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lunedì 19 aprile 2021

La Superlega? In politica era nata già nel 1990 (con Piacenti)

Da una manciata di ore il calcio europeo - almeno una sua parte - è in subbuglio: la decisione di dodici squadre (incluse, per l'Italia, Juventus, Inter e Milan) di dare vita a una European Super League cui dovrebbero partecipare venti club, un campionato privato d'élite da giocare in turni infrasettimanali, ha scatenato le ire di Uefa e federazioni e leghe nazionali. Del disegno si parla da mesi, ma solo ieri è arrivato il comunicato ufficiale. Perché parlarne qui? Da una parte si potrebbe dire che persino ai #drogatidipolitica può interessare il calcio (anzi, l'archetipo della categoria, a quanto consta a chi scrive, pensa "
solo alla politica, ai film ed al grande calcio. E basta"). Naturalmente, però, c'è dell'altro. Perché se nel pallone se ne parla da vari mesi e in modo spasmodico da poche ore, la politica italiana era arrivata decisamente in anticipo: qualcuno, infatti, la Superlega l'ha fatta nascere addirittura nel 1990.
Questo "qualcuno", ai #drogatidipolitica, è persona nota: rispondeva infatti al nome di Romeo Piacenti, cioè esattamente la stessa persona - nata a Gaggio Montano, in provincia di Bologna, il 30 settembre 1923 - che dal 1976 in avanti aveva presentato alle elezioni un suo Partito democratico, per anni contrassegnato dal profilo severo di Dante Alighieri, poi da un quadrifoglio e poi ancora da un asinello (prima che un disegno più "disneyano" dell'animale fosse adottato dai Democratici di Romano Prodi). Nella sua vita, Piacenti ha probabilmente creato qualunque tipo di associazione - politica e non - che si possa immaginare, generalmente avendo le stesse persone o quasi come compagne di avventura. La storia della Superlega, tuttavia, merita di essere ripercorsa almeno in breve.
Volendo trovare una data di nascita precisa, occorre affidarsi all'atto costitutivo, datato 6 maggio 1990; il luogo di nascita è Bologna, per l'esattezza in via Lino Gucci, al numero 12, in una zona di vari condomini (allora a quell'indirizzo - 
forse si trattava della casa dello stesso Piacenti - c'era la sede del Partito democratico, che in quel periodo si distingueva appunto con un grande quadrifoglio, di solito bianco su fondo nero ma si sono conosciute diverse varianti). 
Quel documento fondativo è mitico fin dalle prime righe: nella sede risultano infatti riuniti "i signori" Partito democratico, in persona del presidente nazionale Piacenti, lo stesso Piacenti, nonché Romano Fabbri e Americo Zingaretti (tutti e tre "a titolo personale"). 
Ci sono poi il
Movimento europeo automobilisti (rappresentato dal presidente Piacenti, lo stesso che alle regionali di quell'anno si sarebbe presentato con un proprio simbolo in qualche regione e che nel 1989 aveva provato addirittura a usare - senza che gli fosse permesso - il cavallino rampante di Baracca e della Ferrari), ma anche Democrazia verde (rappresentata dal "segretario generale Cav. Americo Zingaretti) e il Partito dei pensionati: naturalmente non si trattava della formazione di Carlo Fatuzzo, ma del soggetto quasi omonimo, il cui segretario generale era Romano Fabbri. Chi faceva da tre, dunque, faceva per sette; in quell'occasione, infatti, uno valeva almeno due, se non tre.
Proprio loro decisero di fondare "un Movimento politico nuovo", denominato appunto Superlega, o anche Superlega nazionale, Superlega italiana, Superlega europea o ancora Grande Lega: la sede nazionale era stata collocata a Roma, mentre la direzione nazionale era "provvisoriamente" a Bologna. L'idea di fondo era di "creare una forza nazionale autonoma, alleata del Partito democratico, in grado di sostituire la Lega Lombarda, la Liga Veneta e tutti gli altri Gruppi, Movimenti e Leghe che si richiamano a un loro prescelto periodo storico, come scusa per combattere l'unità nazionale italiana; onde arrivare all'Unione europea in frantumazione statale; con la conseguenza di perdita di prestigio e di benefici e di futuro sviluppo al passo con le maggiori Nazioni. Anziché combattere gli errori e le incapacità dei Partiti tradizionali come punti fondamentali, approfittano dei medesimi per attaccare e distruggere l'unità nazionale, proponendo nuovi errori".
