venerdì 19 luglio 2019

Scudo crociato, botta e risposta infinito

Chi è abituato a frequentare questo sito se n'è probabilmente accorto: poche vicende sono in grado di autogenerare nuove puntate come quella legata allo scudo crociato e, più in generale, alla Democrazia cristiana. Gli ultimi due episodi, curiosamente contemporanei essendo datati entrambi 12 luglio 2019 (vale a dire lo scioglimento del Cdu e il varo della Fondazione Democrazia cristiana, da una parte, e la sentenza di Cassazione che ha messo fine a una delle tante liti giudiziarie sorte nel corso degli ultimi anni, dall'altra) sono state al centro di un botta e risposta tra due personaggi di primo piano di quell'area  - entrambi membri dell'attuale Parlamento - e c'è da giurare che non sarà l'ultimo.
Tutto è iniziato con una videointervista che Alfonso Raimo dell'agenzia Dire ha registrato ieri con Antonio De Poli, senatore dell'Udc, a margine di un'assemblea del partito. Nel ricordare che quello alle spalle del politico era "un simbolo storico", il giornalista ha detto che si era recentemente appreso che "sarebbe stato consegnato a una fondazione e quindi che uscirebbe di scena dalla politica", chiedendo a De Poli se fosse effettivamente così. De Poli, ovviamente non si è fatto pregare: 
Mah, alle fake news ormai siamo abituati tutti i giorni: assolutamente no. Lo scudo crociato è chiaramente in uso all'Udc. Appena due giorni fa la Corte di Cassazione ha ribadito questo aspetto, per cui noi siamo molto tranquilli. Dopo di che lasciamo che gli amici facciano la loro parte rispetto ai percorsi. Ma nella realtà dei fatti lo scudo crociato è in utilizzo all'Udc.
La dichiarazione è stata diffusa con un cappello ben preciso: "Lo scudo crociato non va in soffitta. E non viene consegnato alla Fondazione Sullo, come annunciato da Gianfranco Rotondi e Rocco Buttiglione, meno di una settimana fa", con le parole di De Poli presentate come una contestazione di quanto detto da Rotondi.
Tanto è bastato perché Rotondi replicasse:
Stupisce che il senatore De Poli colleghi il simbolo dell'Udc - che comprende lo scudo crociato, e viene legittimamente usato - alla decisione mia e di Buttiglione di consegnare alla fondazione Fiorentino Sullo i simboli dei nostri movimenti, ossia il Cdu fondato nel 1995 e la Dc del 2004. Cosa c'entri il simbolo dell'Udc non è chiaro. Ci sono altri 67 partiti che si rifanno alla Dc e nessuno va a contestare i loro diritti. Resta il fatto che il simbolo originale difeso dai militanti del 1995 oggi è consegnato alla fondazione Sullo presieduta dall'ultimo segretario del Ppi ossia il prof. Buttiglione.
Inevitabile che, leggendo queste cose, il lettore comune, curioso o anche mediamente esperto di queste vicende, provi un grande senso di confusione e cerchi un colpevole per tutto questo. Ebbene, in parte lo sono (lo siamo?) tutti, in fondo non lo è nessuno. E alla base di tutto c'è il desiderio legittimo non tanto di chiarire, ma di semplificare e ridurre una vicenda che non è né semplice né riducibile, perché a tentare di farlo si perdono pezzi importanti che finiscono - anche non volendolo - per distorcere la realtà.


Cos'è successo davvero

Quindi, andiamo per punti: è vero che qualcuno - nella fattispecie Rotondi - aveva detto che lo scudo crociato sarebbe stato sottratto alla competizione politica? Non proprio. Leggendo in filigrana le dichiarazioni del deputato forzista e soprattutto badando a ciò che è stato detto il 12 luglio durante l'evento alla Camera dei deputati, si capisce che, in seguito allo scioglimento del Cdu - terminata, a quanto pare di capire non disponendo dei documenti originali, la sua liquidazione - il simbolo dello stesso Cdu è stato trasmesso alla Fondazione Fiorentino Sullo, che è stata ribattezzata Fondazione Democrazia cristiana (o forse sta per esserlo, non si dispone ancora dello statuto ufficiale), anche grazie al conferimento del diritto all'uso di quel nome da parte della Dc-Rotondi (poi Democrazia cristiana per le autonomie). 
Il 12 luglio - ma anche nell'intervista rilasciata a questo sito - Rotondi ha chiarito che l'uso "culturale" di quel simbolo da parte della fondazione (che potrà sostenere dei partiti ma non potrà presentarsi alle elezioni) non impedirà alle formazioni che già utilizzano lo scudo crociato e hanno acquisito diritti su di esso di continuare nel loro uso: il riferimento all'Udc è chiaro. Certo, è innegabile che tanto per il Cdu quanto per l'Udc l'elemento centrale del simbolo è costituito dallo scudo crociato, dunque per qualcuno era facile pensare che consegnare il simbolo e toglierlo dall'arena politica volesse dire consegnare anche lo scudo (e forse non è nemmeno troppo malizioso credere che Rotondi, nei giorni precedenti l'incontro romano del 12 luglio, non abbia corretto questi pensieri non corretti, visto che hanno richiamato per l'ennesima volta l'attenzione sull'ennesima puntata della saga democristiana); si tratta però di simboli diversi di partiti diversi, mai in disputa giuridica tra loro.


Le parole di De Poli

Certo è che, se si chiede a un dirigente dell'Udc - che per giunta in più occasioni (anche nel 2018, per conto di Noi con l'Italia) si è occupato di depositare il simbolo al Viminale prima delle elezioni - se sia vero che lo scudo crociato viene tolto dalla competizione politica con la consegna a una fondazione, non potrà che negare, sostenendo che "nella realtà dei fatti lo scudo crociato è in utilizzo all'Udc". Non spetta a De Poli, ne ad altre figure di vertice dell'Unione di centro, spiegare che Rotondi non ha tolto dalla scena politico-partitica il simbolo dell'Udc, ma quello del Cdu, che hanno in comune l'ingrediente fondamentale (anzi, l'Udc utilizza lo scudo proprio perché il Cdu lo aveva apportato): su questo può limitarsi a dire "lasciamo che gli amici facciano la loro parte rispetto ai percorsi" (in altre parole: lasciamo che il Cdu concluda la sua storia come meglio crede). 
Ciò che gli interessa davvero è mettere in chiaro che l'uso dello scudo crociato resta là dove è rimasto fin dal 2002, cioè a casa dell'Udc, anche solo per evitare che a qualcun altro - magari uno degli "altri 67 partiti che si rifanno alla Dc" di cui parla Rotondi - venga voglia di approfittare di una supposta dismissione dell'emblema da parte del partito guidato da Lorenzo Cesa, provocando nuovi contenziosi: quell'interesse viene perseguito, tra l'altro, citando a proprio favore una pronuncia fresca fresca della Cassazione. Tutto bene, se si sorvola sul fatto che la pronuncia in questione - l'ordinanza n. 18746/2019 - non può aver detto nulla sull'uso dello scudo crociato fatto dall'Udc, sia perché non è entrata nel merito (si è limitata a dire che il ricorso della Dc-Sandri non era stato fatto secondo quanto previsto dalla legge), sia perché l'Udc non era nemmeno tra le parti di questo grado di giudizio (basta leggere la decisione per rendersene conto). 
Ovviamente - va aggiunto subito - le parole di De Poli hanno un fondamento: l'Udc non era (più) parte del processo semplicemente perché, già in secondo grado, la Corte d'appello di Roma aveva dichiarato improcedibile il gravame nei confronti del partito di Cesa (e del Ccd), visto che la notifica dell'atto d'appello non era andata a buon fine e, pur avendo ottenuto la possibilità di rinnovarla, la Dc-Sandri aveva poi rinunciato. In primo grado, tuttavia, il giudice aveva rilevato che "il simbolo dello scudo crociato, [...] relitto da Ppi e Cdu, è dal 2002 utilizzato da Udc, col consenso del medesimi partiti" di ispirazione "cattolica", raggruppanti persone che avevano avuto significative esperienze politiche in seno alla Dc: essendo stato dichiarato improcedibile l'appello, il rigetto della domanda della Dc-Sandri nei confronti dell'Udc è passato in giudicato. Non si è espressa la cassazione, insomma, ma in effetti in quella vicenda giudiziaria un giudice aveva detto che l'uso dello scudo crociato da parte dell'Udc era stato sostanzialmente accettato dagli altri principali partiti post-diccì. In effetti almeno un altro giudice - la Corte d'appello di Roma nel 2009 - aveva detto anche qualcosa di diverso e leggermente meno favorevole all'Udc, ma ora non è il caso di complicare le cose.


