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mercoledì 24 aprile 2019

#RomanzoViminale: i simboli che non abbiamo visto al Ministero

Smaltita dopo un paio di settimane la "sbornia" da deposito di contrassegni al Viminale, restano i ricordi di quella manciata di ore, le impressioni generate da ciò che volta per volta (e, quasi sempre, con molta, molta calma) è finito esposto nel corridoio del piano terra e, in fondo, anche un po' di rammarico. Rammarico per i simboli che ci si aspettava di veder arrivare - o, molto più spesso, tornare - sul fondo nero delle bacheche e sotto le loro coperture di plexiglas. Già, perché quegli emblemi in questi giorni non li ha raccontati nessuno, non hanno avuto l'attenzione di un flash, di una telecamera, di un taccuino - ce ne sono ancora! - o di un dito pigiato su un tablet. 
L'anno scorso, proprio per restituire un po' di visibilità almeno ad alcuni di coloro che non avevano trovato la strada del Viminale, questo sito aveva inventato una finta bacheca in cui inserire una decina di simboli: invece che un Salon des Refusés (sullo stile di quello voluto da Napoleone III), un ancor più ardito Salon des jamais arrivés. Quest'anno, dopo l'ulteriore calo degli arrivi al ministero, sembra giusto fare lo stesso, con qualche conferma (di simbolo o di persona) e vari ingressi, vecchi, nuovi o nuovissimi: la bacheca è stata riempita a piena discrezione dell'amministratore della pagina e di alcuni suoi collaboratori, rigorosamente #drogatidipolitica. Nella speranza che prima o poi a qualcuno degli assenti qui celebrati venga voglia di tornare o varcare per la prima volta i cancelli di piazza del Viminale.

* * *

1) La Luce del Sud

In apertura di questa carrellata, una domanda sorge spontanea e, volendo, quasi urgente: ma tra i simboli apparsi per la prima volta in bacheca prima delle elezioni politiche del 2018, che fine ha fatto La Luce del Sud, il manifesto simbolico del Lucentismo di Giusy Papale? Come ha potuto il Viminale sopravvivere senza ospitare di nuovo il passaggio e l'affissione dell'emblema il cui programma si riassume nella massima "Fare, sempre fare, eternamente fare e dire, sempre dire, eternamente dire agli altri quello che vuoi sia fatto e detto a te stesso"? Quale spazio ci sarà per le Isole della Felicità concepite da Giusy Papale? Ma soprattutto, che ne è dell'offerta di 5mila euro sul quadro del simbolo fatta da Makkox a Propaganda Live a nome di Marco Damilano? Che il simbolo non sia arrivato al Ministero perché se l'è comprato lui?


2) Lista civica nazionale "Io non voto"

Da un'assenza fresca fresca a un habitué della fila viminalizia, che anche quest'anno ha "marcato visita". Nemmeno questa volta, infatti, tra i primi a depositare il proprio simbolo si è visto Carlo Gustavo Giuliana, con la sua mitica lista civica nazionale "Io non voto", che invece cinque anni fa, assieme ad altri due compari di fila, ha tenuto salde le posizioni della sua proposta politica. Lui, interrogato appositamente pochi giorni prima della due giorni romana, ha preannunciato la sua assenza, assicurando di voler tenere in caldo il suo simbolo pervinca-nero (molto palermitano) per le elezioni politiche, che potrebbero non tardare più di tanto. Nella sempre maggiore consapevolezza che il partito del non-voto è sempre più imbattibile in quest'Italia del Terzo Millennio (e se arriveranno le liste, sarà divertente l'esperienza situazionista di sapere che qualcuno voterà "Io non voto").


3) No Euro

Proprio come l'anno scorso, i veri #drogatidipolitica hanno sentito la mancanza al Viminale di uno qualunque della lunga sequela di emblemi prodotti da Renzo Rabellino e dalla sua "banda": cinque anni fa, in effetti, al mattino in fila c'era lui con il suo gruppo (compreso l'inesauribile Gianluca Noccetti), pronto a portare la Lista dei Grilli parlanti, Lega Padana, Pensionati e invalidi (per conto di Luigina Staunovo Polacco) e - soprattutto - Chiamiamolo per il Piemonte, anticipazione di ciò che non sarebbe stato alle regionali (non per loro volontà). Questa volta, trattandosi di elezioni europee, è giusto rappresentare Rabellino & co. con l'emblema più semplice, diretto e attinente: No Euro, contro la moneta privata della Bce e il signoraggio.


4) Liberaldemocratici

Altro soggetto perfettamente a suo agio in ambito politico che diserta da troppo tempo i corridoi del Viminale (l'ultimo suo avvistamento risale al 2013) è Marco Manuel Marsili. Questa volta, tuttavia, non lo si vuole rappresentare e richiamare con la sua ultima creatura politica, ossia i Pirati (peraltro già ammessi nel 2013 pur in presenza del Partito pirata), bensì con la sua creatura politica più raffinata e interessante, i Liberaldemocratici. Non solo l'emblema si sarebbe ben prestato a una competizione di rango europeo, ma quel bird of liberty che rimanda tanto ai LibDem britannici avrebbe addirittura potuto - visto l'andazzo delle ultime settimane - correre senza firme (e figurarsi se il Pirata liberaldemocratico avrebbe avuto problemi a dare prova di un'affiliazione...)


5) Partito delle buone maniere

Altra assenza molto sentita quest'anno, dopo la presenza vulcanica del 2018, è stata quella di Giuseppe Cirillo, alias Dr. Seduction: stavolta dunque niente strisce pedonali portatili, niente pastarelle, niente caciocavalli per ravvivare l'atmosfera dell'austero - e più regolamentato del solito - corridoio viminalizio. E pensare che il simbolo pronto c'era già: nessuna riedizione di Preservativi gratis o del Partito degli impotenti esistenziali, ma una nuova variazione del Partito delle buone maniere, con due volti che si guardano con educazione (si vede che ce n'è molto bisogno) al posto della mano guantata che porge un fiore. Un simbolo, tra l'altro, che dovrebbe partecipare a una delle prossime regionali e alle amministrative (per lo meno di Caserta): quell'appuntamento il dottor Cirillo non lo mancherà.


6) M.E.T. - Movimento per l'economia e il territorio

Ormai da cinque anni i funzionari dei servizi elettorali del Ministero dell'interno non vedono Marco Di Nunzio, cioè da quando alle scorse europee non gli venne in mente di depositare il simbolo di Forza Juve - Bunga Bunga - Usei (prima che al quarto piano del Viminale piombasse una diffida grande così della Juventus e, dopo aver riammesso con difficoltà il contrassegno modificato chissà da chi, si decidesse di aggiungere a tutte le successive Istruzioni sulla presentazione delle candidature il "comma Di Nunzio" che vietava l'inserimento di marchi di società "anche calcistiche"). Eppure stavolta Di Nunzio, l'Eroe simbolico dei Due Mondi, aveva a disposizione il simbolo più sobrio della sua carriera, quello del Movimento per l'economia e il territorio: talmente sobrio che, alle ultime comunali in cui è stato presentato, non lo ha votato quasi nessuno. Ma nelle bacheche ministeriali non avrebbe certo sfigurato...


