che si collocavano nell'area del centrosinistra; fin dall'inizio come simbolo era stata scelta "una mano che unisce e non divide e che tiene in pegno il destino e una foglia colorata di Ulivo: colorata da tutti i colori del mare, del sole, della nostra terra". Ulivo che, tra l'altro, figura anche nello stemma della regione Puglia e che qui è evocato attraverso una foglia lanceolata.
In vista delle elezioni, tuttavia, il progetto si è allargato e già dagli ultimi mesi del 2019 si era parlato molto di una convergenza in Senso civico anche di Articolo Uno, di cui proprio il consigliere Abaterusso è anche segretario regionale in Puglia (e responsabile nazionale agricoltura del partito). A quel punto, se il simbolo del gruppo politico già rimandava all'ambientalismo e al civismo, occorreva un riferimento più ampio, in cui potesse facilmente riconoscersi anche chi fa riferimento al partito di Roberto Speranza e Pierluigi Bersani, pur senza citarlo direttamente. Così la parte principale del nome originario è stata messa sulla stessa riga e ridotta di dimensioni per fare spazio alla dicitura "un nuovo Ulivo" con l'ultima parola che ha la maggior evidenza nel contrassegno: non si è utilizzata la font che tradizionalmente ha caratterizzato la coalizione prodiana (probabilmente sia per non dover chiedere autorizzazioni o rischiare diffide, sia perché in effetti di quell'esperienza si vuole solo evocare l'idea), ma l'aspirazione è ugualmente fungere "da stimolo per la nascita di un grande cantiere culturale, programmatico e politico che dia vita a una nuova forma di centrosinistra", per evitare che il governo della regione passi di mano. 
La lista si formerà e proseguirà la sua azione dando peso soprattutto agli impegni sulla salute e sull'ambiente (senza togliere attenzione allo sviluppo economico); nel frattempo, tuttavia, resta aperta all'adesione di altre forze politiche. L'ultima a essersi avvicinata è I Socialdemocratici, formazione di respiro nazionale nata in Puglia e presieduta da Mimmo Magistro dopo che una sentenza del tribunale di Roma nel 2011 aveva di fatto ristabilito Renato D'Andria alla segreteria del Psdi. L'associazione iSD candiderà dunque suoi rappresentanti, "possibilmente donne per dare un messaggio di sostegno e piena condivisione alla doppia preferenza di genere, in discussione in in commissione il 15 luglio, in tutte le province". Nemmeno i Socialdemocratici però saranno visibili nel contrassegno elettorale, piuttosto riconoscibile sul piano cromatico ma non facile da identificare (per qualcuno sembra il marchio di una marca di olio o di un prodotto sostenibile e solidale. Anche se in fondo c'è un po' tutto questo nel simbolo).

mercoledì 29 agosto 2018

Boldrini: alle europee centrosinistra sotto un unico simbolo. Ma quale?

Quando le cose vanno male, tentare la carta dell'unità sembra l'unica proposta ragionevole, anche quando i margini per attuarla sono, a voler essere ottimisti, molto risicati. Viene da pensare questo considerando quanto scritto ieri sul suo profilo Facebook da Laura Boldrini, ex presidente della Camera e attualmente deputata eletta sotto le insegne di Liberi e Uguali: prima di partecipare a Milano alla manifestazione "Europa senza muri", la parlamentare ha voluto riassumere in poche righe per i social network il disegno politico che, a suo dire, dovrebbe essere perseguito a sinistra. A quasi sei mesi dalla sonora sconfitta del 4 marzo 2018 e dopo le prime prove di governo Lega-M5S, per Boldrini "le forze del centrosinistra debbono cogliere l’eccezionalità del momento e affrontarlo con un’iniziativa politica inedita, già dalle prossime elezioni europee".
Alla scadenza elettorale manca ben meno di un anno (e alla presentazione dei simboli, in particolare, mancano poco più di sette mesi) e potrebbe essere già un po' tardi per muoversi a realizzare quell'iniziativa politica "inedita", che certamente per l'ex presidente della Camera deve passare attraverso "candidature nuove, espressione dell’associazionismo laico e cattolico, dei sindaci, dell’ambientalismo" (mondi da cui, peraltro, finora si è sempre pescato), ma non basterebbe un rinnovamento di persone.
