sabato 10 ottobre 2026

Meno firme per i simboli nuovi (e non solo) con l'aiuto di quelli già visti: c'è tempo fino al 24 ottobre per creare componenti del gruppo misto

Ieri la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato la legge 9 ottobre 2026, n. 180 (Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica): dopo l'approvazione definitiva da parte della Camera l'8 ottobre, alle 12 e 40, si è chiuso il percorso parlamentare iniziato il 26 febbraio scorso, con la presentazione a Montecitorio del disegno di legge a prima firma di Galeazzo Bignami (Fdi), volto a modificare in modo significativo la legge elettorale. Un percorso non lineare, con varie modifiche significative in corso d'opera (si pensi, soprattutto, all'adozione di un nuovo testo base che non prevedeva più il ballottaggio), alcuni incidenti (si pensi agli emendamenti sulle preferenze bocciati nel primo passaggio alla Camera) e approvazioni di emendamenti forieri di numerose polemiche. Vale per l'emendamento di Forza Italia - a prima firma di Paolo Emilio Russo - che intendeva innalzare la "soglia di utilità" dall'1% al 3%, sterilizzando di fatto ai fini dell'eventuale premio e dell'attribuzione dei seggi alle coalizioni i voti delle formazioni medio-piccole (salvando solo la migliore lista coalizzata "sotto soglia"), approvato alla Camera ma poi "superato" al Senato; vale ancor di più per l'emendamento di Fratelli d'Italia - firmato dalla senatrice Antonella Zedda - che in origine si limitava a eliminare del tutto la citata "soglia di utilità", ma attraverso varie riformulazioni richieste dal governo ha quadruplicato (da 1500 a 6000) il numero di sottoscrizioni che una lista deve raccogliere in ogni collegio plurinominale, mantenendo la vecchia soglia d'accesso solo per le formazioni costituite in gruppo parlamentare a legislatura già iniziata o in componente del gruppo misto (e facendo salva l'esenzione dalla raccolta firme per i partiti che - a fronte di un emendamento di Azione, anch'esso riformulato, approvato in commissione Affari costituzionali alla Camera nel primo passaggio - hanno creato il gruppo all'inizio della legislatura in almeno un'assemblea parlamentare o, con riguardo alla legislatura in conclusione, lo hanno formato prima del 31 dicembre 2025).
Il testo pubblicato a tempo di record ieri sera dalla Gazzetta Ufficiale, dopo la promulgazione avvenuta sempre ieri sera (poco dopo le 19, a quanto si apprende) non reca disposizioni espresse sull'entrata in vigore della legge stessa: si deve ritenere, quindi, che valga la norma generale fissata dall'art. 73, comma 3 della Costituzione, in base al quale "Le leggi sono pubblicate subito dopo la promulgazione ed entrano in vigore il quindicesimo giorno successivo alla loro pubblicazione, salvo che le leggi stesse stabiliscano un termine diverso". La riforma elettorale, dunque, entrerà in vigore il 24 ottobre: quella data dovrebbe essere segnata in rosso sul calendario delle formazioni politiche (maggiori e minori, vecchie e nuove) e dei commentatori di politica, perché quel giorno si verificherà quali saranno i gruppi parlamentari e soprattutto le componenti regolarmente costituite in almeno una delle due Camere, dunque si saprà quali forze politiche potranno raccogliere tra 1500 e 2000 firme in ogni collegio plurinominale, invece che tra 6000 e 7000 (ovviamente sempre che le elezioni non si svolgano in anticipo di almeno 120 giorni, dunque quattro mesi, cosa che dimezzerebbe le firme richieste).
Non stupisce, quindi, che proprio in questi giorni possano intensificarsi le manovre per creare nuove componenti del gruppo misto che permettano ad alcune forze politiche di nuovo conio - e in qualche caso già finite sulle schede nazionali - di provare a presentare le proprie liste raccogliendo un quarto delle firme richieste a coloro che non hanno un gruppo parlamentare. Ciò può riguardare innanzitutto alcuni progetti politici già in moto da tempo, ma anche sigle nuove che proprio in questi giorni stanno muovendo i loro primi passi.
