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lunedì 2 febbraio 2026

Il "nuovo" Partito Comunista di Unità Popolare (di Marco Chiumarulo)

Un congresso, il 24 e 25 gennaio 2026, svoltosi a Roma presso il Centro Congressi Cavour, ha sancito la nascita di un nuovo soggetto politico, che si propone di aggregare ricomporre le diverse componenti comuniste presenti in Italia dopo anni di frammentazione e divisioni: il Partito Comunista di Unità Popolare (Pcup).
L’evento ha visto la partecipazione di decine di gruppi, militanti, lavoratrici e lavoratori provenienti da molte parti del Paese. Tra le realtà invitate figuravano anche Rete dei Comunisti, Partito comunista italiano, Partito comunista, Partito della rifondazione comunista, Partito dei Carc, Costituente comunista, Patria socialista, Potere al Popolo!, Fronte popolare e Militant. L'obiettivo dichiarato del percorso congressuale è la creazione di una piattaforma unitaria di lotta politica, sociale e culturale, fondata sulla centralità della classe operaia, sull’antimperialismo e sulla critica radicale al capitalismo contemporaneo. Il documento politico approvato pone al centro dell'azione del partito l'unità tra comunisti, l'unità delle forze che si oppongono a Nato e Unione Europea, guardando ai Brics come alternativa geopolitica, l'unità di chi vive del proprio lavoro e l'unità del popolo contro le élite
 

Il simbolo scelto 

Il simbolo del Partito Comunista di Unità Popolare si presenta come un emblema circolare, una forma che richiama l'idea di unità, totalità e appartenenza collettiva. Non è una scelta neutra: il cerchio - al di là dell'essere reso necessario dalla normativa e dalla prassi elettorale - è storicamente uno dei formati più utilizzati dai partiti comunisti e di massa, perché evoca una comunità compatta e solidale, priva di gerarchie visive interne. Il colore predominante è il rosso, utilizzato in maniera netta e senza sfumature: il rosso storico del movimento operaio e del comunismo internazionale. Al centro del simbolo campeggia la falce e martello, nella forma classica e immediatamente riconoscibile dei suoi elementi: la falce rappresenta il lavoro agricolo e contadino, il martello quello industriale e operaio. Accanto compare una stella rossa a cinque punte, simbolo del comunismo internazionale e della tensione verso un orizzonte di emancipazione universale. 
Elemento particolarmente significativo è la presenza delle strisce verde, bianca e rossa, inserite orizzontalmente all’interno del simbolo. Il richiamo al tricolore italiano non assume una funzione nazionalista, ma popolare, richiamando la tradizione del comunismo italiano e il suo radicamento nella storia sociale e politica del Paese. In effetti la struttura del contrassegno può ricordare in parte quella di Fratelli d'Italia (semicerchio superiore tinto del colore dominante e tricolore subito sotto, elemento grafico dominante inserito in un cerchio che copre parte degli altri due elementi), ma dal partito fanno sapere che si tratta semplicemente della soluzione grafica che "tra le varie opzioni è quella piaciuta di più", dal momento che sono state vagliate oltre 80 varianti possibili, con tanto di dicussione e votazione (anche sul nome stesso).
 

Il percorso fondativo 

Il congresso fondativo del Partito Comunista di Unità Popolare, svoltosi il 24 e il 25 gennaio scorsi, rappresenta soltanto l'ultimo atto di un percorso lungo e articolato, che ha visto la confluenza nel medesimo progetto politico del Movimento per la Rinascita Comunista, di Resistenza Popolare e di numerosi compagni e compagne privi di una precedente appartenenza organizzata. Lungo quel percorso sono state prodotte grafiche con la dicitura "Uniti per il Partito Comunista" che accostavano e univano i due fregi delle rispettive formazioni partecipanti al cammino comune. 
Il Movimento per la Rinascita Comunista (con falce, martello e stella gialli su fondo rosso e il nome su segmento bianco), a sua volta, nasceva dall’unione di Cumpanis, Interstampa, Movimento per la Rinascita del Partito Comunista Italiano, Comunisti Sicilia e altre organizzazioni locali di area marxista-leninista. Costituito l’11 novembre 2023 a Roma, aveva l’obiettivo di unificare le forze comuniste sparse, superare il settarismo e costruire un partito comunista strutturato; il movimento era guidato da Fosco Giannini, figura scelta all'unanimità anche come nuovo segretario del Partito Comunista di Unità Popolare. 
Resistenza Popolare
, invece, è stato un progetto politico di orientamento comunista nato nel 2024, con l'intento di unire comunisti, lavoratori e popolo attraverso il rafforzamento dell’organizzazione e un'azione di classe radicata nel conflitto sociale. Nel manifesto originario si leggeva che il progetto nasceva "dalla scissione di maggioranza dal Partito Comunista, con l'obiettivo primario di mantenere uniti in una progettualità comune compagni di tutta Italia che continuano a ritenere validi nei fondamentali i princìpi e il programma che ne hanno caratterizzato l’azione fino al IV Congresso del marzo 2023". Elemento grafico centrale era la stella rossa, stretta tra due mani stilizzate nere, con un accenno di ruota dentata e di spiga altrettanto nere.
 

L’obiettivo dei fondatori 

I fondatori del PCUP hanno dichiarato che nei prossimi mesi seguiranno iniziative pubbliche, manifestazioni e ulteriori dichiarazioni programmatiche, mentre il partito lavorerà per strutturarsi su scala nazionale. Il PCUP non intende essere semplicemente un altro soggetto della sinistra radicale, ma ambisce a diventare il luogo di incontro di tutte le energie comuniste italiane, provenienti tanto da gruppi storici quanto da nuove aggregazioni nate negli ultimi anni. 
La nascita del Partito Comunista di Unità Popolare segna così un nuovo tentativo di riunificare le forze comuniste sotto un'unica bandiera, in una fase storica caratterizzata da una profonda frammentazione politica e organizzativa della sinistra. Il PCUP sceglie di riaprire la questione comunista in Italia non aggiornando i simboli, ma rimettendoli al centro, come una linea di confine netta in un sistema politico che da anni ha smesso di scegliere.