Boldrini, infatti, parla espressamente di una lista unitaria e unica, da presentare alle prossime europee: "Serve un simbolo unico nuovo, e ritrovarsi su alcuni temi importanti. In questo momento storico non possiamo permetterci di far prevalere le divisioni: a forza di fare distinguo si rischia di estinguersi. Siete d’accordo o no che adesso più che mai serva unire le forze?"
Chissà se l’ex presidente della Camera si sta lanciando come nuova leader di una nascitura alleanza della sinistra. Forse sì. Anzi: è probabile. Alle ultime elezioni è stata “costretta” al ruolo di comprimaria con Pietro Grasso, che però con la sconfitta elettorale si è bruciato ogni possibile rivendicazione di leadership. Ora potrebbe toccare a lei, la donna che difende le donne. L’ex alto commissario Unhcr sempre dalla parte dei migranti.
Ecco dunque l’iniziativa “inedita” (sic!) cui pensa la Boldrini. Già dalle prossime europee (definite “campali”) le forze “di centrosinistra” a detta della deputata dovrebbero puntare ad “un simbolo unico nuovo” per "ritrovarsi su alcuni temi importanti”. Quali siano, non è ancora chiaro. "In questo momento storico – spiega - non possiamo permetterci di far prevalere le divisioni: a forza di fare distinguo si rischia di estinguersi".
Sull'ultima frase, ovviamente, i dubbi non ci sono: a forza di scissioni frequenti e ricomposizioni mal riuscite (generalmente perché operate a fini essenzialmente elettorali, magari per superare qualche soglia di sbarramento), a sinistra si è andati ben al di là della scissione dell'atomo (anche se l'area è in buona compagnia: si pensi al passaggio dalla Balena bianca della Democrazia cristiana a un numero imprecisato di aringhe, acciughe e sardine, per usare un'immagine cara a Gian Antonio Stella). E' altrettanto vero che il 3,4% ottenuto da Leu alle ultime elezioni politiche sta sotto alla soglia del 4% che alle europee vige dal 2009: non c'è alcuna garanzia che riesca il miracolo del 2014, quando L'altra Europa con Tsipras era riuscita a superare lo sbarramento (anche grazie a un po' di voti di delusi Pd che, pur di non votare Renzi, avevano scelto di mettere la croce a sinistra) e non è affatto detto che la soglia possa essere superata mettendo insieme le forze di Leu e di Potere al popolo!, non proprio omogenee tra loro e comunque sul filo del 4%. Unica soluzione sicura, dunque, sarebbe davvero una lista di centrosinistra unica e unitaria.
La soluzione, ovviamente, non sarebbe affatto nuova e, proprio per questo, anche i problemi da affrontare sono già noti. Il riferimento storico più facile sarebbe quello dell'Ulivo, sia perché nel 1996 aveva raccolto quasi tutto il centrosinistra alle elezioni politiche (soprattutto al Senato) nel sostegno a Romani Prodi, sia perché nel 2004 la lista Uniti nell'Ulivo era stata presentata proprio in vista delle elezioni europee, sia pure per raggruppare un'area più ridotta (Ds, Margherita, Sdi e Movimento dei repubblicani europei). Se però si volesse considerare davvero il centrosinistra tutto intero, ricomprendendovi almeno tutte le forze che abbiano avuto un'esperienza parlamentare, si dovrebbe considerare l'Unione, vale a dire la coalizione ampia che sostenne sempre Prodi, ma nel 2006, anche con l'apporto di Rifondazione comunista (esclusa dall'Ulivo del 1996 e del 2001, oltre che ovviamente dalla lista unitaria del 2004).
