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domenica 26 luglio 2026

L'ultima domenica del Pci (in attesa del nuovo simbolo) rivive con Dondi

Chiunque abbia lavorato per un quotidiano italiano, piccolo o grande, locale, regionale o nazionale, sa che la domenica, se non ci si deve occupare di sport (specialmente di calcio), è una giornata di norma più fiacca delle altre: le pagine a disposizione il giorno dopo per la cronaca di solito sono di meno, in qualche caso il giornale - o il suo "dorso" locale - il lunedì nemmeno esce, quindi le notizie non di primo piano devono attendere i giorni successivi per emergere. Eppure accadde proprio di domenica e si fece largo tra le pagine del giorno dopo una notizia che ha rappresentato "un passaggio cruciale, impossibile da rimuovere. [...] una vera e propria cesura nella vita nazionale, che cambia radicalmente la storia del comunismo italiano e dell'intera sinistra. E non solo". Perché era domenica il 12 novembre 1989, giorno in cui Achille Occhetto, allora segretario del Partito comunista italiano, nella sala del quartiere Navile di Bologna, fece capire che il Pci avrebbe potuto cambiare nome e, di conseguenza, anche il simbolo. In qualche modo, anche se il partito avrebbe continuato ad agire per oltre un anno con quelle insegne, quella fu L'ultima domenica del Pci. Ed è proprio questo il titolo di un libro pubblicato ad agosto dello scorso anno dall'editrice romana Bibliotheka e scritto da Walter Dondi, che quel giorno nella sala di via Pellegrino Tibaldi 17 c'era: era uno dei due giornalisti presenti, anzi, proprio quello che riuscì a fare a Occhetto la domanda giusta per ottenere come risposta tre parole - "Tutto è possibile" - pronte a trasformarsi in una notizia da pubblicare sull'Unità e poi in una svolta, quella della "Bolognina".
Perché è verissimo - come ha scritto nella sua prefazione Luca Bottura - che in Italia la Storia può presentarsi "una domenica mattina, col cielo grigio, in una sala di quartiere, mentre tutti pensano che 'tanto oggi non succede niente'. Poi succede tutto. E ce ne accorgiamo tardi". E merita di essere raccontata la storia "di un giorno preciso - ha annotato ancora Bottura -. Di una frase detta, forse con cautela. Di un titolo scelto con equilibrio. Di un fax che parte e di un direttore che, quella volta, non risponde", in cui ha un ruolo fondamentale proprio Dondi, che oltre a esserci stato, "fortunatamente per noi, ha preso appunti", buoni per ricostruire cos'è accaduto, per capire meglio cos'è successo dopo, a Botteghe Oscure, alla Fiera di Rimini (sede all'inizio di febbraio del 1991 del XX congresso del Pci, quello del cambio di nome) e in tutto il Paese. 
Non è retorico dire che la mattina del 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, la storia dell'Italia politica è passata da Bologna, anzi, dalla Bolognina. Per quella personale e professionale di Dondi è stato fondamentale un viaggio, con cui il libro inizia: meno di quattro chilometri, percorsi in taxi con la compagnia di una copia dell'Unità e di un taccuino, da via Barberia 4 (il palazzo Marescotti Brazzetti, oggi sede universitaria, allora sede della federazione del Pci e, in mansarda, della redazione bolognese del quotidiano) alla citata sala di quartiere di via Tibaldi 17, dov'era prevista la celebrazione comunitaria del 45° anniversario della battaglia partigiana della Bolognina. E dove Achille Occhetto, dopo una visita a Mantova, aveva deciso improvvisamente di andare: Dondi era andato là proprio perché il suo caporedattore, Giancarlo Perciaccante, l'aveva avvertito della presenza del segretario Pci. 
 