Le parole di Rotondi

Quanto alla replica di Rotondi, essa si basa non tanto sulla dichiarazione reale rilasciata da De Poli, quanto sul lancio di agenzia che parla di contestazione da parte del dirigente dell'Udc. Ovviamente il deputato eletto con Forza Italia ha buon gioco nel ricordare la legittimità dell'uso dello scudo crociato da parte dell'Udc (all'interno del proprio simbolo composito, che ancora mantiene in filigrana le vele di Ccd e De), come pure la legittimità della scelta del Cdu e della Dc-Rotondi di consegnare i rispettivi emblemi alla Fondazione Sullo (o Fondazione Dc). "Cosa c'entri il simbolo dell'Udc non è chiaro", si domanda Rotondi: non c'entra nulla, se non per il fatto che bisognerebbe mettersi d'accordo se per simbolo si intenda lo scudo crociato in sé (come ha fatto De Poli, il giornalista che lo ha intervistato e probabilmente la maggior parte delle persone che hanno seguito e seguono da lontano la vicenda) o l'intera raffigurazione grafica che identifica il partito Cdu e che "incidentalmente" contiene anche lo scudo crociato (come ha fatto Rotondi e, più modestamente, il sottoscritto). Per quanto possa sembrare una questione strana o di lana caprina, non è la stessa cosa: se si adotta la seconda lettura tra quelle proposte, l'uso elettorale dello scudo fatto dall'Udc e quello culturale fatto dalla Fondazione Dc grazie al Cdu possono convivere senza problemi. 
Non è un caso che, per capire esattamente quale emblema avesse adottato la Fondazione Sullo-Dc (ed evitare di scrivere qualcosa di impreciso o di scorretto), l'amministratore di questo sito abbia ritenuto opportuno informarsi direttamente alla fonte, apprendendo dallo stesso Rotondi che la fondazione avrebbe utilizzato il simbolo del Cdu, con tanto di denominazione integrale (compreso il riferimento al Ppe utilizzato alle europee del 1999, vale a dire nell'unica competizione di livello nazionale cui abbia partecipato da solo, senza unirsi ad altre forze) e che solo "nell'uso pratico" si sarebbe aggiunta sotto o accanto l'etichetta "Fondazione Democrazia cristiana". L'uso per la fondazione di un simbolo che reca un nome diverso può sembrare in parte spiazzante, ma - a pensarci bene - la legge non obbliga la fondazione ad avere un simbolo né, ove se ne dia uno, la obbliga a inserire quel nome all'interno dell'emblema (la stessa Dc, fino al 1992, non ha messo il suo nome nel contrassegno elettorale).
Tutto chiarito ora? In sostanza sì, ma resta un ultimo dettaglio da analizzare, perché le note diffuse da Gianfranco Rotondi non possono essere lette con superficialità. Questa infatti si conclude con "il simbolo originale difeso dai militanti del 1995 oggi è consegnato alla fondazione Sullo presieduta dall'ultimo segretario del Ppi ossia il prof. Buttiglione". Il riferimento alla difesa dei militanti del 1995, ovviamente, è a coloro che - come lo stesso Rotondi - nella "guerra di Piazza del Gesù" (che a tratti apparve piuttosto una guerriglia) si schierarono a favore della linea del segretario eletto dal congresso del 1994, vale a dire Rocco Buttiglione: il "simbolo originale" è verosimilmente lo scudo crociato ottenuto in uso in seguito agli "accordi di Cannes" del 24 giugno 1995 e allegato agli accordi confermativi del 14 luglio dello stesso anno. 
La parte più interessante, tuttavia, è il finale della dichiarazione (in cauda venenum?), quando dice che Buttiglione è stato "l'ultimo segretario del Ppi". Qualcuno potrebbe pensare a una svista di Rotondi, visto che i popolari in seguito sono stati guidati, oltre che da Gerardo Bianco, anche da Franco Marini e Pierluigi Castagnetti. Può darsi che sia così, ma per chi lo conosce bene riesce difficile credere che le parole di Rotondi siano frutto di un errore: seguendo questa pista, si dovrebbe arguire che per il deputato campano davvero Buttiglione è stato l'ultimo segretario del Ppi e qualche maligno di professione sarebbe tentato di dare a ciò una spiegazione giuridica. 
Alcuni di quelli che sostengono la tesi di una Dc "dormiente" per anni, infatti, lo fanno dicendo che nel 1995 i già citati "accordi di Cannes" avevano parlato espressamente di "due distinte formazioni politiche", entrambe eredi politicamente e moralmente della Dc e del Ppi (accordo del 24 giugno) ma da considerarsi "parti separate del Partito popolare italiano" (accordo del 14 luglio). Su questa base, costoro sostengono che ciascuno dei due partiti che hanno operato dopo i patti del 1995 è un partito nuovo e distinto rispetto al Ppi che fino all'inizio del 1994 si era chiamato Dc: ciò varrebbe senz'altro per il Cdu (costituito con atto notarile il 4 ottobre 1995), ma anche per il Ppi guidato da Bianco (e poi da Marini e Castagnetti), perché comunque nel 1995 cambiò - oltre al simbolo, come previsto dagli accordi, adottando lo scudo nel gonfalone - anche il codice fiscale, dunque non ci sarebbe continuità tra il Ppi-scudo e il Ppi-gonfalone.
La tentazione di credere a quest'ipotesi maliziosa, però, va respinta subito. A dispetto del cambio di simbolo, non si è mai avuta traccia di un atto costitutivo del Ppi-gonfalone, dunque si deve presumere che quello che ha operato dall'estate del 1995 al 2002 sia lo stesso soggetto giuridico che aveva agito come Partito popolare italiano (e prima come Dc). Soprattutto, c'è anche la firma di Rotondi (quale tesoriere, legale rappresentante del Cdu e procuratore di Buttiglione) sulla transazione che nel 1999 ha estinto una delle cause nate nel 1995 tra le fazioni legate a Bianco o a Buttiglione per capire quale delle due rappresentasse correttamente il Ppi: in questa transazione, tra l'altro, si parla di "Ppi [...] meglio identificato come Ppi-gonfalone", il che significa che il soggetto giuridico è lo stesso, pur avendo cambiato il proprio segno identificativo. Rotondi, insomma, probabilmente voleva dire proprio quello che ha detto, cioè che Buttiglione è stato l'ultimo segretario del Ppi. Di quel Ppi, beninteso, cui Rotondi apparteneva, firmando gli editoriali del Popolo come condirettore politico e ostentando una fede incrollabile nello scudo crociato e nella Dc (anche se non si chiamava più così). Simbolo e nome che, in un modo o nell'altro, ora sono arrivati a riunirsi, anche se non in un partito (e senza ostacolare l'Udc).

lunedì 15 luglio 2019

Scudo crociato, ricorso di Sandri respinto in Cassazione. Ma non finisce qui

Ogni tanto alle storie bisogna mettere un punto, o almeno cercare di farlo. Questo vale, per esempio, per una delle tante diatribe giudiziarie legate alla Democrazia cristiana e ai suoi segni distintivi (nome e simbolo, per capirci): tre giorni fa - giusto in coincidenza con l'evento di presentazione della Fondazione Democrazia cristiana - infatti, è stata depositata in Corte di cassazione l'ordinanza (n. 18746/2019) con cui è stata decisa in via definitiva - nell'udienza del 208 maggio scorso - la causa che a febbraio del 2006 era stata iniziata da Angelo Sandri, che riteneva di rappresentare (come segretario politico nazionale) la Dc, assieme al segretario amministrativo Palmiro Scalabrin. 
Loro avevano citato in giudizio varie sigle politiche che nel corso degli anni avevano utilizzato il nome della Dc (la Democrazia cristiana guidata da Gianfranco Rotondi, poi ribattezzata Democrazia cristiana per le autonomia) o lo scudo crociato (il Ccd, il Ppi - nelle versioni del 1994 e del Ppi-gonfalone del 1995 - il Cdu e l'Udc), chiedendo che fosse inibito loro ogni ulteriore uso dei segni identificativi, nonché la condanna delle stesse (tranne la Dc-Rotondi) "alla restituzione, anche per equivalente, di tutti i beni mobili ed immobili indebitamente sottratti all'attrice e/o al risarcimento del danno, da quantificarsi per equivalente", o alla peggio, all'indennizzo pari alla "diminuzione patrimoniale subita a seguito dell'arricchimento senza causa dei convenuti" dall'attrice. Ove l'attrice era la Dc-Sandri che riteneva di coincidere in pieno con la Dc "storica" che aveva operato con certezza fino al gennaio del 1994, anche sulla base della nullità - o almeno dell'inefficacia - degli atti di trasformazione della Dc in Ppi (e degli atti successivi, compresi quelli dispositivi del patrimonio).  
In questo sito ci si era già occupati, poco meno di due anni fa, di questa vicenda, quando la Dc-Sandri aveva impugnato la sentenza d'appello che a febbraio del 2017 aveva respinto il suo ricorso anche in secondo grado e Rotondi aveva fatto sapere alla stampa che una sentenza gli aveva a suo dire riconosciuto la titolarità del nome della Dc (con la possibilità di abbinarlo allo scudo crociato usato da oltre quindici anni dall'Udc). Ora alla terza sezione della Corte di cassazione (presieduta da Roberta Vivaldi e avente come giudice relatore Augusto Tatangelo) è bastata un'ordinanza di cinque pagine per respingere quel ricorso della Dc-Sandri (al quale ha resistito soltanto il Ppi), contenendo in una pagina scarsa le ragioni che hanno fatto ritenere l'impugnazione inammissibile.
Chi si aspettasse di trovare nella sentenza l'ennesima rivisitazione della storia infinita della diaspora democristiana, con tanto di spiegazioni circa l'infondatezza del ricorso, resterebbe sostanzialmente deluso. Come si è anticipato poche righe sopra, il gravame è stato ritenuto addirittura inammissibile e, come tale, nemmeno considerato in modo approfondito. I giudici, infatti, hanno notato che le censure contenute nel ricorso erano volte non "a contestare direttamente la decisione impugnata, ma la sentenza di primo grado, di cui viene chiesta la riforma" (come se si fossero semplicemente riprodotte le critiche contenute nell'atto d'appello); per il collegio di cassazione, in più, mancavano "una adeguata ed intelligibile esposizione dei fatti di causa" e, appunto, "specifiche censure avverso la decisione impugnata e la stessa prospettazione di motivi di ricorso per cassazione riconducibili alle previsioni di cui all'art. 360 c.p.c.". 
Tanto è bastato per ritenere inammissibile il ricorso, senza nemmeno valutare i singoli punti in esso contenuti: com'è noto, le sentenze di secondo grado possono essere impugnate solo per "errori di diritto", vale a dire per motivi attinenti alla giurisdizione o per violazione delle norme sulla competenza, per "violazione o falsa applicazione di norme di diritto", per "per nullità della sentenza o del procedimento" (dunque per violazioni di particolare gravità) o "per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti".
Stando così le cose, è il caso di riprendere il contenuto della sentenza di primo grado del tribunale di Roma (c.d. "sentenza Vannucci", dal nome del giudice relatore), che assai meglio di quella d'appello chiarisce i motivi che hanno portato a respingere il ricorso della Dc-Sandri già nel 2009. In quell'occasione si disse che la decisione di cambiare il nome della Democrazia cristiana in Partito popolare italiano (presa "in tre tempi" tra il 18, 21 e 29 gennaio 1994 da tre diversi organi del partito, anche se - come si è ricordato più volte - nessuno dei tre era competente a fare quella modifica) non poteva in alcun modo essere tradotta come volontà di costituire un nuovo partito denominato Ppi (e, per i giudici, non si poteva nemmeno parlare di inesistenza della decisione di cambiare il nome da Dc a Ppi, anche se nel 2009 la Corte d'appello di Roma ha detto l'esatto contrario); la nascita del Ccd nel 1994 e del Cdu nel 1995, d'altra parte, dovevano considerarsi un recesso collettivo dal Ppi - ex Dc; il Cdu aveva contestualmente ricevuto l'uso dello scudo crociato prima sulla base degli "accordi di Cannes" del 1995 stipulati tra Gerardo Bianco e Rocco Buttiglione, poi in seguito alla transazione del 1999 - a soluzione di una delle numerose cause sorte tra le due fazioni - tra i legali rappresentanti di Ppi-gonfalone e Cdu. Lo stesso Cdu avrebbe poi conferito - senza sostanziali reazioni da parte degli altri soggetti politici interessati - l'uso dello scudo crociato all'Udc, dalla quale nel 2004 si è scissa la Dc-Rotondi (poi Dca), alla quale il Ppi nel 2004 aveva concesso l'uso del vecchio nome.
Ricostruite così le vicende storiche, il tribunale di Roma rilevò che, al di là delle "'scaramucce' in sede solo giudiziaria", tra il 1994 e il 2004 nessun partito aveva partecipato alle elezioni con il nome della Dc: il che non è del tutto vero, se non altro perché almeno alle amministrative qualche tentativo era stato fatto ed era anche riuscito (così come non era andata in porto per poco la partecipazione della Dc alle regionali del Friuli del 1998) e alle europee del 2004 aveva regolarmente partecipato al voto la lista Democrazia cristiana - Paese nuovo (anche se nel contrassegno non c'era traccia del nome della Dc, dopo che il Viminale non ne aveva ammesso l'uso). Questa mancata partecipazione, però, per i giudici era sufficiente a rendere "quanto mai problematico affermare che 'Dc-Sandri' sia lo stesso partito denominato 'Democrazia cristiana'".attivo fino al 1994 e, dunque, possa reclamare diritti sul patrimonio; quanto all'uso di nome e simbolo della Dc, il loro uso fatto in quel momento rispettivamente da Dc-Rotondi e dall'Udc avveniva con il consenso di tutti i partiti "di ispirazione 'cattolica', raggruppanti persone che avevano avuto significative esperienze politiche in seno" alla Dc, quindi anche in questo caso la Dc-Sandri - che per il giudice risultava essere esistente solo dagli anni 2000 - non avrebbe avuto alcun titolo per rivendicare diritti sui segni distintivi democristiani (in quella sede peraltro erano state respinte anche le censure del Ppi contro la Dc-Sandri, perché per il giudice il Ppi aveva "volontariamente dismesso" il nome della Dc a favore di Rotondi).
L'ordinanza di cassazione - che, oltre a respingere il ricorso della Dc-Sandri, decide di compensare le spese del giudizio di legittimità viste "le peculiarità della vicenda sostanziale e processuale nonché dei rapporti tra i soggetti giuridici coinvolti" - conclude dunque almeno quel filone litigioso. "A venticinque anni dalla fine della Democrazia cristiana la Cassazione scrive la parola (forse) definitiva nella disputa tra gli eredi del partito che ha governato l’Italia per quasi mezzo secolo", ha scritto il giorno stesso del deposito della decisione - incredibilmente quasi in tempo reale - Riccardo Ferrazza sul Sole 24 Ore: difficile però dargli ragione, perché per due vicende giudiziarie definitivamente chiuse con pronuncia di cassazione (questa e quella conclusa con la famosa sentenza n. 25999/2010) altre, molto più recenti, sono ancora aperte, a partire da quelle con cui si contesta tanto l'assemblea della Dc del 26 febbraio 2017, quanto la celebrazione del congresso del 14 ottobre 2018. E queste, se si dovessero concludere in un certo modo, porrebbero una pietra quasi tombale sul tentativo di riportare in vita la Dc. Quasi, perché chi finora ha voluto e tuttora vuole vedere nome e simbolo dei democratici cristiani di nuovo in azione sulla scena politica - pur nell'ampia differenza di vedute sul modo per tornare in attività - ha dimostrato una tenacia e una resistenza invidiabili. Democristiani erano, democristiani vogliono rimanere...