7) Sempre in piazza - Il presenzialista televisivo

Questo simbolo, diciamo la verità, è stato il più vicino in assoluto, tra quelli ospitati in questa bacheca des jamais arrivés, ad arrivare nel posto in cui tutti si sarebbero fermati a guardarlo. Già, perché Mauro Fortini, uno dei recordman di passaggi televisivi all'interno dei telegiornali e non solo, alle 8 dell'8 aprile era sulla piazza del Viminale pronto al deposito: aveva fatto stampare una copia del suo simbolo - concepito da lui e realizzato, anche qui, chissà da chi - denominato Sempre in piazza - Il presenzialista televisivo, che in un cerchio riassumeva tutta la sua filosofia, con tanto di penna arancione, ferma ma pronta a essere mossa con perizia. Pare che il simbolo e il suo protagonista siano arrivati fino al cancello del Ministero e poi siano stati allontanati dallo spettro della burocrazia; in ogni caso, c'è da giurarci, l'ingresso dell'anticamera elettorale è solo rimandato. Magari alle prossime politiche (e con le telecamere che stavolta cercheranno proprio lui).


8) Movimento sociale Fiamma tricolore

Nel 2018 il simbolo era in qualche modo presente all'interno del cartello Italia agli italiani (assieme a Forza Nuova); questa volta, invece, come nel 2014, il simbolo del Movimento sociale Fiamma tricolore non è proprio arrivato in bacheca. Non si è visto né il segretario nazionale Attilio Carelli, né alcuna persona delegata da lui. Così la goccia tricolore seghettata è rimasta fuori e l'area di estrema destra è rimasta rappresentata solo dal cartello Destre unite - CasaPound e da Forza Nuova; tra il 1996 e il 2013, invece, l'emblema non era mai mancato, anche quando le liste non erano in progetto. Chissà se, prima o poi, qualcuno deciderà di farlo tornare...


9) Federazione nazionale dei Verdi-Verdi

Tra i leoni d'Italia, venetisti o valdostani, la testuggine ottagonale, le colombe, le aquile fiammesche e i cavalli in volo, qualcuno non riesce proprio a farsi una ragione dell'assenza ormai decisamente prolungata dell'orsetto che sorride e saluta della Federazione nazionale dei Verdi-Verdi. Il partito ideato e guidato dal piemontese Maurizio Lupi, in effetti, è comparso l'ultima volta nel 2006, anche se il fondo era blu e il nome era diventato Ecologisti democratici - L'ambienta-Lista (per la bocciatura da parte dell'Ufficio elettorale centrale nazionale, che aveva rilevato la somiglianza con i Verdi). Dal 2014 il soggetto politico non è più nemmeno nel consiglio regionale del Piemonte: possibile che nessuno abbia voglia di vederlo di nuovo su bacheche, manifesti e schede?


10) Italia dei valori

Nel 2014 il simbolo era tornato nelle bacheche viminalizie perché, forte dei parlamentari europei eletti nel 2009, le sue liste avrebbero potuto correre senza raccogliere firme a quelle elezioni europee. Già nel 2018, invece, l'Italia dei valori, guidata da Ignazio Messina e senza più la presenza - anche solo nel simbolo - del suo fondatore Antonio Di Pietro, aveva scelto di non comparire nemmeno tra gli emblemi depositati a mero scopo cautelativo. Evidentemente nessuno ha sentito il bisogno di dare nuova visibilità al gabbiano arcobaleno che fin dall'inizio ha caratterizzato la vita del soggetto politico. Non è dato sapere se si tratti di un arrivederci o se il volo sia definitivo: da queste parti, ovviamente, si spera di no.


11) Democrazia cristiana

Non si può ovviamente dire che a queste elezioni fosse assente una Democrazia cristiana, come ben sa chi ha seguito la storia delle impugnazioni e delle decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale e dei giudici amministrativi. A mancare questa volta è la Dc con lo scudo crociato arcuato, di gusto più risalente e a fondo bianco, il simbolo che nel 2014 fu depositato tanto da Pellegrino Leo (in quanto iscritto alla Dc mai sciolta), quanto soprattutto da Angelo Sandri, che da Cervignano del Friuli scese cinque anni fa con tanto di cravatta scudocrociata, pronto a difendere le proprie ragioni di segretario politico. Entrambi hanno "marcato visita" nel 2018 e questa volta hanno fatto lo stesso: che stiano preparando qualche colpo ad effetto per le prossime politiche?


12) W la Fisica

Non si avverte solo l'assenza di Giusy Papale, ovviamente: tra le new entry del 2018, accanto ai Free Flights to Italy, ai 10 volte meglio, al Partito Valore umano e al Rinascimento sgarbiano, spicca l'assenza di W la Fisica. Il simbolo presentato da Mattia Butta, perfetto esemplare della corrente del bianconerismo (spruzzato di essenzialismo e geometrianaliticismo), l'emblema che più di tutti colpì Roberto Calderoli e deluse una cospicua parte di italiani che non lo trovarono sulle schede (si presentò solo all'estero), questa volta non è comparso nemmeno nei dintorni del Viminale. Un vero peccato, perché il bisogno di una cultura scientifica più diffusa e vissuta non è affatto calato, anzi, se possibile è raddoppiato. Forza Butta, l'Italia ha bisogno di te e gli appassionati di politica pure...


13) Nuovo Psi

I frequentatori di questo blog, già alla sera del 7 aprile, lo avevano notato subito: quest'anno in bacheca non c'è nemmeno un garofanino piccolo così. A mancare, soprattutto, è stato il simbolo del Nuovo Psi di Stefano Caldoro, l'unico che - pur avendo decisamente ridotto la presenza elettorale - manteneva con continuità l'uso del fiore dei socialisti craxiani e post-craxiani (non con particolare gioia del Psi). Si tratta della prima assenza del garofano caldoriano, sempre presente al Viminale dal 2006 (mancò solo sulle schede nel 2009, per l'estromissone da parte dell'Ufficio elettorale nazionale): mancanza di tempo, di interesse o semplicemente ci si prepara per appuntamenti di maggior interesse nazionale?