lunedì 25 luglio 2022

Nuovo simbolo per noi Di Centro: cresce Mastella e torna il campanile

Chi era nostalgico del campanile, grande classico dell'Udeur, da oggi può stare tranquillo: noi Di Centro, creatura politica di Clemente Mastella (che la guida come segretario), recupera l'ultima versione della torre campanaria che il sindaco di Benevento aveva usato per Noi Sanniti, per l'Udeur 2.0 e, alle ultime regionali, per Noi Campani. Il simbolo azzurro e tricolore (con molto bianco al centro) lanciato all'inizio dello scorso dicembre e ritoccato una manciata di giorni dopo - quello con molto bianco al centro e che aveva suscitato non poche ironie da parte di chi lo aveva ribattezzato "pasta Mastella", per la somiglianza col marchio della pasta Divella, o l'aveva accostato al brand della Marvel - non è durato granché, tutto sommato. Qualcuno deve avere pensato che fosse piuttosto vuoto, che mancasse qualcosa e che tanto il nome del suo fondatore quanto la provenienza di questi non fossero abbastanza evidenti: col nuovo simbolo si è cercato di rimediare sotto tutti i profili.
Il bordo rosso sottile del cerchio è rimasto, ma l'azzurro intenso che prima campiva una corona circolare ora tinge tutto il cerchio, un po' come l'Udeur del 2004 (quello portato alle europee con Mino Martinazzoli come Alleanza popolare - Udeur) e, volendo, come l'ultimo simbolo della Dc dal 1992 in avanti. E, a proposito di Democrazia cristiana, sotto le insegne della quale l'attuale sindaco di Benevento fu deputato dal 1976 al 1994, lo scudo crociato ovviamente non c'è (ci mancherebbe giusto aprire un altro fronte di lite con chi si contende il vecchio simbolo: Mastella, del resto, non lo ha mai rivendicato per sé, al di là di una "citazioncina" nell'emblema dei Cdr); c'è in compenso un richiamo ancora più netto al partito madre. Sotto al cognome del fondatore e leader (di dimensione sicuramente maggiore rispetto a pochi mesi fa) è stato collocato il nome del partito, scritto con un carattere corsivo sottile, che evoca la scrittura a mano, fatta eccezione per le iniziali "D" e "C" delle ultime due parole della denominazione, proposte nello stesso carattere Helvetica compresso e grassetto della scritta "Mastella". Anche prima, in effetti, "D" e "C" erano le uniche maiuscole del nome, che però si leggeva; in questo caso, nella riproduzione di tre centimetri di diametro sulla scheda elettorale, di fatto si legge bene soltanto "Mastella D C". 
A fianco del nome, come si diceva, riecco il campanile - sempre quello "preso a prestito" dalla lista Democratici per cambiare, sorta a Sansepolcro nel 2011 - che rispetto agli ultimi simboli mastelliani è stato colorato (rossa la cuspide, gialla la muratura con gli archetti della cella campanaria e al di sotto c'è perfino un accenno delle pietre/mattoni). Completa il simbolo il tricolore, non più nella versione della pennellata sottile in uso dalla fine di dicembre dello scorso anno, ma in quella - abbondantemente vista in rete - del nastro che ha le fasce di colore in orizzontale, ma fa alcune pieghe e nel piccolo tratto in primo piano le mostra - innaturalmente - in verticale, stile bandiera; questo nastro, peraltro, si caratterizza per continuare (nella sua parte destra) con il blu, in un tono più scuro rispetto allo sfondo, al posto del rosso). Forse il risultato finale non è dei più eleganti, ma se lo scopo era farsi riconoscere, il trittico Mastella-Dc-campanile è difficile da equivocare.
Il simbolo, presentato oggi a Napoli e tra i primi a essere mostrati al pubblico in vista delle elezioni, campeggia sul sito della formazione politica, insieme all'organigramma di quest'ultimo, oltre alla segreteria di Mastella, figurano Giorgio Merlo (già Rete Bianca) come presidente nazionale, Sandra Lonardo (moglie di Mastella) come rappresentante parlamentare del partito (in Senato, nella componente che porta anche il nome di noi Di Centro) e Gianni Stea - già visto in questo sito come figura di rilievo dei Popolari per Emiliano - come vicesegretario; non sfugge nemmeno la presenza, come responsabile della comunicazione, dell'ex forzista (poi Ala) Giorgio Lainati. A rigore, questa formazione - che ha già aperto a un'alleanza col centrosinistra - non risulta esente dalla raccolta firme; si vedrà dunque se il simbolo finirà, oltre che nelle bacheche del Viminale, anche sulle schede (magari con l'esenzione fornita dagli Europeisti, se tornasse buona l'interpretazione - suggerita su questo sito - di esonerare le formazioni iscritte al Registro dei partiti e se un accenno al simbolo venisse inserito nel contrassegno), oppure verrà accantonato in base a scelte elettorali diverse di chi vi fa riferimento.

lunedì 28 febbraio 2022

La Casa dei Liberali, un simbolo per federare un'area politica

In politica accade spesso, in particolare nell'ultimo quarto di secolo, che si evochi il concetto di "casa", per indicare un soggetto politico in cui ritrovarsi e sentirsi a proprio agio. Non di rado capita che qualcuno chieda una casa perché manca o non l'ha trovata; altre volte quel nome diventa esso stesso una formazione politica o almeno elettorale (si pensi alla Casa delle libertà varata nel 2001). Quel termine sembra piuttosto sentito nell'area laico-liberale del centrodestra: si pensi al concetto di "Casa laica - Casa dei laici" sviluppatosi tra il 2004 e il 2006 (soprattutto grazie ad Arturo Diaconale e alle forze politiche interessate, tra Psi, Pri e Pli). Da circa un anno e mezzo il concetto è stato sviluppato proprio in un soggetto politico, che si pone come federazione ancora una volta proprio nel mondo liberale: non a caso, La Casa dei liberali è il nome scelto per questo progetto federativo, che non esclude di comparire anche sulle schede elettorali.
La data di nascita "ufficiale" del progetto, vale a dire quella dell'atto costitutivo notarile rogato a Brindisi, è il 27 ottobre 2020: in quel giorno Angelo Caniglia ha scelto di fondare una "federazione di associazioni, movimenti, partiti politici e di cittadini di area liberaldemocratica, che si riconosce negli ideali propri delle tradizioni liberali e democratiche", precisamente con lo scopo di "riunire in un'unica Federazione tutti i liberali d'Italia", condividendo e facendo propri i valori del manifesto di Oxford del 1947, delle dichiarazioni di Oxford del 1967 e dell'appello di Roma del 1981 emanate ed approvate dall'Internazionale Liberale, ispirandosi nell'azione "ai valori universali di libertà, giustizia e solidarietà, a difesa del primato della persona in ogni sua espressione, per lo sviluppo di una moderna economia di mercato e una corretta applicazione del principio di sussidiarietà". Tra i promotori c'era anche Andrea Pruiti, che figura come presidente nazionale (ed è pure membro della delegazione di Democrazia liberale all'assemblea del Movimento Europeo Italia).
Nello statuto, l'art. 3 ribadisce l'ambizione di questo disegno federatore: vi si legge infatti che la Casa dei Liberali "nasce, come associazione politico culturale, per volontà di numerosi cittadini italiani e dell'Unione Europea residenti stabilmente in Italia, di diversa matrice sociale ma di eguale esperienza politica, che attraverso iniziative di carattere culturale, socio-politico ed elettorale, si [propongono] lo scopo di promuovere in Italia gli ideali liberaldemocratici e progressisti, come i principi del liberalismo e della grande tradizione Italiana ed Europea. La Federazione lavorerà per favorire la nascita e lo sviluppo di tutte le forme e le esperienze di democrazia diretta e dal basso, e sarà ben lieta di collaborare con i soggetti politici e sociali che perseguano i suoi stessi obiettivi, che siano dotati di regole interne democratiche, di un bilancio trasparente (depositato in tribunale), che dicano quello che fanno e facciano quello che dicono, che non partecipino al teatrino della politica ma operino tenendo sempre al centro il bene comune; la Federazione sarà loro alleata nella società e nelle prove elettorali". L'art. 4, per parte sua, ricorda che può aderire ogni cittadino o cittadina dell'Unione europea di almeno 16 anni e che "l'adesione alla federazione non è esclusiva rispetto all'adesione e/o partecipazione ad altre formazioni politiche associazioni e movimenti, purché aventi finalità e azione politica compatibili con quelli della Federazione".
Lo stesso statuto contiene anche la descrizione del simbolo: "due cerchi concentrici di colore nero, tra un cerchio e l'altro una base di colore giallo in cui in alto, lungo il perimetro, vi è la scritta virgolettata di colore nero a caratteri maiuscoli, "LA CASA DEI LIBERALI", mentre nella parte sottostante sempre lungo il perimetro dei due cerchi vi è riportata la scritta con caratteri maiuscoli in nero, Libertà... L..., nello spazio centrale di colore blu vi sono 12 stelle tutt'attorno di colore giallo ed al centro la bandiera italiana con a sinistra il colore verde, al centro il bianco ed a destra il rosso, sostenuta da un'asta color bronzo". Non sfuggono alcuni dettagli, in particolare l'inserimento in un simbolo dei puntini di sospensione e di una parola lasciata volutamente incompleta, anzi, solo accennata con l'iniziale. Un elemento decisamente inedito, che il segretario e fondatore Caniglia spiega così, a modo suo: "la libertà è un sostantivo e non un aggettivo, che non ha confini, è una parola senza limiti". Nessuna sorpresa per la scelta di inserire le stelle d'Europa su fondo blu nel simbolo o la bandiera tricolore, patrimonio da sempre del Partito liberale italiano, tanto quello storico, quanto quello rifondato nel 1997 da Stefano De Luca (partito al quale lo stesso Caniglia ha aderito per vari anni, salvo poi lasciarlo nel 2020 per non avere condiviso la linea politica del vertice). Colpisce anche l'uso del colore giallo per la corona, tipica dei liberali soprattutto a livello internazionale, ma già vista anche in Italia (si pensi alla lista Liberiamo Roma, presentata dal Pli nel 2013, ma anche a un uso fatto esattamente dieci anni prima - a Roma e non solo - di cui si parlerà nei prossimi giorni). 
Finora non pare che siano state presentate liste con quel simbolo, ma potrebbe accadere in futuro, soprattutto se riuscisse l'idea di federare sotto un unico emblema tutte le sensibilità liberali. Il compito sembra molto difficile (le differenze periodicamente riemergono e i progetti si moltiplicano), ma l'ambizione resta.

