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mercoledì 20 novembre 2024

Il dibattito sulla fiamma nel simbolo di Fratelli d'Italia: riflessioni sparse

Da anni il tema periodicamente ritorna di attualità: Fratelli d'Italia potrebbe abbandonare la fiamma tricolore che era stata del Movimento sociale italiano? Dovrebbe farlo? E, se lo facesse, che effetti potrebbe avere questa scelta? Il partito, com'è noto, nacque senza la fiamma, alla fine del 2012, 
Per dire, nel 2019, nei mesi precedenti le elezioni europee, fece un certo scalpore una dichiarazione dell'allora coordinatore Guido Crosetto (che peraltro non aveva un passato missino, avendo militato nella Democrazia cristiana, in Forza Italia e nel Popolo della libertà): "Nel percorso individuato da Meloni insieme altre realtà presenti nelle liste per le europee, da Fitto a Storace, si è parlato di un futuro che passa anche per il simbolo. Ma alle europee il logo non cambierà". In effetti non sarebbe cambiato (avrebbe solo aggiunto i riferimenti "Conservatori" e "Sovranisti" accanto al simbolo con la fiamma, sotto al nome della leader Giorgia Meloni), in compenso si affrettarono a escludere il venir meno della stessa fiamma tricolore figure di primo piano come Adolfo Urso (oggi ministro come Crosetto) e Ignazio La Russa, attuale presidente del Senato.
Dopo che alla vigilia delle elezioni politiche del 2022 (e anche un po' delle europee di quest'anno) da più parti erano arrivati inviti a Meloni affinché togliesse dal simbolo del suo partito il fregio adottato da Giorgio Almirante, questa volta a evocare il momento in cui, prima o poi, Fdi avrebbe rinunciato a quel soggetto grafico è stato un altro ministro del governo Meloni, Luca Ciriani (che si occupa dei rapporti con il Parlamento). La questione è emersa oggi in un'intervista con Salvatore Merlo per il Foglio:   
Se vogliamo andare avanti, e noi certamente vogliamo guardare avanti cioè al futuro, allora arriverà anche il momento di spegnere la Fiamma. Arriverà il momento in cui la toglieremo dal simbolo. Magari non sarà presto ma arriverà. Ma per scelta nostra, e non certo perché qualcuno ce lo impone. Già adesso si può ben dire che la Fiamma appartiene a una storia passata, quella della mia giovinezza, che certamente non rinnego. Oggi tanti giovani di venti o trent'anni non ne conoscono il significato. 
Il discorso arriva da una persona che ha militato per decenni prima nel Msi (poi Msi-Dn) e in An, poi nel Pdl, fino ad approdare a Fdi circa un anno dopo la sua costituzione. "Finita la fase della violenza politica che aveva appestato l'Italia intera - ha dichiarato Ciriani - nel Msi, ma soprattutto con An, emerse una classe dirigente che seppe interpretare la modernità. Uomini come Pinuccio Tatarella capirono che la politica si fa andando avanti e non guardando all’indietro. Quello del Msi era un mondo che difendeva e conservava se stesso, che viveva delle sue memorie, delle sue nostalgie, del suo reducismo. Mentre Alleanza nazionale, grazie anche a Tatarella, guardava avanti" Da destra e verso destra, in coerenza con le posizioni del passato, ma avanti. Il che, per Ciriani, voleva dire anche (e innanzitutto) "superare definitivamente quella dicotomia politica che ogni volta fa riemergere pulsioni e passioni da guerra civile". 
Nel progetto di partito conservatore che ha in mente Ciriani ("mettere insieme la tradizione della destra [...] con la tradizione liberale e risorgimentale, con quella cattolica") che posto ha la fiamma tricolore? Lo ha spiegato lo stesso ministro: 
Fa parte della nostra storia e della nostra identità, anche se l'abbiamo già superata, è un fatto acquisito. Con assoluta tranquillità. È un elemento simbolico, e come tanti altri elementi simbolici avrà la sua parabola, ma non sarà mai rinnegata. Senza drammi. E senza fanfare. Non è nemmeno un argomento di urgente dibattito. Accadrà e basta, anche perché solo quelli della mia età possono essere affezionati a quel simbolo superato. Ma per ragioni rispettabilissime e romantiche. La Fiamma è stata la mia giovinezza, per quel simbolo ci saremmo buttati sul fuoco ma a un ragazzo di adesso non gliene importa nulla. È giusto così e lo posso capire.
Da un certo punto di vista il discorso di Ciriani non è troppo diverso da quello che a più riprese è stato fatto da chi proponeva di lasciare alle spalle i vecchi partiti della Prima Repubblica e le loro insegne. Per dire, il 3 luglio 2010 Pierluigi Castagnetti scrisse sul quotidiano Europa: "Alle prossime elezioni politiche italiane voteranno per la prima volta i figli dell'Ulivo, i giovani nati quando Prodi decise di scendere in campo. Questi giovani, nati dopo il crollo del muro di Berlino, non sanno neanche che cosa sia stato il socialismo, cosa siano state le varie democrazie cristiane". Certo, c'è almeno una differenza rilevante: Castagnetti nel 2010 militava ormai in un partito - il Pd - che, al di là del rametto d'Ulivo, non aveva nel simbolo nemmeno un petalo della Margherita che aveva contribuito a farlo nascere (con i Ds) e, soprattutto, nemmeno un frammento dello scudo crociato che aveva connotato la Dc ed era ormai da anni conteso tra varie formazioni politiche. Il partito di Ciriani, invece, ha ancora la fiamma tricolore del Msi poi passata ad Alleanza nazionale (e ottenuta da Fdi proprio grazie al soggetto che ad An era ed è più vicino, la Fondazione An) e ora privata della base trapezoidale. 
Ciò non esclude, ovviamente, che in un futuro più o meno prossimo Fratelli d'Italia possa davvero scegliere di rinunciare alla fiamma tricolore nel suo simbolo: dovrebbe farlo con un processo decisionale interno, che deliberi anche la modifica dello statuto, dal momento che la descrizione del simbolo all'art. 4 indica, tra l'altro, che "In basso al centro, sovrapposto in parte centrale al tricolore, è raffigurata su fondo bianco una Fiamma Tricolore (verde, bianco, rosso) su base blu"; nello stesso articolo si legge che "L’Assemblea nazionale dispone eventuali modifiche del simbolo e può delegare a tal fine la Direzione nazionale", ma per le modifiche statutarie è competente il congresso, che però può delegare - espressamente - l'assemblea o la direzione nazionale.
Qualora ciò accadesse, quali potrebbero essere le conseguenze politiche per il partito? Naturalmente ogni militante o simpatizzante fa storia a sé, dunque generalizzare comporta senza dubbio una discreta percentuale di errore. Tuttavia è facile immaginare che i militanti dalla storia più lunga possano avvertire come mutilante quella scelta, fino a sentire come mutilata la loro stessa permanenza in Fdi: lo stesso Ciriani ha detto che per quel simbolo lui e altri militanti si sarebbero "buttati sul fuoco" e non si può certo escludere che per qualcuno non vedere più all'interno del proprio simbolo il fregio delle proprie origini, che aveva accompagnato la prima parte del loro percorso politico, sia una privazione dolorosa. Ci si sente di escludere, tuttavia, che per loro questa possa essere una ragione sufficiente per abbandonare Fratelli d'Italia: senza negare il peso dello "spegnimento" della fiamma, chi tuttora milita nel partito (che non ha alcuna continuità giuridica con il Msi poi diventato An) potrebbe comunque trovare continuità - e buone ragioni per restare - nella linea di Meloni e nei risultati del partito, oggettivamente impensabili fino a qualche anno fa anche per i sostenitori più convinti.
Tra coloro che, invece, si sono avvicinati a Fdi solo in tempi più recenti (aderendo al partito o limitandosi a votarlo), è più probabile che l'eventuale evoluzione simbolica sia avvertita in modo molto meno traumatico e con poche ricadute sul piano concreto. La scelta di rinunciare alla fiamma, anzi, potrebbe essere considerata in senso positivo, diventando motivo di apprezzamento: in quel modo, infatti, in concreto verrebbe meno uno degli argomenti utilizzati più spesso contro Fdi, cioè il collegamento con un passato che spesso viene visto come più o meno direttamente connesso al fascismo, sebbene la fiamma - suggerita in vista delle elezioni del 1947 a Giorgio Almirante da un mutilato di guerra (come racconta Adalberto Baldoni in Destra senza veli, libro uscito nel 2018 per Fergen di Federico Gennaccari) e realizzata graficamente per la prima volta da Emilio Maria Avitabile - fosse stata scelta ufficialmente pensando piuttosto a un legame con i combattenti, pensando anche alla fiamma degli arditi. 
Mettere da parte la fiamma tricolore, d'altra parte, potrebbe aiutare a costruire - facendo evolvere Fratelli d'Italia - un partito conservatore contemporaneo anche sul piano grafico. Non si può dire, del resto, che la fiamma abbia contrassegnato l'intera storia del partito: nel 2012, il 21 dicembre, Ignazio La Russa depositò come marchio una delle prime versioni del simbolo di Fdi, senza fiamma ma con il nodo di corde tricolore che nel 2008 accompagnò la confluenza di Alleanza nazionale nel Popolo della libertà; un mese prima, del resto, lo stesso La Russa aveva depositato con il medesimo scopo il fregio molto simile del Centrodestra nazionale (i circoli promossi da Massimo Corsaro). Sulle schede elettorali del 2013 arrivò una versione molto simile del contrassegno (la terza nell'immagine quassù, un po' più curata nella grafica); la fiamma spuntò solo l'anno dopo. Poco prima della fine del 2013, l'assemblea della Fondazione An concesse a Fratelli d'Italia l'uso anche parziale del simbolo di Alleanza nazionale: il partito di Meloni l'aveva chiesto soprattutto per evitare che altri - a partire dal Movimento per An di Francesco Storace, Adriana Poli, Luca Romagnoli e altri, nonché da Officina Italia - utilizzassero quel simbolo, potendo porsi come successori politici (non anche giuridici) della storia di An e, prima ancora, del Msi. Da allora sono passati più di dieci anni (e ne sono passati comunque nove dal nuovo voto che trasformò la concessione dell'uso del simbolo da temporanea era diventata a tempo indefinito) e, probabilmente, il bisogno di rivendicare legami con un percorso politico - anche solo per non lasciarli in altre mani - probabilmente si è affievolito.
Resta un ultimo, vero punto interrogativo: se dovesse sparire la fiamma dal simbolo di Fratelli d'Italia, spunterebbe un altro emblema? La curiosità, infatti, porta a chiedersi quale fregio potrebbe essere adottato per il nuovo corso del partito guidato da Giorgia Meloni. Il fatto che lei stessa sia presidente del Partito dei conservatori e riformisti europei (Ecr) potrebbe suggerire che, al posto della fiamma, possa arrivare il leone accovacciato del partito europeo, ottenendo così di rendere più visibile il ruolo europeo di Meloni e di proiettare Fdi in una dimensione politico-territoriale più ampia. Non si può escludere, tuttavia, che all'abbandono della fiamma possa seguire una scelta diversa, magari per una grafica "astratta", senza un soggetto ben identificabile o più legata al tricolore: non sarebbe certo una novità nella politica italiana, anche se sarebbe interessante, per una volta, se ci si sforzasse di individuare di nuovo un'immagine in cui militanti e sostenitori possano identificarsi, come si è fatto per tanto tempo ed è sempre più raro che avvenga.

