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sabato 11 maggio 2019

Addio a De Michelis, prototipo della gaudenza tra i garofani (e non solo)

La giornata di oggi è inevitabilmente luttuosa per ogni #drogatodipolitica che si rispetti, a prescindere dal partito che vota o dalle idee che persegue. La scomparsa di Gianni De Michelis non può che corrispondere al tramonto definitivo della figura terrena che più di ogni altra ha incarnato la politica-spettacolo e la politica gaudente degli ultimi anni della Prima Repubblica: colpito da varie macerie della stessa (che lui in persona aveva contribuito a creare), ha cercato di ritrovare un proprio posto nella Seconda, pur con tutte le difficoltà del caso, quasi sempre vestendo le insegne di un garofano.
Per quanto la sua carriera politica sia stata lunghissima (essendo lui stato, come ricorda Wikipedia, componente della direzione nazionale del Psi fin dal 1969), il nome di De Michelis è legato a doppio filo tanto a quello del Partito socialista italiano, quanto a quello del segretario che lui stesso aveva contribuito a eleggere (assieme al suo primo riferimento, Riccardo Lombardi) e al quale sarebbe stato vicino per quasi vent'anni, Bettino Craxi. Non stupisce, dunque, che il primo simbolo che è giusto accompagnare al ricordo dell'ex ministro sia il garofano che Ettore Vitale aveva disegnato all'indomani del congresso di Torino del 1978 (che confermò linea e ruolo di Craxi), mettendo in grande evidenza il garofano ma senza sacrificare troppo gli emblemi storici (falce, martello, libro e sole).
Di certo, però, nessun simbolo è in grado di identificarsi pienamente con De Michelis come il garofano che un altro creativo, questa volta Filippo Panseca, disegnò come emblema del Psi, prima che diventasse tratto distintivo di tutta l'era craxiana e del suo mondo. L'emblema fu presentato da Panseca al congresso del 1987, quello del tempio ricostruito a Rimini: lo stesso in cui, come ricordano Filippo Ceccarelli (Invano, per ricordare l'episodio più recente, ma anche Lo stomaco della Repubblica va bene) e Stefania Aphel Barzini (Così mangiavamo), lo chef del "Caffè delle Rose" ebbe l'ardire di proporre l'insalatina Pietro Nenni: tagliolini fatti in casa alla crema di scampi adagiati su foglie di carciofo, arricchiti con tartufo, e guarniti con cetriolini affettati e - eccoli qua! - petali di garofano. Sempre al 1987 si riferisce il libro che il nostro De Michelis pubblicò l'anno dopo a suo nome, per i tipi di Mondadori, forse la testimonianza più ricordata di quei suoi anni: Dove andiamo a ballare questa sera, una "guida a 250 discoteche italiane" in stile poco ministeriale e molto "Milano da bere", anche se l'autore dichiarato era venezianissimo.
Essendo stato una delle presone più vicine a Craxi, è assai probabile che De Michelis lo abbia appoggiato in pieno quando, il 4 ottobre 1990, infatti, lo stesso segretario del Psi propose che, nella corona rossa del simbolo, si sostituisse il nome "Partito socialista" con "Unità socialista". E non tanto perché si pensasse seriamente di cambiare il nome al partito (la sigla, in fondo, era rimasta la stessa), ma perché si voleva che la casa socialista diventasse l'approdo di una parte importante della base di un Partito comunista italiano in travaglio e in trasformazione. Nel frattempo, l'anno prima, un nuovo congresso socialista si era celebrato all'Ansaldo di Milano, quello delle piramidi ipertecnologiche dell'inesauribile Panseca: Gianni De Michelis, ovviamente, era al tavolo della presidenza, con Bettino e gli altri che contavano.
L'unità socialista, com'è noto, non arrivò, mentre si abbatté (anche e soprattutto) sul Psi il ciclone Tangentopoli. Nel tentativo di salvare il partito e la parte più nobile della sua storia, a costo di liberarsi dell'ultima fase più ingombrante e problematica, alla fine del 1993 il nuovo segretario Ottaviano Del Turco scelse di rinunciare al garofano per sostituirlo con una rosa, proposta ancora da Ettore Vitale. Tecnicamente anche questo appartiene ai simboli di Gianni De Michelis, ma è difficile che lui - che pure in quella fase era vicesegretario del partito - abbia accettato di buon grado di abbandonare l'emblema che lo aveva rappresentato in tutto e per tutto sino a quel momento.
Quando quel simbolo finì sulla scheda, però, lui non era tra i candidati, essenzialmente per i processi cui era sottoposto in quel periodo. Ci sarebbe voluto qualche anno per veder ricomparire De Michelis - decisamente più magro e senza la chioma di un tempo - in un altro Partito socialista, che nel 1996 Ugo Intini, Margherita Boniver, Fabrizio Cicchitto e altri avevano contribuito a fondare. Non potendo usare il vecchio garofano, in mano al liquidatore del Psi, avevano scelto di piazzarne un mazzo (con profilo "pansechiano") al centro della doppia corona rossa, molto socialista e molto craxiana (anche se poi il Viminale, per evitare rischi di confusione con il partito che fu, ordino di invertire i colori, cambiare il nome e allargare i fiori).
