mercoledì 5 dicembre 2018

"Invano", guida sociodiacronica a politici e simboli, firmata Ceccarelli


A volte un libro non è solo un insieme di pagine, una sede di racconti, ricordi, tesi e concetti. In qualche caso è soprattutto un regalo ai lettori, presenti, futuri e potenziali. In questa categoria rientra certamente Invano, ultimo libro - anzi, "il libro della vita" - pubblicato con Feltrinelli da Filippo Ceccarelli, che per oltre quarant'anni ha nobilitato pagine (prima su Panorama, poi sulla Stampa e negli ultimi anni sulla Repubblica) con cronache, analisi e commenti sulla politica italiana e ora ne offre un racconto d'autore da un punto di vista molto personale. E chiamatelo pure "Mostro", questo libro, come fa ironicamente lo stesso autore all'inizio della sua introduzione, specie con riguardo alle dimensioni del volume (parola appropriata, visto che le pagine sfiorano quota 1000), ma la sostanza non cambia: trattasi di regalo mostruoso, quanto a proporzioni, valore, peso specifico.
Di regali ai drogati di politica, a dire il vero, Filippo ne ha già fatti molti, ma uno in particolare: donare alla biblioteca della Camera dei Deputati, nel 2015, il suo sterminato archivio di articoli, pagine, ritagli vari sulla politica italiana (seria, semiseria e nient'affatto seria), raccolti e accumulati in decenni di lavoro, analisi, passione e tanto tempo investito a cercare di trovare un verso a questo paese (non a caso, l'evento di presentazione si chiamava Ritagli di tempo). Invano, in qualche modo, è un frutto di quel paziente lavoro di archiviazione, ma è anche una sintesi ragionata e una guida a quell'immensa mole di fogli stampati, una trama dei fiumi d'inchiostro versati negli anni per raccontare lo spettacolo della politica, il teatrino che - per riprendere un'altra pagina ceccarelliana fondamentale - si è fatto presto "teatrone", senza possibilità di calare di dimensioni e recuperare in sobrietà.

Antiche scene e nuove o-scene

Già, perché nel passaggio da De Gasperi a "questi qua" (ossia "questi nuovi", a partire dalla triade Renzi - Salvini - Di Maio, simbolo di una classe politica che accelera tutto, forse anche la propria usura) è cambiato davvero tutto: se in meglio o in peggio, non vale la pena di domandarselo, tanto sono diversi gli orizzonti. Oggi l'elemento principale in politica è il "marketing emozionale", il silenzio sembra diventato l'ingrediente più raro e la scena - teatronalmente parlando - della Terza Repubblica appare perfino "oscena" ("i soggetti e gli oggetti inesorabilmente si confondono, corpi avvinghiati e contratti di governo, protagonisti e spettatori, contenuti e schermi", ma anche "cazzoni", "cazzari" e "supercazzole"). 
Sembrano sideralmente distanti i tempi in cui gli esponenti del maggior partito italiano si distinguevano per "processioni, messali, mani giunte, moccichini, occhiali neri tipo non vedente", eventualmente anche "denti storti" e "pappagorgia" e ancora - sempre scorrendo album di foto di democristiani tratte dal Borghese dei primi anni '60 - "Punt e Mes, panciotti, tendaggi, crocifissi di varie fogge, penne stilografiche, cestini di frutta, neri telefoni di bachelite, mappamondi, oliere, saliere, ampolle e brocche rigorosamente di vetro, mignoletti birichini su tazzine di caffè, strisce nere di lutto e distintivi all’occhiello". Giusto questi sono rimasti, almeno al bavero delle giacche di Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti e degli altri leghisti che non si sono spogliati di Alberto da Giussano (tra i pochi simboli rimasti nella politica italiana. Ma se ne parlerà dopo). Anche negli altri partiti, tuttavia, erano frequenti i "Piccoli, Storti, Malfatti e Malvestiti" (imperdibile la carrellata dell'autore sul vestiario Dc) e quasi nessuno era a suo agio di fronte alle ingombranti telecamere dei tiggì o sulle sedie delle Tribune (più sobrie delle poltrone di Porta a Porta o di altri salotti tv). 
In tutto ciò - quel che è peggio - si è innestata tanto la marcia della "turbopolitica" (parola coniata da Edoardo Novelli) che "in Italia il passato se la sta svignando di brutto, l'esperienza nessuno la tiene più in conto, la storia si perde, la memoria evapora"; l'amnesia collettiva danneggia tutti, in primis la democrazia. Il libro di Filippo Ceccarelli si pone anche come rimedio sui generis a quest'oblio montante. Tutto è accaduto, vissuto, testimoniato e pazienza se a volte la memoria, il tempo e (talvolta) persino gli stessi ritagli gelosamente conservati distorcono qualche particolare: di buono, in tutte quelle pagine, c'è davvero tanto.


