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sabato 28 marzo 2015

Area popolare, pronto il nuovo simbolo?

Come associazione è già nata, come partito non ancora anche se i suoi gruppi parlamentari li ha da tempo; a quanto dicono i bene informati Area Popolare ha già anche un simbolo, che nessuno ha ancora visto. Ma forse, con un po' di fortuna, trovarlo potrebbe essere più semplice del previsto: un contrassegno con quel nome è stato depositato come marchio (in attesa di registrazione) dal senatore Udc Antonio De Poli.
Questa volta non torna utile, come altre volte è accaduto, scartabellare nel database dell'Ufficio Italiano Brevetti e Marchi, che contiene tutto ciò che si vuole diventi (o è diventato nel frattempo) segno distintivo secondo la legge italiana: più di una volta i futuri emblemi dei partiti sono passati da qui, a cercare "area popolare" esce tutt'altro. Se però si allarga lo sguardo ai confini europei, la musica cambia.
Se infatti si interroga la banca dati dell'Ufficio per l'armonizzazione nel mercato interno – in pratica la "banca dei marchi europea" – semplicemente con la chiave di ricerca "popolare", si scopre che in data 4 marzo 2015 De Poli ha fatto depositare a suo nome un emblema con la dicitura "Area popolare" bene in vista, registrandolo per le classi di beni e servizi 35 (pubblicità), 41 (attività culturali, politiche e formative) e 45 (attività e servizi in campo politico).

venerdì 27 marzo 2015

I Democristiani a congresso, sfidando il passato

Chi pensa che domani a Roma ci sarà soltanto il tentativo di rimettere insieme i cocci della destra italiana sbaglia. È previsto almeno un congresso di partito, di quelli di cui forse non si sono ancora occupati giornali e telegiornali, ma che in questo spazio merita pienamente cittadinanza. Occuperà infatti buona parte della giornata di domani il primo congresso nazionale della Federazione regionale dei Partiti democristiani, un partito che è stato legalmente costituito l'11 luglio 2011 e di cui I simboli della discordia si era già occupato, descrivendone il simbolo ad agosto.
Il messaggio con cui si apre l'assise – Dalla Dc a... l'irrilevanza dei cattolici nell'attuale fase politica – non è dei più felici, nel senso che parte dalla presa di atto che un'epoca sembra definitivamente tramontata, almeno per chi ha convocato l'appuntamento. L'occasione, tuttavia, vuole esssere un invito a ricominciare, a riprendere un cammino che si era interrotto all'inizio del 1994 (con il cambio di nome da Dc a Ppi), o forse già prima, con lo sconquasso seguito a Tangentopoli.
Di certo, a Roma domani sarà necessario eleggere gli organi rappresentativi – in particolare, il consiglio federale – e confermare (probabilmente) le cariche già determinate, a partire dal segretario nazionale Ugo Grippo e dal presidente del consiglio nazionale Luigi Baruffi: tutto questo, ovviamente, tenendo conto delle particolarità di questa forza politica.
"Il nostro primo tratto distintivo – spiega Baruffi – è l'essere un partito federato. Questo significa che ogni regione ha un suo statuto, i propri organismi e una certa autonomia decisionale: ogni regione, in particolare, farà i suoi congressi con regole autonome e sceglierà in autonomia le alleanze, cercando ovviamente di restare nella tradizione democristiana, senza partecipare a coalizioni troppo 'sbilanciate'". Il primo obiettivo della Federazione democristiana è la partecipazione alle elezioni regionali in Liguria, Campania e Marche: sono allo studio le alleanze, non perfettamente coincidenti tra loro, anche se è presto per renderle palesi.
Al momento il dialogo si intavola soprattutto con Ncd, i Popolari per l'Italia di Mauro, parte di Forza Italia e si cercano anche sponde nel Pd ("ma non è facile". Il partito che domani si riunirà a congresso, tuttavia, dovrebbe essere solo un tappa intermedia di un cammino più lungo: "L'approdo che tutti vorremmo, in effetti, è il ritorno di un partito dei cattolici – ammette Baruffi –. Ognuno parte con la sua storia, la sua struttura e i suoi convincimenti, per poi arrivare a federarci tra il 2015 e 2016 e, in seguito, costituire magari la sezione italiana del Partito popolare europeo, in cui tutti possano stare e ritrovarsi, senza per questo 'rifare' la Democrazia cristiana".
Già, perché un'altra particolarità che differenzia questo progetto politico da altri che si sono succeduti in questi anni è la netta volontà di non adottare un simbolo nazionale che richiami espressamente nel nome o nello scudo crociato originale il partito di De Gasperi, Fanfani e Moro: "È stata una scelta precisa – chiarisce ancora Baruffi – altrimenti tutte le volte si rischia che qualche forza politica faccia ricorso, a volte i Tar danno torto e può anche capitare che davanti ai giudici si vedano riconosciute le proprie ragioni a distanza di anni. Meglio allora usare un simbolo diverso, che non ha nemmeno la dicitura Democrazia cristiana". E il piccolo scudo crociato stilizzato? Qualche ufficio elettorale non potrebbe chiedere di toglierlo? "Ci siamo già interessati a questo, nemmeno quel particolare dovrebbe creare problemi."
Di queste criticità vari aderenti ai Democristiani hanno una cognizione precisa: il nucleo fondatore del partito, infatti, oltre ad avere al suo attivo una militanza diccì, ha preso parte al tentativo di riattivare la Democrazia cristiana che, nel consiglio nazionale svoltosi a Roma il 30 marzo 2012, aveva eletto alla segreteria politica Gianni Fontana. Tra il 2013 e il 2014, in compenso, varie pronunce del tribunale di Roma hanno annullato gli atti di quella riunione, ma già dall'autunno inoltrato Ugo Grippo e altri se n'erano andati, dopo che la presidenza del consiglio nazionale era toccata – a differenza degli accordi originari – a Ombretta Fumagalli Carulli. 
Proprio una parte di quelle persone si è impegnata maggiormente, assieme a Grippo e altri, nella costruzione della Federazione dei Democristiani, richiamando via via altri ex Dc come Baruffi: "Personalmente ero rimasto con Fontana e sono ancora iscritto alla sua Associazione Democrazia cristiana, ma ho smesso di partecipare quando ho capito che lui era interessato essenzialmente a un progetto culturale, mentre io preferivo un impegno diretto in un partito". Proprio Baruffi era stato segretario organizzativo nazionale per la Dc, era stato assessore in Lombardia e poi parlamentare per due legislature; dopo la trasformazione in Ppi, è rimasto sostanzialmente lontano dalla politica, fino alla nascita dell'Udc, di cui è stato coordinatore lombardo fino a qualche anno fa.
Negli ultimi mesi, in ogni caso, oltre ai partecipanti originari al partito si sono aggiunte persone nuove: "Dall'assise di domani – spiega Baruffi – mi aspetto un incremento della struttura di vertice con persone nuove e relativamente giovani". Con l'esperienza della Dc-Fontana, tuttavia, c'è almeno un altro punto di contatto, magari da sfatare: il luogo scelto per il congresso, infatti, è la stessa Villa Maria a Monteverde in cui si svolse quel consiglio nazionale del 2012 da cui tutto era ripartito, fino alla stroncatura dei giudici. Si torna sul luogo del delitto? "Beh, no, è vero che il luogo è lo stesso – chiude l'ex parlamentare – ma è stato un caso: avevamo valutato anche altri tre luoghi, che però non potevano ospitare congressi di partito; a Villa Maria non ci hanno contestato nulla, così eccoci qui. Certo, speriamo che stavolta vada meglio...". A Dio piacendo.