domenica 28 aprile 2024

"Scrivete Giorgia": la questione del nome tra norme, prassi e simboli

"What's in a name?" La tentazione di citare il soliloquio di Giulietta nella shakespeariana Romeo and Juliet è forte, in un tempo in cui ci si confronta e si discute sui nomi nei simboli, ma anche da inserire sulla scheda. Se una settimana fa esatta al centro delle polemiche c'era il possibile inserimento di un riferimento alla segretaria Elly Schlein nel contrassegno elettorale del Partito democratico, oggi a dare via alle danze c'è una dichiarazione di Giorgia Meloni, che intervenendo alla conferenza programmatica di Fratelli d'Italia a Pescara, dopo aver annunciato la propria candidatura alle elezioni europee come capolista in tutte le circoscrizioni, ha aggiunto, tra l'altro:
Chiedo agli italiani di scrivere il mio nome, ma il mio nome di battesimo. La cosa che personalmente mi rende più fiera di questi giorni è che la maggior parte dei cittadini che si rivolge a me continui a chiamarmi semplicemente "Giorgia": non "Presidente", non "Meloni", ma "Giorgia". E guardate che per me è una cosa estremamente importante, estremamente preziosa. Io sono stata derisa per anni e anni per le mie radici popolari, mi hanno chiamata pesciarola, fruttivendola, borgatara... perché loro sono colti, si vede da questa capacità di argomentare nel profondo, la cultura... Però quello che non hanno mai capito è che io sono stata sempre, sono e sarò sempre fiera di essere una persona del popolo [...]. Se volete dirmi che ancora credete in me, mi piacerebbe che lo faceste scrivendo sulla scheda semplicemente "Giorgia" [...]
A quelle parole, evidentemente, qualcuno dev'essersi domandato se questa soluzione sia praticabile. Sul punto è intervenuto il ministro Francesco Lollobrigida, di cui Adnkronos ha raccolto la seguente dichiarazione:
Meloni ha detto di scrivere sulla scheda solo "Giorgia"? C'è la possibilità nelle elezioni di ogni tipo di dare all'elettore la scelta se mettere il nome per esteso oppure semplificarlo quando è chiarito in fase di presentazione di candidatura come è sostituibile il nome. Accade in tutte le elezioni, quindi ci sarà scritto 'Giorgia Meloni detta Giorgia'. È una possibilità che la norma dà proprio per semplificare il concetto. In questo caso assume anche un valore differente perché Giorgia ha chiarito che la sua forza, credo riconosciuta da tutti, è che lei da militante, da cittadina, da presidente del Consiglio è rimasta una donna legata ai suoi valori, considerandosi una rappresentante del nostro popolo dal quale non intende distinguersi nemmeno con questioni di natura formale.
Stanno effettivamente così le cose? In effetti la legge n. 18/1979, che regola le elezioni europee, non dice come debbano esprimersi le preferenze né, a monte, le candidature: la norma generale di rinvio al testo unico per l'elezione della Camera (d.P.R. n. 361/1957) rende applicabile l'art. 18-bis, comma 2-bis, in base al quale, con riguardo alle liste da presentare, "Per ogni candidato devono essere indicati il nome, il cognome, il luogo e la data di nascita, il codice fiscale [...]", dati che - fatta eccezione per il codice fiscale - saranno stampati sul manifesto delle candidature; le Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature, predisposte dalla Direzione centrale per i servizi elettorali, aggiungono che "Per le candidate coniugate o vedove può essere aggiunto il cognome del marito". Quanto all'espressione del voto, anche qui la legge per le elezioni europee nulla dice: ci si deve appoggiare all'art. 69 del testo unico per l'elezione della Camera, in base al quale "La validità dei voti contenuti nella scheda deve essere ammessa ogni qualvolta possa desumersi la volontà effettiva dell'elettore", salvo che (come si legge all'art. 70) si possa ritenere in modo inoppugnabile che lo stesso elettore abbia voluto far riconoscere il suo voto; lo stesso prevede l'art. 69 del d.P.R. n. 570/1960, che regola tuttora le elezioni amministrative.
Fin qui le previsioni normative. Il resto è il regno della prassi e, a volte, delle sentenze dei giudici amministrativi. Le Istruzioni per le operazioni degli uffici elettorali di sezione, predisposte sempre dal Viminale, tanto nell'ultima edizione per le elezioni europee (2019) quanto in quella più recente per le elezioni comunali (2023), riportano il riferimento di una sentenza del Consiglio di Stato (V sezione, n. 198/2007), in base alla quale:
non si può dubitare che l’elettore ha inteso esprimere la preferenza a favore della candidata Anna Antonia [cognome], tenuto conto che: a) la stessa figura tra i candidati per la lista “Terra mia”: con il seguente nome: “Anna Antonia [cognome] detta: Anna”; b) nessun altro candidato nelle due liste in competizione aveva il nome proprio di “Anna”; c) nel materiale di propaganda diffuso dall’appellante la stessa venne frequentemente indicata come “Anna” senza altri riferimenti anagrafici.
Poco oltre, il Consiglio di Stato precisava che non poteva ravvisarsi l'intenzione dell'elettore di farsi riconoscere, perché "il nome di 'Anna' ha rappresentato una modalità di espressione della preferenza che avrebbe potuto essere usata da chiunque, in quanto rientrante tra le espressioni identificative della candidata comunicate in precedenza agli elettori". Di fatto, dunque, la decisione ammette che chi vota possa esprimere una preferenza "utilizzando espressioni identificative quali diminutivi o soprannomi, comunicate in precedenza agli elettori", evidentemente nei limiti di quanto comunicato in sede di presentazione delle candidature e divulgato attraverso innanzitutto il manifesto ufficiale delle candidature. 
Com'è noto, l'uso del soprannomi, degli pseudonimi o delle versioni alternative dei nomi delle persone candidate in Italia ha una lunga storia. In effetti spesso questo riguardava il nome con cui la singola persona era più nota (il caso più famoso è probabilmente quello di "Pannella Giacinto detto Marco"), senza che questo mutasse il cognome da scrivere sulle schede, ma con il tempo è capitato che si indicassero veri e propri modi alternativi di esprimere il voto, ad esempio quando il cognome era noto con più versioni ("Mario D'Ambrosio detto Dambrosio" o "Maria Dimasi detta De Masi", dalle ultime elezioni amministrative di Roma), quando potevano sorgere dubbi su quale fosse il nome o il cognome tra due o più elementi identificativi ("Manfredi Maria Granese detto Manfredi", "Andreea Arnatu detta Andrea") o ancora quando il cognome risultava particolarmente difficile da scrivere per cui si suggeriva di optare per il nome: sempre alle ultime elezioni comunali a Roma si sono trovati "Zeinab Ahmed Dolal detta Ahmed detta Hamed detta Zeinaba" o "Malena Halilovic detta Malena" (curiosamente non si avvalse invece di questa possibilità Jas Gawronski, nelle sue candidature alle elezioni europee prima con il Pri e poi con Forza Italia).
