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mercoledì 3 giugno 2020

Elezioni in era Covid: meno firme e più simboli?

In base al calendario dei lavori della Camera, lunedì 8 giugno si riprende a discutere sulla conversione del decreto-legge 20 aprile 2020, n. 26, recante "Disposizioni urgenti in materia di consultazioni elettorali per l’anno 2020": si tratta, com'è noto, dell'intervento con cui si erano rinviate le elezioni regionali e comunali rispetto al periodo previsto dalla legge, per l'emergenza legata al Covid-19. Già prima era stato differito l'appuntamento con il referendum sulla riforma costituzionale in materia di numero dei parlamentari: il governo aveva revocato il decreto presidenziale con cui la consultazione era stata indetta per il 29 marzo poi, col decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 ("Cura Italia"), ha derogato alla disposizione della legge n. 352/1970 che individua la "finestra temporale" entro cui si deve tenere il voto sul quesito referendario, stabilendo che la consultazione va indetta entro 240 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza che ha ammesso il referendum. Visto che l'ordinanza è stata comunicata il 23 gennaio 2020, il referendum va indetto entro il 19 settembre e la consultazione può tenersi al più tardi il 22 novembre.

Le modifiche al testo

Tornando alla conversione del decreto-legge n. 26/2020, giovedì si è esaurita la discussione sulle linee generali: lunedì nell'aula di Montecitorio inizierà l'esame del decreto, così come modificato in commissione Affari costituzionali. Ora è ovviamente presto per dire se il testo modificato sarà approvato o ci sarà spazio per emendarlo; di certo il disegno di legge di conversione dovrà essere approvato entro il 19 giugno, altrimenti il decreto decadrà. 
Le modifiche sono rilevanti, soprattutto su tre profili: a) si prevede che le elezioni si svolgano eccezionalmente in un giorno e mezzo (dalle 7 alle 23 di domenica e dalle 7 alle 15 di lunedì) e stabilendo il principio dell'accorpamento negli stessi giorni - noto come election day - per le elezioni suppletive per Camera e Senato, per le elezioni comunali (il primo turno) e circoscrizionali, nonché per le regionali (almeno in linea di principio: si vedrà meglio dopo) e per lo stesso referendum costituzionale; b) per le elezioni comunali e circoscrizionali, nonché per quelle regionali (limitatamente alle regioni a statuto ordinario), il numero delle firme da raccogliere a sostegno delle candidature è ridotto a un terzo rispetto a quanto previsto dalla legge; c) si prevede il rispetto dei protocolli sanitari e di sicurezza adottati dal governo per prevenire il rischio da contagio da Coronavirus. 
In tal senso, il Comitato tecnico-scientifico ha già espresso al governo alcune osservazioni (rese immediatamente disponibili dal deputato Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti): ha ritenuto tra l'altro indispensabile osservare le norme igieniche (mettendo a disposizione i prodotti di sanificazione) e il distanziamento fisico (anche tra i membri dell'ufficio elettorale di sezione) all'interno dei seggi e auspicando "l'ingresso nel seggio elettorale di un elettore alla volta", motivo per cui si è reso opportuno votare anche nella giornata di lunedì.

Meno firme per quasi tutte le elezioni

Perché ci occupiamo di questo decreto-legge in via di conversione, visto che ufficialmente non parla di simboli? Al di là dell'ovvio interesse per le disposizioni in materia elettorale, per gli appartenenti alla categoria dei #drogatidipolitica risulta assai rilevante la disposizione in materia di raccolta firme, sia in rapporto alla data che si sceglierà per il voto, sia quanto alle ricadute della norma tagliafirme proprio sul numero di simboli che saranno presenti sulla scheda. Tutto ciò riguarda ovviamente solo le elezioni del 2020, non le più nutrite: sono interessati 1142 comuni (ma le norme che si vedono qui riguardano solo i 572 delle regioni a statuto ordinario, 87 dei quali sopra i 15mila abitanti) e 6 regioni ordinarie (Liguria, Veneto, Marche, Toscana, Campania e Puglia), più la Valle d'Aosta.
Qui interessano soprattutto i commi 3, 4 e 5 dell'articolo 1-bis del decreto (se ne propone l'inserimento appunto in fase di conversione):

3. Limitatamente alle elezioni comunali e circoscrizionali dell’anno 2020, il numero minimo di sottoscrizioni richiesto per la presentazione delle liste e delle candidature è ridotto a un terzo. 
4. In considerazione della situazione epidemiologica derivante dalla diffusione del COVID-19 e tenuto conto dell’esigenza di assicurare il necessario distanziamento sociale per prevenire il contagio da COVID-19 nel corso del procedimento elettorale, nonché di garantire il pieno esercizio dei diritti civili e politici nello svolgimento delle elezioni delle regioni a statuto ordinario dell’anno 2020, il numero minimo di sottoscrizioni richiesto per la presentazione delle liste e delle candidature è ridotto a un terzo.  
5. È fatta salva per ciascuna regione la possibilità di prevedere, per le elezioni  regionali del 2020, disposizioni diverse da quelle di cui al comma 4, ai fini della prevenzione e della riduzione del rischio di contagio da COVID-19.

Si nota subito che la riduzione del numero di sottoscrizioni da presentare, riguardando espressamente le elezioni comunali, circoscrizionali e regionali (per le regioni a statuto ordinario), non vale invece per le elezioni suppletive per assegnare i seggi di Camera e Senato rimasti vacanti. Di queste si verificherà almeno un caso: il 17 marzo 2020 è morta la senatrice Vittoria Francesca Maria Bogo Deledda (M5S) e il giorno dopo, nella seduta del Senato, il presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari ha fatto comunicare la vacanza del seggio nel collegio uninominale n. 3 della Regione Sardegna (le elezioni si dovranno indire entro il 13 novembre, ma si è visto che vale il principio dell'accorpamento). Chi vorrà candidarsi per occupare quel seggio, dunque, dovrà raccogliere tra elettori ed elettrici del collegio da un minimo di 300 a un massimo di 600 sottoscrizioni (il numero previsto per le elezioni nel collegio uninominale della Valle d'Aosta e in quelli senatoriali del Trentino - Alto Adige); lo stesso varrà nei casi in cui altri seggi parlamentari dovessero essere dichiarati vacanti entro il 31 luglio. Si applicano comunque, in effetti, le esenzioni previste dalla legge per i partiti presenti con gruppo parlamentare in entrambe le Camere (e quelli rappresentativi di minoranze linguistiche che abbiano ottenuto almeno un eletto alle ultime elezioni politiche), a patto che la candidatura sia presentata dal presidente o segretario del partito; non può tuttavia fruire dell'esonero dalla raccolta firme chi non utilizzi come contrassegno uno di quelli presenti in Parlamento. 
Né nella relazione in aula, né negli altri interventi si è giustificata questa mancata riduzione; la ratio si può forse capire ricordando che, in condizioni normali, la presentazione di una lista alle elezioni politiche richiederebbe la presentazione di almeno 1500 firme in ciascun collegio plurinominale, a fronte delle 300 che vengono richieste nel collegio uninominale. Per quanto il territorio del collegio uninominale sia più ristretto rispetto a quello plurinominale, si dev'essere ritenuto che calare ulteriormente il numero di firme richieste per concorrere a un seggio parlamentare (per esempio, applicando lo stesso criterio usato per le altre elezioni, da 300 a 100, quante ne occorrono di norma per presentare una lista in un comune tra 10mila e 20mila abitanti) sarebbe parso eccessivo e, come si vedrà dopo, avrebbe causato un affollamento incredibile della scheda elettorale. 

Meno firme per evitare contagi, ma quando?