La destra che ci riprova, senza fiamme

Non è un simbolo al momento...
A destra non c'è pace. Non tanto (o non solo, a giudicare da certi articoli di stampa) nel senso che ci sono sprazzi di guerra, ma perché si tenta l'ennesima iniziativa per rimettere insieme i pezzi di un'area politica che, dopo la confluenza di Alleanza nazionale nel Pdl, non ha più avuto una sigla politica di reale riferimento.   
È in programma per domani un evento a Roma, alla Residenza di Ripetta, che vede unite varie sigle nell'organizzazione. Dietro a Una destra per la Terza Repubblica, convegno che durerà tutta la giornata, ci sono i nomi di tante realtà associative dell'area destra di cui molti, probabilmente, non conoscevano nemmeno l'esistenza. A tirare le fila, a quanto pare, è il gruppo di Prima l'Italia, di cui è portavoce Isabella Rauti (moglie di Gianni Alemanno), la stessa che si era detta interessata a un nuovo soggetto politico che magari rendesse più concreto l'impegno della stessa fondazione Alleanza nazionale (come auspicato soprattutto dal suo vicepresidente, Francesco Biava); sempre Prima l'Italia l'8 febbraio aveva lanciato "un nuovo inizio" per la destra dal cinema Adriano. 
Proprio sulla fondazione, in realtà, si è concentrato uno degli aspetti più bellicosi che stanno scuotendo la destra in questi giorni. Non tanto perché ad aprire la giornata di domani saranno i saluti dei vicepresidenti del Comitato dei partecipanti e degli aderenti alla fondazione stessa (Carmelo Briguglio, Salvatore Tatarella, Marco Zacchera), quanto piuttosto – lo scrive sul Tempo il sempre informatissimo Carlantonio Solimene – per i 4mila euro che il cda dell'ente avrebbe destinato alla stessa manifestazione (lo statuto contempla il sostegno a iniziative, purché siano volte al mantenimento della memoria storica di An). Una decisione che non sarebbe andata giù a Maurizio Gasparri e Altero Matteoli, ex An ora in Forza Italia: «A questo punto – ha dichiarato il vicepresidente del Senato – chiederemo conto di tutto, del bilancio preventivo che doveva essere approvato così come della situazione degli immobili, che in molti casi sono stati trasformati in sedi di partito senza che nessuno paghi l’affitto».
Senza voler parlare ancora di soldi e patrimonio, è interessante vedere come condivideranno – sia pure in momenti diversi – gli stessi spazi di discussione soggetti che ora militano all'ombra di sigle diverse e figure storiche meno evidenti nelle vicende "destre" degli ultimi anni. Se si esclude il primo evento legato alle generazioni più giovani, fa una certa impressione rivedere insieme Angelo Mellone (scrittore e giornalista, prestato da tempo alla dirigenza Rai), Gennaro Malgieri (storico direttore del Secolo d'Italia), Domenico Nania, Gennaro Sangiuliano (vicedirettore del Tg1) e tante figure di punta della vecchia An.
Ecco quindi sfilare tra gli altri, nell'evento del promeriggio,
Mario Landolfi (ora responsabile di Pronti per il Sud), Roberto Menia (già Fli, ora segretario generale del Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo), poi Silvano Moffa (presidente di Azione Popolare), Francesco Storace (La Destra, ora vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio), Oreste Tofani (presidente di Nazione sovrana), Adolfo Urso (presidente della Fondazione Farefuturo), Pasquale Viespoli (ex Fli, ora presidente di Mezzogiorno Nazionale) e due attuali membri di Fratelli d'Italia, Adriana Poli Bortone (tuttora presidente di Io Sud) e ovviamente la Rauti. Degli ex An ora in Forza Italia ci sarà solo Fabrizio Di Stefano; Gasparri e Matteoli, facile pensarlo, forse non si vedranno.
Sarà un modo per tornare verso Alleanza nazionale? Difficile dirlo, anche se stavolta sono della partita sia soggetti che già a fine 2013 avevano provato a mettersi in modo in tal senso (Storace, Menia, la Poli Bortone, Nania e Tofani), sia persone che – come parte di Fratelli d'Italia, a partire da Achille Totaro – riuscirono a farsi assegnare il simbolo di An facendo irritare a morte Storace & co. Di sicuro, per ora di fiamme nella grafica non se ne vedono: solo una reinterpretazione del tricolore, fatta di nastri che si svolgono e si intrecciano morbidamente, forse nella speranza di arrivare a un buon ordito per il tessuto della destra. E Fini? La sua fondazione Liberadestra non è tra gli organizzatori ... starà a guardare?

giovedì 26 marzo 2015

Il volo dell'aquila del Movimento patria sociale

Mps. Trovate una, una sola persona che, leggendo o ascoltando questa sigla pensi a qualcosa di diverso rispetto a una banca o - alla peggio - a vicende tristi legate alla stessa banca. In politica, però, c'è chi ha voluto dare a quelle tre lettere un significato diverso, dall'impatto non così immediato. L'acronimo, infatti, sta per Movimento patria sociale e si riferisce a un gruppo politico chiaramente collocato a destra, con radicamento iniziale soprattutto in Lombardia, ma con coordinamenti presenti anche in altre regioni.
La formazione è giovane, essendo stato costituito - anzi, "riattivato", come è scritto nel sito - a luglio e ufficialmente "varato" il 14 settembre dell'anno scorso con il primo congresso a Milano, che ha indicato come segretario nazionale Carlo Lasi e come sua vice Sabrina Favini. Anche qui c'è il tentativo di mantenere unita l'area, cercando di aggregare movimenti e associazioni nel nome di un'unica sigla e un fascio di valori.   
La collocazione del Mps emerge con chiarezza dai suoi principi fondamentali elencati dallo statuto: si parte dalla rivendicazione delle radici cristiane (con il rispetto della concezione spirituale della vita, il rifiuto di materialismo e relativismo etico, il primato del diritto naturale, della tutela della famiglia tradizionale e della maternità) e dall’integrità e tutela dell’interesse Nazionale (la maiuscola sta proprio nello statuto) nel rispetto della collocazione occidentale ed europea, fino alla meritocrazia e alle autonomie territoriali ispirate al principio di sussidiarietà (verticale e orizzontale); il tutto passa per la libertà delle istituzioni (elette a suffragio universale e diretto) e la partecipazione democratica dei cittadini. 
E' lo stesso statuto del movimento, all'articolo 1, a descrivere il simbolo come "un cerchio, con la parte inferiore contenente tre bande da sinistra a destra verde, bianca e rossa, la parte superiore con fondo bianco contenente un’aquila di colore oro, nel verde c’è una lettera M e sotto scritto 'MOVIMENTO', nel bianco c’è una lettera P e sotto scritto 'PATRIA', nel rosso una S con scritto 'SOCIALE'". La descrizione sostanzialmente rende giustizia alla rappresentazione: forse la grafica non ha un impatto formidabile, ma se non altro non è inutilmente elaborata e lo stile è quasi retrò.
La vita del Mps, si diceva, è ancora breve, anche se la pagina Facebook subito dopo il congresso aveva dato conto di alcune espulsioni di persone accusate di "tentata appropriazione del simbolo". A ottobre, in compenso, si legge di un "Patto federativo-elettorale" raggiunto tra Movimento patria sociale e Rinascita socialista di Marco Craxi. Chissà se sarà uno stimolo in più perché l'aquila, emblema di chiara derivazione romana (e rimasto "di destra" anche dopo la fine del fascismo) prenda il suo personale volo.

sabato 21 marzo 2015

Veneto, con Tosi pronto il ritorno di Razza Piave?

Alla fine, probabilmente, le schede delle elezioni regionali venete non saranno illuminate da nessun faro: stando alle ultime indiscrezioni, Flavio Tosi non dovrebbe schierare a suo sostegno una lista che faccia direttamente riferimento alla sua fondazione Ricostruiamo il Paese. La notizia è apparsa questa mattina sul sito del Corriere del Veneto, in un articolo a firma Alessio Corazza in cui si danno altri dettagli sulla compagine elettorale che dovrebbe appoggiare la candidatura di Tosi. 
Al momento risulta che in consiglio siano presenti due gruppi a favore dell'attuale sindaco di Verona, "Lista Tosi per il Veneto" (già "Impegno veneto") e "Verso Nord - Popolo veneto", costituito da (ex?) leghisti vicini a Tosi, ma rappresentato anche (e storicamente) da Diego Bottacin, che nel 2010 aveva contribuito a fondare il movimento Verso Nord assieme a personaggi come Giuseppe Bortolussi, Maurizio Fistarol e Massimo Cacciari, soggetti non proprio riconducibili al Carroccio. 
Questi gruppi potrebbero presentare le loro liste, esentati dalla raccolta firme: varrebbe per la lista di Tosi (che potrebbe tentare di sfruttare gli stessi colori del suo contrassegno veronese, ma togliendo i riferimenti alla città scaligera) e probabilmente per Verso Nord. Nella legge elettorale valida per le regionali, però, la deroga vale pure per "le liste [...] che abbiano ottenuto una dichiarazione di collegamento con gruppi consiliari già presenti in Consiglio regionale al momento della convocazione dei comizi elettorali" e che la lista collegata può anche avere "denominazione e simbologia diversa da quella del gruppo consiliare di collegamento". 
Buon senso vorrebbe che questa facoltà di esenzione fosse alternativa alla prima ipotesi, ma lo stesso articolo del Corriere sembra assicurare che i due criteri possono coesistere, per cui ogni gruppo potrà presentare una propria lista e dichiarare il collegamento con un'altra, senza che alcuna delle due debba raccogliere firme. I dubbi di chi scrive rimangono, ma in queste condizioni le liste a sostegno di Tosi potrebbero essere almeno quattro (oltre a quelle che potrebbero aggiungersi, magari con lo stesso gioco "allo sdoppiamento", ad esempio dal Nuovo centrodestra, già presente in consiglio regionale).
Chi potrebbe aggiungersi, dunque, alla Lista Tosi per il Veneto e a Verso Nord? La stampa parla della lista del Partito pensionati e di un possibile recupero interessante: quello di Razza Piave, la formazione che era stata schierata alle elezioni provinciali di Treviso nel 2011 - l'ultimo turno in assoluto di elezioni di primo grado - come civica a sostegno del presidente uscente Leonardo Muraro, della Lega Nord. Lui stravinse superando il 57% (e la Lega sfiorò il 30%), ma in quella prima uscita, quel marchio politico biancorosso nato giusto con un mese di anticipo sul voto raccolse ben l'11,25% e col tempo ha messo qualche radice.
E' lo stesso Muraro, ora molto vicino a Tosi, a confermare a Corazza che "si sta valutando" l'ipotesi di rispolverare quell'emblema nato quattro anni fa e che non era proprio andato giù al centrosinistra, che aveva ricollegato l'espressione "Razza Piave" alla propaganda razziale fascista (una pagina su Facebook testimonia ancora oggi quella campagna). Il modo di dire, utilizzatissimo, sembra però molto più risalente: l'uso sarebbe innanzitutto riferito a una razza particolare di cavallo "che ha mantello bianco, è veloce, forte, resistente, di portamento fiero", come in rete (e in un sito che non poteva che chiamarsi Il Piave) si trova spiegato. E, non a caso, sul simbolo c'è proprio un bel cavallo rampante.
Basterà quell'esordio col botto del 2011 per far finire il simbolo sulle schede? E' sempre il pezzo del Corriere a sostenere che "Razza Piave può forse andar bene a Treviso, roccaforte di Zaia, ma è difficile che sfondi altrove", per cui accanto a Razza Piave si starebbe pensando a un altro simbolo che con il primo costituisca una "bicicletta": la stessa fonte riporta il nome "Identità Veneta", ma tutto è ancora da vedere. Di tempo per partorire nuove liste e simboli, in ogni caso, ce n'è ancora parecchio: in oltre un mese, può ancora succedere qualunque cosa...