I giornalisti presenti a quell'evento erano due: Giampaolo Balestrini, giovane cronista dell'Ansa arrivato in tempo (a dispetto del brevissimo preavviso) perché abitava piuttosto vicino al luogo della celebrazione, e appunto Dondi, redattore locale dell'Unità; oltre alla principale agenzia giornalistica nazionale e all'organo del Pci, non c'era nessun'altra testata, cartacea, radiofonica o televisiva, nazionale o locale; anzi, c'erano le telecamere del Tg Regione della Rai, ma senza alcun giornalista al seguito. Nessuno, del resto, si attendeva l'arrivo di Occhetto, da lui stesso qualificato come "improvvisata", compiuta "perché ritengo giusto andare tra la gente che si riunisce per ricordare le grandi battaglie democratiche e di libertà". Il libro ricostruisce l'incedere del discorso del segretario, prima legato alla resistenza, ma presto ricollegato all'attualità, ai "giorni decisivi per l'Europa", dopo il crollo del Muro che per Occhetto rappresentava la vera fine della Seconda guerra mondiale: il suo non era "un intervento di circostanza - spiega ora Dondi -. Bisogna aprire bene le orecchie e scrivere velocemente le sue parole sul taccuino". Una frase che, riletta oggi, dà immediatamente la misura di quanto il mondo sia cambiato: oggi, probabilmente, anche un semplice blogger avrebbe avuto il suo laptop (o almeno un tablet) per prendere appunti, oppure avrebbe usato un registratore insieme a un programma di riconoscimento vocale per ottenere più in fretta il testo grezzo del parlato su cui lavorare; allora, quando lo strumento "portatile" più diffuso era la macchina da scrivere e c'erano i registratori ma mancava il tempo per riascoltare e "sbobinare", occorreva affidarsi interamente alle orecchie, al cervello e alle dita che stringevano la penna/biro/matita e la facevano scorrere sul taccuino.  
l'Unità, 13 novembre 1989, prima pagina
Quelle parole rivolte ai partigiani impiegando un discorso di Mihail Gorbacëv ("Avete vinto la Seconda Guerra mondiale, ma se ora non volete che essa venga nuovamente perduta, non bisogna limitarsi a conservare l'esistente, ma impegnarsi in grandi trasformazioni") già non erano irrilevanti, ma quelle successive - "Da tutto questo traggo l’incitamento a non continuare su vecchie strade, ma ad inventarne di nuove per unificare le forze di progresso. [...] Dal momento che la fantasia politica in questo fine '89 sta galoppando è necessario, nei fatti, andare avanti con lo stesso coraggio che allora fu dimostrato nella Resistenza" - sembravano non lasciare dubbi sul fatto che qualcosa di grande e, volendo, di grave stesse per avvenire. E non certo riferito alla celenbrazione in cui Occhetto aveva scelto improvvisamente di intervenire.
L'importanza del momento richiede che sia rivissuto, nella sua dinamica, esattamente con le parole di Dondi, anche per assaporare l'atmosfera del dialogo tra colleghi (che si prendono reciprocamente un po' di rischio, non sapendo davvero cosa farà l'altro e come agiranno le rispettive redazioni):   
È necessario capire cosa c'è dietro quelle parole: 'coraggio', 'strade nuove', 'unificare le forze di progresso'Guardo Balestrini e gli dico che dobbiamo parlare con Occhetto prima che se ne vada, chiedergli cosa ha voluto dire con quel discorso. "Secondo me - spiego - c'è l'idea di un cambio del nome al Pci". Ci facciamo largo tra i partigiani che si affollano vicino ad Occhetto per salutarlo e stringergli la mano. Riusciamo a fermarlo per qualche minuto. Nel frattempo, ho concordato con il collega che sia lui a fargli la prima domanda, riservandomi di intervenire successivamente. 
Segretario, cosa lasciano presagire le sue parole?  
"Lasciano presagire tutto, stiamo realizzando grandi cambiamenti e innovazioni in tutte le direzioni".  
Si è aperta una breccia e bisogna insistere, perciò intervengo.  
Sono Dondi dell'Unità: se le tue parole lasciano presagire tutto, vuol dire anche un cambio del nome del Pci?
Occhetto sembra sorpreso. Mi guarda e dice: "Tutto, lasciano presagire tutto".
Non sono pienamente soddisfatto e ripeto la domanda: Quindi il Pci cambierà nome?  
Occhetto pare non volere replicare, poi si blocca e risponde: «Tutto è possibile». Sta per allontanarsi, ma ho bisogno di una ulteriore conferma, il tema è troppo importante e la sua è una dichiarazione molto forte, inedita. Perciò rifaccio la domanda: Segretario, davvero il Pci cambierà nome?  
Si volta un'ultima volta e dice: «Tutto è possibile. Scrivete che tutto è possibile». A quel punto se ne va davvero. [...]. 
La notizia c'è, mi dico, eccome se c'è. Mentre la sala si svuota, Balestrini e io ci appartiamo e concordiamo il testo virgolettato delle risposte che Occhetto ha dato alle nostre domande. Non c'è dubbio, del resto, che il segretario abbia aperto alla possibilità, concreta, che il Pci cambi nome. La cosa ha del clamoroso; fino a quel momento il tema non era mai stato reso così esplicito. E dal segretario in persona, non da parte di qualche dirigente di livello più o meno elevato. È davvero il caso di chiamare il giornale a Roma. E subito. Voglio parlare con un redattore capo prima che esca il lancio dell'Ansa. Saluto il collega e mi precipito in via Barberia.  
Rinascita, n. 29/1989, p. 35
A Roma Dondi riuscì a parlare con Marco Demarco, allora vicecaporedattore capo centrale (poi divenuto vicedirettore; di recente è stato a lungo direttore del Corriere del Mezzogiorno): convenne che la notizia "c'era tutta" e dovesse andare sul nazionale, raccontata a dovere per come era emersa. Non che la questione del nome da cambiare fosse una novità: nella campagna per le europee si era fatta strada l'espressione "nuovo Pci" (impiegata anche nella campagna del tesseramento del 1989); a fine luglio, poi, su Rinascita era apparso un lungo intervento di Michele Salvati e Salvatore Veca intitolato Cambiare nome. E se non ora, quando?, anticipando in modo autorevole la questione di oltre tre mesi (e addirittura di più di un anno la scelta del nome "Partito democratico della sinistra", indicato come "modesta proposta" in quell'articolo e accolto 
da Fabio Mussi - in un testo pubblicato nelle stesse pagine - come un "buon nome a occhio e croce", ma proposto nel momento sbagliato e senza che ci sia una vera urgenza di cambiare insegne): proprio Salvati, come ricorda Dondi, il 30 novembre 1989 sempre sull'Unità avrebbe confermato la sua posizione, pienamente in linea con la svolta impressa da Occhetto e manifestata quel giorno alla Bolognina.  
"La questione del cambiamento del nome è all'ordine del giorno del Pci", battè subito Dondi sulla sua macchina da scrivere "Olivetti d'ordinanza", poi - dopo aver impiegato parecchio tempo a scrivere, leggere e correggere - inviò il pezzo via fax alla redazione centrale romana. Intanto alle 15.44 era uscito il lancio di Balestrini per l'Ansa - riportato nel libro - ma il titolo era sulle "nuove strade" invocate da Occhetto, parole che a qualcuno saranno suonate simili a quelle che Robin Williams pronunciava nei panni di John Keating nel film L'attimo fuggente (uscito in Italia solo un mese e mezzo prima, quindi verosimilmente ancora in programmazione): la questione del cambio di nome era relegata all'interno del pezzo, peraltro un po' depauperata ("Alla domanda di un giornalista se queste sue frasi lascino presagire un cambio del nome del Pci, ha risposto 'Lasciano presagire tutto'."). Dondi dà perfettamente conto del travaglio vissuto (come giornalista, più che come militante comunista), nell'attesa di sapere se e come i suoi superiori - Piero Sansonetti redattore capo centrale, Renzo Foa condirettore, Massimo D'Alema direttore - avrebbero fatto uscire il pezzo. Il giorno dopo, all'alba, la scoperta: in prima pagina il richiamo alle parole di Occhetto alla Bolognina era in taglio medio, con un titolo simile a quello dell'Ansa (Occhetto ai veterani della Resistenza: "Dobbiamo inventare strade nuove") ma con l'occhiello che non rinunciava a evidenziare la notizia seminascosta dall'agenzia (A chi chiede se il Pci cambierà nome risponde: "Tutto è possibile"); l'articolo di Dondi finì - senza alcun taglio - alla pagina 8 e questa volta il titolo era inequivocabile (Il Pci cambierà nome? "Tutto è possibile"). Rievocando nel libro quel passaggio, l'autore parla di "un'operazione di compromesso e di equilibrismo tra esigenza giornalistica, per non mancare la notizia, e intervento politico che ha teso a ridurre l'impatto delle dichiarazioni di Occhetto". Occhetto che, tra l'altro, proprio il 13 novembre aveva in animo di parlare del suo progetto alla segreteria del partito e il giorno dopo alla direzione.
l'Unità e la Repubblica, prime pagine del 14 novembre 1989
Per chi ama immergersi nelle pagine di allora, per cogliere il più possibile la visione del tempo (ancor più che il suo spirito), non può passare inosservato come quasi tutti i giornali pubblicati il 13 novembre 1989 - esclusi quelli che in quel giorno post-sportivo non uscivano, a partire dalla Repubblica - abbiano dato un rilievo piuttosto ridotto alla notizia bomba del giorno prima, quasi sempre limitandosi a rielaborare il lancio dell'Ansa; tutt'altro trattamento avrebbe avuto la questione del nome del Pci il giorno dopo - dunque il 14 novembre, come spiò vedersi dalle pagine qui riportate - dopo che proprio l'Unità aveva sostanzialmente confermato la notizia che la stessa agenzia nazionale aveva in qualche modo attenuato.
Il Messaggero, pagine 1 e 2 del 13 novembre, prima pagina del 14 novembre
Appare molto interessante la ricerca di Dondi, che nota come solo dalla lettura del Messaggero - in particolare da un articolo firmato da Mario Stanganelli - emerga come le parole di Occhetto, riprese dall'Ansa, siano state "premurosamente chiosate dal portavoce di Botteghe Oscure, per non lasciare dubbi che di almeno un principio di svolta si trattasse". Qualcuno, evidentemente, dal Bottegone doveva essere intervenuto in qualche modo con le varie testate. Dondi, formalmente in pensione ma non certo dalla passione e dal rigore giornalistico, di fatto ha condotto un'inchiesta su quelle ore tra il pomeriggio e la notte del 12 novembre 1989 per capire come possano essere andate le cose.  