Ma cosa si proponeva davvero, dunque, la Superlega? Lo statuto, allegato all'atto costitutivo, individuava come primo scopo da perseguire la "istituzione di tre Dipartimenti: Nord, Centro e Sud (o Meridione), con poteri amministrativi vari e di coordinamento e indirizzo, sulle Regioni, Provincie e Comuni appartenenti al proprio territorio di competenza"; altri scopi erano la "salvaguardia e difesa dell'unità politica nazionale, nell'ambito di una maggiore e più ampia autonomia dipartimentale", nonché la "difesa del vero concetto di Federalismo, tipo Stati Uniti d'America, Confederazione elvetica, Germania, Francia [sic!] ecc., ove l'autonomia è fondata sulla valorizzazione dell'unità nazionale". Nel disegno rientravano pure il "potenziamento della battaglia per la conquista degli Stati Uniti d'Europa, cui pervenire con una Nazione italiana Libera, Democratica, Unita e Forte" grazie alla sua nuova organizzazione dipartimentale, nonché la "valorizzazione di tutti i Popoli costituenti le singole Regioni o Provincie di ciascun Dipartimento; affinché ciascuno sia amministrativamente sovrano in casa propria". Non mancavano nemmeno la "difesa dipartimentale contro ogni tipo di malavita interna od originata da altro o altri Dipartimenti", la ripartizione dei posti di lavoro pubblici e privati "agli originari e ai regolarmente residenti da periodo da definirsi", con successive aperture a chi proviene dal dipartimento più vicino e poi a quello più lontano solo in caso di piena occupazione di originali e "regolarmente residenti" (mentre i lavoratori stranieri erano ammessi "in caso di occorrenza e soltanto a seguito di contratto di lavoro a tempo determinato e completo di adeguato alloggio", con preferenza per chi aveva origine italiana).
Lo statuto conteneva altre disposizioni programmatiche (in effetti erano la maggioranza) e ben poche norme organizzative, rinviate a un successivo Regolamento interno (ma il presidente Piacenti, da statuto, era "delegato a integrare, ampliare o modificare il presente Statuto, a suo insindacabile giudizio"). Il documento non conteneva nemmeno la descrizione del simbolo, che però era presente in alto a sinistra, sul primo foglio dei documenti fondativi. La raffigurazione era in bianco e nero, ma era facile leggere i colori: era presente, infatti, il profilo dell'Italia, divisa in tre parti, tinte verosimilmente con i colori della bandiera e con l'indicazione di "Nord", "Centro" e "Sud" sovrapposta al rispettivo Dipartimento. Come nella migliore tradizione piacentiana, peraltro, il simbolo ha conosciuto presto le sue varianti: il 24 giugno del 1990, sulla prima pagina dell'atto costitutivo "integrativo" (formato dagli stessi soggetti collettivi e individuali visti prima), apparve lo stesso profilo tripartito dell'Italia, ma assai ridotto e con le scritte a fianco, sormontato dal nome scelto, cioè Superlega, che nel giro di qualche settimana avrebbe mutato anche il carattere.
Nel 1992, alle elezioni politiche, Piacenti e Fabbri si candidarono nel loro 
Movimento europeo automobilisti, ma se si cerca tra i simboli ricusati di quell'anno se ne trova anche uno denominato "Super-Lega". Il dubbio che possa non trattarsi di quella di Piacenti viene, se non altro perché la grafica è del tutto diversa da quella incontrata fino a quel momento: la parola "Lega" - nell'anno di esplosione del Carroccio e soprattutto di esplosione dei simboli contenenti la parola "Lega", sia quelli presentati dai leghisti per occupare il nome (tutti bocciati), sia quelli presentati da altri soggetti per tentare di sfruttare il vento in poppa del leghismo - era evidente, su uno sfondo giallo campito a pastello, alla bell'e meglio.