Il sistema dello pseudononimo, insomma, sembra ormai piuttosto rodato, a dispetto della sua mancata previsione esplicita. Vero è che in vari casi si è probabilmente esagerato: sempre nelle ultime elezioni comunali romane, al di là del ben noto candidato sindaco "Giuseppe Cirillo detto Dr. Seduction", si è trovato un "Franco Deiana detto Sgarbi" (ovviamente nella lista Rinascimento Sgarbi - Cambiamo Roma), uno stratagemma astuto per recuperare i voti di chi avesse scritto il nome del critico d'arte sulla scheda: difficilmente però si raggiungerebbe il livello toccato nel 2011 alle elezioni comunali di Torino, in cui - mentre il centrodestra aveva candidato Michele Coppola e una delle coalizioni in campo aveva contrapposto Domenico Coppola - tra i candidati di una lista figurava "Denis Stefano Martucci detto Coppola",
Tornando all'uso del semplice nome per indicare una preferenza, bisogna riconoscere che varie sentenze se ne occupano. Conferma il contenuto della pronuncia già vista la sentenza n. 1602/2017 del Tar Catanzaro, per cui "L’esigenza di garantire l’attribuzione del voto e la possibilità di esprimere lo stesso comporta ugualmente il rigetto del motivo di impugnazione [...] con riferimento all’indicazione del solo nome, posto che l’orientamento espresso dalla giurisprudenza amministrativa è nel senso di consentire anche l’attribuzione del voto in caso di utilizzo del soprannome, purchè tale utilizzo consenta di identificare il soggetto di riferimento". Invece la sentenza n. 2/2023 del Tar Molise, per esempio, a fronte di una scheda di un'elezione comunale che a fianco del secondo contrassegno riportava il prenome "Marco", ha confermato l'annullamento della scheda stessa perché l'unico candidato con quel nome era candidato nell'altra lista, dunque sarebbe stato impossibile desumere l'univocità del voto (per lista e candidato) "con un sufficiente grado di certezza".
Quest'ultima decisione, in particolare, suggerisce un'accortezza necessaria: per evitare qualunque tipo di contestazione, sarà fondamentale che nessuna delle cinque liste circoscrizionali di Fratelli d'Italia contenga candidate che abbiano come prenome "Giorgia". E, più in generale, elettrici ed elettori di Fdi che vogliano votare la presidente del Consiglio in quel modo dovranno fare attenzione a scrivere il prenome esattamente di fianco al simbolo del partito: qualora anche solo una lista dovesse candidare una persona di nome Giorgia, infatti, qualora la persona in cabina scrivesse il nome in un altro punto della scheda verrebbe meno la certezza dell'univocità del voto.
Al di là delle riflessioni su norme e prassi, si deve dire che in effetti Giorgia Meloni nella sua carriera politica si è presentata in varie occasioni facendo leva sul proprio prenome: al di là del suo libro Io sono Giorgia, non si può dimenticare che una delle liste presentate nel 2016 a sostegno della sua candidatura alla guida del comune di Roma si chiamava Con Giorgia Meloni sindaco, con il nome in enorme e centrale evidenza (fu l'unica altra lista, oltre a quella di Fdi, a ottenere un consigliere). Nel contrassegno odierno il nome è di nuovo quasi centrale; il cognome spicca decisamente di più, ma ci penseranno elettrici ed elettori del partito, secondo la richiesta della presidente del Consiglio e di Fdi, a far pesare il nome, grazie alla prassi (e con attenzione alle procedure).

giovedì 4 agosto 2022

Circoscrizione estero, per il centrodestra torna il simbolo unico del 2018

L'attenzione che si sta dando ai vari contrassegni elettorali che in questi giorni vengono svelati dalle forze politiche interessate a partecipare alle elezioni politiche del 25 settembre non deve fare dimenticare che il voto coinvolgerà anche le cittadine italiane e i cittadini italiani residenti all'estero (i dati provvisori parlano di 4.871.731 persone) per l'elezione di 8 deputati (3 in Europa, 2 in America meridionale, 2 in America centro-settentrionale e 1 in Asia-Africa-Oceania-Antartide) e 4 senatori (uno per ogni ripartizione). Se per quelle elettrici e quegli elettori è prevista una forma di voto diversa da quella "normale" (fin dal 2006 si è praticato il voto per corrispondenza), anche il procedimento elettorale preparatorio ha qualche peculiarità: a questo proposito, il Viminale ha pubblicato un volume di Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature redatto ad hoc per la circoscrizione Estero.
Anche le forze politiche intenzionate a presentare candidature nelle ripartizioni della circoscrizione Estero sono chiamate a depositare i loro contrassegni negli stessi giorni prescritti per gli emblemi destinati a comparire sulle schede elettorali da distribuire in Italia: anche quegli emblemi, dunque, dovranno essere portati al Ministero dell'interno tra le ore 8 del 12 agosto e le ore 16 del 14 agosto, insieme allo statuto o alla dichiarazione di trasparenza e alla designazione dei soggetti incaricati di depositare le candidature nei rispettivi uffici elettorali (non è invece prevista, per la circoscrizione Estero, la possibilità di collegare le liste in coalizione); quanto alle candidature, queste dovranno essere presentate sempre tra il 21 e il 22 agosto, ma tutte presso la cancelleria della Corte d’appello di Roma in cui ha sede l’Ufficio centrale per la circoscrizione Estero.
I singoli emblemi depositati per la presentazione di candidature in Italia, ovviamente, possono essere impiegati anche per la circoscrizione Estero, come spesso succede; è già accaduto però che i contrassegni per l'estero fossero differenziati (nel 2013 all'estero il Pdl sostituì la dicitura "Berlusconi presidente" con "Centrodestra italiano") o riunissero più partiti che in Italia presentano liste separate. Nel 2018 lo aveva fatto proprio il centrodestra, per il quale era stato concepito un contrassegno unitario, che conteneva le "pulci" dei tre partiti principali - Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia - e i nomi dei rispettivi leader, collocati sulle tre fasce di un tricolore orizzontale. Due giorni fa sui profili social di Berlusconi è apparso il contrassegno unitario del centrodestra, identico a quello schierato nel 2018.
 
