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domenica 7 gennaio 2018

L'edera del Pri tornerà sulle schede sull'Ala di Verdini?

La partita delle esenzioni non sembra avere fine. Perché, al di là del caso di +Europa, che non dovrà raccogliere le firme grazie al soccorso simbolico del Centro democratico Bruno Tabacci, lo stesso fenomeno potrebbe presto riguardare altre due formazioni: una dalla storia importante ma da tempo lontana dal Parlamento (fatta eccezione per qualche apparizione fugace e per meri scopi tecnici), l'alta piuttosto nuova, determinante in certi momenti per le sorti degli ultimi due governi, quasi sempre assente dalle elezioni sul territorio, ma con la fortuna di avere un gruppo parlamentare e, dunque, di essere esente dalla raccolta firme. E, soprattutto, di poter esentare qualcun altro.
L'ultimo soggetto, quello presente in Parlamento, è Ala - Alleanza liberalpopolare Autonomie: a Napoli, quando la lista di quel gruppo politico aveva provato a sostenere Valeria Valente, era arrivato giusto un 1,42%, meglio di altri (Udc e Psi compresi) ma discretamente peggio rispetto ad altre forze. Dopo vari articoli di stampa che davano sostanzialmente per certa una non ricandidatura di Denis Verdini, erano stati in molti a pensare che il simbolo di Ala sarebbe magari apparso nelle bacheche del Viminale, ma non avrebbe poi presentato liste, anche se avrebbe potuto farlo in tutta l'Italia proprio in virtù dell'esenzione accordata.
La sorpresa, però, è arrivata ieri e da un soggetto politico che da tempo non è sotto i riflettori: il Partito repubblicano italiano. Se ne avevano poche notizie dopo i tempi di Giorgio La Malfa e dopo la collaborazione tra Berlusconi e l'allora segretario Francesco Nucara, deputato eletto nel 2006 in Forza Italia e nel 2008 nel Pdl (e mancato costitutore di un gruppo di "responsabili" volto a salvare il governo Berlusconi dopo la fuoriuscita dei finiani), ma ha continuato a operare su scala ridotta, celebrando il suo 48° congresso nazionale dall'8 al 10 dicembre a Roma ed eleggendo Corrado De Rinaldis Saponaro alla segreteria. Nella mozione conclusiva approvata, si è deciso che, "Visto il rigetto da parte della pubblica opinione del sistema elettorale maggioritario che ha imperato senza autentici successi di stabilità e di governo per più di vent'anni", era "indispensabile presentare fin dalle prossime elezioni il simbolo dell'edera" e "collocarlo in un’area liberal democratica capace di dialogare per il bene dell’Italia con le forze europeiste e di progresso e che questa esigenza sia prioritaria rispetto agli schieramenti e all'assegnazione dei collegi come primo passo per la ricostruzione e la riaggregazione del mondo repubblicano".
Lodevole pensare alle liste prima ancora che alla collocazione, ma il problema erano e restavano le firme da raccogliere: qualcuna nel 2013 era saltata fuori, quando il partito aveva indicato come capo della forza politica Franco Torchia, ma il Pri si era presentato in poche circoscrizioni, sfiorando i 7mila voti nazionali, pari allo 0,02% (0,21% in Emilia Romagna, 0,1% in Sicilia 2). Eppure giusto ieri mattina, alla direzione nazionale del partito, il segretario è stato autorizzato "a realizzare un accordo politico-programmatico coni gruppi parlamentari di Ala che, essendo esentati dalla legge alla (sic!) raccolta delle firme, consentiranno di presentare il simbolo del Pri". Non si sa se l'accordo sia cosa fatta, ma è difficile che su un documento ufficiale di un partito si parli di "autorizzazione a realizzare un accordo" (e non di "cercare" o "valutare") se non ci sono elementi concreti che rendono questa soluzione almeno minimamente fondata.
Almeno parte della base non sembra aver preso bene l'idea (non a caso, la foto postata qui è tratta da un profilo Facebook che parla di "una vera e propria schifezza politica", altri scrivono tra il sarcastico e l'amaro "Eja Eja ALAlà"; c'è chi, invece, implora i repubblicani perché non litighino e non perdano un'occasione per entrare in Parlamento o almeno concorrere ad armi pari in tutta l'Italia. In ogni caso, i due simboli dovranno "convivere" in qualche modo, come "bicicletta" o trasformando Ala in una "pulce" accanto all'edera. Toccherà agli elettori scegliere se dare il voto a quelli che qualcuno ha già battezzato "repubblicani di Verdini" (e dedicare a Denis "Siam qui tra le tue braccia ancor / avvinti come l'edera" sarebbe fin troppo facile) o guardare altrove, in cerca di diverse proposte liberal democratiche. 