Si trattava però certamente dell'emblema piacentiano, poiché lo stesso Piacenti provvide a presentare opposizione (scritta rigorosamente a mano, su un foglio a righe) contro la richiesta di sostituire il contrassegno formulata dal Viminale: gli era stato contestato, infatti, l'aver presentato l'emblema della Superlega dopo quello del suo Partito democratico. Piacenti aveva protestato, rimarcando che il suo simbolo non era confondibile né offensivo o lesivo di diritti, era anzi l'unico da due anni a usare il nome "Superlega" e non era nemmeno stato costituito a fini elettorali, mentre quell'esclusione avrebbe violato la libertà di associazione politica. L'Ufficio elettorale centrale nazionale, tuttavia, confermò l'esclusione, notando che questa non dipendeva da una supposta confondibilità (magari con le varie Leghe), ma dal fatto che "non è consentito che una stessa persona fisica assuma la rappresentanza di più partiti o gruppi politici": per i giudici la legge voleva "evitare che una stessa persona fisica assuma la rappresentanza di più partiti o gruppi politici, per l'elementare considerazione che ciascun partito o gruppo politico si pone rispetto agli altri, di fronte al corpo elettorale, come entità non solo autonoma, ma anche e soprattutto come entità concorrente, contrapposta o quanto meno alternativa".
Per evitare simili problemi, solo con la nuova legge elettorale (del 1993) si sarebbe precisato, sia pure in una fonte separata - d.P.R. 5 gennaio 1994, n. 14, "Regolamento di attuazione della legge 4 agosto 1993, n. 277, per l’elezione della Camera dei deputati", all'art. 1 - che "Non è ammesso il deposito presso il Ministero dell'Interno di più di un contrassegno da parte della medesima persona" e che "Non può essere conferito mandato da una medesima persona a depositare più di un contrassegno". Quanto a Piacenti, da quel momento in poi avrebbe lasciato perdere la sua Superlega per dedicarsi di più al suo Partito democratico; bisogna però riconoscere che l'idea dei tre Dipartimenti (Nord, Centro, Sud) elaborata dal bolognese Piacenti nel 1987 e messa per iscritto nel 1990 era arrivata prima dei proclami leghisti e, tra l'altro, prima del noto "Decalogo di Assago" del 1993, redatto da Gianfranco Miglio, nel quale si teorizzava la cosiddetta "Unione italiana", configurata come "libera associazione" delle repubbliche federali del Nord (Padania), del Centro ("Etruria") e del Sud. Tutto anticipato dalla Superlega, l'unica che interessi davvero ai #drogatidipolitica. Altro che il pallone...

giovedì 25 marzo 2021

Quando Dante divenne il simbolo del Partito democratico (di Piacenti)

Come da copione, il "Dantedì" è riuscito ancora una volta ad attirare l'attenzione - almeno per qualche manciata di ore - sulla figura di Dante Alighieri, tanto più nell'anno in cui si ricordano i sette secoli trascorsi dalla morte del poeta. Eppure, al di là delle rime, delle strofe, di fieri pasti, virtute-e-canoscenza e riveder-le-stelle, a qualche appartenente alla categoria del #drogatidipolitica è riaffiorata inesorabile una domanda. E non riguarda tanto la carriera politica di "Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante" (come forse oggi lo si dovrebbe indicare sui manifesti e sui documenti delle candidature), quanto una sua apparizione poco nota nella politica italiana del Novecento: ma quella volta in cui Dante si è fatto votare in Emilia-Romagna?. Già, perché per almeno due volte, alle elezioni politiche, gli elettori emiliano-romagnoli sulle schede trovarono il profilo del "Sommo Poeta", con tanto di cappuccio e serto d'alloro.