domenica 14 luglio 2019

Sinistra: il nuovismo simbolico-organizzativo che porta alla disfatta (di Roberto Capizzi)

Periodicamente l'ultraframmentazione della sinistra italiana finisce oggetto di articoli, analisi, volumi (come Déjà vu di Francesco Cundari, ripercorso in questo sito), ironie, persino test di conoscenza politica (aveva iniziato L'Espresso). Non ci si ferma mai abbastanza a riflettere, però, su quanto i continui cambi di insegne e di contenitori - non necessariamente di persone - siano dannosi, per il morale dei sostenitori e in generale per la credibilità di ogni singolo, nuovo e (almeno) penultimo progetto. Cedo per questo volentieri la voce a Roberto Capizzi, consultatore seriale di questo sito ma soprattutto portatore di un sogno per nulla celato: che a sinistra un simbolo duri almeno quattro elezioni politiche di fila (non anticipate, non facciamo i furbi). Leggendo le parole di Capizzi, verrebbe da sperare che a sinistra, almeno sul piano simbolico, avessero voglia di aderire all'invito datato ma intatto di Aldo Moro: "Non fate nulla. Nulla. E se proprio non ce la fate a non fare assolutamente niente, fate pochissimo". E quel pochissimo sarebbe comunque troppo.

Dalla fine dei partiti di massa, avvenuta più o meno in contemporanea con la stagione giudiziaria passata alla storia come “tangentopoli”, non passa elezione senza che nuovi simboli, nuovi partiti o nuovi finti partiti (in realtà poco più che comitati elettorali o liste"di scopo", nel senso "con lo scopo di far eleggere qualcuno"), nuovi soggetti "civici" (qualsiasi cosa voglia dire il termine) appaiano sulle schede. 
Nel campo largo del centro-sinistra e in quello della sinistra rimasta al di fuori del primo, questo continuo rinnovamento simbolico, associato spesso (ma non sempre, si pensi alla lista della Sinistra - l'Arcobaleno del 2008) a una moltiplicazione dei soggetti esistenti, ha trovato una propria sublimazione.
Il fenomeno è facile da verificare. Ad ogni elezione - fosse essa comunale, provinciale (quando ancora si poteva votare per le province), regionale, politica o europea - nuovi simboli venivano partoriti dall'accrocchio del momento, che però doveva essere eterno o quantomeno destinato a durare, almeno secondo i dirigenti di turno.
A ogni elezione il risultato negativo conduceva poi a nuove separazioni e alla nascita dalle ceneri delle esperienze unitarie (dalla Federazione della Sinistra a Liberi e Uguali) di nuovi soggetti.
Si è creduto, in altri termini, tra i dirigenti ma anche tra larga parte del settore militante della sinistra (forse nella sua maggioranza) che scorciatoie organizzative potessero fornire quel risultato - in termini di consenso nel cuore del Paese e nelle urne - che invece soltanto la politica può portare.
Paradossalmente, i continui cambi di nomi e simboli dei partiti della sinistra nonché le loro continue frantumazioni (anche se l'unità a prescindere dai contenuti è anch'essa un dramma del quale sarebbe utile liberarsi: è, ad esempio, la malattia che affligge Giuliano Pisapia) hanno contribuito a quei risultati negativi
La confusione, lo smarrimento per non aver trovato il proprio simbolo sulla scheda, la delusione per non avere di nuovo il simbolo che si è votato la volta prima, sono stati anch'essi cause, sia pure minori, del declino della sinistra in Italia.
A questo elemento che concerne l'aspetto simbolico va ovviamente aggiunta la politica: la rincorsa al centro, l'abbandono di un'idea alternativa di società, le privatizzazioni da un lato; il settarismo, il dogmatismo, il minoritarismo dall'altro. Tutto questo ha confinato la sinistra a essere certa, e sempre più ridotta, minoranza. 
Quale strategia dunque è necessario percorrere in un'epoca di crescita delle destre - anche di quelle che possono ritenersi apertamente "fasciste", come il risultato della Lega in Italia e di Bolsonaro in Brasile ci dicono - su scala globale?
Premessi i dati politici, ideologici (e sarebbe anche il caso che la parola ideologia riprendesse il proprio posto, scacciando quell'obbrobrioso termine liberale di "programma"), di visione del mondo, radicalmente alternativi alle destre, occorre che sul piano organizzativo si abbia il coraggio di mettere un punto fermo alla frantumazione e alle scorciatoie nuoviste.
Per quanto concerne il frazionismo, il lavoro da compiere è arduo e riguarda ogni militante della sinistra preso singolarmente. Abiurando a un'idea collettiva della politica, allo spirito di partito, alla convinzione di fare qualcosa anche se non convinti perché "è il partito che lo chiede", ogni singolo militante si crede in diritto di poter contestare pubblicamente - ma anche farlo sulle proprie reti sociali, ad esempio, vuol dire farlo pubblicamente - la linea del proprio partito, di scegliere candidati da esso non designati, di muoversi liberamente se eletto in qualche incarico pubblico, ecc. Tale atteggiamento (che è di destra, antropologicamente di destra) porta poi, quando coinvolge qualche dirigente o qualche eletto al parlamento, alla fondazione di nuovi partiti che aggiungono confusione alla confusione. L'unica strada per combattere questo male è anche l'unica strada per battere per sempre le scorciatoie nuoviste: la politica di una volta.
L'umiltà, la disciplina di partito, l'impegno nel partito anche dopo le sconfitte (cosa che non implica ovviamente la stupidità, che hanno i settari, di seguire sempre la medesima via nonostante si perda sempre) sono l'unica strada che può condurre a Partiti con la "P" maiuscola, che durino almeno vent'anni e che siano casa sicura, accogliente, rassicurante e insieme educatrice per generazioni di militanti. 
Chi vi scrive è iscritto dalla propria fondazione ad Articolo Uno: si tratta certamente di un soggetto politico nato da una scissione, anzi forse si dovrebbe più correttamente parlare di due scissioni (quella dal Pd, la più nota, e quella da un pezzo di Sel, mia penultima casa politica), eppure erano scissioni politicamente motivate.
Nel tentativo di far prevalere la politica sulla ragioni di un'unità fine a sé stessa, Articolo Uno ha contribuito alla nascita di Liberi e Uguali, una coalizione politica che sarebbe dovuta diventare partito subito dopo le elezioni, celebrando un congresso nel quale si sarebbe scelto il gruppo europeo al quale aderire e quindi la propria direzione futura.
Per motivi che in futuro qualche tesista di Scienze Politiche forse ci spiegherà (io sinceramente non ho capito perché non si sia celebrato un congresso, anche se ho capito chi non lo ha voluto), quanto promesso il 5 marzo 2018 è finito carta straccia, generando nuovo scoramento e nuovi abbandoni nel sempre più anemico tessuto militante. 
Da allora Possibile ha ripreso la propria attività autonoma, tingendosi di verde a qualche settimana dalla presentazione delle liste; da una scissione di Articolo Uno e dalla sua confluenza con settori di "autoconvocati di LeU" è nata èViva, ennesimo partito autonomo sia pure per l'uomo comune esso sì del tutto indistinguibile programmaticamente dalla già esistente Sinistra Italiana; da una scissione di Sinistra Italiana è nata l'associazione Patria e Costituzione, soggetto che mischia spunti interessanti con suggestioni poco accettabili; vi sono poi Sinistra Italiana, che continua a esistere, e Futura, comitato elettorale di Laura Boldrini che raccoglie parte delle personalità che erano state prossime a Giuliano Pisapia nella breve esperienza di Campo Progressista (tra essi l'eurodeputato fresco di elezione Massimiliano Smeriglio, anch'egli tra i transitati per Articolo Uno).
In ultimo Articolo Uno ha celebrato di recente il proprio congresso nazionale, confermando la propria permanenza come partito autonomo, ma allo stesso tempo non spegnendo le suggestioni circa nuovi soggetti da fondare, magari nel caso remoto in cui il Pd decidesse, finalmente, di sciogliersi.
Ritengo che lasciare aperte queste suggestioni sia sbagliato: se i primi a non credere nella durevolezza della nostra proposta politica (e simbolica e organizzativa) siamo proprio noi, perché gli altri dovrebbero crederci?
Si abbia il coraggio di compiere un percorso; si vincolino gli eletti di cui disponiamo a un sacro patto di rispetto delle decisioni provenienti dagli organismi interni; si discuta con franchezza con altri pezzi della sinistra sulla possibilità - in fine litis, oramai - di ridar vita a un simil-LeU, si tagli la strada a ogni ciarpame civista o da società civile (non è sempre vero, ma spesso dietro il civismo sta soltanto l'esigenza di non versare la quota al partito e fare ciò che si vuole una volta eletti) e si aprano e si comprino col poco denaro di cui disponiamo sedi e bandiere, il cui simbolo dovrà poi apparire sulle schede almeno un numero di volte sufficiente da farci riconoscere dagli elettori. 
Si mettano, in altri termini, radici materiali nella società e si consenta a chi ospita questa mia riflessione sul suo blog di scrivere in futuro: "nessuna novità grafica per la sinistra di Articolo Uno, presente ormai da anni sulle schede con lo stesso simbolo".

