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giovedì 3 settembre 2026

Addio a Fabio Mussi: creò Sinistra democratica "non con animo leggero"

Le scissioni, nella storia di qualunque partito o area politica, sono sempre - forse inevitabilmente - momenti, passaggi drammatici, proprio perché legati a un trauma politico, ideale e non di rado anche umano. Nei casi più sfortunati sono accompagnate da dispute legali, molto più spesso da eventi e atteggiamenti plateali - in grado di dare la dimensione teatrale, dramatic del passaggio - espressione della tensione che si libera in quelle circostanze (si pensi alle transizioni quasi speculari, avvenute a quattro anni di distanza l'una dall'altra in entrambi i casi con abbandono delle minoranze, dal Pci al Pds - cui David Kertzer ha dedicato un libro fondamentale - e dal Msi-Dn ad An); è pressoché impossibile, in ogni caso, che manchino mozioni dei sentimenti, in grado di trasmettere a chi vede e ascolta quando quel passaggio sia impegnativo, per chi lo compie (cosa che succede assai più di rado, ad esempio, quando due o più progetti politici si fondono, al punto che ormai è istituzionalizzata in politica l'espressione "fusione a freddo"). 
Dovendo pensare a un esempio di "mozione dei sentimenti", nella mente di chi scrive partono subito le immagini finali dell'intervento tenuto il 20 aprile 2007 di Fabio Mussi al 4° e ultimo congresso dei Democratici di sinistra, quello che vide prevalere la mozione del segretario Piero Fassino e la linea sostanziale di Walter Veltroni, diretta alla costituzione del Partito democratico con il concorso della Margherita, una scelta che avrebbe inevitabilmente condotto all'archiviazione dell'esperienza dei Ds. Una linea che alla fine risultò votata da circa il 76% dei delegati, ma non condivisa da coloro che avevano sostenuto la mozione "Per un partito nuovo, democratico e socialista" che aveva candidato alla segreteria Gavino Angius, proponendo un approccio federativo, ma soprattutto da chi si era riconosciuto nella candidatura di Mussi e nella sua mozione "A sinistra. Per il socialismo europeo". Proprio Mussi, che in quel momento era anche ministro dell'Università e della ricerca scientifica nel secondo governo Prodi, nel suo intervento dalla tribuna del Mandela Forum di Firenze, iniziò a parlare richiamando "dopo 40 anni dedicati a questo partito, avendo attraversato, credo con coraggio, tutte le sue profonde trasformazioni" il proprio "diritto di parola. Anzi, il dovere di parlare, prima di tutto a voi", alle persone che stavano davanti a lui. E dopo aver ricordato il percorso di dissenso rispetto all'opzione riformista iniziata con il congresso di Pesaro del 2001 (quando a Fassino era stata opposta dal "correntone", di cui Mussi faceva parte, la candidatura di Giovanni Berlinguer), manifestò con educata nettezza la sua contrarietà alla scelta del costruendo partito unico, più spostato al centro e rinunciando a una forza autonoma di sinistra: "Sono i partiti che fanno i governi - disse - non i governi che fanno i partiti. E i partiti vivono anche nelle sconfitte, non sono fatti solo per la vittoria. E sono soggetti identitari, non solo programmatici. Quando qualcuno ti chiede: 'chi siete?', non basta rispondere: 'siamo tanti'". 
