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giovedì 30 gennaio 2020

Pane pace lavoro, una zattera per il bene comune

E se per salvare la politica e il paese, invece che una corazzata o una nave, bastasse una zattera? Ci avevano pensato all'inizio dell'attuale millennio vari reggiani, in qualche modo legati al cattolicesimo di base, che in quell'emblema tanto precario quanto salvifico scelsero di riconoscersi, dandosi un nome che allo stesso tempo era un programma politico: Pane pace lavoro. Un'agenda decisamente ridotta, forse, ma indubbiamente essenziale: se manca uno dei tre valori, dicevano i promotori all'inizio, c'è il rischio che vengano a mancare anche gli altri. Per i più attenti era facile riconoscere in quel nome il modello di Giorgio La Pira: pane pace e lavoro sono stati tre punti essenziali del suo agire politico, più volte dimostrato durante l'esperienza di sindaco democristiano (sui generis) a Firenze.  
La prima traccia del futuro movimento politico spuntò alle elezioni comunali e circoscrizionali di Reggio Emilia del 1999, anche se per accorgersene ci voleva la lente d'ingrandimento. All'interno del contrassegno composito dell'alleanza tra Centro cristiano democratico e Cristiani democratici uniti (che alle europee correvano invece con due liste diverse, mentre nel reggiano presentavano candidature unitarie fuori dal centrodestra), infatti, si poteva vedere una microscopica freccia gialla e rossa, ripiegata e puntante verso sinistra, con la sigla Ppl, anche se non si diceva da nessuna parte cosa quell'acronimo significasse. Quella "freccina che entra nello scudo crociato di Buttiglione da dietro e da sinistra guardando l'elettore" (così si leggeva nella descrizione ufficiale del contrassegno) era quasi invisibile in un emblema di due centimetri di diametro, ma fu comunque rappresentata nelle candidature. In consiglio comunale arrivò Tarcisio Zobbi, imprenditore di Villa Minozzo aderente al Ccd (già segretario provinciale della Dc, in seguito consigliere comunale e provinciale per l'Udc); nella circoscrizione centro storico di Reggio l'unico eletto fu Matteo Riva, cui proprio quel minifregio si riferiva principalmente. Riva, figlio di Giovanni (che era stato iniziatore dell'esperienza cattolica "del dissenso" One Way e uno dei fondatori di Comunione e liberazione nel reggiano, salvo poi allontanarsene) e nipote di Gianguido Folloni (all'epoca ministro per i rapporti con il Parlamento del primo governo D'Alema, in quota Cdu-Udr), scelse di costituire nel consiglio circoscrizionale il gruppo denominato proprio Pane pace lavoro: da lì operò dai banchi dell'opposizione, contrastando la maggioranza di centrodestra creatasi in quella circoscrizione. 
Non si trattava in effetti della prima candidatura di Riva (già nel 1997 si era presentato a Casina, di cui la famiglia materna era originaria, in una lista civica d'ispirazione democristiana, denominata "Uniti per Casina"), ma l'esperienza elettorale del 1999 fu importante: da lì in avanti Pane pace lavoro iniziò ad agire direttamente e a organizzarsi, facendo accordi con le forze politiche a livello locale. In particolare, proprio in forza di quei patti con Ppl, lo stesso Riva nel 2004 fu candidato nella lista del Partito dei comunisti italiani in consiglio comunale a Reggio: qualcuno rimase stupito, ma la capogruppo uscente del Pdci Loredana Dolci parlò di "asilo politico" dettato dall'impegno di Riva in circoscrizione centro contro il centrodestra e dalla storia di contatti tra comunisti e cattolici (probabilmente propiziata dalla terra emiliana). L'accordo portò bene a Riva, che fu eletto in consiglio comunale assieme ad altri due candidati del partito e divenne capogruppo.  
Quando nel 2008 Rifondazione comunista e Comunisti italiani negarono ogni accordo con il Pd e costruirono con altre forze il cartello elettorale la Sinistra - l'Arcobaleno, per il gruppo di Riva si era trattato di una assurdità totale, perché quella scelta avrebbe portato Berlusconi a vincere. Pur rimanendo tra i candidati della Sinistra arcobaleno (alla Camera in Emilia-Romagna), alla fine di marzo Riva lasciò il Pdci e decise di votare per Veltroni, proprio assieme a Loredana Dolci (che nel frattempo era diventata segretaria regionale del Pdci); in consiglio comunale a Reggio, Riva continuò a sostenere la giunta guidata da Graziano Delrio, fondando il nuovo gruppo "Democratici a sinistra". Dopo le elezioni politiche - in cui Berlusconi puntualmente vinse - il gruppo di Riva fu cercato dall'unico partito che aveva continuato l'alleanza con i democratici, vale a dire l'Italia dei valori: proprio nell'Idv Matteo Riva venne candidato e rieletto nel 2009 in consiglio comunale a Reggio, con un successo personale di preferenze, replicato l'anno successivo in occasione delle elezioni regionali - un migliaio di voti - in un periodo in cui il partito di Antonio Di Pietro godeva di un robusto consenso a livello nazionale.
Nel frattempo, però, Pane pace lavoro era diventata una realtà più solida e aveva assunto la forma dell'associazione-movimento, che proprio nel 2008 aveva anche depositato al Ministero dell'interno il proprio contrassegno, indicando come capo della forza politica Marzia Franceschini: oggi come allora, l'emblema è dominato dalla figura di una zattera: "L'idea grafica nacque nel 2000 - ricorda Riva - quando Silvio Berlusconi in vista delle regionali fece campagna elettorale con Azzurra, la nave della libertà; noi rispondemmo a modo nostro, varando una zattera sul Crostolo a Reggio, la nostra alternativa fluviale e ironica"; l'emblema poi riprende il tricolore, con il verde della zattera e il rosso della vela, e c'è persino un accenno di croce nell'albero che sostiene la vela stessa (probabilmente l'unico modo per utilizzare quel segno e far identificare la propria origine, senza incorrere nella bocciatura da parte del Viminale per l'uso di immagine o soggetto religioso). 
Quella volta c'era l'idea di presentare una lista al Senato, in Emilia-Romagna (con Giuseppe Staccia come capolista e il sostegno dell'ex segretario provinciale Dc Corrado Corghi), ma non se ne fece nulla per l'impossibilità di raggiungere l'obiettivo delle firme. Nel 2013 il simbolo con la zattera è tornato nelle bacheche del Viminale e anche in quell'occasione si è tentato di presentare una lista, sempre in Emilia-Romagna, per il Senato: l'obiettivo, tuttavia, fu mancato per un pugno di sottoscrizioni. Dopo quell'esperienza, l'associazione Pane pace lavoro - che oggi è guidata da Marco Romani - ha deciso di continuare la propria attività di base, non elettorale ma culturale, nelle strade e nelle piazze, con attenzione alla formazione politica, soprattutto dei più giovani, che apprendono il funzionamento delle istituzioni e non di rado proseguono il loro impegno politico e magari vengono candidati: lo scorso anno, nella lista di +Europa che a Reggio sosteneva la ricandidatura di Luca Vecchi, era presente anche Carlo Falcone proveniente da Ppl e il palco del piccolo comizio a chiusura della campagna elettorale era proprio una zattera. 
Oltre che a Reggio Emilia, l'associazione è presente a macchia di leopardo in giro per l'Italia (con nuclei a Roma, Venezia, Agropoli e in altri luoghi). "Il nostro movimento - si legge nel sito di Pane pace lavoro - agisce come forza morale. All'interno di uno spaesamento e di un disagio molto evidenti, la nostra azione opera per un ordine e per un principio superiori di giustizia, di umanità e di pace, mentre, oggi, spesso, l’uomo viene reso oggetto di dominio e strumento per i progetti di chi è più potente". Una "azione di resistenza e di proposta, se non altro svolta attraverso la formazione di uomini e attraverso l’impegno loro diretto nella pratica", per combattere pessimismo, assenteismo e individualismo attraverso la comunità, la solidarietà e la valorizzazione dei talenti. Anche se la zattera non è intenzionata a tornare sulle schede elettorali, esiste e resiste, continuando la sua navigazione mossa dalle idee-forza del pane, della pace e del lavoro.