Corriere della Sera, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Se Balestrini - anch'egli ormai in pensione - conferma di avere scritto il pezzo riportando precisamente le risposte di Occhetto (fedelmente alla trascrizione fatta con Dondi), senza sapere cosa sia accaduto dopo che il lancio era stato consegnato al caporedattore Ansa a Bologna e poi trasmeesso a Roma, va indagato meglio cosa accadde all'Unità e nel Pci. Nel libro di Roberto Roscani L'Unità. Una storia, tante storie (uscito nel 2024) Claudio Petruccioli raccontava di essere stato contattato dalla redazione dell'Unità e di avere cercato "di smorzare i toni, di riportare tutto alle parole letterali pronunciate" (Petruccioli peraltro disse di aver incontrato Occhetto la sera prima, circostanza smentita dall'ex segretario in un colloquio con Dondi, su cui si tornerà); per parte sua, Federico Geremicca si era fatto dire da Massimo D'Alema che, dopo essere stato con lui quel giorno in barca, dunque non raggiungibile dalla redazione di via dei Taurini, "Una volta rientrato a Roma, il giornale mi trovò. Consigliai prudenza, perché eravamo di fronte, in fondo, soltanto ad una mezza battuta del segretario: facemmo il centropagina della prima…". 
La Stampa, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Dondi ha meritoriamente aggiunto al racconto la versione di Marco Demarco, il suo unico contatto con l'Unità di quel 12 novembre 1989: "Quella domenica, Sansonetti, il caporedattore, era di riposo. Foa, il vicedirettore, risultò irreperibile e D’Alema, come scoprii dopo, veleggiava al largo del Circeo. Inutile dire che allora non c’erano i telefonini. Nella redazione romana eravamo quattro gatti, e io reggevo il timone" (Demarco, per la precisione, ha smentito che D'Alema sia mai stato sentito). L'allora viceredattore capo centrale si assume la responsabilità della scelta dell'impaginazione e del titolo (vista l'irreperibilità dei superiori); ricorda di avere collocato la questione del nome del Pci in apertura della prima pagina, ma di averla spostata più in basso dopo una "telefonata di routine da Botteghe Oscure", in particolare del responsabile di turno Claudio Petruccioli ("Mi spiegò che il momento era delicato, fece appello al senso di responsabilità e alla prudenza, e infine – sempre con grande garbo – mi invitò a soprassedere. Gli dissi che non era possibile, che tutte le verifiche erano state fatte e che sarei stato attento nella titolazione. Ma non si tranquillizzò. Anche perché le agenzie non avevano 'battuto' nulla e questo lo insospettiva. Insistette e mi rimandò a una successiva telefonata") e dopo un consulto con Walter Veltroni, allora responsabile stampa e propaganda del Pci ("Mi ascoltò paziente e si rese conto che ero finito tra l'incudine e il martello, ma anche lui - ignaro della sortita di Occhetto - mi suggerì prudenza e, in ogni caso, di ascoltare Petruccioli").
il Resto del Carlino, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Il lancio dell'Ansa, sia pure nella forma attenuta vista sopra, consentì a Demarco di prendere una decisione: "Alla telefonata successiva da Botteghe Oscure, dissi a Petruccioli che avrei rinunciato all'apertura, ma non alla prima pagina. E che avrei riportato tutto distribuendo i carichi tra occhiello, titolo e sommario. E così feci". Demarco riconosce di avere "scritto titoli migliori" rispetto a quello della prima pagina del 13 novembre 1989, ritenendolo "graficamente sgrammaticato" e poco netto, potendo però spiegare facilmente quelle "contorsioni": "l'Unità era l’organo del Partito comunista; la questione in discussione era la fine stessa del Pci; quella Svolta non era affatto condivisa. Ed era inevitabile che tutte queste tensioni convergessero sulla prima pagina che io stavo chiudendo. Annunciare la Svolta avrebbe messo il partito di fronte al fatto compiuto. Ignorare il discorso di Occhetto o censurarlo avrebbe indebolito il segretario, probabilmente ritardando o compromettendo l'avvio del nuovo corso".
Non sono meno interessanti le pagine del libro in cui Dondi analizza le reazioni del giornale stesso alla notizia "bomba" che aveva dato quasi in solitaria. Colpisce leggere che, di fatto, non ci sia stata "una vera e propria discussione" in redazione (secondo Demarco "l'anticipazione fu bruciata dalla cronaca", visto che tutto sembrava accadere in modo accelerato in quei giorni); colpisce anche che "di quanto si scrisse sulla Bolognina nel giornale del 13 novembre, non si trovi praticamente traccia nei giorni seguenti", mentre la discussione nel partito prendeva sempre più corpo, con una larga parte dei dirigenti favorevole alla svolta promossa da Occhetto e una minoranza significativa che si espresse contro, con lacerazioni pesanti all'interno della base, di cui diede conto anche Nanni Moretti col docufilm La Cosa (anche se poi, alla conta del XIX congresso a Bologna, la mozione di Occhetto ottenne i due terzi dei voti). Il confronto nel e sul giornale, in compenso, arrivò poco dopo (e partì di fatto con il contributo di Michele Serra - Compagni, credetemi, è giusto così - riportato anche nel libro), nei lunghi mesi della transizione, periodo in cui emerge una sostanziale "tensione" tra l'impostazione "romanocentrica" dell'Unità (e forse anche del Pci stesso) e quella dell'Emilia-Romagna, una delle regioni in cui il Partito era più forte, politicamente, culturalmente - ed anche economicamente - ma che non riusciva a ottenere vera voce in capitolo sulle scelte e sulla guida del Pci. "Non c’è dubbio - scrive Dondi - che nel Pci c'era chi si occupava della Grande Politica, di teoria e strategia, che gli emiliano-romagnoli, si diceva in tanta parte del Partito, non erano in grado o non sapevano fare. Troppo impegnati com’erano a fare la politica, quella piccola, quella con la p minuscola: amministrare le città e i comuni, garantire servizi migliori ai loro cittadini; decisamente occupati a costruire asili e scuole per l’infanzia per promuovere l’occupazione femminile; a urbanizzare aree per le case popolari e le zone industriali da cedere a prezzi calmierati agli artigiani, ai piccoli imprenditori e alle cooperative, perché realizzassero botteghe, aziende e fabbriche, creando così le condizioni per dare ai loro cittadini e ai tanti che migravano dal Sud, un lavoro dignitoso e meglio retribuito". Di fatto, è importante notare - come fa anche Dondi - che "gli iscritti delle sezioni dell’Emilia Rossa ebbero un peso assai rilevante nel determinare l’esito congressuale; e in una misura che mai prima si era potuto osservare ed evidenziare in tutta la sua reale dimensione" (il che vale anche di più se si pensa che nelle prime ore - come l'autore non nasconde - i dirigenti dell'Emilia Rossa apparvero spiazzati di fronte all'idea che il nome del Pci potesse essere ammainato).
Il libro di Dondi contiene anche una rilevante intervista ad Achille Occhetto, realizzata dall'autore il 14 gennaio 2025. Tra i vari punti che destano interesse, Occhetto - oltre a ricordare come tutto il 1989 fosse "stato dominato dalla discussione sul nome del Partito" e che il passaggio del XVIII congresso a Roma, a marzo, già parlava di "nuovo Pci" - richiama un passaggio che non può non stare a cuore a chi scrive, oltre che a chi frequenta questo sito: la presentazione del simbolo del Partito democratico della sinistra, creato da Bruno Magno, avvenuta il 10 ottobre 1990. Quelle righe meritano di esssere riportate, insieme ad alcune riflessioni subito successive allo scoop dell'Unità di quel 12-13 novembre 1989:
Quando [...] in quei giorni i giornali cominciarono a titolare che il Pci cambiava nome, si determinò una situazione di grave difficoltà per me. A leggere quei titoli mi si raggelava il sangue. Capivo il dramma dei compagni che si alzavano al mattino e leggevano che il Pci stava per cambiare nome. [...] Nella segreteria avrei posto non la questione del nome, ma l'avvio di una costituente per una nuova formazione politica che, conseguentemente, avrebbe reso necessario porre la questione del nome, di darci un nome diverso. [...] Venne posto subito al centro il tormentone del nome. Ebbi a dire sempre [...] che prima del nome viene la cosa. Una frase che fu anche oggetto di scherno. [...] Naturalmente, il tormentone del nome fu sollevato soprattutto da chi si opponeva, Perché gli conveniva puntare sull'aspetto sentimentale, cui eravamo tutti sensibili. Quel nome lo teniamo tutti nel cuore. Ma nessuno volle tenerne conto e entrare nel merito. Quando, quasi un anno dopo, prima del secondo congresso, quello di Rimini, presentai il nuovo simbolo del Pds con la Quercia, l’accompagnai con una dichiarazione d’intenti che, letta oggi, fa capire chiaramente che il Pds si collocava nettamente a sinistra, molto più di tante forze che oggi si considerano di centro sinistra in Italia. Ma la discussione sulla dichiarazione d'intenti non ci fu, si concentrò tutta sul simbolo. Nel dire questo non do nessun torto al fatto che si sia discusso del nome, né tantomeno a te che mi hai fatto quella domanda…
Quando intervistai Bruno Magno mi parlò di un "limbo" di vari mesi (tra la Bolognina e l'incarico a lui di realizzare il simbolo, dato da Veltroni a giugno del 1990) in cui "non si sapeva bene cosa fare" e, nel grande dibattito all'interno del partito "non tutti i favorevoli avevano la stessa idea su come cambiare"; lo stesso Dondi identifica il percorso di cambiamento - iniziato con "l'ultima domenica del Pci" e segnato da due congressi, il XIX in marzo del 1990 a Bologna, il XX tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio del 1991 a Rimini - come "un tormento un po' troppo lungo"; Occhetto ammette la lunghezza, ma riconosce che fu "la più grande discussione democratica mai realizzata tra tutti i partiti. Un dibattito entrato in tutte le famiglie, nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri e nei paesi. Che ha coinvolto la sinistra, ma non solo. È stata un grande evento corale, aldilà del pettegolezzo che all’inizio ha catturato la voracità dei media". Potrebbe dirsi che quell'ultima domenica si sia dilatata durando quasi un anno e mezzo (non senza incidenti di percorso, compresa la mancata elezione di Occhetto come primo segretario del Pds al primo scrutinio); senza il racconto dettagliato e la ricostruzione precisa di quell'ultima domenica, però, mancherebbe un tassello fondamentale.  