giovedì 13 ottobre 2016

Addio, Monti, al nome (non al simbolo) di Scelta civica

C'era stato persino il colpo di scena ieri pomeriggio, quando l'ufficio di presidenza della Camera avrebbe dovuto decidere come sciogliere il nodo "nominale" legato a Scelta civica. La questione, pur nota, va riepilogata in breve: Enrico Zanetti, leader di Sc e sottosegretario del governo Renzi, ritenendo che parte degli iscritti al gruppo non fossero (economicamente) adempienti verso il partito e che le decisioni del gruppo fossero condizionate da membri non iscritti al partito, decise di abbandonare la compagine parlamentare e di fondarne un'altra, chiamandola Scelta civica verso Cittadini per l'Italia, poi associata al Maie di Ricardo Merlo e comprendente anche i deputati verdiniani di Ala. Contemporaneamente, però, Zanetti decise di ritirare l'affiliazione di Scelta civica all'omonimo gruppo, portando con sé il nome e, con questo, la possibilità di formare un gruppo in deroga (anche senza arrivare, dunque, ai 20 componenti, utilizzando la clausola regolamentare che consente la deroga a chi ha dimostrato una certa presenza alle elezioni); a quel punto, coloro che non avevano voluto seguire Zanetti avevano dato una diversa versione, sostenendo il loro pieno diritto di continuare a chiamarsi Scelta civica ed esistere a Montecitorio, anche in un numero inferiore a 20.
La decisione sul punto, si diceva, è stata presa ieri dall'Ufficio di presidenza della Camera (composto, oltre che dalla presidente Boldrini, dai quattro vicepresidenti, dai tre questori e dagli otto segretari, che devono rappresentare tutti i gruppi) e, nel bel mezzo della riunione, era arrivata una lettera direttamente da Mario Monti, ispiratore e fondatore di Scelta civica (ma fuori da tempo dal partito). In quella missiva, il senatore a vita sosteneva di essere titolare del simbolo usato da Scelta civica e, come tale, negava il proprio consenso all'uso del nome in un gruppo nato con gli aderenti alla formazione di Denis Verdini. In seguito a un approfondimento giuridico e regolamentare, svolto dal segretario d'aula Giovanni Sanga (Pd), sarebbe tuttavia risultato che - in base allo statuto del partito e, soprattutto, alla scrittura privata relativa alla costituzione di Scelta Civica, purtroppo non resa pubblica - Monti è titolare sì del simbolo, ma non anche del nome che contiene: l'uso di quest'ultimo (disgiunto dal logo), dunque, è stato riconosciuto a Zanetti in quanto segretario.
E coloro che non volevano lasciare né il gruppo né il nome? La loro esistenza come gruppo è stata confermata, ma con due limitazioni: da una parte, è stato necessario cambiare nome, e come nuova etichetta è stata scelta Civici e innovatori; dall'altra parte, essendo rimasti solo in 15 i deputati e non essendo possibile far valere la deroga legata all'uso del simbolo di Scelta civica, si è dovuto trovare un'altra soluzione (se non altro perché gli scissionisti, formalmente, non erano loro e l'esistenza in vita del gruppo andava tutelata in qualche modo). Per questo, la "sopravvivenza" del gruppo è stata autorizzata, ma solo in via provvisoria, concedendo alla compagine un "tempo congruo" per raggiungere la quota minima di 20 deputati. 
Quasi inutile dire che il verdetto non è piaciuto a Mario Monti, a giudicare da una sua nota diffusa subito dopo: 
L’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati, con decisione politica su pressione del Partito democratico ha oggi autorizzato, senza alcun adeguato approfondimento, la costituzione, in deroga al Regolamento, di un nuovo Gruppo. All’utilizzo della denominazione "Scelta Civica" da parte di tale gruppo mi sono opposto, con lettera alla presidenza della Camera, quale fondatore di Scelta Civica e tuttora titolare della denominazione e del simbolo. Mantengo la mia opposizione e mi riservo di far valere le mie ragioni. [...] Si tratta di un'operazione che snatura completamente l’ispirazione originaria che diede vita a Sc, condotta con soggetti che sono in totale contrasto con i valori in base ai quali circa 3 milioni di cittadini diedero il loro voto nel febbraio 2013 esercitando un’influenza decisiva sull'esito di quelle elezioni. Dopo avere lasciato la presidenza di Scelta Civica e in seguito lo stesso partito, mi ero sempre astenuto da qualsiasi intervento nei confronti degli organi responsabili e non ho mai ritenuto di esercitare il diritto di revocare l’uso della denominazione e del simbolo. Ma in questa occasione ho considerato mio dovere intervenire. 
Così, mentre Monti esprimeva il suo personale rammarico perché, nella sua compagine schierata alle elezioni del 2013, "accanto a tante donne e uomini che, eletti, hanno servito con lealtà e dignità, vi fosse anche chi ora vuole portare una parte del movimento a legarsi con il senatore Verdini" e concedeva a costoro di farlo, "ma non usando violenza al simbolo di Scelta Civica", la componente ufficiale del partito ufficializza il suo matrimonio (parlamentare) con i verdiniani, lasciando alle spalle quello - invecchiato di colpo - coi Moderati di Portas, che a Montecitorio si sono dovuti accontentare di costituire una componente del gruppo misto con il Ppa.