Chi ha decente memoria, tuttavia, sa bene che quella coalizione ebbe breve durata e implose proprio per la sua enorme disomogeneità (portando al crollo dell'ultimo governo Prodi, dopo una vittoria risicatissima alle elezioni); tra l'altro, non sembra affatto un caso che quella coalizione non sia mai finita con il suo simbolo - l'emiciclo arcobaleno - sulle schede delle elezioni politiche (fatta eccezione per il Trentino - Alto Adige), ma soltanto delle consultazioni regionali del 2005, realtà in cui gli accordi con il Prc e il Pdci erano più facili da trovare senza enormi compromessi. Verissimo dunque che i distinguo portano facilmente all'estinzione, ma per non distinguersi occorre voler stare insieme, accettando comunque le reciproche differenze: operazione indubbiamente difficile, se solo si considera che si dovrebbero mettere insieme il Pd e coloro che si sono riuniti in Leu proprio per un contrasto a loro dire insanabile con i dem. Il tutto in una fase in cui, anche mettendo insieme le forze, i seggi realisticamente a disposizione del centrosinistra saranno meno rispetto al 2014, dunque nessuna forza sarà facilmente disposta a concedere qualcosa. Prima di trovare un simbolo nuovo, non legato a un partito (per cui, a meno di idee geniali, sarà difficile partorire grafiche non anonime, basate solo su lettering e colori), dunque, bisognerebbe imparare a stare insieme. Questo viene prima anche della scelta del o della leader (Boldrini compresa: pensare a una pre-autocandidatura non è del tutto peregrino), anche perché alle europee serve a poco.

mercoledì 4 aprile 2018

La sinistra, uno spezzatino simbolico che sa di "già visto"

I cultori della censura di Mamma Rai, se sono pure drogati di politica e aneddotica, ricordano - magari leggendo libri come Proibitissimo di Menico Caroli - che ad Alighiero Noschese nel 1972 si impedì tra l'altro di dire una battuta memorabile mentre imitava Pietro Nenni: "Non si può negare che il socialismo sia in ascesa. Noi iniziammo infatti nel '46 con un partito socialista e oggi abbiamo tre partiti socialisti. E non si può escludere che se mi fanno innervosire diventeranno quattro". La frase ricorda un po' un'altra massima mitica (chissà quando l'avrà detta) di Giulio Andreotti, ispirata a un epigramma di François Mauriac: "Amo tanto la Germania che ne preferisco due". Soprattutto, però, era un ritratto perfetto della cifra principale del socialismo e dell'intera sinistra in Italia: la tendenza immutabile allo spezzatino. 
Il percorso per indagarla, anche limitato agli ultimi decenni, è labirintico e il rischio di perdersi è alto. Serve una guida, anzi, un "decifratore": il ruolo che nel programma Agorà ha Francesco Cundari, fresco autore di Déjà vu (Il Saggiatore, 2018). Il libro è proprio la guida di cui si può avere bisogno, in una selva di "episodi, iniziative e protagonisti" scelti con "assoluta arbitrarietà e soggettività", perché a quanto pare non si può fare diversamente, in una storia che - lo si legge anche nel titolo - "non ha un inizio e non ha una fine. Di fatto, non conosce alcuno sviluppo, alcuna evoluzione, alcun cambiamento".
Per capire perché la recensione di questo libro abbia pieno diritto di cittadinanza su queste pagine, è sufficiente leggere questo capoverso:
Ogni giorno in Italia nasce – se non un partito – una corrente, un movimento o almeno un appello per rinnovare radicalmente la sinistra. E per farla finita, va da sé, con le divisioni. Per questo farne la storia è impossibile: perché l’infinita serie di scissioni, riaggregazioni e successive riscomposizioni che caratterizza la parabola del centrosinistra non disegna, per essere esatti, alcuna parabola. Semmai, un frattale. Un’immagine dotata cioè di autosimilarità, in cui ciascuna delle parti ripete su diversa scala la figura dell’intero.
Va altrettanto da sé che molte di queste "scissioni, riaggregazioni e successive riscomposizioni" si sono concretizzate in un simbolo. E non solo o non tanto nel logo ibrido che campeggia sulla copertina del libro, che al martello e alla stella abbina lo swoosh della Nike nel ruolo che sarebbe della falce (richiamando così un altro libro da considerare per chi si occupa di simbologia politica tra identità e marchio, Falce, martello e Nike di Alessandro Di Caro).
