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domenica 12 luglio 2020

1992, Gremmo porta la Lega alpina lumbarda in Senato (con De Paoli)

Si sono viste le ragioni che avevano portato Roberto Gremmo a varare, alla fine del 1991, il progetto politico della Lega alpina, ovviamente partendo dal suo Piemont ma estendendosi innanzitutto in Lombardia, grazie all'apporto di Pierangelo Brivio, cognato di Umberto Bossi da tempo in rotta irreversibile con lui. L'idea di tenere insieme i Popoli Alpini di un territorio vasto "da Aosta a Trieste, da Torino a Bolzano, da Milano ad Udine [...] con le sue vallate, i picchi, i fiumi, il Po che fa da sbarramento" (come scritto da Gremmo in Contro Roma) era alla base di tutto: il disegno era ambizioso, ma intanto si poteva iniziare da ciò che era più a portata di mano. 
In effetti il raggio d'azione di Gremmo si stava allargando (al disegno di Lega alpina, per esempio, stava guardando con interesse anche Paolo Primon, che nel 1989 era stato tra i fondatori della Lega Nord in Trentino ma in seguito avrebbe abbandonato il partito e avrebbe fondato la sua Lega del Tridente) ma, soprattutto, parlare di Lega alpina consentiva una piena integrazione della Valle d'Aosta (in cui Gremmo aveva già una base, dopo l'elezione in consiglio regionale nel 1988) e la possibilità di espandersi in Lombardia, peraltro sfruttando il traino che ormai la parola "Lega" aveva acquisito nei primi anni di attività politica di Bossi e compagni.
Corriere della Sera, 11 ottobre 1991, pagg. 2 e 3
In effetti Roberto Gremmo non era l'unico ad avere compreso il potenziale attrattivo di quella parola. Una manciata di settimane prima, l'11 ottobre, i giornali davano molto spazio alla prima seria frattura all'interno della Lega Nord, resa concreta dalla nascita di un gruppo autonomo nel consiglio regionale lombardo che raccoglieva 4 eletti leghisti (ma dovevano essere 6) su 15, incluso colui che fino a quel momento era stato il capogruppo, Franco Castellazzi. Alla base del dissidio c'erano rilevanti differenze di vedute tra Castellazzi e Bossi, il quale pochi giorni prima - alla prima Dieta federale di Mantova, il 29 settembre - aveva ingiunto ai consiglieri della Lega Nord di lasciare ogni organo e poltrona in regione (soprattutto in seguito al patto istituzionale favorito dal Psi e stipulato con i partiti che guidavano la politica regionale in quel periodo) e in ogni provincia. Proprio Castellazzi - che era anche presidente della Lega Lombarda - sosteneva che fosse necessario entrare a poco a poco nelle istituzioni, senza combattere pregiudizialmente con tutte le forze politiche che detenevano il potere (e magari anche senza pensare alla secessione); per Bossi, invece, "da una parte c'è la Lega, dall'altra tutti gli altri" e, nel pretendere le dimissioni dei leghisti dagli organi di "sottogoverno", aveva addirittura parlato di "partito delle poltrone", riferendosi soprattutto al gruppo regionale della Lega. Col passare dei giorni, erano emerse distanze anche sul modo di intendere la leadership nel partito e la frattura si era aggravata, fino allo strappo (che sembrava) definitivo.
Il fatto era che i fuoriusciti - nonché espulsi - dalla Lega Nord avevano subito manifestato l'intenzione di chiamare "Lega" il loro nuovo gruppo ("è ormai il simbolo della lotta al sistema partitocratico") e Bossi si era immediatamente opposto, ritenendo che quel nome spettasse solo al suo partito. Il 28 novembre Castellazzi presentò pubblicamente la sua nuova formazione, chiamandola Lega autonomista federalista e per la democrazia diretta; nella chiara impossibilità di costringere l'intero nome nel contrassegno, si optò per il più semplice Lega nuova, disponendo le lettere di "Lega" intorno a una croce rossa di San Giorgio. Sul piano programmatico, il partito puntava a un'Italia federale, con l'elezione diretta di tutti i vertici degli esecutivi a ogni livello (nonché a un uso più marcato degli strumenti referendari). In effetti nei giorni successivi il gruppo creato da Castellazzi si sarebbe dimezzato a causa di defezioni "di ritorno" e il partito sarebbe durato meno di un anno (sui giornali si sarebbe parlato di fine del progetto politico già il 15 settembre 1992), ma nel frattempo aveva aderito al gruppo anche Pier Gianni Prosperini, eletto nel 1990 in consiglio comunale a Milano con la Lega Nord e che, dopo l'elezione a sindaco di Gianpiero Borghini, sarebbe pure diventato assessore all'educazione, protezione civile e lavori pubblici.
Giusto per semplificare le cose, coloro che alla fine del 1991 lasciarono la Lega nuova di Castellazzi - Gisberto Magri e Virgilio Castellucchio - a gennaio del 1992 fondarono a loro volta un gruppo denominato Lega per la Lombardia libera: presto sarebbe diventato un simbolo, con "Lombardia" e "libera" parte di altre espressioni ma più evidenti delle altre parole del fregio (ma sempre più piccole di "Lega", ovviamente). La parola "Lega", insomma, faceva gola a più soggetti e, per Roberto Gremmo, il fatto che altre persone anche di un certo peso avessero scelto di allontanarsi dalla Lega Nord permetteva di pensare di nuovo a un disegno autonomista diverso da quello proposto fino a quel momento da Umberto Bossi.
Il 9 gennaio, in ogni caso, il capo dello stato Francesco Cossiga e il presidente del Consiglio Giulio Andreotti raggiunsero l'accordo per tornare alle urne il 5 e il 6 aprile 1992: i simboli si sarebbero dovuti consegnare al Viminale dalle ore 8 del 21 febbraio alle ore 16 del 23 febbraio, dunque l'inizio della campagna elettorale si avvicinava sempre di più. "Dario Barattin - ricordava Gremmo in Contro Roma - ha passato una settimana davanti al Ministero degli Interni per depositare il nostro simbolo: i gregari di Bossi credevano fosse il solito Piemont e ci hanno sottovalutato". A dire il vero, il simbolo dell'Union piemonteisa (anzi, quello di Piemont Union Autonomia) era stato comunque depositato, ma più per depistare gli interessati per far loro credere che quel simbolo sarebbe stato il prescelto che per la reale intenzione di usarlo. 
Per completare il depistaggio, Gremmo aveva scelto di depositare per il Senato - oltre ai simboli su fondo azzurro che sarebbero stati usati in Piemonte e Lombardia, comunque denominati "Lega alpina Piemont" - anche altri sei emblemi, stavolta con scritte ed elementi grafici azzurri su fondo bianco, con varie combinazioni testuali (Autonomia lumbarda, Piemont autonomia, Autonomia Piemont, Autonomia Lega, Piemont Lega Alpina) accompagnate alle montagne o al profilo del Piemonte (proprio la "bistecca" del Piemont autonomista schierato nel 1987 da Gipo Farassino e Renzo Rabellino). Se anche non glieli avessero ammessi tutti, gli avversari intanto avrebbero dovuto arrovellarsi per capire quale emblema Gremmo e Brivio avrebbero potuto utilizzare alle elezioni del 5-6 aprile.
In effetti in bacheca finirono anche i contrassegni di coloro che avevano abbandonato il Carroccio, cioè della Lega per la Lombardia libera e della Lega nuova. Quest'ultimo, tuttavia, si sapeva già che non sarebbe finito sulla scheda elettorale, perché nel frattempo Franco Castellazzi aveva stipulato un accordo con i socialdemocratici di Antonio Cariglia: alla Camera i candidati neoleghisti sarebbero stati inclusi nelle liste del Psdi, mentre al Senato nelle regioni in cui la presenza dei seguaci di Castellazzi era più forte sarebbe stato usato un contrassegno specifico, che sotto al simbolo del sole nascente conteneva anche il riferimento testuale a Lega nuova.