 
La scelta, sul piano tecnico, non stupisce affatto. Già nelle precedenti elezioni il centrodestra unitario era considerato l'unica opzione possibile per poter essere competitivi in un sistema proporzionale, che però assegna un numero limitato di seggi (nel 2018 alla Camera si assegnavano 5 deputati in Europa, 4 in America meridionale, 2 in America centrosettentrionale e uno alla ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide: con riguardo al Senato, invece, ad Europa e America meridionale spettavano 2 seggi a testa, mentre tanto all'America centrosettentrionale quanto ad Africa-Asia-Oceania-Antartide era stato assegnato un seggio). Ora che il taglio dei parlamentari ha ridotto anche necessariamente il numero di seggi attribuiti alla circoscrizione Estero, la competizione si è fatta ancora più serrata: i seggi in palio in ogni singola ripartizione sono al massimo 3 (Camera - Europa) e in cinque casi su otto (Camera - Africa-Asia-Oceania-Antartide e tutte le quattro ripartizioni per il Senato) ce n'è uno soltanto, dunque correre uniti è l'unica soluzione possibile perché il centrodestra possa sperare di essere minimamente competitivo e di ottenere qualche seggio (sapendo che in America meridionale la concorrenza delle formazioni autoctone, cioè Maie e Usei, è di solito molto agguerrita).
Colpisce di più, casomai, il fatto che il contrassegno sia stato mantenuto uguale, senza alcuna modifica: stessa posizione e stesse dimensioni di quattro anni fa per i nomi dei leader e per le miniature dei simboli dei partiti. Ovviamente alcune soluzioni grafiche erano quasi obbligate, essendo i cognomi di Salvini e Meloni più brevi di quello di Berlusconi (che dunque doveva necessariamente essere posto al centro, sul diametro, con gli altri due uno sopra e uno sotto); il riferimento al fondatore di Forza Italia, peraltro, è tuttora leggermente più grande degli altri, un po' per occupare tutto lo spazio possibile nella fascia centrale, un po' perché tradizionalmente la parte grafica comune per le elezioni è gestita dall'area forzista. Le modifiche dei rapporti di forza alle elezioni 2018 e i sondaggi successivi, dunque, non hanno fatto mutare in alcun modo il contrassegno. Il fatto che le "pulci" dei tre partiti siano rimaste identiche rispetto a quelle schierate nel 2018 può pure far pensare - come si era già sostenuto, del resto - che anche i contrassegni di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia non cambieranno rispetto alle ultime elezioni: si tratta di uno scenario probabile, ma che potrebbe anche essere smentito nei prossimi giorni, magari con l'inserimento di piccole modifiche che si potrebbero apprezzare nei simboli di 3 centimetri di diametro, ma certo non in una "pulce" di 4 millimetri di diametro.

lunedì 21 ottobre 2019

Squadra Italia, simbolo per il centrodestra? (Con una capatina sanremese)

Il simbolo pubblicato dal Tempo,
messo in un cerchio
A chi oggi guardasse la prima pagina del Tempo non potrebbe sfuggire, in "taglio", un titolo in grado di attirare l'attenzione di ogni drogato di politica che si rispetti: Ecco il simbolo del centrodestra; accanto, su fondo azzurro, la riproduzione di un emblema, anzi, di "uno scudetto con la scritta 'Squadra Italia' in bianco su fondo azzurro. Nella parte sottostante, un tricolore, in cui ad ognuna delle bande corrisponde uno dei partiti principali della coalizione". Per leggere l'articolo, firmato da Pietro De Leo, basta andare a pagina 3: lo stesso emblema campeggia al centro, sotto a uno scatto della manifestazione Orgoglio italiano di sabato pomeriggio, con Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini vicini e sorridenti sul palco di Piazza San Giovanni a Roma.
Spiega De Leo che avrebbe creato il simbolo, "guardando a quel che sarà, ma ancora non è", nientemeno che Michaela Biancofiore, bolzanina, iscritta a Forza Italia dal 1994 e deputata berlusconiana ininterrottamente dal 2006. Proprio colei che, con riguardo alla manifestazione di sabato, aveva rincarato la dose dopo la dichiarazione piccata di Giorgia Meloni sui simboli che sarebbero stati presenti a Orgoglio italiano ("Ci saremo, con le bandiere tricolori, come avevamo promesso e come tutti avevamo annunciato. Mi dispiace però dover scoprire, a 24 ore dal suo svolgimento, che quella che doveva essere una manifestazione di tutti avrà in realtà i simboli della Lega, addirittura sul palco"). "Ha ragione da vendere, quando si prende un impegno di unità e dignità con gli alleati, lo si deve mantenere - aveva detto Biancofiore - . Abbiamo tutti aderito con gioia alla manifestazione perché indetta dai tre leader che il popolo italiano vuole vedere unito, ma con egoistiche fughe in avanti si spegne l’entusiasmo e la speranza di un possibile ribaltamento di fronte di una squadra che gioca la stessa partita. Non ha certo montato Salvini il palco di piazza San Giovanni e magari a qualcuno dei suoi è scappata la mano, ma ora mostri serietà e non presti il fianco al Renzi di turno che gli rinfaccerà la mancanza di parola. Ci sono già i gazebo dei partiti altra cosa è una massa che sventola un’unica bandiera. Matteo faccia dunque una dichiarazione d’amore all’Italia intera che questo pomeriggio sarà in piazza, copra il simbolo della Lega con un bouquet di tricolori, il vessillo di libertà di tutti i partiti che si riconoscono nei valori comuni agli italiani". Simbolo leghista che, ovviamente, è rimasto visibile.
Già, ma il logo "Squadra Italia"? Biancofiore, che in effetti ieri ha pubblicato ieri sui suoi profili social quell'emblema (anche se la versione pubblicata dal Tempo ha ridotto lo spazio per la parola "Squadra", inserendo tra il nome e il tricolore coi simboli una banda con la dicitura "Salvini premier"), ha spiegato a De Leo di aver ideato il brand un paio di anni fa, di averne commissionato la realizzazione a un grafico e averlo depositato come marchio, per poi utilizzarlo su una felpa indossata durante le campagne elettorali in Alto Adige. L'emblema è stato pubblicato dopo gli "insieme si vince" di Salvini, ma soprattutto dopo che Berlusconi ha detto dal palco di Piazza San Giovanni "Siamo la Nazionale Azzurra della Libertà": proprio questa frase accompagna l'immagine sui profili di Biancofiore.
In effetti, spulciando la banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, si trova la versione originale dello scudetto, semplice, senza ombreggiatura nel testo e senza "pulci" dei partiti nella parte occupata dal tricolore. La domanda di marchio, depositata il 12 aprile 2016 e accolta con la registrazione il 3 luglio 2017, è valida per ben nove classi di beni e servizi, i più diversi tra loro: copre infatti le classi 9 (apparecchi e strumenti, fotografici cinematografici, ottici, Dvd, apparecchi per la registrazione,la trasmissione del suono e delle immagini), 16 (materiali di cartoleria, tipografia e per artisti, fotografie, macchine da scrivere e articoli per ufficio, materiale per l'istruzione o l'insegnamento), 18 (cuoio e sue imitazioni, pelli di animali; bauli e valigie, ombrelli e ombrelloni, bastoni da passeggio, persino "fruste e articoli di selleria"), 22 (corde, spaghi, reti, tende, teloni, vele, sacchi, materiale d'imbottitura, materie tessili fibrose), 24 (Tessuti e loro succedanei; coperte da letto e copri tavoli), 25 (articoli di abbigliamento, scarpe, cappelleria), 28 (giochi, giocattoli; articoli per la ginnastica e lo sport; decorazioni per alberi di Natale), 35 (pubblicità, gestione di affari commerciali, amministrazione commerciale, lavori di ufficio) e 41 (educazione, formazione, divertimento, attività sportive e culturali). Titolare del marchio, in effetti, non è Biancofiore, ma Marco Scorza, creative editor, libero professionista della moda (il che contribuisce a spiegare alcune delle classi di marchio indicate per la registrazione), titolare del sito www.fashionadvices.com: intervistato da Notizienazionali.it quattro anni e mezzo fa, è emersa la sua vicinanza a Biancofiore ("Michaela è una donna che fa politica e ha dei valori altissimi, in tv passa un messaggio di lei che non la rappresenta").
Nella versione del logo pubblicata tra ieri e oggi, colpisce innanzitutto l'uso dei tre simboli tutti contenenti il nome del leader di partito; addirittura per Forza Italia si è impiegato il contrassegno inaugurato alle europee, con la bandierina schiacciata e lo slogan "per cambiare l'Europa" (certamente il più brutto visto fin qui), ma evidentemente Berlusconi deve averlo approvato, se - come si intende dall'articolo - ha in qualche modo dato la sua "benedizione". Poi ovviamente c'è lo scudo, che si fa scudetto (e richiama il tifo calcistico che aveva già ispirato la nascita di Forza Italia), ma prima ancora era - come ora - presente sulle divise militari (e, se la tradizione fa risalire l'adozione calcistica a Gabriele D'Annunzio, che l'avrebbe mutuata proprio dai militari, non pare un caso che la forma adottata per lo scudo ricordi assai più quella che si vede sulle divise rispetto a quella impiegata nello sport); De Leo giustamente ricorda anche il valore dello scudo nella storia politica italiana, come segno distintivo della Democrazia cristiana (nella versione crociata) e - si aggiunge - prima ancora dei comuni italiani. Il tricolore, infine, sarebbe l'elemento di continuità visiva del centrodestra italiano, almeno a partire dalla Casa delle libertà del 2001 (c'era anche negli emblemi del Polo delle libertà e del Buongoverno nel 1994, ma lo apportava Forza Italia) e l'ingrediente principale, insieme all'azzurro (lo stesso del Pdl e che dall'inizio si è legato a Forza Italia, benché nei primi simboli non fosse presente; la font, per giunta, è l'Helvetica di sempre), della nuova possibile avventura di Squadra Italia. 