La relatrice del disegno di legge di conversione, Anna Bilotti (M5S), nel suo intervento a Montecitorio giovedì ha detto che il fine delle disposizioni in materia di riduzione delle firme è "prevenire e ridurre il rischio di contagio da COVID-19 e garantire il pieno esercizio dei diritti civili e politici". Il sottosegretario all'interno Achille Variati (Pd) ha aggiunto che va considerata "l'attuale situazione epidemica e le prospettive di evoluzione" e il Comitato tecnico-scientifico "ha osservato che la circolazione del Coronavirus nella popolazione è in aumento durante i periodi dell'anno caratterizzati da basse temperature rispetto alla riduzione dell'incidenza delle affezioni registrata a carico delle vie aeree nella stagione calda": in analogia a quanto avviene per gli altri Coronavirus, gli esperti hanno suggerito "di svolgere le consultazioni dall'inizio del mese di settembre e, comunque, entro il mese di settembre", articolandole su due giorni per non creare affollamenti e facilitare il rispetto delle norme igieniche. 
La situazione critica legata al Covid-19, per Variati, va però conciliata con la necessità di assicurare "i diritti della democrazia con tempi che, pur ristretti e riportati in stagione estiva, debbono essere dignitosi per lo svolgersi delle campagne elettorali, con le conseguenti possibilità di confrontare idee, opinioni e prospettive per il futuro governo dei territori": va rispettata pure la dignità delle operazioni preparatorie alle elezioni, inclusa la raccolta delle firme, così si è optato per un taglio robusto delle sottoscrizioni da raccogliere, "considerando le difficoltà di raccolta, con le precauzioni igieniche e in tempo estivo". Il principio dell'assicurare i diritti e i riti della democrazia, insieme ad altri (limitare nel tempo le proroghe dei mandati, provvedere ai colloqui con le Regioni, considerare altri problemi connessi, come l'impatto sull'attività delle scuole usate come seggi elettorali) ha guidato il governo nel lavoro in Commissione Affari costituzionali, nel tentativo di tenere conto in primo luogo delle indicazioni del Comitato tecnico-scientifico. Analoghi criteri varranno nella scelta della data per le varie operazioni elettorali, la cui individuazione spetta al solo governo, per le elezioni suppletive, amministrative e il referendum.
All'inizio era circolata l'ipotesi di votare il 13 e il 14 settembre, così da svolgere anche il ballottaggio entro il mese (come suggerito dagli esperti); dopo le proteste di chi riteneva quella data troppo vicina il governo ha pensato di votare il 20 e il 21 settembre per referendum (unica consultazione che riguarderà tutta l'Italia), elezioni suppletive, regionali, comunali e circoscrizionali, con gli eventuali ballottaggi il 4 e il 5 ottobre. Si diceva che spetta al governo scegliere le date del voto amministrativo e referendario, ma all'interno della finestra temporale indicata dalla legge: su questa è intervenuto il decreto-legge e può ora intervenire il Parlamento. Al momento, per le elezioni comunali, è previsto espressamente che il voto si tenga tra il 15 settembre e il 15 dicembre, mentre per le elezioni regionali si è detto che il mandato delle amministrazioni è allungato - nella pienezza dei poteri - a cinque anni e tre mesi, mentre le elezioni "si svolgono esclusivamente nei sessanta giorni successivi al termine della nuova scadenza del mandato o nella domenica compresa nei sei giorni ulteriori": ciò vorrebbe dire sostanzialmente che, se le elezioni nel 2015 si sono tenute il 31 maggio e la proclamazione è avvenuta nei successivi giorni di giugno (probabilmente in date diverse nelle varie Regioni), le elezioni possono svolgersi tra settembre e novembre, iniziando a contare i 60 giorni dalla rispettiva data di proclamazione aumentata appunto di cinque anni e tre mesi.
Per le elezioni regionali, dopo l'avvento del c.d. "federalismo elettorale", l'indizione delle elezioni spetta al singolo presidente di Regione, ma sempre nel rispetto della finestra temporale stabilita per legge. Ciò, in teoria, può ostacolare l'accorpamento delle elezioni regionali al voto amministrativo e referendario: ciò, in modo non esplicito, emerge anche dal disegno di legge di conversione. Il testo licenziato dalla Commissione, all'art. 1-bis, comma 2 (introdotto da un emendamento della M5S Anna Macina), richiama l'art. 7 del decreto-legge n. 98/2011: "A decorrere dal 2012 le consultazioni elettorali per le elezioni dei sindaci, dei Presidenti delle province e delle regioni, dei Consigli comunali, provinciali e regionali, del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, si svolgono, compatibilmente con quanto previsto dai rispettivi ordinamenti, in un'unica data nell'arco dell'anno". Poiché ogni presidente fissa la data delle elezioni regionali e ciascuno Statuto regionale può prevedere regole e tempi diversi per il procedimento preparatorio, in teoria una o più Regioni potrebbero ritenere la data del 20 settembre incompatibile con il loro ordinamento e fissarne una diversa; è capitato anche nel 2019 che Regioni a statuto ordinario diverse votassero a distanza di poche settimane, ma si è trattato di casi particolari, in cui le elezioni si sono svolte in anticipo per le dimissioni dei presidenti. Di solito, dal 2012, per le Regioni si è votato negli stessi giorni delle elezioni politiche, amministrative o europee e ora si aggiunge una tantum il referendum costituzionale: per la relatrice Bilotti l'intervento è "positivo e necessario allo scopo di favorire la partecipazione dei cittadini, di realizzare risparmi di spesa e di evitare ripetute sospensioni dell'anno scolastico"; certo, per il MoVimento 5 Stelle, portare più elettori a votare al referendum aiuta a consolidare una vittoria dei "sì" che a molti pare scontata. 
Proprio la data del voto è però al centro delle polemiche: basta scorrere lo stenografico della seduta di giovedì 28 maggio per capirlo. Per qualcuno votare il 20 settembre è troppo presto: per Augusta Montaruli (Fratelli d'Italia) ci sarebbe un danno certo per il settore turistico, che a causa del virus ha iniziato tardi una stagione difficile e potrebbe ricevere il colpo di grazia da elezioni a fine estate ("andranno al voto cinque regioni, 1.150 comuni, circa 70 mila candidati diretti, a cui dobbiamo aggiungere dipendenti dei comuni o delle regioni [...]; verosimilmente, 500 mila persone saranno coinvolte direttamente nell'organizzazione delle elezioni. Se [...] ad agosto dovremo preparare quel che è propedeutico alla vera e propria campagna elettorale [...] noi togliamo al mondo del turismo, di fatto, 500 mila persone così, d'emblée, subito": quei conti li hanno ripetuti altri/e esponenti del partito); in più, pensando alla scuola, le lezioni potrebbero iniziare a metà settembre e fermarsi subito per allestire i seggi o inizierebbero solo dopo il 20, fatta la sanificazione post-elettorale delle aule. Altri problemi verrebbero dalla sovraesposizione di chi arriva al voto da presidente o consigliere uscente, mentre altri "possibili candidati, costretti a stare chiusi in casa, [...] hanno il diritto di sviluppare ugualmente [...] una campagna elettorale viva, nella quale possano esprimere le proprie opinioni". Se rinviare il voto era necessario, ora vanno create "le condizioni perché esista una campagna elettorale reale", in cui tra l'altro "le persone possano [...] avere il tempo di candidarsi, di formare le liste in maniera democratica, favorendo la partecipazione": per Montaruli "non si può liquidare in calde settimane di agosto tutto questo; [...] tra un ombrellone e la necessità, invece, di stare nelle proprie città a raccogliere le firme" (per un altro Fdi, Giovanni Donzelli, "gli italiani, dopo che sono stati rinchiusi, non aspettano altro che poter andare qualche giorno al mare, e devono poter andare qualche giorno al mare senza avere la campagna elettorale sulle costole, senza dover pensare a quale presidente di regione votare").
Altre posizioni, invece, ritengono che il 20 settembre sia troppo lontano. Il 9 maggio il presidente del Veneto Luca Zaia si era detto favorevole al voto a luglio (magari a fine mese), assieme a Giovanni Toti, Michele Emiliano e Vincenzo De Luca; la richiesta si era tradotta pure in due emendamenti, per consentire ai presidenti di Regione di indire le elezioni senza allungare il mandato "su parere del dipartimento di prevenzione sanitaria regionale, [...] nel rispetto delle misure di distanziamento sociale previste per il contenimento del contagio da Covid-19" (Lega) o, mantenendo il mandato prolungato, "in una delle otto domeniche precedenti la nuova scadenza del mandato o nei sessanta giorni successivi al termine della durata del mandato", concordando la data col Ministro della salute (Cambiamo!). SI voleva evitare di mantenere in carica amministrazioni regionali (e comunali, applicando la stessa logica) che in condizioni normali sarebbero scadute o comunque in scadenza, mentre la maggior parte delle attività e dei servizi era frattanto ripresa; nel dibattito si è pure notato - così Tommaso Foti (Fdi) - che prorogare il mandato di eletti comunali e regionali significa che gli amministratori uscenti hanno "più tempo a disposizione per poter fare atti che possono fatalmente influire" sull'esito elettorale".
Come ha notato Stefano Ceccanti (Pd): "nessuno è in grado di fare miracoli se arrivano richieste opposte tra di loro, che si elidono tra di loro". Il deputato e costituzionalista nota che il testo del decreto, "così come è scritto, blocca le elezioni regionali fino a tutto agosto" (proprio per l'allungamento del mandato e perché è ben difficile che qualcuno pensi di votare in agosto). Anche volendo, i presidenti delle Regioni non potrebbero votare a fine luglio perché il loro mandato risulterebbe prolungato fino alla fine di agosto: sarebbe stato possibile in teoria solo se con un accordo per cambiare il testo del decreto consentendo il voto subito e con un'approvazione "lampo" delle modifiche, ma ora - con la conversione del decreto-legge che forse avverrà in "zona Cesarini" - quest'eventualità è da scartare, visti i tempi che la "macchina elettorale" deve rispettare (anche per permettere, tra l'altro, la raccolta firme). Il "federalismo elettorale" già visto, tuttavia, consentirebbe ai presidenti delle Regioni di fissare le elezioni di loro competenza già il 6 settembre: "Noi possiamo fare l'election day su comunali e referendum, perché appartiene ad una nostra scelta, ma le regioni o le convinciamo a votare nella giornata che noi indichiamo o non glielo possiamo imporre". Spostare il voto oltre il 20 settembre, per il costituzionalista, potrebbe incentivare i presidenti a indire le loro elezioni per il 6 o il 13 settembre (facendo venir meno i risparmi legati all'accorpamento); d'altra parte, anticipare la data dell'eventuale voto unificato potrebbe rinfocolare le polemiche dell'opposizione all'attuale governo.
Ceccanti sottolinea anche un precedente rilevante da considerare, a proposito delle elezioni in Basilicata nel citato 2019La legge elettorale regionale (l.r. n. 20/2018) prevedeva un periodo preciso per lo svolgimento delle elezioni (dalla quarta domenica precedente il compimento del mandato e non oltre i sessanta giorni successivi al termine del quinquennio o nella domenica compresa nei sei giorni ulteriori, come richiesto dalla legge n. 165/2004): posto che il precedente voto si era tenuto il 17 novembre 2013, la legislatura doveva ritenersi conclusa il 17 novembre 2018 e si sarebbe dovuto votare entro domenica 20 gennaio 2019, anno però caratterizzato dalle elezioni europee, previste per il successivo 26 maggio. Dovendo decidere tra le due date, la Presidenza della Regione aveva scelto di convocare le elezioni per il 26 maggio, ma era stato presentato un ricorso dal Movimento 5 Stelle, che lamentava invece un'esagerata prorogatio di organi scaduti. La sezione I del Tar Basilicata, nella sentenza n. 36/2019, ha ritenuto prevalente il limite temporale (il dies ad quem, come si usa dire) fissato dalla legge n. 165 del 2004, fonte che nel corso del tempo ha recepito altri principi ma non quello del tendenziale accorpamento delle elezioni (che dunque non sarebbe vincolante). A quel punto, annullato il decreto di convocazione delle elezioni, la Presidenza della Regione Basilicata ha dovuto riconvocarle entro venti giorni dalla comunicazione della sentenza, "nella data utile più ravvicinata", individuata nel 24 marzo 2019, due mesi prima del voto cumulativo europeo e amministrativo: si era già evidentemente andati oltre la data limite del 20 gennaio, ma la sentenza del Tar era stata pubblicata il 10 gennaio e certamente non c'era più il tempo per rispettare il termine originario.