giovedì 19 marzo 2015

Simboli fantastici (6): Asfalto che ride di Pravettoni, non c'è partita

Bisogna proprio dirlo: alle volte si inizia un percorso e lo si traccia, senza sapere che qualcuno lo farà durare - piacevolmente - più del previsto. E' stato così anche per i "Simboli fantastici", nati per trovare un fil rouge tra quegli emblemi che qualcuno aveva creato sul serio per dare corpo (per un'apparizione fugace o per appuntamenti ripetuti) a partiti che di reale avevano ben poco, salvo il sembrare a volte più plausibili di certe sigle partorite da chi la politica vorrebbe farla sul serio. 
Così, dopo aver inaugurato la serie con il Paperon de' Paperoni del Partito socialista aristocratico (Spa, della banda del Male) e avendo proseguito con gli improbabili salvagenti di Proloche e del Listone Balasso, è capitato che l'amico Massimo Bosso, conosciuto proprio a causa di vicende "simboliche", piazzasse lì un commento apparentemente innocuo: "Ed adesso un articolo sulla lista Asfalto che ride di Carcarlo Pravettoni". Aveva lanciato un semino, non sapendo che aveva già attecchito.
Chi scrive sconta tuttora un peccato originale: non avere mai - dicasi MAI - guardato Mai dire gol. Eppure il 1996-1997 era stato un anno speciale, l'anno (per dire) in cui Daniele Luttazzi aveva lanciato il telegiornale sgangherato e imperdibile di Tabloid e, appunto, un esilarante Paolo Hendel, dopo aver inaugurato l'anno precedente il personaggio di Carcarlo Pravettoni (un campione maligno delle ricerche di mercato, Nando Pagnoncelli lo avrebbe guardato con sospetto) aveva deciso di far morire tutti dalle risate trasformando il Pravettoni nel più assurdo dei manager. Dall'alto del suo ufficio dirigenziale della multinazionale Carter & Carter (scalata per ragioni "di letto", più che di merito), avrebbe potuto continuare ad accontentarsi di "produrre il futuro", dando i natali nello stesso stabilimento a creme contro i brufoli e allo stracchino, studiando per anni orologi usa e getta e pandori con lo zucchero a velo fissato con la colla. Eppure non si è fermato lì.
Già, perché il 17 marzo 1997 può iscriversi a buon diritto tra le date indelebili della fantapolitica: in quel giorno, Carcarlo Pravettoni ha annunciato al pubblico l'intenzione di candidarsi a sindaco di Milano (e la voce fuori campo, un po' mixeriana e un po' mentaniana di Walter Fontana avrebbe subito potuto commentare "... e la lira s'impenna!"). Poteva sembrare una moda, visto che qualche tempo prima aveva annunciato la propria candidatura anche Gianfranco Funari (facendo la fortuna di Corrado Guzzanti), ma il Pravettoni l'aveva pensata bene. Perché con il suo team, progenitore dei think tank che sarebbero venuti molto più tardi (e che comprendeva menti fine come quelle di Topo Gigio, Maciste, Provolino e Zorro, ma anche Sandokan come curatore di immagine), aveva messo in piedi la lista Asfalto che ride, con il proposito di essere il sindaco di tutti i milanesi con un reddito superiore ai 500 milioni annui e, soprattutto, con un programma elettorale niente male. 
Le ricette erano assolutamente innovative: chiusura delle isole pedonali, pensionamenti delle piste ciclabili in favore di circuiti per i go-kart di bambini ricchi, presa di consapevolezza che "Milano è troppo verde" e per questo gli animali sporcano la città. C'era persino l'idea di mettere mano in fretta al sistema elettorale, suggerendo una formula a punteggio, pesando il voto in base al reddito e attribuendo ai miliardari la scheda Golden Vote, che dava diritto a votare telefonicamente e a piacimento, oltre a concedere un bonus di tre reati comunali al mese (dal parcheggio selvaggio all'insulto libero ai vigili). Il tutto, ovviamente, scandalizzando la Gialappa's e con la certezza che Milano dovesse essere gestita come un'azienda, "anzi, come una mia azienda. Per prima cosa ho intenzione di intestarla a mia moglie, per risparmiare quel 20% buono di tasse", magari risparmiando qualcosa di più trasferendo la città in un paradiso fiscale.
Fin dall'inizio, però, la grafica ha costituito un valore aggiunto. Prima ancora che fosse disegnato, Carcarlo Pravettoni aveva in testa il simbolo della sua lista: "il sole che ride ingoiato da una betoniera" ("Così almeno smette di ridere, l'imbecille", avrebbe aggiunto anni più tardi). Due puntate più tardi, il 7 aprile, il simbolo si sarebbe materializzato sulla sua scrivania, ma ne erano pronti a detta sua altri due. Il secondo rappresentava "la betoniera ha mangiato il solicino - slurp - e si lecca i baffi", ma i grafici non avevano avuto cuore di preparare il terzo, bastando il braccio scattante di Pravettoni a evocare la cacatio del povero sole.
Nelle settimane successive il personaggio di Hendel ebbe un successo strepitoso, da fare invidia a più di un opinion maker: apparve persino al fianco di Francesco Rutelli (allora sindaco di Roma) in una campagna contro le affissioni selvagge. Non ci arrivò alla fine sulle schede l'Asfalto che ride, come non ci arrivò la lista di Funari: Pravettoni, in compenso, rilasciò all'AdnKronos una dichiarazione fulminante, per cui la mancata presentazione della lista "è stata solo una svista perché ci siamo accorti troppo tardi che a Milano si votava per l'elezione del nuovo sindaco", ma era tempo nella nuova stagione di puntare alle prime poltrone di Roma e Napoli (lo avrebbe detto pure all'Unità), perché "un bravo sindaco deve essere capace di esserlo in ogni città e farlo anche contemporaneamente in più comuni". Eppure qualcuno dev'essere stato proprio dispiaciuto di non trovare il sole e la betoniera sulle schede: quelli di Sorrisi e canzoni erano pronti a giurare che qualcuno il nome di Pravettoni sulla scheda l'avesse scritto. Risultato, scheda nulla, ma volete mettere la soddisfazione?