sabato 23 luglio 2016

Scelta civica, sulla titolarità del nome pronta la resa dei conti

Il sospetto c'era dall'inizio: la situazione in Scelta civica per l'Italia era ed è molto delicata e non sarebbe certo bastata la decisione del segretario Enrico Zanetti di uscire dal gruppo alla Camera e fondarne un altro "ufficiale" con il nome in fieri del partito a dichiarare chiuso il caso. Perché, dopo che Zanetti, dubitando della validità della deliberazione sulle cariche del gruppo per mancanza del numero legale (senza però impugnare alcunché), riteneva di poter ritirare l'uso di nome e simbolo allo stesso gruppo (sulla base di un mandato da lui ricevuto dalla direzione del partito) e di assegnarlo alla nuova aggregazione di cui è parte anche Ala, è arrivata la risposta dei dirigenti del partito contrari a questa scelta. 
Rileva in particolare la lettera di sedici componenti della direzione nazionale (firmata tra l'altro dal confermato capogruppo alla Camera Giovanni Monchiero, dal sottosegretario Antimo Cesaro e dai deputati Stefano Dambruoso e Giovanni Palladino), di cui ha dato notizia due giorni fa Antonio Pitoni sulla Stampa. Il testo della lettera parla di decisioni del segretario "prese senza preavviso, senza motivazione e senza che venissero in alcun modo discusse o approvate dagli organi del partito". L'organo, in particolare, non si sarebbe espresso su "un'imminente integrazione con Ala" (per scelta del segretario e non dell'intera direzione), né sull'elezione del direttivo del gruppo parlamentare. 
Il punto più delicato, tuttavia, riguarda ovviamente l'uso del nome (e, a cascata, del simbolo che lo contiene) e - sempre secondo l'articolo di Pitoni - sarebbe stato aggiunto dopo che Zanetti ha detto (e scritto sul suo profilo Facebook il 15 luglio) di aver "comunicato alla Camera la revoca della affiliazione politica del gruppo esistente al partito Scelta Civica". Nella lettera si legge che "il mandato conferito a maggioranza al segretario Zanetti per l’eventuale revoca dell’uso del nome si fonda su presupposti del tutto diversi". Diversi, evidentemente, da quanto lamentato da Zanetti, ossia il verificarsi di "poco commendevoli casi di decisioni rilevanti nel rapporto tra gruppo e partito assunte con il comportamento attivo e il voto determinante dei componenti del gruppo ospiti 'indipendenti', in quanto non iscritti al partito" o della presenza nel gruppo di iscritti "sistematicamente inadempienti rispetto agli obblighi di contribuzione" verso il partito.
I firmatari della lettera hanno chiesto che si riunisca urgentemente la direzione nazionale, chiedendo a chiare lettere la "conferma che l’unico gruppo parlamentare di riferimento per il partito di Scelta Civica è quello costituito all'inizio della legislatura", con la "conseguente conferma del pieno diritto di tale gruppo di utilizzare il simbolo e la denominazione Scelta civica». Logica conseguenza dei primi due punti proposti sono gli altri due: "interruzione di qualsiasi attività diretta alla formazione di un nuovo gruppo parlamentare unitamente ai parlamentari di Ala" e "adozione di ogni altro provvedimento conseguente". Cosa che viene letta da Pitoni come "un vero e proprio avviso di sfratto per Zanetti", anche in vista probabilmente del congresso che si aprirà in autunno. 
Difficile ora fare previsioni sull'esito del voto in direzione (i membri sono 42), se e quando l'organo sarà riunito: secondo il presidente della Commissione Affari costituzionali Andrea Mazziotti Di Celso - intervista sempre dalla Stampa - "i voti contrari all’accordo con Ala sono molti più di 16, mentre i membri della direzione in carica sono, a quanto mi risulta, meno di 40, causa dimissioni varie", mentre molto più importante è aprire un dibattito "sull'operazione di unione coi verdiniani" e sulla "pretesa di Zanetti di 'licenziare' dalla sera alla mattina il gruppo di Scelta civica senza alcun motivo e promuoverne un altro senza nemmeno informare il partito".
A seconda dell'esito della riunione, non è impossibile che si apra un contenzioso sulla titolarità di nome e simbolo: l'uso di quest'ultimo, per inciso, è regolato dal comitato di presidenza (l'equivalente della segreteria vecchia maniera) e autorizzato (anche) dalla direzione nazionale, mentre l'eventuale modifica radicale o abbandono spetta all'assemblea nazionale su impulso della direzione. Lo stesso Zanetti, per la verità, ha prefigurato "schermaglie giuridiche [...] sull'improbabile diritto dell'ex gruppo del partito a mantenere la denominazione Scelta Civica anche in assenza di qualsivoglia collegamento con il partito politico", senza manifestare per queste interesse; la richiesta di convocare la direzione, tuttavia, sposta la disputa tutta all'interno del partito, o almeno di ciò che ne è rimasto. 