14) Sì Tav - Lavoro - Grandi opere - Maie

Questo simbolo rappresenta, se si vuole, una piccola eccezione. Non è stato finora usato e probabilmente non lo sarà mai, ma qualcuno lo aveva seriamente concepito con l'idea di partecipare alle elezioni regionali piemontesi e, magari, di correre anche a quelle europee. Bartolomeo Giachino, tra i fondatori dell'associazione Sì lavoro, ne avrebbe approfittato per dare risonanza anche al suo messaggio Sì Tav e al sostegno alle Grandi opere. Certo, per correre alle europee sarebbe stato necessario raccogliere le firme oppure ospitare nel contrassegno il simbolo di una forza esente. Come il Maie, che nel 2009 aveva esonerato i Liberal Democratici e nel 2014 aveva fatto lo stesso con Io cambio. Quest'anno, per la prima volta, né il Maie né l'Usei sono finiti su alcun emblema per attribuire l'esenzione: se questo da una parte si spiega con la strada dei partiti europei (di cui si è ampiamente parlato), varrebbe la pena chiedersi come mai nessuno stavolta abbia scelto la via latinoamericana.


15) Democratici di sinistra

La nostra fantabacheca si chiude con un partito che non opera più, ma esiste ancora: sulle schede non finisce più dal 2008 (compreso), ma per anni ha continuato a comparire nei corridoi del Ministero dell'interno. Sì, perché prima - nel 2008 e nel 2009 - il simbolo dei Democratici di sinistra veniva portato da Barletta dal gruppo di Antonio Corvasce che voleva continuare a essere diessino senza essere del Pd (ma Viminale e magistrati di cassazione sbarravano la strada a quell'emblema); nel 2013 e nel 2014 è stato fatto depositare per sicurezza da Ugo Sposetti, tuttora legale rappresentante di ciò che resta dei Ds, proprio per evitare sorprese. L'anno scorso e quest'anno, invece, nessuno ha portato la Quercia (e stavolta neanche la Margherita si è vista, forse perché non c'era un Dellai che avrebbe voluto usarla e da cui qualcuno voleva cautelarsi). Eppure è bene ricordarsi, ogni tanto, che in Italia sciogliere un partito è un procedimento maledettamente difficile e, soprattutto, lunghissimo: le querce, del resto, alla longevità sono abituate.

martedì 23 aprile 2019

Europee, simboli di Dc e Pensioni & Lavoro fuori anche al Consiglio di Stato

Si è da poco conclusa definitivamente la fase del procedimento preparatorio alle elezioni europee del 26 maggio 2019, relativa alla definizione dei contrassegni ammessi a presentare candidature. Il Consiglio di Stato, infatti, ha respinto da qualche ora i ricorsi della Democrazia cristiana e di Pensioni & Lavoro che, nel tentativo di ribaltare il verdetto del Tar Lazio dei giorni scorsi, puntavano a vedere riammessi i loro emblemi, esclusi dalla Direzione centrale dei servizi elettorali del Ministero dell'interno (decisione che l'Ufficio elettorale nazionale aveva confermato).

Il ricorso della Dc

Ricorrendo contro la decisione del Tar, la Democrazia cristiana aveva innanzitutto ribadito che non era affatto vero, come sostenuto dal Viminale (con l'adesione del primo giudice amministrativo), che la Dc dal 1993 aveva cessato la sua attività politica, nessun soggetto politico potendo dirsi in continuità giuridica con essa, e che era l'Udc a usare tradizionalmente lo scudo crociato anche nelle aule parlamentari. Per i ricorrenti, "la Dc usa il contrassegno oggetto della presente disputa dal 1943, mentre l'Udc dal 2002" e tanto basterebbe a dire chi potrebbe usarlo e chi no: l'identificazione giuridica della Dc ora guidata da Renato Grassi con quella "storica" sarebbe provata, a detta dei democristiani, dalla sequela di sentenze del Tribunale di Roma del 2006, della Corte d'appello di Roma del 2009 e della Corte di cassazione del 2010 (il cui contenuto è ricostruito in modo per lo meno singolare e davvero non condivisibile; lo stesso può dirsi della citazione del "precedente" del Consiglio di Stato che aveva riammesso il simbolo della Dc alle politiche del 2008, tralasciando che non era stata esclusa l'Udc e comunque la decisione di Palazzo Spada era stata superata da un decisum della Cassazione), dalla "regolare convocazione degli associati della Democrazia Cristiana" che sempre il tribunale romano ha disposto a dicembre del 2016 e dalle attività svolte in seguito.
Sarebbe stato invece da censurare il comportamento dell'Udc, che continua a usare un emblema molto simile a quello della Dc e lo ha presentato anche in occasione delle elezioni europee senza volerlo usare (vista la scelta di inserire candidati in altre liste), ma solo per danneggiare la Dc. L'interpretazione delle disposizioni elettorali a tutela dell'Udc (che tra l'altro non avrebbe eletto direttamente nessun parlamentare nel 2018), per i democristiani, sarebbe sbagliata e ingiusta, perché tutelare i partiti presenti in Parlamento per garantire all'elettore massime libertà e consapevolezza nel voto sarebbe una valutazione politica; anzi, "aver consentito in tutti questi anni ad altri partiti, come oggi all'Udc, di utilizzare simboli che appartenevano e che identificavano altro partito precedente, come quello della Democrazia cristiana, in violazione della legge elettorale", lederebbe "uno dei principi cardine del nostro diritto italiano, garantito dalla Costituzione". non ci sarebbe insomma alcuna possibilità per un partito di avere eletti in Parlamento (e la conseguente tutela rafforzata del simbolo) ove non gli si permettesse di candidarsi con il contrassegno che ritiene essere il proprio (e che, paradossalmente, lotterebbe da vent'anni per usarlo proprio perché nell'ultimo ventennio ha operato senza poter correre alle elezioni come voleva, "in violazione della legge" secondo i ricorrenti).
Quanto all'uso del nome e del simbolo del Partito popolare europeo (contestato dal Viminale e oggetto di lamentele da parte dello stesso Ppe), i ricorrenti lamentavano di nuovo l'adesione totale del Tar alle argomentazioni dell'Ufficio elettorale nazionale che richiedevano la prova dell'uso legittimo di quei segni distintivi: dette richieste sarebbero state contenute in fonti europee non vincolanti, non esisterebbero norme che obbligherebbero realmente a dimostrare l'adesione a un partito europeo (i ricorrenti ribadivano la concezione etimologica dell'affiliazione come "mera dichiarazione di volontà, atto unilaterale") e non si potrebbe dare valore di precedente alle decisioni passate dello stesso ufficio di magistrati di cassazione.
Per i giudici amministrativi di secondo grado, invece, l'intero appello della Democrazia cristiana dev'essere respinto. Lo sostengono innanzitutto ricordando, di nuovo, che in questa sede si deve solo accertare se siano state correttamente applicate le norme volte "a garantire una corretta e consapevole scelta dell’elettore, immune da sviamenti e confusioni, verso una determinata forza politica, con tutela, quindi, dell’affidamento identitario che l’elettore può ragionevolmente effettuare attraverso un riscontro, appunto, dei simboli nell'immagine socialmente nota di un partito": in questo senso, è indiscutibile l'esigenza di tutelare l'immagine di chi opera in Parlamento da tempo con continuità (come l'Udc). Contemporaneamente, viene attaccata la tesi della continuità giuridica tra Dc "storica" e Dc ricorrente, ritenendo che essa non sia stata provata da questa in alcun modo (anzi, dimostrerebbero il contrario anche le sentenze "prodotte dagli stessi appellanti"). Ritenuta la confondibilità "evidente" dei due emblemi, la sentenza del Tar appare dotata di "motivazione sufficiente e completa" per i giudici di Palazzo Spada. 
Quanto alle doglianze relative all'uso del simbolo del Ppe, si ribadisce la previsione - mediante la decisione (Ue, Euratom) 2018/994 del Consiglio del 13 luglio 2018 - della possibilità di inserire sulla scheda elettorale i riferimenti al partito europeo di affiliazione; i magistrati notano che qui mancherebbe un atto di assenso o di "affiliazione" da parte del Ppe (cui aderiscono solo Forza Italia, Svp, Popolari per l’Italia, Alternativa Popolare, Patt e Udc, essendo negato il simbolo a ogni altra forza politica) e che la pretesa di usare un simbolo a seguito di un'affiliazione solo unilaterale, "oltre ad essere contraria al quadro del diritto europeo, sopra ricordato, trascura di considerare la doverosa tutela del corpo elettorale, suscettibile di essere tratto in inganno o fuorviato da utilizzazioni non solo non autorizzate, ma [...] addirittura espressamente vietate dal Ppe, con rischio di compromettere la genuinità della competizione elettorale". Disco rosso dunque per la Dc di Grassi, che però se non altro non dovrà accollarsi le spese legati dell'Udc in questo grado di giudizio; non è escluso che, nei prossimi mesi, il partito scelga di ricorrere in sede europea.