Quel simbolo fece la sua prima comparsa ufficiale nel 1976, alle elezioni politiche: nella sola circoscrizione Emilia-Romagna al Senato, unicamente nella circoscrizione Bologna-Ferrara-Ravenna-Forlì alla Camera. Si trattava, probabilmente, degli unici territori in cui l'ideatore di quel progetto politico, Romeo Piacenti - nato a Gaggio Montano, in provincia di Bologna, il 30 settembre 1923 - era riuscito a raccogliere le firme necessarie per partecipare alla consultazione elettorale. Alla Camera arrivarono 2797 voti (lo 0,12% nella circoscrizione, lo 0,01% a livello nazionale), mentre al Senato di schede votate per Dante se ne raccolsero 3074 (grazie alla presenza in tutta la regione, così da colmare anche gli eventuali voti dei minori di 25 anni venuti meno: a livello regionale e nazionale le percentuali erano esattamente le stesse, 0,12% e 0,01%). Le persone candidate erano sempre le stesse: Piacenti, Romano Fabbri (nato a Porretta Terme il 28 ottobre 1937), Maria Bastoni, Giuseppe Dolfin, Alfredo Genazzano, Bianca Pasqualini Mariotti e Giuliano Lapillo era la squadra su cui Dante poteva contare per la sua prima avventura elettorale.
Non è dato sapere per quale motivo Piacenti avesse scelto il profilo di Dante (forse per la sua capacità di rappresentare l'Italia e per la tendenza a considerarlo un "moderato", per aver parteggiato per i guelfi bianchi), anche se nel 1983, quando il simbolo venne depositato al Viminale in occasione delle elezioni politiche, la redazione romana della Stampa scrisse che "il simbolo, non si capisce bene, forse è Dante o forse è Petrarca" (tradizionalmente incoronato d'alloro sopra il cappuccio proprio come Alighieri); già, perché nei corridoi del Ministero dell'interno il simbolo "dantesco" sarebbe apparso per lungo tempo. Anzi, a dire il vero per la prima volta era comparso nel 1972, esattamente identico a quello che sarebbe finito sulle schede quattro anni dopo. Profilo di Dante piuttosto severo, il nome molto piccolo al di sotto e, di fianco, le iniziali P e D puntate e rese in modo decisamente geometrico.
Nel 1979 Piacenti ritentò con il suo progetto elettorale, sperando di avere qualche chance in più per spiegarlo e farlo conoscere: per l'occasione fece qualche ritocco al simbolo, lasciando quasi intatto il profilo di Dante (ma schiarendo in modo piuttosto artigianale il collo della tunica), rendendo più visibile il nome della lista (spostandolo in alto e disponendolo ad arco) e portando le lettere della sigla sotto al volto di Dante (stavolta rimpicciolendole e rendendole più regolari, meno "artigianali"). Mise in campo lo stesso sforzo umano del 1976, raccogliendo le firme nelle medesime circoscrizioni e addirittura candidando le stesse persone, senza nessun cambiamento. Nella stessa circoscrizione della Camera in cui si era presentato tre anni prima arrivarono 3108 voti, pari allo 0,19%: un po' meglio del 1976, ma insufficienti per schiodarsi dalla posizione di lista meno votata (e dallo 0,01% a livello nazionale). Anche al Senato i voti aumentarono, diventando 3748, pari allo 0,15%, ma i simboli del Partito democratico rimasero i meno votati nella circoscrizione emiliano-romagnola. 