sabato 13 luglio 2019

Al via la Fondazione Democrazia cristiana, con Rotondi e il simbolo del Cdu

Dopo gli annunci, ieri è arrivato il giorno della "rinascita a nuova vita", più culturale che politica, dello scudo crociato, attraverso la presentazione della Fondazione Democrazia cristiana. Così almeno l'ha intesa Gianfranco Rotondi, deputato eletto in Forza Italia ma soprattutto ultimo legale rappresentante (quale tesoriere) dei Cristiani democratici uniti, il partito nato ufficialmente il 4 ottobre di 24 anni fa - davanti al notaio Edmondo Maria Capecelatro - ma in realtà frutto dei dissidi interni al Partito popolare italiano sorti a partire dalla decisione di stipulare accordi con il centrodestra comprensivo di Alleanza nazionale, che videro opporsi la fazione legata al segretario in carica Rocco Buttiglione a quella vicina al neoeletto Gerardo Bianco. 
Com'è ben noto ai #drogatidipolitica e ai semplici curiosi e interessati, quello scontro conobbe numerose scaramucce a Piazza del Gesù e varie puntate in tribunale (anche di molto successive rispetto a quegli eventi), ma trovò una prima, transitoria sistemazione con i cosiddetti "accordi di Cannes", stipulati tra Buttiglione e Bianco il 24 giugno e formalizzati il 14 luglio: proprio in quegli accordi si decise la spartizione politica dei segni identificativi, per cui Bianco avrebbe conservato il nome del Ppi, mentre il gruppo di Buttiglione ottenne l'uso dello scudo crociato (il nome invece, un chiaro omaggio sia alla storia democristiana sia a quella della Cdu di Helmut Kohl - che si era speso perché la diatriba nel partito cattolico terminasse - lo avrebbe suggerito a Buttiglione lo stesso Rotondi, allora giovane direttore del Popolo).
Quella storia, dopo la decisione del Cdu nel 2002 di confluire all'interno dell'Udc (apportando l'uso dello scudo crociato), è rimasta in sospeso fino ad agosto dell'anno scorso, quando Buttiglione aveva dato incarico a Rotondi di chiudere il partito, attivando tutte le procedure per la liquidazione e la sistemazione di ciò che era ancora pendente. Un mese fa, poi, era stato annunciato l'ultimo passaggio, vale a dire lo scioglimento del Cdu e - a patto che si sia ben inteso - la sospensione delle attività della Democrazia cristiana (già Dca) guidata dallo stesso Rotondi, con il conferimento di nomi e simboli alla Fondazione Fiorentino Sullo, ribattezzata per l'occasione Fondazione Democrazia cristiana: proprio quella presentata ieri alla Camera, alla Sala della Regina, all'interno di un incontro intitolato "Il futuro del cattolicesimo politico. Ci rivediamo in centro?", con Rotondi, Buttiglione e Mario Tassone, ultimo presidente del consiglio nazionale del Cdu, nonché segretario del Nuovo Cdu rinato nel 2014 e ieri presente con funzione di moderatore.
Correttamente ieri Rotondi ha detto che ieri non si era di fronte al funerale della Dc o dello stesso Cdu, visto che le loro vite politiche continuano sia pure con un'altra forma, ma solo a "un passaggio giuridico cui abbiamo voluto dare una certa solennità". Eppure, i presenti a quello che lui stesso ieri ha chiamato "rito sacrificale" - ma solo perché "in un venerdì di luglio, alle tre del pomeriggio, può venire qui solo chi è terribilmente affezionato alla Democrazia cristiana" - non hanno assistito ad alcuna firma di atti (notarili o no), né alla consegna dello scudo crociato alla Fondazione Democrazia cristiana. Allo scioglimento del Cdu si è fatto solo rapido cenno, con un riferimento da parte di Rotondi ("Come legale rappresentante del Cdu dico che oggi si conclude questa lunga vicenda attraversata da una serie infinita di cause civili, liti sul simbolo e sul patrimonio, una quantità di esposti che se li pubblicassimo tutti faremmo un romanzo di appendice, ma dico con orgoglio che non abbiamo mai ricevuto un'iscrizione nel registro degli indagati") e il ricordo da parte di Tassone, secondo il quale a Buttiglione "tutti dobbiamo molto, perché abbiamo fatto rivivere il Ppi e non abbiamo perso lo scudo crociato".
Qualcosa di più sulla Fondazione Dc (già Fondazione Fiorentino Sullo, nome che campeggia ancora in qualche pagina del sito www.fondazionedemocraziacristiana.it) Rotondi l'ha detto, chiarendo innanzitutto che questa sarà vicina a tutti i soggetti che si richiamano alla storia e ai valori democristiani, a iniziare da partiti come l'Udc, il Nuovo Cdu e la Dc guidata da Renato Grassi, ma senza toccare il ruolo che spetta a questi ultimi, "visto che una fondazione non può svolgere attività politico-elettorale, tanto più che si tratta di una fondazione partecipata anche da enti pubblici, compreso il Mibact; i partiti per possono aderire alla fondazione come associazioni, se lo desiderano". 
Logo della Fondazione Sullo
Il deputato ha poi spiegato che la fondazione vorrà rappresentare "un luogo nel quale noi pensiamo di poter richiamare i democratici cristiani a discutere, a produrre pensiero e quindi politica: non è un passo indietro, ma ha l'ambizione di essere un passo avanti". Lo farà avendo nella propria insegna (eccolo qui) lo scudo crociato passato politicamente dalla Dc al Ppi al Cdu, ma non nella versione che ora si vede nel sito, che accosta il simbolo della Dc al volto di Fiorentino Sullo: è lo stesso Rotondi a spiegare a questo sito che sarà mantenuto proprio il simbolo del Cdu (quello effettivamente conferito alla fondazione) con tanto di denominazione del partito e riferimento al Ppe, ma nell'uso pratico sarà aggiunto al di sotto il nome intero della fondazione. "Lo scudo crociato - ha continuato Rotondi durante l'evento - rinasce a nuova vita, perché come effigie di questa fondazione si affaccia sul mercato culturale: chi conosce la legge sa che nomi e simboli si possono declinare in vari modi, possono avere un esercizio politico elettorale ma anche culturale. Il fatto che ci sia una Fondazione Dc non impedisce né l'uso elettorale del simbolo da parte di chi ha nel frattempo acquisito il diritto né che altri diano vita alla Democrazia cristiana, superando tutte le divisioni che vi sono state in questi anni: questo è l'augurio che sta in tutti i nostri cuori e, nel caso, la fondazione sarà ancora più impegnata a sostegno di quel soggetto, ma se anche le cose non dovessero andare così non dobbiamo perderci di vista: ci siamo e ci saremo ancora". 
Contestualmente, Rotondi ha annunciato che "la fondazione ha acquisito anche l'acronimo editoriale della Dc, con un sacrificio grande perché quando si tocca l'aspetto editoriale ci si accollano anche i debiti". Per un attimo si sarebbe tentati di restare interdetti: quale acronimo editoriale della Dc? Ovviamente non ci si riferisce alle testate storiche, Il Popolo e la Discussione, entrambe dirette da Rotondi, sia pure in tempi diversi (solo la seconda è in qualche modo sopravvissuta, passando dal Cdu all'Udc, fino alla gestione editoriale di Giampiero Catone e attualmente diretta da Giovanni Masotti; quanto al Popolo, la sua storia ufficiale è finita nel 2002, anche se in seguito è stato rieditato in altra forma dalla Dc-Sandri, che ancora ne cura la presenza online); Rotondi non parla nemmeno della testata Democrazia cristiana, fondata nel 2001, di cui lui stesso è stato direttore politico, mentre direttore responsabile era il suo portavoce Alfredo Tarullo (formalmente, peraltro, risultava quotidiano del movimento politico Magna Graecia Sud Europa di Fausto Sacco). Il parlamentare spiega - contattato da I simboli della discordia - che per acronimo editoriale intendeva "la registrazione del marchio a fini editoriali, in modo da poter editare il sito www.fondazionedemocraziacristiana.it". Sara questo, evidentemente, l'organo (telematico) della fondazione: si troveranno lì, tra l'altro, le notizie relative all'attività della fondazione, che prevede "un bellissimo programma autunnale e invernale di eventi, da tenere nei luoghi simbolici dei convegni della storia della Dc e delle correnti, da Saint Vincent a Belgirate, da Chianciano a Sorrento". 
La fondazione - che si doterà presto di altri organi oltre al presidente (lo stesso Rotondi) e al presidente d'onore (Buttiglione, mentre della fondazione Sullo era Gerardo Bianco), a partire dal "consiglio nazionale" composto da tutti coloro che sono stati parlamentari di area Dc (presieduto, su richiesta di Rotondi, da Mario Tassone) - andrà avanti col contributo tanto dei soci fondatori (che hanno messo più risorse), quanto di chiunque vorrà aderire, pagando la quota di dieci euro (nulla per disoccupati e sotto i trent'anni), con la possibilità di organizzare sezioni (territoriali, d'ambiente, tematiche) ogni dieci aderenti: "l'organizzazione avverrà in piena autonomia, proprio perché la fondazione non è un partito: a livello locale potrà sostenere realtà sociali e politiche diverse, ma a livello nazionale avrà una sola idea, emergente dalla votazione online degli aderenti". 