lunedì 16 novembre 2020

Simboli fantastici (28): Wrooom Reggio, il partito per ripartire con gusto (a teatro)

Nel paese in cui legioni di leoni-camaleonti da tastiera si trasformano senza problemi da virologi a costituzionalisti e viceversa - passando per i ruoli di economista, sociologo e per quello più classico e rodato di allenatore - non c'è da stupirsi che più di qualcuno possa avere l'idea di reinventarsi (non improvvisarsi eh, giammai!) politico. Costoro potrebbero unirsi a una formazione che già esiste oppure, ritenendo inutili e superate tutte le alternative in campo (e dire che in Italia sono così tante...), potrebbero volerne costruire una nuova, pensandola a loro immagine e somiglianza, ma adattandola cammin facendo per cercare di raccogliere il consenso di chi dovrebbe dare loro il voto.
A uno scenario simile avevano pensato già nel 2012 Antonio Guidetti e Mauro Incerti, brillanti attori e autori di teatro, con i piedi ben piantati nel territorio reggiano. Nelle ultime settimane di quell'anno, mentre erano agli sgoccioli tanto il governo "tecnico" di Mario Monti quanto la XVI legislatura e ci si preparava al voto, i due avevano immaginato e scritto l'avventura di due amici che si trovano al bar delusi dalla vita e dalla politica e, tra una chiacchiera qualunquista e l'altra ("pròm mia 'ndèr avanti acsé però... l'an dura mia, l'an dura" [mica possiamo andare avanti così però, non dura]), arrivano alla conclusione che potrebbero entrare in politica - e tentare, finalmente, di fare i soldi - anche loro due. Messe da parte le battute sull'Alitalia in fallimento e le incomprensioni sugli "esodati" della riforma Fornero, Carlo e Fausto si convincono che per farsi eleggere basti l'1% (e allora, con un po' di fortuna, alla Camera poteva essere vero, a patto di essere in coalizione e di essere la lista migliore della compagine tra quelle rimaste sotto il 2%): fatto qualche conto e immaginando che vadano a votare circa 35 milioni di italiani, si accorgono che l'1% corrisponde a 350mila persone, poco meno degli elettori della provincia di Reggio Emilia, e decidono di buttarsi nell'avventura politica. 
Era nata così Anche noi fondiamo un partito... se catòm chi as dà i sold, novanta minuti all'insegna della comicità spruzzata di attualità (con un certo retrogusto amaro, che difficilmente manca): dopo averli 
messi in scena per la prima volta al Teatro Artigiano di Massenzatico (Re) il 30 dicembre 2012, Guidetti e Incerti li hanno replicati molte volte nel corso del tempo, sempre con un occhio attento alle nuove "perle" che la politica italiana finiva per riservare nei giorni precedenti lo spettacolo. La commedia per due in due atti merita di essere vista, dal vivo o su Dvd, quindi non si vuole togliere il gusto di scoprire come va a finire; qui ci si accontenta di ripercorrere le prime, esilaranti fasi nelle quali si determina l'identità del partito, simbolo incluso.
Carlo e Fausto cercano innanzitutto uno slogan che possa colpire e lo trovano in fretta, puntando tutto sulla schiettezza: "Cosa rischiate a votare per noi? Pes de' csè! [Peggio di così!]". La scelta del nome è più difficile: tira in ballo la collocazione, quasi tutte le combinazioni di parole e le sigle - quando non sono troppo complicate - sembrano essere già state esplorate e, in più, un riferimento a Reggio non può mancare. Nel tentativo di cercare una prima parte efficace, che dia l'idea di un nuovo inizio energico, in una sarabanda di accoppiate improbabili ("Dai Reggio!", "Sa spètet Reggio!", "Spingi Reggio!", "Cócia Reggio!... no, sembra al nòm d'un cesso!", "Dat 'na mósa Reggio!", "Schéla la mèrsa Reggio! [Scala la marcia Reggio!") improvvisamente spunta l'idea vincente: Wrooom Reggio. L'onomatopea del motore, messa per iscritto, può dare l'idea della ripartenza ed è sicuramente un'idea nuova, che tra l'altro può fare breccia in tutta la Motor Valley; in più, wrooom come suono somiglia molto a "vróm", che in dialetto reggiano significa "vogliamo", per cui è possibile una doppia lettura.
Decisa anche la denominazione, resta tutta da giocare la partita del simbolo, non meno difficile rispetto all'altra. Anche qui il rischio di "già visto" è fortissimo, soprattutto pescando dal mondo vegetale, fin troppo sfruttato in precedenza (tra querce, edere, ulivi, rose e margherite): per cercare di essere originali, si rischia di fare proposte decisamente inopportune (come il salice piangente o il cipresso), non riconoscibili (come un marugòun, una robinia) o semplicemente confuse e rischiose ("Mettiamoci una siepe, dietro ci siamo noi di Wrooom Reggio!" "Se siv dré fèr?" "Sòm dré caghèr!"). Meglio, forse, guardare al regno animale, stando attenti anche lì agli scivoloni dietro l'angolo: se una scimmia che salta qua e là "l'è 'n immagine tipo Scilipoti", un cane che lecca "al fa tròp Emilio Fede"; il leone che ruggisce potrebbe anche ricordare l'energia del motore, ma fa subito Metro-Goldwyn-Mayer, mentre una giraffa guarderà pure l'orizzonte, ma con Reggio non c'entra proprio nulla.
Già, perché se il nome sa di motore e di Pianura Padana, il simbolo non può essere da meno. Eppure basta pensarci un attimo e la soluzione è a portata di mano, anzi, di forchetta e coltello: per i due futuri politici, infatti, il vero "re di Reggio" è il maiale, al nimél, che è su tutte le tavole dei reggiani e porta avanti l'economia della zona. Messo subito da parte un fugace dubbio ("Al s' cunfònd cun Berluscòun!" "Basta paragonare il maiale a Berlusconi! Come pensi che si senta il maiale a essere paragonato a lui?? S'al pris parlèr! [Se potesse parlare!]"), la scelta del maiale sembra in fondo una buona soluzione, ma - ragiona Carlo - si rischia di fare un torto alle altre eccellenze del territorio reggiano: che dire del Lambrusco, del Parmigiano Reggiano e dell'erbazzone? Fausto non si perde d'animo e ha già la soluzione: disegnare il maiale in piedi e fargli tenere con una zampa una bottiglia di vino, con un'altra una punta di formaggio e con una delle due su cui si regge un pezzo di erbazzone. 
In teoria questo potrebbe bastare, anche perché resta una sola zampa libera (e dovrebbe servire al maiale per reggersi), ma Carlo non demorde e piazza una domanda insidiosa: "E i cutrèis?" Già, i cutresi, molti dei quali dagli anni '60 si sono trasferiti a Reggio per lavoro, vi si sono stabiliti (al punto tale che una delle strade che portano verso il centro si chiama "via Città di Cutro") e hanno contribuito sensibilmente a costruire le case dei reggiani: è importante poter conquistare anche il loro voto. Anche qui, però, la soluzione si trova facilmente: l'ultima zampa, in un modo o nell'altro, può tenere una cazzuola. Certo, a quel punto non si sa bene come farà il maiale a reggersi in piedi, ma c'è un problema più grave da da affrontare: come ci si può dimenticare di un altro elemento fondamentale nato a Reggio, il tricolore? Ci vuole una soluzione, anzi, un colpo di genio: "Se l'Agip ha fatto un cane a sei zampe, nuèter fòm un nimèl a sinc gambi!"
Il frutto del "cantiere" per il simbolo (scena tratta dal dvd)
Ormai è fatta, gli ingredienti fondamentali per parlare di Reggio ma farsi votare potenzialmente da chiunque ci sono tutti: a quel punto resta solo da mettere l'idea sulla carta, per tradurla in grafica. Ci pensa Fausto, che sbarazza il tavolino del bar, prende due caschetti per sé e per l'amico Carlo e "apre il cantiere" del disegno: "A io fat grafica alla Cepu... du dé!". La matita scorre sul foglio, disegnando un maiale
 bello abbondante, come la sua punta di formaggio grana ("Oh, l'è almeno du chilo!"), per poi tracciare la bottiglia di Lambrusco, la cazzuola e la bandiera tricolore, aggiungendo vicino l'erbazzone (alla fine si è scelto di lasciare solo quattro zampe, per non fare troppa confusione). 
Il simbolo sarebbe pronto, ma a entrambi gli amici appare troppo vuoto, troppo spoglio. Anche qui, però, la soluzione è bell'e pronta: piazzare il maiale e le altre eccellenze reggiane su uno dei più recenti luoghi emblematici di Reggio: i ponti di Calatrava, anzi, quello centrale, con la "vela" più larga. Si tratta dell'ultimo tocco che mancava, al quale si potrebbe giusto aggiungere - per i reggiani impenitenti - un fumetto per far vedere che il maiale, anche grazie al Lambusco, sa cantare: Fausto propone addirittura La Gigiasa in tal canèl, classico tradizionale della canzone popolare reggiana, nato come sfottò verso Maria Luigia, duchessa di Parma - ah, la mitica rivalità tra bagoloni e "teste quadre"! - e arrivato un po' dappertutto, dagli spogliatoi degli stadi ai concerti di Gaudio Catellani (che nel 2012 c'era ancora e - sia detto per inciso, ma neanche troppo - a chi scrive manca da morire...). Un simbolo più pigliatutto di così - ma quale catch-all, sempre questo inglese, al massimo ciàpa tót! - è impossibile immaginarlo.
Una personale rielaborazione,
ovviamente non autorizzata
Con slogan, nome e simbolo pronti, il più sembra fatto. Sì, buonasera: c'è tutto da fare, da imparare e da cambiare (inclusi i nomi dei candidati...), oltre che da cantare (come fare a meno dell'inno...). E, soprattutto, bisogna prendere i voti e anzi, nella realtà, prima ancora si dovrebbero raccogliere le firme, sennò i voti non si potrebbero nemmeno cercare. Il problema, però, non sembra vicinissimo: le elezioni del 2013, quelle che avevano in testa Guidetti e Incerti, sono passate da un pezzo e anche quelle del 2018; tempo qualche mese e - a luglio del 2021, allo scattare del "semestre bianco" - si avrà la certezza che non si potrà votare prima del 2022 inoltrato e, magari, si potrà arrivare fino ai primi mesi del 2023, cioè alla scadenza naturale della legislatura. Carlo e Fausto - c'è da giurarci - saranno ancora là, a pensare di candidarsi e magari nel frattempo avranno aggiornato il simbolo, sperando di ottenere ancora più voti e facendo ridere una volta di più noi, che in questi giorni facciamo davvero fatica e spesso proprio non ci riusciamo (e a teatro, per giunta, non possiamo nemmeno andare). 