Per Mussi la svolta in preparazione non era in continuità col passaggio da Pci a Pds, cui lui stesso aveva concorso: per lui la nascita del Pd col concorso dei Ds era "figlia di un fallimento, fallimento che sento anche mio. Penso che essa rappresenti il tentativo, sbagliato, di rispondere al problema che fra gli altri ha posto chiaramente [...] Eugenio Scalfari, quando [...] ha scritto che anche il nostro partito 'è arrivato al capolinea, ha perso ruolo e rappresentanza. Con una dimensione quantitativa inadeguata alla società di massa, una dimensione qualitativa e culturale povera'". La strada scelta dalla maggioranza, secondo il ministro, avrebbe portato la sinistra "non a rinnovarsi, come pure è radicalmente necessario, ma a perdersi. 'Sinistra' non è un bagaglio appresso che i dirigenti si portano dietro. Sono valori, programma fondamentale, identità. La retorica dell'oltre - oltre i partiti, oltre le tradizioni, oltre il socialismo - non dice nulla, se non è chiaro dove si va" (per Mussi la costituente del Pd si apriva "al buio", sulla base d'un manifesto "debole, pasticciato, confuso", senza avere "chiarito niente di ciò che è essenziale"). Confessando di non riuscire a rassegnarsi "all'idea che il destino della sinistra italiana possa ridursi a [...] una rete di correnti superpersonalizzate dentro un partito che ammaina i simboli stessi della sinistra e del socialismo, e poi una galassia di partiti più piccoli, verdi, socialisti, comunisti, di sinistra cosiddetta 'radicale'", a conclusione del suo intervento di circa mezz'ora, Fabio Mussi preparò la strada nuova per chi aveva scelto di seguirlo: "Confermo qui... non con animo leggero... l'indisponibilità della minoranza che rappresento a partecipare alla Costituente del Partito Democratico", con due secondi di pausa prima e dopo l'inciso "non con animo leggero" tanto pesanti da apparire interminabili. "Noi ci fermiamo qui", riprese, confermando l'idea di costituire "non un altro piccolo partito. Ma un progetto volto a riunificare forze. A mantenere viva la prospettiva di una forza di sinistra di ispirazione socialista. Laica e di governo. [...] Alleata del Partito Democratico". Augurandosi un doppio successo, per il suo progetto e per quello cui aveva scelto di non concorrere ma col quale sentiva di poter collaborare, Mussi si congedò dalla platea con tre parole, venate di commozione: "Buona fortuna, compagni": la platea lo applaudì per oltre un minuto.
Da quel 20 aprile 2007 iniziò il percorso - cui si unì subito anche Angius - che portò alla nascita di Sinistra democratica - Per il Socialismo Europeo: una nuova forza politica che prendeva il nome dei gruppi del Pds nella XIII legislatura (prima che nascessero i Ds). L'idea era di creare un percorso che si inserisse in pieno nel solco del socialismo europeo e che potesse aderire al Pse, un fronte comune al quale potesse aderire un ampio spettro di forze, dallo Sdi (già membro del Pse) fino a Rifondazione comunista. Per marcare graficamente quel primo passo - che di fatto iniziò il 5 maggio 2007, allo stesso Palacongressi dell'Eur che aveva visto celebrarsi l'assemblea programmatica costituente che preparò la fine politica della Dc e il ritorno al nome del Ppi - si scelse qualche settimana più tardi un simbolo in bilico tra passato e presente: il passato era lo sfondo sfumato bianco-azzurro, che ricordava inevitabilmente quello dell'Ulivo (esperienza che per Mussi era stata fondamentale e irrinunciabile e con cui si sarebbe dovuto continuare), ma anche il nome "Sinistra democratica" scritta in carattere Helvetica rosso grassetto che ricordava molto quello usato nel simbolo dei Ds; il presente che guardava al futuro era quello dell'arcobaleno che tingeva la traccia di pastello simile a quelle usate da Bruno Magno per il fregio dei Progressisti, ma rilette in chiave moderna. La dicitura presa dalla mozione congressuale, "Per il Socialismo Europeo", era disposta su tre righe leggermete in obliquo, con le iniziali PSE colorate di rosso, per indicare l'orizzonte europeo cui si mirava.    
Il percorso, tuttavia, sarebbe stato difficile proprio come preconizzato da Mussi, anche perché incontrò subito idee diverse dei partecipanti. La proposta di Angius, Valdo Spini e Franco Grillini di far nascere una "sezione italiana" del Pse con lo Sdi e altre forze di quell'area fu respinta alla metà di settembre e i suoi sostenitori abbandonarono il progetto, concorrendo con lo Sdi e altre forze politiche alla costituzione del Partito socialista guidato da Enrico Boselli. Successivamente Sinistra democratica fu tra i soggetti politici convocanti degli Stati generali della sinistra e degli ecologisti, con l'idea di costituire una federazione politico-elettorale per essere competitivi con la legge elettorale allora vigente (il Porcellum): da lì l'8 e il 9 dicembre sarebbe nata la Sinistra - l'Arcobaleno, che avrebbe rinunciato a ogni simbolo di partito (con sofferenza di chi, come Oliviero Diliberto, avrebbe voluto mantenere la falce e il martello) per mettere a sistema le tracce colorate, passando dal pastello/gesso ai pastelli a cera. 