Non appare affatto un caso, per esempio che il 5 ottobre sia stato presentato alla stampa  - dopo la fondazione ad Assisi il giorno prima - un nuovo movimento politico (anzi, "partito", guardando all'indirizzo del sito, attualmente non ancora accessibile) denominato Sindaci d'Italia. Questo si autoqualifica come "il movimento politico che segna la svolta dei territori e delle autonomie locali e che unisce amministratori ed ex amministratori locali", volto a "riportare l'esperienza concreta dei comuni e le reali esigenze dei territori al centro del dibattito politico nazionale" e a "valorizzare chi vive e gestisce i problemi della comunità ogni giorno, offrendo risposte pratiche per contrastare l'astensionismo e riavvicinare i cittadini alla politica". Non si può dire che l'idea sia nuova: la si è vista seguita in più occasioni, dalla Lista civica dei cittadini che aveva mosso i primi passi nel 2007, a Italia in Comune promossa da Federico Pizzarotti, Alessio Pascucci e Damiano Coletta nel 2018, volendo anche alla Lista civica nazionale che lo stesso Pizzarotti (con Piercamillo Falasca e altri) aveva pensato di promuovere nel 2022. Ovviamente c'è già il Progetto civico Italia promosso da Alessandro Onorato, che si schiererà nel centrosinistra - ne parleremo meglio dopo - e non stupisce affatto che anche da altre aree politiche possa esserci interesse a "coprire" anche il fronte degli amministratori locali, per non far pensare che si schierino solo nel "campo largo". 
Il simbolo scelto è molto semplice: nel cerchio bianco bordato di nero c'è una corona circolare tricolore che racchiude il nome scelto, con la N in maggior rilievo per dare più visibilità al segmento obliquo, tricolore come la fascia che i sindaci portano. Dei nove fondatori, peraltro, sono soltanto quattro i sindaci attualmente in carica (Gianni Pino, sindaco di San Filippo del Mela, nel messinese, Paolo Amenta, sindaco di Canicattini Bagni, del siracusano, nnonché presidente di Anci Sicilia) o passati (il presidente Ernesto Magorno, già sindaco di Diamante, nel cosentino; Leonardo Grimani, ex sindaco di San Gemini, nel ternano); sono stati consiglieri o assessori - comunali, provinciali o regionali - il vicepresidente Angelo Alessandri (Reggio Emilia), Tommaso Barbato (Marigliano e Campania), Roberto Bernardelli (Treviglio, Milano e Lombardia) e Fabio Venturi (provincia di Verona), mentre non si conoscono eventuali precedenti esperienze da amministratrice locale della tesoriera Paola Carnevale (già impegnata nella "Lega - Noi con Salvini", come si legge sui canali del partito nascente). Per molti quest'esperienza è l'occasione di riaffacciarsi alla politica nazionale: Magorno è stato parlamentare Pd e poi (nella scorsa legislatura) di Italia viva; Grimani, eletto coi dem, è passato poi a Italia viva e in seguito ad Azione; Alessandri e Bernardelli, entrambi ex parlamentari della Lega Nord, sono tra i fondatori di Patto per il Nord; quanto a Barbato, era stato eletto nel 2006 al Senato con l'Udeur (e fu tra i contestatori della scelta di Nuccio Cusumano di votare la fiducia al secondo governo Prodi).
A dispetto della militanza passata nel centrosinistra di varie figure tra i fondatori, il "movimento di ispirazione sturziana, che pone al centro la sussidiarietà e la valorizzazione dei municipi" (parole di Magorno alla presentazione del progetto), vari media hanno accennato all'ipotesi che il progetto possa guardare al centro destra in vista delle prossime elezioni. Dichiarazioni ufficiali al momento non ce ne sono state, ma appare ben difficile che il "campo largo" possa accogliere due progetti sostanzialmente concorrenti. A dire il vero non è nemmeno scontato che quello stesso partito si trasformi in una lista autonoma, magari con il sostegno di qualche forza politica preesistente che aveva partecipato alle elezioni più recenti: certamente però quella possibilità sarebbe aperta anche per Sindaci d'Italia.