Si ringraziano Antonio Guidetti, Mauro Incerti e Michele Casolaro per avere fornito il materiale legato allo spettacolo (senza ovviamente che la pubblicazione qui pregiudichi in nulla gli aventi diritto), nonché Donato Natuzzi per avere suggerito l'idea, più di tre anni fa.

martedì 21 luglio 2020

Forza nuova cambia simbolo: "Una rondine per le libertà"

Di fronte a epoche nuove, anche l'immagine di un movimento può cambiare, se le priorità devono essere comunicate in modo ritenuto più efficace e adatto ai tempi. Da due giorni Forza nuova ha diffuso il suo nuovo simbolo, in cui il lettering non ha più un ruolo prevalente e si è fatta una scelta grafica rilevante, che la guida del movimento ha voluto indicare come risposta "contro la dittatura sanitaria, finanziaria, giudiziaria e mass-mediatica".
Le lettere della sigla sono rimaste le stesse - nere, in carattere Twentieth Century Black - già presenti nell'ultima versione dell'emblema, ma sono state decisamente rimpicciolite e private della struttura rossa a parallelogrammo in cui erano inserite nella grafica precedente. L'elemento che spicca, sul fondo bianco, questa volta è il disegno stilizzato e spigoloso - quasi futurista, per certi versi - di una rondine, ovviamente nera, ad ali spiegate: tra le due parti della coda biforcuta trova posto la sigla del movimento, comunque riconoscibile per essere scritta nero su bianco; la biforcazione, in realtà, inizia ben prima, quasi a partire dalla testa, che qui appare quasi come un pennino. A delimitare la grafica provvede una corona circolare sottile, tinta del tricolore italiano - che si riaffaccia dunque nella grafica di Forza nuova - a bande verticali.  
La scelta iconografica non è affatto casuale: per il fondatore di Forza nuova Roberto Fiore, il soggetto intende comunicare un riferimento alla libertà attiva e laboriosa"Fin dall'antichità - spiega - la rondine era l'araldo della primavera, il messaggero della buona stagione, il simbolo positivo di un cambiamento, il ritorno delle libertà dopo un lungo inverno. Era anche il simbolo dell'operosità e del risveglio: annunciava la vita che ricomincia anche nell'arco della singola giornata, cantando sul far del giorno e segnando la fine della notte, risvegliando così gli uomini dal sonno ed esortandoli a mettersi all'opera. Ed è laboriosa essa stessa: costruisce mescolando paglia e fango, e se il fango manca lo produce, rotolandosi con le ali bagnate nella polvere; tappezza il nido con piume o fiocchi di lana, per custodire prima le uova al caldo e poi nella comodità i nuovi nati". 
Per Fiore, tuttavia, occorre mettere in luce anche il legame della rondine primaverile con l'idea "pasquale" della resurrezione che segue alla passione (con ovvi riferimenti al bagaglio religioso cristiano): "Quale immagine migliore può esserci per un Movimento che assume ogni giorno di più il profilo di unico paladino della necessaria ricostruzione nazionale mostrando la strada di una risurrezione della Patria su cui il sistema ha fatto rotolare il masso pesantissimo di una dittatura sanitaria che dovrebbe chiudere definitivamente la partita? Puntiamo in alto, come la rondine che abbiamo scelto, tra mille infamie, tra mille tradimenti e proprio durante l'offensiva del nemico. Quale avanguardia rivoluzionaria che punta verso il cielo, perché è solo in alto che si trova l'obiettivo, indichiamo alla Patria la via della Resurrezione e della Riconquista delle libertà naturali, le uniche davvero concrete".
Quello annunciato ieri è almeno il terzo cambio di simbolo operato da Forza nuova dopo la sua fondazione a Cave, il 29 settembre 1997. Il primo emblema del movimento era decisamente schematico, nato probabilmente al di fuori di una forma circolare (si prestava innanzitutto alle bandiere e agli striscioni), ma già basato sulle iniziali del nome scelto: nei primi anni non si pensava certo alle elezioni, per cui non c'erano regole particolari da rispettare. Oltre alla sigla e al nome, iniziava già a comparire una coccarda tricolore, con il verde nella corona esterna e il rosso nel cerchio interno (dunque invertita rispetto al consueto): si realizzava così un richiamo tanto a uno dei simboli patrii, quanto a uno dei suoi usi più noti (quello militare, legato alla tradizione e all'ordine); il tutto era collocato ora su fondo nero, ora su fondo blu.
Proprio blu era il colore di sfondo del primo mutamento simbolico forzanovista, coincidente con le prime campagne elettorali solitarie del movimento, tra il 2000 (regionali e amministrative) e il 2001 (politiche, almeno in alcuni tra collegi e regioni). Di fatto, più che di mutamento, si dovrebbe parlare di rielaborazione grafica: la coccarda tricolore come elemento non letterale era sempre lì, ma stavolta si era deciso di inclinarla, come a volerle dare l'illusione della tridimensionalità. Le iniziali del nome, poi, questa volta erano diventate minuscole e - per poter risaltare meglio sopra la stessa coccarda, della cui corona verde avevano il medesimo spessore - si erano tinte di nero. 
Quel simbolo rimase in uso a lungo, anche se nel 2004 - in ossequio al motto "costanti nella strategia, duttili nella tattica" - si tentò un nuovo mutamento grafico, questa volta più significativo. Sparì infatti la coccarda, ma non il tricolore, che tinse direttamente le iniziali: queste, peraltro, furono conformate come due triangoli scaleni posizionati "a specchio" in verticale; subito al di sotto, invece, il nome - presente anche lungo la parte superiore della circonferenza - era stato inserito in una base trapezoidale nera, che richiamava inevitabilmente la fiamma tricolore del Movimento sociale italiano (come del resto facevano le lettere spigolose a triangolo, evocando anche il simbolo geometrico del Fronte nazionale di Adriano Tilgher). Per Fiore era chiara l'idea di ricalcare "le esperienze politiche missine e frontiste", di cui si era voluto cogliere "un patrimonio storico e ideale, un'eredità da attualizzare"; non di rado, tuttavia, gli uffici elettorali chiamati a valutare la legittimità dei contrassegni destinati alle schede ritennero il simbolo troppo somigliante alla fiamma missina ancora presente nell'emblema di Alleanza nazionale - accadde, tra l'altro, alle elezioni europee del 2004, cui Forza nuova partecipava come parte del cartello Alternativa sociale - e si dovette recuperare quello precedente.   
Dopo le elezioni politiche del 2006 - anno in cui Fiore, assieme a Tilgher e altre persone di quell'area, non figurò tra i candidati delle liste nel centrodestra, con cui pure Alternativa sociale era alleata - si avvertì di nuovo l'esigenza di cambiare: graficamente il movimento di Fiore ha guardato all'emblema del Nationaldemokratische Partei Deutschlands (Partito nazionaldemodcratico di Germania) e a quello del partito rumeno Noua Dreaptă (Nuova destra): "Ci siamo ispirati - precisa Fiore - a un modello di nazionalismo radicale che si distingueva dal populismo". Quell'emblema, molto geometrico, letterale ed evidente, funzionava al di fuori di un cerchio ma si prestava anche a essere inscritto in una circonferenza in sede elettorale e così lo si è visto in tutti gli appuntamenti successivi al 2006 (compreso quello del 2018, in cui ha fatto parte della lista Italia agli italiani).
Dopo un uso di quasi quindici anni, il simbolo compie un nuovo passo: "Oggi - conclude Fiore - deve riflettere la necessità di salvare l'Italia e difendere le libertà concrete e naturali messe a rischio dalla tirannide sanitaria, finanziaria, giudiziaria e mass mediatica". Il programma resta lo stesso, cambia solo il modo di presentarlo agli italiani.