Nessun dubbio, invece, sul simbolo della Lega Nord (il primo in assoluto a essere depositato), che fece il suo debutto a colori alle elezioni nazionali, con una curiosa ed evidente duplicazione della statua del guerriero di Legnano per la presenza di un'enorme "pulce", tra l'altro evidenziata in rosso, della Lega lombarda (ovviamente per essere certi di non dover raccogliere le firme, motivo per cui il contrassegno stesso fu depositato a nome della Lega lombarda e non della Lega Nord): non era una novità naturalmente, ma in passato - alle regionali e alle europee - effettivamente di "pulci" (quindi di miniature del simbolo già rappresentato in Parlamento) si era trattato. La vera novità destinata a durare, casomai, era costituita dal cambio di carattere, con l'avvento della font Optima, mai più abbandonata per il nome del partito. Fu peraltro depositata anche una seconda versione, che inseriva per il solo Senato i riferimenti al Nord. al Centro e al Sud.
In compenso, proprio la Lega Nord in quell'occasione tentò una poderosa operazione di difesa dei propri pretesi diritti sul nome "Lega" e sul concetto che esprimeva. Al Viminale, infatti, il 21 febbraio si presentarono tra i primi - anche facendo a cazzotti con i Verdi federalisti per difendere la posizione - Francesco Speroni, Luigi Moretti e Bruno Canti e inondarono letteralmente i tavoli dei funzionari di ben 71 contrassegni, quasi tutti uguali tra loro, tutti caratterizzati dalla parola "Lega" nelle combinazioni più varie (Lega italiana, Leghe autonomiste, Lega democristiana, Lega comunista, Lega socialista, Lega popolare lombarda, Lega delle Regioni e così via) e tutti relativi ad associazioni di cui era presidente Giuseppe Leoni, primo deputato della Lega Lombarda; tra quei simboli a scritta nera su fondo bianco, c'era perfino una Lega alpina Piemonte, giusto per dare diretto fastidio a Roberto Gremmo. 
Il Viminale, tuttavia, bocciò tutti gli emblemi fatti presentare da Leoni (tranne il primo, con la dicitura Lega Lombardia libera), ritenendo che violassero le norme in materia di deposito dei contrassegni, in particolare la disposizione per cui "all'atto del deposito del contrassegno deve essere indicata la denominazione del partito o del gruppo politico organizzato". Leoni impugnò l'esclusione - tra l'altro facendosi difendere da Cesare Crosta, avvocato, già magistrato della Corte dei conti, nonché fondatore del Partito monarchico nazionale e rifondatore del Fronte dell'Uomo qualunque, ma soprattutto fondatore della Lega centrocoordinatore della Lega italia federale proprio per conto di Bossi - sostenendo che i nomi dei soggetti collettivi depositanti erano sempre stati indicati e non doveva essere un problema il fatto che tutti questi fossero presieduti dalla stessa persona (cioè lui), che dunque aveva firmato tutte le deleghe al deposito dei contrassegni. L'Ufficio elettorale nazionale presso la Cassazione, tuttavia, il 28 febbraio confermò l'esclusione: una stessa persona poteva presentare più contrassegni in nome dello stesso partito per evitare tentativi di imitazione, ma la legge voleva evitare - anche se non era scritto a chiare lettere - "che una stessa persona [potesse] assumere la rappresentanza di più partiti o gruppi politici organizzati per la elementare considerazione che ciascuno partito o gruppo politico si pone, di fronte al corpo elettorale, come un'entità concorrente, contrapposta o alternativa rispetto alle altre organizzazioni politiche". Insomma, per i giudici non era consentito che la stessa persona fosse leader di più gruppi politici organizzati.
Nel medesimo giorno, gli stessi magistrati respinsero anche l'opposizione con Umberto Bossi aveva contestato l'ammissione dei simboli di Gremmo, del cartello Psdi - Lega nuova, nonché della Lega casalinghe - Pensionati, della Lega d'azione meridionale di Giancarlo Cito e persino della Lega delle Leghe che era stata fondata un paio di settimane prima da Domenico Pittella, Angelo Manna e nella quale era confluita anche la Lega nazional popolare di Stefano Delle Chiaie. Per Bossi l'uso del "logogramma 'Lega'" da parte del Carroccio doveva godere di "una duplice e invincibile assoluta priorità", sia perché il contrassegno era stato depositato prima degli altri, sia perché lui utilizzava il nome da una decina di anni ed era in Parlamento dal 1987; le altre "pseudo-leghe" proliferate nel frattempo sembravano "costituite al solo fine di trarre in inganno l'elettorato e per ciò solo [erano] meritevoli di immediato rigetto". 
Il Messaggero, 20 febbraio 1992, pagina 4
Addirittura, a riprova delle sue parole e della "improntitudine di alcuni gruppi" che sarebbero perfino arrivati alla "confessione del misfatto", l'avvocato della Lega Nord citò una dichiarazione di Roberto Gremmo riportata dal Messaggero il 20 febbraio 1992 (dunque alla vigilia del deposito dei contrassegni, mentre Dario Barattin era già in fila). Dopo avere ricordato la presenza dei due Piemont sulle schede in passato (nel 1987, anche se nell'intervista si parlò erroneamente delle regionali del 1990) che lui dovette subire, Gremmo disse di voler "restituire lo scherzo": "Ho cambiato nome al mio gruppo, non più Piemont ma Lega alpina Piemont. 'Lega' grosso così sul simbolo, tre vette di montagna e un alpino con penna sul cappello e picozza, la parola 'Lega' che vedi subito, che campeggia. Perché il voto, vede, non sarà per il signor Bossi, che se lo conoscessero non lo voterebbero, ma per le leghe. [...] Lega scritto in grande, così li costringerò a fare a metà con me, stavolta [...]. Eh sì, à la guerre comme à la guerre".
L'opposizione di Bossi tuttavia fu rigettata: era vero che il simbolo della Lega Nord era stato depositato per primo, ma per l'Ufficio elettorale nazionale non c'era identità o confondibilità perché non si tutelava il nome in sé ma il contrassegno (e il fatto stesso che nell'opposizione bossiana si parlasse di "logogramma" lasciava trasparire un interesse più per il simbolo che per la sola parola "Lega". In più, per i giudici (e per il Viminale) la parola "Lega" non era da considerarsi "elemento caratterizzante" del simbolo, "poiché 'lega' può significare associazione, alleanza, patto, accordo tra persone o gruppi ed in tanto può assumere un significato caratterizzante in quanto sia legato ad altro elementi idonei alla qualificazione o individuazione degli orientamenti o finalità politiche connesse al patto, accordo, alleanza ecc.". Se dunque la sola parola "Lega" non era elemento caratterizzante del simbolo del Carroccio, diventava facile dire che gli emblemi delle altre forze politiche additati da Bossi si differenziavano nettamente dal primo per le scritte e gli altri elementi grafici: nessuna confondibilità, dunque, poteva essere rilevata.
A quel punto, alla Lega Nord non restava altro da fare che prendere atto delle decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale e depositare le proprie liste; altrettanto fecero le altre formazioni, a partire dalla Lega alpina Piemont e dalla Lega alpina Lumbarda, avendo in più l'onere di raccogliere le firme necessarie: Gremmo provvide in Piemonte e in Lombardia.  