Sembra invece essere molto deciso a partecipare alle elezioni con una propria lista e a farlo all'interno del centrodestra Sud chiama Nord, il partito fondato e portato avanti da Cateno De Luca. Intervistato da Tommaso Labate per il Corriere della Sera, l'attuale sindaco di Taormina ha confermato una notizia di cui si parlava da giorni, cioè dell'alleanza a livello nazionale - ma con mani libere in Sicilia - con la coalizione guidata da Giorgia Meloni, definita da lui "una supereroina", pur dicendo che "il Campo largo fino a ieri notte ha provato a trattare con noi mandandoci ambasciatori e segnali" (arrivati, secondo quanto si legge nell'intervista, da figure quali Davide Faraone e Vladimiro Crisafulli, stimate da De Luca, ma insufficienti a superare il fatto che il centro-sinistra non avrebbe risposto alla condizione posta per il dialogo e l’accordo da ScN, "che i Comuni smettano di essere il bancomat del governo centrale"). Nella stessa intervista, peraltro, si legge che il gruppo dei Sindaci d'Italia  andrà "all’assemblea nazionale di Sud chiama Nord in programma il 27, 28 e 29 ottobre; e già in quella sede contiamo di chiudere la discussione sulla prospettiva di fare una lista comune alle elezioni".
A proposito di lista comune, per poterla fare sul serio e con meno fatica è molto probabile che uno dei termini dell'accordo sia il "prestito" di due deputati per formare, insieme a Francesco Gallo (eletto nel 2022), la componente Sud chiama Nord all'interno del gruppo misto alla Camera esiste beneficiare così della riduzione del numero di sottoscrizioni da raccogliere. Il passaggio appare necessario perché al Senato l'unica eletta di Sud chiama Nord, Dafne Musolino, è passata da parecchio tempo a Italia viva. Naturalmente è presto, anzi prestissimo per poter immaginare il contrassegno elettorale, anche perché siamo abituati alla variabilità dei fregi elettorali legati a Cateno De Luca, anche in base ai soggetti politici che dovessero essere inclusi in quel progetto.
Si parla sicuramente da più tempo, rispetto all'operazione relativa a ScN,  della lista cui lavorerebbe Più Uno, nata oltre un anno fa come associazione politica articolata in comitati di chiara matrice prodiana e da pochi giorni ripensata come soggetto politico-giuridico (con tanto di firma di nuovo atto costitutivo) dal suo promotore, Ernesto Maria Ruffini, ma questa volta con l'apporto determinante di Franco Gabrielli, già prefetto, capo del dipartimento della protezione civile e capo della Polizia di Stato. Proprio Gabrielli, intervistato da Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera, nel ricordare tra l'altro il proprio impegno nel movimento giovanile della Democrazia cristiana, ha voluto confermare che la collocazione di Più Uno non è in un ipotetico centro autosufficiente ma irrilevante, bensì "nel centrosinistra, con l’ambizione di renderlo più largo, credibile e capace di governo. Non una somma di sigle unite contro qualcuno; un’alleanza costruita attorno a un'idea del Paese". Proprio oggi Più Uno ha tenuto la sua assemblea nazionale a Roma, presso il Salone delle Colonne all'Eur e in quell'occasione è stata presentata la nuova versione del simbolo: un po' meno ulivista di prima (ma giusto un po' meno), soprattutto per la scelta di porre il nome del partito (sempre blu con accento rosso) su un fondo arancione sfumato dall'alto verso il basso (un po' come nel vecchio simbolo di Rivoluzione civile), con una striscetta tricolore al di sotto e, nella parte inferiore, la scritta rossa "Uguali per Costituzione".
