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giovedì 26 maggio 2022

Ciriaco De Mita, appunti per una storia simbolica

Chiunque senta di far parte della schiera dei #drogatidipolitica, a prescindere dalla sua collocazione politica, dalla sua formazione o dalla sua provenienza, non può restare indifferente alla notizia della scomparsa di Ciriaco De Mita, simbolo indiscutibile - insieme a poche altre figure - tanto della "Prima Repubblica", quanto della "lunga vita" - nel senso di esistenza terrena, ma anche di attività - capitata in sorte ad alcuni protagonisti della vita politica (specie se democristiani, tendenzialmente eterni), tanto amati quanto odiati nel corso della loro carriera. 
Ripercorrere la storia politica di "De Mita Luigi Ciriaco" (come era solitamente indicato sui manifesti, specie quando usava inserire prima il cognome del nome o, in questo caso, dei nomi) significa anche affrontare una "storia simbolica", cioè la serie di simboli cui il politico si è legato o, in alcuni casi, che il politico ha legato a sé, incarnandoli in pieno (magari per averli fatti nascere o rinascere). Qui ci si limiterà a riproporre in breve quella storia, lasciando agli interventi di giornalisti, commentatori, storici e altre figure il compito di tracciare - in poche cartelle o in pubblicazioni più ampie - una storia decisamente ricca e complessa.
Da un certo punto di vista può sembrare quasi velleitario parlare di storia simbolica per "De Mita", se si pensa che per almeno quarant'anni è stato legato a un unico partito, la Democrazia cristiana, e al suo simbolo, cioè lo scudo crociato, sapendo che lo scudo e la croce sarebbero tornati - disgiuntamente o insieme - nel corso della sua vicenda politica. Eppure quella storia va fatta, se non altro perché adottando uno sguardo più approfondito possono emergere dettagli, curiosità e ritorni che meritano di non essere tralasciati, nel bilancio complessivo di una figura - come si è detto - complessa e temporalmente molto estesa, non solo per i suoi 94 anni.
Eletto per la prima volta deputato nella IV legislatura (nel 1963), quando sulle schede lo scudo crociato della Dc era arcuato (oltre che rigorosamente in bianco e nero), vide nel corso degli anni - e dalla posizione dei suoi molti e mutevoli incarichi di governo e all'interno del partito - evolvere lo scudo e l'intera grafica di propaganda 
(oggi si direbbe "comunicazione") del suo partito. Certamente lui ne comprese l'importanza: non a caso, si deve ricondurre alla sua segreteria democristiana la realizzazione - nel 1986 - della mostra Parole e immagini della Democrazia cristiana e del relativo volume, in cui si ripercorrevano "quarant'anni di manifesti della Spes", anche grazie all'impegno di Silvia Costa, indicata proprio da De Mita come dirigente di quella struttura pochi mesi dopo la sua elezione alla segreteria (lui guidò il partito da maggio del 1982, Costa arrivò a capo della Spes in ottobre, dopo pochi mesi di direzione di Nuccio Fava). 
Di quel volume imprescindibile, De Mita firmò anche la presentazione: "Anche la grafica politica, come il linguaggio - così iniziava - possiede a mio parere caratteristiche sue proprie, un modo specifico di porgere un messaggio, richiamare l'attenzione, spiegare una situazione", per poi precisare che la grafica politica non poteva essere identica a quella pubblicitaria perché "la promozione di un prodotto non è la stessa cosa che la divulgazione di una idea e di una proposta. Nella società-spettacolo, probabilmente a molti l'indicazione politica parrà fungibile con l'immagine di una qualsiasi merce, ma io attendo ancora su ciò una spiegazione logica e convincente". C'è da chiedersi se l'abbia trovata mai, anche in seguito; di sicuro, ancora nel 2020, lo si è sentito lamentarsi di parole e discorsi politici dai quali non emergeva "neanche un penziero"
Nel 1989 terminò la segreteria di De Mita e anche il suo governo (e di quella fase rimane soprattutto una delle battute più corrosive di Andreotti - da lui coniata per la Dc e impossibile da dimenticare anche per chi non lo ha mai amato - legata alla speranza che il partito potesse fare quadrato per difenderlo: "Ai quadrati di De Mita manca sempre un lato"). Ciò nonostante, da presidente della Dc fu candidato ed eletto nel 1992, quando il simbolo del partito era stato ridisegnato (adottando ufficialmente lo scudo crociato rettilineo già elaborato dalla Spes nel 1975) e colorato, con tanto di inserimento del nome nel cerchio, secondo la realizzazione dell'agenzia Brandani e Guastalla.