Si mosse anche Pierangelo Brivio che, per potersi candidare, già all'inizio di gennaio si era dimesso dal consiglio regionale lombardo (gli era subentrata la persona più votata in lista dopo di lui, vale a dire la moglie, Angela Bossi, sorella di Umberto). Brivio si candidò con il simbolo che lo aveva portato in regione Lombardia, cioè Autonomia - Alleanza lombarda, mentre Gremmo si occupò anche della Lega alpina lumbarda, tanto che il capolista alla Camera per la circoscrizione Milano-Pavia fu proprio Dario Barattin (eletto per Piemont in consiglio comunale a Giaveno). Tra i candidati su cui Gremmo puntava in Lombardia c'era Franco Levi, giornalista, dalla lunga militanza radicale, la cui strada aveva incrociato di nuovo quella di Gremmo per molto tempo: questi era entrato in contatto con Pietro Bucalossi all'epoca delle liste locali presentate grazie alla "lista del melone" triestina proprio grazie a Levi, che insieme a Roberto Bernardelli e Bruno Capuccio collaboravano con l'ex ministro Bucalossi) e sempre Levi permise a Gremmo di ottenere la tessera da giornalista (dopo averlo fatto collaborare al giornale Noi cittadini) e con lui fondò in seguito una testata. ("Ho nitida nella mente - ricorda ora Gremmo - l'immagine di Franco Levi che si presentava ai comizi di Pier Gianni Prosperini [allora candidato nella lista Psdi - Lega nuova, ndb] portando la kippah con la piuma d'alpino". 
Si arrivò dunque al voto, senza esclusioni di colpi tra Lega Nord e leghe anti-Lega. Il Carroccio ottenne l'8,65% alla Camera e l'8,2% al Senato, portando a casa 55 deputati e 25 senatori, un balzo enorme rispetto ai due parlamentari ottenuti nel 1987. Al Senato in Piemonte la Lega alpina Piemont ottenne 73297 voti (il 2,72%, a fronte del 15,57% della Lega Nord): lì il seggio fu solo sfiorato (ne ebbero uno i Verdi col 3,17%), ma i voti ottenuti erano superiori ai circa 67mila che avevano permesso ad Anna Sartoris nel 1990 di entrare nel consiglio regionale del Piemonte con Piemont Union Autonomia. Alla Camera invece a livello regionale arrivarono stranamente meno voti per la Lega alpina Piemont (69703), ma probabilmente influì la presenza - nella sola circoscrizione Torino-Novara-Vercelli - di una lista Piemont liber, che - simbolo con drapò tondo su fondo azzurro e la parola "Piemont" in grande evidenza - si portò via 11257 voti: difficile dire ora a chi fosse legata quella formazione (tutt'al più si può notare che vari suoi candidati sarebbero riapparsi in seguito nelle liste promosse dal gruppo di Renzo Rabellino).
La partita più interessante, tuttavia, si giocò in Lombardia per il Senato. Lì naturalmente la Lega Nord fece il pieno, con il 20,46% e 11 senatori sui 48 spettanti alla regione; l'Autonomia - Alleanza lombarda di Pierangelo Brivio dovette accontentarsi dello 0,58%, fecero un po' meglio quelli di Lega Lombardia libera (0,93%), ma rimasero senza seggi proprio come il Psdi - Lega nuova (nonostante la candidatura di Prosperini), fermo all'1,15%. La Lega alpina lumbarda, invece, staccò tutte le altre formazioni e ottenne 119.153 voti, pari al 2,12% (più della Lista Pannella, al suo esordio e ferma all'1,56%, e poco meno del Pli): quella percentuale fu sufficiente a far scattare l'eletto in Senato. Poteva sembrare un risultato trascurabile, a fronte degli ottanta parlamentari della Lega Nord, ma non era così, soprattutto per gli effetti che questo avrebbe prodotto nelle campagne elettorali successive: "Ci siamo portati a casa il 'simbolo' - scrisse ancora Gremmo in Contro Roma - niente più raccolte di firme snervanti e pericolose, niente più imboscate". L'approdo nelle aule parlamentari della Lega alpina, sia pure con un solo rappresentante, oltre a rappresentare un salto di qualità, era visto come un viatico per partecipare - a legislazione vigente e grazie allo stratagemma della "pulce" elaborato proprio da Gremmo - alle elezioni comunali, provinciali e soprattutto regionali senza dover più sottostare all'onere di raccogliere le firme, fonte di infinite difficoltà (se non di veri drammi politici) in passato per il gruppo di Gremmo e in generale per gli autonomisti.
Corriere della Sera, 8 aprile 1992, pagina 22
Bossi certamente era soddisfatto per i suoi ottanta parlamentari, ma se la prese senza mezzi termini con "quegli imbroglioni della Lega alpina lumbarda" e col ministero dell'interno per averne ammesso il simbolo. D'altra parte, anche Roberto Gremmo aveva sì un ottimo motivo per essere soddisfatto (lo si è visto), ma era convinto che il seggio ottenuto in Lombardia sarebbe andato a Franco Levi. Alla fine, invece, al suo posto fu eletto Elidio De Paoli, operaio in aspettativa, già consigliere provinciale dei Pensionati e assessore della provincia di Brescia. Proprio lui portò le firme necessarie per depositare le candidature nel bresciano e fu candidato lì, ma volle essere schierato anche nel collegio di Clusone, nel bergamasco (dove inizialmente Gremmo aveva pensato di candidare Levi, pensando forse che potesse avere una buona percentuale). E giusto a Clusone De Paoli fu eletto: non era stato il candidato della Lega alpina lumbarda a prendere più voti in Lombardia, ma il suo 3,5% ottenuto in provincia di Berghem lo fece risultare il candidato con la percentuale più alta nel proprio collegio e gli aprì le porte di Palazzo Madama. Sul momento Gremmo si concentrò soprattutto sull'elezione ottenuta dal suo simbolo e sulle sue ricadute in termini di firme da non raccogliere più; eppure, proprio l'elezione di De Paoli in seguito ebbe un ruolo non secondario nelle vicende politiche italiane, anche ben oltre quel 1992. Che, in ogni caso, avrebbe riservato altre sorprese, da raccontare a parte.

mercoledì 24 giugno 2020

1991: ecco la Lega Alpina di Gremmo, verso le politiche

Il 1990, come si è visto, aveva portato a Roberto Gremmo risultati importanti (in particolare la sua elezione in consiglio comunale a Torino, l'ingresso della moglie Anna Sartoris nel consiglio regionale del Piemonte grazie alla lista Piemont Union Autonomia e, contemporaneamente, l'elezione di Pierangelo Brivio a consigliere regionale lombardo con la lista Autonomia - Alleanza lombarda, propiziata dallo stesso Gremmo) e anche pagine meno gradevoli (l'inizio del procedimento penale legato alla raccolta firme per le elezioni comunali di Torino). L'appuntamento più importante, dopo quella pletora di voti sul territorio, era certamente rappresentato dalle elezioni politiche del 1992: dopo le occasioni perse cinque anni prima (con i due Piemont sulla scheda) e alle europee del 1989 (con la lista dell'Union Piemonteisa bocciata per ragioni formali), quella nuova scadenza doveva essere assolutamente sfruttata per rimettere in campo le battaglie per l'autonomia in Piemonte e in Lombardia (ovviamente su strade diverse da quelle della Lega Nord, sempre più forte dopo il suo ingresso in Parlamento nel 1987). Occorreva prepararsi per quelle elezioni e, possibilmente, ottenere un po' di attenzione dai media, magari per qualcosa di diverso dai problemi legati alle firme (e, anzi, più attenzione ci fosse stata, più sarebbe stato facile in seguito raccogliere le sottoscrizioni necessarie per partecipare alle elezioni politiche). 
Dalla Stampa, 15 giugno 1991, pagina 1
A quel punto Gremmo ebbe un'idea, escogitando la "battaglia del ponte". Il nome, visto ora, può far pensare a qualche rievocazione storica o a disfide locali con tocchi di folklore; il senso dell'iniziativa, però, era tutt'altro. Gremmo ricordò che il 19 maggio 1990 Umberto Bossi, assieme a vari dirigenti della Lega Nord, aveva dato vita al primo raduno di Pontida, sul "pratone" in seguito teatro di molti appuntamenti leghisti (anche dopo la fine della guida bossiana). Il leader della Lega aveva dato appuntamento ai "padani" il 16 giugno 1991, con l'intento di proclamare la "Repubblica del Nord" per riunire entro gli stessi confini Piemonte, Lombardia, Veneto e Liguria, individuando in Mantova la "capitale".della nuova "repubblica". 