giovedì 19 settembre 2019

Dc e scudo crociato: riassunto (e la mia tesi) una volta per tutte (1)

Anche le vicende di questi giorni hanno confermato un punto fondamentale: la storia della Democrazia cristiana e del suo simbolo, lo scudo crociato, non cessa mai di riservare novità, sorprese e colpi di scena. Chi segue questo sito lo sa molto bene, ma l'affastellarsi di tante vicende, anche contorte e dalle radici lontane, ha portato qualche lettore a chiedermi un riassunto delle puntate precedenti, che ormai sono davvero un numero considerevole.
In questo post, il primo di una serie, cerco di offrire un quadro cronologico della situazione, per spiegare come si è arrivati alla situazione intricata di oggi (che peraltro dura da molti anni e puntualmente si complica, tra tentativi successivi che spesso sono portati avanti dalle stesse persone): la ricostruzione, ovviamente, è basata sui molti documenti che ho raccolto nel corso degli anni, su centinaia di pagine prodotte da parti diverse o dai giudici via via chiamati a intervenire
Ho iniziato a studiare la vicenda giuridica dello scudo crociato e dell'intero mondo Dc nel 2010: mi ha fatto capire che occuparsi di simboli e di "diritto dei partiti" (anche se ancora non sapevo che ne esistesse uno) poteva equivalere a scavare un filone inesauribile. L'ho fatto da persona del tutto esterna ed estranea alla storia democristiana, per età (nel 1994, quando la Democrazia cristiana è stata messa da parte, non avevo 11 anni) e per scelta (non mi sono mai iscritto a partiti che, in un modo o nell'altro, si ritenevano eredi politici o continuatori giuridici della Dc). Da studioso, ho avuto contatti con varie parti (di oggi, di ieri e dell'altro ieri) della querelle democristiana e coi loro avvocati, per avere informazioni e leggere atti e documenti utili: a volte ho trovato grande collaborazione, magari dopo aver vinto qualche diffidenza, altre volte i risultati sono stati ben peggiori. 
Prima di iniziare, una precisazione mi pare dovuta. In tutti questi anni, non ho mai sposato le tesi di chi cerca in vari modi di far tornare operante la Dc "dormiente" dal 1994 e che si riteneva risvegliata già nel 2012 e - quanto al tentativo attuale - di nuovo tra il 2017 e il 2018. Il mio non riconoscere la bontà di quelle idee, unitamente al fatto che nel 2018 e nel 2019 io abbia commentato le decisioni del Viminale e degli altri uffici elettorali che hanno tutelato il simbolo dell'Udc, ha indotto qualcuno a pensare che io parteggi per il partito di Cesa o almeno per le loro tesi. Il pensiero è legittimo, ma garantisco che non è così: non parteggio affatto per l'Udc (anzi, nella mia lunga ricerca, una collaborazione rasente lo zero l'ho avuta proprio dall'Udc). La mia non è una posizione di parte, ma non può essere neutrale: leggendo e studiando mi sono fatto un'idea piuttosto chiara e le vicende che nel tempo si sono succedute l'hanno confermata sempre di più, in una storia - tra l'altro - in cui tutte le parti esistenti e i vari personaggi che le rappresentano ritengono di avere ragione (in tutto o in parte) e spesso accusano altri di non conoscere documenti o sentenze che loro stessi sembrano non aver letto o compreso appieno.

1) Il peccato originale: cambiare nome nel modo sbagliato

Se della querelle sulla Dc non si vede la fine, si può individuare almeno l'inizio o - volendo - l'inizio degli inizi. Una sorta di peccato originale (così lo si è chiamato a Report, in una nota puntata a cura di Sabrina Giannini che trattò l'argomento dal punto di vista del patrimonio), che nessun battesimo ha cancellato. Datarlo è facile: si tratta dell'arco di tempo tra il 18 e il 29 gennaio 1994, periodo nel quale il partito nato nel 1943 e denominato "Democrazia cristiana" ritenne di aver cambiato nome in "Partito popolare italiano". Ritenne, perché in quel periodo, in cui il pensiero fisso era salvare il partito dagli scandali adattando la linea politica e recuperando l'etichetta delle origini, non si fece l'unica cosa necessaria: un congresso nazionale
18 gennaio 1994: Assemblea nazionale
Si voleva un partito nuovo (rinnovato) senza fare un nuovo partito sciogliendo quello esistente, così si pensò di modificare giusto il nome da Dci a Ppi. Per farlo, però, occorreva cambiare lo statuto (il nome è parte di quel documento fondativo): il solo organo del partito titolato a modificarlo era il congresso nazionale. Il 18 gennaio (giorno in cui, nel giro di poche ore, sulla scena spuntarono il Ppi e il Ccd) si riunì l'assemblea nazionale della Dc; il 21 gennaio la direzione nazionale; il 29 gennaio il consiglio nazionale. I tre organi approvarono il cambio di nome, ma mai la questione fu posta in un congresso (e ciò non avvenne nemmeno nel primo congresso del Ppi, che si tenne dal 27 al 29 luglio 1994). Se qualcuno avesse impugnato direttamente una di quelle delibere - specie quella del Consiglio nazionale - sarebbe riuscito a vederla dichiarare nulla, perché quell'iter di cambio di nome non poteva produrre effetti: sarebbe bastato solo che un giudice lo accertasse (a patto, ovviamente, che qualcuno glielo avesse chiesto espressamente). 
La Dc, insomma, credeva di chiamarsi Partito popolare italiano e tutti la trattavano come tale, ma in realtà era ancora la Democrazia cristiana, di fatto (era lo stesso soggetto giuridico) e di nome (anche se non se ne rendeva conto). Per iniziare una metafora corporea che ci porteremo dietro durante tutta la storia, è come se un tale che si chiama Franco Porta volesse abbandonare il suo nome (non importa il motivo) e per farlo ritenesse sufficiente lasciare sulla porta di casa sua un avviso per due settimane, in cui si dice che lui dal tal giorno si chiamerà Marco Cerri. Una procedura simile non può avere effetti, ma le persone che conoscono Franco Porta, sapendo della sua volontà di cambiare nome, lo chiameranno Marco Cerri: nessuno però metterà in dubbio che la persona è la stessa perché il corpo è lo stesso, a dispetto del cambio di nome. In altre parole, a prescindere dall'errore (grave) nel modo in cui si è cambiato il nome, non c'è nessun "cadavere abbandonato" da risvegliare.