Bonus track, per drogati cronici

Ora, potrebbe essere davvero impiegato quel nome, come potrebbe non esserlo, ma se il drogato di politica  è anche un conoscitore metodico della storia del Festival di Sanremo, non può non avere un riferimento nitido: Squadra Italia, infatti, era il nome di un "supergruppo" costruito dall'impresario Dino Vitola apposta per il palco dell'Ariston nel 1994 - lo stesso anno della vittoria berlusconiana - proprio in vista dei Mondiali di quell'anno (non era stato solo il Cav a pensare a sfruttare quell'occasione...). Nell'edizione vinta da Aleandro Baldi con Passerà (e, per le Nuove Proposte, da Andrea Bocelli con Il mare calmo della sera), si esibirono in undici tutti insieme, come una squadra di calcio: furono della partita - in ordine alfabetico - Lando Fiorini, Jimmy Fontana, Rosanna Fratello, Wilma Goich, Mario Merola, Gianni Nazzaro, Nilla Pizzi, Toni Santagata, Manuela Villa e perfino (come "quota stranieri") Wess
La loro ammissione al festival fu resa nota il 22 dicembre 1993, quando il progetto di Forza Italia era allo studio ma ufficialmente non se ne sapeva nulla, visto che l'atto costitutivo sarebbe stato rogato il 18 gennaio 1994: "Squadra Italia è nata molto prima di Forza Italia" hanno tenuto a precisare nei giorni della kermesse tanto Nilla Pizzi quanto Mario Merola, presenti come gli altri in giuria a Castrocaro l'estate precedente e riuniti da Una vecchia canzone italiana, brano scritto a otto mani, di Giampiero Artegiani e Marcello Marrocchi (quelli di Perdere l'amore, vittoriosa sei anni prima grazie a Massimo Ranieri), nonché - per il solo testo - di Fernanda Tartaglia e soprattutto di Stefano Jurgens (autore televisivo di successo per Corrado e tanti altri, ma anche di canzoni, a partire da Carletto), al quale erano stati chiesti versi "come We are the world" (così scrisse allora sulla Repubblica Maria Pia Fusco). 
Il successo non fu proprio lo stesso, visto che il brano arrivò penultimo; i drogati di politica e musica, tuttavia, non potranno non apprezzare che il supergruppo rieseguì la canzone anche nella serata finale, il 26 febbraio, quando nello stesso giorno di gennaio Berlusconi era "disceso in campo" con il suo discorso "L'Italia è il paese che amo". Che poi era il paese descritto come "Terra distesa nel mare / che in ogni canzone ci parli d'amore / terra di grano e di fiori / di sole, di vino, di spine e di allori / terra che resti nel cuore / di chi per un sogno ti deve lasciare" all'inizio del brano. Il testo scorreva con le immagini paesane della piazza, della banda, di una terra "di santi e poeti / de troppi mafiosi e pochissimi preti" ma anche "di mille stranieri / che trovano amore e non partono più" (chissà che ne penserebbero Salvini e Meloni...), fino al ritornello che esplodeva, inseguendo ovunque l'ascoltatore: "Sentirai  una radio che suona lontana / canterà una vecchia canzone italiana / rivedrai un balcone affacciato sul mare / una canzone non chiede di più / ti porta dove vuoi tu". E chissà se la nuova Squadra Italia si troverebbe d'accordo, più che sulla destinazione, sulla canzone da cui farsi portare: Nessun dorma, un brano di De André, un pezzo strappalacrime di Apicella o chissà cos'altro. Tanto il repertorio è ampio: "Passano gli anni e la vita però / una canzone noooooooo".   

venerdì 15 marzo 2019

Fratelli d'Italia, sovranisti e conservatori verso le europee

La marcia di avvicinamento alle elezioni europee 2019 è ufficialmente iniziata. Non solo e non tanto perché al deposito dei simboli al Viminale mancano tre settimane, ma perché si è vista la prima grafica pensata ad hoc per questa consultazione elettorale. Si tratta di quella di Fratelli d'Italia, resa nota proprio oggi a Firenze, nell'ambito dell'assemblea nazionale del partito: il crisma dell'ufficialità è stato dato dalla presentazione del contrassegno fatta direttamente dalla leader Giorgia Meloni nonché da Giovanni Donzelli, responsabile dell'organizzazione di Fdi (oltre che deputato in questa legislatura dopo un impegno da consigliere regionale in Toscana, lui che è fiorentino d'origine anche se sta a Prato).
Si tratta, com'è facile notare, di una variante del contrassegno utilizzato alle elezioni politiche del 2018, con il simbolo ufficiale del partito inserito nella parte bassa di un cerchio, dominato nella parte alta (su semicerchio blu) dal nome di Giorgia Meloni. Proprio nel precedente appuntamento delle elezioni europee - 2014 - il partito aveva iniziato a puntare molto sull'immagine della leader, inserendo (solo) il suo cognome sempre nella parte superiore dell'emblema; in quell'occasione, tuttavia, quell'inserimento era parso molto forzato, perché "Meloni" era letteralmente incastrato tra il nome del partito e il confine del simbolo. Già nel 2018 l'inserimento del nome intero era stato curato meglio, con maggior attenzione agli spazi e a far "respirare" il contrassegno; la struttura "a cannocchiale" è rimasta simile (e a qualcuno non era piaciuta né allora né ora), ma indubbiamente ora c'è maggior attenzione grafica. Certo, se nel 2014 l'inserimento del simbolo di Alleanza nazionale - concesso dalla Fondazione An - era stato deciso per marcare l'origine del partito e impedire ad altri soggetti politici di utilizzare lo stesso fregio, questa volta l'impressione (almeno in parte) è che sia il partito a cedere passo e rilevanza alla sua leader, nella speranza che questa forte identificazione porti un numero di voti sufficienti (nel 2009 fu sfiorata la soglia del 4%, ma per un soffio non si riuscì ad eleggere alcun rappresentante al Parlamento europeo).
Rispetto al simbolo del 2018, questa volta sono state aggiunte le diciture "sovranisti" e "conservatori": la prima parola punta a dare rappresentanza e ospitalità a coloro che nel corso degli anni hanno manifestato quelle posizioni, che fino a questo momento non sono state esplicitate da altri partiti (nemmeno - per ora - dalla Lega, in questo momento collocata su un fronte diverso a livello nazionale dopo un lungo percorso in sintonia con Fdi); la seconda dà conto della collocazione a livello europeo di Fratelli d'Italia - che ha aderito all'Alleanza dei conservatori e dei riformisti europei (Acre), lo stesso partito europeo cui aderisce Direzione Italia (ex Conservatori e riformisti) di Raffaele Fitto, ormai federati con Fratelli d'Italia. Sarà sufficiente quest'immagine, assieme a quella "in carne e ossa" di Giorgia Meloni, a convincere almeno il 4% di coloro che si recheranno a votare il 26 maggio? 

mercoledì 1 agosto 2018

Fratelli d'Italia: tenere la fiamma o rappresentare la Nazione?