Dal Corriere della Sera, 15 giugno 1991, pagina 43
A Gremmo quel progetto non andava affatto a genio: per lui e per i suoi seguaci, i confini esistevano eccome, perché marcavano innanzitutto le identità legate ai territori; dovevano dunque rimanere e, anzi, la condotta annunciata dai leghisti sarebbe apparsa persino contraria alla Costituzione (un attacco alla Repubblica "una e indivisibile" sancita dall'art. 5) e al codice penale, concretando un attentato all'unità dello Stato (art. 241 c.p.)Mentre contro l'iniziativa si erano concentrate varie segnalazioni e denunce all'autorità di pubblica sicurezza (una delle quali era stata presentata da Francesco Miglino, allora segretario della Lega Meridionali d'Italia, in seguito demiurgo del Partito internettiano), Gremmo avvisò le testate giornalistiche che, in coincidenza con il raduno di Pontida, lui e coloro che condividevano il suo progetto politico autonomista avrebbero presidiato i ponti sul Ticino (anzi ,il "fatal Ticino") che mettevano in comunicazione Piemonte e Lombardia, per manifestare la loro netta contrarietà al disegno bossiano.  
Dalla Stampa, 17 giugno 1990, pagina 4
La Stampa mise la notizia in prima pagina il 15 giugno, il giorno prima della doppia manifestazione (La Lega anti-Lega ferma Bossi sul Ticino) e la Rai mandò una troupe a San Martino di Trecate (No). Proprio lì il gruppo di Piemont Union Autonomia e di Autonomia - Alleanza lombarda si sarebbe riunito al mattino nel ristorante vicino al ponte sul Ticino per la sua manifestazione autonomista: dopo che anche ai giornali era arrivata la voce che qualche militante leghista si sarebbe staccato da Pontida e sarebbe arrivato all'altro capo del ponte (mettendosi in auto per oltre un'ora), le forze dell'ordine preferirono evitare grane chiedendo a Gremmo e alle altre persone convenute di non uscire dal ristorante, anche se non poterono impedire loro di sventolare le bandiere alla vista di alcuni sostenitori al di fuori del locale. 
Ai piemontesi (che ovviamente unirono anche il sostegno dell'Union Autonomiste che Gremmo rappresentava in Valle d'Aosta) e ai lombardi - su tutti Pierangelo Brivio, intervistato da più parti, anche per la curiosità che il cognato di Bossi fosse contro di lui mentre questo era a Pontida - si unirono anche Umberto Vecchiato e altri esponenti di Veneto autonomo (evoluzione del Movimento Veneto regione autonoma visto alle elezioni politiche del 1987), nonché - secondo quanto scritto dai giornali - alcuni esponenti del Movimento autonomista toscano. Ovviamente non accadde nulla di problematico: nessun leghista arrivò sull'altra sponda del Ticino e non ci fu alcuno scontro o anche solo uno scambio di insulti. A dire il vero, in un certo senso, si era già dato: il 10 febbraio 1991, a chiusura del primo congresso della Lega Nord (a Pieve Emanuele), Umberto Bossi aveva già urlato nei confronti dei contestatori, dai partiti ai movimenti autonomisti avversi, l'indimenticabile sentenza "Sappiano che la Lega Nord ce l'ha duro, duroo, durooo!".
Falloforia a parte, Gremmo si era reso conto che, soprattutto dopo l'affermazione alle regionali del 1990 dell'Autonomia - Alleanza lombarda, il suo progetto autonomistico non sarebbe più potuto restare limitato ai confini del Piemonte, anche se ovviamente lì avrebbe continuato a vivere; ci sarebbe voluto un soggetto politico adatto al Piemonte, alla Lombardia, alla Valle d'Aosta (nel 1993 sarebbe scaduto il suo mandato da consigliere regionale) e magari anche altrove. Ma quale poteva essere l'orizzonte migliore? Per capirlo, si dovrebbe poter leggere qualche pagina di Contro Roma, il volume che Gremmo nel 1992 aveva dedicato alla sua avventura politica:
Appesa nell'ingresso di casa mia c'è una grande carta geografica che riproduce le Alpi. E' stata stampata in Germania e mi è stata regalata dal caro amico sudtirolese Karl Bargolin. Vi si vede l'arco alpino ma con una prospettiva capovolta rispetto a quella delle stereotipate cartine che sono appese nelle aule scolastiche o nei corridoi dei treni. Al centro c'è la Svizzera, in primo piano la Baviera e poi da Aosta a Trieste, da Torino a Bolzano, da Milano ad Udine si vede una specie di grande torta a ciambella con le sue vallate, i picchi, i fiumi, il Po che fa da sbarramento; in fondo, sfumata verso l'orizzonte, come una specie di nebbione, l'Italia. E' proprio un veder l'erba dalla parte delle radici. Questa è la sola cartina che a me interessa [...]. Nelle mie speranze e nella mia volontà [...] i Popoli Alpini sono largamente disinteressati ai destini dei popoli italici, il cui avvenire ideale è semmai collocato in una dimensione neutralista e non allineata a carattere mediterraneo. Com'è, per esempio, nella vocazione dei catalani. Non ho interesse a mettere a posto l'Italia [...]. Preferisco guardare all'Europa, pensare che come fra Canton Ticino e Lombardia ci sono certo più legami etnici e culturali che non fra Lombardia e Sicilia, così fra Piemonte e Savoia c'è più affinità che tra Piemonte e Calabria. La fantasiosa repubblica del Nord raccordata alle consorelle centrale e meridionale non mi interessa. Una grande regione delle Alpi occidentali che in una Europa dei Popoli unisca in un nuovo federalismo Piemonte e Savoia, Val d'Aosta e Ponente Ligure col Nizzardo è il mio progetto.
Ecco allora che la chiave di lettura, il trait d'union del disegno di Roberto Gremmo erano le Alpi. Un elemento geografico, certamente, ma anche - se non soprattutto - culturale, per tenere insieme territori solo amministrativamente divisi o collocati in Stati differenti. Di questo si doveva necessariamente tenere conto nella progettazione del simbolo, anzi, dei simboli: alla Camera era importante essere presenti con lo stesso simbolo, ma al Senato i seggi erano pur sempre distribuiti su base regionale (ed erano possibili tra l'altro collegamenti con emblemi diversi), quindi si poteva pur sempre adottare un emblema base da differenziare dal punto di vista territoriale, per cercare di raccogliere il maggior numero di voti possibile. 
E se l'imperativo era raccogliere, non c'era dubbio che - dopo il 5.09% raccolto in Piemonte e soprattutto il 18,94% ottenuto in Lombardia dalla Lega Nord - la parola che avrebbe permesso di ottenere più consensi fosse proprio "Lega". Certo, Bossi e i suoi avrebbero protestato, ma di Leghe ne erano state presentate anche negli anni precedenti, quindi non si poteva parlare di esclusiva su quella parte di nome (almeno, così si sarebbe cercato di spiegare se ci fossero stati problemi); in più, se si fosse evitato di scimmiottare i caratteri utilizzati dal Carroccio per i suoi simboli, le grane sarebbero state sicuramente minori. 