Dopo averla iniziata come democristiano, De Mita terminò quella legislatura di soli due anni come eletto del Partito popolare italiano: giuridicamente era lo stesso soggetto, ma tra il 1993 e il 1994 si decise che era tempo di tornare all'antico nome sturziano per cercare di voltare pagina e lasciare indietro l'immagine rovinata dalle inchieste sulle tangenti. De Mita fu tra coloro che restarono nella vecchia casa (senza andarsene nel Ccd, nei Cristiano sociali o in altri soggetti), anche se nel 1994 non tornò in Parlamento, visto che i vertici del Ppi decisero di non ricandidarlo per la nona legislatura consecutiva (e lui, che in quella legislatura aveva anche presieduto per qualche mese la Bicamerale per le riforme istituzionali, non la prese proprio benissimo).
Allo scudo crociato, peraltro, non avrebbe voluto rinunciare. Quell'anno, infatti, tra i contrassegni depositati al Viminale si trova anche un emblema denominato Democrazia e libertà, che su fondo azzurro collocava una bilancia a due piatti e, appunto, tre scudi crociati sovrapposti, con i due seminascosti sempre più sfumati: non fu De Mita a presentarlo direttamente, ma era di certo a lui riconducibile. Il Viminale, tuttavia, bocciò quel fregio, ritenendo che fosse confondibile con il simbolo del Ppi; tempo una manciata di ore e quell'emblema fu modificato (si suppone, non senza qualche dispiacere), togliendo di mezzo gli scudi e sostituendoli con la doppia bandiera italiana ed europea (del resto De Mita in quel periodo era ancora europarlamentare).
Fu proprio con quel simbolo che nel 1996, dopo un'altra legislatura breve, De Mita riuscì a tornare a Montecitorio, presentandosi nel collegio uninominale di Mirabella Eclano (quello che conteneva, ovviamente, il comune di Nusco): con il 47,74% si impose, senza bisogno di usare il contrassegno dell'Ulivo che proprio a quelle elezioni politiche fu inaugurato (anzi, in quel modo i dirigenti dell'Ulivo pensarono di aver fatto la scelta migliore, ottenendo i voti di De Mita senza rischiare che la sua immagine connessa alla "Prima Repubblica" e alle sue storture potesse fare ombra alla nuova creatura politica). Nelle bacheche del Ministero dell'interno, peraltro, nel 1996 quel simbolo era stato nel frattempo depositato a nome del Centro di cultura e di iniziativa politica "Leonardo da Vinci" - in rete si trova ancora notizia della sua sede avellinese - e ci sarebbe tornato anche nel 2001, ma tornando all'antico nome (che nel frattempo era stato ripreso, come si vedrà).
Quelle elezioni del 1996, tuttavia erano arrivate dopo un'ulteriore frattura in ciò che restava della Dc, se possibile ancora più dolorosa della precedente. Nella lotta fratricida tra i popolari legati a Rocco Buttiglione e quelli che si riconoscevano in Gerardo Bianco, De Mita scelse i secondi: dopo gli accordi di Cannes non poté più fregiarsi dello scudo crociato tradizionale (se non di qualche suo surrogato), ma non si trovò a disagio con il gonfalone che richiamava il popolarismo e i comuni. De Mita continuò così a operare come parlamentare del Partito popolare italiano, senza lasciare le posizioni di centrosinistra anche nel nuovo quadro della "seconda Repubblica" nel quale stava riuscendo a sopravvivere a dispetto dei suoi detrattori.
Nel 2001 De Mita si candidò nello stesso collegio della Camera in cui era stato eletto cinque anni prima - finalmente una legislatura travagliata, ma intera! - e centrò nuovamente l'obiettivo, superando anzi il 50% (in un'elezione persa dal centrosinistra). Quella volta però, pur facendolo depositare, mise da parte il proprio simbolo con la bilancia e le bandiere e si presentò direttamente con il simbolo dell'Ulivo per Rutelli, adottato nei vari collegi uninominali dalla coalizione di centrosinistra: il decorso del tempo e il risultato ottenuto nel 1996 dovevano aver fatto credere che non ci fosse più bisogno di ricorrere a un simbolo di scorta con cui stipulare un accordo di desistenza.