Questo post non può terminare senza i ringraziamenti dovuti e meritati, oltre che a Massimo Bosso, a Francesca Doati (ufficio stampa Agidi) e Claudia Soffritti (Biblioteca dell'Assemblea legislativa - Emilia Romagna) che hanno provato a cercare il simbolo, ma soprattutto ai ragazzi di Maidire.it che, grazie alle puntate di allora, mi hanno permesso di tirare fuori i fotogrammi di ricordi altrimenti irrimediabilmente persi. Grazie, anche a nome degli asfaltati (del sole in betoniera, un po' meno). Ovviamente i fotogrammi non mi appartengono e non vogliono ledere il diritto di Mediaset... ma vi prego, questa è memoria ed è cultura, nessuno ci guadagna, ma se si perde è persa...

martedì 17 marzo 2015

Ad Albano, sui colli, si litiga per un cerchio rosso

Anche la lotta politica, la scaramuccia, in fondo ha una sua liturgia. Le campagne elettorali, a ben guardare, sono fatte apposta per dirsele (e possibilmente non darsele) di santa ragione per una trentina di giorni, poi si deposita la scheda nell'urna, ci si calma un po' – vincitori e vinti hanno pur sempre bisogno di ricaricare le batterie – e poi si è pronti per ripartire daccapo, stavolta centellinando un po' le forze, visto che bisognerebbe resistere per cinque anni. Ma c'è chi non si tira indietro se si tratta di scontrarsi anche prima che la campagna elettorale inizi sul serio: si può litigare per tutto, anche per un cerchio rosso.
Già, perché a quanto pare proprio un piccolo tondino rosso con la scritta "L'altra Albano", una forma che sulla scheda potrebbe arrivare addirittura a sette millimetri di diametro, è l'oggetto del contendere nell'area sinistra di Albano Laziale, comune dei Castelli romani che si prepara al voto di fine maggio. Sono passati giusto pochi giorni dalla presentazione dell'emblema della lista che vede l'impegno di un collettivo di cittadini, di Rifondazione comunista e del Partito comunista d'Italia – una delle prime uscite elettorali dell'evoluzione del Pdci, tra l'altro, al punto che vedere il simbolo sulla scheda fa una certa impresione. 
Pochi giorni, si diceva, in cui chiunque avrebbe potuto soffermarsi un po' sulla parola "Sinistra", scritta in rosso con caratteri a prova di ipovedente ("Abbiamo convenuto – hanno spiegato dalla lista – sulla necessità di porsi in opposizione a qualsiasi forma o espressione di fascismo, razzismo, sessismo. Volendo rappresentare sinteticamente tutto ciò agli elettori con un nome non si è trovato termine più adatto che la parola SINISTRA") o, al limite, ironizzare su una curiosa fascetta tricolore, che non fosse stato per la forma la si sarebbe potuta trovare tranquillamente in un simbolo destrorso o similberlusconiano. Invece no, si litiga per una "pulce", molto più rossa che nera.
Il fuoco l'ha aperto il segretario cittadino di Sel, Marcello Scarponi: "Con grande rammarico abbiamo constatato che sono stati impropriamente usati il simbolo e lo slogan utilizzati alle elezioni europee dalla lista L’altra Europa con Tsipras. Riteniamo questo un grave errore politico. Nonostante i tanti inviti da Noi rivolti ai dirigenti locali del Prc per correttamente discutere su come impostare anche la questione dei simboli al fine di consolidare ciò che ci unisce, si è coscientemente voluto rimarcare la distinzione-separazione". Sel rivendica di avere sempre visto il comitato Tsipras "come sede possibile per la ripresa di una elaborazione strategica tesa a contrastare efficacemente le gravi conseguenze della ristrutturazione capitalistica", ricorda che il Pcdi "si era apertamente schierato contro l’esperienza de l’Altra Europa" e nota che il Comitato Albano per Tsipras "per le diverse sensibilità ed anime di cui è composto, ha deciso di non dare appoggio ad alcuna lista alla prossima tornata elettorale amministrativa". Anche questa lista dovrebbe essere parte del centrosinistra, per cui il messaggio è chiaro: il consenso non va conquistato "a danno dei propri alleati".
Manco a dirlo, il Pcdi non è stato a guardare e ha risposto con il suo responsabile, Maurizio Aversa: "Dai giornali online, e sulla pagina personale di un social, Marco Calzavara, pontifica a nome del Comitato di Albano per Tsipras con un 'comunicato ufficiale'. Citando, fuori luogo, il nostro partito. Per dire al Partito Comunista d’Italia cosa? Che anche la nostra lista contiene un cerchio rosso. E’ uno scherzo? Questo signore, che non sappiamo in che veste parli emettendo comunicati, pensa davvero che un cerchio rosso possa essere di suo appannaggio? Neanche fosse il Punt e Mes! Oppure vuol contestare che i non iscritti né al Prc né al PCdI che sono in lista con noi, non abbiano il diritto di autodefinirsi 'Altra Albano'? E’ di nuovo uno scherzo, oppure è roba da psicanalisi? Faccia un favore ai cittadini di Albano, questo signore, lasci stare l’anticomunismo e non ci rompa le scatole".
Potrebbe finire qui, e magari finirà davvero; l'alternativa è che qualcuno voglia fare il birichino e piantare grane in sede di deposito della documentazione. Forse qualcuno lo farà davvero, forse non avrà tempo e voglia da impiegare in tutto questo. Nel frattempo i giornali e i siti ne hanno parlato, qualcuno si sarà fatto due risate e i più giovani, magari, per capirci qualcosa si sono messi a cercare su internet. Per sapere cosa sia il Punt e Mes, ovvio.

sabato 14 marzo 2015

Il faro di Tosi illuminerà le schede?

Il finale, almeno in parte, era già scritto: il fatto che oggi Flavio Tosi abbia ufficializzato la sua candidatura alla presidenza della regione Veneto, concorrendo anche con il suo ormai ex compagno di partito Luca Zaia, non ha sorpreso quasi nessuno. Anzi, forse ci si sarebbe stupiti del contrario, anche perché rinviare la "discesa in campo" sarebbe stato tecnicamete problematico: se, come il governo ha stabilito, l'election day è fissato per il 31 maggio, il 1º e il 2 maggio si dovranno presentare le candidature, le liste e le firme a loro sostegno, per cui occorrerà un po' di tempo per raccogliere le sottoscrizioni necessarie.
Oggi, all'auditorium della Fiera di Verona, c'era un sacco di gente, ma veri simboli non se ne sono visti. Non c'erano quelli di altri partiti (anche perché, come annunciato da Tosi, alle eventuali alleanze si penserà soltanto dopo), ma nemmeno l'emblema di quella che sarà certamente la maggior lista a sostegno dell'attuale sindaco scaligero. Certamente non potrà essere riproposto niente di troppo simile all'emblema della cosiddetta "lista Tosi", che ha portato per due volte l'ex esponente del Carroccio alla gida della città: qui non basta conquistare Verona, bisogna parlare a tutto il Veneto.
Certo, dei colori originali veronesi oggi è rimasto il giallo, che già nella grafica di propaganda tingeva l'hashtag #siamoconTosi (vero marchio della giornata), risaltando sul nero dello sfondo (ma anche i colori invertiti non hanno fatto cattiva figura). A ben guardare, tuttavia, era giallo anche un piccolo elemento, abbastanza sottile, come una linea che parte da sinistra e nell'andare a destra prende spessore, come si immagina la luce di un faro. E proprio il faro è l'emblema della fondazione Ricostruiamo il paese, lanciata da Flavio Tosi nel 2013: la forma è stata scelta "perché – si legge nel sito è l’organismo più trasparente e operativo per le nostre attività, perché abbiamo scelto di non utilizzare risorse pubbliche e di fare tutto con le nostre forze".
Il programma, in qualche modo, già c'era e con velleità di scala nazionale: "un programma di cambiamento concreto, fatto di riforme realizzabili per il Paese", assicura sempre il sito. Tra le priorità, "il rilancio dell’economia, il taglio della spesa pubblica, la riduzione della pressione fiscale per cittadini e imprese, la riforma del lavoro, la revisione del sistema pensionistico e lo snellimento della burocrazia". Tutto questo doveva servire per la candidatura di Tosi in caso di primarie del centrodestra (la fondazione era stata lanciata il 6 ottobre 2013, anche se c'è voluto piu tempo per far nascere il tutto), ma potrebbe tornare buono ora.
Già nel 2013, tra l'altro, era stato presentato l'emblema della fondazione: un faro, come segno di luce nella notte. E i Fari, appunto, sono il segno dei comitati provinciali che sono già nati sparsi per l'Italia, anche al Sud: formalmente l'adesione non comporta alcuna adesione partitica, ma una nota del Consiglio federale del 2 marzo ha deciso che essere iscritti a uno dei Fari "è incompatibile con la qualifica di socio ordinario militante" del Carroccio. 
Vuol dire che sulle schede finirà il faro di Tosi? Non è scontato, ma naturalmente non è nemmeno impossibile. Già ora, per esempio, più di un Faro ha adattato il logo (a tinte un po' troppo grigie, bisogna dirlo) alla forma circolare, tipica dei contrassegni elettorali ma anche delle classiche spillette da giacca. Di sicuro l'emblema sarebbe identificabile e nessuno lo scambierebbe per una peculiarità territoriale; è anche vero però che la figura dell'attuale sindaco di Verona dovrebbe "pesare" anche graficamente, visto che – più ancora che quello del suo gruppo – Tosi avrà dei vantaggi se spenderà il suo, di nome. Al momento nella grafica prevale decisamente l'etichetta della fondazione, riportata rigorosamente per intero: la sigla, RIP, non sarebbe benaugurante per il progetto. Chissà se qualcuno nello staff di Tosi ci ha pensato...