Il cambio di simbolo è saltato subito all'occhio dei primi commentatori su Facebook. Tra le prime reazioni non sfugge il commento di un utente: "Arancione così ci sta bene il simbolo del Centro Democratico". Già da giorni, infatti, si parla del sostegno tecnico e politico insieme alla nascita delle liste da parte di Centro democratico, il partito di Bruno Tabacci. Si è già ricordato in passato che le precedenti norme elettorali avevano consentito a Cd di fungere da "nocchiero elettorale" per +Europa nel 2018 e per Impegno civico nel 2022 (con Tabacci risultato l'unico eletto riferibile a quella lista, grazie alla vittoria nel collegio uninominale camerale di Milano-Loreto, cancellato insieme a tutti gli altri dalla riforma appena approvata); già nel 2014, a dire il vero, Centro democratico avrebbe dovuto consentire la presentazione senza firme della lista Scelta europea (con Fare per Fermare il declino e varie formazioni aderenti all'Alde), ma poi alla lista partecipò anche Scelta civica (che in un primo tempo aveva pensato a candidature autonome) a sua volta esente, e il concorso di Cd non fu più determinante. In effetti il simbolo di Centro democratico potrebbe essere inserito nella parte inferiore del nuovo simbolo di Più Uno, nella parte ormai bianca; perché il contrassegno definitivo possa finire sulle schede, tuttavia, questa volta occorrerà raccogliere comunque le firme e, per poterne cercare poco più di 1500 per ogni collegio (invece che 6000, grazie al "legno più sottile" offerto da Bruno Tabacci), è necessario che due deputati si uniscano allo stesso Tabacci per formare la componente a Montecitorio. Magari "prestati" dal PD, interessato a coprire quell'area all'interno della coalizione (va da sé che, per agevolare la presentazione della lista, è anche importante - in questo come negli altri casi - mobilitare potenziali sottoscrittori, che poi nell'urna potrebbero confermare o meno il loro sostegno alla nuova formazione).
Sarebbe già arrivato, invece, il sostegno del MoVimento 5 Stelle (e non solo, come si vedrà) al Progetto civico Italia di Alessandro Onorato. Da giorni si parlava della possibilità che un senatore del M5S potesse staccarsi dal suo gruppo, per potere poi formare una componente nel gruppo misto grazie a un partito che aveva eletto rappresentati in occasione di elezioni politiche (suppletive o quelle della Camera), europee o regionali tenutesi durante la legislatura, così come si era detto che il Partito socialista italiano poteva essere nelle condizioni di fare nascere quella componente, grazie ai suoi eletti in Campania con la Lista Avanti. L'8 ottobre, in effetti, è uscito dal gruppo MSS il senatore Luigi Nave - già capogruppo del MoVimento in commissione Antimafia- approdando al gruppo misto: "è e resta del M5S", hanno precisato ieri dal partito, come riportato dall'Ansa, chiarendo che lui "si è fatto carico di una battaglia che riguarda tutto il Movimento" e che si schiera "contro una legge liberticida e antidemocratica"; si è pure notato che in Sicilia altri eletti del M5S hanno permesso a Controcorrente - il partito di Ismaele La Vardera - di creare il proprio gruppo.