Pensioni & Lavoro

Se il ricorso della Dc era stato depositato già venerdì scorso, solo oggi è comparso anche il ricorso di Pensioni & Lavoro, originato come si è già detto dalla mancata ammissione del contrassegno che, secondo il Viminale, conteneva un indebito riferimento grafico al Partito laburista britannico. Il ricorso, scritto nell'interesse del Gran Cancelliere Ugo Sarao, demiurgo del partito, merita di essere letto, se non altro, per omaggio al filone letterario che questo rappresenta e per la ricostruzione - sincera in modo disarmante - della reason why alla base della conformazione del simbolo. 
Si legge, in particolare, che Pensioni & Lavoro, intenzionato ad avvalersi dell'esenzione dalla raccolta firme grazie all'affiliazione a un partito europeo, aveva inviato "oltre 500 mail (documentabili) a parlamentari ed esponenti politici di area socialdemocratica" e intanto aveva progettato il contrassegno della "bicicletta" (come quello del 2014) "inserendovi una piccola 'rosa' stilizzata in modo tale da lasciare aperta la possibilità di affiliazione con uno dei 18 partiti europei che hanno nel loro simbolo politico e/o elettorale la rosa, più rose oppure petali di rosa" (e qui il ricorrente ha sentito il bisogno di precisare che "la parola labour" non è riferibile al solo Labour Party "ma è la translitterazione del latino labor", così come la rosa non è "proprietà di un partito piuttosto che di un altro"). Nel frattempo però alle mail mandate sono arrivate solo risposte automatiche ("e da qui si capisce che fatta l'Europa bisognerebbe fare gli europei"), tranne quella del Labour Party britannico "a cui [prudentemente] avevamo versato [solo] 5 sterline come gesto di adesione... ma - purtroppo - anche il Labour lnternational, incassate le sterline si eclissava".
La richiesta di legittimazione all'uso della rosa laburista, avanzata dal Viminale, per Sarao non è prevista dalla legge ("la legge del 1979 non poteva prevedere che nel 2019 si potesse evitare la raccolta delle 150mila sottoscrizioni affiliandosi ad un partito europeo") e comunque "andrebbe chiesta ai 18 partiti che utilizzano nel loro simbolo una rosa o parte di essa: la stessa ripetitività accade, senza alcun limite, per i simboli dei partiti ambientalisti che hanno come leitmotiv il sole che ride". In sostanza, quella utilizzata dal Gran Cancelliere non sarebbe la rosa del Labour Party, ma una generica rosa laburista-socialdemocratica: anzi, a detta di Sarao Pensioni & Lavoro sarebbe "in attesa di un attestato di 'affiliazione' da parte del Partito socialdemocratico della Repubblica di San Marino che, se perverrà in tempo utile, farà cessare il motivo del contendere (e, se riammesso, il contrassegno ci consentirà di presentare le liste negli Uffici Circoscrizionali)" (imperdibile, in questo senso, la concessione finale contenuta nelle richieste al Consiglio di Stato: in caso di riammissione del contrassegno e di possibilità di presentare le liste, "si accetta fin da ora - se già effettuati i sorteggi - l'ultima posizione sulle schede e sui manifesti elettorali").
A queste osservazioni se ne aggiunge una politica (la segnalazione della "presenza alle Elezioni Europee di liste discutibili sul piano politico e democratico tra le quali alcune notoriamente ostili all'Unione Europea", per cui escludere un movimento chiaramente europeista come Pensioni & Lavoro "fin da quando era partecipe dei lavori e delle iniziative dell'Unione Europea dei Cancellieri di Giustizia" sarebbe "un dispiacere che nemmeno la Corte Europea potrebbe lenire") e, per buon'aggiunta, una segnalazione di incostituzionalità circa la partecipazione alle europee delle minoranze linguistiche (che senso avrebbe prevedere una disciplina di favore nello sbarramento per le minoranze, se anche le loro liste - non esenti dalla raccolta firme - devono raccogliere 30mila firme per circoscrizione, delle quali almeno 3000 in ciascuna regione?), che si traduce in una questione da rimettere alla Corte costituzionale.
Anche questo appello, tuttavia, per il Consiglio di stato è infondato. Non sarebbe possibile limitare il divieto di confondibilità ai soli partiti italiani e, sulla base di questo, per "un partito nazionale presentare il simbolo di un partito estero senza alcuna dichiarazione di collegamento con esso", non potendosi consentire "ad un partito politico nazionale di accreditarsi, presso l’elettorato, come 'affiliato' ad un certo movimento partito o movimento politico, senza l’assenso di questo". Se l'affiliazione, già per il Tar, era "un preciso istituto giuridico, subordinato all'accordo tra due formazioni politiche ed alla relativa prova" (e qui valgono le osservazioni già fatte per il simbolo del Ppe nel contrassegno della Dc), ciò vale tanto nei confronti dei partiti politici europei, ma anche "tra i partiti dei singoli Stati europei, ad evitare condotte che suscitano dubbi o confusione nei cittadini europei e alterino il formarsi del consenso elettorale": i principi di affiliazione valgono dunque "anche per il collegamento orizzontale tra partiti nazionali e non solo per quello verticale tra partito nazionale e partito presente nel Parlamento europeo", per evitare che "il partito nazionale si accrediti, anche sul piano simbolico, come portatore di una ideologia o di un programma politico non condiviso tra partito nazionale e partito estero [...], nonostante l’apparenza simbolica, ma unilateralmente assunto"; la rosa usata, poi, "identifica chiaramente il partito laburista inglese, agli occhi dell’elettorato, e non già un generico patrimonio politico e culturale dei partiti di ispirazione socialdemocratica e socialista". 
Quanto alla questione di legittimità costituzionale, per il Consiglio di Stato si tratta di una questione "del tutto nuova, in quanto afferente a censura mai proposta nel ricorso di prime cure", quindi è stato ritenuto inammissibile (e il risultato comunque era ovvio, visto che si sarebbe dovuto sospendere il processo). Ci sarà almeno un briciolo di legislatore pronto a dare ascolto al problema sollevato dal Gran Cancelliere Ugo de Ughis, anche se non correrà alle elezioni?

