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domenica 7 gennaio 2018

L'edera del Pri tornerà sulle schede sull'Ala di Verdini?

La partita delle esenzioni non sembra avere fine. Perché, al di là del caso di +Europa, che non dovrà raccogliere le firme grazie al soccorso simbolico del Centro democratico Bruno Tabacci, lo stesso fenomeno potrebbe presto riguardare altre due formazioni: una dalla storia importante ma da tempo lontana dal Parlamento (fatta eccezione per qualche apparizione fugace e per meri scopi tecnici), l'alta piuttosto nuova, determinante in certi momenti per le sorti degli ultimi due governi, quasi sempre assente dalle elezioni sul territorio, ma con la fortuna di avere un gruppo parlamentare e, dunque, di essere esente dalla raccolta firme. E, soprattutto, di poter esentare qualcun altro.
L'ultimo soggetto, quello presente in Parlamento, è Ala - Alleanza liberalpopolare Autonomie: a Napoli, quando la lista di quel gruppo politico aveva provato a sostenere Valeria Valente, era arrivato giusto un 1,42%, meglio di altri (Udc e Psi compresi) ma discretamente peggio rispetto ad altre forze. Dopo vari articoli di stampa che davano sostanzialmente per certa una non ricandidatura di Denis Verdini, erano stati in molti a pensare che il simbolo di Ala sarebbe magari apparso nelle bacheche del Viminale, ma non avrebbe poi presentato liste, anche se avrebbe potuto farlo in tutta l'Italia proprio in virtù dell'esenzione accordata.
La sorpresa, però, è arrivata ieri e da un soggetto politico che da tempo non è sotto i riflettori: il Partito repubblicano italiano. Se ne avevano poche notizie dopo i tempi di Giorgio La Malfa e dopo la collaborazione tra Berlusconi e l'allora segretario Francesco Nucara, deputato eletto nel 2006 in Forza Italia e nel 2008 nel Pdl (e mancato costitutore di un gruppo di "responsabili" volto a salvare il governo Berlusconi dopo la fuoriuscita dei finiani), ma ha continuato a operare su scala ridotta, celebrando il suo 48° congresso nazionale dall'8 al 10 dicembre a Roma ed eleggendo Corrado De Rinaldis Saponaro alla segreteria. Nella mozione conclusiva approvata, si è deciso che, "Visto il rigetto da parte della pubblica opinione del sistema elettorale maggioritario che ha imperato senza autentici successi di stabilità e di governo per più di vent'anni", era "indispensabile presentare fin dalle prossime elezioni il simbolo dell'edera" e "collocarlo in un’area liberal democratica capace di dialogare per il bene dell’Italia con le forze europeiste e di progresso e che questa esigenza sia prioritaria rispetto agli schieramenti e all'assegnazione dei collegi come primo passo per la ricostruzione e la riaggregazione del mondo repubblicano".
Lodevole pensare alle liste prima ancora che alla collocazione, ma il problema erano e restavano le firme da raccogliere: qualcuna nel 2013 era saltata fuori, quando il partito aveva indicato come capo della forza politica Franco Torchia, ma il Pri si era presentato in poche circoscrizioni, sfiorando i 7mila voti nazionali, pari allo 0,02% (0,21% in Emilia Romagna, 0,1% in Sicilia 2). Eppure giusto ieri mattina, alla direzione nazionale del partito, il segretario è stato autorizzato "a realizzare un accordo politico-programmatico coni gruppi parlamentari di Ala che, essendo esentati dalla legge alla (sic!) raccolta delle firme, consentiranno di presentare il simbolo del Pri". Non si sa se l'accordo sia cosa fatta, ma è difficile che su un documento ufficiale di un partito si parli di "autorizzazione a realizzare un accordo" (e non di "cercare" o "valutare") se non ci sono elementi concreti che rendono questa soluzione almeno minimamente fondata.
Almeno parte della base non sembra aver preso bene l'idea (non a caso, la foto postata qui è tratta da un profilo Facebook che parla di "una vera e propria schifezza politica", altri scrivono tra il sarcastico e l'amaro "Eja Eja ALAlà"; c'è chi, invece, implora i repubblicani perché non litighino e non perdano un'occasione per entrare in Parlamento o almeno concorrere ad armi pari in tutta l'Italia. In ogni caso, i due simboli dovranno "convivere" in qualche modo, come "bicicletta" o trasformando Ala in una "pulce" accanto all'edera. Toccherà agli elettori scegliere se dare il voto a quelli che qualcuno ha già battezzato "repubblicani di Verdini" (e dedicare a Denis "Siam qui tra le tue braccia ancor / avvinti come l'edera" sarebbe fin troppo facile) o guardare altrove, in cerca di diverse proposte liberal democratiche. 

martedì 12 maggio 2015

Berlusconi, "repubblicano" a chi?