Meno firme, ma come raccoglierle?

Nel dibattito non sono mancate altre polemiche, legate all'uso dello strumento del decreto-legge (per il centrodestra invasivo e inaccettabile perché non condiviso con le opposizioni, come si dovrebbe fare in materia elettorale, tanto più per le prime elezioni dopo il rinvio causa Coronavirus), all'accorpamento del referendum costituzionale agli altri voti, per la totale diversità della materia che meriterebbe una campagna a sé (problema sollevato da Donzelli e altri deputati, come Riccardo Magi di Radicali italiani e Simone Baldelli di Forza Italia, che è arrivato a chiedere di individuare una distinta data), anche se ciò eliminerebbe parte delle economie (e si voterebbe tre volte nei comuni interessati dai ballottaggi, come sottolineato da Ceccanti, che ha pure notato come in presenza di più schede elettori ed elettrici abbiano mostrato di essere in grado di differenziare le loro scelte); Foti ha peraltro rilevato che non si allineeranno all'election day Sicilia, Friuli e Sardegna, nonché le province autonome, in virtù delle loro leggi sulle elezioni comunaliSi è discusso non poco anche dei consigli circoscrizionali da rinnovare in anticipo sulla scadenza per la sfiducia ai presidenti, ma "congelati" per un anno e affidati ai presidenti-commissari ove il comune di riferimento rinnovi l'amministrazione nel 2021 (per Donzelli, la leghista Simona Bordonali e il forzista Sisto è un regalo a Raggi e al M5S, per Ceccanti si tratta dell'applicazione di un principio già impiegato in altre ipotesi nell'ordinamento); in aula hanno fatto capolino anche i problemi che potrebbero riguardare il secondo turno delle elezioni (sollevato da Federico Fornaro - Leu - pensando a quanto avvenuto in Francia).
Proprio il tema delle firme, tuttavia, è stato oggetto di vari interventi, quasi sempre degni di interesse. Alcuni elementi comuni meritano di essere considerati: c'è la consapevolezza che, se si vota il 20 e il 21 settembre, le candidature devono essere presentate al più tardi tra il 21 e il 22 agosto (e, in certe Regioni, le norme elettorali prevedono termini più brevi): le firme devono così essere raccolte e autenticate nei giorni precedenti, dovendosi completare anche la raccolta dei certificati di iscrizione dei sottoscrittori nelle liste elettorali e preparare gli altri documenti necessari. Tutte operazioni da svolgere tra luglio e agosto (in teoria anche prima, ma molti potrebbero non voler rischiare la raccolta senza avere certezze sulla data del voto), con uno sforzo anche da parte dei comuni, che col loro personale devono garantire il servizio di rilascio dei certificati in un periodo di norma caratterizzato dalle ferie (ammesso che ne siano rimaste, viste le settimane precedenti). I tempi sarebbero ulteriormente anticipati ove qualche Regione (o lo stesso governo, ma è più improbabile) anticipasse il voto al 13-14 o al 6-7 settembre, senza contare le difficoltà che incontrerebbe una campagna elettorale in gran parte o interamente svolta in agosto.
Da molti interventi - dell'opposizione - appare però evidente un'altra cosa, che in parte emerge anche dal verbale della riunione del Comitato tecnico scientifico sulle elezioni. In tutto il documento di cui si dispone si parla solo delle operazioni di voto e di scrutinio, mai di tutto ciò che precede (comprese le operazioni di scelta dei componenti del seggio elettorale, che "rimangono lì per ore in uno spazio normalmente relativamente piccolo, di solito è un'aula scolastica", come ricordato da Fornaro, per il quale si dovranno tutelare innanzitutto i componenti dei seggi, altrimenti forse non si troveranno persone disposte a fare i presidenti, gli scrutatori e i segretari). Nelle "osservazioni" degli esperti, dunque, non c'è traccia della campagna elettorale e delle operazioni che conducono alla presentazione delle candidature: ciò è stato notato a più riprese. "Lo scienziato virologo - ha detto Giorgio Silli, ora in Cambiamo! ma con una lunga storia in Forza Italia - sa che per presentare una lista, per esempio nella regione Toscana, ci vogliono 13 mila firme, e quindi 13 mila persone che prendano una penna, vanno a trovare gli altri a casa oppure fanno i banchetti in piazza, oppure c'è assembramento in piazza? [...] Perché, guardate, la vita di partito, chiaramente, rispetto alla Prima Repubblica è sicuramente cambiata, ma ci sono ancora dei momenti di comunione, dei momenti di incontro, dei momenti in cui si parla agli elettori, dei momenti in cui i militanti devono riunirsi per arrivare alla presentazione delle liste".
Il forzista Paolo Russo ha rincarato la dose: "Il comitato tecnico-scientifico ci ha spiegato come dobbiamo maneggiare la matita e come dobbiamo toccare la scheda elettorale. A qualcuno di questo comitato tecnico-scientifico è stato spiegato come si partecipano le vere campagne elettorali?" Il voto è l'esito della "partecipazione ad un processo democratico, nella scelta di coalizioni, di leader e anche di programmi", per cui servono incontri e confronti, nonché "la voglia [...] di frequentare uscio per uscio, casa per casa, bottega per bottega, per provare a propagandare le proprie tesi, le proprie ragioni: è questa l'essenza della democrazia. E allora [...] si può andare domenica e lunedì, con le mani nelle tasche, senza toccare la matita, sperando che questa matita, da sola, in qualche misura, si periti di segnare sulla scheda e poi la scheda toccarla e non toccarla e provare a metterla nella fessura, quasi fosse, come dire, una sacra reliquia? [...] E poi, è venuto a qualcuno in mente che ci sarà anche da scegliere [...] i candidati per le liste? [...] Penso che i processi naturali sono quelli del confronto, del conforto, delle assemblee locali dei circoli, delle sezioni, dei modelli di partecipazione territoriali, dei confronti con le associazioni, dei confronti con il mondo civico, [...] per far sì che non ci sia l'elezione di un sindaco, ma la partecipazione di una comunità a quella elezione". L'emergenza Coronavirus poteva essere l'occasione per riflettere "su come avere nuove norme di accesso alla partecipazione democratica, utilizzando anche i sistemi digitali", ma nelle parole del Comitato tecnico-scientifico non c'è nulla "sulle modalità con cui, secondo loro, tra una spiaggia con ombrelloni a 5 metri e un ristorante con distanziatori ad un metro, [...] gestire le iniziative di massa, su come confrontarci in una sala con trenta persone, su come provare a stringere le mani in un incontro in un condominio, su come è possibile [...] visitare casa per casa le persone, i conoscenti". Parole simili sono venute da Guido Germano Pettarin, sempre di Forza Italia.
Il problema però, per Riccardo Magi, sta all'origine: sarebbe proprio il governo a "considerare le elezioni come esclusivamente il momento in cui i cittadini elettori inseriscono la scheda nell'urna" e sempre il governo non avrebbe proposto e illustrato "l'interezza del momento elettorale" agli esperti, non tenuti a conoscerla. Sulla raccolta delle firme, Magi ha rilevato che essa in parte avverrà in un periodo di stato di emergenza (fino al 31 luglio, se non sarà prorogato), con le misure di distanziamento in vigore: 