venerdì 13 marzo 2015

Rinascita socialista, si rivede il garofano (e il cognome Craxi)

C'erano una volta i socialisti del garofano. Qualcuno però sarebbe tentato di precisare subito: "veramente ci sono ancora". Meglio chiarire allora: da almeno quindici anni, i socialisti in Italia si dividono tra gli estimatori della rosa (collocati a sinistra, dallo Sdi di Boselli in poi, passando per la Rosa nel pugno fino al Psi oggi guidato da Nencini) e gli affezionati appunto al garofano (specialmente in area destra, con il Nuovo Psi e prima ancora con il Ps di De Michelis, ma ce ne sono e ce ne sono stati anche altrove). Dal 24 gennaio, però, è spuntato un altro garofano, che guarda chiaramente al passato di marca craxiana. E non solo nella grafica.
Già, perché quel giorno si è riunita per la prima volta la direzione nazionale (provvisoria, ovviamente) di Rinascita socialista e il suo segretario nazionale, confermato per acclamazione, si chiama Marco Craxi. In alcuni siti che hanno ripreso la notizia si precisa subito, a scanso di equivoci, che non si tratta di un parente del primo presidente del consiglio socialista: lui è siciliano, "autentico figlio – si legge su ApprodoNews – di quella stessa nobile terra in cui affondano le radici della famiglia di Bettino". 
Ma cos'è, dunque, Rinascita socialista? Il sito del movimento lo qualifica come "soggetto politico di ispirazione socialista, democratico e riformista distante da logiche e posizioni politiche estremistiche": la realtà si propone come "laboratorio politico culturale", volto soprattutto a "rilanciare quegli ideali socialisti che hanno fatto dell’Italia negli anni d’oro, una delle nazioni più virtuose d’Europa". Non manca anche qui l'idea di rimettere insieme i pezzi del mondo socialista, ponendo fine a una diaspora iniziata nel 1994 (o anche prima, volendo), magari con un po' di rivincita verso chi aveva contribuito alla sparizione di uno dei più consistenti soggetti politici tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90. 
Anche per questo, probabilmente, il movimento non poteva che distinguersi con il garofano. Il modello non è quello delle origini disegnato da Ettore Vitale (e che conviveva con gli "arnesi", la tradizionale coppia falce-martello, con un sole invisibile), ma quello dell'era craxiana più pronunciata, partorito probabilmente da Filippo Panseca: la sagoma è proprio quella e, a scongiurare la somiglianza totale, interviene qualche tocco di Photoshop che ne stempera i margini.
È l'intera grafica, peraltro, a profumare di anni '80, con qualche correzione di troppo: la doppia corona è quella storica (ma l'anello esterno è tricolore), in compenso – in pieno horror vacui contemporaneo – si pensa di riempire il cerchio interno con i colori di uno stilizzatissimo sole nascente dal mare (fin troppo piatto, con qualche riga scura non proprio benaugurante).  La stessa idea, per intenderci, che nel 1969 – dopo l'esperimento della "bicicletta" Psi-Psdi – aveva fatto inserire falce, martello e libro nella pancia del sole socialdemocratico. In basso, nella corona rossa, non c'è più la sigla Psi, ma R.D.L., per simboleggiare il progetto politico dell’Unità per il socialismo Riformista, Democratico e Liberale (ma senza spiegazione era un po' difficile arrivarci, ammettiamolo). 
A voler essere pignoli, naturalmente, come non è nuovo il garofano, non è originale neppure il nome. Perché Rinascita socialista l'aveva già fatta il campano Enzo Mattina, a luglio del 1993 – quando Ottaviano Del Turco non aveva ancora tolto il garofano dal simbolo – anche se graficamente aveva osato di più: in un cielo irrealmente rosso, sopra il mare, volava un gabbiano bianco, persino delicato. 
Chissà se Marco Craxi conosceva il precedente omonimo; al momento, il movimento pensa a chiarire la sua posizione. "Siamo socialisti. Punto. Non vogliamo stampelle, non faremo da stampella ad alcuno. Riteniamo che l’ideale socialista sia stato violentato e si sia abdicato per finalità ben lontane dall’interesse del popolo. E’ dal popolo, che stiamo ripartendo per costruire un soggetto politico vero, capace di dare risposte concrete e tangibili anche ai più piccoli bisogni della gente". Magari quel garofano tornerà su qualche scheda locale, alle prossime amministrative, sempre che qualcuno che si ritiene erede del vecchio simbolo non si metta di traverso...

mercoledì 11 marzo 2015

L'Italia che verrà? Passa per Saronno..

A maggio si vota, e si sa. L’obiettivo dei più sarà puntato sulle regionali, ma trascurare le elezioni comunali potrebbe essere un peccato, anche solo per gli emblemi che potrebbero finire sulla scheda. Si prenda per esempio Saronno, comune tutt’altro che trascurabile in provincia di Varese. Si lascino da parte i partiti maggiori (o, per lo meno, le loro componenti ufficiali) e ci si guardi intorno, per cercare di raccogliere dettagli interessanti.
Allo scopo, è utile guardare a chi si è candidato prima di ogni altro per la poltrona di sindaco: si tratta di Luciano Silighini Garagnani Lambertini (un nome che, c’è da immaginarlo, metterà al lavoro i tipografi per la stampa delle schede). Lui, che è originario di Genova ma da alcuni anni vive a Saronno, quasi certamente avrà almeno due liste a sostegno (forse addirittura tre), ma alle spalle ha unnumero ben più nutrito di formazioni.
«In effetti – spiega a I simboli della discordia – all’inizio io ho sottoposto i 15 punti del mio programma a vari movimenti e comitati locali, perché potessero condividerli. Si parla spesso di crisi della politica e dell’impegno, ma secondo me la vera crisi è quella dei partiti: la voglia di politica in giro è aumentata, non il contrario…». La proposta di Silighini è stata accolta da vari partiti e gruppi: l’idea iniziale era quella di riunirli tutti sotto un unico simbolo, quello del progetto politico L’Italia che verrà. «Come emblema ho scelto la statua della Ciocchina, un elemento caratterizzante di Saronno, un po’ come l’Alberto da Giussano per Legnano: la figura riporta al periodo della peste seicentesca, ricordando la donna che aveva raggruppato intorno a sé lo spirito di rivolta sociale contro il ducato di Milano. Ho preso quel simbolo e l’ho unito alla bandiera italiana, che si allontana un po’ dallo spirito più “lombardo” che talvolta si respira qui».
Anche il nome del progetto non è casuale. Da una parte vorrebbe segnare un cambio di passo («Sono stato iscritto dall’inizio a Forza Italia, l’idea era di rafforzare l’Italia che c’era, ma ora bisogna pensare proprio al futuro, all’Italia di domani); dall’altra, «L’Italia che verrà» era una sorta di leitmotiv di Gente della libertà, l’inno del Pdl: «Il testo era una poesia di mia madre, Alda Garagnani», tiene a precisare Silighini, anche se quell’inno lo ricordano in pochi (tutt’altra fortuna rispetto al tormentone di Forza Italia). Del Pdl, in ogni caso, è rimasta la font del nome, che si è conservata nel nuovo simbolo che punta a conquistare Saronno.
Nella sua lista alcuni candidati saranno tra l’altro espressi dal Pli, il Partito liberale italiano di Morandi e De Luca, che non presenterà liste. Accanto al simbolo principale di Silinghini è poi quasi certa la presenza di Forza Saronno: i colori e il nome non lasciano dubbi sull’origine, ma qualcosa in più va detto, visto che di fatto si configura una platea forzista “a due piazze” «Le anime di Forza Italia sono due – ammette il candidato sindaco –.Io sono iscritto al partito, presiedo il club Forza Silvio di Saronno, ma non ho incarichi nel partito locale. Tutto viene da un rapporto non proprio idilliaco con la figura locale di riferimento di Fi, Lara Comi. Nel partito ufficiale, di stampo verticistico, gli iscritti sono pochi e c’è l’intenzione di allearsi con “l’area Monti”; Forza Saronno nasce come contenitore del vero spirito di Fi a livello locale, che ai montiani non pensa proprio».
Da ultimo, farà di tutto per raccogliere le firme necessarie alla propria lista la Democrazia cristiana di Angelo Sandri: il partito ha tutta l’intenzione di presentarsi con il proprio scudo crociato arcuato accanto ai simboli di L’Italia che verrà e Forza Saronno. Nel caso, pare che l’Udc locale sia pronta a dare battaglia sul simbolo; di tempo per firmare e litigare, in ogni caso, ce n’è ancora tanto. 