sabato 20 aprile 2019

Liste per le europee: esclusioni confermate, restano i dubbi sulle esenzioni

Nessuna modifica al quadro delle liste ammesse a partecipare alle elezioni europee 2019 dalle decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale: oggi, infatti, sono state pubblicate le cinque decisioni che ieri hanno respinto altrettanti ricorsi presentati da tre dei soggetti esclusi dalle candidature (dunque confermando quanto era già stato deciso dagli Uffici elettorali circoscrizionali interessati). In tutti i casi si trattava di partiti che avevano cercato di partecipare al voto europeo senza raccogliere le firme richieste dalla legge.
Due dei ricorsi erano stati presentati dal Movimento Gilet arancioni, con riguardo alle circoscrizioni Nord-Ovest e Centro. Costoro ritenevano di avere titolo di correre alle elezioni senza firme perché il 10 febbraio 2019 sarebbe entrato a far parte di quel movimento un altro soggetto politico, Alleanza democratica, di cui si dichiara l'adesione all'Alde: il presidente del movimento, Giuseppe Pino, invocava dunque "un'interpretazione evolutiva" dell'art. 12, comma 4 della legge elettorale n. 18/1979, in modo da comprendere tra i partiti esenti anche quelli europei come l'Alde. In ogni caso, Alleanza democratica - secondo il ricorrente - si porrebbe, proprio per la sua appartenenza all'Alde, come "soggetto politico dell'Unione Europea, per cui non sono applicabili nei suoi confronti le norme sulla raccolta firme della legge italiana" (sarebbe meritevole d'indagine la presunta identificazione che il ricorso fa tra l'Alleanza democratica che ha operato dal 1994 sotto la guida di Willer Bordon e l'Alleanza democratica da sempre guidata da Giancarlo Travagin; dovrà comunque essere un altro il momento per occuparsene).
L'Ufficio elettorale nazionale, tuttavia, ha negato che il Movimento Gilet arancioni - legato soprattutto al generale dei Carabinieri Antonio Pappalardo - possa trovarsi in una delle condizioni previste dalla legge per godere dell'esenzione dalla raccolta firme. E questo anche volendo già praticare una lettura in senso estensivo del testo, esonerando dall'obbligo di sottoscrizione anche "i partiti per i quali risulti dimostrato il collegamento con un partito o gruppo politico europeo rappresentato nel Parlamento europeo in carica nel momento delle votazioni", collegamento desunto nel 2014 da "una serie di elementi convergenti", ossia la dichiarazione di affiliazione fatta dal legale rappresentante del soggetto europeo, dal pagamento delle quote associative e dall'inserimento dell'emblema del partito europeo all'interno del contrassegno di lista italiano (si tratta in sostanza del riassunto delle decisioni prese con riguardo al caso dei Verdi Europei). Nel caso di specie, mancherebbe tanto un "atto di affiliazione da parte di un partito europeo", quanto - soprattutto - un contrassegno composito che espliciti all'elettore quel collegamento: ci sarebbe solo la dichiarazione di appartenenza di Alleanza democratica ai Gilet arancioni (da parte del suo presidente Giancarlo Travagin), ma nient'altro.
Altri due ricorsi erano stati presentati da Lamberto Roberti, che aveva depositato il contrassegno Parlamentare indipendente: nelle circoscrizioni Nord-Ovest e Nord-Est (alle quali i ricorsi erano riferiti) Roberti aveva presentato la propria candidatura individuale, configurandola come lista "composta da un solo nominativo" (il suo): gli uffici elettorali lo avevano escluso, ritenendo di trovarsi di fronte a una lista composta da un numero insufficiente di candidati (dovrebbero essere almeno tre) e nemmeno in grado di assicurare il rispetto dell'equilibrio di genere. Il ricorrente, peraltro, ha insistito nella sua posizione di difesa del diritto del singolo a candidarsi individualmente anche alle elezioni del Parlamento europeo.
I magistrati di Cassazione hanno correttamente ribadito che il numero minimo di componenti di una lista è tre, mentre Roberti si era limitato nella sua azione a rivendicare "un'indeterminata libertà nella formazione delle candidature per la elezione dei membri italiani presso il Parlamento europeo"; hanno anche aggiunto che alla candidatura non era allegata alcuna firma a sostegno (né esistevano motivi di esonero dalla raccolta firme), ma soprattutto hanno rilevato che mancava la dichiarazione di trasparenza, dunque già solo per questo il contrassegno non avrebbe consentito la presentazione di liste (e stupisce che l'Ufficio elettorale circoscrizionale non abbia minimamente fatto emergere il problema, almeno stando al riassunto contenuto nella decisione).
Da ultimo, il collegio si è espresso anche sul ricorso presentato da Ora rispetto per tutti gli animali, escluso dalle elezioni nella circoscrizione Nord-Est (l'unica in cui aveva presentato liste). Qui l'ufficio di seconde cure non ha fatto altro che confermare ciò che era già stato rilevato in precedenza, cioè che non era stato prodotto né un numero sufficiente di firme per la presentazione della lista, né qualche documento che attestasse il diritto della forza politica a godere di qualche tipo di esenzione dalla raccolta delle firme. Su questa base, era inevitabile il rigetto del ricorso, con conseguente conferma dell'esclusione già decisa in prima battuta.
Fin qui le decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale, a meno che in un secondo momento non se ne aggiunga qualcuna. Qualche informazione, pur se ovvia, la danno, ma non danno risposta - e non per colpa dell'ufficio in questione - a due questioni fondamentali. Innanzitutto non si trova alcuna considerazione sui passaggi logici seguiti dagli Uffici elettorali circoscrizionali per ammettere senza firme le liste di partiti che hanno legittimamente ospitato nei loro contrassegni le "pulci" di partiti di paesi europei che elessero europarlamentari nel 2014: ciò si spiega soprattutto perché, come si è detto giorni fa, se è possibile ricorrere contro l'esclusione di una lista (o di singole candidature), nessuno può impugnare un provvedimento di accettazione perché non nuoce a nessuno. Il fatto è che, da una parte, sarebbe stato utile capire i passaggi logici di un ragionamento (non svolto, in effetti, dai magistrati di cassazione) che avrebbe meritato qualche riga di spiegazione da parte degli uffici circoscrizionali, visto l'ampliamento notevole rispetto ai precedenti del 2014 che lo stesso collegio nazionale cita. Dall'altra parte, appare strano e non del tutto coerente veder citate dai magistrati di Cassazione, come fonte in cui trovare "specifica informazione" circa la "necessità" dei vari elementi per dimostrare l'adesione a un partito europeo rappresentato all'Europarlamento, le Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature, compilate dalla Direzione centrale dei servizi elettorali del Ministero dell'interno: fonte che proprio gli Uffici elettorali circoscrizionali hanno dimostrato di non aver seguito, ampliando a dismisura i casi di esonero dalle firme (in particolare, accontentandosi del contrassegno composito e della dichiarazione di collegamento con il partito di un paese europeo rappresentato al Parlamento europeo, senza chiedere il pagamento delle quote associative, difficilmente configurabile in questo caso).
Secondariamente, non si trova alcuna spiegazione di un caso oggettivo di incoerenza nel comportamento degli Uffici elettorali circoscrizionali, che a Milano, Roma e Napoli hanno escluso le liste del Ppa - Popolo partite Iva, mentre a Venezia i candidati sono stati ammessi. Bisogna ammettere, pur con molto tatto, che l'anomalia originale è rappresentata proprio da quest'ultimo caso, perché non si capisce davvero con quali argomenti la lista sia stata ammessa a partecipare senza firme a sostegno. Chi conosce Antonio Piarulli, deus ex machina del Ppa, sa che già alle politiche del 2018 aveva proposto una lettura singolare delle disposizioni, per cui nel dire "Nessuna sottoscrizione è richiesta per i partiti o gruppi politici..." la congiunzione "o" sarebbe utilizzata in senso disgiuntivo, per cui la presenza parlamentare con un gruppo o con un eletto diretto (in questo caso, alle Camere o al Parlamento europeo) sarebbe richiesta solo ai soggetti politici diversi dai "partiti" inseriti nel Registro previsto dalla legge: indubbiamente la tesi è seducente, ma poco praticabile sul piano sistematico (a partire dal fatto che l'art. 12, comma 4 della legge n. 18/1979 ripete per tre volte l'espressione "Nessuna sottoscrizione è richiesta per i partiti o gruppi politici...", per cui se la lettura fosse quella data da Piarulli non ci sarebbe alcun bisogno di ripetere per tre volte il riferimento ai partiti, essendo questi già esonerati in ogni condizione). 
Evidentemente, però, l'Ufficio elettorale della circoscrizione Nord-Est ha accettato un ragionamento simile, cosa che non hanno fatto gli altri citati: si è dunque creata un'incoerenza tra i due uffici, che non si sarebbe potuta sanare con la ricusazione dell'unica lista ammessa (proprio perché nessuno poteva impugnare quella decisione), mentre si sarebbe potuto tentare di ottenere la riammissione delle liste bocciate nelle altre circoscrizioni proprio sulla base della decisione veneziana. Si era immaginato un ricorso di Piarulli all'Ufficio elettorale nazionale, anche nella speranza che il collegio facesse chiarezza su questo punto, ma al momento non si ha notizia di alcuna decisione (e non si sa nemmeno se i ricorsi siano stati presentati). In caso di nuove notizie, se ne darà debitamente conto.