Nel frattempo si era cominciato a votare anche per il consiglio regionale: se nel 1970 e nel 1975 Piacenti non aveva partecipato, nel 1980 era ben deciso a farlo. Anche in quell'anno, ovviamente, c'era il problema delle firme, ma era anche spuntata una soluzione: da tempo, infatti, Roberto Gremmo e Roberto Bernardelli erano riusciti a stabilire buoni rapporti con l'associazione Lista per Trieste (nota come "lista del Melone") guidata da Manlio Cecovini e questa, dopo l'elezione alla camera di Aurelia Gruber Benco nel 1979, era in grado di presentare liste senza raccogliere firme e di estendere il beneficio alle formazioni che avessero presentato candidature insieme a questa. In quel 1980, dunque, i triestini si dichiararono disposti a esentare dalle sottoscrizioni liste autonomiste (come quelle di Gremmo) e pure altri progetti di respiro soprattutto locale. Quello di Piacenti era proprio tra questi: in quelle condizioni, avrebbe provato a presentarsi in tutta l'Emilia-Romagna e anche un po' più in là: persino alle elezioni in Toscana, nella sola circoscrizione di Pistoia, il simbolo finì sulle schede. Si trattava di una versione ancora diversa rispetto all'anno precedente: gli elettori videro una "bicicletta", con la "ruota destra" triestina e quella sinistra con il volto di Dante, circondato dalle espressioni "Democrazia diretta", "Autonomia" ed "Ecologia". Niente "Partito democratico" stavolta, chissà perché; in tutta la regione arrivarono 2396 voti, pari allo 0,08%; a Pistoia, per il suo sbarco, il simbolo ottenne 221 voti (0,12% a livello circoscrizionale, il solito 0,01% a livello regionale).
Il rapporto stretto con il "melone" non terminò con quell'esperienza: nel 1983 Piacenti si ritrovò candidato direttamente per la Lista per Trieste con Fabbri e altri, sotto un simbolo che non corrispondeva proprio all'orizzonte spaziale del fondatore di quel Partito democratico. Erano stati depositati comunque il simbolo del 1979 e quello con il nome più complesso intravisto alle regionali, ma probabilmente allora Piacenti preferì non impegnarsi nella raccolta firme. Quella volta, in compenso, nella solita circoscrizione Bologna-Ferrara-Ravenna-Forlì alla Camera la Lista per Trieste ottenne solo 1200 voti, meno della metà di quanto ottenuto nel 1979 (al Senato i voti furono ancora meno e non andò meglio nella circoscrizione delle Marche), segno che la lista era assai meno riconoscibile da quelle parti rispetto al volto di Dante.
Alle elezioni europee del 1984 Piacenti depositò comunque l'emblema del 1979, pur senza impegnarsi a farlo finire sulle schede. Fu però l'ultima volta, perché dal 1987 il Partito democratico made in Bononia conobbe una prima rivoluzione grafica: l'immagine di Dante Alighieri fu sostituita con un enorme quadrifoglio e, all'occorrenza, alla denominazione ufficiale fu affiancato un riferimento ai "pensionati" (con la minuscola perché non si trattava ancora del futuro Partito pensionati). In ogni caso, Piacenti venne candidato proprio nelle liste della Liga Veneta - Pensionati uniti, stavolta nella circoscrizione Parma-Modena-Piacenza-Reggio Emilia, prendendo 40 voti.
A dire il vero, la svolta era già stata anticipata nel 1985, quando alle regionali Piacenti aveva presentato varie liste del Partito democratico in diverse regioni, stavolta utilizzando l'esenzione dell'Union Valdôtaine - non si sa come, vista la scarsa propensione del partito, dopo la morte di Bruno Salvadori, a collaborare con altri progetti politici - per presentare una sorta di cartello elettorale autoprodotto. Il quadrifoglio era lo stesso che si sarebbe visto in seguito e, oltre a contenere la "pulce" dell'Uv, c'era anche la sigla del "P.D." ultima maniera; le altre due "foglie" erano occupate da due misteriosi simboli della galassia "piacentiana". Né il nome ufficiale delle liste aiuta a capire meglio: Union Valdôtaine-Partito Democratico-Upap-Ecologia (Upap potrebbe essere la sigla di Unione pensionati - Alleanza pensionati, ma non c'è da esserne certi). In Emilia-Romagna, peraltro, peggio del Partito democratico (4815 voti, 0,16%) fece il Partito nazionale pensionati, con meno della metà dei consensi. 