Percorsi tematico-tribali 

Nello stile dell'autore, la narrazione si concentra, più che sugli eventi e sulle involuzioni politiche, sulle caratteristiche e vicende umane di protagonisti, comprimari e comparse del teatrone politico italiano. Anche quelli sono profondamente cambiati con il tempo: nell'attesa che gli storici interpretino, è bene che altri testimoni diano il loro contributo per una lettura approfondita del passato prossimo. Una storia di singoli e gruppi, una "storia tribale" per Ceccarelli: un capitolo per ogni tribù notevole, anche se non coincide con un partito.
Inevitabile aprire il discorso - come visto - coi democristiani: degli esponenti del partito che ha retto il paese per quasi mezzo secolo si scorrono, oltre che i guardaroba, i mores familiari, sessuali (anche grazie alle schede dei servizi segreti), congressuali, conventuali, preteschi (il rapporto con sacerdoti e gerarchie), nonché mistici, assembleari, clientelari e persino temporali (perché il Tempo "andava senz'altro osservato, utilizzato, centellinato e somministrato lungo un orizzonte sempre più ampio. L'attesa rafforzava il valore delle parole e dei gesti che prima o poi [...] avrebbero comunque maturato e determinato nuove condizioni e nuovi sviluppi, sperabilmente positivi"). Il tutto condito di aneddoti di schietta ilarità: imperdibile Mariano Rumor che nel 1969 schivò una crisi di governo ad opera del collega Fiorentino Sullo ma non poté evitare lo schianto del divano di Palazzo Chigi su cui si era seduto con il presidente Usa Richard Nixon, in visita in una Roma in preda alla contestazione (ma pure Fanfani che, uscito da Palazzo Sturzo nel 1975, passò tranquillo sulla bandiera diccì stesa, per fermare la macchina, dai giovani del partito guidati dal calabrese [non salernitano, ndb] Giuseppe Pizza: questi ignorava che una trentina d'anni dopo avrebbe tentato di ridestare la Dc, credendosi segretario). Un mondo tramontato tra il 1992 e il 1994, ma che già con l'uccisione di Aldo Moro aveva ricevuto un colpo mortale.
Dopo i democristiani verrebbe naturale passare ai comunisti, eterni secondi della Prima Repubblica, ma il racconto prosegue coi socialisti, protagonisti del quindicennio prima dello tsunami degli anni '90. Un protagonismo legato alla figura di Bettino Craxi - che appare oggi "una primizia, un'anticipazione, un aperitivo, un ponte fra passato e futuro", ma nessun politico più di lui rappresenta l'Italia degli anni '80; eppure i socialisti esistevano ben prima di lui ed erano "anche molto simpatici, seppur quasi altrettanto arruffoni" (ci sono pagine dedicate a Pietro Nenni, col suo cappello "da piantatore americano", e schizzi su Francesco De Martino e Giacomo Mancini). Il racconto però si incentra sull'epoca craxiana, di cui oggi restano "cenere, tutt'al più, e polvere, un mare di chiacchiere e una montagna di carta". La narrazione analizza le sfaccettature di Ghino di Tacco (in Italia e in Tunisia), sfoglia molti ritratti degli homines novi (l'intelligenza irritante di Claudio Martelli, l'epigrammatica cruda di Rino Formica, il rampantismo edonista del tempo) ed è attenta al "socialismo alberghiero": si apre all'hotel Midas, in cui uscì la candidatura di Craxi alla segreteria, e si chiude tra l'Ergife (teatro delle dimissioni da segretario) e il Raphaël (passato da "vero santuario del dominio craxiano negli anni '80" a luogo ideale per lanciare monetine), senza dimenticare il Plaza (prediletto dalla chioma di Gianni De Michelis). Non mancano sapidi cammei della sede di Via del Corso (come "il celebre cesso femminile da cui mettendosi in piedi sulla tazza si potevano in qualche modo seguire le riunioni della direzione") e un'analisi della comunicazione craxiana, la prima ad affidarsi ai maxischermi ("contribuirono a rendere il Psi molto più grande di quel che era") e a contemplare la figura del fotografo personale.
In effetti, le monetine all'uscita del Raphaël atterrano nel capitolo successivo, dedicato alla "caduta dei democristoidi-craxisti", che fu ignominiosa e soprattutto rovinosa. La spettacolarizzazione si era diffusa anche a Piazza del Gesù e nelle sue succursali (dalle sedi congressuali al castello "dell'Innominato" di Somasca in cui cenare con Ciriaco De Mita costava giusto un milioncino); le manie di lusso e grandezza avevano raggiunto pure i dirigenti della Balena Bianca vicina allo spiaggiamento (si pensi alle case dei maggiorenti diccì rimesse a lustro, magari con l'aiuto - non disinteressato - dei servizi segreti o a coloro che approfittarono dello status politico dei loro parenti per cedere alla mondanità) ed erano nate figure mitologiche à la Vittorio Sbardella e Giuseppe Ciarrapico. Quel meccanismo, lo si sarebbe capito poi, portava a frequentazioni pericolose e costava caro: gli omicidi di Lodovico Ligato e Salvo Lima ne furono chiari segni, ma pochi seppero o vollero leggerli come presagi dell'inizio della fine (nel Psi nessuno era morto, ma il leader, svuotato dalla lontananza dal governo, soffriva di salute, di cuore e il partito stesso se la passava male). Democristiani e socialisti avevano finito per somigliarsi: combattendosi, s'erano "imprigionati in un comune e rovinoso destino", anche per vicende di letto (vedasi il quasi dimenticato - non da Ceccarelli - Membri di partito). Tra eccessi verbali, di sfarzo e di cibo, arrivò la citata fine, sotto forma di arresti, perquisizioni, interrogatori, "in galeeera" (e lì, qualcuno si ammalò o scelse di lasciarci la pelle), processi, tanta copertura mediatica e tanta rabbia.
Partito Craxi con un volo di sola andata per Hammamet (lì visse da esule o, in base ai punti di vista, da latitante), si dovrebbe dire della Seconda Repubblica. Per Filippo Ceccarelli, invece, è bene fare un passo indietro, per cercare di capire cosa fosse il "Nuovo" tra il 1990 e il 1993: per l'autore "si sperimentarono originali e illusorie forme di consenso, ma di potere no", ma ci si imbatte comunque in figure imprescindibili. A partire da colui che, "facendo" il matto, disse e fece cose non osate da alcun altro: in due parole, Francesco Cossiga, al cui agire, mosso pure dalla ciclotimia, sono giustamente dedicate tante pagine. Vale per la sua permanenza al Quirinale ricca di esternazioni (sono buone fonti i diari di chi gli è stato vicino - il segretario generale Sergio Berlinguer e il portavoce Luciano Ortona - e le cronache di Paolo Guzzanti, già perfetto imitatore del predecessore Pertini), ma anche per il "Cossiga Show" che l'Emerito avrebbe mantenuto a lungo in scena: Ceccarelli ne trasse l'impressione (che io, affascinato, condivido) che, dopo lo scranno più alto, Cossiga "si fosse assegnato uno specialissimo ruolo, muovendosi a labirinto, a serpentina, a rosa dei venti, a vortice ritmico, in una dimensione pubblica e tuttavia incognita. Come una sorta di intermediario tra questo mondo e un altro, medicine-man del sistema". Roba da far impallidire il ruolo di altri attori: è il caso di Mario Segni e del movimento referendario, che vinse un paio di volte ma spazzò via un sistema senza costruirne un altro solido (per l'autore si dimostrò una "armata Brancaleone", che per prima confidò troppo nel cambio di sistema elettorale come mezzo per cambiare il Paese), dello stesso Antonio Di Pietro, oggetto di una "santificazione tifosa" di cui Ceccarelli elenca con cura gli eccessi - pure fumettistico-musicali - e dei sindaci incoronati dall'elezione diretta (come Antonio Bassolino, Leoluca Orlando e il protobello Francesco Rutelli: a fine anni '90 avrebbero provato a costituirsi in movimento, le famose Centocittà o, per Giuliano Amato, "cento padelle").
Dopo alcune pagine - doverose e ammirate: scusate, ma era il mio Presidente - su Carlo Azeglio Ciampi, il quinto capitolo tocca alla Lega e all'epopea eroicomica padana, nata da Umberto Bossi e che per vent'anni ha girato intorno a lui e alla fede di chi credeva nel suo mondo. Erano immagini efficaci, spesso visibili su YouTube: falloforie, microfoni domati con maestria, invenzioni della Padania (dai confini incerti) e disegni federalisti, azioni e slogan protorazzisti e protoxenofobi, culti celtici e misspadanie, ampolle del Dio Po e catene umane, libri mitologici (scritti da Daniele Vimercati), escursioni canoro-poetiche ante litteram, trattori vestiti da carri armati, leggi inutili bruciate e maiali su terreni da moschea. Il mondo è crollato però con gli scandali che hanno colpito il partito - il loro conto (salato) resta da pagare - e che si sono sommati al decadimento di Bossi, che dall'ictus del 2004 appare con "una perenne maschera sul volto". La scena "insieme ridicola e spaventosa" della polenta e dei rigatoni con pajata chez Alemanno (2010) è distante dal celodurismo, dal secessionismo o da altre pagine della storia leghista, al punto che l'autore sospetta che tutta l'epopea sia stata "un colossale inganno". L'impressione oggi può suonare fuori luogo, con la Lega di Matteo Salvini data oltre il 30%: essa di quella di Bossi conserva parte del nome - il "Nord" lo ha lasciato a fine 2017 - ma è lontana anni luce (o così appare) dal Carroccio degli anni '80 e '90. Così com'è incalcolabile la distanza dalla scena con cui si apre il capitolo: Bossi che, "solo, malato e a tratti anche un po’ fuori di sé", attraverso La Padania (28 febbraio 2012) chiede i nomi di coloro che si erano fatti seppellire in camicia verde. Non si sa se l'annuncio diede risultati; in via Bellerio oggi ricordano solo certi episodi di militanti che non riuscirono a far avvolgere le loro bare in una bandiera (di San Marco per Luigi Sartorelli a Mestre nel 2011, un drappo verde per Astrid Schnack Bellotti a Milano nel 2012) perché chi celebrò il funerale si mise di traverso. Segni di un'epopea davvero finita.