martedì 10 marzo 2015

La Fiamma nazionale di Salmè (rivendicando quella tricolore)

Già da diversi giorni la dirigenza del Movimento sociale Fiamma tricolore eletta dal congresso svoltosi a Roma il 13 e il 14 dicembre - a partire dal segretario Attilio Carelli - ha comunicato, attraverso il suo sito internet, l'emissione dell'ordinanza cautelare (non della sentenza, come è scritto) del Tribunale di Catania, con cui è stato inibito a Stefano Salmé l'uso dell'emblema della Fiamma, con obbligo di rimuoverlo dalla pagina Facebook che gestiva. 
Per la segreteria Carelli - così è scritto sempre sul sito - Salmè continuava ad amministrare "illegalmente" la pagina preesistente del Movimento ("se ne era impadronito causa troppa fiducia di correttezza fra Camerati"), per cui la Fiamma-Carelli ha creato una nuova pagina ("malgrado fossero stati spesi dei soldi di 'tutti' i militanti!"), ammonendo contemporaneamente "quanti stanno usando senza averne titolo o autorizzazione specifica, i simboli del Movimento Sociale Fiamma Tricolore a desistere da tale abuso punito dalla legge": ogni eventuale trasgressore "potrà essere denunciato, senza ulteriore avviso, alla competente autorità".
Quella che fino a pochi giorni fa era la pagina ufficiale del Ms-Ft, invece, è stata chiusa, e il gruppo vicino a Stefano Salmè non l'ha presa bene. Lo stesso Salmè, in ogni caso, ha già fatto depositare un reclamo contro l'ordinanza emessa il 21 febbraio dal giudice Rosaria Castorina: oltre a contestare di nuovo la competenza territoriale del giudice (l'indicazione online del trasferimento della sede del partito da Roma a Catania sarebbe apparsa dopo il deposito del ricorso dello stesso Salmè), il reclamante fa valere diverse ragioni per demolire l'accusa di uso illegittimo del simbolo. Il giudice a febbraio aveva accolto in sede cautelare le richieste inibitorie della Fiamma Carelli, ritenendo che fosse comunque efficace l'espulsione di Salmé dal partito (anche se era nel frattempo stata impugnata); per l'interessato però il giudice non aveva considerato alcuni punti, a partire dal fatto che l'espulsione non era stata autorizzata dal Comitato Centrale, ma la ratifica "retroattiva" sarebbe arrivata dall'organo (in composizione diversa) solo dopo il congresso di Roma e, soprattutto, dopo l'impugnazione del provvedimento da parte dello stesso Salmè, senza spazio per il diritto di difesa e, dunque, in violazione dello statuto.
A monte, l'espulsione (non ancora ratificata) sarebbe stata in qualche modo "la conseguenza illegittima" dell'atto di citazione con cui Salmè - ancora membro della Fiamma Tricolore - chiedeva di accertare la nullità, tra l'altro, del regolamento congressuale.
Il reclamante, da ultimo, nega poi di avere convocato il congresso di Salò da cui era uscito segretario (non ci sarebbero prove, anzi, la convocazione sarebbe arrivata dalla Segreteria Generale del Congresso di cui Salmè non era membro) o di avere pubblicizzato l'assise sulla pagina Facebook della Fiamma (la gestione della stessa era passata da tempo ad alcuni simpatizzanti del soggetto politico).
Come si vede, Salmè continua a rivendicare la titolarità della Fiamma tricolore. Nell'attesa che il collegio del reclamo si pronunci, per mantenere un minimo di organizzazione e riconoscibilità (e per non incorrere in sanzioni di qualche tipo), il gruppo di Salmè ha intanto adottato un diverso contrassegno, anche se tutto nuovo non è: la struttura richiama - e molto - i primi emblemi della Fiamma tricolore. Viene ripristinato innanzitutto il nome integrale del soggetto politico, rendendo visibili le parole "Movimento sociale", scritte tra l'altro in font Gill Sans, che somiglia molto a quello che era stato disegnato in emergenza nel 1995, dopo la bocciatura del simbolo con la vecchia fiamma missina con base prima delle elezioni suppletive di Padova. 
Lo stesso tipo di carattere è utilizzato per le parole che dovrebbero caratterizzare maggiormente il nuovo emblema, "Fiamma nazionale"; la prima in posizione centrale di grande evidenza, la seconda adagiata in basso sulla circonferenza, dove in passato era scritto "tricolore". E' questa una delle due differenze sostanziali tra questo contrassegno e quello storico del partito fondato da Pino Rauti; l'altro punto di distanza è dato proprio dalla rappresentazione della fiamma. Non si è presa né la fiamma che fu del Msi (e poi, in miniatura, di An), né la "goccia tricolore" adottata dal partito di Rauti dal 2002 in poi: ci sono comunque due vampe (una con due corni), tinte di verde e rosso. L'intera immagine sta al centro, al di sotto della parola "Fiamma": praticamente un compromesso tra le soluzioni grafiche adottate dalla Fiamma nel 1995 e nel 1999.
Per Salmè - che il 15 marzo proporrà al Comitato centrale della "sua" Fiamma il simbolo - la nuova grafica "unisce la tradizione della Fiamma con l'innovazione di un logo che si avvicina a quello del Front national francese". Lui stesso rimarca l'impossibilità di confondere questo emblema con quello attuale del Ms-Ft ("la goccia tricolore"); in effetti il Viminale potrebbe non gradire il riferimento a una qualche fiamma, ma lui non è preoccupato. Tricolore o nazionale, Fiamma sarà.

lunedì 9 marzo 2015

Fondazione An, tensioni sul patrimonio (e sul simbolo)