lunedì 2 febbraio 2026

Il "nuovo" Partito Comunista di Unità Popolare (di Marco Chiumarulo)

Un congresso, il 24 e 25 gennaio 2026, svoltosi a Roma presso il Centro Congressi Cavour, ha sancito la nascita di un nuovo soggetto politico, che si propone di aggregare ricomporre le diverse componenti comuniste presenti in Italia dopo anni di frammentazione e divisioni: il Partito Comunista di Unità Popolare (Pcup).
L’evento ha visto la partecipazione di decine di gruppi, militanti, lavoratrici e lavoratori provenienti da molte parti del Paese. Tra le realtà invitate figuravano anche Rete dei Comunisti, Partito comunista italiano, Partito comunista, Partito della rifondazione comunista, Partito dei Carc, Costituente comunista, Patria socialista, Potere al Popolo!, Fronte popolare e Militant. L'obiettivo dichiarato del percorso congressuale è la creazione di una piattaforma unitaria di lotta politica, sociale e culturale, fondata sulla centralità della classe operaia, sull’antimperialismo e sulla critica radicale al capitalismo contemporaneo. Il documento politico approvato pone al centro dell'azione del partito l'unità tra comunisti, l'unità delle forze che si oppongono a Nato e Unione Europea, guardando ai Brics come alternativa geopolitica, l'unità di chi vive del proprio lavoro e l'unità del popolo contro le élite
 

Il simbolo scelto 

Il simbolo del Partito Comunista di Unità Popolare si presenta come un emblema circolare, una forma che richiama l'idea di unità, totalità e appartenenza collettiva. Non è una scelta neutra: il cerchio - al di là dell'essere reso necessario dalla normativa e dalla prassi elettorale - è storicamente uno dei formati più utilizzati dai partiti comunisti e di massa, perché evoca una comunità compatta e solidale, priva di gerarchie visive interne. Il colore predominante è il rosso, utilizzato in maniera netta e senza sfumature: il rosso storico del movimento operaio e del comunismo internazionale. Al centro del simbolo campeggia la falce e martello, nella forma classica e immediatamente riconoscibile dei suoi elementi: la falce rappresenta il lavoro agricolo e contadino, il martello quello industriale e operaio. Accanto compare una stella rossa a cinque punte, simbolo del comunismo internazionale e della tensione verso un orizzonte di emancipazione universale. 
Elemento particolarmente significativo è la presenza delle strisce verde, bianca e rossa, inserite orizzontalmente all’interno del simbolo. Il richiamo al tricolore italiano non assume una funzione nazionalista, ma popolare, richiamando la tradizione del comunismo italiano e il suo radicamento nella storia sociale e politica del Paese. In effetti la struttura del contrassegno può ricordare in parte quella di Fratelli d'Italia (semicerchio superiore tinto del colore dominante e tricolore subito sotto, elemento grafico dominante inserito in un cerchio che copre parte degli altri due elementi), ma dal partito fanno sapere che si tratta semplicemente della soluzione grafica che "tra le varie opzioni è quella piaciuta di più", dal momento che sono state vagliate oltre 80 varianti possibili, con tanto di dicussione e votazione (anche sul nome stesso).
 

Il percorso fondativo 

Il congresso fondativo del Partito Comunista di Unità Popolare, svoltosi il 24 e il 25 gennaio scorsi, rappresenta soltanto l'ultimo atto di un percorso lungo e articolato, che ha visto la confluenza nel medesimo progetto politico del Movimento per la Rinascita Comunista, di Resistenza Popolare e di numerosi compagni e compagne privi di una precedente appartenenza organizzata. Lungo quel percorso sono state prodotte grafiche con la dicitura "Uniti per il Partito Comunista" che accostavano e univano i due fregi delle rispettive formazioni partecipanti al cammino comune. 
Il Movimento per la Rinascita Comunista (con falce, martello e stella gialli su fondo rosso e il nome su segmento bianco), a sua volta, nasceva dall’unione di Cumpanis, Interstampa, Movimento per la Rinascita del Partito Comunista Italiano, Comunisti Sicilia e altre organizzazioni locali di area marxista-leninista. Costituito l’11 novembre 2023 a Roma, aveva l’obiettivo di unificare le forze comuniste sparse, superare il settarismo e costruire un partito comunista strutturato; il movimento era guidato da Fosco Giannini, figura scelta all'unanimità anche come nuovo segretario del Partito Comunista di Unità Popolare. 
Resistenza Popolare
, invece, è stato un progetto politico di orientamento comunista nato nel 2024, con l'intento di unire comunisti, lavoratori e popolo attraverso il rafforzamento dell’organizzazione e un'azione di classe radicata nel conflitto sociale. Nel manifesto originario si leggeva che il progetto nasceva "dalla scissione di maggioranza dal Partito Comunista, con l'obiettivo primario di mantenere uniti in una progettualità comune compagni di tutta Italia che continuano a ritenere validi nei fondamentali i princìpi e il programma che ne hanno caratterizzato l’azione fino al IV Congresso del marzo 2023". Elemento grafico centrale era la stella rossa, stretta tra due mani stilizzate nere, con un accenno di ruota dentata e di spiga altrettanto nere.
 

L’obiettivo dei fondatori 

I fondatori del PCUP hanno dichiarato che nei prossimi mesi seguiranno iniziative pubbliche, manifestazioni e ulteriori dichiarazioni programmatiche, mentre il partito lavorerà per strutturarsi su scala nazionale. Il PCUP non intende essere semplicemente un altro soggetto della sinistra radicale, ma ambisce a diventare il luogo di incontro di tutte le energie comuniste italiane, provenienti tanto da gruppi storici quanto da nuove aggregazioni nate negli ultimi anni. 
La nascita del Partito Comunista di Unità Popolare segna così un nuovo tentativo di riunificare le forze comuniste sotto un'unica bandiera, in una fase storica caratterizzata da una profonda frammentazione politica e organizzativa della sinistra. Il PCUP sceglie di riaprire la questione comunista in Italia non aggiornando i simboli, ma rimettendoli al centro, come una linea di confine netta in un sistema politico che da anni ha smesso di scegliere.

mercoledì 2 marzo 2022

Falce e martello, un simbolo tutto italiano (di Antonio Marzio Liuzzi)

Quest'oggi lascio volentieri spazio a un contributo di Antonio Marzio Liuzzi, in cui si ricostruisce l'evoluzione italiana del simbolo che unisce falce e martello, almeno per quanto riguarda le sue rappresentazioni più note, nell'ambito dei partiti che si richiamano alla storia comunista (lasciando perdere, almeno per ora, le letture di quel segno tra i socialisti, che hanno usato per primi "gli arnesi" e li hanno tenuti nella loro grafica fino al 1987, anche se già alla fine degli anni '70 erano stati ridimensionati). A volte è questione di dettagli, di piccole modifiche di tratto, di forma, di colori; altre volte le scelte sono più radicali (e di solito corrispondono a scelte identitarie o a cambiamenti rilevanti), anche se il legame con la tradizione e con il passato non si perde mai del tutto. Buona lettura a tutte e a tutti.