venerdì 15 luglio 2016

Scelta civica si sdoppia alla Camera?

Nessuno, forse, ci avrebbe creduto, ma in Parlamento - alla Camera - è questione di ore la coesistenza di due gruppi quasi con lo stesso nome, con il segretario di un partito che abbandona il proprio gruppo (ma non la propria formazione, almeno per ora) per fondarne un altro, ritenendolo ovviamente quello più autentico e originale. Il caso è ovviamente quello di Scelta civica per l'Italia, che giusto ieri ha visto traslocare nel gruppo misto quattro deputati, compreso il segretario del partito - e viceministro dell'economia nel governo Renzi - Enrico Zanetti (gli altri sono Mariano Rabino, Giulio Cesare Sottanelli e Angelo Antonio D'Agostino). Già questa situazione di "separati in casa" (ove la casa è il partito) meriterebbe di per sé attenzione, ma gli ultimi accadimenti di ieri hanno reso praticamente unica la situazione: il tutto è compendiato da una dichiarazione dello stesso Zanetti.


Le prime fasi della vicenda sono ricostruite soprattutto dal Fatto Quotidiano (in un articolo di Giulio Simeone e Giorgio Velardi). Premessa necessaria: solo a marzo, quando fu celebrato il matrimonio tra ciò che restava di Scelta civica e i Moderati di Giacomo Portas, fu proprio quest'ultimo - e sempre al Fatto - a dichiarare che "quando ci si sposa, di solito, al matrimonio si invitano i parenti e gli amici, non gli sconosciuti" come Verdini, appunto, sebbene nelle settimane precedenti si fosse vociferato proprio di una partecipazione di Ala - allora ancora senza simbolo - alla nascita del nuovo soggetto politico.
Mercoledì, invece, in una lunga direzione pomeridiana del partito, come sottolineato da Zanetti, sarebbe stato dato "mandato al Segretario di revocare la denominazione politica del partito al gruppo parlamentare, laddove il gruppo avesse proseguito con dinamiche tali da determinare una maggioranza di componenti iscritti al partito, ma sistematicamente inadempienti rispetto agli obblighi di contribuzione verso lo stesso, nonché una partecipazione dei componenti del gruppo non iscritti al partito attiva e determinante nell'assunzione di decisioni rilevanti nel rapporto tra partito e gruppo". Tradotto, o i deputati di Scelta civica pagano le quote (gli eletti devono contribuire di più dei semplici iscritti) e i non iscritti al partito hanno meno peso, o il gruppo deve mollare nome (e simbolo).
Subito dopo la direzione, tuttavia, si è riunito il gruppo dei deputati di cui il segretario fa parte, per eleggere il direttivo dello stesso. Zanetti aveva chiesto di rinviare l'adunanza, che però si è svolta ugualmente e, a detta dello stesso Zanetti, in mancanza del numero legale (avrebbero partecipato 10 deputati su 20, quando ne servivano 11): i presenti, compresi tutti i non iscritti a Sc (che appunto avrebbero dovuto essere depotenziati, stando alla decisione del vertice del partito), avrebbero eletto un direttivo i cui componenti - secondo Il Fatto - erano in gran parte contrari alla proposta di confluenza di Ala in Scelta civica (formulata da Zanetti - scrive il Fatto - probabilmente per avere più peso in maggioranza come gruppo e recuperare rappresentanza al Senato, mentre i verdiniani avrebbero potuto entrare ufficialmente in maggioranza e avere incarichi di governo). 
Il gruppo, dunque, ha confermato alla guida Giovanni Monchiero, antiverdiniano al pari di Gianfranco Librandi, Giovanni Palladino, Antimo Cesaro e Andrea Mazziotti Di Celso. Una "legittima, ma palese sfida a quanto poco prima deliberato dalla Direzione del partito", che ha indotto Zanetti a traslocare nel gruppo misto, assieme ad altri tre deputati, per evitare che "proseguisse la finzione giuridica di un gruppo espressione di un partito che invece è evidentemente un rispettabile gruppo misto senza alcuna base politica".