Per i cultori della vicenda giuridica democristiana, va registrato anche l'intervento di Renato Grassi, segretario della "Democrazia cristiana storica" (così l'ha chiamata Rotondi, anche se in realtà quel nome si riferisce piuttosto ad altri soggetti): nel suo saluto ha accolto il nuovo inizio della fondazione come evento che "rimette in moto un processo di confronto politico di cui si sentiva la mancanza, offrendo un laboratorio per la formazione di idee e di una classe dirigente". Ritenendo che questo nuovo contenitore abbia comunque bisogno di luoghi (politici, s'intende) per concretizzare quelle idee, Grassi ha ricordato di aver avviato, assieme ad altre persone, "un percorso di ricomposizione dell'area tradizionale Dc e abbiamo avuto, grazie a una sentenza di Cassazione, la possibilità di recuperare anche formalmente il nome della Dc e lavoriamo per ricomporre un mondo che si richiamava a quei valori, in un progetto politico con una prospettiva più ampia". Sulla sincerità d'intenti di molti partecipanti a quel percorso non ci sono dubbi; sul fatto che possa proseguire con nome e simbolo tradizionali ce ne sono molti (ma se n'è parlato parecchie volte e se ne dovrà riparlare a breve).  

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Il resto dei contenuti del pomeriggio di ieri - che hanno occupato la maggior parte dell'evento - è legato agli interventi che si sono succeduti, sull'effettivo spazio che l'iniziativa della fondazione potrà avere, in un panorama politico in evoluzione. "Noi auspichiamo fortemente che si affacci una novità - ha detto Rotondi - mi pare che questa legislatura sia simile a quella del 1992, per cui i partiti che ora sono in Parlamento penso non arriveranno vivi alle politiche e, come allora, credo che il favorito della vigilia (allora il Pds, oggi la Lega) sarà lo sconfitto. Il rosario ostentato, le provocazioni costanti al Papa e la caduta di laicità sono preoccupanti per i democratici cristiani: per questo non ci alleiamo con Salvini". 
Francesco Verderami del Corriere della Sera, per parte sua, ha riconosciuto alla Dc di essere stata "il collante politico di una nazione divisa, un partito che sul piano dei rapporti istituzionali è stato il perno del paese, facendosi carico anche delle esigenze degli alleati e a volte degli avversari; sul piano interno è stata invece l'unico esempio di forza democratica, visto che il segretario era rappresentante di una maggioranza ma anche il garante delle minoranze tutelate dal tanto vituperato manuale Cencelli". La sua colpa più grave è invece il non avere lasciato un'eredità mentre si era persa a trovare eredi, mentre si preparava la stagione in cui "si cambiavano i partiti per non cambiare i capi dei partiti e si facevano partiti sempre più piccoli per garantire leadership sempre più piccole": oggi, per Verderami, è necessario che la politica si faccia trovare pronta con una classe dirigente nuova e competente, "e non si tratta di ricostruire la Dc, perché il passato non ritorna, ma di usare le esperienze della Dc per garantire un rientro della politica, una nuova tenda per nuovi uomini".
Assai meno convinto che ci si spazio per un soggetto che si ispiri ai valori cristiani, anche solo in senso culturale, è apparso David Allegranti del Foglio, "in questo trionfo del populismo la vedo difficile, ma la sfida, pur complicata, è preziosa e il valore è tanto". Con la fine della Prima Repubblica, com'è noto, sono scomparsi i partiti tradizionali o "pesanti", per usare le parole di Fabrizio D'Esposito del Fatto Quotidiano: "Da allora è mancato un vero luogo fisico, dove contarsi, parlare, emozionarsi e selezionare la classe dirigente. La fine della Democrazia cristiana, poi, ha indotto una deriva clericale della vita politica italiana, il risultato è che lo spazio che fu della Dc ora è occupato da Salvini".
Solidarietà all'iniziativa di Rotondi è stata espressa anche da Mariastella Gelmini, presidente del gruppo forzista alla Camera, Ubaldo Livolsi (Semplice Italia, ex manager Fininvest, per il quale "per far ripartire l'economia italiana in una fase così critica servirebbero un governo e una classe politica con idee molto chiare, ma mancano. Occorre ripartire dalla meritocrazia e da proposte di medio periodo: la Fondazione Dc può essere un punto di partenza per questo") e Achille Colombo Clerici (presidente dell'Istituto Europa Asia: "Non ci sono più i referenti che sapevano tutti delle istanze popolari e dei loro bisogni: chi ha vissuto la diaspora dei politici cattolici come una diluizione dei valori cristiani nei vari ideali non può che vedere con favore il rafforzamento di una fondazione cui affidare la custodia e la declinazione dei valori cristiani nella società, nell'economia e nella politica"). 
La chiusura del rito è stata affidata a Rocco Buttiglione: "In questo momento in italia interessi e valori si sono scissi e per questo non fondiamo un partito: visto che i valori non muoiono, mettiamo in campo una fondazione per fondare la nuova classe dirigente. Quando abbiamo fondato il Cdu avevo alcune idee, che sono ancora attuali perché purtroppo non sono state attuate, anche per una nostra poca capacità di comunicazione: dobbiamo riuscire a formare persone ragionando a partire dai fatti, aderendo alla realtà e non alla sua rappresentazione". 
Si resta in attesa, dunque, del programma di iniziative della fondazione, che quasi sicuramente coinvolgerà in futuro (lo ha fatto capire Rotondi) figure da Berlusconi al presidente del Consiglio Giuseppe Conte: chi ostinatamente vuol essere e sentirsi democristiano, anche senza partito, avrà la possibilità di farlo.