Sulla base di queste riflessioni, dunque, era nata la Lega alpina, ufficialmente fondata all'inizio di dicembre del 1991. Gremmo, tra l'altro, era arrivato a quella nuova tappa dopo che, pochi mesi prima - il 26 giugno - aveva consolidato la propria presenza in consiglio regionale in Valle d'Aosta, entrando a far parte dell'Ufficio di presidenza come segretario d'aula. Fu eletto a quel ruolo per un soffio (18 voti a favore, 17 astensioni), ma lui aveva chiesto quella carica come contropartita per avere consentito la formazione - giusto un anno prima - di una nuova giunta regionale sostenuta da Dc, Pci, Adp, Psi e Pri (oltre che dalla sua Union autonomiste), che per la prima volta aveva costretto l'Union Valdôtaine ad andare all'opposizione (dopo aver governato la regione per i primi due anni della legislatura, fino alla crisi scoppiata all'inizio di giugno del 1990). L'ingresso di Gremmo in maggioranza era stato favorito dal socialista Bruno Milanesio, ma considerando che per molti mesi il voto dell'autonomista piemontese era stato determinante per la maggioranza, lui alla fine di marzo del 1991 aveva chiesto un riconoscimento tangibile: non potendo entrare in giunta, aveva puntato all'Ufficio di presidenza e, per consentire il suo ingresso, erano state necessarie le dimissioni dall'incarico di segretaria d'aula di Cristina Monami (Pci-Pds), particolarmente gradite da Gremmo visto che lei in passato aveva firmato un appello con cui si era accusato di razzismo l'autonomista piemontese.
Tornando alla Lega alpina, questa avrebbe avuto almeno due versioni: quella piemontese, amministrata dallo stesso Gremmo, ma anche quella lombarda, affidata a Pierangelo Brivio. Anzi, visto che in Piemonte si sarebbe continuato a utilizzare il nome vernacolare "Piemont", oltre Ticino si sarebbe potuto utilizzare l'aggettivo "Lumbarda", come già Gremmo aveva suggerito a Brivio nel 1990. I riferimenti regionali avrebbero dovuto avere molto rilievo, almeno quanto il termine "Lega", che veniva proposta con una "A" particolare, a forma di triangolo rettangolo, in grado di saltare all'occhio. Certo, in questo modo la parola "alpina" rischiava di finire schiacciata tra li due termini che si volevano mettere chiaramente in evidenza, ma a rafforzare il concetto delle Alpi come filo conduttore avrebbe dovuto provvedere la grafica: il simbolo, infatti, avrebbe dovuto contenere tanto l'immagine di un alpino, con tanto di cappello dalla penna nera e picozza in mano, quanto un'immagine geometrica che richiamava un profilo montuoso ("Ricordo - spiega oggi Gremmo - che mi ispirai direttamente al logo della Cifra, un ente associativo legato alla montagna"); tra l'altro, la "A" a triangolo rettangolo vista prima aveva esattamente la stessa "pendenza" del profilo delle montagne e la parola "Alpina" - con la prima e l'ultima "A" disposte in modo speculare - era perfettamente in armonia con quell'elemento grafico. Il simbolo pensato per il Piemonte conteneva anche il drapò circolare; quello lombardo avrebbe potuto contenere un piccolo riferimento ai Pensionati, il cui apporto nel 1988 - grazie a Luigi Nava - era stato fondamentale.per mettere in piedi la lista in Valle d'Aosta. 
I simboli vennero preparati in bianco e nero, ma anche a colori (con scritte e grafiche di colore bianco su fondo azzurro): proprio in quelle settimane si stava discutendo alla Camera la "leggina" che avrebbe consentito di riprodurre sulle schede i contrassegni a colori e, nel caso, occorreva tenersi pronti. La fine della legislatura, in ogni caso, era vicina e, nel frattempo, in casa leghista stavano accadendo fatti nuovi, potenzialmente interessanti. Al punto che meritano di essere approfonditi in seguito, per leggere in modo più completo l'esordio della Lega alpina.

lunedì 8 giugno 2020

1990, autonomisti ex Lega eletti in Lombardia, grazie a Brivio e Gremmo

Il 1990 fu un anno davvero importante per Roberto Gremmo. Si è già visto che alle elezioni del 6 e 7 maggio lui - che era consigliere regionale in Valle d'Aosta - era riuscito a diventare consigliere comunale a Torino, mentre la moglie Anna Sartoris aveva centrato l'elezione in consiglio regionale in Piemonte (con la lista Piemont Union Autonomia); in quegli stessi giorni, tuttavia, era stato eletto consigliere regionale anche Pierangelo Brivio, ma questa volta in Lombardia e con una lista dichiaratamente "lombardista", alla quale Gremmo era tutt'altro che estraneo. Per capire cosa fosse accaduto, occorre fare un passo indietro di alcuni anni e ricostruire alcuni episodi solo in apparenza minori.
Occorre in effetti tornare al 1987, anno piuttosto delicato per Gremmo: alle elezioni politiche si era presentata la sua Union piemonteisa, ma c'era anche il Piemont autonomista di Gipo Farassino e Renzo Rabellino e, dividendosi tra due liste i voti dello stesso elettorato, non erano arrivati eletti per nessuno dei due gruppi. Già prima che Gremmo, Sartoris e Umberto Bossi (nonché Farassino) presentassero i loro contrassegni per quelle elezioni politiche, tuttavia, si era consumato un primo litigio tra Bossi e Pierangelo Brivio, che del primo era il cognato, avendone sposato la sorella, Angela Bossi: Brivio, che nel 1984 era stato tra i fondatori della Lega autonomista lombarda (come tuttora testimonia l'atto costitutivo)era molto irritato con il cognato perché questi gli aveva espresso la netta intenzione di non candidarlo alle elezioni. Per quello che riteneva uno sgarbo del tutto in giusto, Brivio era pronto a rendere la pariglia. 
Nei giorni in cui ancora sarebbe stato possibile muoversi per presentare un simbolo e preparare la raccolta firme, Brivio aveva cercato proprio Gremmo e gli aveva chiesto una mano: aveva pensato di mettere in campo una lista per ostacolare il cammino di Umberto Bossi e dei suoi verso il Parlamento, ma aveva bisogno di aiuto. In quell'occasione Gremmo, dopo aver riflettuto, non volle accontentare Brivio ("stupidamente, aggiungo ora", chiosa oggi lo stesso Gremmo, nel rievocare quelle vicende con il senno del poi): allora vedeva Bossi come un proprio alleato e non voleva tradirlo, ma soprattutto non voleva tradire la causa autonomista, che sarebbe stata ostacolata dalla presenza di due liste (proprio come stava avvenendo e sarebbe avvenuto in Piemonte). Pierangelo Brivio, a quel punto, non presentò alcuna lista (e non si impegno nemmeno nella campagna elettorale) e ciò spianò la strada all'elezione di Giuseppe Leoni alla Camera e di Umberto Bossi al Senato con il simbolo della Lega lombarda.
Dal Corriere della Sera, 27 giugno 1987, pagina 2
Tempo qualche settimana e la rottura tra i cognati divenne insanabile. Persino i quotidiani scrissero che la prima riunione del consiglio federale della Lega lombarda successivo alle elezioni politiche era finita con "un incidente burrascoso" proprio tra Bossi e Brivio, con il secondo che finì al pronto soccorso, lamentando di essere stato picchiato dal neosenatore. Alla base della lite c'era il disimpegno di Brivio nella campagna elettorale, ma la lite non tardò a estendersi (lo stesso Gremmo, nel suo libro Contro Roma, aveva parlato di rivendicazioni personali di Brivio). In ogni caso, all'inizio di luglio la Lega dichiarò che Brivio, essendo stato espulso dal partito, non avrebbe più potuto rappresentare il partito nel consiglio comunale di Gallarate, dov'era stato eletto nel 1985 (tentando di parlare in dialetto fin dalla prima seduta). 
In seguito, come si è visto, sarebbe maturata anche la rottura tra Bossi e Gremmo, diventata definitiva alla vigilia delle elezioni europee del 1989. Svanito in fretta il progetto proposto da Gremmo di un'azione combinata degli autonomisti nelle due circoscrizioni elettorali settentrionali (con una lista "Alpe-Adria" per il Nord-Est, magari da presentare con l'esenzione dalla raccolta firme fornita dal Partito sardo d'azione, e una curata dallo stesso Gremmo nel Nord-Ovest), lo storico autonomista biellese convocò a Rivoli una riunione delle persone a lui più vicine per decidere la presentazione di una lista nella circoscrizione Nord-Ovest. A quel piano si unì anche Pierangelo Brivio, ormai deciso a contrastare il cognato Bossi: fu proprio Brivio a curare la raccolta delle firme in Lombardia, insieme a un altro ex leghista, Augusto Arizzi. 