Non è passato ancora un anno dall'adozione del simbolo attuale di Fratelli d'Italia, che all'inizio di dicembre 2017 aveva deciso di tenere una parte delle proprie radici, ossia la fiamma tricolore (ma senza più la base con la sigla del Movimento sociale italiano), rinunciando però al passaggio intermedio di Alleanza nazionale, divenuto ormai piuttosto scomodo da legare al partito. Per qualcuno era un evento atteso da tempo, per altri si trattava di un primo passo ma occorreva fare di più: la strada imboccata verso un orizzonte sovranista e comunque "nuovo" avrebbe dovuto portare a togliere la fiamma dal simbolo, lasciandola al passato e al più nel cuore, ma senza continuare a proporla nella vita politica e agli elettori.
L'idea di eliminare ciò che resta del simbolo del Msi dall'emblema di Fdi è stata avanzata più volte nel corso del tempo, trovando consensi ma anche ferme resistenze da parte di chi non voleva rischiare di cancellare del tutto la propria storia. L'ultimo, in ordine di tempo, a mettere sul tavolo la questione merita più attenzione di altri, se non altro perché si chiama Francesco Storace. Lui non ha mai fatto parte di Fratelli d'Italia, anzi: nel 2013, quando l'assemblea della Fondazione Alleanza nazionale consentì per la prima volta l'uso del simbolo di An a Fdi, a rimetterci fu proprio il progetto di Storace e altri (come Adriana Poli Bortone), che avrebbero voluto riutilizzare il fregio di An per restituire un partito di destra ben riconoscibile agli italiani. Storace, insomma, si è battuto per utilizzare la fiamma (e anche la fiaccola, al punto da ingaggiare in passato uno scambio di battute al vetriolo con Giorgia Meloni, quando questa gli intimò di modificare il primo simbolo della Destra, troppo simile a quello di Azione giovani), non certo per consegnarla al passato: ora non ha cambiato idea, ma sembra aver fatto una riflessione in base al cambiamento dei tempi.
Intervistato da Mauro Bazzucchi dell'Agi, Storace - che ora, dopo aver lasciato il Movimento nazionale per la sovranità, non è più legato ad alcun partito, "uomo libero più che cane sciolto" - ha riflettuto sulla situazione politica, rilevando "una grande aspettativa di sovranità" che si augura venga soddisfatta dal governo in carica, cui dice di guardare "con simpatia e speranza"; l'occasione, però, è stata buona anche per parlare del ruolo di Fratelli d'Italia, a suo dire troppo defilata e poco ambiziosa ("Avrei preferito un impegno diretto nel governo, il fronte sovranista sarebbe stato ancora più forte").
Alla domanda su come il partito guidato da Giorgia Meloni potrebbe dimostrare in concreto più ambizione, Storace ha risposto così:
Ad esempio puntando a rappresentare il vero partito della Nazione italiana. L'Italia prima di tutto è una politica e non semplicemente uno slogan da applausi. La Lega è votata da tante persone di destra, se vogliamo "fascisti", che non si pongono più il problema della presenza della fiamma nel simbolo. Ragionino se presentarsi ancora con questa veste non impedisca a tanti italiani di impegnarsi in un progetto autenticamente nazionale. La fiamma è nostra storia e guai a rinnegare le radici. Ma le radici non sono solo un simbolo elettorale.
L'analisi, in poche parole ben tagliate, ha colto il nocciolo della questione. Se una parte consistente dell'elettorato di destra (escluso, ovviamente, quello che si riconosce in Forza Italia) ha scelto di votare per la Lega nonostante ci fosse Fratelli d'Italia e benché questo partito nel simbolo avesse il riferimento alla fiamma, ciò significa per Storace che quegli elettori hanno riconosciuto i valori e l'attitudine alle battaglie in cui si riconoscono - riassunte nell'impegno "per la Nazione" - e hanno scelto chi li incarnava, non chi portava i simboli tradizionali della destra. Per l'ex ministro, insomma, occorre valutare un'evoluzione, che non significa affatto negare il passato o dimenticarlo, ma non obbliga nemmeno a esporlo: la frase "le radici non sono solo un simbolo elettorale", dunque, si può leggere anche come "non sono per forza un simbolo elettorale".
E' pur vero che, come si è ricordato, nessun partito in cui Storace abbia militato ha rinunciato a qualche tipo di fiamma: ce l'avevano ovviamente il Msi e An, ce l'aveva - come fiaccola - la Destra, ce l'aveva - sia pure stilizzata con due pennellate - il Movimento nazionale per la sovranità. Leggere che proprio lui invita anche solo a valutare l'ipotesi di mettere da parte quell'idea grafica non può non colpire: anche per questo, lo spunto di riflessione offerto merita un po' di attenzione in più da parte di militanti e dirigenti. 

venerdì 12 gennaio 2018

Fratelli d'Italia, torna il nome di Meloni (e purtroppo anche la matrioska)

Qualche giorno fa, in occasione del vertice del centrodestra ad Arcore, lo stesso giorno della diffusione online del simbolo di Forza Italia per le prossime elezioni politiche, era stato anticipato dal Tg1: se Silvio Berlusconi e Matteo Salvini avevano messo il loro nome nell'emblema delle loro liste, Giorgia Meloni avrebbe fatto lo steso con Fratelli d'Italia. Era solo questione di aspettare un po', a costo di scoprirlo il giorno della presentazione del contrassegno al Ministero dell'interno, proprio come accadde prima delle elezioni europee del 2014.
In rete, però, in questi giorni ha iniziato a circolare la possibile nuova versione del simbolo: così almeno dovrebbe essere, essendo stato inserito in grafiche da manifesto. Il nome della leader effettivamente c'è ed è tutto intero, nome e cognome, anche se il secondo ovviamente è molto più evidente e difficilmente illeggibile, nell'ormai solita font Nexa (Black per il cognome, Light per il nome). Come colore è stato scelto il giallo, probabilmente per rendere meglio come contrasto cromatico: si trattava infatti dell'unica tinta primaria che non figurava nell'emblema di Fratelli d'Italia e la scelta dev'essere stata piuttosto naturale. Del resto, la stessa opzione cromatica era stata perseguita sempre nel 2014, anche se stavolta il nome sembra molto meno "incastrato".
Se i militanti possono aver accolto di buon grado il ritorno del nome di Meloni sul simbolo (ed eventuali persone di diversa idea probabilmente avranno fatto pace in fretta con l'innovazione, augurandosi solo che non ci siano le scintille per la leadership di coalizione com'era accaduto nel 2006), è invece probabile che siano stati colti da disappunto nello scoprire che il simbolo di Fdi è stato inserito in un altro cerchio esattamente con la stessa struttura grafica (parte superiore dominante blu scura, segmento inferiore bianco) e che in alto ospita il nome della leader. Pur non essendoci più il simbolo di Alleanza nazionale, l'emblema circolato in questi giorni fa di nuovo l'effetto matrioska o, se si preferisce, a cannocchiale. Il cerchio grande contiene il cerchio medio di Fdi, che a sua volta contiene quello piccolo, non delimitato della fiammella tricolore. 
Tanto erano sollevati iscritti e simpatizzanti di Fratelli d'Italia per essersi liberati di quella struttura non facile da gestire (e che aveva prodotto risultati visivi non proprio ottimali), tanto ora - se il simbolo circolato in questi giorni dovesse essere confermato - dovranno riabituarsi a convivere con tre cerchi uno dentro l'altro. E meno male che, in fondo, uno stavolta non si vede e l'effetto complessivo non sembra nemmeno troppo sgraziato. Se la matrioska fosse rimasta consegnata al passato, però, non avrebbe pianto nessuno.