Piacenti sarebbe ritornato alla sua precedente circoscrizione (più romagnola che emiliana) nel 1992, candidato questa volta - e di nuovo con Fabbri - nella sua lista Movimento europeo automobilisti, dal simbolo decisamente artigianale (così com'era artigianale la variante presentata per il solo Senato, ma non utilizzata, che al posto dell'automobile inseriva addirittura il cavallino rampante passato da Francesco Baracca alla Ferrari); nella circoscrizione arrivarono 2107 voti (0,12%). Nelle bacheche del Viminale finì comunque anche il simbolo del Partito democratico - Pensionati con il quadrifoglio, benché non sia stato usato nemmeno in quell'occasione (avendo corso dunque solo alle regionali del 1985). Nel frattempo, Piacenti aveva lavorato a un progetto di Superlega, a una divisione dell'Italia in tre dipartimenti (già teorizzata nel 1987 e arrivata ben prima del pensiero di Gianfranco Miglio) e a una marea di altre aggregazioni politiche e sociali, che meriterebbero più spazio altrove.
Tempo due anni e Romeo Piacenti cambiò di nuovo orizzonte grafico alla sua creatura: nel 1994 convertì anche il Partito democratico al colore, rimpicciolendo di molto il quadrifoglio (ora verde su fondo giallo) e aggiungendo l'immagine di un asinello scalciante nella parte inferiore del simbolo, guardando ovviamente alla politica statunitense. Con quell'emblema Piacenti si candidò alle elezioni politiche (indimenticabile una sua partecipazione all'appello al voto di Tribuna elettorale sulla Rai - ancora rintracciabile su Radio Radicale - in cui comunicava di "aver impartito ai vicepresidenti nazionali del mio partito, residenti negli Stati Uniti d'America, di attivare quanto necessario per informare personalmente il presidente degli Stati Uniti d'America Bill Clinton e il presidente delle Nazioni Unite sulle discriminazioni elettorali attuata contro il Partito democratico") e, nella circoscrizione Emilia-Romagna alla Camera, ottenne 7675 voti (0,25%), ma al Senato i voti lievitarono a 37533 (1,41%).
Quella, a quanto consta, fu l'ultima partecipazione elettorale diretta di Piacenti, che però non smise di frequentare il Viminale anche solo per il deposito dei simboli. Tanto per dire, la prese male - anzi, malissimo - quando nel 1999 alle europee Romano Prodi e Arturo Parisi misero in piedi il progetto dei Democratici, utilizzando proprio l'asinello (sia pure nel disegno differente di Francesco Cardinali): per l'occasione depositò di nuovo il simbolo, ma rimpicciolendo il quadrifoglio e ingrandendo l'asinello, giusto per mettere in chiaro che lui era arrivato prima (anche se non avrebbe poi presentato alcuna lista, visto che la raccolta delle firme per le elezioni europee era già allora proibitiva; meglio, le avrebbe presentate senza firme, vedendosele bocciare); tentò anche di opporsi all'ammissione del contrassegno prodiano, ma senza successo.
Il simbolo (ormai senza più quadrifoglio) sarebbe comparso nelle bacheche del Viminale ancora nel 2001 e nel 2004, poi non se n'è più avuto notizia; da allora non si sa più nulla dello stesso Piacenti, deceduto ma non è dato sapere quando. A vedere la storia elettorale del suo Partito democratico viene in mente, almeno in parte, quella vecchia battuta di Roberto Benigni, ripetuta da lui anche una manciata di ore fa al Quirinale: "Dante ha fatto il politico per tanto tempo, è stato prima nei guelfi, poi quando i guelfi son diventati bianchi e neri è diventato guelfo bianco, ha cambiato opinione. Poi lo hanno esiliato, ingiustamente condannato, ed è diventato ghibellino [...]. Alla fine non ne poteva più, non si fidava più di nessuno e ha detto 'basta con la politica, faccio parte per me stesso' e ha fatto un partito in cui c'era solo lui, 'Per Dante', Pd. Non vinse mai". Un regalo, in compenso, lo ha fatto a tutti i #drogatidipolitica (che sarebbero felici di possedere l'intera collezione dei suoi simboli, da quelli effimeri a quelli duraturi): fu proprio Piacenti, nel 1994 - esattamente il 25 aprile - mentre era in fila al Viminale, a trasformare Mirella Cece nella presidente del Sacro romano impero cattolico. Ma questa, ovviamente, è un'altra storia.