In effetti, se si guarda la scheda di Nave, è indicato come membro del gruppo misto, componente Alleanza Verdi e Sinistra e non (ancora) PcI-Psi. Non si tratta di un caso, ma di una necessità imposta (o, se si vuole, di un escamotage callido non impedito) dal regolamento del Senato vigente. Occorre infatti leggere bene l'art. 14: se in precedenza si era citato il comma 6, che regola la nascita delle componenti e le condizioni per farle sorgere (per cui a Palazzo Madama basta anche solo un membro e il collegamento con un partito che potrebbe non avere partecipato alle ultime elezioni politiche), occorre tenere conto anche del comma 1, il cui terzo periodo recita: "Sono considerati non iscritti ad alcun Gruppo parlamentare i Senatori che si dimettono dal Gruppo di appartenenza, ivi compreso il Gruppo misto, o ne vengono espulsi, salvo che entro il termine di tre giorni abbiano aderito ad un altro Gruppo già costituito, ad eccezione del Gruppo misto, previa autorizzazione del Presidente del Gruppo stesso. È tuttavia consentita entro il termine di tre giorni l'adesione ad una componente politica in seno al Gruppo misto, previa deliberazione favorevole degli appartenenti a tale componente e acquisita l'autorizzazione del legale rappresentante del corrispondente partito o movimento politico". In sostanza, le ultime riforme regolamentari avevano introdotto ulteriori norme antiframmentazione, che non consentono l'adesione al gruppo misto in corso di legislatura, a meno di entrare a fare parte di una componente già esistente, acquisendo espressamente il consenso tanto dei membri della componente, quando del legale rappresentante del partito; il regolamento, invece, non impedisce che un senatore già parte del gruppo misto abbandoni la componente di cui fa parte e ne fondi un'altra (sempre con il consenso del legale rappresentante del partito corrispondente titolato a costituire la componente). Ricapitolando, dunque, la lista promossa da Progetto civico Italia potrà beneficiare dello "sconto" sulla raccolta firme grazie al M5S che ha "prestato" un proprio senatore, al Psi che grazie ai suoi consiglieri regionali campani è nelle condizioni di formare una sua componente a Palazzo Madama, ma anche grazie ad Avs che ha accettato di fare da "vettore" per permettere il passaggio di Nave al gruppo misto e la nascita della componente. Che, per sorgere, avrebbe comunque bisogno anche dell'autorizzazione del Presidente del Senato. Non è improbabile che qualcuno possa essere colto dall'impulso di augurarsi che il presidente in carica, Ignazio La Russa, non autorizzi la costituzione della componente, perché il modo in cui la si otterrebbe non avrebbe nulla a che fare con una riforme regolamentari approvate per fare corrispondere tendenzialmente gruppi e componenti parlamentari con i partiti politici presentatisi alle elezioni politiche, ottenendovi eletti, "proprio per evitare la proliferazione di gruppi privi d’identità politico-elettorale e frutto solo di accordi tra parlamentari" e che, al contrario, darebbe una "ennesima riprova di un Parlamento che non sa rispettare le regole che si è dato", come scrisse nel 2021 Salvatore Curreri commentando su laCostituzione.info l'ennesima nascita di un gruppo parlamentare non corrispondente ai risultati elettorali. Occorrerebbe, peraltro, considerare quanto apparirebbe problematico per La Russa, esponente della maggioranza, opporsi alla nascita della componente e in questo modo rendere più difficile la formazione di una lista del "campo largo", nel contesto di una riforma già duramente criticata dalle opposizioni. Essa, infatti, nel giro di pochi giorni sarà oggetto di un gran numero di ricorsi ai tribunali civili, cui verrà chiesto di accertare eventuali lesioni al diritto di elettorato attivo e passivo, nella speranza che i giudici ritengano opportuno sollevare questioni di legittimità costituzionale - e non è scontato che lo facciano tutti, né che lo facciano per gli stessi profili - per poi sottoporle all'esame della Corte costituzionale. 