Corse all'indietro e manie 

Dopo la Lega tocca a Berlusconi? No, è il turno dei comunisti e di coloro che ne hanno raccolto l'eredità. Loro, in un'intuizione junghiana dell'autore, sono reduci da una sfrenata "corsa all'indietro", che ha ribaltato l'esperienza delle origini, forse per troppa militanza (e troppo rigorosa) precedente. Ciò per Ceccarelli fu chiaro al congresso dei Ds nel 2000, che pure si svolse in un ex tempio operaio, il Lingotto di Torino: fu un concerto di "autoblù, poliziotti, elicotteri, scorte e portaborse nella hall, salette riservate al ristorante e un brulichio di aspiranti alle poltrone" e qualche Rolex (pendant delle scarpe carissime di Massimo D'Alema). Il "popolo", conosciuto il potere, era mutato: si ricordava di Enrico Berlinguer solo quando faceva comodo e si mobilitava - notava Edmondo Berselli - solo per le offerte alle Coop, "cattedrali del consumismo" (e lo erano diventate anche le Feste dell'Unità). Per l'autore la vetta della mutazione sarebbe arrivata quando lo stato maggiore ex Pci "si mise in fila per ascendere con tanto di [...] espressione soddisfatta in volto al Villino Giulia, il salotto di Maria Angiolillo"; il "germe" del cambiamento si vide però già nel momento in cui i comunisti iniziarono a far ridere (dal "Non capisco, ma mi adeguo" di Maurizio Ferrini in poi), violando la "religione rossa" consolidatasi negli anni e che prevedeva anche "un modo comunista di morire". Intanto, i post-comunisti hanno perso di vista la vocazione originaria, occuparsi degli "ultimi" (oggi facilmente definiti come "sfigati"); di vere "scuole di partito", come le vecchie Frattocchie, non c'è traccia, come di leader alla Togliatti, alla Ingrao o - unico vivente - alla Napolitano, ben ritratti da Ceccarelli. Non mancano pagine sui (delicati) risvolti economico-finanziari del comunismo: "calce e martello", coop, soldi da Mosca e affari con l'Est. E pensare che oggi nel Bottegone ha sede l'Associazione bancaria italiana...
Archiviati gli ormai "scomunisti", cioè gli ex Pci dopo il congresso di passaggio al Pds (in cui Achille Occhetto non fu eletto segretario) oggi noti come "la ditta", per l'autore di Invano è il momento di occuparsi dei fascisti e delle loro mutazioni. Molti ricordano quando nel 2003 Gianfranco Fini - a capo di Alleanza nazionale, non ancora presidente della Camera - conquistò molti titoli visitando il museo dello Yad Vashem e ammettendo su apposita domanda che il fascismo era parte del "male assoluto". L'episodio pareva l'estrema conseguenza del percorso iniziato nel 1995 a Fiuggi (e in incubazione da due anni, specie con lo "sdoganamento" del 1994): una distanza siderale dal tempo in cui per Giorgio Almirante, i "ragazzi di Salò" e altri nostalgici del fascismo raccogliersi era stata "una durissima necessità", per sopravvivere e sentirsi meno "esuli in patria" (parole del politologo Marco Tarchi), mentre l'intero arco costituzionale aveva buon gioco a dipingerli come "cattivi" per tenerli fuori dalla democrazia. Eppure quell'uscita finiana fu nulla rispetto alla vita successiva del leader ex missino: vacanze ai Caraibi ospite di imprenditori dell'azzardo, piaggerie e civetterie, bottiglie d'acqua personalizzate, nuova compagna più giovane e chiacchierata, neopaternità, "che fai, mi cacci?", partitini e sciagurate case monegasche; vari dirigenti aennini si erano intanto convertiti alle leggi dello spettacolo e della mondanità (e, non senza contraddizioni, al cristianismo autoritario, che non aveva contagiato Fini). Quanto è diverso, tutto ciò, dalle descrizioni dei "camerati", delle loro imprese, cerimonie e delle loro sedi - cui l'autore dà spazio, indagando i sentimenti dei militanti per restituire il clima di allora (con la partecipazione del primo Bagaglino) - ma pure dall'esperienza di Democrazia nazionale, gruppo uscito dal Msi-Dn che anticipò le istanze di An (e, si scopre, ricevette 100 milioni da Berlusconi, poi restituiti) ma naufragò alle elezioni del 1979...
Ed ecco finalmente - si fa per dire - il tempo di Silvio Berlusconi, ma soprattutto del berlusconismo e della berluscomania, come scrive l'autore. Già, perché l'ormai ex Cavaliere, volgendo a suo vantaggio "la decadenza dei democristiani, l'avventurosa novità craxiana, il crollo della Prima Repubblica, gli esperimenti di nuova leadership, l'affermazione della Lega, lo sfibramento dei comunisti, la trasfigurazione dei fascisti" è riuscito a spostare "le forme della politica al di là di qualsiasi immaginazione dando vita alla più straordinaria storia di potere degli ultimi settant'anni". Bellissima e turpissima, allo stesso tempo e a seconda dei punti di vista. Uomo dalla vita "varia e splendida" senza eguali e imbattibile servitore di panzane (alle quali crede sempre), per Berlusconi - così sospetta Ceccarelli - pare che "a un certo punto della sua vita, primissimi anni settanta, sia intervenuto il classico patto col diavolo", cioè "un'ambizione senza freni cui dare sfogo assieme a una vanità anch'essa strabordante e ridicola": così si spiegherebbe il suo ampio movimento tra politica e affari già in quegli anni (P2 compresa). Nelle pagine sulla berluscomania - da cui Ceccarelli si ammette affetto - c'è di tutto: dall'istruzione ai venditori di Publitalia all'autopresentazione per diventare Cavaliere del lavoro, dalle rivelazioni poetiche di Sandro Bondi ("Silvio è l'amore di una mamma") alle feste in tutte le salse, e poi una trentina di soprannomi, sfondoni linguistici, scarpe allacciate di persona, decine di film e di opere d'arte dedicate, automessianismo a gogo, studi tv di ogni foggia, chansonnier, la prefazione all'Elogio della follia di Erasmo, una slavina di promesse e miracoli frutto dell'arte del far credere (aiutate da un dispendio di scenotecnica). Ma qui si arriva davvero all'altro ieri e con vicende note ai più, quindi non è il caso di dedicarvi troppo tempo.
Certo, dopo la berluscomania, sembra di scendere di vari gradini a occuparsi della storia che dall'Ulivo ha portato al Pd, o a ciò che ne resta. Perché, secondo Filippo Ceccarelli, "l'Ulivo fu l'ultima emozione", nata con un ricco retroterra mitologico e valoriale - lo si vedrà meglio dopo - innaffiata da tanta concretezza emiliana e corroborata dalla leggenda del "fattore C" di Romano Prodi, al punto da vincere le elezioni del 1996. Un'emozione che però la caduta del (primo) governo Prodi, il 10 ottobre 1998, bruciò assieme a un po' di quel fattore. Bruciò letteralmente, visto che alla Camera la notte prima del voto era scoppiato un incendio (e, ricorda Arturo Parisi, ce ne fu pure un altro), singolare presagio della caduta sul filo di lana - per un solo voto, quello del diniano Silvio Liotta - dell'esecutivo. Per Prodi - l'unico davvero incompatibile con Berlusconi - quel voto negativo fu "la prova provata dell'inaffidabilità della sinistra", che sarebbe emersa in altri casi, come il secondo scivolone parlamentare prodiano nel 2008 (con orrido pasto a base di mortadella e spumante da parte dei senatori aennini Gramazio e Strano); nel mezzo, si era assistito alla mutazione d'immagine di Massimo D'Alema, un restyling gestito da un manipolo di comunicatori (guidato da Claudio Velardi) che lo aveva portato alla guida della Bicamerale per le riforme costituzionali (affossata da Berlusconi, nonostante il certificato "Dalemoni" e il patto della crostata chez Letta) e poi a Palazzo Chigi, con un protagonismo senza eguali, che aveva reso più rovinosa la sconfitta nel 2000; il Pds, intanto, aveva perso l'iniziale (Ds) e lasciato le Botteghe Oscure, ma nel 2007 si era messo in ghiaccio - assieme al rassemblement popolar-libdem della Margherita, il cui patrimonio fu peraltro saccheggiato quando i più erano convinti che il partito fosse stato sciolto - per lasciare spazio al Partito democratico, nato dopo un vero "gioco dell'oca" (distribuito dal quotidiano Europa). Il Pd nacque "senza capo, o forse con troppi che volevano capeggiarlo", poi lo guidò Walter Veltroni ("Uolter", campione del "ma anche"): lui cercò di usare al meglio le tecniche comunicative berlusconiane, ma perse e mesi dopo si dimise, mentre i tesorieri diessini e margheritini guerreggiavano tra loro e con quello del Pd e viceversa (qualcuno non ha ancora smesso). 
Il resto - Pierluigi Bersani "Smacchiatore" che diventa segretario e riesce a non vincere le elezioni del 2013, Romano Prodi impallinato dai 101 nel suo cammino verso il Quirinale (e tre…), la staffetta venefica Letta-Renzi - è storia recente e, per i "sinistrati" di berselliana memoria, dolorosa da ricordare: anche queste vicende, come tutte le altre, paiono accadute invano. Tutto è già successo, ma tutti appaiono distratti o dalla memoria corta. Leggendo il migliaio di pagine ceccarelliane, si può imparare molto, sperando che vogliano farlo in tanti. 