Il tutto si è compiuto ieri con la proposta di costituire il gruppo "Scelta Civica - Verso Cittadini per l'Italia", "in linea - scrive ancora Zanetti - con la prospettiva politica di denominazione deliberata dagli organi direttivi del partito e su cui ci sarà il futuro confronto congressuale": un gruppo che dovrebbe comprendere, oltre a Zanetti e agli altri fuoriusciti da Scelta civica, i deputati di Ala (tra cui Francesco Saverio Romano, Ignazio Abrignani, Luca d'Alessandro, Giuseppe Galati, Massimo Parisi, Giovanni Mottola, Monica Faenzi, Giorgio Lainati) e Marco Marcolin di Fare!; questo che dovrebbe essere il primo passo verso la nascita di "un nuovo soggetto politico che mira ad aggregare le forze del centro di ispirazione liberaldemocratica", come sezione italiana dell'Alde (anche se alle europee, come è noto, la lista Alde - Scelta europea era andata male). 
Ora, la novità di un segretario che, fermo nel suo incarico, abbandona un gruppo parlamentare e ha intenzione di fondarne un altro fa indubbiamente scalpore (quasi quanto il sostanziale ingresso in un gruppo di maggioranza dei verdiniani, cosa che secondo alcuni dovrebbe portare alle dimissioni da viceministro di Zanetti), ma la vicenda porta con sé varie questioni tecniche, tutt'altro che di poco conto. Con le ultime defezioni, per esempio, il gruppo di Scelta civica per l'Italia è sceso sotto i 20 membri e per rimanere in piedi, evitando lo scioglimento e la trasformazione in componente del gruppo misto, dovrebbe ricevere una deroga dall'Ufficio di presidenza di Montecitorio, secondo quanto previsto dall'art. 14.2 del regolamento della Camera: esso richiede che il gruppo rappresenti "un partito organizzato nel Paese", che questo abbia presentato col proprio simbolo liste in almeno 20 collegi (Scelta civica lo ha fatto) e che abbia eletto almeno un deputato direttamente, ottenendo almeno 300mila voti (ne sono arrivati oltre 2,8 milioni).
Zanetti però non si è dimesso da segretario di Scelta civica (partito che in autunno andrà a congresso: l'idea originaria era di trasformarsi nell'aggregazione di civiche Cittadini per l'Italia e di confluire nei Moderati, ma chissà se ora andrà così...) e, visto il deliberato della direzione, ha il potere di revocare il nome al gruppo parlamentare. Andrebbe in tale senso la proposta di costituire di un gruppo che contenga tanto il nome Scelta civica, quanto quello di Cittadini per l'Italia. Un gruppo che, se rimanesse sotto i 20 membri, dovrebbe essere costituito in deroga, utilizzando sempre i requisiti di presenza elettorale che Scelta civica ha dimostrato: difficilmente l'ufficio di presidenza di Montecitorio (in cui peraltro siede Stefano Dambruoso di Sc) potrebbe consentire la coesistenza di due gruppi sostenuti dalla stessa deroga, dovendo negare il beneficio a uno dei due. Quasi impossibile, a quel punto, che sia declassato a componente del misto il gruppo del segretario di Sc.
Sarebbe l'anticamera di una scissione di partito (visto che gruppi e partiti sono soggetti diversi)? Possibile, ovviamente. Figure chiave sono Zanetti, come segretario e titolare del potere di revoca del nome al gruppo, e Settimo Minnella, tesoriere e (salvo errore) in quanto tale legale rappresentante del partito. L'uso del simbolo, dunque, passa innanzitutto attraverso di loro, come anche attraverso il Comitato di presidenza, nel quale siedono anche altre 12 persone, compreso il capogruppo antiverdiniano Monchiero (ma rimarrà, dopo la nascita del nuovo gruppo?). Si vedrà in seguito che pieghe prenderà la vicenda; per ora, resta molta tensione e molta confusione. 