venerdì 19 aprile 2019

Europee, simboli di Pensioni & Lavoro e Dc fuori anche per il Tar Lazio

Non è stata fortunata la via della giustizia amministrativa per  i due partiti che avevano scelto di ricorrere al Tribunale amministrativo regionale del Lazio nel tentativo di vedere riammessi i loro contrassegni in vista delle elezioni europee 2019 (chiedendo contestualmente di essere messi nella condizione di presentare le liste, dal momento che il termine era scaduto due giorni fa). Ieri, infatti, la sezione II-bis del Tar Lazio  ha respinto i ricorsi della Democrazia cristiana e di Pensioni & Lavoro.
La questione più ampia riguardava, come si è visto nei giorni scorsi, la Democrazia cristiana, alla quale erano stati contestati dalla Direzione centrale dei servizi elettorali del Ministero dell'interno sia l'uso dello scudo crociato (impiegato da anni anche nelle aule parlamentari dall'Udc), sia l'impiego senza titolo del nome e del logo del Partito popolare europeo: si è detto anche che Maurizio Benedettini e Nicola Troisi (rispettivamente depositante del contrassegno e segretario amministrativo della Dc) avevano contestato la tesi dello scioglimento del partito dei democristiani (citando le varie pronunce culminate con la nota sentenza di Cassazione a sezioni unite del 2010), ritenendo di essere i continuatori sul piano giuridico dell'attività del partito nato nel 1943 e, in quanto tali, rivendicando la legittimità dell'uso esclusivo dello scudo crociato, indebitamente utilizzato dall'Udc (del cui emblema avevano chiesto l'esclusione); i ricorrenti avevano poi sostenuto la non necessità di esibire documenti che provassero l'adesione formale della Dc ai popolari europei, essendo sufficiente la condivisione di quegli stessi ideali per consentire l'indicazione del partito europeo di riferimento (che la Dc storica aveva contribuito a fondare).
Il ricorso, tuttavia, secondo il collegio giudicante (tutto composto da donne, presieduto da Elena Stanizzi) è affetto da "sicura infondatezza". Per quanto riguarda lo scudo crociato, la legge è chiara nel non consentire la presentazione di contrassegni che contengano simboli "usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento", come può dirsi appunto per l'Udc (mentre la Dc storica non è presente in Parlamento dalla fine del 1993 - inizio del 1994). I ricorrenti in effetti non hanno contestato questo (e nemmeno la confondibilità dei contrassegni in sé), ma si ritenevano legittimati in quanto sostenevano di essere proprio la stessa Dc che aveva smesso di operare all'inizio del 1994, per cui erano i soli titolari legittimi dell'emblema: si è detto più volte in questo sito che le cose stanno diverdamente, le magistrate però su questo si sono espresse solo in modo collaterale, rilevando che i ricorrenti si sono "limitati ad affermare, senza fornire alcun concreto elemento a comprova, l’identificazione del proprio partito con quello della Democrazia Cristiana 'storica”', emergendo, per contro, proprio dalle stesse sentenze del Giudice Ordinario richiamate dalla difesa dei ricorrenti e prodotte in atti, nella loro integralità, dalla difesa dei controinteressati, che tutti gli attuali soggetti che pretendono di accreditarsi nell’opinione pubblica come Partito della Democrazia Cristiana, non hanno in verità, alcuna continuità storico giuridica con tale soggetto"; al di là di questo, il collegio ha precisato che "esula dal presente giudizio ogni accertamento circa l'effettiva spettanza del diritto assoluto sui segni distintivi, neppure ricompreso nell’ambito della giurisdizione di questo giudice". Come dire che l'infinito contenzioso sul piano civile su chi rappresenti la Dc e sia titolare dei suoi segni non interessa quando, in sede elettorale, si deve solo decidere se un contrassegno può creare confusione tra gli elettori, qualora voglia usarlo una formazione diversa da chi lo ha usato a lungo e fino a ieri (e vorrebbe continuare) nelle aule parlamentari, a differenza del gruppo che rivendica il segno. Viene insomma confermata la posizione che il Viminale e l'Ufficio elettorale naziomale hanno almeno dalle europee del 2004 (a tutela degli elettori dell'Udc; in realtà avevano già iniziato prima).
Quanto al veto posto all'uso del fregio del Partito popolare europeo senza un'adesione documentata, le giudici si limitano a notare che "la nota dell’8 aprile 2019 inviata dal Vice Segretario Generale e rappresentante legale del PPE al Ministero dell’Interno" prova che i partiti aderenti al Ppe sono solo sei (Forza Italia, Sudtiroler Volkspartei, Popolari per l’Italia, Alternativa Popolare, Partito Autonomista Trentino Tirolese e l'Udc) e che il partito europeo "ha espressamente negato l’uso del proprio simbolo a formazioni diverse da quelle sopra indicate" (in più si sposa la tesi del Vimimale, per il quale dalla disciplina europea emergerebbe "la necessità della prova della legittimazione all'utilizzazione del simbolo del partito europeo, dovendosi, comunque, escludere che la mera dichiarazione di volontà unilaterale di affiliazione da parte della formazione politica nazionale possa ritenersi idonea a fondare una pretesa di utilizzo", per salvaguardare i diritti dei titolari dell'emblema ed evitare di confondere gli elettori circa la reale appartenenza a un partito europeo). Il ricorso dunque è stato respinto, con tanto di condanna dei ricorrenti Dc a rifondare le spese di giudizio all'Udc (3500 euro), "tenuto conto della sussistenza di un orientamento consolidato della giurisprudenza sulle questioni controverse".