2) Due menomazioni in due anni  

Il corpo, si diceva, è lo stesso, anche se ormai non è più integro, per due menomazioni successive: Franco Porta infatti, quando ha scelto di chiamarsi Marco Cerri, ha perso un avambraccio e un dito. Un anno dopo, in un trauma, Cerri (che in realtà è Porta, anche se non ci pensa e quasi nessuno intorno a lui dà importanza alla cosa) finisce per perdere un'intera gamba: una perdita dolorosa, che sparge molto sangue e per anni non riesce a sanarsi del tutto. In effetti la vicenda politica, a grandi linee, può essere rappresentata proprio così, anche se già qui le questioni si fanno complicate e non è facile seguirle in tutti i loro passaggi senza avere i documenti in mano.
L'avambraccio perso, nel 1994, è il Centro cristiano democratico di Pierferdinando Casini e Francesco D'Onofrio, staccatosi in corrispondenza con la scelta di cambiare nome e corso per il partito dei democratici cristiani (l'evento fondativo si fa risalire al 18 gennaio 1994, con l'assemblea tenuta al Grand Hotel de la Minerve, a 450 metri a piedi dall'Istituto Sturzo, in cui la Dc si sta trasformando in Ppi): si tratta dunque di una scissione da un soggetto politico-giuridico che rimane esistente e attivo (a prescindere dal nome che ha). Nessun dubbio, dunque, sul fatto che la Dc, che dal 18-29 gennaio 1994 ritiene di chiamarsi Ppi, sia rimasta lo stesso soggetto, anche se ha perso parte dei suoi iscritti e anche se questi si sono riorganizzati in un altro partito, per l'appunto il Ccd. 
Accordo Ppi-Cdu del 1994
Qui liti sostanzialmente non se ne conoscono, anche se qualche scaramuccia sui soldi comunque c'era stata, ma la si era appianata abbastanza in fretta. Coloro che alla Camera avevano formato da pochi giorni il gruppo parlamentare autonomo del Ccd, il 30 gennaio si erano accordati con il Ppi sul piano economico (ai fuoriusciti non spettava un soldo, ma in spirito di amicizia si era comunque fatto un patto firmato da Rosa Jervolino per il Ppi e da D'Onofrio, presidente del neogruppo dei cristiano democratici a Montecitorio), confermando che del vecchio scudo il Ccd poteva continuare a usare solo l'immagine "in negativo" sulla vela.
In quegli stessi giorni, peraltro, si era registrata anche la perdita di un dito, rappresentato dai Cristiano sociali di Ermanno Gorrieri, che mai hanno rivendicato nome è simbolo della vecchia Dc e dunque con il seguito della vicenda qui riassunta hanno poco o nulla a che fare (per questo non se ne parlerà più nelle prossime righe: ci si limita a dire che anche i Cs erano un partito nuovo, distinto dal Ppi già chiamato Dc).
Il "patto di Cannes"
La perdita dolorosissima dell'intera gamba, invece, si ebbe nel 1995 e inizia con la spaccatura tra Rocco Buttiglione, eletto segretario del Ppi nel primo congresso alla fine di luglio del 1994, e la sinistra del partito, che al suo posto aveva eletto Gerardo Bianco dopo che Buttiglione era stato sfiduciato in consiglio nazionale per la sua scelta di allearsi   con il centrodestra  che comprendeva An: una vicenda complessa, fatta di accuse reciproche di violazioni dello statuto, che approdò in tribunale (prima e dopo le elezioni regionali e amministrative di primavera) e si protrasse tra serrature cambiate, porte sfondate, utenze tagliate e amenità simili. Il Ppe, scandalizzato, impose alle parti una tregua, raggiunta il 24 giugno 1995 a Cannes: Buttiglione e Bianco, prendendo atto "della insanabile divisione insorta all'interno" del Ppi e scegliendo di viverla "con uno stile di rispetto reciproco, di tolleranza e di cristiana fraternità", si accordarono perché al gruppo di Gerardo Bianco fosse lasciata la denominazione Ppi e a quello di Buttiglione non fosse contestato lo scudo crociato; il "patto di Cannes" fu tradotto in accordo giuridico il 14 luglio, precisando certe questioni economiche (sulla divisione del patrimonio, dei lavoratori, delle testate) e che l'uso del nome "Democrazia cristiana" sarebbe stato precluso a tutti. 
Il 4 ottobre 1995 la menomazione iniziata in primavera si completò - anche se soltanto sul piano politico-giuridico - con la nascita del nuovo partito guidato da Rocco Buttiglione, i Cristiani democratici uniti (Cdu)un soggetto giuridico nuovo, distinto dal Ppi, fondato con atto costitutivo notarile: se il nome scelto per l'occasione era nuovo (anche se ricordava volutamente quello della Cdu tedesca), non poteva sfuggire lo scudo crociato - la stessa versione in uso nel 1992 e nell'emblema elettorale del Ppi del 1994, nel pieno rispetto degli accordi di Cannes - in bella vista all'interno del simbolo, ancora una volta su fondo blu come ormai avveniva almeno dal 1992. 
Il Ppi, intanto, per evitare problemi di confondibilità, già alle elezioni di primavera aveva adottato un emblema con gonfalone e scudo - e per evitare confusione con il fisco aveva pure adottato per sé un nuovo codice fiscale - ma era lo stesso soggetto giuridico di prima (non c'è mai stato un congresso di fondazione o un atto costitutivo di un nuovo partito). Riprendendo l'immagine di prima, Marco Cerri (che in realtà si chiamerebbe ancora Franco Porta) è rimasto lo stesso, anche se nel frattempo ha perso un avambraccio e un braccio e ha cambiato la foto sul suo documento d'identità.   

3) Se la gamba non si stacca del tutto

La prima "ordinanza Macioce"
La situazione, obiettivamente già intricata, fu complicata ancora di più da alcune decisioni dei giudici, ragionevoli ma difficili da applicare. Già il 25 marzo 1995, nella prima ordinanza sullo scontro Bianco-Buttiglione (resa prima del turno elettorale di primavera) era intervenuto il giudice del tribunale di Roma Luigi Macioce, su richiesta del gruppo di Bianco che voleva impedire a Buttiglione di continuare a guidare il partito e decidere sulle candidature. Annullando o dichiarando nulli vari deliberati di organi interni al Ppi, il giudice Macioce disse in sostanza che Rocco Buttiglione era rimasto segretario del partito, ma avrebbe dovuto attuare in pieno la linea del consiglio nazionale (che aveva sbarrato la strada ad accordi politici con Alleanza nazionale e Rifondazione comunista, intese come forze estreme), che era ben diversa dalla sua (accordo con tutto il Polo, dunque anche con An). Il che equivaleva ad avere due partiti litiganti in uno o, se si preferisce, un segretario tanto in carica quanto "paralizzato", non potendo seguire il proprio indirizzo politico.  
La seconda "ordinanza Macioce"
Tra giugno e luglio, lo stesso tribunale si occupò di una nuova azione intentata da Bianco e dal nuovo tesoriere Pierluigi Castellani, che chiedevano di inibire l'attività di segretario e tesoriere a quelli che invece si ritenevano regolarmente in carica, rispettivamente Buttiglione e Alessandro Duce (che, tra l'altro, era diventato tesoriere del Ppi perché era stato scelto come ultimo segretario amministrativo nelle ultime due riunioni degli organi della Dc, il 21 e il 29 gennaio 1994). Dopo una prima decisione favorevole a Buttiglione, il tribunale di Roma dovette riaffrontare la vicenda in sede di reclamo: in un collegio di tre giudici, fu ancora Macioce a scrivere la motivazione dell'ordinanza sul caso, datata 24 luglio 1995. In quella decisione si disse che, visto che in quella fase le due fazioni (vicine a Bianco e a Buttiglione) si stavano organizzando in due partiti diversi ma non esistevano ancora due soggetti giuridici autonomi (il Cdu, lo si è visto, nacque in ottobre di quell'anno), la soluzione più corretta e opportuna sembrava la "co-gestione obbligatoria dei due tesorieri", che fotografava "l'originale, inusuale e certamente transitoria condizione dell'unico Ppi in procinto di divisione": ogni atto di ordinaria e straordinaria amministrazione sul patrimonio avrebbe dovuto avere l'adesione (scritta) di Duce e di Castellani.
La transazione del 1999
Quella situazione di cogestione, in realtà, durò ben oltre la costituzione giuridica del Cdu. Lo stesso Macioce, in effetti, aveva precisato nell'ordinanza che quell'agire congiunto "imposto" dal giudice sarebbe stato superabile con un diverso accordo tra le parti: l'accordo, però, per molto tempo non ci fu. Tanto per dire, Ppi-gonfalone e Cdu soltanto il 12 ottobre 1999 chiusero con una transazione un'ulteriore causa iniziata sempre nel 1995 (dopo la seconda ordinanza scritta da Macioce) sulla corretta rappresentanza del Partito popolare e, in quel documento transattivo, misero nero su bianco che la co-gestione "imposta" nel 1995 era ancora "un soddisfacente assetto": pare che non si sentissero garantiti da una diversa configurazione dei rapporti, perché evidentemente non si fidavano abbastanza. Nella stessa transazione - firmata per il Ppi (per procura) dal segretario Pierluigi Castagnetti e dai suoi predecessori Bianco e Franco Marini, nonché dal primo tesoriere Castellani e da quello allora in carica Romano Baccarini, mentre per il Cdu la sottoscrisse l'allora tesoriere Gianfranco Rotondi, in nome e per conto anche del suo predecessore Duce e del segretario Buttiglione - i due partiti si riconobbero entrambi titolari del partito della Dc (nonché della denominazione e del simbolo storici) e, in nome di questa contitolarità, si impegnarono ad agire legalmente contro chi avesse voluto usare nome ed emblema della Dc (e qualcuno tra il '96 e il '98 aveva iniziato a farlo, come si vedrà).
In questa fase lunga - che doveva essere breve - è come se il Marco Cerri della nostra storia (anche se in realtà continua a chiamarsi Franco Porta, contro la sua volontà) avesse continuato a vivere e operare a dispetto delle due menomazioni, ma qualcuno avesse mantenuto la sua gamba legata a lui, anche se questa si era del tutto staccata; un legame che, peraltro, si manifestava solo in determinate occasioni, che richiedevano che la persona apparisse con entrambe le gambe. La gestione patrimoniale del Ppi-Gonfalone e del Cdu, infatti, fu del tutto autonoma per le nuove risorse (a partire da quelle ricevute con il finanziamento pubblico), mentre il regime di co-gestione proseguì per il patrimonio del Ppi - ex Dc: così era intestato il bilancio - pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale - presentato alla Camera con riguardo all'anno 1995 e firmato da Castellani e Duce. Negli anni successivi, peraltro, non è stato più presentato un bilancio di quel tipo, resistendo soltanto i rendiconti di Ppi-gonfalone e Cdu (anche se la co-gestione patrimoniale sarebbe finita solo nel 2002).