Quel partito, tuttavia, non era ancora propriamente quello di De Michelis, che nel 1997 fu scelto come nuovo segretario al posto di Ugo Intini (che lamentò l'illegittimità di quella manovra) per imprimere al partito una linea meno interessata a una riunificazione socialista e più autonoma dai poli, pur se con una certa attenzione al centrodestra (cui chiedere "asilo politico"). Sotto la segreteria di De Michelis, il Ps rinfrescò leggermente la sua immagine, ma mantenne il mazzo di garofani assieme al sole nascente e al libro, "ereditati" dal Partito socialista riformista di Cicchitto (che però nel 1999 se ne sarebbe andato in Forza Italia assieme alla craxianissima Margherita Boniver).
Tra il 2000 e il 2001, peraltro, si realizzò l'incontro di ciò che restava del Ps (dopo le varie defezioni) e la Lega socialista di Bobo Craxi. Fu quella l'occasione per un partito socialista ancora più craxiano di quanto non fosse stato in precedenza: il 19 gennaio 2001, a un anno esatto dalla morte di Bettino Craxi, a Milano nacque il Partito socialista - Nuovo Psi, che riprendeva la doppia corona ma trasformava la fascia interna dal rosso (dei primi tentativi, presto accantonati) al verde e, per la parte grafica, andava a recuperare il garofano disegnato da Ettore Vitale per il congresso Psi del 1978. Da quell'evento fondativo, De Michelis uscì nuovamente segretario e collocò il partito nel centrodestra.
Le elezioni non andarono benissimo (meno dell'1%, niente rimborsi elettorali e quattro seggi ottenuti nei collegi uninominali, ma non per De Michelis) e, tempo qualche mese, De Michelis litigò una prima volta con Bobo Craxi, finendo in tribunale, anche se poi la crisi rientrò. Le cose andarono un po' meglio nel 2004, quando in vista delle europee al gruppo si aggregò il Movimento di unità socialista di Claudio Signorile e insieme si decise di correre alle elezioni con la lista Socialisti uniti per l'Europa. Il simbolo, nome a parte, era lo stesso del 2001 e non c'erano altri garofani sulla scheda: ciò bastò a sfiorare il 2% e a mandare a Strasburgo due eletti, De Michelis compreso.
Durò pochino il vento in poppa, perché il 21 ottobre 2005 esplose un nuovo scontro dell'ex ministro veneziano con Craxi figlio nell'ambito dell'ennesimo congresso del Nuovo Psi, chiuso con due segretari (Bobo Craxi e l'uscente De Michelis, che ritieneva l'assise non valida) e un nuovo ricorso alla carta bollata. I giudici prima diedero ragione a Craxi, poi rimisero De Michelis sulla poltrona da segretario; nel frattempo però, per evitare grane di qualunque tipo, nel contrassegno condiviso con la Democrazia cristiana per le autonomie di Gianfranco Rotondi (utilizzato alle politiche del 2006) finì un garofano realistico, dal profilo simile all'ultimo utilizzato, che se non altro portò un paio di neosocialisti (compreso Mauro Del Bue) a Montecitorio, mentre De Michelis - pur eletto - rimase a Strasburgo (per non far subentrare Luciano Racco, nel frattempo passato con Bobo Craxi).
Nel 2007, tuttavia, la rielezione di De Michelis alla guida del Nuovo Psi fu contestata da Stefano Caldoro (che fino a quel momento lo aveva sostenuto), per l'interesse mostrato per la Costituente socialista che guardava inevitabilmente al centrosinistra. La lite, quella volta, rimase fuori dai tribunali e si concluse con una transazione: se il Nuovo Psi - con il garofano elaborato per le politiche del 2006 - rimase in mano a Caldoro, De Michelis e Del Bue costruirono un fugace Partito socialista che riprese il secondo garofano di Vitale (quello in uso dal 1978 al 1987), giusto il tempo di aderire alla citata Costituente, dalla quale sarebbe nato un altro Partito socialista - non ancora italiano - stavolta guidato da Enrico Boselli
In questo partito, dunque, Gianni De Michelis proseguì la sua attività politica, ma la collocazione nel centrosinistra non dovette sembrargli la più coerente possibile con la sua storia. Bastò, infatti, che la direzione nazionale del Ps decidesse di aderire al cartello elettorale per le europee 2009 Sinistra e libertà (assieme ai Verdi, che diedero l'esenzione per la corsa senza firme, e a gruppi fuoriusciti da Rifondazione comunista, compreso quello di Nichi Vendola) per far capire a De Michelis che era ora di andarsene via: nello stesso Nel settembre 2009 divenne consulente di Renato Brunetta, ministro per la Pubblica Amministrazione nel governo Berlusconi.
La politica attiva fu da quel momento una presenza molto più sfumata per l'ex ministro, che pure non restò insensibile al cognome del suo leader indiscusso: il 26 novembre 2011, infatti, De Michelis fu tra gli aderenti - assieme ad Alessandro Battilocchio, eletto con lui all'Europarlamento nel 2004 - ai Riformisti italiani, progetto politico promosso da Stefania Craxi, fino a quel momento solidamente in Forza Italia e poi nel Popolo della libertà. Questa, salvo errore, è l'ultima appartenenza politica certa conosciuta di De Michelis: niente garofani, nemmeno una rosa, ma la loro assenza fa risaltare la loro presenza massiccia degli anni precedenti. E ora che Gianni De Michelis, archetipo e nume ispiratore dei Socialisti gaudenti, ha concluso la sua vita terrena, può certamente prendersi il suo posto nel Pantheon dei #drogatidipolitica di ogni colore, certo di esserselo conquistato per meriti.

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