Stiamo dicendo [...] a dei cittadini, a dei giovani o meno giovani che in alcuni comuni italiani volessero avere l'ardire di promuovere una lista civica per competere alle prossime elezioni comunali del 20 di settembre, che il mese di agosto loro lo dovranno trascorrere nelle piazze italiane, a 40 gradi all'ombra, con la mascherina, a convincere i passanti, anche loro con la mascherina, a fermarsi e a convincerli, senza potersi far capire in maniera agevole, senza potergli sorridere, ad andare sotto un gazebo che sarà lì nella piazza, nel quale precedentemente avranno convinto un autenticatore - voglio vedere a trovarlo, perché magari questi giovani che vorranno promuovere questa lista civica non avranno, affacciandosi per la prima volta alla vita politica, dei consiglieri comunali disponibili ad autenticargli le firme, quindi chi troveranno? Un notaio? Chi troveranno, un cancelliere di tribunale? A quale spesa, a quale costo? - a trascorrere delle ore nel mese di agosto sotto un gazebo per raccogliere le firme di cittadini sottoscrittori di quelle liste, prendendo il documento ad uno ad uno di questi cittadini per verificarne l'identità, scrivendone i dati anagrafici sul modulo, facendolo firmare, passandogli la penna, riprendendosi poi la penna e svolgendo questa operazione per molte migliaia di firme.
Qui Magi appare chiaro e anche piuttosto immaginifico, ma altri discorsi non sono stati da meno. Salvatore Deidda (Fdi) ha rilevato che "individuare il 20 settembre come data per le elezioni comunali e, poi, eventualmente, per le regionali, forse, potrà apparire la data più consona a chi non ha mai fatto politica, a chi non ha mai dovuto raccogliere le firme, a chi non ha mai dovuto preparare la documentazione", evidenziando la difficoltà di trovare intorno a Ferragosto "un consigliere comunale, un consigliere provinciale o un sindaco che sta lì a certificare tutte le firme" (cosa che in passato non sempre è accaduta, come i molti processi per falso elettorale a carico di soggetti di ogni colore politico testimoniano); non è però stato in grado di raggiungere la vetta di Francesco Paolo Sisto, forzista di lungo corso, che si è domandato se "le firme si raccoglieranno mangiando il ghiacciolo".
Una questione delicata riguarda poi le elezioni regionali, sempre per il citato "federalismo elettorale": all'art. 122 Cost. si legge che "Il sistema d'elezione e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente [...] nonché dei consiglieri regionali sono disciplinati con legge della Regione nei limiti dei princìpi fondamentali stabiliti con legge della Repubblica [...]". Esiste una disciplina statale per le elezioni regionali (data dalla legge n. 108/1968, su cui si è innestata la legge n. 43/1995, che ha introdotto il sistema maggioritario), ma questa è "cedevole": ogni Regione può infatti regolare in autonomia il procedimento elettorale, incluse le fasi della presentazione e ammissione delle candidature. Esistono Regioni che hanno legiferato sull'intero iter, mentre alcune (come il Piemonte e, se non entreranno in vigore le modifiche allo studio, la Liguria) hanno normato solo la presentazione delle candidature, soprattutto esentando dalla raccolta firme i partiti presenti in Parlamento o in consiglio regionale: unica condizione, in sostanza, è che le norme regionali rispettino i principi indicati "con legge della Repubblica", in particolare nella "legge cornice" n. 165/2004 che però, sul "sistema di elezione", chiede solo che questo "agevoli la formazione di stabili maggioranze nel Consiglio regionale e assicuri la rappresentanza delle minoranze", permetta di eleggere nello stesso momento il presidente della Regione e il consiglio regionale (a meno che non si scelga di tornare al vecchio sistema dell'elezione successiva in seno al consiglio, ma nessuno lo ha fatto), non consenta il mandato imperativo e promuova pari opportunità tra donne e uomini nell'accesso alle cariche elettive.
In tale contesto, riconosciute le difficoltà di una raccolta firme in agosto e ritenuto di ridurre di due terzi le sottoscrizioni necessarie per i comuni, ci si era domandati se il Parlamento avrebbe potuto disporre un analogo taglio delle firme per le Regioni senza violare la loro sfera di competenza. All'inizio si era creduto di poter dettare solo un principio una tantum per le Regioni, lasciando che ogni assemblea legislativa approvasse per conto suo la riduzione delle sottoscrizioni; si è poi ritenuto di poter intervenire sulla normativa statale "cedevole" (senza toccare le leggi citate prima), facendo però salva la possibilità per le Regioni di intervenire in materia. In realtà sembra più corretto dire che l'art. 1-bis, comma 4 in discussione alla Camera introduce un principio ad hoc e una tantum per le elezioni regionali del 2020, cioè la necessità di intervenire "In considerazione della situazione epidemiologica derivante dalla diffusione del COVID-19 e tenuto conto dell’esigenza di assicurare il necessario distanziamento sociale per prevenire il contagio da COVID-19 nel corso del procedimento elettorale, nonché di garantire il pieno esercizio dei diritti civili e politici" (formula non prevista per le elezioni comunali): se si fosse trattato di una semplice norma cedevole, non sarebbe stata direttamente applicabile in nessuna delle Regioni chiamate al voto, perché tutte si sono date proprie norme sulla presentazione delle candidature. Il principio una tantum si completa col comma 5: "È fatta salva per ciascuna regione la possibilità di prevedere [...] disposizioni diverse da quelle di cui al comma 4, ai fini della prevenzione e della riduzione del rischio di contagio da COVID-19". 
Posto che, come ricordato dalla relatrice Bilotti, "[r]estano [...] ferme le esenzioni e le riduzioni previste dalla legislazione regionale, aggiungendosi a esse una riduzione delle sottoscrizioni richieste a un terzo per le sole elezioni previste nel 2020", per Riccardo Magi il comma 5 significa che "se le regioni vorranno, nell'ambito della propria autonomia, ridurre ulteriormente questo numero di firme, possono farlo, con lo scopo di ridurre i rischi di contagio", ammettendo secondo lui che "un numero di firme più alto o più basso comporta un rischio di contagio più alto o più basso". Chi scrive non concorda con la lettura data da Magi: come detto, il principio sembra identificarsi nella necessità di prevenire e ridurre il rischio di contagio, per cui le singole Regioni potrebbero decidere di regolare in altro modo il procedimento preparatorio, diminuendo il numero di firme o mantenendo le proprie previsioni in materia e introducendo altre misure per prevenire e ridurre i rischi di contagio, regolando "in sicurezza" la raccolta firme (magari prevedendo la raccolta firme digitale) o arrivando a introdurre nuove figure di autenticatori regionali (sarebbero però ipotesi borderline, che rischierebbero di scatenare ricorsi di ogni tipo per avere inciso sulla parità di accesso alle cariche elettive ex art. 51 Cost., oltre che sulla libertà del voto). Se invece si prendesse per buona la lettura di Magi, dovrebbe considerarsi "inaccettabile che chi nel nostro Paese vuole partecipare alla vita politica, vuole promuovere una lista comunale o regionale, debba avere non tanto l'onere di dimostrare che c'è una consistenza politica dietro a quella lista, ma debba mettere a rischio la propria salute per fare questo". Per l'ex segretario di Radicali italiani si tenta ancora di "porre un impedimento a nuovi soggetti o per fare fuori alcuni soggetti considerati piccoli e minori che già esistono", per giunta in un contesto di "emergenza sanitaria": ha perciò annunciato "una raccolta di documentazione [...] di come potranno avvenire o non potranno avvenire le raccolte delle sottoscrizioni nelle varie regioni per promuovere le liste al fine di presentare ricorsi a tutti i livelli giurisdizionali, nazionali e sovranazionali".
Anche chi ha intenzioni meno bellicose, come Giorgio Silli, vorrebbe comunque che si interpellasse il Comitato tecnico-scientifico anche su come gestire in sicurezza le settimane di campagna elettorale e, prima ancora, di preparazione delle candidature, se non altro per "trasmettere un po' più di tranquillità a chi dovrà andare a raccogliere anche questo 30 per cento delle firme" e per capire cosa fare dei momenti tradizionale come i banchetti o i "tavolini", che - come ricordato dal forzista Felice Maurizio D'Ettore - erano "un momento per far conoscere la lista, per far conoscere i candidati".