Se anche fosse andata male in terra irpina (ma quando mai...), De Mita sarebbe stato comunque eletto alla Camera nella quota proporzionale, quale capolista nella circoscrizione Campania 1 (pari alla provincia di Napoli) di un nuovo cartello elettorale, al quale il Ppi aveva concorso, denominato Democrazia è Libertà. Tutti iniziarono a chiamarlo fin dall'inizio "la Margherita", per via del fiore che Andrea Rauch - lo stesso autore dell'Ulivo - aveva concepito, in una gestazione decisamente accidentata, in base alle indicazioni ricevute da Lapo Pistelli, ma in pochi avevano notato che il vero nome della lista era quasi identico alla dicitura del simbolo depositato nel 1994 e con cui era stato eletto De Mita nel 1996; giusto la "e" tra le due parole principali aveva preso l'accento (e anche per questo, forse, si era deciso di evidenziarla in rosso).
Con il tempo, Democrazia è Libertà (divenuta nel frattempo un vero e proprio partito, in cui i Popolari confluirono sospendendo la loro attività) aggiunse stabilmente "La Margherita" al proprio nome e De Mita rimase lì; nel 2006, ricandidato come capolista - stavolta in Campania 2 - sotto le recuperate insegne dell'Ulivo, fu puntualmente rieletto. Riportano correttamente le biografie che De Mita formalmente fu tra coloro che nel 2007 parteciparono a un'altra operazione politica rilevante, cioè la nascita del Partito democratico, entrando anche nella commissione statuto del nascente Pd, salvo poi sbattere la porta proprio contro la disciplina statutaria che aveva introdotto il limite dei tre mandati parlamentari, che gli avrebbe impedito di ricandidarsi.
Lasciato il Partito democratico con un gruppo di "Popolari per la Costituente di Centro" (non è dato sapere se questi abbiano avuto un simbolo provvisorio o meno), De Mita approdò - con i suoi voti e il suo consenso, a ottant'anni tondi - nell'Unione di centro, con Lorenzo Cesa come segretario e Pierferdinando Casini come leader politico (il nome stava anche sul simbolo elettorale). Non riuscì a farsi eleggere nel 2008 (era candidato al Senato, ma lo sbarramento all'8% fu implacabile), ma tornò al Parlamento europeo l'anno successivo, sempre con il simbolo dell'Udc, ritrovando dunque lo scudo crociato cui era stato legato per tanto tempo. Sempre con il simbolo dell'Udc (che ormai aveva sostituito "Casini" con "Italia") nel 2014 volle candidarsi come sindaco di Nusco, per succedere al nipote Giuseppe: ci riuscì, con oltre il 77% dei voti.
Cinque anni dopo, quando ormai di primavere ne aveva accumulate 91 - ma aveva fatto suo il detto di Cicerone Nemo est tam senex qui se annum non putet posse vivere - tentò il secondo mandato e, manco a dirlo, lo ottenne, con il 57,93% (e c'è da sospettare che ogni voto perso o non preso per lui sia stato come una stilettata). Il simbolo, però, nel frattempo era cambiato: l'Udc, dopo l'autonomia decisa dieci anni prima, si era riavvicinata al centrodestra e questo a De Mita non stava bene, per cui lui e suo nipote avevano fondato L'Italia è Popolare, che richiamava il passato del leader di Nusco nel nome e nel simbolo, con una croce ricavata tra i colori rosso e azzurro, molto diccì.
L'ultimo passaggio simbolico rilevante a proposito di Ciriaco De Mita si ebbe nel 2020, quando si impegnò personalmente - sempre insieme a Giuseppe De Mita - per ottenere dal gruppo dei Popolari di Moncalieri l'uso del simbolo del Ppi con scudo e gonfalone e utilizzarlo per una lista presentata a sostegno della nuova candidatura a presidente della Campania di Vincenzo De Luca (che pure non aveva risparmiato critiche e parole al vetriolo all'ex segretario Dc). Qualcuno salutò il suo ennesimo impegno con favore, altri pensarono il peggio possibile; in ogni caso, a 92 anni, si parlava ancora di lui, come del resto era accaduto nel 2016, nel celebre dibattito con Matteo Renzi sulla riforma costituzionale (imperdibile il racconto di quella sera - marionetta inclusa - vergato da Chiara Geloni in Titanic). 
Tutto questo, anche questo è stato Ciriaco (o "Giriago", come diventava inevitabilmente nell'imitazione di Mario Zamma del Bagaglino). Sia piaciuto o no, si sia condiviso un viaggio, un miglio, un passo o nemmeno quello, è stato giusto ricordarlo. Gli sia lieve la terra, con la certezza che i #drogatidipolitica - anche coloro che lo hanno visceralmente detestato - non lo dimenticheranno.