Come si è visto, la lista non arrivò sulle schede perché una piccola parte di certificati elettorali era risultata mancante; intanto però Brivio si era fatto conoscere meglio e, dal mese di ottobre del 1988, aveva anche iniziato a pubblicare un suo quindicinale. Nel proprio libro Contro Roma, Gremmo disse che a suggerirgli di avviare quella pubblicazione era stato Franco Rocchetta: "In realtà fui io a consigliarlo - ricorda ora - dicendogli che quell'impegno avrebbe potuto portare dei frutti. Guarda caso, Brivio chiamò il suo giornale La Lega Lombarda. Giornale per l'unione del popolo lombardo. Ricordo che l'uscita di quel periodico creò un certo panico in Bossi: lui non aveva alcuna stima del cognato, non capiva come avesse potuto avere quell'idea e iniziò a sospettare che dietro a Brivio ci fossero i servizi segreti che manovravano contro di lui. Il mistero, tuttavia, durò pochissimo e purtroppo contribuii proprio io a farlo svelare, perché in almeno un incontro durante la nostra campagna elettorale ad Albenga nel novembre 1988 per la Lega ligure c'era anche Brivio a distribuire il giornale: là certamente c'erano alcuni osservatori mandati da Bossi che gli riferirono tutto e lui come stessero davvero le cose e intuì che dietro l'azione del cognato c'ero io".
In ogni caso, dopo il funesto 1989, era arrivato il 1990 con il suo carico di elezioni e la macchina politico-elettorale si era rimessa in moto. Anche se il suo impegno principale era ovviamente rivolto al Piemonte, Roberto Gremmo non mancò di dare alcuni suggerimenti a Brivio, seriamente intenzionato a presentare una candidatura autonoma alle regionali in Lombardia. "Lo incoraggiai nel suo progetto - spiega Gremmo - e gli dissi che, se nel suo simbolo avesse inserito la rosa camuna, che da oltre un decennio era l'emblema della Regione, e un riferimento evidente alla Lombardia, ancor meglio se nella forma dialettale 'Lumbarda'" avrebbe potuto centrare l'elezione. Certo, c'era il solito problema delle firme da raccogliere, ma devo dire che Brivio ci si mise d'impegno e fece di tutto per raggiungere il risultato". Alla fine le sottoscrizioni necessarie arrivarono soltanto a Como, Varese e Milano (raccolte soprattutto a Seveso): furono però sufficienti perché il simbolo della lista Autonomia - Alleanza lombarda - allora tutto nero (ma nel 1992 sarebbe diventato verde proprio come il logo della Regione), con il riferimento ben visibile all'autonomia e la parola "Lombarda" scritta a caratteri cubitali - finisse sulle schede in quelle tre circoscrizioni. Nella lista provinciale di Milano, oltre a Brivio e alla moglie Angela Bossi nei primi due posti della lista, c'era anche Anna Sartoris (che contemporaneamente correva in Piemonte con la sua lista), così come figuravano storiche figure dell'Union piemonteisa come Alberto Seghesio e Dario Barattin, necessarie per completare il numero minimo di candidature. 
Nessuno pensava realisticamente che sarebbe bastato coprire quelle province a eleggere un consigliere regionale, invece l'obiettivo fu raggiunto. Con il suo 1,22% regionale (pari a 76.516 voti, più di quelli ottenuti rispettivamente da Democrazia proletaria e dagli Antiproibizionisti sulla droga, che elessero consigliere Marco Taradash), Autonomia - Alleanza lombarda ottenne un eletto: non erano stati male il 3,15% di Como e il 2,8% di Varese, ma Brivio fu eletto in provincia di Milano, dove la lista aveva ottenuto "solo" l'1,58%, ma i consiglieri da distribuire erano molti di piùQuando fu chiaro il risultato delle elezioni, Roberto Gremmo e Anna Sartoris uscirono a cena con Pierangelo Brivio: allo stesso tavolo sedevano tre consiglieri regionali di tre regioni diverse (Valle d'Aosta, Piemonte e Lombardia), senza contare che Gremmo era pure riuscito a farsi eleggere consigliere comunale a Torino.
Nel complesso la Lega - che allora si era presentata come Lega lombarda, ma aveva inserito nel simbolo anche la dicitura "Lega Nord" (varata ufficialmente il 4 dicembre 1989, con atto costitutivo del notaio bergamasco Giovanni Battista Anselmo) e la "pulce" di Alberto da Giussano sopra la sagoma dell'Italia settentrionale - aveva ottenuto 1.183.493 voti e portato a casa 15 consiglieri (tanto quanti il Pci e dieci in meno della Dc): non c'era stata partita con Brivio, ma probabilmente nei piani di Bossi non sarebbe dovuto arrivare nemmeno quell'unico consigliere e quell'inatteso risultato era comunque un piccolo, ma significativo campanello di allarme di cui occorreva tenere conto. 
Dal Corriere della Sera, 18 giugno 1990, p. 2
Alla prima riunione del consiglio regionale lombardo - nel quale per la Lega lombarda erano entrati, tra gli altri, Franco Castellazzi, Francesco Speroni, Alessandro Patelli e il fondatore della Lega emiliano-Romagnola Giorgio Conca - si era presentato lo stesso Bossi e, quando lui andò al bar, si era formato intorno a lui un crocchio di persone e di giornalisti. A un certo punto un cronista di una testata cremonese gli aveva chiesto cosa pensasse dell'elezione in consiglio del cognato Brivio e si sentì rispondere che lui era "solo un burattino nelle mani di Roberto Gremmo". In quel momento, dietro a Bossi, spuntò un tipo con gli occhiali che si rivolse direttamente al giornalista: "Guardi che Gremmo sono io!". C'è chi è pronto a ricordare come Bossi, giratosi di colpo verso quella voce dalla chiara intonazione piemontese, avesse intimato a un tale che era al suo fianco, senza troppe cerimonie, "Spaccagli la faccia!", con conseguente sbiancamento in volto del povero giornalista che tutto avrebbe voluto, meno che trasformarsi in testimone di una scazzottata. 
Per sua fortuna, il passaggio alle vie di fatto non ci fu, ma Bossi non perse tempo: accolse in fretta nella Lega Nord Mario Tosco, Andrea Fogliato e altri transfughi dell'Union piemonteisa; in più, qualche mese dopo il voto, proprio le denunce della Lega Nord fecero aprire l'indagine sull'autenticità e regolarità delle firme raccolte da Piemont - Liberazione fiscale e da altre tre liste, con il processo che pesò come un macigno sull'intero mandato consiliare di Gremmo a Torino. Non per questo, l'attività e la creatività politica dell'autonomista biellese si fermò, arrivando anzi a favorire la nascita di più Leghe: la storia, tuttavia, va approfondita in seguito. 

mercoledì 18 marzo 2020

1989, il Piemont cercò da solo l'Europa (ma non finì sulle schede)

Il 1988, lo si è visto, era stato un anno importante per Roberto Gremmo. Solo un anno prima, nel 1987, era finito in seria difficoltà dopo che, sulle schede delle elezioni politiche, erano comparsi due simboli con in evidenza il nome "Piemont" (il suo e quello guidato da Gipo Farassino): l'insuccesso annunciato aveva rischiato seriamente di mandare in fumo oltre un decennio di lotte piemontesiste. Eppure, si diceva, nel 1988 Gremmo era riuscito nell'impresa - tanto audace e temeraria quanto riuscita - di essere eletto consigliere regionale in Valle d'Aosta con la lista Union Autonomiste - Pensionati: questo aveva permesso a lui e al suo progetto politico-territoriale di recuperare un po' di fiato.