Chi guadagna nei comuni con il taglio delle firme?

L'analisi fatta fin qui, assai lunga e complessa, non può però dirsi completa senza alcune osservazioni finali. Pare infatti che l'attenzione dei deputati fin qui si sia appuntata soprattutto sulle elezioni regionali e poco su quelle comunali. Vari esponenti delle opposizioni hanno notato che il taglio delle firme, che all'inizio riguardava solo le elezioni comunali, è stato esteso anche alle regionali - con la formula vista prima - con l'approvazione di un emendamento di Italia viva: ciò per loro era la dimostrazione tanto dell'interesse di quella formazione a ottenere un'agevolazione che altrimenti non le avrebbe consentito di essere presente nelle varie Regioni (cui probabilmente era più interessata rispetto ai comuni), quanto dell'esistenza di possibili accordi con le altre forze di maggioranza che in cambio avrebbero ricevuto altro (una data delle elezioni più favorevole, l'accorpamento del referendum costituzionale). Quest'ultima parte, ovviamente, qui non interessa: è più interessante guardare, come si diceva, alle elezioni comunali.
Per queste consultazioni, in un certo senso, l'emendamento tagliafirme è "più democratico", nel senso che tutti i partiti o gruppi che vogliano presentare liste devono raccogliere firme, anche se in misura ridotta; per le elezioni regionali, invece, si è visto che si applicano comunque le esenzioni o - come avviene in Toscana, dove l'esonero totale non esiste - le agevolazioni che ciascuna singola Regione ha eventualmente scelto di accordare ai partiti o gruppi già presenti in Parlamento o in consiglio regionale, mentre i soggetti non esenti potranno comunque godere della riduzione delle firme. Va segnalato, incidentalmente, che non sono invece stati approvati emendamenti che proponevano invece per le elezioni regionali e a volte comunali l'esenzione, oltre che per i partiti presenti in Parlamento, per le forze politiche iscritte al Registro dei partiti politici (dunque a seguito della valutazione di conformità del rispettivo statuto ai requisiti di legge): quest'ultima previsione, tra l'altro, avrebbe permesso a vari partiti rimasti fuori dalle Camere (a partire da Rifondazione comunista) di presentare candidature senza firme.
Se ci si concentra invece sulle elezioni comunali, si scopre che nei comuni da mille a 2mila abitanti basteranno 8 firme invece di 25; in quelli fino a 5mila ne basteranno 10 e non più 30; in quelli fino a 10mila ne occorreranno almeno 20 e non più 60; in quelli fino a 20mila ne serviranno almeno 33 e non più 100. Nei comuni fino a 40mila abitanti ci si potrà accontentare di 58 firme invece che di 175; in quelli fino a 100mila abitanti basteranno 67 sottoscrizioni invece di 200; negli enti fino a 500mila abitanti serviranno almeno 117 firme e non più 350 (non sono chiamati al voto comuni sopra i 500mila abitanti, per i quali sarebbero servite 167 o 333 firme a seconda che gli abitanti fossero inferiori o superiori al milione). Nel comune più popoloso chiamato al voto, Venezia, ci si potrà presentare con una lista raccogliendo 117 firme: non poche in questo periodo, ma con uno sforzo di poco superiore a quello che sarebbe stato chiesto in condizioni normali in un comune dieci volte meno popoloso.
Questo, in concreto, significa che le elezioni comunali del 2020 rappresentano un'occasione unica per varie forze politiche nuove, piccole o in cerca di radicamento e visibilità di partecipare a elezioni anche di un certo rilievo con uno sforzo contenuto. Partecipare alle elezioni di comuni fino a 5mila abitanti richiederà uno sforzo (anche economico, se si pensa al pagamento di un cancelliere o di un notaio) leggermente superiore a quello che si fa ora nei comuni sotto i mille abitanti, nei quali - com'è noto ai lettori di questo sito - non è richiesta alcuna raccolta firme; allo stesso modo, sarà possibile partecipare alla competizione in un comune superiore (anche solo con popolazione tra 15mila e 20mila abitanti) raccogliendo 33 firme, con l'impegno prima richiesto per correre in un comune fino a 5mila abitanti. Non sarà magari facilissimo trovare chi, pur non essendo andato in vacanza, sarà disposto a firmare; di certo però anni fa alcuni presentatori seriali di liste avrebbero festeggiato per quest'occasione insperata per tentare di approdare in comuni neanche tanto piccoli. Chissà che a qualcuno non venga voglia di riprovarci, vuoi per "vedere di nascosto l'effetto che fa", vuoi per osare un po' di più o per disturbare qualcuno con un simbolo furbetto...

lunedì 1 giugno 2020

Progetto civico Attiva Sicilia: l’avanzata dei dissidenti 5 stelle nell’isola (di Guglielmo Sano)