4) La prima sentenza di Cassazione che, se letta male, inganna

Nel corso di questi anni, peraltro, le liti giudiziarie non riguardavano soltanto gli esponenti dei partiti, ma anche - e soprattutto - gli ex dipendenti della Dc che avevano intentato contro il partito cause di lavoro, non risolte prima della trasformazione in Ppi e delle vicende traumatiche coeve e successive. Una delle cause fu decisa in via definitiva dalla sezione lavoro della Corte di cassazione il 27 giugno 1998: un anno prima della transazione di cui si è detto e dodici anni e mezzo prima che sia emessa la nuova pronuncia di Cassazione che, per alcuni, fa rivivere la Dc. C'è addirittura chi crede che la sentenza in questione - la n. 6393/1998 - abbia anticipato ciò che la Suprema corte avrebbe detto nel 2010 e, se qualcuno l'avesse letta allora, la Dc si sarebbe risvegliata molto prima.
Le cose non stanno così e conviene leggere bene quella decisione, nota come "sentenza Laudani", dal nome dell'uomo che aveva iniziato la causa contro la Dc negli anni '80, Placido Laudani (lamentando come non gli fosse stata riconosciuta una certa qualifica, con tutte le conseguenze economiche del caso); prima che intervenisse la sentenza di secondo grado (il 25 settembre del 1995), si erano verificati i fatti raccontati sopra, in base ai quali per il ricorrente Ppi, Ccd e Cdu erano tutti successori allo stesso modo della Dc e quindi dovevano partecipare tutti al processo (mentre in appello si era costituito solo il Ppi, cosa che secondo Laudani comportava nullità di tutto il procedimento). 
Per la Cassazione, invece, non c'era motivo di far partecipare tutti al processo (non era cioè una situazione di "litisconsorzio necessario"), poiché ciò avrebbe richiesto, a monte, che ci fosse stata "una successione universale", cioè - volendo banalizzare - un decesso e degli eredi (o un trasferimento di tutte le posizioni giuridiche da un soggetto a un altro). Non poteva essere erede di nulla il Ccd, essendo stato costituito - lo si è visto - in seguito al recesso collettivo di vari soci della Dc; nemmeno per il Cdu (nella sentenza erroneamente chiamato Partito cristiani unitari) poteva parlarsi di successione universale perché ciò, come detto, presupporrebbe "la scomparsa del dante causa come soggetto giuridico e la trasmissione dell'universum ius nel patrimonio dell'avente causa". 
Proprio a partire da questa frase più di qualcuno ha sostenuto che la Dc non era mai stata sciolta e aspettava solo qualcuno che la svegliasse dal torpore, mentre gli altri partiti (Ppi compreso) erano andati avanti per la loro strada. In realtà non è così: i giudici, poche righe prima, avevano notato che la Democrazia cristiana aveva semplicemente cambiato nome in Partito popolare italiano, quindi era normale che fosse stato il solo partito a partecipare al processo; tutti gli altri soggetti erano nati da recessi collettivi dall'associazione che nel frattempo aveva semplicemente cambiato nome, senza che nessuno pensasse di scioglierla (e senza che allora ci si interrogasse su come quel cambio di nome era stato fatto). In pratica, i giudici di Cassazione hanno confermato che il Ppi e la Dc erano la stessa cosa e che quest'ultima non era mai stata sciolta, sì, ma perché appunto aveva continuato ad agire con un altro nome. In altre parole, nessuno si poteva considerare erede di Franco Porta, perché Porta - che nel frattempo aveva cambiato "male" il suo nome in Marco Cerri e con quest'ultimo era identificato da tutti - era ancora vivo e operante. 


5) Fine della co-gestione: la gamba si stacca del tutto 

Anche dopo la sentenza di Cassazione del 1998, la transazione Ppi-Cdu del 1999 e un paio di tentativi altrui di utilizzare il nome e il simbolo storici della Dc, i tesorieri dei due partiti continuarono a gestire insieme il patrimonio. Nel corso degli anni ne cambiarono vari: per il Ppi a Pierluigi Castellani succedettero Severino Lavagnini, Romano Baccarini e, nell'ultimo periodo del 2002, Luigi Gilli; dopo Alessandro Duce, invece, tesorieri del Cdu furono Tancredi Cimmino e, già nel 1999 (dopo che Cimmino aveva aderito all'Udeur), Gianfranco Rotondi. Tutti loro, nelle rispettive permanenze in carica, furono chiamati a gestire tutte le questioni patrimoniali legate ai beni che erano stati della Dc (e qualche ruolo continuavano a mantenere di fatto i tesorieri precedenti, almeno quelli che non avevano trasferito ai successori le quote a loro intestate delle società proprietarie degli immobili legate al partito).
La scrittura privata del 2002
La co-gestione patrimoniale terminò soltanto il 5 luglio 2002 (dopo che, a marzo, nel giro di pochi giorni si era costituita l'Udc e la Margherita aveva celebrato il suo primo congresso trasformandosi in partito, mentre i soggetti che l'avevano creata continuavano a esistere pur non operando più politicamente) con una scrittura privata firmata dai legali rappresentanti del Ppi (segretario Castagnetti, tesoriere Luigi Gilli, segretario generale Nicodemo Oliverio) e del Cdu (segretario Buttiglione, tesoriere Rotondi). Nel documento si legge che "il Cdu rinuncia con effetto immediato in favore del PPI-Gonfalone alla gestione nonché ad ogni diritto (...) sul patrimonio (...) del Ppi ex Dc" e che, per questo, "la gestione e la rappresentanza del Ppi ex Dc", attività e passività "restano fin d'ora in capo al Ppi-Gonfalone e per esso ai suoi legali rappresentanti". 
Certo è che in quei sette anni di co-gestione patrimoniale si sono poste le basi per le vicende travagliate del patrimonio immobiliare che era stato della Dc e che sono finite più volte oggetto delle cronache giudiziarie. La questione, però, è delicatissima e chi scrive non ha in mano abbastanza documenti per commentarla, quindi si eviterà di parlarne. Anche perché nel 2002, anno della scrittura privata con cui terminò la co-gestione dei tesorieri (o, se si preferisce, in cui la gamba di Marco Cerri - Franco Porta fu definitivamente staccata dal suo corpo), ci si dovette occupare seriamente di chi voleva di nuovo la Dc operante e, per giunta, sembrava avere le carte in regola per poterlo fare. Meglio, però, occuparci di questo in un'altra puntata... 