Oggi ripercorriamo la storia di un simbolo in particolare, uno che ha vissuto e vive ancora oggi sulla bandiere e sui simboli elettorali della sinistra Italiana, la falce e il martello. Non parlo della rappresentazione sovietica, adottata da Lenin negli primi anni Venti, ma di quella italiana, per lo meno di quella che è stata marchio di fabbrica del comunismo italiano.
Il simbolo del 1946
Inizia tutto nei primi anni Cinquanta: il Partito comunista italiano di Togliatti occupa da poco un ruolo centrale nella politica italiana (come maggior forza di opposizione) e serve ridisegnare il logo del partito. Quello in uso fino ad allora era costituito da una falce e martello su bandiera rossa e bandiera italiana, ma era una versione molto primordiale di quello che sarebbe stato disegnato dopo ed è poi entrato nella storia. 
Nel 1953 si decide di dare un nuovo volto grafico al Pci, trovare un simbolo che lo accompagni nelle campagne elettorali e che sia ben visibile sulle schede elettorali. Nella nuova veste grafica la bandiera rossa e quella italiana sono rese più grande e meno sviluppate in orizzontale. Le due aste alle quali sono attaccate le bandiere all’inizio vengono concepite di colore bianco dai contorni neri, per poi in seguito essere raffigurate di colore blu scuro. 
Il simbolo del 1953
Ma la grande novità sta proprio nel disegno centrale, con la coppia di falce e martello tutta nuova, diversa da quella sovietica e dalle altre. E poi c'è la stella, rimpicciolita e messa in alto a sinistra rispetto alla falce e martello, altra peculiarità che distingue dal simbolo sovietico, in cui la stella a cinque punte campeggia in alto al centro. Un simbolo nuovo tutto per il Pci. 
Il nuovo fregio entra dunque in uso e in scena per la prima volta alle elezioni politiche del 1953: il suo esordio avviene proprio sulle schede elettorali. Da quel momento in poi, sarà più semplice per gli elettori trovare quel simbolo (lo stesso per quasi quarant’anni) e poterlo barrare, trovandolo generalmente "in alto a sinistra" sulle schede. Il logo elettorale è in bianco e nero, ma quello che appare sui manifesti e sulle tessere è a colori. Quel simbolo entrerà di diritto poi nella storia politica italiana con il celeberrimo manifesto "Vota comunista".
Quella falce e martello italiana non solo campeggia nel simbolo, ma è presente anche sulla bandiera del partito, simile a quella sovietica per la posizione in alto a sinistra dei due arnesi, ma comunque peculiare perché graficamente diversa: una sorta di rivisitazione in chiave italiana della bandiera dell'Urss. 
Passano diversi decenni: alla guida del Pci c'è Achille Occhetto e tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 si accinge a sparire, almeno con il nome che ha attraversato la vita della Repubblica italiana fino a quel momento. Occhetto, sulla spinta della caduta del Muro di Berlino e delle prime crepe nel "blocco orientale", decide di girare decisamente pagina nella storia del suo partito. Nuovo nome e, ovviamente, nuovo simbolo: il Partito comunista italiano diventa Partito democratico della sinistra, ma l'emblema sostituito (e, con questo, la falce e martello italiana) continua a vivere, anche se rimpicciolito e collocato sotto la quercia che rappresenta il nuovo corso politico del Pds.
Questo partito, in qualche modo, ha messo in secondo piano falce e martello (per poi chiudere del tutto alcuni anni più tardi); chi non chiude affatto con quei segni è Rifondazione comunista. Dopo essersi vista negare in tribunale la possibilità di mantenere per sé il simbolo del vecchio Pci, fa elaborare e sceglie un simbolo nuovo, in cui la falce e il martello (nella forma italiana vista fin qui) campeggiano centrali su una bandiera rossa stilizzata in forma geometrica; la bandiera italiana invece viene trasformata in una striscia tricolore nella parte bassa del cerchio. Nel corso degli anni il simbolo subirà modifiche, ma il nucleo centrare resterà quella bandiera con gli arnesi al centro.
Simbolo del 1999
Passa qualche altro anno e si arriva al 1998: Il PDS abiura definitivamente la falce e il martello in favore di una rosa rossa, mentre Rifondazione comunista si spacca in due. Il nuovo partito nato per scissione dal Prc è il Partito dei comunisti italiani (Pdci): la base del simbolo è la doppia bandiera del vecchio Pci, questa volta riportata senza aste; lo sfondo invece - dopo che vari giudici hanno chiesto di abbandonare il bianco dei primi tempi, per evitare confusioni con Rifondazione comunista - è di colore blu, anche se con il tempo si schiarirà progressivamente e diventerà prima azzurro, poi azzurrino, sempre con la doppia bandiera e la coppia di falce e martello "all'italiana" al centro. 
Tempo qualche altro anno e i partiti comunisti "raddoppiano"
: nel 2008 Rifondazione comunista cambia logo, mantenendo però sempre il giallo simbolo operaio sulla bandiera rossa; nasce in compenso Sinistra Critica, che usa la falce e martello su uno sfondo rosso (e la stessa falce e martello italiana tornerà in Sinistra anticapitalista, che rappresenta parte della continuità di quell'esperienza). Nel 2009 è la volta di Marco Rizzo che con il suo Comunisti - Sinistra popolare adotta la falce e martello italiana su un quadrato rosso; qualche anno dopo il partito adotta il nuovo-vecchio nome di Partito comunista e, complice una bocciatura al Viminale, il simbolo comunista diventa bianco (mentre il fondo diventa grigio). Nel 2014 i Comunisti Italiani si trasformano nel Partito comunista d'Italia, vecchissimo nome del Pci: il simbolo è praticamente quello storico, ma le lettere sono quattro e il carattere è un po' diverso, senza punti; due anni dopo "rinasce" il Pci con un logo ancora piuttosto simile a quello storico, con poche - ma visibili - differenze.
Dopo quasi settant'anni, quella falce e martello con stella disegnata alla vigilia delle elezioni del 1953 continua a vivere su vari simboli della sinistra comunista italiana, e con difficoltà smetterà di farlo (mentre in altrettanti emblemi compaiono altre varianti della falce e del martello, più o meno imparentate con la coppia di foggia nostrana). Quella della simbologia comunista italiana è una storia affascinante, che permette di ripercorrere la peculiarità politica comunista del nostro paese, di un partito che nel nome sottolineava l'essere comunisti e allo stesso tempo, italiani. Una simbologia, quella del Pci, che è stata anche parte della storia Italiana del Novecento e occupa un posto nel vissuto e nella memoria di milioni di italiane ed italiani.

giovedì 21 gennaio 2021

Fronte comunista, un progetto per far ripartire la lotta

Da più parti la giornata di oggi è dedicata al ricordo della nascita a Livorno, esattamente cent'anni fa, del Partito comunista d'Italia, che dal 1943 avrebbe preso il nome di Partito comunista italiano. La ricorrenza merita certamente attenzione e lo si farà in modo più approfondito in seguito; intanto però è giusto registrare che, oltre che della memoria, per qualcuno è il tempo di rielaborare e riprogettare un cammino unitario, soprattutto in un'area che da molto tempo si presenta frammentata. Così, con un giorno di anticipo sul centenario del Pcd'i-Pci, in Rete si è diffusa la notizia della nascita - ma in realtà del lancio - del Fronte comunista progetto politico che 
"non vuole essere un ulteriore elemento di divisione e frammentazione della classe e dell'area politica comunista": il suo obiettivo è invece "esercitare un ruolo nel raggruppamento e nell’unificazione delle forze rivoluzionarie in un partito comunista che sia forte, coerentemente marxista-leninista, omogeneo ideologicamente e politicamente, chiaro e conseguente nella tattica e nella strategia, adeguato alla fase storica in cui viviamo e alle lotte che attendono i lavoratori contro gli attacchi indiscriminati del fronte padronale", con un radicamento effettivo "nella classe operaia e tra tutti gli sfruttati".
Si diceva che, più che di nascita si tratta di un lancio, di una proposta a tutte le persone interessate: il Fronte comunista, infatti, è stato fondato a novembre del 2020"dopo una lunga fase di discussione e approfondimento che ha coinvolto tutti i livelli dell’organizzazione" e ora il tempo è stato ritenuto propizio per diffondere la notizia e invitare all'adesione. Alla base del progetto c'è la rinnovata consapevolezza della "crisi capitalistica, aggravata dalla pandemia di Covid-19". 
"La continuità dell'attività dei settori economici legati alla produzione, alla distribuzione e al trasporto delle merci, i quali non hanno sperimentato alcuna chiusura neppure durante il lockdown, dimostra il ruolo insostituibile della classe operaia per la sopravvivenza dell'intera societàsi legge nel comunicato ufficiale -. Le scelte compiute in materia di chiusure dai capitalisti e dai governi che li rappresentano hanno messo in chiara luce l'inconciliabilità fra massimizzazione del profitto dei padroni e salute delle classi popolari. In questo contesto, le disuguaglianze sono aumentate a ritmo esponenziale, in sintonia con la tendenza generale della distribuzione della ricchezza in condizioni capitalistiche: i ricchi sono divenuti sempre più ricchi mentre il proletariato e i ceti popolari hanno visto peggiorare ulteriormente la propria condizione. I processi di ristrutturazione del capitale stanno producendo e produrranno un'ulteriore concentrazione della ricchezza e la formazione di nuovi monopoli, consentendo ai padroni di continuare a massimizzare i propri profitti anche attraverso un sempre più massiccio attacco ai salari, ai diritti dei lavoratori e alle condizioni di vita delle classi popolari in generale".
Capitalismo e interessi dei lavoratori si sarebbero dunque dimostrati inconciliabili (ciò sarebbe emerso con maggiore nettezza in questa crisi pandemica): per i promotori dei Fronte è necessario dunque lottare per abbattere il capitalismo e il potere borghese "attraverso un processo rivoluzionario che, affermando il ruolo centrale ed egemone della classe operaia, abbia per suo fine l'edificazione del socialismo-comunismo come unica alternativa al capitalismo e allo sfruttamento, come unica via per il superamento delle crisi, delle guerre e delle loro conseguenze sulla società". Tutto questo appare incompatibile "con il riformismo, con l'opportunismo e con le derive elettoraliste intese come adozione del parlamentarismo come principale orizzonte di lotta". 
Per i fondatori del Fronte comunista, tuttavia, non basta individuare i "corretti nodi teorici" (da sciogliere "unicamente in una costruzione a caldo, nel fuoco della lotta, a cui i nostri compagni sentono di appartenere") per ricostruire la soggettività politica comunista in Italia: occorre prendere atto di una "fortissima disgregazione delle forze di classe", a partire da quella operaia, individuata comunque come "motore del cambiamento sociale", per cui serve avviare "un processo di ricomposizione di classe".
Secondo i promotori, "la costituzione del Fronte Comunista vuole essere un elemento essenziale nella costruzione di un partito comunista che sia effettivamente avanguardia dei processi di lotta concreti della classe operaia". Preso atto dell'attuale debolezza e frammentazione politica e sindacale del movimento operaio in Italia, si rileva che "sul piano sindacale hanno influito e influiscono negativamente le scelte, arrendevoli, rinunciatarie e addirittura cogestionali, delle dirigenze dei sindacati confederali, alle quali gli elementi più avanzati del sindacalismo di base solo in parte sono riusciti a contrapporre una prospettiva di lotta generalizzata, stanti la loro stessa frammentazione e il loro radicamento non uniforme in tutti i settori". La considerazione più dura è però riservata al piano politico: per il Fronte comunista "pesa negativamente l'incapacità di quei soggetti politici di area comunista che, nell’arco del trentennio successivo allo scioglimento di un Pci già deviato su una prospettiva socialdemocratica, revisionista e riformista, si sono limitati a riprodurne derive e storture in partiti via via sempre più minoritari e distanti dalla classe operaia, senza volere o riuscire a rompere con l'opportunismo".
Occorre dunque partire dalla "ricomposizione del proletariato e della ricostruzione della sua coscienza di classe" per poi essere in grado di "ripristinare la funzione storica dei comunisti come avanguardia della classe operaia che, organizzandone gli elementi più avanzati, sia in grado di guidarla alla conquista del potere politico". Tutto ciò, oltre che in un programma politico molto dettagliato, si esprime anche attraverso un simbolo a fondo rosso, ovviamente con falce e martello (qui parzialmente nascosti dal nome del progetto, posto nella parte bassa dell'emblema, ma ben leggibili); c'è anche la stella (simbolo dell'Italia e del comunismo), ma questa volta è stata collocata in alto, com'era nella bandiera dell'Unione sovietica. Non stupisce che nel sito del Fronte comunista - oltre a non essere presente un solo riferimento alle persone che hanno promosso il progetto - non si parli di elezioni: non solo il progetto è ancora giovane, ma non parlare del voto è forse il miglior modo per sfuggire alle citate e deprecate "derive elettoraliste". Anche lontano dalle urne, del resto, il lavoro da fare non manca di certo.