La storia, per la verità, inizia con il soffocamento di un simbolo, o se si preferisce, con la sua decapitazione: la vittima era l'Ulivo, il boia Massimo D'Alema; il luogo dell'esecuzione era il castello di Gargonza, la data l'8 marzo 1997. Non era passato un anno (tutt'altro che squillante) dalla vittoria della coalizione guidata da Romano Prodi e, davanti a una platea ricca "dei più bei nomi dell'intellighenzia progressista" (come li chiama Cundari), l'allora segretario del Pds - e non era certo un'ombra, essendo pure presidente della Bicamerale - liquidò l'Ulivo come un cartello elettorale (perché altrimenti per avere senso sarebbe dovuto diventare un partito nuovo unico al posto delle formazioni esistenti, cosa che i piccoli non volevano, D'Alema e Franco Marini - come leader di Pds e Popolari - probabilmente nemmeno). Soprattutto, però, stroncò ogni velleità di creare una forza politica di comitati, più vicina alla società civile e distinta dai partiti, bollandola come "tardosessantottesca": "se c’è qualcosa che somiglia ai partiti in ciò che di nobile sono stati nella crisi attuale, siamo noi, non sono gli altri… Io non conosco questa cosa, questa politica che viene fatta dai cittadini e non dalla politica" e, ovvio, dai suoi professionisti. Il tutto mentre i presenti sbarravano gli occhi disorientati e Omar Calabrese, organizzatore dell'incontro-dibattito, era costernato quanto Romano Prodi nel vedere di fatto naufragare il progetto ulivista dopo aver assistito alla nascita del simbolo a Bologna alla fine del 1995, quando Andrea Rauch presentò il primo disegno (senza sapere che sarebbe già stato quasi definitivo).
Il simbolo, a dire il vero, sarebbe tornato sulle schede anche nel 2001, nel 2004 alle europee (con il "triciclo" Uniti nell'Ulivo) e, soprattutto, nel 2006, senza scritte diverse dal nome, come una sorta di anticipo di quel partito dei riformisti (auspicato da D'Alema nel 2003) che - più in teoria che in pratica - si sarebbe chiamato Pd. Il rametto d'Ulivo, peraltro, si sarebbe visto solo alla Camera: al Senato, a dispetto delle soglie di sbarramento più elevate che avrebbero suggerito una corsa unitaria, sarebbero riapparsi i simboli di Ds e Margherita, le due punte dell'Unione, coalizione che sulle schede non vide mai arrivare il suo fregio (se non in Alto Adige), ma la somma di una marea di emblemi, assieme a quelli che rimasero fuori. 
Un problema, volendo, non limitato al centrosinistra: per Cundari in Italia "le coalizioni sono a tutti gli effetti una materia fluida, vivente, in perpetua ebollizione: un brodo primordiale nel quale ora confluiscono e ora si distaccano un’infinità di microrganismi, in formazioni sempre cangianti eppure, in qualche modo, sempre uguali a se stesse", rendendo quasi impossibile capire chi ne faccia parte in un determinato momento. E' qui che, per gli appassionati di scissioni con relativi emblemi, parte uno dei "passaggi simbolici" più significativi di Déjà vu, per cui merita di essere riportato quasi per intero:
Giunto a questo punto, immaginiamo che l’ingenuo lettore comincerà a contare tra sé e sé, richiamando con qualche sforzo alla memoria le sbiadite figure di quell'antica saga: Margherita, Udr, Udeur… Ma cosa potrebbe replicare se qualcuno lo interrompesse d’un tratto, domandandogli a bruciapelo: «Scusa tanto, ma il partito di Mastella quante volte lo hai contato?». Perché il primo problema che si trova davanti chi voglia seriamente dare una definizione delle coalizioni del bipolarismo italiano sta proprio qui: nelle duplicazioni.Certo, in modo superficiale, potremmo dire che la risposta giusta è «tre volte», giacché effettivamente Clemente Mastella è stato con la sua pattuglia uno dei promotori dell'Udr prima e dell'Udeur poi, la quale a sua volta è stata, per qualche tempo, tra i partiti-componenti della Margherita. Del resto, la stessa Margherita è nata a sua volta dall'aggregazione tra Lista Dini, Democratici, Popolari di Pierluigi Castagnetti e, per l’appunto, Udeur. Senza dimenticare che ben due su quattro dei partiti appena citati (Lista Dini e Udeur) non si limitavano a popolare in diverse configurazioni la coalizione di centrosinistra, per esempio fuori o dentro la Margherita, ma saltavano anche da una coalizione all'altra, passando così dal governo all'opposizione e dall'opposizione al governo. E a volte ne determinavano la caduta.[...] Quello che ci preme sottolineare è che la vita delle coalizioni nella Seconda Repubblica è caratterizzata sin dall'inizio da questa perpetua danza dionisiaca di accoppiamenti improvvisi e smembramenti reciproci, da questo continuo, vorticoso brulichio di particelle che incessantemente si incontrano e si scontrano, per poi scindersi e quindi ancora ricomporsi in sempre nuove aggregazioni.