Dal sito Trucioli.it
Qualche energia, per esempio, poteva essere spesa per allargare il campo d'azione al di là del Piemonte e della Valle d'Aosta (oltre che della Lombardia, in cui si muoveva da tempo Umberto Bossi). C'era in particolare l'idea di approdare nella vicina - ma nemmeno troppo - Liguria, essendo l'unica regione del Nord-Ovest non ancora coperta; iniziare un radicamento, tra l'altro, avrebbe potuto essere un buon viatico per le successive elezioni europee. Gremmo colse l'occasione del turno autunnale di elezioni amministrative del 1988, che si tenevano anche - in anticipo di qualche mese sulla scadenza naturale - ad Albenga, comune del savonese di oltre 20mila abitanti: si rivolse ad Aldo Coppola, già candidato alle europee del 1984 nella lista comune della Liga Veneta, e insieme concordarono la presentazione di una lista denominata Lega Ligure, con il profilo della regione e il disegno di un'ancora nel simbolo. Coppola, che aveva 54 anni ed era già pensionato, figurava anche come presidente proprio della Lega Ligure, il segretario era Pierluigi Beltrami; in lista c'erano varie persone piemontesi o genovesi (nessuno di Albenga, ma le forze disponibili erano quelle). 
Da La Stampa, 13 novembre 1988
Che quel voto potesse essere una vetrina, però, doveva essere venuto in mente a molti: le liste quella volta erano ben undici. Accanto a simboli nazionali (Dc, Pci, Psi, Dp, Msi, Pli, Pri, Psdi, Verdi) e alla lista propiziata da Gremmo, infatti, c'era anche la formazione Alleanza popolare - Pensionati, un nome che in sé dice poco. Nulla c'entrava il simbolo omonimo con cui si era presentato nel 1987 al Senato il valdostano Movimento autonomista dei democratici progressisti legato al senatore Cesare Amato Dujany (lo stesso che nel 1988 aveva esentato dalla raccolta firme alle amministrative il Piemont autonomista di Farassino). Qui i pensionati erano quelli del Partito nazionale pensionati (con l'albero stilizzato), mentre una non meglio precisata Alleanza popolare schierava nella propria pulce il torchio disegnato da Giuseppe Russo per la testata dell'Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini. Il riferimento, in realtà, non era tanto al "qualunquismo", quanto piuttosto all'oppressione fiscale. Se la capolista, Francesca Ricciardi, era la sola candidata di Albenga, in lista c'era anche il genovese Bruno Ravera, che in Liguria aveva animato il Movimento di liberazione fiscale.
Dalle urne uscirono 66 voti per la Lega Ligure (0,4%) e 34 voti per i Pensionati - Alleanza popolare: un risultato prevedibile vista la scarsità di candidati locali. Di fatto, però, poche settimane dopo venne fondata con tanto di atto notarile l'Uniun Ligure: a costituirla fu lo stesso Ravera, che in un volume del 1990 (La Lega Nord e le altre Leghe tricolori) avrebbe detto di essersi fatto forte di un accordo stretto con Franco Rocchetta, della Liga Veneta. Evidentemente l'appuntamento delle europee - che si sarebbero tenute dal 18 al 19 giugno 1989 - faceva gola a più di qualcuno e c'era chi si stava già preparando un disegno più ampio, che doveva necessariamente operare su larga scala: la partecipazione di Bossi a un evento organizzato a Genova proprio da Ravera alcune settimane dopo il voto di Albenga lo testimoniava (e Ravera, il 4 dicembre 1989, fu tra i fondatori della Lega Nord).
Le acque nel settore dell'autonomismo, peraltro, erano già agitate da tempo. Già alla fine di luglio del 1988, a un incontro milanese - decisamente tumultuoso, come racconta Gremmo nel suo libro Contro Roma - tra gruppi dirigenti di Lega Lombarda, Liga Veneta e Union Piemonteisa, Umberto Bossi aveva preteso che gli statuti della Liga ma soprattutto dell'Union fossero modificati e "resi compatibili" con quello della Lega Lombarda: questo avrebbe voluto dire, in particolare, che le redini delle decisioni non avrebbero dovuto più essere nelle sole mai di Gremmo e della moglie Anna Sartoris, in qualità di fondatori. Tornava, in qualche modo, la polemica sui documenti fondativi dell'Union Piemonteisa, già alla base dello scontro che aveva portato nel 1987 alla nascita di Piemont Autonomista. 
A quel punto Gremmo - che in quell'incontro a Milano si era sentito diffamato e attaccato sul piano personale - fu convinto che la "sua" Union avrebbe dovuto correre da sola, cercando di raccogliere le firme necessarie per correre nel Nord-Ovest e tentare l'avventura elettorale. Alternative non ce n'erano: non era certo praticabile la strada di una qualche alleanza con l'Union valdotaine, che non aveva ancora digerito la lista Union Autonomiste di Gremmo e i voti che era riuscita a distrarre su di sé. D'altra parte, i risultati degli anni precedenti avevano dimostrato che, grazie al lavoro fatto sino a quel momento, i voti sarebbero potuti arrivare e, aumentando gli sforzi, avrebbero potuto essere anche di più.
Dopo una riunione nella sala consiliare di Rivoli convocata dallo stesso Gremmo con il gruppo di persone più vicino a lui, la scelta venne confermata; alcuni però - come i militanti storici Antonio Bodrero "Barba Toni" e Angelo Colli - non condivisero l'idea della corsa autonoma - romantica ma poco produttiva - e preferirono seguire Farassino (e il suo Piemont autonomista, che proprio in quell'occasione sfoggiò un simbolo rinnovato, con la "bistecca" piemontese ridisegnata, la comparsa di una stella alpina e il nome reso ancora più visibile), che invece continuava a portare avanti l'idea di un progetto politico-elettorale insieme alla Lega Lombarda e a Umberto Bossi.
Di cosa si trattava? Naufragata una prima idea di mettere insieme tutte le forze autonomiste d'Italia (un disegno impraticabile, visto il panorama molto disomogeneo), Bossi propose la creazione di una lista unitaria ma più limitata, denominata Alleanza Nord: al centro ci sarebbe stato sempre Alberto da Giussano (ancora con il piede destro posato sul sasso), ma stavolta il profilo intorno sarebbe stato quello dell'Italia settentrionale; la presenza del guerriero e del nome della Lega Lombarda avrebbero evitato con certezza alla lista di raccogliere le firme. Al di sotto dell'immagine, ci sarebbe stato spazio per le miniature dei simboli della Lega Lombarda, della Liga Veneta, di Piemont Autonomista, della neonata Uniun Ligure, ma anche per altre forze che fossero nate nel frattempo, giusto per dare l'idea che la mobilitazione riguardava tutto il Nord. Era il caso della Lega Emiliano-Romagnola (peraltro guidata da un cremonese, Giorgio Conca) e della Alleanza Toscana.
Racconta Gremmo in Contro Roma che, nelle settimane che precedettero il deposito dei contrassegni, Bossi propose ad Andrea Fogliato dell'Union Piemonteisa un ingresso di quello stesso partito nel cartello, aggiungendo anche la sua "pulce" alle altre. "Mi sembrava già una vittoria politica essere riusciti con la nostra intransigente fermezza a obbligare Bossi e i suoi ad aprire una trattativa. Roberto Vaglio, invece, non ebbe dubbi: 'Se dovessimo accettare di finire a essere un puntino in quel simbolo saremmo dei cadaveri politici'. Parve una frase nobile e giusta". Così l'offerta fu declinata e la raccolta firme autonoma proseguiva abbastanza bene, pur tra mille difficoltà. 