Il ruolo dei simboli

Il molto detto fin qui credo renda ampiamente conto del valore di Invano. Se però dell'ultimo libro di Filippo Ceccarelli si parla qui, è anche perché tra le pagine chiare (poche, e non per colpa dell'autore) e le pagine scure (troppe) si incontrano riferimenti rapidi o più consistenti alla materia fondamentale da queste parti, i simboli dei partiti. Del tema, in effetti, Filippo si è occupato spesso, in commenti "a caldo" e in riflessioni più compiute (come il capitolo del Teatrone della politica (Longanesi, 2003) intitolato "Rimbambirsi a Cartoonia"): un paio di volte ne sono stato colpevole io e ho avuto la sfacciataggine di chiedere a Ceccarelli la prefazione a Per un pugno di simboli. Cedendo alla sua proverbiale prudenza accettò (Lui o chi per Lui sia ringraziato!), donandomi un testo ben più prezioso dell'intero libro.
Queste "schegge" simboliche meritano di essere messe in luce, perché costituiscono passaggi importanti nell'intera narrazione. Persino nell'introduzione c'è un gustoso e significativo antipasto narrativo-simbolico: 
In un supermercato di Passo Corese, bassa Sabina, l’altro giorno mi è parso di vedere una ragazza che si era tatuata una foglia di edera sul collo. L’emblema del vecchio e glorioso Pri, Partito repubblicano italiano, il più antico di tutti, da Garibaldi in poi, fino a La Malfa, Biasini, Spadolini, eccetera. Che strano, ho pensato; o forse era l’ennesima prova che i simboli si erano ormai staccati dai loro custodi e vagavano per conto loro, restituiti alla vita, nel caso in questione alla botanica applicata all'ornamento cutaneo. Poi ho guardato meglio, e non era l’edera, ma il muso di un animale.