Per capire cosa c'entri Clemente Mastella con il principio di indeterminazione di Heisenberg e la fisica quantistica, si deve rimandare al libro. Basta ricordare che proprio Mastella con la sua Udeur (evoluzione polemica - verso Cossiga - dell'Udr, senza dimenticare che l'Uomo di Ceppaloni nell'Udr era entrato armi e bagagli, cambiando schieramento, con i suoi Cdr... e se non li ricordate andateli a cercare!) fu protagonista della fine da psicodramma del pletorico governo Prodi-bis, togliendogli la fiducia in versi (quelli di Lentamente muore, che Mastella attribuì a Pablo Neruda, cadendo nell'errore di molti, magari gli stessi che credono che la Preghiera semplice l'abbia scritta san Francesco) dopo che Walter Veltroni aveva annunciato la corsa solitaria del Pd alle nuove elezioni. 
Archiviate le liriche mastelliane, a Palazzo Madama sarebbe scoppiata una gazzarra da osteria, con gli insulti da malore a Nuccio Cusumano (Udeur) rimasto con Prodi e la bottiglia di champagne stappata da Domenico Gramazio (An) alla proclamazione del voto sulla fiducia (di quella spuma sguaiata la tappezzeria degli scranni governativi dell'aula porta ancora le tracce); erano stati più sobri Franco Turigliatto (ex Prc) e Lamberto Dini (Liberal Democratici), ma il loro voto contrario - benché fossero stati eletti con l'Unione, che aveva vinto e governato fino ad allora senza avere la maggioranza dei voti e con una risibile maggioranza al Senato - era stato ancora più amaro per il centrosinistra.
Nel mezzo, tra il 1997 e il 2008, si sono succeduti vari avvenimenti interessanti, a partire dal "complotto" del 1998 per cacciare la prima volta Prodi da Palazzo Chigi, che per gran parte della stampa - ma non per i suoi protagonisti - sarebbe stato ordito da D'Alema e da Marini, volto a mandare il primo al governo e il secondo (o Rosa Jervolino come sua persona di fiducia) al Quirinale: saltò quest'ultima parte del progetto, mentre riuscì tutto il resto, con la complicità degli scissionisti di Rifondazione comunista (i futuri Comunisti italiani di Cossutta) e dell'Udr di Francesco Cossiga. Prodi sarebbe tornato in campo solo nel 1999 come presidente della Commissione europea (anche e soprattutto grazie a D'Alema che convinse gli altri leader europei a mandarlo lì), non prima di aver creato i suoi Democratici, durati un paio d'anni ma quanto bastava per farla pagare ai maggiorenti della coalizione che di fatto aveva scaricato il Professore. 
Nel frattempo, il 13 febbraio 1998, erano nati i Democratici di sinistra ("una breve e indolore rifondazione, che - per Cundari - si risolve sostanzialmente nell'abbandono anche di quella piccola bandiera del Pci rimasta alle radici della Quercia, simbolo del nuovo partito, e nella perdita della P"), si era tentata una riforma estesa della Costituzione con la convergenza dei partiti maggiori dei due poli (affossata a maggio del 1998 dalla virata a 180 gradi di Forza Italia) e ci si accapigliava persino su come mettere per iscritto il centrosinistra (se col trattino "alla Cossiga", tutto attaccato alla maniera degli ulivisti, oppure  staccato senza trattino). 