martedì 9 luglio 2019

Il partito che serve all'Italia? Nasce domenica, contro il neoliberismo

Da quasi otto mesi in Italia sta nascendo un nuovo partito. Non un partito qualunque, ma Il Partito che serve all'Italia. Non è un giudizio di chi scrive, ma il nome temporaneo che il gruppo si è dato in vista dell'assemblea costituente che si terrà domenica 14 luglio 2019 a Roma, dalle ore 9 alle 20, presso l'Istituto Sant’Orsola di Via Livorno 50/a (zona Piazza Bologna): il nome definitivo, il relativo simbolo - che vada a sostituire quello evidentemente provvisorio riportato qui a fianco - e il programma definitivo saranno decisi in quella sede. 
Alcune idee, peraltro, sono già state abbozzate dall'inizio: introduzione in Italia di una moneta non a debito a circolazione nazionale, "non calare le braghe dinanzi ad alcuno" (che sia la Commissione europea, la Bce o altri "poteri apolidi, postdemocratici e neoaristocratici" che hanno impoverito e massacrato l'Italia e il resto d'Europa), riforma costituzionale per eliminare ogni riferimento all'equilibrio di bilancio (puntando piuttosto sul diritto al lavoro per tutti), abbattimento del carico fiscale per imprese e famiglie, eliminazione di ogni clausola segreta (scritta o orale) che limiti la sovranità e l’autonomia politico-diplomatica italiana in ambito internazionale (per essere di nuovo protagonisti nel dialogo tra Usa e potenze occidentali con Russia, Cina e Paesi emergenti).
Il progetto nasce come progetto collaterale del Movimento Roosevelt, "movimento politico, meta-partitico" ispirato da Gioele Magaldi, istituito - come si legge nel sito - da 500 soci fondatori a Perugia il 21 Marzo 2015. Alla base c'è la convinzione che lo stato sociale e la democrazia dei paesi occidentali siano messi in pericolo da "pulsioni neo oligarchiche impegnate nel ridurre i diritti umani, lo stato sociale e la democrazia" e da "una deriva politico-economica illiberale ed antidemocratica che rischia di amplificare la polarizzazione sociale, di far arretrare le condizioni di vita materiale delle persone e di arrestare il processo di avanzamento sociale ed economico mondiale". 
Il movimento ha come obiettivo "un mondo libero che sia però attento alle questioni sociali" e che ponga l'uomo al centro della vita politica. Ciò si dovrebbe ottenere contemperando la garanzia a ogni persona di pari diritti e opportunità e la possibilità per tutte loro di essere "libere di seguire i propri talenti, le proprie passioni ed anche il loro profitto", seguendo gli insegnamenti economici di John Keynes e William Beveridge o di politologi come John Rawls (oltre che l'esempio di politici quali Franklin Delano Roosevelt e John Fitzgerald Kennedy). 
Magaldi (romano, classe 1971), laureato in filosofia, esperto di tradizioni esoteriche e sapienziali occidentali, massone marcatamente progressista ed euroatlantico, nonché poeta, tra il 2010 e il 2011 era già divenuto leader del movimento politico d’opinione Democrazia Radical Popolare, fondato con l'intento "di contribuire a rifondare e rigenerare - si legge nel sito - l’identità politica dei partiti che si riconoscano in una prospettiva riformatrice, libertaria, liberal-socialista e socialista-liberale, 'laica' (soprattutto se si è cattolici e/o cristiani e/o comunque religiosamente orientati in senso forte), insomma in una prospettiva 'innovatrice' e autenticamente di 'Centro-Sinistra', oltre le mediocrità velleitarie e le ambiguità infeconde che hanno caratterizzato la recente (e anche meno recente) storia di questa famiglia politica". Negli anni seguenti, tuttavia, quel soggetto non dev'essere parso sufficiente, preparandosi la nascita di "un'originale entità associativa ispirata ai valori di democrazia sostanziale, promozione della giustizia sociale e dell’uguaglianza concreta delle opportunità per tutti e per ciascuno", rappresentata proprio dal Movimento Roosevelt, di cui lo stesso Magaldi è stato subito acclamato presidente. 
L'idea di costituire un contenitore politico in grado di tradurre in programma politico-elettorale quelle riflessioni ha iniziato a marciare il 22 ottobre 2018, con un post sul sito www.ilpartitocheserveallitalia.it, in base al quale "i tempi drammatici e titanici che l’Italia sta vivendo nel suo rapporto con gli altri Paesi europei e con la propria organizzazione socio-economica ed istituzionale, richiedono la realizzazione di un nuovo soggetto politico-partitico (distinto, separato e indipendente dalla prospettiva metapartitica del Movimento Roosevelt e da quella partitica o movimentista di altre entità già esistenti)", con l'invito a cittadine e cittadini a iscriversi all'assemblea costituente, con una prima riunione tenutasi a Roma il 22 dicembre, replicata poi il 10 febbraio.
Il pensiero di fondo è che da troppo tempo la classe politica (non solo italiana) si sia piegata a interessi economico-finanziari privati e opachi, finendo schiava dell'economia e non potendo decidere oltre i confini indicati dai titolari di quegli interessi, definiti come "gruppi economico-finanziari apolidi (non positivamente cosmopoliti) e sovranazionali": questi avrebbero imposto il neoliberismo come unico modello politico ed economico ed è proprio contro ciò che il Partito che serve all’Italia si propone di combattere, "radunando tutte le forze autenticamente democratiche della società civile e politica esistenti sul territorio italiano ed europeo", per sviluppare "politiche radicalmente democratiche e social-liberali". Questo passerebbe, a livello europeo, attraverso la trasformazione dell'euro "da moneta ostaggio di poteri privati e tecnocratici in valuta gestita da poteri pubblici e politici democraticamente legittimati". 
Come si diceva, il nome del nuovo soggetto politico sarà deciso - nello spirito di democrazia interna - dai componenti dell'assemblea costituente, ai quali toccherà anche definire lo statuto e il programma, oltre che la struttura dirigente del partito. Sarà possibile iscriversi a titolo personale, oppure come membri di associazioni o movimenti esistenti, "magari - si legge sempre nel sito - denominandosi come futura 'corrente' interna del nuovo partito", al punto che il nome di quelle realtà associative potrebbe essere usato come base per la futura etichetta dell'associazione.
Al di là di coloro che, pur aderendo ad altri soggetti associativi o politici, non vogliono marcare la loro appartenenza, esistono già alcune "correnti", a partire da quella legata al Partito democratico progressista (la cui costituente ha deciso di partecipare alla fondazione del Partito che serve all’Italia "con il nostro nome, il nostro programma e le nostre idee, convinti di poterne influenzare sia l'identità che la traiettoria"); ci sono poi alcuni aderenti di Riscossa Italia e altri di Unione di Scopo (più pronti a rinunciare al nome per nuovi segni di identificazione). Non manca, sempre leggendo il sito, una corrente "sportiva", "volta alla valorizzazione del ruolo sociale, culturale e politico in senso alto dello sport italiano", proposta da rappresentanti di vertice dell'Associazione italiana cultura sport (Aics).
Punto di arrivo e di partenza, dunque, sarà l'assemblea di domenica, la cui data non è stata scelta a caso: se il 14 Luglio è la data "rivoluzionaria per eccellenza" (e, per inciso, è anche il compleanno di Magaldi), l'idea è di far nascere in quello stesso giorno "una forza politica altrettanto rivoluzionaria". Tra le persone attese per l'evento, c'è anche Nino Galloni, economista keynesiano, cofondatore del Movimento Roosevelt e già proposto da Magaldi tra 2015 e 2016 come candidato sindaco per la città di Roma. Sarà la stessa assemblea costituente a dare notizia, in seguito, degli sviluppi di questo momento fondativo.

domenica 7 luglio 2019

Partito radicale, 41° congresso con nuovo statuto (e una questione simbolica)

Quante volte si può rinascere? Domanda delicata, con la risposta destinata a cambiare a seconda delle credenze. Di sicuro il Partito radicale è rinato almeno tre volte - a volerle contare per difetto - e oggi, in questo conteggio per difetto, si è compiuta la terza rinascita (dopo quella del 1967, che trasformò il partito nato nel 1955 in un soggetto politico federale, senza disciplina di partito o sanzioni e congressi annuali, e quella del 1988-1989, con cui si decise la rinuncia alla partecipazione elettorale diretta e l'evoluzione in un soggetto inedito, con azioni a livello internazionale e sovranazionale). Questa volta, a conclusione del 41° congresso ordinario (svoltosi a Roma dal 5 luglio a oggi, sullo slogan "Alzare tutte le bandiere, rilanciare tutte le lotte"), il partito esce con uno statuto e una struttura rinnovati, oltre che con un corpo di iscritti decisamente ampliato rispetto all'assemblea congressuale precedente: quella - straordinaria - del 2016, celebratasi sempre a Roma, nel carcere di Rebibbia.

Gli obiettivi e la relazione

Quell'appuntamento di tre anni fa, arrivato pochi mesi dopo la morte di Marco Pannella - quello che si è appena concluso è il primo congresso ordinario senza di lui - aveva posto al Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito obiettivi a dir poco ambiziosi: nel 2017 e nel 2018 avrebbe dovuto raggiungere la quota minima di 3mila iscritti, ritenuta la minima indispensabile per poter avere agibilità politica e soprattutto economico-finanziaria. Oggettivamente l'asticella era molto alta, come ha ricordato nella sua relazione di apertura il tesoriere e legale rappresentante uscente del Prntt Maurizio Turco: "Abbiamo chiuso il 2016, l’anno nel quale è scomparso Marco, con 1.104 iscritti, ma, giusto per capirci, l’ultima volta che abbiamo avuto oltre 2.500 iscritti italiani al Partito Radicale è stato tra il 2004 e il 2005, con risorse economiche ed umane assolutamente non paragonabili alle attuali".
Per arduo che fosse, l'obiettivo è stato raggiunto (3.211 nel 2017, 2.626 residenti in Italia e 585 all'estero; 3.208 nel 2018, 2.568 residenti in Italia e 740 all'estero), a dispetto di una sostanziale sparizione - salvo rare eccezioni - dell'attività del Partito radicale dall'informazione dei media. Attività che in ogni caso sono continuate e dovranno continuare, anche se alcune non hanno avuto l'effetto sperato, a partire dalle "otto proposte di legge contro il regime" (amnistia e indulto, revisione di misure di prevenzione, interdittive antimafia e procedure di scioglimento dei comuni per mafia, riforma di ergastolo ostativo e carcere duro, riforma della Rai, riforma delle leggi elettorali politica ed europea, abolizione degli incarichi extragiudiziari dei magistrati): "abbiamo l'obbligo di riprovarci perché - ha sottolineato Turco - sono tutte riforme urgenti, al punto che prima della politica è intervenuta la giurisdizione", in particolare la condanna dell'Italia da parte della Corte Edu sull'ergastolo ostativo (quello che non prevede permessi, benefici e liberazione condizionale) in quanto trattamento inumano e degradante.
La lunga relazione di Maurizio Turco ha evidenziato - dati alla mano - i fronti di lotta che il Partito radicale dovrebbe presidiare in futuro, a partire dalla lotta per la vita e lo sviluppo (evoluzione della lotta allo sterminio per fame intrapresa da Pannella nel 1979, coinvolgendo anche vari premi Nobel), da perseguire combattendo la speculazione finanziaria sui generi di prima necessità, la concentrazione delle imprese nel settore agro-alimentare e l'accaparramento della terra, facendo pressioni a livello nazionale e internazionale. "Credo che nella società attuale la povertà sia la più grave minaccia alla sicurezza intesa in senso lato - ha detto Turco - e non potranno certo essere i poveri a disinnescare questa spirale che oggi è senza via d’uscita": questo fa sì che la lotta in questione non sia qualificata come "lotta alla povertà" (vista come una sorta di stabilizzazione dei poveri nella loro condizione", ma lotta "per la vita e per lo sviluppo", in modo che le persone possano essere portate realmente fuori da quella condizione. 
Se questo fronte è soprattutto straniero, quello italiano per il Partito radicale non è meno impegnativo: l'Italia incarna infatti il caso "di una democrazia che non sboccia ma che sin dalla sua nascita è per alcuni aspetti prosecutrice del regime precedente e per altri negatrice, cioè in violazione dei principi fondamentali e fondanti della Costituzione". Nel corso degli anni i radicali hanno cercato di dare un contributo soprattutto con un programma riformatore espresso soprattutto attraverso i 110 referendum "tra bocciati dalla Corte costituzionale, che non hanno raggiunto il quorum e traditi dal Parlamento", come sottolineato da Turco. Tra i punti fondamentali del "caso Italia", oltre che quello rappresentato dall'informazione (su cui è intervenuto a lungo Marco Beltrandi), c'è sicuramente la giustizia. I problemi sono quelli noti, non risolti e anzi aggravati: l'eccessiva durata dei processi (da almeno quarant'anni, il che si traduce per Turco in una "patente violazione dello Stato di Diritto") e il sovraffollamento delle carceri.
Altre battaglie da continuare saranno quelle per il federalismo e gli Stati Uniti d'Europa ("unica risposta concreta contro protezionismi economici e nazionalismi politici") e contro il proibizionismo: per Turco "non c’è fenomeno sociale, riprovevole o meno, che possa essere governato più efficacemente con la repressione che con la legalizzazione", ma occorre guardarsi da "un antiproibizionismo di maniera, conformista, fine a se stesso, senza alcun obiettivo che non sia quello della propaganda per la propaganda".
Il congresso ha ospitato anche alcune relazioni tematiche - in particolare quella di Giuliomaria Terzi di Sant'Agata sulla situazione cinese; quella di Fabio Pistella (fisico nucleare, già direttore generale dell'Enea) su ambiente, ecologia e sostenibilità per il pianeta; quella dell'economista Mario Baldassarri sulle conseguenze economiche negative dell'assenza degli Stati Uniti d'Europa; di Carla Rossi, delegata radicale alla commissione internazionale sul controllo delle droghe; di Giuseppe Di Federico, professore emerito di ordinamento giudiziario; dell'ex viceministro dell'interno del Regno Unito Norman Baker nonché di vari esponenti delle camere penali (compreso il presidente nazionale Gian Domenico Caiazza).