Non era un'edera, dunque, ma questa scheggia fa capire subito che il racconto della politica, la storia del potere "da De Gasperi a questi qua" non può prescindere dall'attenzione ai simboli di partito, accanto a tanti altri - le scenografie a tempio o a piramide di Filippo Panseca per i congressi socialisti craxiani, le camicie verdi bossiane o, più di recente, la ruspa introdotta dal capitano-capocantiere Salvini (che Ceccarelli riesce a connettere persino a Montale). Quegli emblemi sono parte integrante della storia che si vuole ripercorrere: per esempio, lo scudo crociato della Democrazia cristiana, "uno stemma che recava in sé quanto di meno aggressivo era reperibile sul mercato simbolico", permetteva di dedurre che "la Dc era femmina". Chissà se ci ha mai pensato Gianfranco Rotondi, "uno dei tanti che - così lo descrive Ceccarelli - cercò invano di ridar vita al partitone bianco per poi regolarmente accontentarsi di micro-Dc che oltretutto cambiavano di continuo nome". L'ultima, Rivoluzione cristiana, Rotondi l'aveva soprannominata proprio "il Partito delle donne", prima di accantonarla per ridestare la Democrazia cristiana (già per le autonomie). Quando invece la Dc originale, quella che andava da De Gasperi a Martinazzoli, ha cercato di sopravvivere cambiando (male) la propria etichetta in Partito popolare italiano, apparve a molti "un inutile mostricciattolo, o al massimo un pallido succedaneo": usando le parole di Enzo Carra, "è stato come morire sotto falso nome". 
Poi c'era il Psi, che dall'inizio "con quel simbolo pieno di raggi solari, libri e falce e martello, e con quella sua stessa sigla che un po' risuonava come un soffio fischiettante, era simpatico, il partito di riserva dopo quello del cuore", ma tutto cambiò con l'avvento di Bettino Craxi. Che non solo finì per far identificare tanto la sua formazione politica con se stesso da far leggere a qualche burlone di professione la sigla Psi come acronimo di "il Partito sono io", ma impose che spuntasse un nuovo emblema: il garofano. E tra le pagine di Invano si trova un paragrafo dedicato espressamente a questo tema, intitolato Panseca e l’invenzione del garofano: merita di essere riportato e letto per intero, come una sorta di "manifesto simbolico" del libro della vita di Filippo Ceccarelli. Eccolo di seguito:
Certo, ci voleva una bella faccia tosta a regalare a George Bush senior un garofano rosso sotto plastica. Lo stesso bizzarro parallelepipedo è destinato qualche pagina dopo a Lech Wałesa, che se lo rigirava tra le mani con curiosa apprensione.
Perché nel frattempo era anche cambiato il simbolo del Psi. Senza troppe discussioni, in quattro e quattr'otto Craxi spedì in cantina la gloriosa utensileria del dopoguerra, la falce e il martello e li sostituì con quel fiore che fu presentato come un recupero della più antica tradizione socialista da giocarsi – classica campagna d’immagine – contro la simbologia di derivazione sciaguratamente bolscevica. 
Di soppiatto il garofano rosso fece la sua comparsa al congresso di Torino, 1978. L’aveva disegnato dapprima un grafico del Psi, Ettore Vitale, ma l’uomo che gestì la trasformazione con una specie di colpo di mano era un altro personaggio fuori dagli schemi e forse anche per questo destinato a segnare con la sua creatività non solo l’epopea del nuovo Psi, ma anche gli sviluppi estetici della scena politica italiana. 
Filippo Panseca, anche lui dai lunghi capelli, ma più puliti di De Michelis, aveva un sorriso contagioso, girava con una Mercedes scalcagnata e indossava spesso la camicia rossa, anche in questo assecondando le passioni di Bettino cui aveva fatto credere di aver avuto un avo aiutante di campo di Garibaldi. 
Palermitano operoso, gaudente e avventuriero, in giovane età aveva addirittura partecipato come comparsa ai fotoromanzi protoerotici di "Supersex", ma in una certa Milano era conosciuto come artista concettuale. Panseca veniva dalla sperimentazione, oscillando fra Duchamp e l’effimero, e nella sua ricerca aveva prodotto lampade collegate con il sole, palle d’acciaio che cascavano dal soffitto ogni dodici ore, carcasse di macchine da scrivere in libera mobilità, "fluidi itineranti" dentro tubicini, sfere biodegradabili, cerchi colorati di materiali speciali che nei quadri si autodistruggevano lasciando il vuoto là dove c’era la testa della Gioconda, per dire, o l’obelisco di piazza San Pietro. 
Ma dovendo anche sbarcare il lunario non disdegnava di arredare locali notturni e studi televisivi. Il compito artistico che si era assegnato non era poi troppo distante da quello che perseguivano i neofiti comunicatori di via del Corso: sorprendere e divertire, ciò che senza dubbio aiutò Panseca a inaugurare quei monumenti di cartapesta – archi, templi, piramidi – che divennero il prototipo delle innovative scenografie del craxismo. 
Sta di fatto che la notte prima che iniziasse il congresso Bettino chiamò Panseca e indicandogli il bancone della presidenza ordinò, con espressione milanese: "Sgnàccaci sopra il garofano!". La mattina dopo ci furono vivaci proteste. Il vecchio Alberto Jacometti, che per un breve periodo era anche stato segretario del Psi, la buttò sul patetico: "Voglio morire col mio simbolo"; l’intransigente Tristano Codignola, che già non aveva troppa simpatia per il nuovo leader, ebbe a che ridire sulla forma dell’emblema: "Sembra la bomba atomica", proclamò con disgusto dalla tribuna. Non lontano da lui, Craxi, che poco o nulla tollerava le critiche, lo mandò platealmente a quel paese. E comunque da allora garofano fu. 