A scombinare pesantemente le carte, però, sarebbe arrivata la caduta del secondo governo Prodi e la fine prematurissima della XV legislatura, con conseguenti elezioni politiche. A quell'appuntamento avrebbe corso solo la Sinistra - l'Arcobaleno, ma Sd scelse comunque di depositare - come le altre forze della federazione - il proprio contrassegno, che nel frattempo era cambiato: il fondo era diventato rosso, con una circonferenza sottile attorno al bordo che conteneva tutti gli elementi, con le parti testuali divenute bianche e con la parola "Sinistra" del nome volutamente in evidenza. La Sinistra - l'Arcobaleno, però, non poté allearsi con il Pd (come avrebbe voluto Mussi), visto che la vocazione maggioritaria del partito perseguita da Veltroni si tradusse in una coalizione ridotta all'osso, con la possibilità di apparentarsi concessa solo all'Italia dei valori: la soglia di sbarramento, così, si innalzò improvvisamente dal 2% (con la possibilità del recupero della "miglior perdente") al 4% riservato a tutte le liste non coalizzate. Nonostante le speranze di arrivare all'8%, il gruppo di liste della Sinistra - l'Arcobaleno il 13 e 14 aprile 2008 si fermò al 3,08%, lasciando per la prima volta la sinistra fuori dal Parlamento.
Il cammino della Sinistra democratica, esclusa dalle Camere, continuò con difficoltà, anche per la scelta di alcuni esponenti - in particolare del gruppo della "Sinistra per il Paese" - di abbandonare il progetto per riavvicinarsi al Pd, con una "scissione di ritorno" iniziata già tra gennaio e febbraio del 2008; Mussi si dimise, per poi divenire presidente a luglio dello stesso anno (mentre segretario era diventato Claudio Fava). Il progetto aderì alla lista Sinistra e Libertà alle europee del 2009, sempre rimanendo sotto la soglia di sbarramento del 4%, poi concorse alla nascita di Sinistra ecologia e libertà, scegliendo dunque di sciogliersi. Mussi sarebbe rimasto lì per poi passare, alla fine dell'esperienza di Sel, a Sinistra italiana, dove sarebbe rimasto fino a oggi, giorno della scomparsa. 
Quella di Fabio Mussi è stata una carriera lunga, tanto nei partiti (alveo nel quale va ricondotto anche la posizione di condirettore dell'Unità) quanto nelle istituzioni (deputato per cinque legislature consecutive e vicepresidente della Camera nella XIV legislatura, oltre che - come si è detto - ministro del governo Prodi-bis). A dispetto di una sgradevolissima definizione data il 16 ottobre 1997 da Silvio Berlusconi ("Mussi è davvero simpatico, ha una faccia che è a metà quella di Hitler e a metà quella di un salumiere gioviale. Con una faccia così può permettersi di dire quello che vuole, anche cose nefande, come quando mi ha dato dello spogliarellista politico", cui Mussi rispose "Berlusconi non è un esperto di fisiognomica, non sa distinguere tra le facce delle persone perbene e le altre"), Mussi fu realmente apprezzato per il suo modo di fare politica, come pure per la sua capacità di stare tra le persone (era possibile trovarlo in metropolitana e scambiare qualche parola senza che scorte o staff si mettessero in mezzo). La sua, si diceva, è stata una carriera lunga, con alcuni passaggi di assoluto rilievo: senza nulla togliere all'importanza e alla delicatezza del passaggio dal Pci al Pds, chi scrive si sente di ricordare Mussi proprio attraverso quell'ultimo intervento congressuale del 2007 e la conseguente fondazione di Sd. In quel passaggio, infatti, Mussi si assunse l'onere di farsi simbolo di quella scelta di "fermarsi qui" augurando "buon viaggio", assunta "non con animo leggero" e con la speranza di potere comunque camminare vicini: una decisione in prima persona, che merita rispetto da parte di chiunque.

domenica 15 febbraio 2015

Lazio 2010, il Polverini (Fabio) cancellato

Il 2010, non ci sono dubbi, fino a ora è stato l'annus horribilis delle elezioni regionali. D'accordo, c'era stato il "caso Piemonte", con la vittoria al fotofinish di Roberto Cota su Mercedes Bresso e la successiva guerra davanti ai giudici amministrativi che ha fatto annullare tutto e ripetere le elezioni nel 2014 per ragioni di firme (il risultato è stato ribaltato, ma a quanto pare le grane delle sottoscrizioni sono rimaste). 
Soprattutto, però, si era iniziata la campagna elettorale nel modo peggiore, con il caos legato alla presentazione delle liste del Pdl in Lombardia e in Lazio. In quest'ultima regione, in particolare, per giorni avrebbero tenuto banco le polemiche legate all'esclusione della lista nella circoscrizione provinciale di Roma (la più "pesante" di tutte), per i documenti consegnati troppo in ritardo in Tribunale dai rappresentanti del Popolo della libertà; non riuscì a risolvere la questione nemmeno il ricorso a un discusso decreto-legge interpretativo "salva liste" - incostituzionale per molti e soprattutto inutile, visto che in materia elettorale doveva prevalere la legge della regione Lazio.