Il giorno esatto di giugno della convocazione ancora non c'è, ma sul futuro della Fondazione Alleanza nazionale la tensione è salita subito alle stelle e - bisogna ammetterlo - alcuni protagonisti non hanno fatto nulla per nasconderlo. Non ci si risparmiano accuse, additamenti e insinuazioni (anche a mezzo social network, davanti a tutti o quasi), senza che ancora ci siano idee pubbliche definite su cui lavorare. 
Nella lettera con cui ha convocato l'assemblea "straordinaria" degli aderenti alla fondazione, il presidente Franco Mugnai ha messo in luce i punti di forza e di fragilità della realtà da lui guidata: "siamo un soggetto forte perché ricco di potenziali grandi energie, che sia pur in parte, ha già preso a dispiegare". La fondazione però è anche fragile "perché, riproducendo all’interno di uno schema strutturale rigido e in dimensione numeriche infinitamente più anguste tutte le diverse e spesso contrapposte sensibilità del nostro Partito di provenienza, necessita, per questa sua tendenziale fragilità, della costante ricerca di punti di equilibrio". 
Sono proprio quei punti - assolutamente necessari per il percorso unitario che, per Mugnai, è l'unico possibile - che però in questo momento sembrano latitare. Da una parte Giorgia Meloni ricorda di avere richiesto alla fondazione poco più di un anno fa l'uso del simbolo di An "impegnandomi a garantire una continuità con quei valori ma anche impegnando Fratelli d’Italia a rinunciare a qualsiasi pretesa sul patrimonio": per lei la fondazione deve restare tale, magari con la creazione di un centro studi (lo dichiara al sito Barbadillo) che supporti l'azione di chi vi si riconosce, ma "pensare di utilizzare la Fondazione An o suoi organismi, frutto in gran parte di cooptazioni, per forzare processi politici, lo trovo sbagliato e inefficace".
Qualcun altro la forzatura di progetti politici non la paventa proprio e punta ad altri terreni, molto più delicati: "Se qualcuno pensa di cancellare le proprie sconfitte e i propri errori politici creando un nuovo partito con i soldi della Fondazione, si sbaglia di grosso". Sono alcune delle parole, nient'affatto accomodanti, di Maurizio Gasparri, il più in vista tra gli ex An attualmente iscritti a Forza Italia (insieme ad Altero Matteoli): per lui una scelta simile creerebbe "un contenzioso infinito", anche perché a suo dire la discesa in campo della fondazione come partito sarebbe contrario alle finalità indicate nello statuto (ma avrebbe ragione, se si volesse dare luogo a un partito volto a "promuovere il patrimonio politico e di cultura storica e sociale" della destra italiana, magari con gli stessi scopi di Alleanza nazionale?)
Il sospetto che qualcuno potesse puntare alla cassa che fu di An l'aveva avuto anche la Meloni ("È un modo per cercare di rieditare un qualcosa che non c’è più, per mettere in pista persone che hanno già dato, forse anche per provare a mettere le mani sul patrimonio. E quindi non m’interessa"). In compenso, dalle colonne del "suo" Giornale d'Italia, Francesco Storace non ha risparmiato almeno un appunto alla leader di Fdi: "È legittimo che la Meloni consideri chiusa quell'esperienza. Eppure, proprio in questa settimana Fratelli d'Italia ha ottenuto dalla fondazione An, e contrariamente al solito la Meloni era presente alla riunione del cda, il simbolo del partito anche per le elezioni regionali ed amministrative 2015. E' un modo - e sarebbe una sorpresa - per non usarlo più evitando che sia concesso ad altri? Altrimenti, se il simbolo di An verrà usato da Fdi anche in questa tornata elettorale, quella frase non si spiega. Il passato è fra tre mesi?"
Sul sito di Prima l'Italia (realtà legata a Gianni Alemanno), in compenso, appare il commento non proprio entusiasta di Francesco Biava, segretario dell'associazione, vicepresidente della stessa fondazione e tra i primi a divulgare la notizia dell'assemblea a giugno: "Non c’è nessun gruppo di oscuri malfattori che cerca di impadronirsi di un fantomatico tesoretto, ma un semplice quanto dovuto richiamo alla democrazia e all’adempimento dei compiti statutari. I più di mille soci regolarmente iscritti devono decidere, una volta per tutte, se questa Fondazione deve servire solo a creare un museo della nostra storia o provare a contribuire, proprio in nome dei valori della Destra, a ricostruire una Casa comune per tutti coloro che in questi valori si ritrovano e comunque a incidere nell’attuale devastato scenario politico". Quella sarebbe l'occasione per coinvolgere davvero tutti coloro che si ritengono di destra (anche chi per età non ha fatto parte di An): chi vuole lasciare la Fondazione ai suoi compiti storici e culturali, per Biava,  può farlo, ma senza agitare lo spettro il sospetto del "tesoretto".
Interessata al possibile futuro politico della fondazione è anche Isabella Rauti, moglie di Alemanno e animatrice di Prima l'Italia (non aderente alla fondazione): "Se si trasformasse in un partito, sarebbe senza dubbio un interlocutore privilegiato col quale dialogare per veder finalmente riunita la destra. Non si tratterebbe di rifare An tale e quale, ma solo di inserire il nuovo contenitore in un processo di riaggregazione e allargamento della destra".
La partita, come si vede, non è affatto chiusa e ha permesso a vari giornalisti - a partire da Carlantonio Solimene, che oggi sul Tempo ha firmato una pagina intera sul tema - di occuparsi di un tesoro dal futuro incerto. A sbarrare la strada a eventuali idee "improprie" sui beni della fondazione pensa Assunta Almirante, con un intervento in prima pagina, sempre sul Tempo di oggi: "Per fare un partito servono gli iscritti e quelli che oggi siedono in Fondazione sono solo membri di una commissione che amministra soldi appartenuti ad altri. Quei quattrini sono stati donati al partito in gran parte da simpatizzanti del Movimento Sociale (non certo di An). (...) Oggi questi signori si litigano il tesoro che Giorgio ha lasciato loro dopo averlo accumulato fra grandi sacrifici e indicibili difficoltà. È bene, dunque, che gli attori di questa sceneggiata si ricordino che i soldi nella cassa della Fondazione Alleanza Nazionale vanno usati per opere di bene, per assistenze ospedaliere, per mantenere le sedi di chi ha continuato a battersi per gli ideali di un tempo". Le daranno retta? E il simbolo, che è pur sempre parte del patrimonio immateriale della fondazione (e prima ancora del Msi-An), tornerà a tutti gli effetti in pista o la fiammella potrà essere lasciata in pace?

venerdì 6 marzo 2015

La rosa, il blu e la stella (rossa): gli ingredienti della Convergenza socialista

A ripercorrere la storia del mondo socialista italiano, è difficile non notare una tendenza quasi insopprimibile alla frammentazione, presente anche quando il singolo partito o movimento mantiene nel suo nome parole come "Unitari", "uniti" o "unità". Ci si divide per affinità diverse, per disaccordi su alleanze e, perché no, anche per motivi strettamente ideali, anche se per molti il motivo sembra passato di moda.
È questa invece la ragione che ha portato, poco meno di un anno fa (era maggio), alla costituzione di Convergenza socialista, di cui è segretario nazionale il 42enne Manuel Santoro. Nello statuto, Cs è identificato come "un partito politico socialista, autonomo ed indipendente da qualsiasi altro soggetto politico e sindacale", un soggetto che "si riallaccia alla gloriosa tradizione socialista proiettando le proprie politiche al presente e al futuro".
All'inizio del 2013, Santoro era consigliere nazionale del Partito socialista italiano, guidato da Riccardo Nencini: "Allora facevo parte della minoranza di sinistra, quella dell'esperienza lombardiana. Non mi pesava essere in minoranza, c'era comunque dialettica tra le parti". Qualcosa, però, lo ha portato fuori dal partito: "Quando nel 2014 il Psi ha scelto di non presentare liste per le elezioni europee, ma di candidare per la seconda volta di seguito propri esponenti nelle liste del Pd, me ne sono andato: lì ho avuto la certezza che il Psi si fosse incamminato in una direzione inaridita, politicamente non più sostenibile. Finché il partito ha avuto una propria autonomia e identità le cose mi andavano bene, ma la scelta di non partecipare col proprio emblema alle elezioni per me fa venire meno quest'autonomia. Non c'è una confluenza, è vero, ma di fatto il Psi è sempre più schiacciato su posizioni renziane". 
Per questo motivo, Manuel Santoro ha voluto creare "un contenitore socialista ma di sinistra", calcando molto l'attenzione su quel ma. Questo e altro si trova compendiato, in qualche modo, nel simbolo del partito, descritto all'ultimo articolo dello statuto: "un quadrato (o cerchio) a sfondo azzurro, con al centro la lettera C e la lettera S, entrambi in bianco, e nel mezzo due simboli: una rosa bianca sopra una stella rossa. In basso, il nome del partito 'Convergenza Socialista' in bianco".

In effetti appartiene alla tradizione socialista europea la rosa, che è stata disegnata appositamente per questo emblema; il fiore, però, è abbinato a una stella rossa, un po' irregolare. "In effetti quella stella riprende un po' vari filoni del socialismo sudamericano, cui in qualche maniera ci ispiriamo – spiega Santoro – il nome stesso è ripreso da alcune esperienze socialiste del Sud America, penso al Cile, al Messico, al Brasile. Siamo socialisti europei, certo, ma per noi non è abbastanza: sentiamo il bisogno di cercare percorsi comuni anche con altri socialismi: vorremmo costruire insomma un nuovo socialismo europeo con basi sudamericane, non un socialismo moderato, ma un riformismo rivoluzionario, antiliberista, direi lombardiano".
Sembra quasi ovvio che la stella rossa punti a sinistra (lo fa anche quella del Partito della sinistra europea, ma non è lo stesso disegno), ma Santoro precisa che quello non è un punto di vista partitico: "Il nostro gruppo è molto orientato sul sociale: non ci interessano alleanze partitiche, anche con Sel o con Rifondazione comunista, preferiamo stringere accordi tematici con associazioni che lavorano nel sociale, a partire dal Movimento italiano disabili con cui siamo in contatto". 