mercoledì 30 novembre 2016

Referendum costituzionale: i simboli di chi dice No

Anche sul fronte del No al referendum costituzionale la struttura è simile a quella già vista per il Sì. C'è innanzitutto un comitato nazionale civico (i fondatori sono quasi tutti giuristi o membri della società civile), legato al Coordinamento per la democrazia costituzionale: il Comitato per il NO nel referendum sulle modifiche della Costituzione è presieduto da Alessandro Pace - il presidente d'onore è Gustavo Zagrebelsky - ed è quello che si era incaricato di raccogliere le firme (obiettivo peraltro non centrato) per chiedere l'indizione del referendum, così da poter accedere tra l'altro ai fondi destinati dalla legge ai promotori. La grafica è basata ovviamente sul tricolore, scelta pressoché obbligata per un comitato che vuole includere tutte le sensibilità di chi è contrario alla riforma, al di là di ogni appartenenza politica. Non viene riportato il nome per intero, ma viene messo in evidenza il No, con la O resa da un cerchio rosso con la silhouette bianca di una mano aperta: praticamente un cartello, un modo netto per dare la sensazione dello "stop", della necessità di fermarsi e di respingere le proposte di modifica.
Accanto al comitato civico, è nato presto un comitato dichiaratamente politico, costituito dai massimi esponenti di Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d'Italia (ma con tanti altri partiti più piccoli a sostegno dell'iniziativa). L'ente, denominato Comitato per il no alla riforma costituzionale, è peraltro presieduto da un tecnico, l'ex presidente della Corte costituzionale Annibale Marini. Il No ovviamente la fa da padrone, scritto ben chiaro in font bastone black al centro di due cerchi, sovrapposto a una fascia tricolore, che fa tanto nazionale e tanto centrodestra: una grafica essenziale e piuttosto pulita, adatta agli adesivi e più legata a una concezione classica della politica (vista la forma rotonda, che rimanda alle competizioni elettorali).

Oltre a questi due comitati, nel fronte del No - molto variegato e disomogeneo politicamente, come è noto - si registra un gran numero di altre realtà, ciascuna con un proprio emblema: molte realtà, infatti, hanno avvertito l'esigenza di distinguersi, di marcare la propria presenza, magari connotando il loro emblema con un proprio segno politico, anche variando quanto basta l'emblema del comitato politico nazionale. E' il caso, ad esempio, del Comitato per il No - Sovranità popolare, lanciato da Azione nazionale, associazione vicina a Gianni Alemanno. La struttura è molto simile al logo del comitato Marini, anche se cambia la scritta in basso e il tricolore diventa la cifra dell'emblema, spuntando un po' dappertutto: gli archi della circonferenza esterna diventano tricolori, nel cerchio centrale c'è una fascia in filigrana e, soprattutto, in basso appare la fascia "sfrangiata a N" che caratterizza il simbolo di Azione nazionale.
Si può riconoscere la medesima composizione del simbolo, anche se con una certa (e ben visibile) variazione sul tema nell'emblema del Comitato per il No alla riforma costituzionale nella versione offerta dal Fronte nazionale di Adriano Tilgher. Si mantiene il cerchio interno con la fascia tricolore verticale, ma all'interno del No centrale si incastona il simbolo del Fn e tutte le scritte esterne al cerchio sono proposte in una font decisamente marcata e "pesante", quasi a voler ricordare certe grafiche molto "di destra", che però hanno l'effetto grafico di rendere assai poco gradevole l'immagine. 
Molto più fedele alla struttura del segno distintivo del comitato "politico" per il No appare l'emblema dei Riformisti per il No - Noi della grande riforma, comitato presieduto dall'ex Pd Mario Barbi e che, tra i promotori, annovera Stefania Craxi e Stefano Caldoro. Che l'estrazione di questo gruppo sia socialista - anche se la parola non è presente nel nome, ma si preferisce indicare "riformisti" anche forse in ossequio ai Riformisti italiani di Stefania Craxi - è reso del tutto palese dal garofano piazzato in primo piano: si tratta, per i fanatici del dettaglio, dello stesso fiore disegnato all'inizio del 2006, quando il Nuovo Psi (in piena lotta giudiziaria tra i sostenitori di Bobo Craxi e quelli di Gianni De Michelis) presentò liste condivise con la Dca di Rotondi, fiore poi passato al Nuovo Psi di Caldoro dopo l'ennesima scissione nel partito.