Quanto invece al ricorso del depositante di Pensioni & Lavoro, con cui (secondo la "dottrina" del Gran Cancelliere Ugo Sarao), si rivendicava l'uso legittimo del simbolo del Labour Party britannico, il Tar ha rilevato che il ricorrente, "al di là di generiche riflessioni sulla riconducibilità del simbolo della rosa alla Internazionale Socialista e a numerosi partiti europei", ha insistito sulla non necessità dell'autorizzazione del partito laburista, "per l’inesistenza di una norma nazionale o comunitaria che stabilisca il corrispondente obbligo" e perché anche secondo lui l'affiliazione sarebbe solo un atto unilaterale: in realtà l'affiliazione tra partiti a livello europeo rappresenta, alla luce delle norme nazionali ed europee, "un preciso istituto giuridico, subordinato all'accordo tra due formazioni politiche ed alla relativa prova" e le stesse Istruzioni del Viminale aveano richiesto di "produrre l’attestazione/dichiarazione del presidente segretario o altro rappresentante legale del partito europeo di riferimento che affermi l’esistenza di un collegamento (o affiliazione /associazione) con detto partito nazionale e la conseguente legittimazione all'utilizzo del simbolo e/o della denominazione del partito o gruppo politico europeo all'interno del contrassegno che il medesimo partito nazionale deposita al Ministero dell’interno".
Di più, il collegio nota che il divieto di confondibilità deve essere applicato anche a tutela dei partiti europei, "anche in base alla natura europea della consultazione, ed al conseguente aumento del rischio di confusione degli elettori e di lesione del principio di trasparenza e chiarezza del voto", tutela garantita dal rilascio del consenso all'uso del simbolo. Una soluzione che, come detto in precedenza dai magistrati di Cassazione, risponde a "evidenti ragioni di equità".
Bocciatura dunque anche per l'intero contrassegno di Pensioni & Lavoro: la sua esclusione, come per la Democrazia cristiana, potrebbe essere definitiva, a meno che uno dei due partiti scelga di impugnare la rispettiva sentenza e rivolgersi al Consiglio di Stato. Sperando di ottenere da Palazzo Spada quel provvedimento favorevole che finora è mancato (anche se questo comporterebbe inevitabilmente lo stop alla macchina elettorale, cosa che rende più improbabile una sentenza di accoglimento).