Il bozzetto per Affari Italiani
A volte ritornano e, già che ci sono, ci riprovano. Sul fatto che quello messo in scena da Silvio Berlusconi in questi giorni sia un ritorno, ci sono pochi dubbi (era un po' sparito dalla circolazione): lo show di Genova lo ha dimostrato. C'era tutto: un po' di spettacolo (l'inciampo sulla pedana "messa dalla sinistra"), i ritornelli buoni per chi non ha letto la Costituzione (come quello del terzo governo non eletto dal popolo, come se gli italiani ne avessero mai eletto uno) e le convinzioni ripetute fino al punto di crederci: su tutte, quella per cui "i moderati, dal 1948 a oggi, non hanno ancora imparato a votare". E' qui che il sogno prende un nome e un modello ben precisi: il Partito repubblicano, quello americano naturalmente, quello del suo American Friend George Bush.
Ci hanno fatto il titolo quasi tutti, su questo sogno partitico berlusconiano, anche perché lui - che di idee di partiti nuovi ne aveva già lanciate diverse - ci ha preso gusto in questi giorni, ripetendo in varie occasioni il suo auspicio, precisando che "i repubblicani o come li chiameremo abbiamo il dovere di riunirli in un grande movimento per farli diventare maggioranza politica": prima ancora, alla fine del mese scorso, aveva parlato del sogno di "costruire una grande forza democratica sul modello dei Repubblicani, che esprima la maggioranza del nostro Paese, fatta di moderati e liberali". 
Nei giorni successivi i media si sono occupati soprattutto di altro e oggi si scrive ancora del tracollo forzista ad Aosta e in Trentino - Alto Adige, ma qualcuno deve avere seriamente continuato a lavorare sull'idea del Partito repubblicano: lo testimonierebbe il bozzetto di simbolo che circolerebbe nell'entourage berlusconiano e che Affari italiani ha pubblicato ieri, a corredo di un pezzo a firma Alberto Maggi. L'autore parla di "fonti vicinissime all'ex premier" che etichettano l'idea del partito repubblicano come possibile "ultima mossa di Berlusconi prima di fare un passo indietro e di abbandonare, gradualmente, la vita politica". Persino la batosta dell'ultimo turno elettorale e il probabile bis alle regionali di fine mese potrebbero aiutare a formattare tutto e a ripartire con un marchio nuovo. 
Di problemi, però, Berlusconi ne ha almeno due più uno. Il primo è strategico: l'idea del Partito repubblicano non piace quasi a nessuno dei soggetti politici che potrebbero o dovrebbero farne parte. Quella sigla dovrebbe riuscire a unire sotto un'unica insegna tutto il centrodestra più o meno moderato (nessuno schema a più punte sarebbe efficace, vigente l'Italicum), ma l'entusiasmo scarseggia. Tra Salvini che precisa "Io non mi sciolgo in niente", Giorgia Meloni che si dichiara contraria alle "ammucchiate", come probabilmente era il Popolo delle libertà ("un minestrone indigeribile e l’ennesima presa in giro nei confronti degli italiani", per giunta senza le primarie americane) e l'ex Fi (e ora Ncd) Cicchitto che bolla l'operazione come "partito monarchico", di interessati se ne vedono pochini (c'è il "vedremo" di Alfano, ma ... tutto qui?).