lunedì 11 gennaio 2021

Palazzo Barberini, 1947: i socialdemocratici con falce e martello

Quello che cade nel 2021 non è un anniversario "tondo" o che richieda particolare solennità, rispetto a quelli che si possono festeggiare negli altri anni. Eppure coloro che sono affezionati, per esperienza, storia o memoria alla tradizione socialdemocratica italiana oggi ricordano che a Roma, proprio l'11 gennaio del 1947, dopo una riunione a Palazzo Barberini, nacque il Partito socialista dei lavoratori italiani, primo nucleo di quello che sarebbe diventato ufficialmente nel 1952 il Partito socialista democratico italiano.
Se quello fu un giorno di liberazione per coloro che presero parte a quel passaggio e, in generale, per i seguaci della socialdemocrazia, per la famiglia socialista italiana si trattò di una vera e propria frattura - tanto più che avvenne nel bel mezzo del XXV congresso straordinario del Partito socialista italiano di unità proletaria, convocato sempre a Roma - per l'esattezza alla Città universitaria - dal 9 al 13 gennaio 1947. 
Avanti!, 12 gennaio 1947
Già nel congresso precedente (Firenze, 11-17 aprile 1946) erano arrivate a un primo scontro le posizioni della maggioranza legata a Pietro Nenni (favorevole a proseguire l'alleanza con il Pci, iniziata durante la Resistenza, per non dividere la classe lavoratrice) e della minoranza che aveva riferimento in Giuseppe Saragat e puntava decisamente a posizioni autonome rispetto ai comunisti italiani; un anno dopo le due posizioni apparvero del tutto inconciliabili. Al congresso Saragat, attaccando la linea di Nenni, disse che bisognava difendere "i principi dell'autonomia del Partito socialista", che per colpa dell'alleanza coi comunisti e delle posizioni polemiche assunte il partito stava "perdendo ogni efficacia come fattore politico nella vita nazionale": a quel punto non c'era nulla da fare e, mentre il Psiup - su proposta di Olindo Vernocchi - riassunse la denominazione storica di Psi, Saragat completò lo strappo andando a Palazzo Barberini e contribuendo decisivamente alla nascita del nuovo partito, che per la verità aveva scelto per sé uno dei vecchi nomi dei socialisti (in particolare quello deliberato dal II congresso di Reggio Emilia del 1893).
Il trauma interno alla famiglia socialista, peraltro, si sarebbe riflettuto sull'intera Italia politica: il 1° giugno 1947 Alcide De Gasperi escluse tanto i comunisti quanto i socialisti del Psi dal governo, costituendo il suo quarto esecutivo con socialdemocratici, repubblicani e liberali; ciò non mancò di scaricare varie tensioni sull'operato dell'Assemblea costituente (dalla presidenza della quale Saragat si era già dimesso il 13 gennaio, lasciando il posto al comunista Umberto Terracini), ma ciò non impedì che l'organo terminasse il suo lavoro.
Nonostante quella scelta, nel governo De Gasperi falce e martello erano rimasti. Già, perché nel simbolo che si erano dati provvisoriamente Saragat e i sostenitori dei gruppi che si riconoscevano in Critica sociale e Iniziativa socialista erano presenti e ben riconoscibili alcuni elementi dell'emblema con cui il Psiup si era presentato alle elezioni dell'Assemblea costituente il 2 e il 3 giugno 1946: la falce e il martello, appunto, collocati sul libro aperto della conoscenza - e di fatto simboleggiava anche l'unione tra i lavoratori "del braccio" e quelli "della mente". Anche il cerchio centrale poteva essere letto come una sorta di sole, richiamando di nuovo l'antico emblema. 
Del tutto nuove per l'Italia erano invece le tre frecce diagonali (di solito rappresentate come puntate verso l'alto e a sinistra) che attraversavano il cerchio: prima di essere utilizzate come emblema dell'Internazionale socialista, erano state adottate - lo ricorda il ricercatore Luca Einaudi in un suo articolo del 1998 (La simbologia dei partiti politici italiani dal 1919 al 1994) - dal Fronte di ferro dei socialdemocratici tedeschi per cancellare le svastiche o contrapporsi a esse; da lì erano state utilizzate anche dalla Spd tedesca, dai socialisti francesi della Sfio e da altri soggetti politici, fino appunto all'adozione da parte dell'Internazionale socialista.
Lo stesso motivo, con la grafica giusto un po' reinterpretata, si vide sulla tessera che il Psli - il cui nome nel frattempo aveva inglobato la dicitura "Sezione dell'Internazionale socialista" - produsse appunto per l'anno 1947, inserendo quegli elementi grafici in una bandiera rossa, segno che avvicinava ancora di più sul piano iconografico i transfughi al Psi.
Nonostante questo, tuttavia, il simbolo con falce, martello e libro non si vide sulle schede delle delicatissime elezioni politiche del 18 e 19 aprile 1948: pur essendo stato depositato regolarmente al Ministero dell'interno, fu lasciato da parte. Gli aderenti al Psli, infatti, si presentarono al voto guidando la lista Unità socialista, qualificata come "autenticamente socialista e democratica", in grado di raccogliere vari consensi tra i socialisti anticomunisti, in uscita dal Psi (i nomi più illustri furono quelli di Ivan Matteo Lombardo e Ignazio Silone). Per l'occasione nel contrassegno figurava solo la parola "Socialismo", al di sopra di un sole nascente dal mare: il sole coi raggi ricordava almeno in parte l'emblema rettangolare del Partito socialista unitario di Filippo Turati, che aveva concorso alle elezioni del 1924.
In quell'occasione elettorale, come si sa, sulla scheda elettorale non finì nessun simbolo con falce e martello (tranne quello del Partito comunista internazionalista, presente in pochissime circoscrizioni): anche il Psi, infatti, depositò il suo simbolo - molto simile a quello impiegato nel 1946 - ma poi non lo utilizzò, avendo dato luogo con il Partito comunista italiano e altre forze minori all'esperienza del Fronte democratico popolare per la libertà, la pace, il lavoro, contrassegnato dall'effigie di Giuseppe Garibaldi al di sopra di una stella. Alle elezioni, stravinte dalla Dc, il Fronte ottenne alla Camera 8.136.637 voti, pari al 30,98%, ma la lista Unità socialista riuscì a raccogliere 1.858.116 voti, cioè il 7,07%, contribuendo certamente a indebolire il Fronte e confermando "sul campo" la partecipazione al nuovo governo De Gasperi (il quinto), arrivando addirittura con Saragat alla vicepresidenza. Il volto di Garibaldi (e con esso l'alleanza Pci-Psi) fu messo da parte; il sole nascente, invece, rimase e divenne il simbolo ufficiale degli scissionisti di Palazzo Barberini, anche dopo la trasformazione in Psi. 
Falce e martello si sarebbero riavvicinati solo tra il 1968 e il 1969, con il tentativo dell'unificazione elettorale di Psi e Psdi (con l'emblema a "bicicletta") e addirittura con un simbolo fuso nel 1969 (con falce, martello e libro all'interno del sole); dopo il fallimento elettorale dell'anno prima, tuttavia, l'esperimento si sarebbe sciolto in fretta e i socialdemocratici non avrebbero più voluto incrociare quei segni che non sentivano più loro, quasi dimenticando di essere nati con "gli arnesi" al centro del loro primo simbolo e della loro prima tessera.