martedì 3 maggio 2016

Anomalia finita, anche Ala ora ha un simbolo

Fino a oggi rappresentava una vera eccezione nel panorama politico-simbolico italiano: Alleanza Liberalpopolare-Autonomie era l'unico caso di gruppo parlamentare che non avesse in sé o dietro di sé un proprio simbolo con cui presentarsi alle elezioni. Oggi l'anomalia finisce: proprio quando i giorni per il deposito di contrassegni e candidature per le elezioni amministrative sono alle porte - questione di qualche manciata di ore - l'Ansa ha battuto la notizia in base alla quale il simbolo c'è già.
Per avere conferma, è sufficiente andare sulla pagina Facebook del gruppo-partito nato intorno a Denis Verdini, aggiornata all'ora di pranzo con il nuovo emblema. Per sapere esattamente in quali comuni l'emblema finirà sulla scheda (quasi certamente a sostegno dei candidati dem) bisognerà attendere domani, anche se qualche certezza c'è già, a partire da Cosenza, città in cui il candidato sembra essere Carlo Guccione, sostenuto dal Pd e anche da Ala (che, stando a un pezzo di Alessandro De Angelis per l'HuffPost, è rappresentata lì da Giacomo Mancini Jr, un cognome importante sul piano simbolico: suo nonno, nonché suo omonimo, era con Pannella a trattare con Mitterand la cessione della rosa nel pugno, ma poi a utilizzarla fu solo il leader radicale). 
Tornando al nuovo emblema, la struttura si dipana su due-tre cerchi concentrici: nella corona rossa esterna c'è il nome intero del partito (dal quale, curiosamente, sparisce il trattino del gruppo), mentre il cerchio centrale è blu. La scelta cromatica la spiega all'Ansa Ignazio Abrignani, che in Forza Italia e nel Pdl aveva ricoperto per anni il delicatissimo incarico di responsabile elettorale: "Il blu - spiega Abrignani, interpellato al telefono - e' un po' il colore delle nostre origine e rimanda al valore dei moderati laddove il rosso indica la nostra passione per la politica, nella speranza che le riforme vengano approvate in questo Paese".
Lo stesso cerchio blu contiene la sigla bianca del partito, in una font bastoni e decisamente visibile; la stessa sigla è "visualizzata" - un po' come fece in un primo tempo l'Api rutelliana e, prima ancora, l'Ape di Domenico Comino - nel concetto dell'ala, resa ovviamente con il tricolore, che nasce dalla fascetta verde intermedia tra il blu e il rosso e quasi "sfonda" i limiti della corona rossa, toccando il contorno esterno. Piccolo particolare: quell'ala stilizzata a tre "piume" ricorda l'ala del bird of liberty dei LibDem europei e la scelta non sembra del tutto una coincidenza.
Come nella consolidata tradizione dei partiti nuovi, senza un antico riferimento sociale ma pigliatutto (all'inglese, catch-all) per vocazione, nel contrassegno appena sfornato sono presenti tutti i colori nazionali (tricolore più azzurro). Riconoscibile il nuovo nato sembra riconoscibile, almeno a colpo d'occhio: la penseranno così anche gli elettori?