Al momento il partito non ha ancora rappresentanti: "Ora stiamo mettendo le prime gambe, ma questo è un progetto di lungo periodo, che ovviamente inizia da zero e il percorso richiede tempo e impegno. Dove siamo presenti, iniziamo a fare quel lavoro in ambito sociale: per noi la sezione deve tornare a essere un luogo di assistenza e resistenza sociale". Convergenza socialista prevede di partecipare alle elezioni, ma lo farà con il proprio simbolo o, al massimo, accostandolo a quello delle associazioni di ambito sociale, senza mai entrare in alcuna coalizione, nemmeno guidata dal Pd: "Sarebbe solo un'operazione di vecchio stampo, in piena 'dottrina Nencini'. Ora non vedo a sinistra le condizioni perché ci si possa considerare rappresentativi della società, non facciamo abbastanza per esserlo. Per noi prima viene il lavoro e l'impegno sociale in un comune, e saremo bravi potremo avere la forza di candidarci e magari essere eletti: la strada magari è più complicata, ma dal punto di vista ideale e politico ci sembra la cosa più sensata".
Tornando al simbolo, comunque, sono almeno due i dettagli che possono colpire: innanzitutto, il fatto che la prima forma prevista sia il quadrato. "Di solito il cerchio è strettamente collegato alle competizioni elettorali, visto che la legge lo richiede, ma noi ci siamo dotati di entrambe le forme. Non c'è un motivo preciso per questa doppia immagine – ammette Santoro – certamente qualcosa dal 'marchio quadrato' del Psi avevamo preso, ma nella nostra attività politica usiamo le due forme in odo indifferente".
Da ultimo, non passa inosservato il fondo blu, quasi carta da zucchero, piuttosto insolito per un partito socialista. "Innanzitutto volevamo differenziarci, non volendo usare il rosso come colore dominante – precisa il segretario – e comunque, volendo evidenziare la stella rossa, quella tinta ci sembrava la migliore. Da ultimo, ma non ultimo, secondo noi il rosso indicava un percorso politico socialmente finito, almeno per l'Italia: ora siamo lontanissimi da una presenza "rossa" com'era qualche decennio fa, per cui abbiamo voluto ripensare l'azione socialista e l'essenza stessa del socialismo, anche cambiando piano cromatico". 
Basteranno questi dettagli perché il partito guidato da Santoro diventi "punto di riferimento e di aggregazione di tutti coloro che, pur provenendo da diverse scuole politiche, riconoscono nella difesa dei deboli del mondo e nella lotta al grande capitale ed alla grande finanza la motivazione primaria del proprio iter procedurale"? Per ora non è dato sapere, ma il simbolo e l'impegno ci sono: i risultati si vedranno.

giovedì 5 marzo 2015

Fratelli d'Italia, la fiamma resta dov'è. Almeno fino a giugno

Era stato rimandato più volte, il consiglio di amministrazione della Fondazione Alleanza nazionale che quasi certamente si sarebbe dovuto pronunciare – almeno in modo provvisorio – sul destino del simbolo storico di An, che alla fine del 2013 era stato concesso in uso per l'anno successivo a Fratelli d'Italia. Una prima decisione è arrivata nella riunione del cda di due giorni fa, con l'approvazione di due punti importanti.
Innanzitutto, il consiglio ha ricevuto una richiesta di concessione ex novo del simbolo, da parte dei legali rappresentanti di Fdi, limitata questa volta alle elezioni regionali e amministrative che si svolgeranno nei prossimi mesi: "La richiesta – spiega Franco Mugnai, presidente del cda della fondazione – è stata accolta limitatamente a quegli eventi e può essere interpretata come completamento di un turno elettorale che di fatto era iniziato già lo scorso novembre, nel primo periodo di concessione; come presidente, vista la delicatezza della questione, mi sono astenuto, ma la delibera è passata a larga maggioranza".
La decisione, in effetti, non ha avuto grande pubblicità, visto che fino a questa mattina ne aveva parlato essenzialmente Francesco Storace in un suo editoriale sul Giornale d'Italia, in cui si invoca con forza la nascita di una nuova destra unitaria, da creare sulla base di un confronto approfondito e maturo.
Più pubblicità, invece, ha avuto la seconda decisione del consiglio di amministrazione: il suo vicepresidente, Francesco Biava, sul suo profilo Facebook ha annunciato che lo stesso organo ha deciso all'unanimità di convocare a giugno l'assemblea dei partecipanti di diritto e degli aderenti alla fondazione. "Quella – ha scritto Biava – sarà la sede in cui si deciderà, finalmente, il destino politico della Fondazione." 
Si tratta, come precisa lo stesso presidente, di una convocazione straordinaria, visto che lo statuto della Fondazione An prevede che le riunioni abbiano cadenza biennale, per cui – anche in considerazione dei costi ingenti che un'adunanza simile comporta – si sarebbe potuto attendere dicembre, a due anni esatti dalla prima decisione controversa (e ancora oggetto di contenzioso) sul simbolo. "Certo, il nostro non è un partito – nota Mugnai – ma in una fondazione particolare come questa nessuno può pensare di non tenere doverosamente conto della volontà di tutti i partecipanti, così come può essere espressa in assemblea. In quell'organo possono accadere molte cose, con più scenari, a partire dalla decisione di una maggiore o minore partecipazione a iniziative politiche, fino ovviamente a scelte che riguardino nuovamente il simbolo".
Se dunque la seconda, breve concessione di uso dell'emblema eviterà essenzialmente che possano nascere contenziosi elettorali legati all'uso della fiamma passata dal Msi ad An, da giugno i giochi "simbolici" saranno diversi e praticamente tutto potrà essere messo in discussione. Ammesso, ovviamente, che da lì in poi continui l'esperienza di Fratelli d'Italia, che ha appena perso un pezzo importante come Massimo Corsaro: era stato lui, del resto, a creare i Circoli del Centrodestra nazionale, riutilizzando la grafica del nodo tricolore che fu già di An in un simbolo che poi sarebbe stato la base per quello di Fdi. I conti, in ogni caso, si faranno solo da giugno in poi: chi vivrà e (r)esisterà, vedrà.

mercoledì 4 marzo 2015

"Forza Silvio" dopo le regionali? Forse che sì, certo che no

A voler essere drastici e corrosivi, qualcuno sarebbe tentato di dire che tanti giornali – specie nell'accostarsi alla politica – sono di scuola andreottiana. Nel senso che si esercitano continuamente nell'arte del fare peccato pensando male (in particolare sotto l'etichetta "retroscena"); sul fatto che ci azzecchino, ovviamente, i giudizi divergono, molto dipendendo da chi li emette.
Così, quando non uno, ma due quotidiani – la Repubblica e il Messaggero – scrivono che dopo le regionali per le truppe di Silvio Berlusconi arriverà la (nuova? ennesima?) svolta, abbandonando il risuscitato marchio di Forza Italia e adottando quello seminuovo e semiriscaldato di Forza Silvio... beh, viene automatico chiedersi quanto di plausibile ci sia nelle voci di corridoio (date più o meno per certe) e quanto invece sia solo possibile sulla carta, senza solide basi nella realtà.
Si era accantonato il Popolo della libertà (anzi, il Pdl o peggio la Pdl, come lamentava il suo fondatore) perché nome ed emblema non scaldavano i cuori; ora si rischierebbe di lasciare al suo destino anche il primo marchio, associato più a ombre che a luci. "Io sono legato a questo simbolo, alla storia di Forza Italia, ma non funziona più, dobbiamo ammetterlo, agli occhi della gente siamo ormai il partito delle liti, della guerra interna, dei tradimenti", si legge negli stessi pezzi da retroscenisti, come se quelle frasi si fossero impresse in qualche mente più fedele di un registratore.
In mancanza di prove – che nessuno ha intenzione di fornire – ha buon gioco l'ufficio stampa di Forza Italia a bollare quelle ricostruzioni come "fantasiose illazioni": "Il presidente Berlusconi non ha mai ha pensato di 'rottamare' Forza Italia, né tantomeno lavorato per farlo". Giovanni Toti in persona ha poi aggiunto di avere letto con il suo leader "trasecolati gli articoli di giornale", visto che "Berlusconi crede in Fi, non c'e' alcuna intenzione né di cambiarlo né di rottamarlo ma siamo ben decisi a rimboccarci le maniche per rinsaldarlo".
A spulciare bene, comunque, si ricorda che già all'inizio di ottobre la Repubblica (e sempre a firma Carmelo Lopapa) aveva dato per imminente l'avvento di Forza Silvio, quando ancora Salvini non aveva rastrellato tutti i voti di oggi, ma la situazione era già seria: "Ammettiamolo, Forza Italia per come è rinata quasi un anno fa si è rivelata un fallimento, non ne voglio più sentire parlare", si sarebbe lamentato allora l'ex Cav, ma per le ricostruzioni di quei giorni l'intenzione era di schierare Forza Silvio già alle regionali 2015, cosa che invece non sembra affatto a portata di mano.
Questo, ovviamente, non significa che Forza Silvio non esista. I club annunciati nel giorno del ritorno a Forza Italia, pensati come "comunità per la democrazia e la libertà", sono vivi e vegeti: avrebbero un riferimento nazionale in Marcello Fiori (anche se in questi giorni i media ne parlano per altri motivi) e ovviamente hanno già un marchio, nato come "adesivo" già negli anni '90 e piegato nell'ultimo anno alla logica della bandierina. Basta per diventare un partito? Forse che sì, certo che no, anche perché di novità e cesura col passato qui ce ne sarebbe davvero poca. Tutto, in ogni caso, è e resta nelle mente di Berlusconi, che ai colpi di scena ci ha decisamente abituati: per la prossima puntata, occorre aspettare.