venerdì 3 luglio 2020

La Buona Destra di Filippo Rossi, nemica di Salvini e Meloni (di Antonio Folchetti)

Destra e sinistra sono, "rispetto all'universo cui si riferiscono, reciprocamente esclusivi e congiuntamente esaustivi". È quanto si legge nelle prime righe di uno degli scritti più celebri di Norberto Bobbio, dall'emblematico titolo Destra e sinistra (edito da Donzelli nel 1994), che molti lettori abituali di questo blog conosceranno. E c'è da scommettere che tanti di loro conoscano anche Filippo Rossi, che in questa torrida mattinata romana presenterà ufficialmente la Buona Destra, il movimento da lui fondato con il dichiarato obiettivo di aprire un nuovo spazio politico nell'ambito del centrodestra italiano, ma in aperta contrapposizione con il sovranismo di Salvini e Meloni.
La nascita del nuovo soggetto politico arriva, a dire il vero, non del tutto inaspettata. Lo scorso settembre, infatti, Rossi aveva pubblicato un saggio, Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra, in cui gettava le basi "ideologiche" del movimento. Nel volume, Rossi passava in rassegna vari pensatori del secolo scorso (e non solo), tra i quali appunto Bobbio, ma anche Tocqueville e Ortega y Gasset, per definire i tratti di una destra liberale, antipopulista ed europeista che in Italia ha sempre faticato ad emergere. Salvini e Meloni - che rappresentano Mr. Hide, in un'originale riproposizione del racconto di Robert Louis Stevenson in chiave filosofico-politica - vengono definiti "plebei più che populisti, orgogliosamente estremisti. Gutturali". Jekyll, invece, incarnerebbe "la destra sana, laica, concreta, pacata, decisionista e affidabile".
La pubblicazione del suddetto libro, che ha acceso un dibattito vivo e interessante non solo tra e per gli addetti ai lavori, ha anche permesso all'autore di incrementare molto la sua notorietà. 
Personalità poliedrica, Filippo Rossi è stato tra i consiglieri di Gianfranco Fini ai tempi di Futuro e libertà per l'Italia, ha diretto la rivista web di FareFuturo (il think tank riconducibile all'ex leader di Alleanza nazionale) e, nel 2007, ha fondato il festival culturale Caffeina di Viterbo. Sempre nel capoluogo della Tuscia, Rossi è stato candidato a sindaco con la lista civica Viva Viterbo nel 2013 e nel 2018, riuscendo solo a centrare l’elezione in consiglio comunale e ricoprendo – dal 2013 al 2015 – la presidenza dello stesso: quella carica, peraltro, era stata ottenuta come "contropartita" per l'appoggio fornito al centrosinistra nel ballottaggio da parte di Viva Viterbo. Inoltre, in occasione delle ultime elezioni regionali del Lazio, l'ex direttore di Farefuturo Web Magazine si è candidato sotto le insegne di +Europa: le oltre 1400 preferenze ottenute lo hanno fatto risultare il più votato della lista in tutta la regione, ma non sono state sufficienti per farlo eleggere. Nello scorso autunno, poi, Rossi ha apertamente appoggiato il Movimento delle Sardine, addirittura scendendo in piazza in occasione della manifestazione romana del 9 dicembre scorso.
E come per ogni varo di movimento politico che si rispetti, non può mancare il simbolo ufficiale: questo, a dire il vero, presenta tratti piuttosto essenziali. Su sfondo blu, spicca la scritta "Buona Destra", in bianco, maiuscolo, carattere Impact compresso; l'accostamento dei colori ricorda molti simboli presentati negli anni da varie formazioni legate al centrodestra, sia a livello nazionale che locale. In basso, a parziale copertura della parola "Destra", si trova un cuore tricolore, leggermente inclinato verso destra (ovviamente): questo potrebbe far storcere il muso al gruppo che si riconosceva in Cuori italiani (promosso da Andrea Augello, nel frattempo accasatosi tra i Fratelli d'Italia) e a chi ha militato tra gli Innamorati dell'Italia di Simone Berni e Diego Volpe Pasini
Il movimento aspira a diventare presto un partito e, in tal senso, sembrerebbe aver raccolto già le adesioni di vari amministratori locali. Rispondendo alle immancabili domande dei giornalisti in merito alla futura collocazione e alle possibili alleanze, il fondatore della Buona Destra è stato piuttosto chiaro: "È indubbio che possibili convergenze ci potranno essere in quell'area politica che va da Mara Carfagna a Carlo Calenda, passando per Stefano Parisi, Flavio Tosi e amministratori fuori dagli schemi come Federico Pizzarotti"; sicuramente le porte saranno chiuse - anzi sbarrate - alla Lega e a Fratelli d'Italia. D'altra parte, è sufficiente visitare la pagina Facebook di Filippo Rossi (che conta oltre 135mila fan) per constatare la forte avversione che egli nutre nei confronti dei due attuali leader del sovranismo italiano: non vengono risparmiate loro critiche veementi (in particolare verso l'ex ministro dell'interno, definito "il niente", "Capitan Cafone", "un bestemmiatore", ecc.). 
Non mancano nemmeno gli appelli di Rossi agli elettori di destra: "Parlo a chi vota Salvini e Meloni. Ma davvero pensate che l'unica destra possibile debba essere questa roba qui? Siete così succubi che non riuscite ad alzare la testa e guardare oltre? Davvero la destra deve essere pura e semplice propaganda? Io combatterò fino alla fine perché non sia così!" A molti, poi, non sono sfuggiti i continui ammiccamenti di Rossi verso Giuseppe Conte, considerati da più parti eccessivi per quello che potrebbe essere giudicato come un "male minore" rispetto ai due nemici giurati. E non sembra un caso che, stando alle indiscrezioni giornalistiche (non si sa fino a che punto veritiere) emerse qualche settimana fa, nell'operazione che porterebbe alla nascita di un ipotetico partito personale dell'attuale presidente del Consiglio, oltre a rodati democristiani come Bruno Tabacci e Angelo Sanza (attualmente legati ancora a Centro democratico), si sia vociferato anche della presenza di ex esponenti finiani.