Da allora fu garofanomania: "enormi quantitativi di garofani accompagnarono ogni spostamento e ogni apparizione del leader [...], Craxi li agitava dal palco, i notabili attorno a lui se li mettevano all'occhiello e le belle donne socialiste tra i capelli. Artisti e designer ne crearono in varie fogge e formati", per non parlare della metonimia tra fiore e partito. "Divenuto il Psi un prodotto, il suo simbolo si trasfigurò in un marchio. Nacque quindi l’associazione femminile 'Buongiorno Primavera', dedicata alla promozione di merci che recavano impresso il marchio appunto del garofano: acqua di colonia, tovaglie, vele di windsurf, lenzuola, penne. Sulle ali vincenti della promozione e del consumo l’idolatria garofanistica proseguì senza tema di grottesco, anzi a giudicare da ciò che poi accadde in tutti gli altri partiti assurse a modello di efficacia comunicativa". Ciò fino agli eccessi del congresso riminese del 1987 - quello del tempio - con tanto di "insalatina Nenni" e la partecipazione straordinaria di Sandra Milo: l'epoca di nani e ballerine (o, per Giorgio Bocca, di "servi, scrocconi e arrivisti") era iniziata quattro anni prima. Tenendo saldo il garofano, nel 1990 Craxi "da un giorno all'altro, senza consultare nessuno, sostituì nel simbolo il nome del partito con la dizione 'Unità socialista'Venne da pensare che il mutamento fosse un segnale al partito occhettiano e postcomunista, ma tutto lasciava credere che nell'immediato futuro Craxi era pronto a tornare al governo con i democristiani". Il Psi restò al governo in coalizione, ma durò poco e Craxi non tornò più a Palazzo Chigi.
Per quanto riguarda la Lega Nord, si ricorda l'origine ciclistica di Alberto da Giussano (mutuato dalle biciclette Legnano, come ricorda Roberto Gremmo) e l'ultrafioritura del Sole delle Alpi ("che poi con le Alpi c’entrava e non c'entrava, trovandosene traccia anche nell'Africa settentrionale") in una scuola di Adro, voluta dall'allora sindaco Oscar Lancini; quanto agli epurati o delusi dal Carroccio, "finivano tristemente per ricongiungersi con gli sbandati della purga precedente animando gruppuscoli dai nomi e dai simboli improbabili, Futuro Nord, Lega Italia federalista, Lombardia libera, Movimento italiano per l’autonomia territoriale e via inventando, in un mesto carosello di orsetti, castelli merlati e variazioni geografiche, come fossero prodotti da discount".
Quanto al simbolo del Pci, Ceccarelli si è innanzitutto concentrato sull'elemento meno evidente, la bandiera italiana: Togliatti aveva chiesto che fosse ben visibile perché nel suo disegno "i comunisti erano dappertutto, uguali e diversi a seconda di dove operavano e di come s’impegnavano a aderire [...] 'a tutte le pieghe della società'"; riuscì così a creare un partito nazionale e, al contempo, "espressione delle varie culture e identità locali, municipali e regionali mantenute sotto un’unica bandiera". Poi però si arriva al valore dell'intero emblema, che al congresso di Rimini del 1991 - l'ultimo - fu ridotto in favore della quercia del Pds: in quell'assise Giuseppe Zucconelli, addetto al cerimoniale e alle onoranze funebri, finì per sospirare "Quanti morti per il vecchio simbolo...". Impossibile farlo per i marchi politici di oggi: uno scambio di battute sul nome del partito finirebbe forse a pagina 9; quando Occhetto, dopo la Bolognina, disse "Il nome del partito cambierà? Tutto è possibile", finì in prima pagina. La gestazione della nuova etichetta e del simbolo fu costellata di indecisioni, incertezze, errori che contribuirono a rendere pesante il conto finale. Così racconta Ceccarelli la genesi dell'emblema del Pds, anzi, dell'intera comunicazione del "nuovo" (il brano è lungo ma merita):
Occhetto non diede troppa importanza ai simboli. Per cui subito scivolò sulla questione del cambio del nome, e fu come autorizzare la vecchia guardia a mettersi di traverso: "Sul nome," tuonò Pajetta, "più d’uno ha perso la testa. Considero la proposta tragica e grottesca. Lasciare a quelli che lo stanno insozzando di sangue il monopolio di un nome per il quale mio fratello è morto a diciott'anni, è un grave errore. Non lo cambiammo quando ce lo chiesero i fascisti, dovremmo farlo ora su richiesta di Martelli?". 
Vero è che sulla questione s’era da tempo accumulato un contenzioso di proposte, risposte, soffiate, allusioni, ammiccamenti, incoraggiamenti, insomma una confusione che già da sola bastava a tenersene alla larga. 
Il segretario voleva togliere l’aggettivo "comunista", ma sul come sostituirlo non aveva le idee chiare, anzi ce le aveva decisamente confuse se è vero che si era rammaricato che “Comunione e Liberazione”, o qualcosa del genere, esistesse già, e ben lontano dall’ex Pci. 
Quindi improvvidamente cercò di cavarsela con l’argomento che prima del nome doveva venire "la Cosa", cioè il partito, ma il risultato fu che quel campione di genericità si guadagnò immediatamente frizzi, lazzi, allusioni ed evocazioni lungo una linea di dileggio che dalla chiamata in causa dell’organo sessuale femminile – l’italianista Dionisotti si fece scrupolo di usare il francese: "la Chose" – arrivò a impattare la cinematografia dell’horror fantascientifico, essendo pochi anni prima uscito un film di John Carpenter dal titolo The Thing.
Più in generale il segretario e i suoi pretoriani, prontamente rubricati come "Achillei", sbagliarono i tempi della svolta che terribilmente si dilatarono, lasciandola sviluppare nell'arco di due congressi come un trauma prolungato per 15 mesi in un clima di fallimentare vaniloquio. 
In un partito nel quale non c’era testo che non fosse stato scritto, vagliato, contestato, modificato o integrato con la meticolosa e prudente attenzione di una disputa teologica, ecco che intorno alla mossa di Occhetto finì per dissiparsi un tesoro di parole […]. Ma più ancora Occhetto sottovalutò il cospicuo patrimonio di gesti, riti e sentimenti che rendevano i comunisti tali proprio perché dal partito non si aspettavano benefici, ma perché nel partito e attraverso il partito creavano saldi, reciproci, ma soprattutto calorosi legami. 
La bandiera rossa, la falce e martello, il pugno chiuso, l’appellativo di “compagni”, l’"Unità" in tasca con la testata bene in evidenza, i ritratti nelle sezioni, le tessere, le spillette, i distintivi: tutto questo faceva del Pci una comunità morale e d’elezione, trasmettendo un senso di identità quasi più psicologico ed esistenziale che semplicemente politico; un impasto di fedeltà, affetto, devozione, fratellanza, amore. Occhetto e i suoi lo considerarono di trascurabile rilievo. Più che sull'armamentario mitico puntarono sul partito come strumento laico, scarnificato da ogni suggestione. Ma non funzionò, rivelandosi una strategia che David Kertzer, studioso di rituali politici, mise in evidenza come "pietosamente inadeguata". 
Né si può dire che agevolò il corso degli eventi l’improvvida sostituzione dell’apparato simbolico con le tecniche, i dispositivi, gli specialisti e le scorciatoie di quel marketing che, a lungo disprezzato, Occhetto e i suoi individuarono come decisivo nella pianificazione dall'alto e poi nella gestione impapocchiata del nuovo partito. 