(1 - continua)

venerdì 19 luglio 2019

Scudo crociato, botta e risposta infinito

Chi è abituato a frequentare questo sito se n'è probabilmente accorto: poche vicende sono in grado di autogenerare nuove puntate come quella legata allo scudo crociato e, più in generale, alla Democrazia cristiana. Gli ultimi due episodi, curiosamente contemporanei essendo datati entrambi 12 luglio 2019 (vale a dire lo scioglimento del Cdu e il varo della Fondazione Democrazia cristiana, da una parte, e la sentenza di Cassazione che ha messo fine a una delle tante liti giudiziarie sorte nel corso degli ultimi anni, dall'altra) sono state al centro di un botta e risposta tra due personaggi di primo piano di quell'area  - entrambi membri dell'attuale Parlamento - e c'è da giurare che non sarà l'ultimo.
Tutto è iniziato con una videointervista che Alfonso Raimo dell'agenzia Dire ha registrato ieri con Antonio De Poli, senatore dell'Udc, a margine di un'assemblea del partito. Nel ricordare che quello alle spalle del politico era "un simbolo storico", il giornalista ha detto che si era recentemente appreso che "sarebbe stato consegnato a una fondazione e quindi che uscirebbe di scena dalla politica", chiedendo a De Poli se fosse effettivamente così. De Poli, ovviamente non si è fatto pregare: 
Mah, alle fake news ormai siamo abituati tutti i giorni: assolutamente no. Lo scudo crociato è chiaramente in uso all'Udc. Appena due giorni fa la Corte di Cassazione ha ribadito questo aspetto, per cui noi siamo molto tranquilli. Dopo di che lasciamo che gli amici facciano la loro parte rispetto ai percorsi. Ma nella realtà dei fatti lo scudo crociato è in utilizzo all'Udc.
La dichiarazione è stata diffusa con un cappello ben preciso: "Lo scudo crociato non va in soffitta. E non viene consegnato alla Fondazione Sullo, come annunciato da Gianfranco Rotondi e Rocco Buttiglione, meno di una settimana fa", con le parole di De Poli presentate come una contestazione di quanto detto da Rotondi.
Tanto è bastato perché Rotondi replicasse:
Stupisce che il senatore De Poli colleghi il simbolo dell'Udc - che comprende lo scudo crociato, e viene legittimamente usato - alla decisione mia e di Buttiglione di consegnare alla fondazione Fiorentino Sullo i simboli dei nostri movimenti, ossia il Cdu fondato nel 1995 e la Dc del 2004. Cosa c'entri il simbolo dell'Udc non è chiaro. Ci sono altri 67 partiti che si rifanno alla Dc e nessuno va a contestare i loro diritti. Resta il fatto che il simbolo originale difeso dai militanti del 1995 oggi è consegnato alla fondazione Sullo presieduta dall'ultimo segretario del Ppi ossia il prof. Buttiglione.
Inevitabile che, leggendo queste cose, il lettore comune, curioso o anche mediamente esperto di queste vicende, provi un grande senso di confusione e cerchi un colpevole per tutto questo. Ebbene, in parte lo sono (lo siamo?) tutti, in fondo non lo è nessuno. E alla base di tutto c'è il desiderio legittimo non tanto di chiarire, ma di semplificare e ridurre una vicenda che non è né semplice né riducibile, perché a tentare di farlo si perdono pezzi importanti che finiscono - anche non volendolo - per distorcere la realtà.


Cos'è successo davvero

Quindi, andiamo per punti: è vero che qualcuno - nella fattispecie Rotondi - aveva detto che lo scudo crociato sarebbe stato sottratto alla competizione politica? Non proprio. Leggendo in filigrana le dichiarazioni del deputato forzista e soprattutto badando a ciò che è stato detto il 12 luglio durante l'evento alla Camera dei deputati, si capisce che, in seguito allo scioglimento del Cdu - terminata, a quanto pare di capire non disponendo dei documenti originali, la sua liquidazione - il simbolo dello stesso Cdu è stato trasmesso alla Fondazione Fiorentino Sullo, che è stata ribattezzata Fondazione Democrazia cristiana (o forse sta per esserlo, non si dispone ancora dello statuto ufficiale), anche grazie al conferimento del diritto all'uso di quel nome da parte della Dc-Rotondi (poi Democrazia cristiana per le autonomie). 
Il 12 luglio - ma anche nell'intervista rilasciata a questo sito - Rotondi ha chiarito che l'uso "culturale" di quel simbolo da parte della fondazione (che potrà sostenere dei partiti ma non potrà presentarsi alle elezioni) non impedirà alle formazioni che già utilizzano lo scudo crociato e hanno acquisito diritti su di esso di continuare nel loro uso: il riferimento all'Udc è chiaro. Certo, è innegabile che tanto per il Cdu quanto per l'Udc l'elemento centrale del simbolo è costituito dallo scudo crociato, dunque per qualcuno era facile pensare che consegnare il simbolo e toglierlo dall'arena politica volesse dire consegnare anche lo scudo (e forse non è nemmeno troppo malizioso credere che Rotondi, nei giorni precedenti l'incontro romano del 12 luglio, non abbia corretto questi pensieri non corretti, visto che hanno richiamato per l'ennesima volta l'attenzione sull'ennesima puntata della saga democristiana); si tratta però di simboli diversi di partiti diversi, mai in disputa giuridica tra loro.