lunedì 8 gennaio 2018

Dal vertice di Arcore esce un simbolo (per l'estero) da mal di stomaco

"E poi abbiamo casse di Maalox / per pettinarci lo stomaco". Cosa c'entra uno dei versi più rappresentativi della produzione di Luciano Ligabue con il percorso verso le elezioni del 4 marzo 2018? C'entra eccome perché, se giusto pochi giorni fa si è evitato un discreto mal di stomaco nel momento in cui è saltato l'affollatissimo e sgraziatissimo simbolo che doveva ospitare Noi con l'Italia, Udc e Rinascimento di Vittorio Sgarbi (dopo che quest'ultimo aveva sbattuto la porta e iniziato il percorso che lo avrebbe portato a raccogliere le firme da solo), questa mattina La Stampa ha pubblicato, accanto all'emblema scelto da Forza Italia per le elezioni, anche un altro simbolo davvero deludente, che - a detta delle indiscrezioni - dovrebbe essere utilizzato da Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia riunite insieme per i collegi della circoscrizione estero.
Da L'Huffington Post
L'acidità di stomaco, va detto, aveva iniziato a salire già ieri sera, quando qualcuno - a partire dall'Huffington Post, con un articolo di Claudio Paudice - si era reso conto che l'europarlamentare di Forza Italia Licia Ronzulli aveva postato sul suo profilo Instagram un'istantanea del tavolo del vertice politico-culinario ad Arcore tra Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni: lì, tra dolci pugliesi, calici e fogli di appunti di programma debitamente oscurati, occhieggiava anche uno schizzo di un emblema, con tanto di indicazioni cromatiche, che conteneva i nomi dei tre leader uno sopra l'altro (ovviamente con Berlusconi più evidente al centro). A chi, in seguito, ha chiesto informazioni allo staff di Forza Italia per sapere cosa fosse mai quel disegno - avendo poco senso immaginare un simbolo unitario disegnato per l'Italia o anche solo un logo unitario per la campagna elettorale, ben poco utile sul piano comunicativo - è stato detto che, appunto, quello sarebbe stato il simbolo allo studio per i collegi uninominali della circoscrizione Estero.
L'emblema pubblicato oggi dalla Stampa e ripreso da altre testate online, tra cui Libero, è concettualmente identico a quello anticipato - forse fintamente a caso o per errore - da Ronzulli, con gli stessi, identici colori usati per il fregio di Forza Italia. Il nome di Berlusconi, su fondo bianco, sembra copia-incollato dal simbolo in uso fino a qualche giorno fa; quelli di Salvini e Meloni sono proposti nello stesso carattere, piazzati su fondo colorato (il verde per Salvini, quasi a ricordare il colore del Sole delle Alpi sparito dal suo simbolo; un insolito rosso per Giorgia Meloni, che al massimo ricorda il colore dominante della sua lista personale alle elezioni comunali a Roma) e, soprattutto, finiscono per essere meno evidenti di quello del leader di Forza Italia perché sono costretti all'interno dei rispettivi segmenti circolari. Quanto alla scritta "Per l'Italia", sembra ammiccare più all'impegno per la patria lontana (richiamata anche con il tricolore) più che alla "quarta gamba" (visto che il nome è Noi con l'Italia), che invece resterebbe del tutto fuori da questo cartello.
Si potrebbero fare riflessioni sul piano politico, ad esempio sul fatto che in Italia Berlusconi speri almeno di raccogliere l'1% dalla quarta lista della sua coalizione, mentre nei collegi uninominali dell'estero non ne tiene affatto conto (come se sapesse che non gli porterebbe voti), oppure sulla personalizzazione spinta che quel logo imprimerebbe alla campagna elettorale all'estero (nel 2013 il contrassegno del Pdl pensato per l'estero sostituiva la dicitura "Berlusconi presidente" con "Centrodestra italiano"). Il fatto è che la riflessione principale e più urgente riguarda il piano grafico: non è dato sapere se il simbolo pubblicato provenga davvero dall'entourage forzista o se sia stato realizzato apposta per visualizzare quello schizzo, utilizzando le tinte e la font tipica di Forza Italia (perché così è): quello che è circolato, in ogni caso, è di rara bruttezza e del tutto privo di personalità, di qualunque tipo di appeal.
A chi ha buona memoria, tra l'altro, il simbolo apparso oggi sulla Stampa potrebbe ricordare - stessa divisione cromatica, stessa font Helvetica Black Condensed - quello del Polo Liberal Democratico, fondato da Adriano Teso e Carlo Usiglio, fuoriusciti dal Patto Segni e approdati subito nel Polo delle libertà: fece una fugace apparizione sulle schede nel 1994, poi confluì in Forza Italia. Volendo, un'idea simile (ma con altri caratteri e i colori invertiti nella corona circolare) l'aveva già impiegata anche Daniela Garnero, nota Santantchè (da poco uscita da Forza Italia per approdare nel partito di Meloni, quindi sempre nell'orbita del patto a tre) con il suo Movimento per l'Italia. Stessi colori nazionali, stesso concetto del tricolore a fasce nel cerchio, stesso elettorato target di centrodestra con la tendenza a pigliare tutto ov'è possibile; ma si è davvero convinti che per ottenere il consenso degli italiani all'estero basti evocare la patria con i colori e - per giunta - con una grafica davvero dozzinale? Meglio, a questo punto, fare scorte di Maalox, anzi, casse di Maalox...