mercoledì 5 agosto 2020

Falci e martelli, i simboli del Pci (e non solo) alle prossime regionali

Il simbolo per il Veneto
Si è ricordato più volte nelle settimane scorse che il taglio sensibile al numero di sottoscrizioni richieste per presentare liste in questo appuntamento elettorale produrrà una notevole proliferazione di liste, alle elezioni regionali come a quelle amministrative. Lo si è già cominciato a vedere, in effetti, con le anticipazioni di questi giorni (soprattutto in Campania e Puglia), ma è interessante notare anche come certi partiti dal nome e dal simbolo storici, ma assenti dalle aule parlamentari, stiano cercando di cogliere l'occasione per essere presenti con loro candidature sulle schede elettorali. Tra i soggetti politici interessati c'è sicuramente anche il Partito comunista italiano, che probabilmente avrà in queste elezioni l'occasione più importante di mostrare il proprio emblema da quando, nel 2016, è stato rifondato (non era purtroppo riuscita la raccolta firme per le elezioni europee del 2019).
Ovviamente la situazione può ancora cambiare, ma il Pci guidato da Mauro Alboresi sembra intenzionato a correre da solo in Toscana, mentre in altre regioni si sta lavorando per presentare liste insieme ad altre forze politiche omogenee. A volte lo storico simbolo della doppia bandiera con falce, martello, stella e tricolore non si vedrà: è il caso - già analizzato su queste pagine - della Campania, in cui il Pci concorrerà alla presentazione della lista Terra insieme ad altre forze politiche della stessa area, pur rinunciando del tutto alla propria visibilità. Altrove, invece, il simbolo si vedrà, sia pure in diversi modi e composizioni grafiche, a seconda delle altre forze che parteciperanno alle liste.
In Veneto, per esempio, si sta lavorando a candidature comuni insieme a Rifondazione comunista. Nel simbolo prevalgono decisamente il verde e il rosso, usati come colore di fondo; nel segmento rosso, in alto a destra, sono state inserite le parole d'ordine della lista, cioè Solidarietà ambiente lavoro. Risulta interessante la fusione grafica dei due simboli realizzata in basso a sinistra: la struttura di base è quella del fregio del Prc (i due archetti irregolari verdi e rossi, la parola "Rifondazione" in maggiore evidenza in alto), ma in basso c'è la sigla del Pci nello stesso carattere usato nel simbolo ufficiale; quanto alle bandiere centrali, sono appunto due e sventolanti come nel simbolo del Pci, ma inclinate e con una sola asta rossa come quella del Prc (che invece è un romboide schematico).
In Puglia, invece, la miniatura del simbolo del Pci è ospitata all'interno di un contrassegno che contiene pure gli emblemi di Rifondazione comunista (questa volta è quello ufficiale e integrale, con la "lunetta" della Sinistra europea) e di Risorgimento socialista, in una delle sue pochissime apparizioni. Il fondo qui è tutto rosso, anche se appare leggermente sfumato (difficile capire se e quanto la sfumatura sarà percettibile sulle schede elettorali stampate); se la parte inferiore è dedicata ai simboli - con un effetto che fa un po' troppo "biliardo", ma per lo meno le miniature si leggono chiaramente - quella superiore ospita il nome della lista, simile a quello visto in Veneto, Lavoro ambiente Costituzione
Se ancora non si sa cosa accadrà in Liguria, se dunque il Pci cercherà di presentare una propria lista, occorre dare conto di una possibile candidatura nelle Marche di una lista denominata semplicemente Comunista!, con una bandiera convessa - che ha un accenno di asta, ma fine com'è dà piuttosto l'idea di uno stuzzicadente - sulla quale falce, martello e stella diventano bianchi, con una leggera ombra. Pur non essendoci dubbi sulla collocazione ideale, è evidente che non si è di fronte a un simbolo di partito; è altrettanto evidente, però, che se la lista sostiene la candidatura a presidente di Fabio Pasquinelli, segretario regionale del Pci, il colore utilizzato per i segni comunisti rimanda piuttosto al Partito comunista di Marco Rizzo, mentre il Pci non ha alcuna visibilità. A quanto si è capito, si è fatta una scelta d'area ma formalmente indipendente dai rispettivi partiti (e pare che a livello nazionale il Pci abbia scelto di non sostenere quella corsa elettorale). C'è comunque ancora tempo per chiarire meglio la situazione.

venerdì 29 novembre 2019

Racconti d'autore: In alto a sinistra (di Bruno Magno)

Il post di oggi non dà notizie, non analizza una novità, non contiene un'intervista. Racconta invece una storia, anzi, le storie di tre persone che agiscono e di tante altre che possono o potevano riconoscersi nella scena tracciata con le parole. A narrare questa storia, queste storie è Bruno Magno, che solo poche settimane fa ha fatto vivere a me e a chiunque segua questo spazio ogni momento della nascita del simbolo del Partito democratico della sinistra, con falce e martello rimpiccioliti ai piedi dell'albero che per tutti sarebbe stato una quercia. Ora Bruno ci fa un altro dono, permettendomi di pubblicare un suo racconto, decisamente autobiografico, relativo a un episodio della campagna elettorale verso le elezioni politiche del 19 e 20 maggio 1968, avvenuto a Manfredonia. Più che in molti commenti e analisi, qui si tocca davvero il valore e la forza che un simbolo - soprattutto questo - aveva e portava con sé. E dover parlare al passato, inevitabilmente, ha un retrogusto amaro. Buona lettura.  