La mazzata più grossa, però, il centrodestra l'aveva schivata per un soffio e in molti l'hanno dimenticata. Perché alle regionali di quell'anno, assieme a Emma Bonino (candidata dal centrosinistra) e all’ex segretaria generale dell’Ugl Renata Polverini (per il centrodestra), tra i pretendenti alla Pisana c'era anche Roberto Fiore, leader di Forza Nuova: la sua coalizione comprendeva anche Forza Roma, Lega Italia, Lega Centro, Lista dei Grilli parlanti e No Nucleare. Fin qui le notizie annunciate, quelle che tutti sapevano e potevano immaginare. Quando però il 26 febbraio si erano aperti i termini per il deposito, il primo simbolo presentato era stato una sorpresina per tutti: si trattava di un altro gruppo a sostegno di Fiore, il cui capolista era Fabio Polverini. Di professione faceva l’odontotecnico e con l’ex sindacalista non aveva nulla a che fare; in compenso, per non notare il suo nome in bianco sul fondo rosso del simbolo, bisognava avere seri problemi di vista. Una mossa geniale, da parte della coalizione che - avendo Forza Roma al suo interno - poteva contare sull'esperienza di Ottavio Pasqualucci e soprattutto di Dario Di Francesco, conoscitore delle norme elettorali più di chiunque altro.
La notizia non doveva avere riempito di gioia lo staff di Renata Polverini, che aveva comunque presentato il suo emblema. Questo, tra l'altro, era bastato a far saltare i nervi a Sel (per l'uso del rosso, troppo "di sinistra" per una coalizione di centrodestra) e ancora di più agli ex Ds di Sinistra democratica: quel contrassegno a fondo rosso con una traccia di gesso, ai loro occhi, sembrava proprio clonare l'ultima versione del loro simbolo, che in effetti aveva una traccia arcobaleno e non tricolore, ma il concetto grafico era di fatto lo stesso. 
La notizia bomba, in compenso, sarebbe arrivata il 2 marzo: l’ufficio elettorale della corte d’appello, infatti, bocciava la lista personale di Renata Polverini, perché il simbolo era davvero troppo simile a quello del suo omonimo, che era stato depositato per primo (ed era stato temporaneamente sospeso dopo un primo sospetto di irregolarità). Dopo la botta per l'esclusione della lista Pdl in provincia di Roma, le conseguenze quella volta potevano essere pesantissime: in quel caso, infatti, non rischiava solo il partito di Silvio Berlusconi, ma tutto il centrodestra. A traballare, infatti, in quella giornata era stato l'intero "listino" della Polverini: fosse stata confermata l'esclusione della lista, l'intero centrodestra sarebbe sparito da tutti manifesti e le schede, senza alcuna eccezione. 
Per alcuni giorni, nel quartier generale della Polverini si era masticato amaro: il timore vero, come detto prima, era che l'attacco al "listino" avrebbe eliminato il centrodestra dalle schede. Tempo qualche giorno e la situazione si è ribaltata: se il simbolo di Renata Polverini era stato riammesso (tra l'altro integrando la firma che mancava), dall’altra era stata l’intera coalizione di Roberto Fiore a cadere. Si è parlato di irregolarità formali nella presentazione del “listino" (sempre lui, anche stavolta) a favore dello stesso Fiore, per cui a cascata doveva saltare anche ogni lista della coalizione. 
Inutile dire che i supporter dell'ex sindacalista avevano tirato un sospiro di sollievo. L'avevano presa male invece le liste schierate con Forza Nuova, che avevano fatto vari ricorsi per tentare di salvare il salvabile. A distanza di anni, l'amarezza è ancora tanta, visto che la possibilità di correre con il simbolo della lista Fabio Polverini senza l'emblema della futura governatrice del Lazio era lì a un passo. La tentazione di pensare che le irregolarità contestate al listino di Fiore siano servite soprattutto per neutralizzare il simbolo alias del Polverini odontotecnico è forte, Quella pagina, in ogni caso, si chiuse così, a pochi giorni dal voto, senza spegnere nei protagonisti un interrogativo: cosa sarebbe successo se la Polverini avesse dovuto cambiare il simbolo o sparire dalle elezioni?