 
Non sembra un caso, peraltro, che proprio in questi giorni la questione delle molte firme richieste alle liste prive di rappresentanza qualificata in Parlamento sia tra quelle che parecchi costituzionalisti - anche tra quelli meno critici su vari punti qualificanti della riforma, ritengono potenzialmente censurabile dai quindici membri della Corte. Tra le ragioni già offerte in precedenza da voci assai autorevoli, anche per esperienza concreta (si pensi soprattutto a quanto rappresentato da Mario Staderini, quale coordinatore del ricorso presso la Corte europea dei diritti umani sulla legge elettorale, nel corso della sua audizione in commissione Affari costituzionali alla Camera il 21 settembre scorso e ribadite nell'intervista concessa a Lanfranco Palazzolo di Radio Radicale subito dopo), sembra di doverne sottolineare una in particolare. Alla Camera finalmente la maggioranza parlamentare ha fornito in assemblea una spiegazione ufficiale dell'aumento delle firme: lo ha fatto per primo Angelo Rossi (Fdi), uno dei relatori di maggioranza nonché responsabile elettorale del partito. "Sulle firme - ha dichiarato in aula il 30 settembre, ripetendo argomentazioni già svolte in commissione - ogni legge va valutata a sé e ogni provvedimento va valutato nella sua concretezza. Se noi inseriamo un premio di governabilità su base nazionale, è evidente che, se togliamo, come posso dire, una soglia di contribuzione al risultato coalizionale, ci deve essere una valutazione della valenza nazionale delle liste che partecipano a quel risultato. Se facciamo in modo che ogni lista, qualunque risultato raggiunga, anche se non assegnataria di seggi, contribuisca al risultato di coalizione, dobbiamo determinare comunque una valutazione per cui quella lista abbia un carattere nazionale. Altrimenti rischiamo che assegnino il premio e poi quelle liste non si vedano, in nessun caso, assegnare seggi né avere una valenza che sia nazionale. Quindi, abbiamo aggravato la procedura di presentazione con firme che possano determinarne e significarne la valenza nazionale". 
Il 1° ottobre è intervenuto il collega di partito Gianluca Vinci (già leghista): "quando si dice: 'ah, gli elettori non verranno rappresentati!' gli elettori, come è successo anche nell'ultima tornata elettorale, si sono trovati delle liste, che hanno raccolto lo 0,5, lo 0,8 o l'1%, che probabilmente non sarebbero state in grado di raccogliere queste 6.000 firme. Beh, tutti quegli elettori non sono stati rappresentati in alcun modo in questo Parlamento, perché tutti quei voti sono andati persi, senza rappresentanza. Noi in questo modo, perché tutti sappiamo che esiste uno sbarramento del 3%, cerchiamo di avvicinare quella possibilità di rappresentanza dell'elettore a quei partiti che realmente possono raggiungere la soglia di sbarramento, non a tutte quelle piccole liste che, invece, per qualsiasi motivo vogliono, anche solo per questioni ideologiche, presentarsi e poi non dare alcun tipo di rappresentanza ai cittadini".
Occorre sicuramente rispetto per chi, in aula, fornisce spiegazioni di norme che vengono proposte o introdotte; accanto al rispetto, tuttavia, occorre esercitare anche un'analisi oggettiva, che dia spazio realmente anche agli argomenti della logica. Se è così, si deve notare innanzitutto che le due giustificazioni fornite da Angelo Rossi e Gianluca Vinci non appaiono coerenti tra di loro: richiedere una prova del fatto che una lista abbia carattere nazionale (che ha senso, ma coi limiti che si diranno) è cosa ben diversa dal volere sbarrare la strada a liste che non raggiungono il 3% o arrivano solo vicino a quella quota. Si può raggiungere l'1% (senza avere rappresentanza) essendo presenti in tutti i collegi e occorre non dimenticare che Noi moderati non raggiunse l'1% (risultando ora esente dalla raccolta firme solo grazie agli eletti nei collegi uninominali, eliminati da questa riforma, e ai "prestiti" necessari a formare i gruppi parlamentari); in più, proprio la rimozione della "soglia di utilità" è coerente con la possibilità che ogni lista di coalizione contribuisca al risultato finale, non con l'innalzamento dello sbarramento all'ingresso. Peraltro, leggendo a contrario quanto dichiarato in precedenza da Giovanni Donzelli (e dallo stesso Rossi in commissione), se è vero che il numero di firme ora richiesto a una formazione senza presenza parlamentare qualificata equivarrebbe allo 0,6% del corpo elettorale (non considerando che in almeno due collegi plurinominali su 49 la percentuale è già superiore all'1% degli elettori), significa che qualora votassero tutti gli aventi diritto una lista che confermasse nelle urne il minimo dei suoi sottoscrittori arriverebbe appunto allo 0,6%, restando del tutto priva di rappresentanza; anche qualora l'affluenza fosse pari al 50% (cosa assolutamente non auspicabile) e tutti i sottoscrittori si recassero a votare, la lista arriverebbe all'1,2%, di nuovo ben lontana dalla soglia di sbarramento, esito del tutto incoerente coi criteri enunciati da Vinci per difendere l'innalzamento delle firme richieste (anche volendo tacere del fatto che presentare liste anche solo per motivi ideologici, quali che siano le ideologie,  non è un disvalore come sembra emergere dal discorso di Vinci, ma l'espressione di un desiderio di partecipazione fondato costituzionalmente).