Le parole di De Poli

Certo è che, se si chiede a un dirigente dell'Udc - che per giunta in più occasioni (anche nel 2018, per conto di Noi con l'Italia) si è occupato di depositare il simbolo al Viminale prima delle elezioni - se sia vero che lo scudo crociato viene tolto dalla competizione politica con la consegna a una fondazione, non potrà che negare, sostenendo che "nella realtà dei fatti lo scudo crociato è in utilizzo all'Udc". Non spetta a De Poli, ne ad altre figure di vertice dell'Unione di centro, spiegare che Rotondi non ha tolto dalla scena politico-partitica il simbolo dell'Udc, ma quello del Cdu, che hanno in comune l'ingrediente fondamentale (anzi, l'Udc utilizza lo scudo proprio perché il Cdu lo aveva apportato): su questo può limitarsi a dire "lasciamo che gli amici facciano la loro parte rispetto ai percorsi" (in altre parole: lasciamo che il Cdu concluda la sua storia come meglio crede). 
Ciò che gli interessa davvero è mettere in chiaro che l'uso dello scudo crociato resta là dove è rimasto fin dal 2002, cioè a casa dell'Udc, anche solo per evitare che a qualcun altro - magari uno degli "altri 67 partiti che si rifanno alla Dc" di cui parla Rotondi - venga voglia di approfittare di una supposta dismissione dell'emblema da parte del partito guidato da Lorenzo Cesa, provocando nuovi contenziosi: quell'interesse viene perseguito, tra l'altro, citando a proprio favore una pronuncia fresca fresca della Cassazione. Tutto bene, se si sorvola sul fatto che la pronuncia in questione - l'ordinanza n. 18746/2019 - non può aver detto nulla sull'uso dello scudo crociato fatto dall'Udc, sia perché non è entrata nel merito (si è limitata a dire che il ricorso della Dc-Sandri non era stato fatto secondo quanto previsto dalla legge), sia perché l'Udc non era nemmeno tra le parti di questo grado di giudizio (basta leggere la decisione per rendersene conto). 
Ovviamente - va aggiunto subito - le parole di De Poli hanno un fondamento: l'Udc non era (più) parte del processo semplicemente perché, già in secondo grado, la Corte d'appello di Roma aveva dichiarato improcedibile il gravame nei confronti del partito di Cesa (e del Ccd), visto che la notifica dell'atto d'appello non era andata a buon fine e, pur avendo ottenuto la possibilità di rinnovarla, la Dc-Sandri aveva poi rinunciato. In primo grado, tuttavia, il giudice aveva rilevato che "il simbolo dello scudo crociato, [...] relitto da Ppi e Cdu, è dal 2002 utilizzato da Udc, col consenso del medesimi partiti" di ispirazione "cattolica", raggruppanti persone che avevano avuto significative esperienze politiche in seno alla Dc: essendo stato dichiarato improcedibile l'appello, il rigetto della domanda della Dc-Sandri nei confronti dell'Udc è passato in giudicato. Non si è espressa la cassazione, insomma, ma in effetti in quella vicenda giudiziaria un giudice aveva detto che l'uso dello scudo crociato da parte dell'Udc era stato sostanzialmente accettato dagli altri principali partiti post-diccì. In effetti almeno un altro giudice - la Corte d'appello di Roma nel 2009 - aveva detto anche qualcosa di diverso e leggermente meno favorevole all'Udc, ma ora non è il caso di complicare le cose.


Le parole di Rotondi

Quanto alla replica di Rotondi, essa si basa non tanto sulla dichiarazione reale rilasciata da De Poli, quanto sul lancio di agenzia che parla di contestazione da parte del dirigente dell'Udc. Ovviamente il deputato eletto con Forza Italia ha buon gioco nel ricordare la legittimità dell'uso dello scudo crociato da parte dell'Udc (all'interno del proprio simbolo composito, che ancora mantiene in filigrana le vele di Ccd e De), come pure la legittimità della scelta del Cdu e della Dc-Rotondi di consegnare i rispettivi emblemi alla Fondazione Sullo (o Fondazione Dc). "Cosa c'entri il simbolo dell'Udc non è chiaro", si domanda Rotondi: non c'entra nulla, se non per il fatto che bisognerebbe mettersi d'accordo se per simbolo si intenda lo scudo crociato in sé (come ha fatto De Poli, il giornalista che lo ha intervistato e probabilmente la maggior parte delle persone che hanno seguito e seguono da lontano la vicenda) o l'intera raffigurazione grafica che identifica il partito Cdu e che "incidentalmente" contiene anche lo scudo crociato (come ha fatto Rotondi e, più modestamente, il sottoscritto). Per quanto possa sembrare una questione strana o di lana caprina, non è la stessa cosa: se si adotta la seconda lettura tra quelle proposte, l'uso elettorale dello scudo fatto dall'Udc e quello culturale fatto dalla Fondazione Dc grazie al Cdu possono convivere senza problemi. 
Non è un caso che, per capire esattamente quale emblema avesse adottato la Fondazione Sullo-Dc (ed evitare di scrivere qualcosa di impreciso o di scorretto), l'amministratore di questo sito abbia ritenuto opportuno informarsi direttamente alla fonte, apprendendo dallo stesso Rotondi che la fondazione avrebbe utilizzato il simbolo del Cdu, con tanto di denominazione integrale (compreso il riferimento al Ppe utilizzato alle europee del 1999, vale a dire nell'unica competizione di livello nazionale cui abbia partecipato da solo, senza unirsi ad altre forze) e che solo "nell'uso pratico" si sarebbe aggiunta sotto o accanto l'etichetta "Fondazione Democrazia cristiana". L'uso per la fondazione di un simbolo che reca un nome diverso può sembrare in parte spiazzante, ma - a pensarci bene - la legge non obbliga la fondazione ad avere un simbolo né, ove se ne dia uno, la obbliga a inserire quel nome all'interno dell'emblema (la stessa Dc, fino al 1992, non ha messo il suo nome nel contrassegno elettorale).
Tutto chiarito ora? In sostanza sì, ma resta un ultimo dettaglio da analizzare, perché le note diffuse da Gianfranco Rotondi non possono essere lette con superficialità. Questa infatti si conclude con "il simbolo originale difeso dai militanti del 1995 oggi è consegnato alla fondazione Sullo presieduta dall'ultimo segretario del Ppi ossia il prof. Buttiglione". Il riferimento alla difesa dei militanti del 1995, ovviamente, è a coloro che - come lo stesso Rotondi - nella "guerra di Piazza del Gesù" (che a tratti apparve piuttosto una guerriglia) si schierarono a favore della linea del segretario eletto dal congresso del 1994, vale a dire Rocco Buttiglione: il "simbolo originale" è verosimilmente lo scudo crociato ottenuto in uso in seguito agli "accordi di Cannes" del 24 giugno 1995 e allegato agli accordi confermativi del 14 luglio dello stesso anno. 
La parte più interessante, tuttavia, è il finale della dichiarazione (in cauda venenum?), quando dice che Buttiglione è stato "l'ultimo segretario del Ppi". Qualcuno potrebbe pensare a una svista di Rotondi, visto che i popolari in seguito sono stati guidati, oltre che da Gerardo Bianco, anche da Franco Marini e Pierluigi Castagnetti. Può darsi che sia così, ma per chi lo conosce bene riesce difficile credere che le parole di Rotondi siano frutto di un errore: seguendo questa pista, si dovrebbe arguire che per il deputato campano davvero Buttiglione è stato l'ultimo segretario del Ppi e qualche maligno di professione sarebbe tentato di dare a ciò una spiegazione giuridica. 
Alcuni di quelli che sostengono la tesi di una Dc "dormiente" per anni, infatti, lo fanno dicendo che nel 1995 i già citati "accordi di Cannes" avevano parlato espressamente di "due distinte formazioni politiche", entrambe eredi politicamente e moralmente della Dc e del Ppi (accordo del 24 giugno) ma da considerarsi "parti separate del Partito popolare italiano" (accordo del 14 luglio). Su questa base, costoro sostengono che ciascuno dei due partiti che hanno operato dopo i patti del 1995 è un partito nuovo e distinto rispetto al Ppi che fino all'inizio del 1994 si era chiamato Dc: ciò varrebbe senz'altro per il Cdu (costituito con atto notarile il 4 ottobre 1995), ma anche per il Ppi guidato da Bianco (e poi da Marini e Castagnetti), perché comunque nel 1995 cambiò - oltre al simbolo, come previsto dagli accordi, adottando lo scudo nel gonfalone - anche il codice fiscale, dunque non ci sarebbe continuità tra il Ppi-scudo e il Ppi-gonfalone.
La tentazione di credere a quest'ipotesi maliziosa, però, va respinta subito. A dispetto del cambio di simbolo, non si è mai avuta traccia di un atto costitutivo del Ppi-gonfalone, dunque si deve presumere che quello che ha operato dall'estate del 1995 al 2002 sia lo stesso soggetto giuridico che aveva agito come Partito popolare italiano (e prima come Dc). Soprattutto, c'è anche la firma di Rotondi (quale tesoriere, legale rappresentante del Cdu e procuratore di Buttiglione) sulla transazione che nel 1999 ha estinto una delle cause nate nel 1995 tra le fazioni legate a Bianco o a Buttiglione per capire quale delle due rappresentasse correttamente il Ppi: in questa transazione, tra l'altro, si parla di "Ppi [...] meglio identificato come Ppi-gonfalone", il che significa che il soggetto giuridico è lo stesso, pur avendo cambiato il proprio segno identificativo. Rotondi, insomma, probabilmente voleva dire proprio quello che ha detto, cioè che Buttiglione è stato l'ultimo segretario del Ppi. Di quel Ppi, beninteso, cui Rotondi apparteneva, firmando gli editoriali del Popolo come condirettore politico e ostentando una fede incrollabile nello scudo crociato e nella Dc (anche se non si chiamava più così). Simbolo e nome che, in un modo o nell'altro, ora sono arrivati a riunirsi, anche se non in un partito (e senza ostacolare l'Udc).