giovedì 5 dicembre 2019

Riecco la Destra liberale italiana, con Basini e Diaconale

A volte ritornano. Anche se, per poterlo dire, occorre aver avuto la possibilità di vederli in precedenza o, almeno, essere tra gli "iniziati" che hanno avuto l'opportunità di incrociarli. In ogni caso, il 29 novembre è ufficialmente ritornata la Destra liberale italiana, formazione che già esisteva dal 2001, da quando fu fondata da Giuseppe Basini e Gabriele Pagliuzzi, fino a quel momento eletti in Parlamento con Alleanza nazionale; quella stessa formazione, nel 2004, confluì nel progetto di Partito liberale rimesso in piedi nel 1997 da Stefano De Luca e contribuì al recupero del nome storico di Partito liberale italiano. 
Basini dal 2017 è presidente d'onore del Pli (nonché presidente del consiglio nazionale), ma dal 2018 è anche deputato eletto nelle liste della Lega in Lazio (nonché iscritto al Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito). Da quella posizione ha ritenuto di ridare impulso al suo progetto quasi ventennale, sempre nel tentativo di avere, tra le varie esistenti, anche una destra che sia autenticamente e chiaramente liberale. Non stupisce, dunque, che proprio Basini risulti - dopo l'atto costitutivo del 29 novembre - presidente onorario dell'associazione che si è scelto di creare ufficialmente: la forma giuridica è quella dell'associazione, ma ovviamente si tratta di un soggetto collettivo attivo in ambito politico, che si è dato un simbolo praticamente identico a quello delle origini (manca giusto il riferimento ai Liberali per l'Italia, che si vedeva nell'emblema depositato per le elezioni suppletive del 2004), con una bandiera tricolore stilizzata con tanto di asta, che peraltro nella parte superiore porta anche una piccola striscia sventolante blu con le stelle della bandiera europea.   
Se Basini è il presidente onorario, come presidente dell'associazione è stata indicata Anna Cinzia Bonfrisco, europarlamentare eletta con la Lega in quota Pli (dopo aver militato nel Pdl, in Forza Italia e nelle file dei fittiani), mentre il segretario è Arturo Diaconale, dal 1993 direttore dell'Opinione (delle libertà). Tra i promotori dell'associazione politica - che si è presentata già prima della nascita giuridica, il 18 ottobre, in un convegno a Roma - c'è poi l'associazione Stato minimo, attraverso il suo presidente Michele Gelardi: l'ente, "ispirandosi alle dottrine dello Stato minimo, le quali giustificano l'intervento degli apparati pubblici in via sussidiaria rispetto alla libera iniziativa dei privati, si propone di diffondere il pensiero liberale e promuovere la cultura del liberalismo politico e del liberismo economico". 
Si segnala pure la partecipazione (mediante il suo presidente Alessandro Sacchi) dell'Unione monarchica italiana, interessata - oltre che dalle idee che l'associazione intende rimettere in gioco - dalla possibilità che si possa evocare una Costituente, ritenendo che la carta attuale non risponda più alle esigenze dell'Italia e non rispetti la sovranità popolare (anche solo per il fatto che ogni maggioranza finisce per fare la sua legge elettorale). 
L'idea, come sostenuto da Diaconale al convegno di ottobre, è di "dare vita ad una destra liberale in piena sintonia e collaborazione con le altre destre", non moderata e passiva ma "liberale, liberista e libertaria in maniera intransigente, laica, riformista e riformatrice", nemica dello statalismo burocratico e amica del merito e della valorizzazione delle capacità, "che non possa non dirsi crocianamente cristiana ma che non abbia timori reverenziali nel criticare la svolta pauperista e terzomondista di una Chiesa che detesta la modernità occidentale e costituisce un ostacolo oggettivo alla speranza di un'Europa unita e di una Italia artefice del proprio destino" e che si impegni concretamente per gli Stati Uniti d’Europa. Il tutto per fuggire dalla "involuzione della sinistra occidentale, che, pur tra mille contraddizioni, sta assumendo quasi le caratteristiche di quella rabbiosa intolleranza che fu propria del comunismo e senza nemmeno la sua, seppur rozza e totalitaria, fiducia nel progresso".  

venerdì 16 agosto 2019

Cambiamo, per Toti simbolo definitivo?

Una settimana abbondante e Giovanni Toti rende nota la terza release del simbolo del suo movimento Cambiamo!, che - come si è appena visto - ha recuperato il punto esclamativo, come più di un utente Facebook aveva suggerito (e come altrettanti non avrebbero voluto). Da un certo punto di vista, quello di Toti può essere considerato un record: finora solo Domenico Scilipoti era riuscito a darsi tre simboli nei primi tre mesi e mezzo di vita del suo Movimento di responsabilità nazionale (anche se il primo era durato il tempo di una conferenza stampa e qui per o meno la prima versione si era mantenuta qualche ora in più); certo, a "discolpa" di Toti e compagni (anche se qui, sia chiaro, colpa non c'è) si può dire che di fatto si è di fronte a due varianti dell'idea originaria e quindi eventuali accuse di trasformismo "simbolico" sarebbero del tutto infondate e ingenerose.
Al di là di questa considerazione, è facile vedere che, se si è ritornati alle origini con il nome (che ha ripreso anche il corsivo e, con esso, l'involontario stile Mediaset), sul piano cromatico si è compiuto un ribaltamento rispetto alla seconda versione: il colore dominante, infatti, è diventato il blu, come la maggior parte dei suggerimenti ha indicato; l'arancione originario, dunque, è stato confinato in un segmento che occupa meno della metà del cerchio. Il cognome di Toti - che quel colore aveva voluto - sta proprio lì, in quella parte inferiore e, se possibile, è cresciuto ancora di più di dimensioni. Anche il "con", a onor del vero, è diventato più grande, ma questo non basta a dissipare l'impressione che qualche burlone antitotiano (come qualcuno aveva immaginato) possa facilmente taroccare il simbolo e cancellare la preposizione, proponendo ridacchiando il messaggio "Cambiamo Toti" (in questo senso, il ritorno del punto esclamativo è provvidenziale, perché rende più difficile questo giochetto.
Restando sul piano grafico-cromatico, è cresciuto di importanza - sempre in base alle indicazioni ricevute in questi giorni - anche il tricolore: dalla striscetta delle origini, giusto un po' ingrossata nella seconda versione, si è passati a una sorta di scarabocchio tricolore. Certo, vista la regolarità della divisione delle tinte, sembra più corretto pensare che la bandiera stia dietro al simbolo e l'immagine che si vede sia il risultato di una "raschiata a scarabocchio" del fondo (che tra l'altro per l'occasione è stato pure ombreggiato, anche per marcare di più il contorno del simbolo, di una tonalità più chiara di blu).
Questa, che certo non brilla per fantasia e originalità, come si diceva dovrebbe essere l'ultima versione dell'emblema (il processo sarebbe stato meno concitato, ma non si sa quello che accadrà nei prossimi giorni...). Questo almeno si intuisce dal testo pubblicato sulla pagina Fb a corredo del nuovo brand, in cui il tricolore e il blu - tinte nazionali, da partito catch-all, che fanno molto centrodestra - prevalgono su tutto.
Ecco il simbolo di CAMBIAMO, realizzato grazie ai vostri suggerimenti, che potrete scegliere alle prossime elezioni per cambiare insieme a noi. Prima si vota meglio è! L’Italia ha bisogno di cambiare: più cantieri, più soldi nelle buste paga, più consumi, più esportazioni, più occupazione, più formazione professionale per i giovani, più ricerca e più merito. Meno burocrazia, meno leggi e regolamenti, meno codici e codicilli che bloccano appalti grandi e piccoli, meno nepotismo, meno tasse. CAMBIAMO ci sarà, contro gli accordi al ribasso per salvare qualche poltrona, al fianco di chi vuole costruire un paese fatto di merito e di Sì! Cambiamo insieme?
Di tutto questo, merita un'osservazione solo una delle prime frasi: "prima si vota meglio è!". Non sta naturalmente a questo sito esprimere giudizi sul punto e politicamente di certo a Toti converrebbe votare in fretta. Per poter passare all'incasso, però, Cambiamo dovrebbe finire sulle schede elettorali: per finirci, dovrebbe raccogliere 1500 firme per ogni collegio plurinominale. Dovrebbe farlo in pochissimo tempo e senza ancora un'organizzazione sul territorio, a meno che qualcuno - la Lega - non metta a disposizione eletti e militanti per la raccolta delle sottoscrizioni. Anche così, comunque, sarebbe una faticaccia senza garanzia di risultato: che un ritocchino o un cambio sensibile delle norme sulle candidature risulti utile anche e innanzitutto a Toti?