«Questa volta gli facciamo un culo così!», disse Ciccillo, quando uscirono da una casa dove erano stati accolti con particolare simpatia. Accennò anche al gesto che solitamente completa la frase. Con difficoltà, perché aveva le mani impegnate: era carico – come il giovane compagno che era con lui, uno studente timido e di poche parole – di stampati di propaganda elettorale che, in quella calda domenica di maggio, andavano distribuendo casa per casa.
Appariva euforico, Ciccillo. Forse anche per i bicchierini di rosolio che in diverse case gli avevano offerto. Egli era convinto di avere riscontrato nelle case visitate un clima favorevole, un’accoglienza più affettuosa che in occasione di altre campagne elettorali. E questo era un ottimo segno, riguardo ai risultati delle prossime votazioni.
Il suo compagno era invece poco incline agli entusiasmi, e non solo perché beveva meno. Ricordava bene, lui, la grande delusione delle votazioni precedenti, quando in ultimo arrivarono i dati degli scrutini dai seggi del centro storico e da quelli dei quartieri abitati prevalentemente da pescatori, a vanificare i risultati davvero esaltanti delle zone periferiche del paese.
Era, quello a loro assegnato, un quartiere di braccianti, e da qualche anno anche di emigranti. Lì il Partito raccoglieva percentuali di voti straordinarie. In quelle strade le decine di attivissime bizzoche impegnate – anche loro, naturalmente per il partito avverso – a fare propaganda casa per casa, nemmeno avevano il coraggio di farsi vedere. Qualcuna che ci aveva provato era stata scacciata in malo modo e – così si raccontava – persino minacciata con la scopa e rincorsa per le strade, inseguita da turbe di ragazzini sghignazzanti.
Ciccillo e lo studente stavano percorrendo quelle strade da alcune ore, e il caldo e la fatica cominciavano a farsi sentire, quando arrivarono davanti a quella casa, un sottano dal muro imbiancato di fresco. Fuori dell’uscio una giovane donna era intenta a stendere il bucato su una cordicella fissata al muro con due chiodi. Era visibilmente incinta e questa condizione la costringeva a muoversi con faticosa lentezza. Per evitare di doversi chinare ogni volta, teneva la tinozza con il bucato sopra uno sgabello accanto a sé.
I due si avvicinarono e lei girò gli occhi verso di loro, continuando ad appendere i panni con le mollette. Ciccillo la guardò, e poi sporse lateralmente la testa per poterla vedere bene in viso. «Ma tu non sei la figlia di Concetta?» «Sì. Io pure vi conosco», disse lei, asciugandosi con un lembo del sinale le mani, che apparivano arrossate sulle nocche. «Aspetta, che mi ricordo: sì, tu ti chiami Giovanna. Come tua nonna. Sicché, è qui che sei venuta ad abitare... Eh, io e tuo padre buonanima per quanti anni abbiamo lavorato insieme nelle masserie, sott’acqua e sotto vento! Andavamo sempre insieme. Se un caporale ingaggiava uno, doveva prendere pure l’altro. E come sta tua madre? Da quanto tempo non la vedo...!» «Sta bene. Adesso sta bene. Vive con Francesca, la mia sorella grande», rispose lei con un sorriso timido, le mani appoggiate sul grembo. «Volete entrare?», aggiunse iniziando a slacciarsi il sinale. Poi scostò la rete dell’uscio e i due entrarono.
La casa, arredata con mobili evidentemente economici ma nuovissimi, era linda e ordinata, e odorava di varechina.
«Accomodatevi», disse scostando un poco due sedie dal tavolo al centro dell’unica stanza. «Vi posso offrire qualcosa?»
«Non ti disturbare», rispose Ciccillo. «Se continuiamo a bere, la strada di casa non la troviamo più...». Poi ripiegò un lembo del centrino di pizzo e depositò i suoi pacchi sul tavolo. Il suo compagno non se la sentì di prendersi una tale confidenza e preferì invece posare il suo carico sulla sedia che gli era accanto.
I due si accomodarono e poi anche la donna si sedette a un angolo.
«Mi ricordo che eri piccola così, e dalla campagna tuo padre ti portava i bastoncini di liquirizia e le carrube... E quando ti sei sposata?», chiese Ciccillo. «Fanno otto mesi fra una settimana», rispose lei. «E sapete chi è il marito mio? Antonio Rigninesi, penso che lo conoscete: il padre è un compagno vostro, Michele Rigninesi, faceva il cavamonti. Li chiamano “i Furnacelli”. Abitano dietro la chiesa della Croce...»
«Ah, sì... è gente onesta, faticatori», disse lui, annuendo.
«Quanto manca?», domandò ancora Ciccillo, indicando la pancia della donna con un breve movimento della testa. «Deve uscire alla fine del mese entrante», rispose lei abbassando gli occhi.
Lo studente approfittò del loro dialogare per lanciare uno sguardo intorno. Tutte quelle case erano uguali. Gli stessi mobili laccati, i centrini di pizzo sul piano del tavolo e sui comodini, il grande letto addossato alla parete di fondo. E, in capo al letto, la Madonna col bambino, in bassorilievo di gesso smaltato. E al centro tra i cuscini, seduta sulla coperta di raso, una bambola vestita di organza, con le braccine protese in avanti. Come quella che anche sua madre teneva sul letto.
«Antonio fa il manovale in Olanda. È partito a novembre. Sono quasi sei mesi... Però a Pasqua è stato qua tre giorni», sentì che diceva la donna, e il ragazzo tornò con lo sguardo al modellino in legno di un mulino a vento che aveva visto sopra una piccola mensola. Lei si sollevò dalla sedia e si avvicinò alla parete dove era un mobiletto con una piccola radio e, affissa al muro, una grande stampa oleografica raffigurante Dante che da dietro una colonna spia Beatrice. Sfilò una delle cartoline che erano inserite tra il vetro e la cornice di legno intagliato e dal mobiletto sottostante prese un piccolo vassoio con una bottiglia di rosolio e due bicchierini.
La donna versò il liquore e sedendosi porse la cartolina a Ciccillo. Era la fotografia di un caratteristico paesino olandese, con i tetti a cuspide e i muri in mattoni.
«Beh, sono proprio contento che ti sei sistemata. Alla salute!», disse Ciccillo buttando giù il liquore con un sol sorso.
«Non ti voglio far perdere tempo. Come sai, fra due settimane ci sono le elezioni. Ti abbiamo portato un po’ di materiale. In questo si parla dei vent’anni di governo democristiano», disse sfogliando le prime pagine di un fascicolo illustrato. «Eccoli qua, questi sono i signori che hanno rovinato l’Italia.» Chiuse il fascicolo e lo spostò vicino alla donna. «Qui, invece, c’è la storia di un lavoratore che poi è costretto a emigrare. È fatto come un fotoromanzo. Questo è veramente bello, è meglio di Grandotel. Mia moglie mentre lo leggeva si è fatta tutta una tirata di pianto. Leggilo, perché è fatto veramente bene... Tieni, ti do pure un volantino sulle pensioni, così lo leggi a tua madre.»
Poi prese e spiegò due schede elettorali in facsimile e le pose davanti a sé, orientate però verso la donna. «Quando sarai nel seggio elettorale ti daranno due schede. Sulla scheda gialla devi solo mettere una croce qua, sul simbolo nostro... Anzi no, che sto dicendo! Tu sei troppo giovane. Tu voti solo per la Camera. A te daranno solo la scheda grigia, una scheda grigetta come questa. Qui si possono mettere anche le preferenze. Le preferenze sono quattro e le devi scrivere su queste righe, come le vedi qua. Questi che vedi già scritti sono i numeri dei candidati indicati dal Partito. Comunque, se non sai scrivere o hai paura di sbagliare, fai solo la croce sul simbolo, che è la cosa importante.» Lei annuiva con un sorriso lieve, senza soffermarsi troppo a guardare, per significare che sapeva già tutto.
«Allora, hai capito? – riprese Ciccillo cominciando ad alzarsi dalla sedia – Devi mettere una bella croce qui, sulla lista numero uno. Ricorda, il primo simbolo!» E, battendo l’indice sull’angolo alto della scheda, ribadì con forza: «Non ti sbagliare: è il primo simbolo in alto a sinistra!». La donna, piegandosi un poco in avanti sul tavolo, seguì con gli occhi il gesto e poi fermò lo sguardo sul cerchietto con le due bandierine e la falce e martello. Rimase immobile per un lungo momento, poi quella piccola immagine si confuse e si sciolse nei suoi occhi. Allora chinò un poco la testa e cominciò a piangere in silenzio.
I due, in piedi, rimasero a guardarla imbarazzati, muti e immobili. Lei estrasse da sotto il polsino del vestito un fazzoletto e se lo premette sugli occhi. «Proprio così mi ha detto lui quando è partito…», mormorò con voce rotta, stropicciando il fazzoletto tra le mani.


Un grazie, non misurabile, a Bruno Magno per aver condiviso questa memoria e grazie ad Antonio Folchetti per avere condiviso anche questo passaggio. Le immagini sono tratte da vari numeri dell'Unità del 1968 (rintracciabili solo grazie all'opera del preziosissimo sito https://archivio.unita.news); il fac simile della scheda è stato ricostruito a partire dall'ordine delle liste riportato dalla Gazzetta del Mezzogiorno