venerdì 24 luglio 2015

Il nome di Verdini, che non c'è ancora (ma pare già sentito)

Il partito ancora non c'è, ma ha già un account su Facebook. O, almeno, così può sembrare. Da alcuni giorni si parla del gruppo parlamentare che dovrebbe nascere al Senato nel segno di Denis Verdini, pescando soprattutto da Forza Italia e Grandi autonomie e libertà. C'è chi si spinge a individuare i futuri membri - Il Fatto quotidiano, ad esempio, dà quasi per certi come aderenti Lucio Barani, che certo non smetterà il garofano, Eva Longo, Giuseppe Compagnone, Riccardo Mazzoni, Ciro Falanga e Vincenzo D’Anna - ma, nell'attesa dell'annuncio ufficiale (previsto per l'inizio della prossima settimana), colpisce già il possibile nome del gruppo senatoriale, Alleanza Liberale Popolare e Autonomie (almeno stando al Fatto, perché all'AdnKronos D'Anna ha parlato di "Azione liberal popolare e Autonomie")
Precisiamo subito, gruppi parlamentari e partiti sono realtà diverse: i regolamenti di Camera e Senato richiedono un numero minimo di aderenti perché si formi un gruppo autonomo (rispettivamente 20 e 10). Se una formazione non arriva a quella quota e ha schierato i suoi candidati nelle liste di un altro partito - per "diritto di tribuna" - può restare in quel gruppo (lo fecero i radicali eletti col Pd nella XVI legislatura). Se il drappello degli eletti ha un minimo di consistenza (3 unità alla Camera, al Senato ne basta una), si può formare una componente del gruppo misto; vari accordi, infine, possono consentire di formare un gruppo che raccolga varie sigle, pure piuttosto variegate. Nella legislatura passata è stato così per Iniziativa responsabile (poi Popolo e territorio) alla Camera e per l'omologo Coesione nazionale al Senato); si è tentati di dire lo stesso ora per Gal, che unisce più partiti (ad oggi Grande Sud, Movimento per le Autonomie, Nuovo PSI, Popolari per l'Italia, Italia dei Valori, Vittime della Giustizia e del Fisco, Federazione dei Verdi, come si legge nella denominazione ufficiale del gruppo), anche se non tutti i componenti si possono inquadrare in questi soggetti politici. Formare un gruppo, dunque, non è per forza l'anticamera di un partito, con tanto di simbolo da elaborare. 
Già il nome pare frutto di un parto: era circolata l'etichetta "Azione liberale", ma secondo Libero "All'atto di registrare il loro movimento politico, Verdini e i suoi hanno scoperto che era già stato registrato da un'altra associazione politica". In effetti come marchio quell'espressione non risulta, ma a spulciare qua e là in Rete e su Facebook spunta qualche pagina chiamata così e magari lo stesso è accaduto consultando qualche registro di associazioni. Si sarebbe allora lasciato il concetto di "azione" ripiegando su quello di "alleanza" (anche se per l'AdnKronos, come si è visto, è rimasto il primo termine), fino a ottenere il nome ricordato: nome lungo e poco appetibile, come "niente di entusiasmante" (sempre per Libero) sarebbe la sigla del nuovo gruppo, Apla. Che poi, a ben guardare, la denominazione sembra soprattutto poco originale, sa di "già sentito": dentro c'è qualcosa di Gal, di Alleanza popolare (il vecchio cartello Mastella-Martinazzoli) e anche di un nome che si è tentato invano di depositare come marchio anni fa, "Autonomia liberale partito d'azione liberalsocialista".
Su Facebook, però, qualcuno ha già cercato di muoversi. Perché un profilo da alcuni giorni si chiama Alleanza popolare liberale autonomie, qualcosa che si avvicina molto al nome circolato nelle ultime ore. Davvero difficile, però, pensare che sia stato creato apposta: se si guarda l'indirizzo web, l'account sembra chiamarsi in realtà "Martinoant", esiste - a guardare dal profilo - già da alcuni anni e conta oltre 3700 amici. Qualcosa che somigliava a un simbolo, tra l'altro, nel profilo c'è, ma nessuna forza politica potrebbe mai utilizzarlo seriamente. Tanto vale aspettare, a questo punto, e se son partiti, prima o poi simboleranno. C'è da starne certi