Quanto agli argomenti forniti da Rossi, potrebbe non essere sbagliato richiedere che la più parte delle forze politiche abbia una diffusione nazionale effettiva. Per assicurare una presenza di livello nazionale, però, sarebbe stato sufficiente il requisito minimo - aggiunto da questa riforma - di presenza nelle circoscrizioni, da coprire almeno per metà. Aumentare il numero delle firme, al contrario, rende più difficile essere presenti su tutto il territorio nazionale, a partire dalle due circoscrizioni con un unico collegio plurinominale in cui 6mila firme equivalgono a più del 1% del corpo elettorale (Molise e Basilicata). Sembra di trovarsi di fronte, dunque, a un caso quasi esemplare in cui lo strumento utilizzato appare sproporzionato (quanto alla compressione dei diritti o degli interessi prodotta) e comunque non indicato a raggiungere il fine dichiarato: la norma introdotta, dunque, potrebbe non reggere al "test di ragionevolezza" della Corte costituzionale. 
Anche l'affermazione di Rossi, fatta durante le audizioni del 21 settembre, in base alla quale alle elezioni amministrative è necessario raccogliere molte più firme tutto meno che ovvia: nei comuni con oltre un milione di abitanti occorre raccogliere almeno mille firme, mentre è sufficiente notare che i territori dei comuni di Milano e Roma sono suddivisi in più collegi dove nominali per la Camera, dunque diventa necessario raccogliere numero ben superiore di sottoscrizioni; quanto agli altri comuni, posto che la loro legge elettorale correttamente divide gli enti per fasce di popolazione e distingue il numero di sottoscrizioni in base a questo (mentre questa legge elettorale politica, come la precedente, non lo fa), occorre ricordare che spesso i partiti (non per forza medio-piccoli) soprattutto nei comuni fino a 15mila abitanti presentano liste congiunte - cosa che alle elezioni politiche è meno frequente - e quindi lo sforzo di raccogliere firme appare più abbordabile perché condiviso. 
La disposizione che quadruplica le firme necessarie, pertanto, potrebbe sicuramente influire sul numero di simboli pronti a finire sulle schede, riducendolo drasticamente (e forse qualche partito potrebbe non avere più voglia di far arrivare il proprio emblema in bacheca al Viminale, ma non è detto che ciò accada); la Corte costituzionale, tuttavia, potrebbe esprimersi anche su questo, intervenendo sulla norma (pur non essendo scontato in modo in cui potrebbe farlo) o potenzialmente anche limitandosi a lanciare un monito al legislatore, che potrebbe essere colto dal governo inserendo una disposizione "tagliafirme" in un eventuale "decreto elezioni 2027". Pratica non molto commendevole, come si sa, ma ormai consolidata nella prassi (nella speranza che a qualcuno non venga in mente di introdurre in questo modo l'abbassamento al 40% della soglia per attribuire al primo turno la vittoria alle elezioni amministrative nei comuni maggiori, dopo le sortite fallite in questa legislatura).