Quanti ex 5 Stelle servono per fare una scissione? All'Assemblea regionale siciliana ne bastano proprio 5. Nello specifico, si tratta dei deputati regionali Angela Foti (tra l’altro vicepresidente dell'Ars), Valentina Palmeri, Matteo Mangiacavallo, Sergio Tancredi ed Elena Pagana che il 29 maggio hanno ufficializzato il loro allontanamento dal M5S per dare il via a quello che definiscono "né un partito né un movimento, ma un progetto". Più precisamente, un "progetto civico" com'è scritto - a patto di guardare con attenzione - sul simbolo stesso di Attiva Sicilia (nome preferito al ben più provocatorio, per così dire, "Sicilia in Movimento"). 
Nonostante l'evidente semplicità della grafica, l'emblema si propone di rispecchiare visivamente i valori della nuova piattaforma. A spiegare il significato dei dettagli è stato lo stesso capogruppo della neo-formazione Mangiacavallo: lui ha parlato di un "ritorno al territorio e alle nostre origini da attivisti" e la parola "Attiva" in questo senso non poteva che essere centrale; lo stesso può dirsi per il colore verde, che richiama da un lato l’attenzione all'ambiente e dall'altro il tricolore della bandiera italiana. I colori nazionali si completano, oltre che con il bianco dello sfondo, con il rosso della "A" finale, che a ben guardare non ha la stanghetta orizzontale: sembra una "V" rovesciata e questo è un altro segno chiaro della provenienza dal MoVimento 5 Stelle.
Basterebbe questo per capire dove affondano le radici di Attiva Sicilia: da una parte il recupero di quel movimentismo che ha contraddistinto la prim'ora dei 5 stelle (ormai uno degli aspetti cardinali e ricorrenti della "mitologia" dei transfughi pentastellati), dall'altra la protesta contro l'altrettanto proverbiale (per come è riferito) "centralismo" targato Casaleggio Associati, che spesso si sarebbe tradotto in provvedimenti sanzionatori contro gli eletti più "indisciplinati". In effetti, il casus belli anche questa volta è rappresentato proprio da un'espulsione: quella di Tancredi, accusato di non voler restituire lo stipendio dell’ultimo anno e per questo "punito" dai probiviri. Chiaro, però, che sono ben più profonde le ragioni che hanno portato alla nascita del nuovo gruppo al parlamentino isolano. I cinque deputati, nel corso degli ultimi tempi, hanno mostrato una crescente insofferenza per le decisioni, a loro detta, calate dall'alto, schiacciate sugli "schieramenti romani": le divergenze con gli altri membri del gruppo M5S si sono particolarmente acuite in occasione della stesura degli emendamenti all'ultima legge finanziaria regionale.
Il risultato della dinamica è quello già visto altrove: chi esce accusa chi è rimasto di aver tradito lo spirito originario; chi rimane accusa chi è uscito di aver cambiato casacca per convenienza. Dunque, ha risposto alle accuse “di rito” Angela Foti: innanzitutto, Attiva non sosterrà il governo Musumeci, tanto meno ne farà parte; in secondo luogo, dietro la scissione non ci sarebbe il timore di mancare la rielezione in virtù della "regola del secondo mandato", poiché sarebbe stato più facile assicurarsi di nuovo il posto all'Ars promuovendo un dibattito interno su una deroga alla norma accettata all'epoca dai deputati M5S. 
Ora, nelle intenzioni dei fondatori, Attiva uscirà da Palazzo dei Normanni per confrontarsi nel concreto con l’elettorato siciliano. Le amministrative, vista la crisi sanitaria, sono state rinviate; c’è sicuramente tempo per prepararsi. Detto ciò, senza sbilanciarsi in ipotesi machiavelliche ma guardando alla progressiva perdita di compattezza del MoVimento 5 Stelle da una punta all’altra dell’Isola, sembra che la macchina organizzativa si sia già messa in moto: nei centri di Favara, Castelvetrano e Alcamo, le schermaglie tra pentastallati sono ormai diventate vere e proprie fratture, per esempio. Anche da Acireale, la città di Foti, e da Catania, benché qualcuno lo neghi, con le frizioni interne sono arrivate pure le strizzate d’occhio. D’altro canto, un po' ovunque, i dissidenti nel M5S non mancano di certo, dunque la domanda è: il progetto si accontenta della Sicilia o, vedendo l'isola come un laboratorio, potrebbe provare a porsi un respiro nazionale? In fondo, "Sicilia" è già scritto più piccolo, come se fosse un elemento accessorio...

venerdì 29 maggio 2020

Democrazia cristiana: "bianco fiore" pronto all'uso, in caso di bisogno?