lunedì 15 gennaio 2018

Energie per l'Italia, tornano le lampadine

Ascoltare la base, in politica, dovrebbe essere naturale, ma a quanto pare è una delle cose più rare e difficili (e forse è rara proprio perché è difficile). A volte, per fortuna, non va così e qualcuno i suggerimenti li ascolta: sembra essere andata così con il simbolo di Energie per l'Italia, dopo che Stefano Parisi aveva lanciato online la proposta grafica di Giovanni Negri nell'ipotesi di una corsa solitaria della lista, fuori dalla coalizione guidata da Silvio Berlusconi.
Perché, sì, ci poteva stare il voler mettere in grande evidenza la collocazione, convinta e identitaria, nel ma soprattutto per il centrodestra, come a rimarcare che il centrodestra-quello-vero sono loro e non altri (e pazienza se "Centro" e "Destra", impilati l'uno sull'altra, sembravano tratti direttamente dal simbolo di Ncd, anche quello composto con una font tra il Nexa e il Monserrat). Ci stava il dire "è un simbolo che ci rappresenta appieno". Tutto vero, tutto bene, ma per costruire un'identità non bastano le parole e nemmeno i colori: riuscirci senza un'immagine, un segno grafico riconoscibile è molto difficile. Soprattutto se questo segno grafico esiste e lo si è messo da parte.
Evidentemente, al di là delle reazioni positive di cui parla Parisi, più di qualcuno - online e non solo - deve aver fatto notare che il simbolo pensato da Giovanni Negri in realtà era piuttosto vuoto e spoglio, soprattutto per l'assenza del tricolore di lampadine che ormai da oltre un anno accompagna Stefano Parisi nel suo progetto politico poi trasformato in progetto elettorale. Nel corso dei mesi si è assistito a una certa variabilità di quell'elemento grafico: lampadine vere o disegnate? Soprattutto, accese o spente? (particolare, quest'ultimo, che non ha mancato di finire nel mirino dell'ironia di chi si è chiesto se la bolletta fosse stata pagata). A dispetto di questo, però, il legame Energie-Parisi-lampadine-tricolore si era ormai consolidato e non metterlo in luce all'interno del simbolo con cui ci si vorrebbe presentare agli elettori, dopo tanti Megawatt in giro per l'Italia, non sarebbe stato saggio. 
Ecco allora che, procedendo per aggiustamenti successivi, si è ridotto un po' di dimensioni il riferimento al centrodestra (ma si vede bene lo stesso, niente paura) per piazzare le tre lampadine sotto al nome del progetto politico, che resta piuttosto piccolo ma con il ritorno del tricolore poco luminoso - le lampadine sono pur sempre spente e non certo grandi - acquista un po' di visibilità in più. A conti fatti, ora l'obiettivo del centrodestra e la leadership di Parisi nel contrassegno hanno esattamente lo stesso peso: se entrasse nella coalizione berlusconiana, sarebbe il quarto di quell'area con il nome ben visibile (giusto la "quarta gamba" di Noi con l'Italia e dell'Udc ne sarebbe priva); se corresse da solo, il nome del leader sarebbe già pronto per l'impresa non facile di raccogliere voti qua e là. Ci vogliono molte Energie, ma Parisi si prepara da mesi per questo...

martedì 11 aprile 2017

A Catanzaro, per un'Italia (più) plurale (di Marco Chiumarulo)

Tenere il conto dei partiti (e dei simboli) che nascono appare un'impresa davvero ardua. Il 31 marzo, per dire, su alcuni siti di notizie (come Catanzaroinforma.it e Catanzaro.weboggi) è stata annunciata la nascita in Calabria, a Catanzaro, del Movimento Politico Italia Plurale: come promotori del movimento risultano, tra gli altri, Mario Astarita, Fabio Celi, Bruno Martino, Alessandro Paravati e Antonio Leone (solo omonimo dell'ex vicepresidente della Camera, prima in Forza Italia e Pdl, poi in Ncd, attualmente membro laico del Csm).
Nella nota da loro diffusa, i promotori rivendicano come il movimento abbia "tra le sue file studiosi, semplici cittadini, personalità della cultura locale e nazionale". Naturalmente, alla nascita, le ambizioni non possono essere contenute: l'idea è di "promuovere il nostro paese e di mostrare le sue eccellenze", si mira a "progredire ed ingrandirsi, dando a tutti l’opportunità di aderire al nostro progetto, in modo da confrontarsi e migliorarsi con vigore e gratificazione sia umana che personale". 
Già, ma di che progetto si parla? I fondatori, in un'epoca di incertezza, vogliono "raccogliere l’appello di sollecitazione e di stimolo che arriva dalla gente e capovolgere quella propensione di una politica disastrosa che negli ultimi anni ha portato il paese ed il Sud sul'orlo della rovina". La ricetta contro tutto questo sarebbe data dai punti programmatici del movimento, fissati per dare "risposte innovative e tangibili al paese"; si punta a far convergere "l'ardore politico" (sì, è scritto proprio così) su questioni come "il sociale, la sicurezza, la giustizia, il lavoro, i giovani, il mondo delle piccole imprese e degli artigiani", così da "partorire decisioni idonee ad una politica che riesca a restituire impulso a questi settori, servendosi del contributo diretto di cittadini e di associazioni di struttura regionale e nazionale che hanno ad interesse il bene ed il futuro dell’Italia".
L'attenzione è posta anche al patrimonio culturale e intellettuale, del luogo come dell'intero paese: "non va svenduto, come è stato fatto in passato, ma va valorizzato", dicono i promotori. E in questo c'è anche, volendo, la giustificazione del nome, certamente non scelto a caso: punto centrale del programma è la valorizzazione di quel patrimonio in un'ottica "plurale e pluralistica", coinvolgendo tutti i cittadini "di vecchia e nuova generazione", anche provenienti da altri paesi "o di altre razze ed etnie". Oltre a non (s)vendere il patrimonio, però, occorrerà "creare un nuovo baricentro concettuale, politico e sociale", restituendo lo stesso patrimonio agli italiani, e "abbattere il debito pubblico senza svenare gli italiani", così da riprendere a crescere.
E' probabile che il linguaggio del movimento miri ad attirare, con parole semplici e d’impatto, più persone possibili, senza che si percepisca lo schieramento politico. Di ciò risente anche la semplicità dell'emblema adottato: è vero che il soggetto si qualifica come "movimento politico" e non proprio come un partito, ma il simbolo ha già le sembianze di un contrassegno utilizzabile alle elezioni. Su uno sfondo viola, con sfumatura radile, sono utilizzati - com'è ormai consuetudine - i colori della nostra bandiera: la scritta "Movimento politico" più piccola e in alto in bianco, il nome "Italia Plurale" al centro in grassetto, con la prima parola rossa e la seconda verde (entrambe contornate di bianco); subito sotto al nome, infine, tre onde rappresentano, di nuovo, il tricolore.
Anche nei giorni seguenti il movimento ha cercato di ottenere visibilità: sempre sul sito di Catanzaroinforma.it, il 2 aprile, è uscita una nota a sostegno del governo Gentiloni. Italia plurale ha fatto sapere che si trova in sintonia con le parole pronunciate dal premier al "B7 Bussiness Summit": "La sfida riguarda direttamente l’azione del nostro governo che si tradurrà nelle prossime settimane attraverso le decisioni che il governo assumerà con l’obiettivo di tenere i conti a posto e contemporaneamente accompagnare la crescita finalmente in atto anche in Italia: accompagnarla, accudirla, consentire che abbia un ritmo più accelerato e non ci siano effetti depressivi dalle decisioni prese". Parlando del Def, il movimento precisa che "Bisogna spingere la crescita senza pensare a misure depressive ed evitando ogni equivocità su libero mercato. Il governo deve lavorare per fare scendere il costo del lavoro e la tassazione: per far sì che imprese, famiglie e lavoratori possano superare l’attuale situazione di crisi presente nell'economia italiana".
Anche i creatori del movimento, probabilmente, sentono aria di elezioni, per questo motivo cercano visibilità e quale buon modo di guadagnarsi la visibilità necessaria, se non allinearsi con il governo? In questo periodo l'esecutivo non gode di ottima salute, ma evidentemente il movimento crede che attaccarlo, come altri movimenti populisti, non sia un'ottima strategia concorrenziale. Non si dimentichi poi che, in fondo, la disciplina elettorale ora valida per la Camera dei Deputati favorisce la formazione di nuovi soggetti, anche se l'asticella del 3% risulta più difficile da raggiungere se aumentano i soggetti interessati a presentarsi alle elezioni (con la certezza che, per evitare dispersione dei voti, i partiti grandi invocheranno il voto "utile"). Soglia o non soglia, se nel 2013 si era quasi stabilito un record di soggetti politici presentatisi alle elezioni, di questo passo quel primato potrà essere eguagliato o persino battuto.