Tensioni radicali

I risultati ottenuti sugli iscritti, per Turco, smentiscono le tesi di coloro che avevano sostenuto che l'apparentemente impossibile traguardo fosse stato fissato allo scopo, non dichiarato, di chiudere il partito. Il riferimento, nemmeno troppo velato, è ai dirigenti di Radicali italiani, il cui comportamento degli ultimi tre anni è stato oggetto di duri attacchi da parte dello stesso Turco, con riguardo a episodi già più volte analizzati in questo sito in passato: la presentazione di liste "radicali" alle amministrative di Roma e Milano nel 2016, poche settimane prima della morte di Pannella; la federazione tra Radicali italiani e Forza Europa, denominata +Europa e riuscita a partecipare alle elezioni politiche solo grazie all'esenzione dalla raccolta firme concessa da Centro democratico di Bruno Tabacci, pur fallendo l'obiettivo del 3%; la trasformazione di +Europa in partito con la partecipazione del gruppo dello stesso Tabacci (finita con l'elezione a segretario di Benedetto Della Vedova ai danni di Marco Cappato, "con i pullman e i ricorsi ai probiviri"); la partecipazione di +Europa alle europee di maggio - "con un'immagine radicale, ma l'identità delle liste è un'altra" - di nuovo senza superare la soglia di sbarramento. 
In base a questi episodi e comportamenti, il gruppo dirigente di Radicali italiani è stato accusato di aver voluto contendere "non il Partito Radicale, ma solo il brand", per presentarsi alle elezioni di ogni livello: "Un po’ misero come programma, quasi che la partecipazione elettorale costituisse di per se iniziativa politica, mentre il Partito ha sempre colto l’occasione delle elezioni per fare iniziativa politica".
Anche vari interventi congressuali si sono concentrati sul punto; tra gli intervenuti va segnalato Michele Capano, dirigente di Radicali italiani e iscritto al Prntt, che dopo un apprezzamento negativo su quella parte della relazione di Turco ("Se qualche compagno di strada fa una brutta fine, credo che si dovrebbe pensare a cosa non si è fatto perché andasse così, non 'gioire' perché non si è superato lo sbarramento, ammesso che questo sia fare una brutta fine. Credo invece che sia stato un errore dell'attuale gruppo dirigente del Partito radicale aver fatto mancare una presenza che avrebbe potuto evitare una certa evoluzione verso quella 'brutta fine'"; in seguito qualcuno - come Diego Sabatinelli - ha contestato questa ricostruzione dei fatti, ritenendo tra l'altro che fosse difficile darsi una mano su punti che non si condividevano, come "Europa, sì anche così"), ha detto di essere venuto al congresso perché "nell'ampio mondo per la battaglia per i diritti ci sono specifiche questioni su cui solo il Partito radicale è in grado di svolgere un ruolo" (al punto da presentare una motivazione sulla coercizione farmacologica dei pazienti psichiatrici). 
Non è mancata, l'ultimo giorno, la presenza di Benedetto Della Vedova, segretario di +Europa, venuto a portare un saluto: posto che +E non nasce "come esperienza tout court radicale, ma con i Radicali [italiani] che hanno voluto partecipare e con la presenza potente della radicale Emma Bonino, della sua storia e della sua capacità di interpretare l'ideale europeista", per Della Vedova la lista aveva comunque conquistato "un voto europeista, liberale, democratico e progressivo", che punta a valori "in buona parte anche radicali", anche se "non c'è alcuna pretesa di essere una forza radicale", tutt'al più "anche di radicali". A fine congresso è arrivata anche la risposta di Maurizio Turco, che ha ringraziato Della Vedova per il saluto ("da 13 anni non condividiamo più strategie e tattiche, ma ha portato il suo contributo come persona iscritta in questi due anni") e gli ha riconosciuto correttezza nei comportamenti, "l'unica cosa che ci ha diviso in questi anni, non quella di pensiero ma dei comportamenti, che in politica non si possono non valutare".


La vita di Radio Radicale

Il dibattito generale è stato molto ricco di interventi di figure conosciute tra gli iscritti come di discorsi di "radicali ignoti", che però hanno portato comunque le loro storie nell'auditorium dell'Antonianum di Roma, non ricevendo meno applausi dei loro compagni più noti (su tutti, l'intervento profondo e commovente di Andrea Consonni). 
Era inevitabile che durante il congresso molto spazio fosse dedicato alla battaglia per la vita di Radio Radicale (cui era stato dedicato il congresso italiano a febbraio), il cui destino non è ancora del tutto definito: non si è ancora concluso l'iter di conversione del "decreto Crescita" all'interno del quale è stata aggiunta una disposizione che assicura 3 milioni di euro nel 2019 per le radio che hanno svolto attività di interesse generale per "favorire la conversione in digitale e la conservazione degli archivi multimediali", in attesa di una gara per un nuovo affidamento del servizio di trasmissione delle sedute parlamentari (che però al momento resta un'intenzione).
Turco ha insistito molto sul punto: Radio Radicale è riuscita nel corso degli anni a porsi come "servizio pubblico puro", garantendo al cittadino il diritto di conoscere per deliberare attraverso il servizio di trasmissione dei lavori parlamentari e di molti altri eventi politici e culturali di interesse generale (per questo "è falso, perché tecnicamente errato, parlare di 'finanziamento' anziché 'corrispettivo'", anche se questo non permetterebbe più di parlare di lotta agli sprechi).
Gli interventi al congresso - ricchi tra l'altro di gratitudine per Massimo Bordin, voce storica della radio, scomparsa pochi mesi fa, dopo il congresso italiano del partito - si sono concentrati in gran parte sul destino della radio, nella convinzione che debba arrivare una gara vera, per mettere pienamente in sicurezza il servizio d'interesse generale svolto dall'emittente. Su questo sono intervenuti, tra gli altri, anche i parlamentari che avevano annunciato la loro presenza, come i dem Roberto Giachetti e Filippo Sensi (firmatari dell'emendamento che dovrebbe salvare transitoriamente la radio), che hanno messo in guardia pure dal rischio - assieme al senatore ex M5S Gregorio De Falco - che qualcuno voglia limitarsi a salvare l'archivio, scorporandolo dal resto del servizio, che a quel punto finirebbe per "spegnersi". Sul ruolo imprescindibile di Radio Radicale, come organo di informazione di interesse generale è intervenuto anche Antonio Nicita, commissario Agcom (autorità che in aprile aveva inviato una segnalazione al governo proprio a difesa dell'emittente); tra gli interventi anche quello di Giuseppe Basini, eletto con la Lega in quota Pli, di Enza Bruno Bossio (Pd) e degli ex parlamentari Vincenzo Vita (Pd) e Fabrizio Cicchitto.


La mozione generale

La mozione generale approvata - l'unica presentata - oltre ad approvare il contenuto della relazione di Maurizio Turco e ad accogliere le relazioni tematiche presentate nel corso del congresso e a salutare "le relazioni dei compagni cambogiani, venezuelani, tibetani, inglesi, catalani, kosovari e di San Marino che ci richiamano in particolar modo all'importanza e alla centralità della lotta lanciata da Marco Pannella per la riaffermazione dei principi dello stato di diritto democratico federalista e laico conto ogni ragione di Stato che cerca di sovrapporsi alla piena affermazione dei diritti fondamentali e universali di ogni singolo individuo" - insiste sul tema della dignità umana violata dai fattori che costringono 736 milioni di persone in condizioni di povertà estrema (mentre comunque il 46% della popolazione mondiale vive con meno di 5,5 dollari al giorno, anche in paesi "insospettabili", Italia compresa), individua la via degli Stati Uniti d'Europa "come unica alternativa all'attuale assetto istituzionale dell'Unione Europea intergovernativa" e ribadisce la necessità "che il diritto alla conoscenza entri a pieno titolo nel sistema dei diritti umani fondamentali", perché solo così le persone possono autodeterminarsi liberamente. 
Non manca ovviamente un riferimento alla battaglia per la vita di Radio Radicale (con un riferimento alle oltre 170mila persone che, accanto alle istituzioni e ai parlamentari, si sono mobilitate per evitarne la chiusura) e al più generale "caso Italia", che pone l'estrema necessità e urgenza di "ripristinare i principi e le regole dello Stato di diritto in settori cruciali per la vita democratica come quelli dell'informazione, dei sistemi elettorali, dell'amministrazione della giustizia, del carcere e della lotta alla criminalità". 
Per questo si rilancerà il manifesto appello dei premi Nobel contro lo sterminio per fame nel mondo redatto nel 1981; si interloquirà e agirà con soggetti istituzionali, politici, sociali e religiosi "in una lotta per lo sviluppo impedito dalle speculazioni finanziarie del mercato dei beni alimentari, dalla concentrazione dell'impresa nel settore agroalimentare e dall'accaparramento delle terre"; si rafforzerà la campagna per il riconoscimento del diritto umano e civile alla conoscenza da parte dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite come "condicio sine qua non per l'affermazione dello stato di diritto, democratico, federalista, laico", con azioni anche a livello del Parlamento europeo e dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa; si proseguirà la lotta per gli Stati Uniti d'Europa e per ripristinare valori e regole dello stato di diritto in Italia.