Era questo il minimo che potesse capitare, a quanto pare, in una coalizione "che va dalla lista di Lamberto Dini al partito di Antonio Di Pietro, passando per Verdi, Repubblicani, Liberali, Laburisti, Comunisti unitari, Comunisti italiani, Cristiano sociali, Rete, Patto Segni, Alleanza democratica, Udeur e almeno un’altra dozzina di minipartiti e micromovimenti di cui è letteralmente impossibile tenere il conto": una "dinamica entropica" e un frullato di sigle e simboli che, per l'autore del libro, rendeva dannatamente facile a chiunque consumare la propria vendetta e in cinque anni di legislatura vide avvicendarsi quattro governi e tre capi del Governo. 
C'era poi stata la morettata - alla Edmondo Berselli - cioè il famoso fendente di Nanni Moretti sul palco centrosinistro (e sinistrato, sempre bersellianamente parlando, trattandosi di una manifestazione post-sconfitta) di Piazza Navona nel 2002: "con questo tipo di diriggenti non vinceremo mai!". Quel grido di dolore non produsse partiti o simboli, ma "solo" un'immagine - il girotondo, in realtà inaugurato pochi giorni prima a Milano - e un colore - quello del Popolo Viola; il resto fu una serie di incontri-scontri (a partire da "Sinistra, cultura, società italiana", andato in scena il 22 febbraio in San Michele a Ripa, con interventi sulfurei di Alberto Asor Rosa, Furio Colombo e Antonio Pennacchi, e parole interessanti ma poco rilanciate di personaggi come Roberto Cotroneo ed Ettore Scola) destinati a ripetersi dio sa quante volte negli anni.
Anche di recente si è assistito alla nascita di una marea di progetti senza veri simboli, col solo nome (si pensi al Campo progressista di Giuliano Pisapia o all'Alleanza popolare per la democrazia e l'uguaglianza di Tomaso Montanari e Anna Falcone) che però si sono arenati in fretta. Gli ultimi capitoli del libro, dedicati all'ascesa di Matteo Renzi, al suo arrivo al governo (oggetto di infinite ricostruzioni politiche e non solo), alla lunga battaglia per la riforma costituzionale e per il referendum, nonché al seguito della vittoria del No, sono puntate recenti: oltre a essere note perché vissute da molti, non hanno la stessa carica simbolica delle storie precedenti, anche se non si è smesso di creare o scindere partiti. Merita però almeno di essere ricordato come anche nel Movimento democratico e progressista, subito ribattezzato Articolo 1 per evitare altri guai legali, si sia posto lo stesso problema di sempre: "è opportuno che D'Alema si candidi?" (si candiderà, naturalmente, ma stavolta non sarà eletto).
Il libro di Francesco Cundari è stato stampato a febbraio, prima che le urne certificassero l'ennesima batosta elettorale della sinistra. Di certo, non è la fine del percorso: pur non conoscendo ancora l'esito elettorale, l'autore ha potuto mettere nero su bianco: "sappiamo benissimo come andrà a finire. Perché in fondo è sempre e solo la penultima tappa di un gigantesco, innocente, inconcludente gioco dell’oca: quello che abbiamo cercato di raccontare fin qui. E che non finirà mai". Quel gioco dell'oca, a quanto pare disseminato di "torna alla casella 1", è stato ben raccontato in quelle pagine, anche recuperando episodi (come quello originario di Gargonza) ben noti ai cronisti e agli analisti, ma forse sfuggiti ai drogati di politica junior - che non c'erano o erano in fasce - o ai semplici curiosi. In più, volendo, permette già una prima applicazione post-elettorale: Liberi e Uguali, l'ennesima riaggregazione della sinistra parlamentare, frutto soprattutto dell'apporto di Articolo 1, Sinistra italiana (già Sel) e Possibile, è riuscita per un soffio a entrare in Parlamento con un pugno di eletti, ma - tanto per cambiare - rischia di sfasciarsi un'altra volta; ancora più a sinistra, Potere al Popolo!, che raccoglieva un ampio spettro di sinistra (da Rifondazione comunista al ricostituito Pci a vari centri sociali), nemmeno questa volta riesce a eleggere qualcuno, proprio come Rivoluzione civile nel 2013, la Lista anticapitalista Prc-Pdci alle europee del 2009 e la Sinistra l'Arcobaleno nel 2008. Benché le singole forze politiche alla base non abbiano intenzione di sciogliersi, però, i PotPop il loro percorso pare vogliano continuarlo: resisteranno, almeno loro, all'inesorabile tendenza allo spezzatino?