Marco Chiumarulo

sabato 16 gennaio 2016

Movimento civico Italia, dall'Umbria un tricolore per spiccare il volo

Di fatto era già nato alcune settimane fa, all'inizio di novembre; proprio oggi, però, il Movimento civico Italia ha mosso il suo primo passo visibile verso le prossime amministrative e, con lo sguardo più lungo, persino verso le nuove elezioni politiche. Il soggetto politico in questione si pone come l'evoluzione del progetto con cui Claudio Ricci, fino a pochi mesi fa sindaco di Assisi, aveva corso come candidato del centrodestra per la presidenza della regione Umbria.
Il primo step, quasi inevitabilmente, impegna il livello regionale: oggi a Perugia infatti si è "costituito" il coordinamento regionale dei candidati nelle liste civiche (del centrodestra) alle elezioni regionali 2015 - per lo meno, quelli che hanno manifestato la volontà di proseguire l’esperienza iniziata in quell'occasione - e chi desidera rappresentare, nel Movimento, territori, associazioni e gruppi tematici. Il progetto ha un respiro ampio fin da ora, visto che si parla di varie iniziative, compresa una "scuola di politica", ma soprattutto è dichiarato lo scopo di lavorare - lo si legge nel sito di Claudio Ricci - "anche per presentare la lista alle prossime elezioni politiche (previste nel 2018)", oltre che per i prossimi turni di consultazioni locali. Lo sviluppo nazionale potrebbe essere favorito, almeno in parte, dalla collaborazione dell'Istituto Piepoli (lo stesso Ricci indica che si stanno stabilendo relazioni in quel senso e all'incontro di oggi erano presenti alcuni rappresentanti dell'istituto).
Per la nuova esperienza politica già nelle settimane scorse era stato presentato il nuovo simbolo, guarda caso giocato sui quattro colori nazionali come ci si potrebbe aspettare da un partito catch-all collocato in alternativa alla sinistra, pur nella ricercata caratura civica. C'è naturalmente una bandiera tricolore, stilizzata a convessità alternate, a metà tra la sagoma di volatile e il libro aperto; avendo una certa fantasia, peraltro, quella stessa figura potrebbe ricordare un angelo ad ali (tricolori) spiegate, visto il pallino blu messo in cima alla parte bianca e che combacia perfettamente con la concavità che la bandiera crea nel segmento sempre blu collocato sul fondo del cerchio interno. Come dire che la testa, rappresentata dal pallino, è proprio il tassello che mancava per completare la composizione... 

giovedì 16 luglio 2015

Il leone conservatore e riformista di Fitto

Alla fine il leone è apparso, per tutti. Raffaele Fitto ha presentato oggi nell'aula dei gruppi di Montecitorio il simbolo della sua creatura politica, Conservatori e riformisti, mettendo in scena il tradizionale rito del cavalletto da scoprire con Geoffrey Van Orden il vice presidente del gruppo Conservatori e riformisti al Parlamento europeo. 
Il leone c'è ed è blu, come aveva correttamente anticipato Affaritaliani.it, così come erano giuste altre anticipazioni che volevano un tricolore nell'emblema. Blu è anche la scritta del nome, proposta con una font leggera che dimostra anche una certa eleganza, mentre è bianco tutto il resto, segno che il nuovo soggetto politico non si è fatto cogliere dall'inizio da quel horror vacui che sembra affliggere molte delle formazioni nate negli ultimi anni.
Ovviamente - come del resto è giusto - ai giornali interessa soprattutto capire chi sta (e resterà) con Fitto e quali siano i programmi della formazione per il futuro. Qualche indicazione l'ha data lo stesso leader, un tempo berlusconiano di ferro: "Noi non siamo né con Le Pen, né con la Merkel", la collocazione è senza dubbi nel centrodestra, in alternativa a Renzi, senza voler "mettere in campo un sottobosco di intese o accordi poco chiari". A Berlusconi Fitto continua a volere bene, non prova rancore, ma c'era e resta la convinzione che "il modello attuale di centrodestra non ha prospettiva, il modello di successo proposto 20 anni fa non ha più futuro". 
In effetti, la stessa scelta del leone spazza via buona parte della strategia comunicativa vista nel centrodestra berlusconiano visto fin qui. L'ex Cavaliere,infatti, nei suoi simboli non aveva mai voluto fiori, animali o altri segni che dovessero essere interpretati, ma solo segni di immediata comprensione. La fiera schierata da Fitto, invece, richiede pur sempre un briciolo di astrazione in più. A questo proposito, se anche i dettagli contano, si può notare che il leone scelto non è accovacciato come quello del gruppo europeo ECR, simile a quello che troneggia maestoso e protettivo all'esterno di tante nostre chiese. La belva dei fittiani è "in piedi", sulle quattro zampe, ferma o forse colta in un movimento lento: a dare giusto un tocco di "istantanea" e di potenziale guizzo è la coda, fermata mentre si svolge a S. Si tratta, a ben guardare, di una bestia presente, ben visibile, fiera del suo esserci e pronta a intraprendere il cammino necessario (che, manco a dirlo, guarda a destra, come nell'omologo europeo)
Era diverso, tanto per dire, uno degli ultimi leoni visti nella politica italiana, quello dell'Usei, ove la sigla sta per Unione sudamericana emigrati italiani. Lì la belva era chiaramente colta in una posizione di attacco, con le fauci tra il famelico e il ruggente e le zampe pronte a scattare (e la stessa "coda a S" comunicava sensazioni ben diverse). Qui però la sensazione da trasmettere è ben diversa: al gruppo di Fitto, infatti, serve soprattutto certificare la sua esistenza in vita (anche se intanto servirebbe qualche unità in più alla Camera per costituire un gruppo autonomo), mostrare la fierezza della propria scelta e un atteggiamento di chi è pronto a mettersi in gioco. Nel leone ritto c'è più o meno tutto questo; l'accostamento del tricolore al blu mette in campo tutte e quattro le tinte nazionali, nell'ormai consolidata tecnica di presentazione dei partiti catch-all. Cosa importante, rispetto alla precedente esperienza del Nuovo centrodestra, il simbolo è nato subito tondo e non ci sarà alcun bisogno di adeguarlo in futuro. Ci sono ancora varie cose da sistemare (a partire dalla determinazione del modello organizzativo: "Verrà definito nei prossimi mesi - ha detto Fitto - dopo aver ascoltato tutti, con un meccanismo di legittimazione e del consenso che parte dal basso", abbandonando "l'idea dei nominati"), ma questo emblema sarebbe già pronto per correre alle elezioni. Con quali risultati? Un po' presto per dirlo, no?