domenica 3 dicembre 2017

Fratelli d'Italia, il nuovo simbolo con quattro anni di ritardo

Quale tempo migliore dei congressi per adottare nuovi simboli o, magari, dare una sistemata a quelli che ci sono già? In casa di Fratelli d'Italia lo sanno molto bene: alla vigilia del primo congresso, tenutosi a marzo del 2014, venne ufficializzata la scelta di integrare il contrassegno con cui avevano partecipato alle elezioni politiche dell'anno precedente con l'emblema di Alleanza nazionale, concesso dalla Fondazione An in uso all'evoluzione di Fdi, in base ai risultati delle "primarie" svolte tra i simpatizzanti; ora, tra gli atti conclusivi della seconda assise nazionale - svoltasi in questo fine settimana a Trieste - c'è stata la presentazione del nuovo fregio politico (e probabilmente elettorale, nel senso che sulle schede dovrebbe restare tale), che cerca di contemperare lo sguardo al passato (per ricordare e dimenticare) e quello al futuro. Per Giorgia Meloni, confermata presidente del partito, quello appena adottato "è un simbolo che va avanti: mantiene la fiamma ma non fa più riferimento al partito che è venuto prima di noi. La nostra storia resta ma si va avanti".
Analizzando nel dettaglio il nuovo emblema, emerge subito che esso mantiene il nome originale (già da anni privato dell'espressione "Centrodestra nazionale" presente nei primi mesi, retaggio dei Circoli promossi da Massimo Corsaro nel 2012), ma lo semplifica e, in un certo senso, lo depura: sparisce, infatti, ogni riferimento nominale ad Alleanza nazionale. Le ragioni di quel passaggio sono varie, la prima delle quali è generazionale: all'interno di Fdi sono molti, ormai, i giovani che hanno aderito al partito senza essere mai stati iscritti ad An o simpatizzato per essa, perché si sono avvicinati alla politica dopo il 2009 (anno in cui lo scioglimento fu deliberato) o, semplicemente, prima avevano militato altrove.  Inutile sottacere, peraltro, che sulla scelta hanno pesato considerazioni di opportunità politica: il nome di Alleanza nazionale rischiava di essere piuttosto ingombrante, d'inciampo per la strada di Meloni e del suo partito, specialmente dopo gli ultimi sviluppi delle vicende patrimoniali e giudiziarie che hanno riguardato il leader indiscusso di An, Gianfranco Fini, quanto al noto affaire della "casa di Montecarlo". Ricordare troppo il vecchio partito di Fini, da cui peraltro Meloni e vari altri dirigenti di Fdi provengono, certamente sarebbe stato imbarazzante, forse quanto lo sarebbe stato negare ogni legame con il passato, almeno come evoluzione.
Anche per questo, è rimasto un richiamo solo visivo ad An, mantenendo la struttura del simbolo precedente, che ricalcava a sua volta quella concepita tra il 1993 e il 1994 da Massimo Arlechino per Alleanza nazionale. Il blu del segmento circolare superiore è più scuro rispetto a quello delle origini, forse per far risaltare meglio il testo, così come è rimasto il riferimento alle radici del Movimento sociale italiano con l'inconfondibile fiamma tricolore, ma un po' diversa rispetto a prima. Nell'emblema, infatti, non figura la base trapezoidale della fiamma con la sigla Msi (che la tradizione identificava con la bara di Mussolini), soltanto richiamata da un piccolo segmento di base: aver inserito la sola fiamma - tra l'altro decisamente ingrandita - vorrebbe ottenere l'effetto di richiamare un simbolo tradizionale della destra italiana (in cui certamente si identificano i vecchi militanti di Msi e An, ma che non è sconosciuto ai più giovani, che magari hanno visto la fiamma del Front National di Marine Le Pen, forse senza sapere che era stata "importata" proprio dall'Italia), senza però evocare anche l'eredità del vecchio partito, troppo polverosa e superata. Anche quest'uso, peraltro, è rispettoso del deliberato dell'assemblea dei soci della Fondazione An del 2015, in cui si concedeva "l'utilizzo del simbolo", senza obbligare all'uso totale o completo dello stesso (questo, ovviamente, fatte salve eventuali obiezioni che la fondazione dovesse sollevare in seguito).
La nuova grafica, che sarebbe stata curata da un'agenzia di comunicazione, appare più gradevole rispetto al passato. Sparisce certamente l'effetto "cannocchiale" o "matrioska" precedente, che era dovuto alla presenza di tre cerchi uno interno all'altro (e, per evitare comunque rischi del genere, il cerchio bianco in cui è inserita la fiamma non è stato bordato di nero ed è leggibile solo come "vuoto"); della grafica precedente è conservato anche l'elemento tricolore inizialmente costituito dalle tre corde annodate, ma ora è stato stilizzato in una fascetta coperta dal cerchio bianco (paradossalmente una soluzione analoga, anche allora senza basamento per la fiammella, provò a utilizzarla la Fiamma tricolore nel 2009, in un emblema che fu bocciato dal Ministero dell'interno). Meno felice, a dire il vero, sembra l'uso della font Nexa Black - la stessa di Scelta civica ed Energie per l'Italia - per il nome del partito, che rispetto al passato mette in evidenza il riferimento all'Italia, quasi a voler accentuare l'aspetto "sovranistico" del programma: il carattere utilizzato sembra poco armonico rispetto al resto della struttura del contrassegno.  
Nel complesso, in ogni caso, il risultato grafico ottenuto è soddisfacente. Il fatto è che l'emblema adottato oggi arriva, in un certo senso - almeno per l'idea grafica fondamentale - con quasi quattro anni di ritardo. Tra le tante proposte grafiche che nel 2013 erano state inviate a Fratelli d'Italia perché fossero valutate per l'adozione, ce n'era una che aveva preso come base il simbolo di Alleanza nazionale e si era limitata a sostituire il nome di An con quello di Fdi. L'autore della prova era il giovane militante Enea Paladino e la sua idea aveva riscosso un certo successo, per cui molti si erano profondamente stupiti - e qualcuno aveva protestato con una certa veemenza - per non aver trovato il suo logo tra gli otto che furono sottoposti a iscritti e simpatizzanti.
Ora che, quasi quattro anni dopo, la sua idea è stata ripresa (senza base della fiamma e con la striscia tricolore, ma si tratta oggettivamente di particolari trascurabili), Paladino - che nel frattempo è diventato consigliere della provincia di Perugia per Fdi - non nasconde la sua soddisfazione: "Direi che sono felice, il nuovo simbolo è molto simile a quello che produssi io - dichiara a questo sito - già all'epoca quel logo era voluto da tutta la base, ora anche dai vertici del partito... La 'matrioska' non era ben vista dai militanti e non capita dal nostro elettorato. Per me Fratelli d'Italia con la fiamma è una sintesi efficace tra tradizione ideologica e futuro politico". Sulla tradizione non ci sono dubbi, il futuro - saldamente nel centrodestra - si costruirà da domani.

venerdì 11 agosto 2017

An pronta a sparire da Fratelli d'Italia?

Se ne parla da tempo, tra auspici, "si dice", timori e appelli, ma forse il momento di una nuova evoluzione politica per Fratelli d'Italia si sta avvicinando davvero. Il percorso verso una destra nuova, sufficientemente svincolata dal passato, sarebbe messo in luce dalla decisione di togliere la "pulce" di Alleanza nazionale (con tanto di riferimento alla fiamma del Msi), che dovrebbe - o, almeno, potrebbe - avvenire nei prossimi mesi. Lo ha scritto giusto oggi Alberto Custodero in un suo articolo sulla Repubblica, sostenendo che al posto del riferimento al partito che costituì l'evoluzione del Msi sarebbe stato inserito il nome di Giorgia Meloni:
Via Alleanza Nazionale (con annessa 'fiamma'), dal simbolo di Fratelli d'Italia. Al suo posto, il logo "Giorgia Meloni". La decisione è stata presa in queste ore dai fondatori del partito, Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e Guido Crosetto, e sarà ufficializzata in occasione del Congresso nazionale di novembre. Non è la prima volta che si parla di questo 'ritocco' del simbolo, in casa Fdi. Ma con le elezioni politiche in vista, è stata impressa una accelerazione. 
Quella anticipata da Custodero non sarebbe certo una mera scelta di maquillage grafico (anche se sarebbe tutt'altro che inopportuna, visto che con i tre cerchi uno dentro l'altro sembrava un cannocchiale o - definizione di Alessandro Gilioli - una matrioska; il nome di Meloni, poi, starebbe molto meglio in basso, piuttosto che incastrato in alto com'era alle europee del 2014), bensì "una vera operazione politica di vasta portata" con tre obiettivi strategici. 
Il primo sarebbe attirare all'interno del partito soggetti di area centrista, non più intimoriti dalla presenza di un elemento grafico chiaramente di destra come è l'emblema di An: "non è certo un mistero - scrive Custodero - che da mesi Guido Crosetto sia regista di una diplomazia sotterranea che prevede un pressing su Raffaele Fitto e Giulio Tremonti per convincerli a un eventuale ingresso nel partito di Giorgia Meloni, una volta fatto sparire il simbolo, per loro incompatibile, di An". Ed è curioso e significativo che tutto questo sia attribuito a Crosetto che, pur essendo stato uno dei fondatori di Fratelli d'Italia e pur avendo avuto familiarità politica con Fitto e Tremonti negli anni dell'ultimo governo Berlusconi, è ufficialmente lontano dalla politica dal 2014. 
Il secondo obiettivo sarebbe la costruzione di "una grande e (possibilmente) vincente coalizione di centrodestra": non che questo, per carità, non si potesse o non si possa fare con la "pulce" di An (che, anzi, in un primo tempo ha sicuramente dato più consenso a Fdi, al di là di quello che si dirà tra poco), ma probabilmente questo fine è conseguenza del primo, nel senso che imbarcare più soggetti politici di quanto non sia stato in passato potrebbe portare più voti e, magari, la vittoria. 
Il terzo obiettivo sarebbe quello più delicato: "dare un segnale di discontinuità con Gianfranco Fini, il cui nome è legato a filo doppio ad An". Il partito vorrebbe insomma evitare ulteriori "danni all'immagine" legati alla figura dell'ex presidente della Camera, prima per le vicende legate al "caso Tulliani", poi per la sua scomoda posizione di indagato per complicità in riciclaggio per episodi collaterali all'affaire della "casa di Montecarlo". 
Certo, il problema potenzialmente era già presente quando Fratelli d'Italia aveva chiesto per la prima volta l'uso del simbolo alla Fondazione An (alla fine del 2013), ma allora - così come nel 2015 - si era probabilmente valutato che i vantaggi dall'acquisizione del simbolo erano maggiori rispetto agli svantaggi: ci si poteva accreditare come "il partito della destra", recuperando un po' di voti di coloro che in passato avevano scelto An e non si trovavano più in alcuna forza politica, ma soprattutto si toglieva quello stesso simbolo dalla disponibilità di altri gruppi (prima Storace, Poli Bortone e altri potenziali rifondatori di An, poi Alemanno, i "quarantenni" e altri che miravano a un diverso contenitore politico). A distanza di qualche anno, il simbolo "in comodato" probabilmente ha esaurito il suo effetto propulsivo e, anzi, può tarpare le ali, quindi può essere più opportuno rimetterlo a riposo. Sarà così?