Il secondo problema è giuridico e, per ora, ha un nome e un cognome: Francesco Nucara, segretario del Partito repubblicano italiano. Prima La Voce Repubblicana aveva commentato con una battuta (fino a un certo punto) l'uscita di Berlusconi: "Se Berlusconi volesse iscriversi al Pri ne saremmo davvero felici", suggerendo però di utilizzare per un nuovo partito la dicitura "conservatore", visto che i repubblicani americani "hanno una componente etico religiosa puritana più severa di quella che vige nel mondo cattolico e che potrebbe essere indigesta a Berlusconi" (e anche i repubblicani d'Europa avevano fin troppo fastidio per il denaro). Oggi, in compenso, Nucara esce allo scoperto in un'intervista con Pietro De Leo sul Tempo e parla chiaro sul progetto di Berlusconi: "Adesso lui può dire ciò che vuole. Ma se, un domani, dovessero essere depositati in vista delle elezioni due simboli del partito repubblicano, il ministero dell'interno non concederebbe mai una cosa del genere. Anche se Berlusconi togliesse l'edera nel simbolo e lasciasse solo il nome, comunque ci sarebbe il rischio di confondere gli elettori".
Nucara difende il partito di cui è segretario e cita il caso del Movimento dei repubblicani europei (Mre), fuoriusciti nel 2001 con Luciana Sbarbati, che "disegnarono nel simbolo più di una foglia d'edera. Facemmo causa e la vincemmo noi". Nucara, in realtà, commette almeno due errori, e non piccoli. Innanzitutto, forse non sa che proprio il Ministero dell'interno nel 2001 ha concesso eccome, ammettendo in quell'anno tanto il simbolo del Pri, quanto quello dei Repubblicani europei, con la parola in vista e il tralcio di foglie d'edera (identiche a quella stencil dei successori di Spadolini). Secondariamente, dimentica di dire che la causa con il Mre non l'aveva vinta in pieno il Pri: ebbe anzi torto completo nella prima ordinanza a luglio del 2005, mentre in sede di reclamo a gennaio del 2006 il tribunale di Roma ritenne confusorio solo l'accostamento tra l'aggettivo "repubblicano" e le foglie d'edera e lo inibì al Mre (e ai Repubblicani democratici di Ossorio), consentendo invece la scelta alternativa tra le foglie e la parola. Anche Berlusconi, dunque, se volesse inserirsi nel filone repubblicano, potrebbe scegliere uno dei due elementi, senza che un tribunale o un ufficio elettorale possa dirgli "no". Anche se la fine numerica del Pri potrebbe non essere un ottimo viatico.
E il terzo problema? Al momento è soprattutto estetico, perché il bozzetto circolato è pressoché inguardabile e dall'efficacia grafica bassissima (oltre a non avere alcun riferimento identitario, ma quale dei simboli creati negli ultimi anni può dire di possederlo o renderlo riconoscibile?). Tra l'altro, sia pure a scelte cromatiche invertite, all'occhio attento il bozzetto ricorda un po' l'emblema disegnato a suo tempo per il film Qualunquemente, a sostegno della campagna elettorale improbabile e pacchiana di Cetto La Qualunque. Nessuno vuole dissacrare nulla, ci mancherebbe, ma al momento spunti positivi in questo progetto di Partito repubblicano è davvero difficile trovarne...