Intanto, però, c'era da depositare il contrassegno per le elezioni: lo si poteva presentare al Viminale tra le 8 del 30 aprile e le 16 del 1° maggio. Gremmo si era preparato per tempo, concependo con sua moglie un simbolo studiato nei dettagli. La parola più in vista, sotto al lambello e dentro la bandiera piemontese, era "Piemont" e non c'era da stupirsi, trattandosi di una creatura di Gremmo. Nella parte inferiore del cerchio, poi, c'era la parola "autonomista": poteva essere riferito alle battaglie di Gremmo, ma anche alla lista con cui era stato eletto in Valle d'Aosta (del resto era stata aggiunta, in piccolo, la parola "Union"). In alto, in più, c'era il riferimento alla Lombardia nella parte superiore: per come era congegnata la grafica, si sarebbe potuto leggere "Lombardia autonomista", facendo passare chiaramente il messaggio. Si trattava insomma di un simbolo votabile in tre regioni su quattro, tra le quali erano comprese le due più importanti: se si fosse presentata la lista, i voti sarebbero arrivati.
Gremmo arrivò a Roma - con un'auto a noleggio, perché i treni erano in sciopero - la sera del 29 maggio, trovando davanti al Viminale una ventina di attivisti della Lega, venuti a "scortare" Bossi, Farassino e il loro simbolo, già in fila per conquistare la prima posizione al mattino dopo. Ci fu persino il tempo - lo racconta sempre Gremmo in Contro Roma - di un invito a cena formulato a Bossi e consumato in un vicino ristorante cinese: non fu un pasto particolarmente cordiale e rese ancor più chiaro che non ci sarebbe stato alcun accordo tra i due. Andarono entrambi in albergo (i militanti leghisti invece erano rimasti davanti ai cancelli del ministero), per poi prepararsi al giorno dopo: Bossi tra i primissimi, Gremmo con più calma. 
Quando il simbolo dell'Union piemonteisa - era comunque questo il nome dato alla forza politica - finì nelle bacheche di legno del Viminale, Gremmo lo guardò soddisfatto, ma si avvicinarono anche Ettore Beggiato e Francesco Speroni. Il primo osservò con attenzione il contrassegno e se ne uscì - come ricorda Gremmo - con questa frase: "Piemont... Lombardia... autonomista... ma xe el nome del vostro giornale, Lombardia Autonomista!", quello di cui Gremmo era stato in due periodi diversi direttore responsabile. Speroni, sempre secondo Gremmo, sbiancò.
Il simbolo, dunque, aveva dimostrato sul campo di poter riscuotere attenzione: qualcuno lo avrebbe votato con convinzione, qualcun altro per suggestione, ma alla fine quei voti sarebbero stati impossibili da distinguere. Perché però poche o tante persone potessero mettere la croce su quell'emblema, era necessario raccogliere le firme. Ancora una volta, dunque, la strada di Gremmo (e, più in generale, quella degli autonomisti) si trovava davanti l'ostacolo delle sottoscrizioni da raccogliere: trattandosi di elezioni europee, il compito era particolarmente difficile. Già, perché la disciplina delle elezioni europee prevedeva, allora come oggi, che le liste non rappresentate al Parlamento italiano o europeo dovessero raccogliere 30mila firme in ogni circoscrizionein più c'era l'obbligo di coprire tutto il territorio della circoscrizione, facendo in modo che in ogni regione fossero raccolte almeno 3mila sottoscrizioni. Questo valeva anche per la Valle d'Aosta, da sempre piazza difficilissima, per chiunque. 

Gremmo aveva però pensato a tutto. In Liguria aver creato nel 1988 la Lega Ligure era stata un'utile intuizione, che in quel momento permetteva un buon dispiego di forze per trovare i sottoscrittori. Il Piemonte, ovviamente, non era un problema. In Lombardia la lista avrebbe potuto contare sull'ex leghista Augusto Arizzi e, un po' a sorpresa, anche su Pierangelo Brivio, cognato di Bossi e tra i fondatori della Lega Lombarda, ma che era stato espulso tempo prima dal Carroccio).
Già, ma la Valle d'Aosta? Ci voleva un'idea vincente e, a un certo punto, Gremmo sentì di averla. Come consigliere regionale, egli si fece promotore di una proposta di legge regionale popolare per rendere gratuita per i cittadini valdostani la fruizione delle autostrade sul territorio regionale; alla raccolta di firme per quel progetto di legge avrebbe legato quella per la lista. L'intuizione di Gremmo colse nel segno: le firme avevano iniziato ad arrivare, ci voleva solo pazienza e costanza per cercare di arrivare alle 3mila necessarie. Nel frattempo c'era molto lavoro da fare per ottenere i certificati di iscrizione alle liste elettorali in lungo e in largo dai comuni delle regioni coinvolte.
Alla fine i documenti furono preparati, messi in 19 scatoloni e custoditi a Carignano da Andrea Fogliato. Dopo vari conteggi, per Gremmo le firme in tutto erano 32238: occorreva solo mettersi in viaggio e portarle all'ufficio elettorale alla Corte d'appello di Milano. La consegna avvenne il 10 maggio 1989: l'obiettivo che per molti, Bossi compreso, era impossibile da raggiungere era lì a portata di mano. Era fatta. O meglio, sembrava fatta. Perché due giorni dopo la consegna Anna Sartoris, moglie di Gremmo, ricevette una telefonata dalla Corte d'appello che la avvisava che la lista era stata respinta, proprio perché mancava un pugno di firme della Valle d'Aosta rispetto alle 3mila richieste. Sembrava incredibile e, infatti, Gremmo e i suoi non volevano crederci. Sartoris, che figurava come presentatrice della lista, fece opposizione, rivolgendosi all'Ufficio elettorale centrale per il Parlamento europeo. 
La Stampa,18 maggio 1989
Fu necessaria una trasferta romana, per difendere quelle richieste in Corte di cassazione. Visto che il problema era di numeri, si dovette per forza ricontare e il presidente dell'ufficio dispose il riconteggio. "Risultò che le firme valdostane erano sì 3181 - racconta Gremmo nel suo libro - ma mancanti di 253 certificati." Nessuno sa che fine abbiano fatto quelle carte; giusto Anna Sartoris ricordò che i certificati relativi alla Valle d'Aosta "erano stati spostati a Carignano in uno scatolone differente".
Giusto per non farsi mancare nulla, si scatenarono due diversi focolai di polemiche. Uno ebbe risvolti di natura penale, visto che erano partite varie denunce che accusarono Gremmo di avere presentato firme false; l'altro fu solo di natura politica, ma non fu meno grave, visto che lo stesso Gremmo fu accusato di aver "venduto" la lista all'Alleanza Nord, in nome di imprecisati vantaggi personali.
Non potendo partecipare direttamente a quelle elezioni, Gremmo si limitò a invitare dalle colonne del suo periodico ad annullare la scheda a quelle europee. Alla fine le urne consegnarono 542.201 schede votate a favore dell'Alleanza Nord nella circoscrizione Nord-Ovest, sufficienti a eleggere i due europarlamentari conquistati in quell'occasione (il Nord-Est non contribuì in modo decisivo). In Piemonte, però, Alberto da Giussano sfiorò 55mila voti, quando nel 1987 la somma dei due "Piemont" aveva superato 133mila consensi: l'Alleanza Nord - che recava comunque nel simbolo in grande evidenza la dicitura "Lega Lombarda" - non riuscì a raccogliere gran parte del consenso che era stato dei piemontesisti. Ci fosse stata nel Nord-Ovest anche la lista di Gremmo, il risultato sarebbe stato diverso (anche se nessuno può dire in che misura): se l'Union Piemonteisa fosse riuscita a ottenere il tanto agognato europarlamentare, il seguito della carriera di Gremmo sarebbe stato ben altro. Invece, dopo la bocciatura della lista e l'affermazione, pur se a ranghi ridotti, di Alberto da Giussano, i progetti autonomisti di Gremmo accusarono un colpo durissimo, ancora doloroso da raccontare, che allontanò molte persone. Si sarebbe rialzato, un'altra volta, ma ci sarebbero voluto alcuni mesi e un altro progetto, destinato a far parlare molto di sé. Al punto che è il caso di dirne più avanti.