Così, insieme alla svolta fecero in effetti il loro ingresso alle Botteghe Oscure pubblicitari, registi, esperti di comunicazione che dapprima in gran segreto si erano occupati del lancio del nuovo emblema: la Quercia. Per quanto rimpicciolita, la vecchia insegna con la falce e martello restò prudentemente, ma anche furbescamente visibile alla base del tronco, come a indicare la sopravvivenza delle antiche radici. 
Gli esperti, che subito i giornali presero a chiamare "maghi" o "stregoni", si riunivano nelle stanze dell’Ufficio propaganda, allora guidato da Walter Veltroni. Ma se l'autore del disegno dell’albero, Bruno Magno, era pur sempre un grafico del Pci, agli altri assortiti consulenti esterni vennero delegate tutte quelle iniziative – dai sondaggi ai focus, dalla confezione di kit e gadget alla fattura di spot e videoclip – che dimostravano come stesse scomparendo ogni differenza fra la militanza politica e la specializzazione professionale retribuita, come pure tra la partecipazione dal basso e il lancio di un prodotto sul mercato.  
Per la prima volta, in quel mondo di orgogliosa separatezza, prese il via una operazione d’immagine. "Tardiva e maldestra," secondo Luciano Canfora. "Una gara forse inconscia con i metodi e le consuetudini di Bettino Craxi," fu la pietra che Alberto Asor Rosa depositò sulla sfolgorante epifania del Nuovo. A quel punto la guerra interna era già divampata. Quanto di più simile a una guerra di religione, fedeli contro infedeli; e a un conflitto in famiglia, padri contro figli.  
Contro i giovani, che poi tanto giovani non erano, si mobilitò un mondo che rabbiosamente rifiutava di scomparire dopo aver dichiarato bancarotta politica, culturale, esistenziale. Cento vecchie bandiere del Pci vennero così cucite in una enorme vela rossa che al teatro Brancaccio di Roma sventolò sulla platea mentre veniva annunciato l’inaudito scisma che sarebbe di lì a poco avvenuto sotto forma di partito della Rifondazione comunista.
Lo scisma, peraltro, fu sfortunato: per l'autore Armando Cossutta - il dirigente che guidò i dissidenti in Rifondazione comunista (assieme al segretario Sergio Garavini) - "era una persona amabile e anche di valore, ma già irrimediabilmente un uomo d'altri tempi. Il crollo dell’Urss, sommato a quello del Pci, gli tolse i riferimenti e forse anche capacità di lavoro. Il partito che a Rimini aveva voluto a tutti i costi fondare, la simbolica motosega con la quale avrebbe dovuto tagliare la quercia si rivelò troppo pesante e nessuno riuscì mai a portarla da nessuna parte, se non a impelagarsi in un micidiale contenzioso giudiziario per il possesso di simboli e altre faccende da avvocati". Anche dopo, però, le cose non sarebbero andate meglio: "Per una ventina d’anni si è litigato a testa bassa e a ciclo continuo anche dentro Rifondazione, poi Pcdi, e Sel, e Sinistra unita e altre sfuggenti denominazioni, con scissioni e controscissioni sempre più enigmatiche, misconosciute, misere e perfino trascurabili".
E che dire della fiamma del Movimento sociale italiano, disegnata proprio da Almirante "pare su suggerimento di un mutilato" che doveva averla tratta dall'armamentario grafico dei combattenti, degli arditi? Il fatto che questa, da sola, non bastava perché, "spiegò sbrigativa tanti anni dopo Donna Assunta, 'sembrava quella del Pibigas'. Così fu opportuno farla scaturire da una base, un trapezio o più esattamente un tripode, o se proprio si vuole dalla sezione di un catafalco. In quell’ambiente fervido di simboli cifrati e codici occulti nacque subito la convinzione che fosse la bara del Duce. Anche la sigla Msi, mutuata dal Movimento italiano di Unità Sociale, venne letta sin dall’inizio come un’invocazione rinforzata che suonava come una specie di preghiera: Mussolini Sempre Immortale". 
Meno immortale fu quella stessa concezione alla base del partito, che nel 1995 a Fiuggi divenne Alleanza nazionale, dando luogo alla scissione del Movimento sociale - Fiamma tricolore. Si è parlato spesso di "falce e fiammella", mettendo in luce le dinamiche simili tra le due aree politiche: in entrambi i casi ci fu la maggioranza di un partito a forte base ideologica che virava di quasi 180 gradi senza rinunciare del tutto alle vecchie insegne, unitamente a una minoranza "dura e pura" che sbatté la porta, ma si sentiva l'unica parte degna di conservare nome e simbolo storici, in un conflitto destinato a risolversi in tribunale, vedendo prevalere in entrambi i casi la maggioranza rimasta nel partito "mutante". 
Più in generale, Ceccarelli vede in tutte e due le vicende "un decorso di inavvertita, ma fin troppo vistosa arrendevolezza, uno scivolamento parallelo verso il rinnegamento dei costumi austeri dei padri, un'evidente simmetria nei comportamenti e negli stili di vita degli eredi, o degli epigoni", con drammi da fine storia pressoché identici tra "Bolognina" e "Predappina", compresa la scelta di Pino Rauti di fondare un partito di fuoriusciti - la Fiamma tricolore - "al momento sbagliato e soprattutto con la gente sbagliata [...], dalla litigiosità così diffusa, anzi immancabile nel condominio dell’ultradestra" (ne finì vittima lo stesso Rauti, espulso da Luca Romagnoli prima che questo fosse espulso dall'antico rivale di Fini). 
E se anche non è mai stato un vero simbolo di partito, è giusto ricordare che a Ceccarelli non è sfuggito quell'episodio in cui in una conferenza programmatica svoltasi a Verona (ma nel 1998, non nel 1999), "An si presentò a sorpresa con un logo che raffigurava una coccinella", secondo lui nel tentativo di inseguire l'alleato-padrone Berlusconi sul terreno della comunicazione. "Non posso dimenticare - scrive - gli sforzi che impiegai per capire, dalla zoologia al marketing fino ai cartoni animati giapponesi, il perché di quel totemico insetto. Alla fine qualche comunicatore mi disse che la scelta era caduta sulla coccinella perché portava fortuna!" Tanta fortuna che sparì in fretta dall'immagine del partito.
Sarebbe durato a lungo invece, al punto da essere rispolverato dopo un lustro, il logo di Forza Italia, benché Vittorio Sgarbi lo avesse paragonato "al marchio di un olio per automobili". Dell'emblema disegnato da Cesare Priori, Ceccarelli parla poco, ma registra una strana coincidenza: "il giorno in cui Federico Fellini morì, 31 ottobre 1993, su Epoca, settimanale della Mondadori, comparve per la prima volta il simbolo della nascente Forza Italia". Così Berlusconi ricordò il regista romagnolo: "Un grande poeta non muore mai. Fellini ha scritto le sue favole non solo per noi ma per tutti quelli che verranno". Forse pensava alle sue, di favole.
L'ultimo simbolo narrato con ampiezza è quello dell'Ulivo. La genesi (già raccontata qui intervistando l'autore, Andrea Rauch), infatti, è ben ripercorsa dalle pagine dell'ultimo capitolo prima dell'epilogo. La narrazione merita di essere riportata, giusto con pochi tagli:

Era stato Parisi a farsi venire la buona idea dell’ulivo, una domenica dopo la messa, o forse nel bel mezzo, non essendo necessariamente il demonio responsabile delle distrazioni durante l’omelia. Da quanto si è poi capito, il processo mentale aveva preso il via dall'albero del Pds, la quercia: forte e potente, d’accordo, ma secondo Parisi non produceva frutti buoni per l’uomo. Di qui l’immaginazione era scivolata verso il solido fusto e l'argentea chioma che allietano il paesaggio mediterraneo con gli apprezzati doni dell'ulivo. 

Il giorno stesso Prodi, anche lui fresco di chiesa, gradì l’intuizione: si trattava di un albero "millenario", "dalle radici profonde", "contorto" sì, ma perché "forte" e "resistente alle intemperie", presente al Nord e al Sud, quindi "molto italiano". Inoltre, rappresentava la pace e faceva appunto molti frutti. Le olive, certo.
Qui però sorse il primo problema, di ordine lessicale. Olivo o Ulivo? In questi casi si ricorre ai classici. Ma l'Italia letteraria era spaccata. Dalla parte dell’olivo si collocavano Petrarca, Ariosto, Tasso, Boiardo (autore secondario, ma nato come Prodi a Scandiano), Alfieri, Leopardi, Pascoli e Pirandello. Mentre per l'ulivo risultavano schierati Dante, Boccaccio, Machiavelli, Foscolo e Manzoni. Vinse questa seconda squadra: e da allora fu Ulivo. O meglio: fu l’inizio, nei discorsi del leader, dell'Ulivo, declinato con maiuscola e accompagnato da una proliferazione di metafore a base di ramoscelli, frantoi e olio extravergine. 
Nel giugno del 1995, in un meeting allo stadio San Paolo di Napoli, davanti ai fotografi fu consegnato a Prodi un ulivetto dentro un vaso di coccio […] e l'omaggio aveva il senso di rendere visibile e concreto, utile quindi alla politica di questo tempo, ciò che apparteneva al mondo rarefatto delle allegorie. […] 
A dicembre, sempre del 1995, mi trovai in una piccola sala della sede prodiana di piazza Santi Apostoli per la presentazione ufficiale del simbolo, disegnato ovviamente verde oliva, ma con una stilla di apostrofo rosso, dal grafico "umanista" Andrea Rauch al termine di un viaggio che dai murales di Siqueiros l’aveva portato dalle parti di Paul Klee. 
Ma più che dal segno rimasi colpito da quanto c’era dietro e che un professore anche lui barbuto, Alessandro [non Andrea, ndb] Savorelli, storico della filosofia alla Normale di Pisa e appassionato d’araldica, aveva raccolto nell’elegante brossura in uno sfolgorio di archetipi, tenebre e luci, Sacre scritture e miti greci, quindi terra, sangue, pace, eternità e cosmo. Il tutto per dire che la scelta dell'Ulivo appariva semplice-semplice, ma alle spalle s’intravedeva una potente macchina mitologica il cui riverbero iconografico non era poi così lontano da un marchio di successo tipo Bertolli, Sasso o Carapelli. 

In altre parole, il prodismo allo stato nascente era riuscito a far tesoro della grande lezione pubblicitaria di Berlusconi e della sua abilità nel manipolare segni, sogni, visioni e simboli.
Non bastò tutto ciò a evitare la caduta del governo prodiano, ma il Professore e Arturo Parisi fu pronto a mettere in campo un'alternativa giusto per mettere i bastoni tra le ruote a D'Alema, nuovo inquilino di Palazzo Chigi: "pensarono e allestirono un vero e proprio partito cui misero nome 'I democratici', che per un paio d'anni venne famigliarmente riconosciuto come 'l'Asinello' per via del simbolo dei democratici Usa, ma che qui in Italia fin troppo ricalcava il somarello del Pinocchio della Walt Disney, la quale infatti piantò anche una grana sulla titolarità dell'emblema". Lo staff di Parisi non ha memoria di querelle disneyane (e non ricorda nemmeno Francesco Cardinali, che disegnò la bestiola), ma di certo a Berlusconi venne spontaneo un commento che Ceccarelli riportò nel Teatrone: "Se volevano scegliere nel mondo di Disney, forse il simbolo migliore sarebbe stato quello della Banda Bassotti". Nessuno finora ha osato tanto, ma in Italia non si può mai dire...

Postilla (per iniziati)

Non si può chiudere questo racconto di un "libro della vita" senza dare debito conto di tre pagine minori del libro, che però non sfuggono ai #drogatidipolitica e a chi frequenta questo sito. Per prima cosa, fa effetto sapere che nel 1992 Sbardella, per capitalizzare la fama del "divo Giulio" frattanto nominato senatore a vita, propose sul serio di candidare alle comunali romane dell'anno dopo un altro Andreotti, di professione ristoratore (che però si chiamava Francesco): qualcuno prima di Renzo Rabellino - l'uomo di Rosso sindaco (Gianfranco, non Roberto) e della Lista Buttiglione (Franco, non Rocco) a Torino e della Lega Centro per Storace (quello buono, ma scritto con più evidenza rispetto alla lista vera) in Lazio - aveva concepito una "operazione Alias" e scoprirlo è un'ottima scusa per ricordare tutte quelle manovre geniali. Avranno un vago sentore di zolfo, ma strappano sempre un applauso.
Secondariamente, un po' di attenzione occorre concedere al "gran deposito della memoria comunista di via Sebino", cioè la sede - al civico 43a - della Fondazione Gramsci Onlus e dell'associazione Enrico Berlinguer che riunisce e coordina tutte le fondazioni che a livello locale conservano il patrimonio (materiale e immateriale) che era stato dei Democratici di sinistra e dei partiti che li hanno preceduti. Un luogo che, oltre a conservare quasi tutto ciò che è riferibile - tra documenti, opere d'arte e molto altro materiale, di cui Ceccarelli riesce pienamente a restituire l'anima - alla storia Pci, Pds e Ds, è soprattutto il regno di Ugo Sposetti, ultimo tesoriere dei Democratici di sinistra che - ebbene sì! - continuano a esistere come soggetto giuridico, che seguita a presentare bilanci.
Da ultimo, viene spontaneo dire che, nel continuo spettacolo del Cossiga post-Quirinale, il passaggio più creativo di questa fase è stato rappresentato dalla creazione del "movimento" (ma forse era piuttosto un ordine) dei Quattro Gatti, con tanto di stemma di corpo ed emblema personale cossighiano del Gatto Mammone ("fantasioso animale totemico di riferimento"). Si tratta di una pagina che Filippo Ceccarelli conosce bene: dopo aver scritto nel 2002 sulla Stampa la sua teoria del Cossiga-sciamano (anzi, majarzu, alla sarda), ricevette una telefonata ringraziante e compiaciuta dell'Emerito e, qualche giorno dopo, una copia debitamente confezionata del crest in porcellana dei Quattro gatti. "L’ho deposto su uno scaffale - racconta nel libro -. Quando ho traslocato me lo sono portato a casa. Ogni tanto apro la scatola e gli do una guardata, ancora non so bene cosa pensarne, e cosa no." Di certo non l'ha dimenticato, al punto da citarlo nel libro della vita: scorrendolo, ho scoperto che ha usato come fonte per le informazioni sullo stemma la mia intervista all'ideatore (l'araldista, già funzionario del Quirinale, Michele D'Andrea) e ha citato Per un pugno di simboli nella ricchissima bibliografia - pagine preziose per una biblioteca sterminata. La citazione di oggi si cumula al dono "prefazionale" di quattro anni fa: ogni mia gratitudine non sarà mai sufficiente.

1 commento:

  1. Solo un appunto...Democrazia Nazionale naufragò alle elezioni politiche - ed europee - del 1979, non del 1976

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