mercoledì 30 gennaio 2013

Avvinta (alle bacheche) come l'edera

A volerla sparare un po' grossa, è l'Highlander della simbologia politica italiana. Non c'è nulla di più inoffensivo, calmo, quasi aggraziato di una foglia, verde peraltro. Eppure, una foglia d'edera, quasi come quella della canzone cantata da Nilla Pizzi, è rimasta avvinta alle schede (o, per lo meno, alle bacheche del Ministero dell'interno) per oltre sessant'anni di Repubblica italiana: l'edera in questione, ovviamente, è quella del Partito repubblicano italiano. Qualcuno aveva pensato di non vederla quest'anno, visto che fino alle ultime ore negli uffici del Viminale non era arrivato nessuno a portarla; si sbagliava ovviamente, visto che col numero 211 (al quartultimo posto) un funzionario del partito si è diligentemente presentato e ha fatto collocare il simbolo al posto che ha sempre avuto, ad ogni elezione di rilievo nazionale, dunque in bacheca insieme agli altri.
A guardare bene l'emblema, non si può proprio negare che l'edera repubblicana si sia conservata quasi per intero: anche le venature, in fondo, sono cambiate pochissimo rispetto alla prima raffigurazione della foglia che era riprodotta già sulle schede stampate per eleggere l'Assemblea Costituente (la versione ora in uso è stata introdotta nel 1972, ovviamente in bianco e nero). Da allora il simbolo è sopravvissuto a tutto: usura del tempo, cambi di iscritti e dirigenti (da Pacciardi a Nucara, passando per i La Malfa e Bogi), fine della prima Repubblica, accuse di tangenti, scissioni, ricomposizioni. Il Pri è l'unico soggetto politico a non avere mai cambiato nome e simbolo in tutta la storia della Repubblica italiana: un sopravvissuto ad ogni effetto, che ha cambiato nettamente diffusione e dimensioni ma non è scomparso in nessuna fase.
Negli ultimi anni, a dire il vero, qualche cambiamento era stato proposto: nella loro vita politica "ordinaria", i repubblicani usano un simbolo più moderno, con nome e sigla su fondo verde e rosso e con una foglia d'edera vera, altro che disegno a mano e a china degli inizi. Quando è il momento delle elezioni, tuttavia, rispunta sempre l'antico disegno, basato solo sul verde: "Non ce la sentiamo di cambiare, anche solo per la nostra 'nuova' foglia - spiegano dalla direzione del partito - perché è proprio quel disegno sempre uguale che ci permette ogni volta di dire che quel simbolo è solo nostro e nessuno può copiarlo". Non cade foglia che Dio non voglia; l'edera, a quanto pare, è destinata a non cadere mai.

domenica 8 luglio 2012

Il marchio che nacque simbolo

In principio fu soprattutto il simbolo. Nel senso che – lo si è già detto – gli emblemi sulle schede la legge li ha sempre chiamati «contrassegni», ma in fondo era sempre l’aspetto identitario-simbolico a prevalere. Non a caso, che fossero stampati in un austero e spartano bianco e nero (sulle schede elettorali e su manifesti e volantini economici) oppure in un avveniristico colore (sulle grafiche elettorali più ardite e curate), attorno all’immagine scelta per identificare il partito c’erano solo poche scritte e tanto, tanto bianco, racchiuso dal tondo che delimitava il contrassegno.
Doveva leggersi bene quel disegno, farsi riconoscere da qualunque occhio e richiamare i sentimenti e i valori che s: in una frazione di secondo il compagno comunista doveva trovare la falce e il martello sulla doppia bandiera in alto a sinistra (almeno finché non arrivarono Pannella e gli altri radicali a fare a cazzotti per avere il primo posto e per chiedere il sorteggio dell’ordine dei simboli), mentre il pio democristiano non doveva avere dubbi e mettere la croce sullo scudo già crociato, magari in fondo a destra; i socialdemocratici cercavano il sole, proprio come i cugini socialisti, ma con il mare alla base e senza arnesi troppo impegnativi; fiamme, edere e bandiere (in teoria colorate, ma ci si accontentava) avevano i loro cercatori affezionati e, di tanto in tanto, alcuni amanti occasionali.
Poi venne il colore e ci fu la rivoluzione, sia pure per gradi. Innanzitutto scoppiò una strana voglia di depositare simboli a tutti i costi, visto che nel 1992 tra accettati e ricusati di contrassegni se ne contarono 242 e nel 1994 già solo gli ammessi furono 312. A poco a poco, però, quei cerchi sulle schede e sui manifesti cominciarono a colorarsi sempre di più, anche intorno ai simboli, come se il bianco, tutto d’un colpo, facesse paura o desse fastidio. E i colori che si riversavano in quei tondi, guarda caso, erano quelli della bandiera italiana (così il bianco andava bene, purché fosse delimitato dal verde e dal rosso) cui si aggiungeva l’azzurro, passato dai Savoia alle maglie della Nazionale.
Gli elettori quasi non se n’erano accorti, ma i simboli erano diventati sempre più rari, fino a sparire quasi del tutto negli ultimi partiti nati: ormai gli emblemi erano diventati contrassegni a tutti gli effetti, né più ne meno come i marchi che affollano gli scaffali dei supermercati. E non a caso li progettano le agenzie pubblicitarie. E pazienza se, a colpo d’occhio, è sempre più difficile riconoscere i principi e i programmi che si nascondono dietro un emblema: viva l’Italia, vota italiano, verrebbe da dire guardando i colori usati in abbondanza, ma in fondo è un po’ poco.