Nuovo statuto, nuove cariche

Tra gli adempimenti del congresso, si è votata e approvata quasi all'unanimità dei presenti la proposta di un nuovo statuto, che parte evidentemente da quello vigente, ma lo ha modificato in alcune parti significative. Il cambiamento più evidente riguarda la periodicità dei congressi: se prima era fissata una cadenza annuale, ora l'intervallo diventa di cinque anni, "il tempo minimo necessario per iniziare a incardinare una qualsiasi campagna che abbia come obiettivo quello di ricorrere alle istanze internazionali", ma anche qualcosa di piuttosto vicino a quello che è accaduto negli ultimi anni (il 39° congresso si è svolto nel 2011, il 40° nel 2016, il 41° ora), vista l'onerosità di organizzare un congresso di livello internazionale a scadenze ravvicinate.
Subisce poi una trasformazione rilevante il Consiglio generale, organo esecutivo, che prima era composto da 25 membri eletti dal congresso, altri 25 dall'assemblea dei legislatori (organo non più previsto, già incaricato di tradurre in proposte di legge i contenuti della mozione congressuale) e altri membri eletti dai congressi d'area o indicati da gruppi o associazioni aderenti al partito. Il nuovo Consiglio generale è composto da 50 membri eletti dal Congresso che durano in carica 5 anni, mentre gli altri 25 - che durano in carica un anno - sono indicati "dal Segretario di concerto con il Tesoriere, fra gli iscritti al Partito Radicale, che per provenienza geografica, incarichi istituzionali in essere o pregressi, specifiche competenze e/o interessi, possano fornire un importante e valido apporto teorico/operativo all'attuazione della mozione congressuale". Una disposizione transitoria, peraltro, ha previsto che per questa prima applicazione il congresso eleggesse 25 membri (in quest'occasione sono state presentate tre liste, guidate da Rita Bernardini, Maurizio Turco e Michele Capano, che hanno eletto rispettivamente 11, 9 e 5 componenti), mentre gli altri 25 saranno eletti dal Congresso italiano annuale.
Già, perché la stessa disposizione transitoria, "in considerazione dell’ancora importante contributo degli iscritti italiani", in particolare (come si legge negli "appunti" sulla proposta di statuto illustrati da Antonella Casu) per "l'importanza dell'insediamento italiano per la natura e la durata delle lotte del Partito Radicale e per la vita stessa del Partito", prevede un congresso annuale italiano che organizzi le lotte del Prntt sul territorio nazionale.
Sul piano organizzativo, poi, sparisce anche il Senato del Partito, cioè l'organo formato dalle cariche di vertice dei "soggetti costituenti" del Prntt, per il semplice motivo che - come è stato spiegato - non ha più senso di esistere, visto che quei soggetti (che in realtà erano stati costituiti dal partito) o hanno di fatto cessato la loro attività, o agiscono in piena sintonia, o hanno preso altre strade, anche in conflitto col partito stesso (non a caso c'è chi ha parlato di "soggetti destituenti"). Le stesse associazioni di radicali avranno meno peso, anche se - sempre per le disposizioni transitorie - "il Segretario del Partito Radicale, d’intesa con il Tesoriere, può proporre al Consiglio Generale la costituzione di Comitati tematici, anche a durata temporale definita, per il perseguimento di specifici obiettivi contenuti nella mozione congressuale o deliberati dal Consiglio Generale" e lo stesso segretario, previo accordo col tesoriere, potrà concludere "accordi, anche a tempo determinato, con associazioni, partiti, organizzazioni nazionali e internazionali che perseguono finalità politiche, culturali o altro, affini agli obiettivi del Partito Radicale".
Con il 41° congresso cessa poi la governance transitoria del Prntt. Se il 40° congresso di Rebibbia aveva affidato la guida del partito - sospendendo gran parte dello statuto - alla presidenza di quello stesso congresso, con il coordinamento di Rita Bernardini, Antonella Casu, Sergio D’Elia e Maurizio Turco per "assumere tutte le iniziative necessarie", il congresso ordinario appena concluso ha eletto i nuovi vertici del partito. In continuità con l'attività svolta finora, la segreteria del partito è stata affidata a Maurizio Turco, (prevalsa sull'unica altra candidatura registratasi, quella di Gianni Rubagotti); Irene Testa - da tempo attiva nel partito soprattutto sulle battaglie per la condizione carceraria e contro l'autocrinia e l'autodichia, vale a dire quei regimi speciali in base ai quali le Camere decidono autonomamente quali norme si applicano all'interno delle loro sedi e, assieme ad altri organi costituzionali di vertice, sono giudici delle cause intentate dai loro stessi dipendenti - è invece la nuova tesoriera, incarico che Turco aveva svolto dal 2005 fino ad ora. 
Lo stesso congresso ha eletto anche quattro componenti della presidenza d'onore - che prima della riforma statutaria era composta da una sola persona - in particolare Laura Arconti (inossidabile e lucidissima a 94 anni, Presidente del Tribunale delle Libertà "Marco Pannella"), Giuliomaria Terzi di Sant'Agata, Rainsy Sam (cofondatore e presidente del Partito della salvezza nazionale della Cambogia) e Ben Hassen (presidente dell'Istituto arabo per i diritti umani della Tunisia).


Questioni simboliche

Non è cambiata invece la scelta di non partecipare direttamente agli appuntamenti elettorali: "Il Partito Radicale - si legge all'articolo 1, comma 3 del nuovo statuto - per ribadire il proprio carattere transpartitico e transnazionale, non si presenta in quanto tale e con il proprio simbolo a competizioni elettorali. Il Segretario e il Tesoriere si impegnano a non candidarsi a qualsiasi competizione elettorale, pena la decadenza". Il nuovo testo aggiunge la precisazione che la non partecipazione al cimento elettorale è conseguenza dell'essenza transpartitica e transnazionale, come pure il divieto per i vertici del Prntt di partecipare personalmente alle elezioni sotto qualunque insegna (nemmeno in caso dei citati "accordi, anche a tempo determinato, con associazioni, partiti, organizzazioni nazionali e internazionali che perseguono finalità politiche, culturali o altro, affini agli obiettivi del Partito Radicale").
Si tratta di uno dei pochi riferimenti simbolici emersi durante il congresso: quasi nessuno, infatti, ha fatto cenno a questioni simboliche, a parte una mozione di Gianni Rubagotti (poi non presentata) che invitava a sostituire l'emblema di Paolo Budassi raffigurante Gandhi con un'immagine simile di Marco Pannella e un intervento di Ilary Valbonesi che faceva notare l'assenza di descrizione del simbolo nel nuovo statuto (descrizione che però non è mai stata presente nella storia del Prntt).
Un punto, tuttavia, merita probabilmente un po' di attenzione in più. Nel bilancio del partito relativo al 2018 - che si chiude con un patrimonio netto di 289.708 euro, un utile di esercizio di 757.079 euro e, escludendo le poste straordinarie, un avanzo di gestione di 47.884 euro - sotto la voce "Proventi straordinari", si trova un attivo di 735.023 euro, giustificato nella nota integrativa come "rilevazione del valore di realizzo per la cessione del simbolo 'la Rosa nel pugno'". In particolare, durante il suo intervento illustrativo del bilancio, Maurizio Turco ha spiegato così quel punto: 
C'è una cosa che abbiamo deciso fosse necessario fare proprio per rientrare dal debito, rimettere il partito nelle condizioni di ripartire, ma è una decisione che questo congresso può smentire e quindi riprendersi in carico un debito reale di 735mila euro: li abbiamo compensato con la cessione del simbolo della rosa nel pugno alla Lista Pannella. Intanto c'è da dire una cosa: il Partito radicale dall'89 non ha mai usato la rosa nel pugno: è un simbolo che stava lì e che utilizzava la Lista Pannella, quindi la cessione della rosa nel pugno per 735mila euro non è una partita di giro, perché quei sette centotrentacinque mila euro che la Lista Pannella si è accollata di debiti la Lista Pannella dovrà pagarli. Quindi questa è una decisione secondo me importante, sulla quale riflettere: il Congresso può dire 'no, preferiamo avere 735mila euro di debito', allora apprestiamo subito una mozione e chiudiamo il partito. Perché fare la simulazione, mentire ai compagni, che sia possibile ancora provare a costruire il partito con un debito di quel genere chiaramente, ancora una volta, vorrebbe dire prenderli in giro.
Al di là delle ragioni politiche, la faccenda appena illustrata, per chi ha una certa conoscenza della storia radicale, può apparire strana. Nella prima sessione del 39° congresso del Prntt a Chianciano, infatti, nella giornata di apertura (17 febbraio 2011) Maurizio Turco, nella sua relazione da tesoriere, segnalò la grave situazione finanziaria del partito e, dopo avere spiegato che negli ultimi anni si era fatto fronte alle spese e ai debiti grazie ai contributi della Lista Pannella (che, in quel modo, di fatto aveva impegnato la maggior parte delle proprie entrate, fino a quando le aveva avute), aggiunse: "Nel contempo [il Prntt] ha ceduto alla Lista Pannella i diritti relativi a simboli elettorali nella disponibilità del partito, essendo peraltro in base allo Statuto inutilizzabili dal partito in quanto tale". 
A una specifica domanda sul punto (cioè sul perché si fosse fatta quell'operazione ora se nel 2011 era già stata compiuta), Turco conferma che è stato fatto "uno scambio di beni, debiti contro emblema", ma precisa che l'operazione del 2011 "era stata contestata, mentre ora è stata rifatta". Il che probabilmente significa che - senza voler travisare il senso delle parole dell'interlocutore, dette mentre era in corso un dibattito - l'operazione è stata resa visibile ed evidenziata a bilancio, oltre che detta nella relazione, anche in ossequio alle norme che nel frattempo sono entrate in vigore in materia di bilanci dei partiti. Nessuno, in ogni caso, durante il congresso ha posto domande sulla questione e il bilancio è stato regolarmente approvato. E se la rosa nel pugno tornerà sulle schede, sarà per decisione della Lista Pannella (come sarebbe accaduto con la lista Stati Uniti d'Europa, naufragata non certo per volontà radicale).