sabato 13 luglio 2019

Al via la Fondazione Democrazia cristiana, con Rotondi e il simbolo del Cdu

Dopo gli annunci, ieri è arrivato il giorno della "rinascita a nuova vita", più culturale che politica, dello scudo crociato, attraverso la presentazione della Fondazione Democrazia cristiana. Così almeno l'ha intesa Gianfranco Rotondi, deputato eletto in Forza Italia ma soprattutto ultimo legale rappresentante (quale tesoriere) dei Cristiani democratici uniti, il partito nato ufficialmente il 4 ottobre di 24 anni fa - davanti al notaio Edmondo Maria Capecelatro - ma in realtà frutto dei dissidi interni al Partito popolare italiano sorti a partire dalla decisione di stipulare accordi con il centrodestra comprensivo di Alleanza nazionale, che videro opporsi la fazione legata al segretario in carica Rocco Buttiglione a quella vicina al neoeletto Gerardo Bianco. 
Com'è ben noto ai #drogatidipolitica e ai semplici curiosi e interessati, quello scontro conobbe numerose scaramucce a Piazza del Gesù e varie puntate in tribunale (anche di molto successive rispetto a quegli eventi), ma trovò una prima, transitoria sistemazione con i cosiddetti "accordi di Cannes", stipulati tra Buttiglione e Bianco il 24 giugno e formalizzati il 14 luglio: proprio in quegli accordi si decise la spartizione politica dei segni identificativi, per cui Bianco avrebbe conservato il nome del Ppi, mentre il gruppo di Buttiglione ottenne l'uso dello scudo crociato (il nome invece, un chiaro omaggio sia alla storia democristiana sia a quella della Cdu di Helmut Kohl - che si era speso perché la diatriba nel partito cattolico terminasse - lo avrebbe suggerito a Buttiglione lo stesso Rotondi, allora giovane direttore del Popolo).
Quella storia, dopo la decisione del Cdu nel 2002 di confluire all'interno dell'Udc (apportando l'uso dello scudo crociato), è rimasta in sospeso fino ad agosto dell'anno scorso, quando Buttiglione aveva dato incarico a Rotondi di chiudere il partito, attivando tutte le procedure per la liquidazione e la sistemazione di ciò che era ancora pendente. Un mese fa, poi, era stato annunciato l'ultimo passaggio, vale a dire lo scioglimento del Cdu e - a patto che si sia ben inteso - la sospensione delle attività della Democrazia cristiana (già Dca) guidata dallo stesso Rotondi, con il conferimento di nomi e simboli alla Fondazione Fiorentino Sullo, ribattezzata per l'occasione Fondazione Democrazia cristiana: proprio quella presentata ieri alla Camera, alla Sala della Regina, all'interno di un incontro intitolato "Il futuro del cattolicesimo politico. Ci rivediamo in centro?", con Rotondi, Buttiglione e Mario Tassone, ultimo presidente del consiglio nazionale del Cdu, nonché segretario del Nuovo Cdu rinato nel 2014 e ieri presente con funzione di moderatore.
Correttamente ieri Rotondi ha detto che ieri non si era di fronte al funerale della Dc o dello stesso Cdu, visto che le loro vite politiche continuano sia pure con un'altra forma, ma solo a "un passaggio giuridico cui abbiamo voluto dare una certa solennità". Eppure, i presenti a quello che lui stesso ieri ha chiamato "rito sacrificale" - ma solo perché "in un venerdì di luglio, alle tre del pomeriggio, può venire qui solo chi è terribilmente affezionato alla Democrazia cristiana" - non hanno assistito ad alcuna firma di atti (notarili o no), né alla consegna dello scudo crociato alla Fondazione Democrazia cristiana. Allo scioglimento del Cdu si è fatto solo rapido cenno, con un riferimento da parte di Rotondi ("Come legale rappresentante del Cdu dico che oggi si conclude questa lunga vicenda attraversata da una serie infinita di cause civili, liti sul simbolo e sul patrimonio, una quantità di esposti che se li pubblicassimo tutti faremmo un romanzo di appendice, ma dico con orgoglio che non abbiamo mai ricevuto un'iscrizione nel registro degli indagati") e il ricordo da parte di Tassone, secondo il quale a Buttiglione "tutti dobbiamo molto, perché abbiamo fatto rivivere il Ppi e non abbiamo perso lo scudo crociato".
Qualcosa di più sulla Fondazione Dc (già Fondazione Fiorentino Sullo, nome che campeggia ancora in qualche pagina del sito www.fondazionedemocraziacristiana.it) Rotondi l'ha detto, chiarendo innanzitutto che questa sarà vicina a tutti i soggetti che si richiamano alla storia e ai valori democristiani, a iniziare da partiti come l'Udc, il Nuovo Cdu e la Dc guidata da Renato Grassi, ma senza toccare il ruolo che spetta a questi ultimi, "visto che una fondazione non può svolgere attività politico-elettorale, tanto più che si tratta di una fondazione partecipata anche da enti pubblici, compreso il Mibact; i partiti per possono aderire alla fondazione come associazioni, se lo desiderano". 
Logo della Fondazione Sullo
Il deputato ha poi spiegato che la fondazione vorrà rappresentare "un luogo nel quale noi pensiamo di poter richiamare i democratici cristiani a discutere, a produrre pensiero e quindi politica: non è un passo indietro, ma ha l'ambizione di essere un passo avanti". Lo farà avendo nella propria insegna (eccolo qui) lo scudo crociato passato politicamente dalla Dc al Ppi al Cdu, ma non nella versione che ora si vede nel sito, che accosta il simbolo della Dc al volto di Fiorentino Sullo: è lo stesso Rotondi a spiegare a questo sito che sarà mantenuto proprio il simbolo del Cdu (quello effettivamente conferito alla fondazione) con tanto di denominazione del partito e riferimento al Ppe, ma nell'uso pratico sarà aggiunto al di sotto il nome intero della fondazione. "Lo scudo crociato - ha continuato Rotondi durante l'evento - rinasce a nuova vita, perché come effigie di questa fondazione si affaccia sul mercato culturale: chi conosce la legge sa che nomi e simboli si possono declinare in vari modi, possono avere un esercizio politico elettorale ma anche culturale. Il fatto che ci sia una Fondazione Dc non impedisce né l'uso elettorale del simbolo da parte di chi ha nel frattempo acquisito il diritto né che altri diano vita alla Democrazia cristiana, superando tutte le divisioni che vi sono state in questi anni: questo è l'augurio che sta in tutti i nostri cuori e, nel caso, la fondazione sarà ancora più impegnata a sostegno di quel soggetto, ma se anche le cose non dovessero andare così non dobbiamo perderci di vista: ci siamo e ci saremo ancora". 
Contestualmente, Rotondi ha annunciato che "la fondazione ha acquisito anche l'acronimo editoriale della Dc, con un sacrificio grande perché quando si tocca l'aspetto editoriale ci si accollano anche i debiti". Per un attimo si sarebbe tentati di restare interdetti: quale acronimo editoriale della Dc? Ovviamente non ci si riferisce alle testate storiche, Il Popolo e la Discussione, entrambe dirette da Rotondi, sia pure in tempi diversi (solo la seconda è in qualche modo sopravvissuta, passando dal Cdu all'Udc, fino alla gestione editoriale di Giampiero Catone e attualmente diretta da Giovanni Masotti; quanto al Popolo, la sua storia ufficiale è finita nel 2002, anche se in seguito è stato rieditato in altra forma dalla Dc-Sandri, che ancora ne cura la presenza online); Rotondi non parla nemmeno della testata Democrazia cristiana, fondata nel 2001, di cui lui stesso è stato direttore politico, mentre direttore responsabile era il suo portavoce Alfredo Tarullo (formalmente, peraltro, risultava quotidiano del movimento politico Magna Graecia Sud Europa di Fausto Sacco). Il parlamentare spiega - contattato da I simboli della discordia - che per acronimo editoriale intendeva "la registrazione del marchio a fini editoriali, in modo da poter editare il sito www.fondazionedemocraziacristiana.it". Sara questo, evidentemente, l'organo (telematico) della fondazione: si troveranno lì, tra l'altro, le notizie relative all'attività della fondazione, che prevede "un bellissimo programma autunnale e invernale di eventi, da tenere nei luoghi simbolici dei convegni della storia della Dc e delle correnti, da Saint Vincent a Belgirate, da Chianciano a Sorrento". 
La fondazione - che si doterà presto di altri organi oltre al presidente (lo stesso Rotondi) e al presidente d'onore (Buttiglione, mentre della Fondazione Sullo era Gerardo Bianco), a partire dal "consiglio nazionale" composto da tutti coloro che sono stati parlamentari di area Dc (presieduto, su richiesta di Rotondi, da Mario Tassone) - andrà avanti col contributo tanto dei soci fondatori (che hanno messo più risorse), quanto di chiunque vorrà aderire, pagando la quota di dieci euro (nulla per disoccupati e sotto i trent'anni), con la possibilità di organizzare sezioni (territoriali, d'ambiente, tematiche) ogni dieci aderenti: "l'organizzazione avverrà in piena autonomia, proprio perché la fondazione non è un partito: a livello locale potrà sostenere realtà sociali e politiche diverse, ma a livello nazionale avrà una sola idea, emergente dalla votazione online degli aderenti". 