Il tempo passa, la Democrazia cristiana no e le contese sulla sua "eredità" neppure: lo sa bene chi è un attento e frequente lettore di queste pagine. Vari soggetti, nel corso del tempo, hanno ritenuto e ritengono di rappresentare proprio la Dc che all'inizio del 1994 ha cambiato nome (non correttamente) in Partito popolare italiano; altri, richiamandosi semplicemente all'eredità politica di quel partito, vorrebbero poterne utilizzare indisturbati il nome e possibilmente anche il simbolo dello scudo crociato, soprattutto alle elezioni. Con riguardo a quest'ultimo obiettivo, a volte i singoli gruppi ci sono riusciti; spesso hanno dovuto fare i conti con le contestazioni degli uffici elettorali competenti o con le lamentele dell'Udc (che usa elettoralmente lo scudo dal 2002 ed è presente in Parlamento, dunque i suoi elettori sono tutelati dalla legge contro eventuali usi confusori dell'emblema), per cui in tante occasioni si è dovuto depositare un simbolo sostitutivo di scorta oppure, se non era già pronto, se n'è dovuto preparare uno in fretta e furia, magari tra la delusione di chi sperava di potersi distinguere con il fregio che era stato di Sturzo, De Gasperi e Moro.
Se però alcuni "devoti" alla Democrazia cristiana non hanno la minima intenzione di demordere, altri hanno deposto le armi e hanno cercato soluzioni alternative, per non rischiare ogni volta di farsi respingere le liste qualora nemmeno la nuova soluzione grafica sia ritenuta adeguata (e alcune sentenze dei giudici amministrativi, in effetti, hanno precisato che chi viene invitato a sostituire il contrassegno per confondibilità o illegittimità ha una sola possibilità per sostituirlo correttamente; eventuali atteggiamenti più indulgenti delle singole commissioni elettorali, che pure si riscontrano, evidentemente sono ritenuti "non dovuti" in base alle norme vigenti). Tra coloro che, in un modo o nell'altro, hanno preso atto della situazione ci sono anche i democratici cristiani di Ferrara, guidati da Giuseppe Toscano. La sua vicenda è particolare e merita di essere raccontata in dettaglio.  
Il simbolo ricusato nel 2018
"Quando nel 2018 la Dc di Gianni Fontana, alla quale aderivo come iscritto al partito nel 1992 - ricorda lo stesso Toscano - cercammo di presentare il simbolo dello scudo crociato, un funzionario del Viminale da me interpellato informalmente disse che quel fregio non sarebbe stato accolto come contrassegno elettorale, per la presenza consolidata dell'Udc nelle aule parlamentari. Cercai di far valere a nostro favore le sentenze che secondo noi avevano stabilito che, in mancanza di un congresso di scioglimento nel 1994, la Democrazia cristiana era rappresentata dai suoi ultimi iscritti, ma mi sentii dire che l'uso elettorale seguiva regole diverse rispetto a quello civile e che gli elettori e gli eletti dell'Udc dovevano comunque essere protetti. Noi depositammo lo stesso il simbolo e, come previsto, ce lo bocciarono al Viminale con le solite ragioni di sempre; quella volta però decidemmo di sostituirlo con una bandiera crociata, anche se quella scelta grafica non era piaciuta a molti. Era comunque la dimostrazione, secondo me, che si poteva far passare il nome e qualcosa dell'emblema tradizionale, rinunciando a qualche sua parte importante. lì avevamo tenuto la croce e i colori rinunciando allo scudo e alla parola 'Libertas', ma si sarebbe potuto anche cercare di tenere lo scudo, sostituendo la croce con qualche altro elemento in cui potevamo identificarci".
A quel punto a Toscano venne in mente la Rosaspina, vale a dire un gruppo civico fondato da lui proprio a Ferrara alla fine degli anni '90, di matrice ex Dc anche se spesso schierato a fianco del centrodestra e in particolare di Forza Italia: il simbolo era costituito da "un biancofiore, con cinque petali bianchi e ovario bianco da cui spunta un ciuffo di pistilli arancioni; stelo verde con un ciuffo a sinistra di cinque foglie verdi e a destra due ciuffi verdi con cinque foglie in basso e quattro in alto, con quattro spine - due a sinistra e due a destra. Il tutto su scudo blu scuro schiarito al centro con il fiore che si poggia sul lato sinistro dello scudo stesso e con lo stelo che finisce in basso a destra". Fatto quel pensiero, per Toscano la scelta era semplice: bastava prendere il simbolo della Rosaspina, inserirlo in una circonferenza blu con fondo bianco e aggiungere il nome della Democrazia cristiana (con una struttura grafica simile a quella della Dc guidata da Angelo Sandri). Nella sua proposta grafica, dunque, lo scudo c'era ancora, ma era di colore azzurro sfumato, senza "Libertas" e senza croce; la sfumatura radiale, peraltro, poteva far leggere qualcosa che somigliava proprio a una croce (e l'effetto era un po' innocente, un po' no). Soprattutto, quello scudo sulla carta avrebbe potuto creare meno problemi perché era finito in secondo piano, dietro a un fiore bianco, anzi a un "bianco fiore, simbol d'amore": più che cercare di capire quale fiore fosse stato usato come modello di quell'invenzione grafica, contava che fossero ben visibili i petali bianchi. "Proposi di adottare il mio simbolo, staccandoci dallo scudo tradizionale per non farci sempre bloccare alle elezioni; sulla mia proposta però non trovai l'accordo ed emersero dissidi anche su altre questioni politiche legate al partito, così io mi sono stancato e ho deciso di muovermi per conto mio". 
L'8 agosto, quindi, Toscano e altre persone (Marco Montanari, Lara Altini, Paolo Gollini, Maria Ortalli e Antonio De Marco) hanno costituito un'associazione denominata Nuova Democrazia cristiana, allo scopo di "concorrere a realizzare, in ambito locale, gli ideali del popolarismo italiano ed europeo fondati sui principi e valori della civiltà cristiana", facendo propri "gli stessi obiettivi di don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi", confermandone "il carattere laico-etico-morale, in apertura alle istanze sociali, in spirito di servizio alla società civile". Toscano divenne presidente e legale rappresentante dell'associazione, Montanari ne fu il segretario; il 20 agosto è stata registrata presso l'agenzia delle entrate di Ferrara, con attribuzione di un proprio codice fiscale.
L'art. 1 dello statuto dell'associazione qualificava la Nuova Dc di Toscano come "strumento politico ed elettorale, immediatamente operativo", ma in realtà la prima mossa elettorale era stata fatta ancora prima che l'associazione fosse costituita. Alla fine di luglio del 2018, quando alle elezioni comunali a Ferrara mancavano ancora dieci mesi, Toscano e Andrea Rossi annunciarono la presentazione di una lista della Nuova Democrazia cristiana in appoggio al candidato di centrodestra (in particolare della Lega) Alan Fabbri, annunciando un "progetto civico, aperto a tutti", con cui "ripartire da zero, con metodi nuovi e persone con esperienza diversa rispetto a quelle che ci sono state fino adesso". Il progetto elettorale, presentato da Toscano e da Andrea Rossi, non aveva la pretesa di rappresentare tutti i cattolici (lo dichiaravano gli stessi promotori), ma certamente si ispirava ai valori originari del partito, oltre che prenderne il nome. La spiegazione ufficiale della scelta del "bianco fiore", data da Toscano in conferenza stampa, parlò di un "simbolo della speranza, perché oggi tanti valori sono andati persi e uno di quelli è proprio la libertà che dobbiamo riconquistare. I partiti hanno anche perso il valore dell’etica e tenteremo di mandare a casa chi spadroneggia da 70 anni". Naturalmente, con quell'emblema, si sarebbero evitate potenziali grane legate all'uso dell'emblema democristiano: non era prevista la partecipazione dell'Udc alla competizione elettorale (quindi sulla carta poteva esserci qualche problema in meno), ma in ogni caso si era preferito non rischiare.
Il progetto, in effetti, non è stato portato a termine: già all'inizio di febbraio 2019 si è appreso che il gruppo della Nuova Dc non era stato nemmeno invitato ai primi incontri legati alla coalizione di centrodestra (che poi sarebbe risultata vittoriosa); oltre alle incomprensioni politiche,avrebbe pesato soprattutto la difficoltà nella raccolta delle firme, per un gruppo che non era strutturato sul territorio. Non è difficile immaginare la delusione di chi a Ferrara si proclama tuttora democratico cristiano, per quella che è apparsa come un'occasione persa: "Pensi che, una volta fatta la conferenza stampa di presentazione del simbolo, pur senza impegnarci in particolari attività politiche o di propaganda, un sondaggio ci dava intorno all'1,5%: se avessimo potuto partecipare davvero alla campagna elettorale con una nostra lista, chissà come sarebbe andata...". Impossibile dirlo, naturalmente; certo è che, vista la vittoria della coalizione, la Nuova Democrazia cristiana avrebbe potuto centrare l'ingresso in consiglio se la lista avesse ottenuto almeno il 3%. 
Il simbolo, dunque, non è finito sulle schede (e la raccolta firme non andò bene nemmeno a Copparo, dove l'ex segretario della Dc si era fatto avanti per chiedere la possibilità di usare il simbolo per una lista e l'aveva ottenuta) ed è ritornato nei cassetti di chi lo aveva creato; eppure qualcuno lo aveva notato e ne era rimasto colpito, al punto da considerarlo seriamente come opzione per il futuro. A metà di agosto dello scorso anno, infatti, il bolognese Nino Luciani - che agisce qualificandosi come "presidente ad interim della Democrazia cristiana" dopo l'assemblea degli iscritti da lui presieduta il 12 ottobre 2019 a Roma e che aveva dichiarato nulli gli atti del XIX congresso svoltosi nel 2018 (anche se, come è noto, non tutti coloro che si ritengono soci concordano con questa impostazione) - aveva fatto notare che nelle liti giudiziarie e non il simbolo dello scudo crociato aveva avuto "la sua parte", tra chi ne rivendicava l'uso più o meno esclusivo e chi voleva invece impedirlo; stante quella situazione, forse era opportuno preparare un simbolo "di riserva" e poteva essere proprio quello che avrebbe dovuto correre alle comunali ferraresi nelle intenzioni dei suoi proponenti (anche se, nelle sue intenzioni, era privo della dicitura "Nuova"). Un mese dopo, sul suo profilo Facebook, Luciani ha ripetuto la sua proposta, sottolineando che "non si può morire per un simbolo" e che l'emblema adottato dagli "amici della città di Ferrara" è caro al popolo Dc".
Non è proprio casuale il fatto che Luciani conosca il simbolo preparato da Toscano: proprio l'esponente democratico cristiano ferrarese, infatti, risultava primo firmatario - assieme a quasi tutti coloro che avevano fondato in estate la Nuova Democrazia cristiana - della proposta di candidatura dello stesso Luciani a segretario della Dc in vista del XIX congresso che il 14 ottobre 2018 aveva però eletto alla segreteria Renato Grassi. Proprio l'assise congressuale che, nell'assemblea del 12 ottobre 2019 di cui si parlava, sarebbe stata dichiarata nulla. "Al di là del mio impegno degli ultimi anni nella Dc nazionale - precisa Toscano - il simbolo che ho legato alla mia associazione resta nella mia disponibilità: come presidente posso attribuirlo a chi voglio perché possa farne uso, così come reagirei se qualcuno si azzardasse a utilizzare il mio emblema senza il mio benestare".
Come si è visto spesso, non tutti tra i "diccì non pentiti" vogliono la stessa cosa: al di là di coloro che hanno accettato di militare in altri partiti nel tentativo di portare avanti le stesse idee di un tempo (e che per chi è rimasto fedele alla vecchia Dc sono né più né meno che degli approfittatori o dei traditori), alcuni non sono minimamente disposti a scendere a patti, perché se la Dc deve tornare, può farlo solo con il suo nome e simbolo originali (per non parlare di chi vorrebbe recuperare pure il patrimonio). Altre persone, invece, si accontenterebbero di rivedere in campo un soggetto politico di cattolici dai valori autenticamente democratici cristiani e dal seguito rilevante: l'ideale sarebbe che questo avesse il nome e il simbolo ma potrebbero rinunciare a quest'ultimo, se costituisse un problema insormontabile e facesse, per l'ennesima volta, bloccare l'intero progetto politico. 
A queste persone, in effetti, il simbolo elaborato a Ferrara - magari privo dell'aggettivo "nuova" - potrebbe realmente interessare, anche perché lo scudo c'è ma, senza croce, non dovrebbe dare fastidio a nessuno e il "bianco fiore" fa parte del patrimonio politico-culturale dei democristiani, senza che nessuno possa rivendicare l'esclusiva. Certo, ciò che resta giuridicamente della Dc - vale a dire l'associazione Partito popolare italiano, che in realtà si chiama ancora Democrazia cristiana, avendo cambiato male il suo nome - potrà sempre opporsi all'uso della denominazione storica, ammesso naturalmente che ritenga conveniente e opportuno farlo. Se nessuno dovesse protestare, ci si potrebbe ritrovare insieme, nel nome dell'inno democristiano per eccellenza: e se è difficile immaginare l'arrivo della "gloria / della vittoria", vista la situazione non proprio semplice dei cattolici in politica, sarebbe già molto se il "bianco fiore / simbol d'amore" portasse "la pace / che sospira il cor". Visto che di pace, in area democristiana, ce n'è stata - e probabilmente ce ne sarà - assai poca. 