mercoledì 17 aprile 2019

Alle europee senza firme, se la breccia del 2014 diventa uno squarcio

Quando, dopo il deposito del simbolo del "suo" Partito comunista, si è fermato a scambiare qualche battuta con giornalisti e studiosi soprattutto sulla possibilità che le liste del Pc fossero ammesse senza firme a sostegno (grazie alle aggiunte al contrassegno elettorale che questa volta, a differenza di cinque anni fa, aveva fatto), Marco Rizzo ha offerto ai presenti uno scampolo di saggezza torinese: "Dalle mie parti si dice: A pasa ün, a paso tüti. A pasa nen ün, a pasa niün!". E a chi gli faceva notare che, sì, era vero che il Kke (Partito comunista di Grecia) aveva nel 2014 eletto un rappresentante al Parlamento europeo, ma l'Iniziativa dei partiti comunisti e operai d'Europa non era ufficialmente un partito politico europeo (ma un'associazione di partiti), lui restava imperturbabile: o passano tutti o non passa nessuno e, visto che cinque anni fa erano passati i Verdi e si preparavano a farlo di nuovo assieme ad altre liste, doveva passare anche il Pc.  
Bene, alla fine sembra aver avuto ragione lui, visto che sono passati praticamente tutti, anche se al momento manca ancora il verdetto sulle liste di Forza Nuova (che rivendica l'affiliazione all'Alleanza per la Pace e la Libertà - Apf, presieduta da Roberto Fiore)Oltre alle liste che non avevano bisogno di raccogliere firme per la loro rappresentanza parlamentare italiana (Forza Italia, Fratelli d'Italia, Lega, MoVimento 5 Stelle, Partito democratico - Siamo Europei, +Europa - Italia in Comune, Svp, Autonomie - Uv) e a quelle di cui era acclarata la matrice europea dell'iniziativa (Europa Verde - European Green Party, La Sinistra - Gue - European Left, Destre Unite - CasaPound - Aemn), sono già state ammesse senza sottoscrizioni le candidature del Popolo della Famiglia - Alternativa popolare (grazie all'esenzione Ppe apportata proprio da Ap), dei Popolari per l'Italia (anche qui per l'appartenenza al Ppe del partito di Mario Mauro), del Partito pirata (grazie all'esenzione firmata direttamente a Roma dal Partito pirata europeo: l'ammissione certa per ora riguarda la circoscrizione Isole), del Partito animalista (che vorrebbe essere esente grazie all'inserimento nel contrassegno dei loghi del Partei Mensch Umwelt Tierschutz tedesco - il cui leader nel 2014 è stato eletto al Parlamento europeo - di Animal Politics Eu e del Partij voor de Dieren olandese: l'ammissione riguarderebbe le circoscrizioni Centro e Sud) e, ovviamente, del Partito comunista di Rizzo.
Proprio per quest'ultimo, in realtà, si nutrivano dubbi quanto all'ammissione: come detto, le Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature del Viminale richiedevano espressamente - a ricalco di quello che aveva deciso l'Ufficio elettorale nazionale nel 2014 sul caso dei Verdi europei - il collegamento e la presenza simbolica di un "partito politico europeo rappresentato nel Parlamento europeo con un proprio gruppo parlamentare", con tanto di "documentazione attestante il pagamento, da parte della forza politica nazionale, delle quote associative al partito o gruppo politico europeo". Ora, se da una parte si è detto che l'Iniziativa dei partiti comunisti e operai d'Europa non era esattamente un partito (e questo poteva essere un problema), dall'altra si poteva dire che il Kke era un "partito politico europeo" in senso lato (cioè un partito di un paese europeo) rappresentato al Parlamento europeo, ma sarebbe diventato difficile sostenere questa lettura perché non avrebbe consentito di produrre idonea documentazione per attestare "il pagamento delle quote associative", risultando difficile per un partito italiano associarsi a un partito di uno stato europeo.
L'auspicato chiarimento, tuttavia, non è arrivato: le decisioni degli Uffici elettorali circoscrizionali, infatti, si sono limitate a dichiarare che si è accertato, tra l'altro, che "non sussiste l'obbligo della sottoscrizione della lista da parte di elettori, ai sensi dell'art. 12, 4° co., L. 24.01.1979, n. 18 e succ. mod.". Tutto qui, nulla di più e nulla di meno, senza alcun cenno ai riferimenti europei inseriti nel contrassegno (del partito nazionale o del "partito" europeo) e nemmeno a quanto richiesto, con una certa precisione, dalle Istruzioni ministeriali, che certamente in alcuni casi non sono soddisfatte. Per esempio, non esistono i gruppi parlamentari dei Pirati europei, dell'Apf o dell'Aemn, che pure sarebbero richiesti dalle Istruzioni; si è già detto prima che non sembra essere a tutti gli effetti un partito l'Iniziativa dei partiti comunisti e operai d'Europa, mentre Apf e Aemn sono stati cancellati dal registro dei partiti politici europei (Aemn peraltro, a quanto si apprende, ha comunque i requisiti per essere partito europeo, mentre la cancellazione riguarderebbe solo l'accesso ai benefici economici) e - come si è detto - non è esattamente chiaro come un partito nazionale possa essere considerato affiliato - con tanto di pagamento di quota di adesione - a un altro partito nazionale che pure è rappresentato all'Europarlamento.
Di fatto, ci si sarebbe dovuti interrogare in modo approfondito sulla spettanza dell'esenzione e sui requisiti per ottenerla se gli Uffici elettorali circoscrizionali in prima istanza avessero deciso di ricusare le liste proprio a causa della contemporanea mancanza delle firme e dei requisiti per avere l'esenzione (com'era accaduto con i Verdi Europei e il Partito comunista nel 2014), provocando inevitabilmente l'opposizione dei soggetti esclusi dalla competizione elettorale e il successivo intervento dell'Ufficio elettorale nazionale. Non è invece in alcun modo prevista la possibilità di ricorrere contro la decisione di ammissione di una lista, né da parte del Ministero dell'interno, né da parte di altre liste ammesse o non ammesse: in questi casi, dunque, si possono fare semplici congetture su come abbiano ragionato i magistrati impegnati nel vaglio dei documenti.
Evidentemente gli uffici elettorali si sono accontentati, a quanto pare, di un'interpretazione non larga, ma larghissima di quanto previsto dalla legge elettorale per le europee (n. 18/1979). L'articolo 12, in particolare, nel disciplinare al suo comma 4 le ipotesi di esonero dalla raccolta firme, accorda il beneficio tra l'altro a una lista "contraddistinta da un contrassegno composito, nel quale sia contenuto quello di un partito o gruppo politico esente da tale onere", compreso uno dei "partiti o gruppi politici che nell'ultima elezione abbiano presentato candidature con proprio contrassegno ed abbiano ottenuto almeno un seggio al Parlamento europeo". Se fino al 2014 si era interpretata la disposizione con esclusivo riguardo a partiti italiani che avevano presentato candidature e ottenuto almeno un seggio in Italia, mentre le decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale del 2014 avevano accettato - in ragione di varie fonti europee - anche l'esonero attraverso partiti politici europei rappresentati all'Europarlamento a seguito dell'ultima elezione, questa volta sono caduti tutti i muri possibili: salvo novità, è stata ritenuta valida l'esenzione apportata da qualunque partito che in qualunque paese europeo abbia presentato candidature con il proprio contrassegno e abbia ottenuto almeno un seggio. 
Si tratta, oggettivamente, di una lettura possibile del testo normativo, forse anche meno "forzata" di quella che permetteva l'esenzione mediante i partiti europei (non i partiti dei paesi europei); certo è che, a questo punto, la breccia aperta dai Verdi nel 2014 si è trasformata in uno squarcio o in una voragine. Non solo è ormai accertato che lo stesso partito politico europeo può esentare anche più di una formazione tra quelle che vi aderiscono (il Ppe, come si è visto, ha sollevato dalla raccolta firme tanto il Popolo della famiglia, per il tramite di Alternativa popolare che ne è parte, e i Popolari per l'Italia, che nelle loro liste ospitano anche i Cristiani insieme per l'Europa di Piero Pirovano e Costruire insieme di Ivo Tarolli e, a quanto sembrava, anche qualche nome della Dc-Sandri): ora si può dire che, per essere presenti alle elezioni europee, basterà ottenere la delega da una qualunque delle liste nazionali presenti al Parlamento europeo (magari le forze più piccole di paesi come la Germania, con molti seggi e senza soglia di sbarramento) per l'inserimento del loro emblema nel contrassegno elettorale. 
In questo modo, il numero di liste presenti sulla scheda sarà potenzialmente enorme; di più, perde ogni significato la disposizione che richiede di raccogliere 30mila firme per ogni circoscrizione (questa volta ci ha provato solo il Pci e, a quanto è dato sapere, l'obiettivo non è stato centrato). O tutto resta così, e quell'istituto non ha davvero più senso, oppure per le prossime elezioni europee si cambia la legge: lo si può fare per regolamentare in modo più chiaro, serio (e magari più restrittivo) le esenzioni oppure per rimuovere l'ipocrisia e superare definitivamente la raccolta firme (quella per le europee oggettivamente è la più onerosa di tutte quelle previste in ambito elettorale), visto che a superarla scavalcandola ci hanno già pensato partiti e partitini. Che fanno la gioia di noi #drogatidipolitica, ma rischiano di consegnarci schede-lenzuolo, per giunta affollatissime.