Per i cultori della vicenda giuridica democristiana, va registrato anche l'intervento di Renato Grassi, segretario della "Democrazia cristiana storica" (così l'ha chiamata Rotondi, anche se in realtà quel nome si riferisce piuttosto ad altri soggetti): nel suo saluto ha accolto il nuovo inizio della fondazione come evento che "rimette in moto un processo di confronto politico di cui si sentiva la mancanza, offrendo un laboratorio per la formazione di idee e di una classe dirigente". Ritenendo che questo nuovo contenitore abbia comunque bisogno di luoghi (politici, s'intende) per concretizzare quelle idee, Grassi ha ricordato di aver avviato, assieme ad altre persone, "un percorso di ricomposizione dell'area tradizionale Dc e abbiamo avuto, grazie a una sentenza di Cassazione, la possibilità di recuperare anche formalmente il nome della Dc e lavoriamo per ricomporre un mondo che si richiamava a quei valori, in un progetto politico con una prospettiva più ampia". Sulla sincerità d'intenti di molti partecipanti a quel percorso non ci sono dubbi; sul fatto che possa proseguire con nome e simbolo tradizionali ce ne sono molti (ma se n'è parlato parecchie volte e se ne dovrà riparlare a breve).  

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Il resto dei contenuti del pomeriggio di ieri - che hanno occupato la maggior parte dell'evento - è legato agli interventi che si sono succeduti, sull'effettivo spazio che l'iniziativa della fondazione potrà avere, in un panorama politico in evoluzione. "Noi auspichiamo fortemente che si affacci una novità - ha detto Rotondi - mi pare che questa legislatura sia simile a quella del 1992, per cui i partiti che ora sono in Parlamento penso non arriveranno vivi alle politiche e, come allora, credo che il favorito della vigilia (allora il Pds, oggi la Lega) sarà lo sconfitto. Il rosario ostentato, le provocazioni costanti al Papa e la caduta di laicità sono preoccupanti per i democratici cristiani: per questo non ci alleiamo con Salvini". 
Francesco Verderami del Corriere della Sera, per parte sua, ha riconosciuto alla Dc di essere stata "il collante politico di una nazione divisa, un partito che sul piano dei rapporti istituzionali è stato il perno del paese, facendosi carico anche delle esigenze degli alleati e a volte degli avversari; sul piano interno è stata invece l'unico esempio di forza democratica, visto che il segretario era rappresentante di una maggioranza ma anche il garante delle minoranze tutelate dal tanto vituperato manuale Cencelli". La sua colpa più grave è invece il non avere lasciato un'eredità mentre si era persa a trovare eredi, mentre si preparava la stagione in cui "si cambiavano i partiti per non cambiare i capi dei partiti e si facevano partiti sempre più piccoli per garantire leadership sempre più piccole": oggi, per Verderami, è necessario che la politica si faccia trovare pronta con una classe dirigente nuova e competente, "e non si tratta di ricostruire la Dc, perché il passato non ritorna, ma di usare le esperienze della Dc per garantire un rientro della politica, una nuova tenda per nuovi uomini".
Assai meno convinto che ci si spazio per un soggetto che si ispiri ai valori cristiani, anche solo in senso culturale, è apparso David Allegranti del Foglio, "in questo trionfo del populismo la vedo difficile, ma la sfida, pur complicata, è preziosa e il valore è tanto". Con la fine della Prima Repubblica, com'è noto, sono scomparsi i partiti tradizionali o "pesanti", per usare le parole di Fabrizio D'Esposito del Fatto Quotidiano: "Da allora è mancato un vero luogo fisico, dove contarsi, parlare, emozionarsi e selezionare la classe dirigente. La fine della Democrazia cristiana, poi, ha indotto una deriva clericale della vita politica italiana, il risultato è che lo spazio che fu della Dc ora è occupato da Salvini".
Solidarietà all'iniziativa di Rotondi è stata espressa anche da Mariastella Gelmini, presidente del gruppo forzista alla Camera, Ubaldo Livolsi (Semplice Italia, ex manager Fininvest, per il quale "per far ripartire l'economia italiana in una fase così critica servirebbero un governo e una classe politica con idee molto chiare, ma mancano. Occorre ripartire dalla meritocrazia e da proposte di medio periodo: la Fondazione Dc può essere un punto di partenza per questo") e Achille Colombo Clerici (presidente dell'Istituto Europa Asia: "Non ci sono più i referenti che sapevano tutti delle istanze popolari e dei loro bisogni: chi ha vissuto la diaspora dei politici cattolici come una diluizione dei valori cristiani nei vari ideali non può che vedere con favore il rafforzamento di una fondazione cui affidare la custodia e la declinazione dei valori cristiani nella società, nell'economia e nella politica"). 
La chiusura del rito è stata affidata a Rocco Buttiglione: "In questo momento in Italia interessi e valori si sono scissi e per questo non fondiamo un partito: visto che i valori non muoiono, mettiamo in campo una fondazione per fondare la nuova classe dirigente. Quando abbiamo fondato il Cdu avevo alcune idee, che sono ancora attuali perché purtroppo non sono state attuate, anche per una nostra poca capacità di comunicazione: dobbiamo riuscire a formare persone ragionando a partire dai fatti, aderendo alla realtà e non alla sua rappresentazione". 
Si resta in attesa, dunque, del programma di iniziative della fondazione, che quasi sicuramente coinvolgerà in futuro (lo ha fatto capire Rotondi) figure da Berlusconi al presidente del Consiglio Giuseppe Conte: chi ostinatamente vuol essere e sentirsi democristiano, anche senza partito, avrà la possibilità di farlo.