giovedì 28 maggio 2020

Simboli fantastici (25): Elezioni galattiche, urne aperte a Star Wars (di Massimo Bosso)

Pensate che le nostre elezioni siano già abbastanza complesse e difficili da gestire? Convinti voi... Non vi accontentate di queste e vi guardate intorno per non perdervi un solo evento elettorale? Ma allora perché limitare lo sguardo ai Paesi vicini o, comunque, su questa terra? Ci si può spingere fino allo spazio, alle galassie, anzi, a "una galassia lontana lontana": si tratta ovviamente di quella di Guerre Stellari, o - a voler fare i puristi precisi - di Star Wars: anche lì, infatti, si può immaginare lo svolgimento di un momento elettorale, addirittura completo di simboli. A fare da guida in questa spedizione intergalattica è Massimo Bosso, esperto conoscitore del tema e a suo agio con liste saltate o simboli sostituiti anche quando non riguardano candidature terrene. Buona lettura! 

Sono state indette le elezioni galattiche, volte a eleggere il leader della galassia lontana lontana e il Senato. Di seguito ecco i candidati e le liste presentate, ricordando che le norme elettorali in vigore prevedono che ogni candidato leader possa essere appoggiato anche da più liste.

Imperatore Sheev Palpatine detto Darth Sidious o Lord Sidious

Sheev Palpatine gioca sul fatto di essere il leader uscente. Il suo programma promette ordine e sicurezza per la galassia lontana lontana e prevede l'instaurazione dell'Impero come forma istituzionale; poco spazio, anzi nessuno, nel programma è lasciato alle libertà individuali. 
La sua candidatura alla massima carica è appoggiata da due liste distinte, con relativi simboli.

Lista "per l'Impero"

La lista presenta il classico simbolo imperiale, rigidamente in bianco e nero, poche interpretazioni alla fantasia, nel più classico stile imperiale, la lista é capeggiata da un vero pezzo da novanta: Lord Dart Fener - al secolo Anakin Skywalker, - braccio destro ed allievo di Palpatine, ma trovano spazio anche esponenti della nomenklatura imperiale come il Governatore Grand Moff Wilhuff Tarkin ed esponenti della flotta spaziale come Il grand'ammiraglio Thrawn. 

Lista dei Sith

La seconda lista d'appoggio è quella dei "Sith". Il simbolo adottato dalla formazione è ovviamente quello della misteriosa confraternita dei Sith. Quel mistero riguarda anche la composizione della lista: i nomi noti sono pochi, ma tra questi spicca sicuramente quello di Darth Bane, uno dei più importanti signori oscuri dei Sith. Non può che stupire la presenza tra i candidati di Dart Maul: molti più o meno informati lo davano in dissenso con l'ordine.

* * *

Senatore Bail Organa

Bail Organa, il principale sfidante dell'imperatore Sheev Palpatine è il candidato presentato dalla coalizione "repubblicana". Si tratta di una persona integerrima: non a caso, il suo programma elettorale prevede il ritorno della Repubblica nella galassia, maggiori libertà e benessere, 
Anche lui, come il candidato in cerca di riconferma, si presenta sostenuto da due liste, il massimo toccato in questa tornata elettorale.


Lista Repubblica

La lista Repubblica aveva inizialmente depositato il nuovo simbolo, elaborato assai di recente (v. l'immagine in alto); la commissione elettorale, composta interamente da droni, lo ha però ricusato perché lo ha ritenuto confondibile con quello dell'Impero. Per questo motivo, la lista ha dovuto ripiegare sul simbolo usato in passato (quello in basso); tutto sommato, però, l'effetto grafico è decisamente migliore.
La lista è sicuramente competitiva, anche se non poche polemiche ha destato la scelta di schierare come capolista la Principessa Leila, figlia adottiva di Organa ma sopratutto figlia naturale di Fener. Forse per compensare (e non creare troppo imbarazzo), non entra in lista Padmè Amidala madre di Leila ma anche moglie di Anakin Skywalker; l'ex regina di Naboo, tuttavia, non mancherà di far convergere i suoi voti sul fidato Jar Jar Binks, che oltretutto potrà contare sul voto plebiscitario  del popolo dei Gungan e si candida come "mister preferenze". Altra  assenza eccellente è quella di Ian Solo, che sicuramente farà convergere i suoi consensi sulla moglie Leila e sul compagno di mille avventure Chewbecca detto Chewbe, rappresentante dell'etnia wookiee. In lista ci sono pure il generale Lando Carlissian e l'ex stormtrooper Finn.

Jedi. Che la Forza sia con te

Molte polemiche hanno fatto seguito all'ammissione di questa lista: qualcuno ha sollevato il sospetto che gli Jedi possano far uso della Forza per influenzare le menti deboli dell'elettorato e costringerli a votare per loro; il capolista, Maestro  Yoda, ha tuttavia escluso questa possibilità. Molti i candidati di spicco inseriti nella lista: tra questi Obi-Wan Kenobi. Luke Skywalker, Mace Windu e non manca la presenza femminile di Adi Gallia; non sarà tra i candidati invece il giovane Ezra Bridger, perché troppo giovane per essere inserito.

Era prevista e attesa da molti la lista dell'Alleanza Ribelle; questa, invece, è saltata all'ultimo momento per mancanza delle firme necessarie. 
Tra i candidati di questa formazione avrebbero dovuto esserci il Capitano Rex, uno degli ultimi cloni rimasti, e il pilota Poe Dameron; all'ultimo momento aveva rifiutato la candidatura l'Ammiraglio Ackbar che ha preferito tornare alla sua vita di calamaro anfibio. Anche i nomi degli altri, in ogni caso, non finiranno scritti sulla scheda elettorale.

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Oltre ai due principali schieramenti si presentano altre liste ed altri candidati. 
Il primo di questi è il Conte Dooku, aspirante alla guida della galassia per la lista Confederazione dei Sistemi Indipendenti - Alleanza Separatista.
Molti osservatori, in realtà, sospettano che si tratti di una lista civetta legata all'Imperatore: sono ben noti, infatti, i trascorsi di collaborazione tra Palpatine e Dooku, anche se l'esperienza è finita in modo drammatico. Capolista è il cyborg Qymaen jai Sheelal detto Grievous, comandante supremo delle armate droidi, 
In lista si trova anche Nute Gunray, vicerè della Gilda del commercio: inizialmente era prevista una lista autonoma di cui era stato preparato anche il simbolo. Questo, tuttavia, non è finito sulla scheda perché, dopo attente valutazione, la Federazione dei mercanti ha deciso di convergere nell'Alleanza separatista, certamente garantendo un forte contributo economico alla sua campagna elettorale (ma ciò sarà sufficiente a non rendere la lista e il suo candidato un outsider, con poche speranze rispetto ai due candidati principali sostenuti da due liste?).

Alle elezioni partecipa anche Jabba the Hutt, il signore del crimine di Tatooine scende sua lista, semplicemente chiamata Lista JabbaCapolista è il suo maggiordomo e servo Bib Fortuna; in effetti tra i candidati non ci sono molti nomi di spicco, anzi diverse anonime guardie gomerriane sono state utilizzate per completare la lista, formata in gran parte da servi e dipendenti di Jabba. L'unica eccezione è Hondo Ohnaka, il pirata weequay; il punto forte della campagna di Jabba sarà l'impegno a limitare il potere delle forme di vita umanoide nella Galassia.

(Continua... oppure no?)