Restando per un attimo in casa socialista (un ambito politico in cui, tanto nel passato quanto oggi, le divisioni non sono certo mancate), va notato che i comitati che si richiamano a quell'area sono vari: se ne contano almeno altri due. Convergenza socialista, formazione guidata da Manuel Santoro, mette addirittura il simbolo - sia pure in miniatura, al posto di una delle "o" di "Comitato - nel logo del Comitato per il No di Convergenza socialista: a dominare la grafica - piuttosto spartana e, bisogna ammetterlo, non troppo curata - è un inequivoco segnale ottagonale di stop, riprendendo nella sostanza il messaggio veicolato dal logo del comitato presieduto da Pace.
Più visibile, invece, è il garofano del Comitato socialista per il No, presieduto da Bobo Craxi (e con Rino Formica presidente onorario). La corolla e il calice del fiore - in un disegno realistico che sembra nuovo, rispetto a quelli che hanno caratterizzato la storia socialista dal 1978 in poi - si stagliano sul cerchio rosso che sostituisce la "O" di "No" (e ci è voluto un pur sottile contorno bianco per far emergere meglio il garofano, con un risultato che comunque è gradevole e d'impatto). La nascita di questo comitato si spiega agevolmente con la scelta del gruppo vicino a Craxi jr. di non sposare la linea del Psi, decisamente votata al Sì, ed è in linea con l'apertura di un contenzioso sull'ultimo congresso del partito (i cui atti sono al momento sospesi da un'ordinanza del tribunale di Roma).
Tornando ai promotori del comitato presieduto da Annibale Marini, va detto che più di un partito (pur figurando all'interno di quell'aggregazione politica nazionale) ha scelto comunque di fondare il proprio gruppo di sostenitori del No, anche qui per marcare la presenza in quel fronte così disomogeneo e - inutile negarlo - anche per far valere il proprio peso numerico: queste, in fondo, sono sempre occasioni per "contarsi". Lo ha fatto, per esempio, Fratelli d'Italia creando il Comitato No grazie, voluto dalla presidente del partito, Giorgia Meloni: nessun riferimento politico nella grafica, solo un "No" grande come una casa all'interno di un "fumetto" blu, lo stesso colore (più o meno) del fondo del simbolo e che era stato usato da An, giusto per far capire che questo No viene da destra.
Anche la Lega Nord, per parte sua, ha scelto di creare un proprio comitato, dal nome Donne e uomini liberi votano No. I colori utilizzati per il logo sono quelli tradizionali della Lega (il blu tendente al viola di Alberto da Giussano e il verde del "Sole delle Alpi"), il No emerge con una certa imponenza, ma colpisce come per la prima volta la realizzazione grafica oggettivamente non brilli per efficacia: da una parte, il No appare schiacciato e non troppo gradevole all'occhio; dall'altra, nel segmento blu inferiore si è voluto concentrare troppo testo, per cui l'indicazione - pure importante - che lega il No "alla riforma truffa di Renzi" praticamente non si vede, quasi inghiottita dal resto dell'immagine.
Tra i promotori del comitato "civico" Pace-Zagrebelsky, figura anche Antonio Pileggi, presidente del consiglio nazionale del Pli di Gianfranco Morandi e Stefano De Luca. Tutti e tre sono parte anche del comitato Per le libertà No al peggio, coordinato dall'ex ministro e giudice costituzionale Luigi Mazzella (che ha come vice Cinzia Dato e Cinzia Bonfrisco); al gruppo aderisce anche la Federazione dei Liberali di Raffaello Morelli. Il loro segno di riconoscimento, lungi dall'essere tondo, si basa sul testo in font Helvetica Inserat, salvo proprio il gigantesco No centrale, che - in un curioso color senape - ripropone l'affermazione in modo geometrico, decisamente di altri tempi.
L'area liberale, peraltro, non si esaurisce completamente nel comitato appena visto. Bisogna ricordare almeno i Liberali X il No, di cui risultano promotori Beatrice Rangoni Machiavelli, Giuseppe Bozzi ed Enzo Palumbo, gli ultimi due essendo non solo i patrocinatori di un gruppo di cittadini elettori (compreso lo stesso Palumbo) del giudizio di legittimità costituzionale sull'Italicum instaurato dal tribunale di Messina, ma anche coloro che avevano concepito il primo ricorso al Tar del Lazio contro il quesito referendario. L'emblema, tuttavia, è piuttosto infelice sul piano grafico, anche per la scritta piazzata lì quasi per caso (come posizione e come colori): va solo rimarcato che il disegno bianco su fondo azzurro richiama il bird of liberty dei liberaldemocratici, in particolare il vecchio simbolo europeo dell'Eldr.
Si riconduce al centrodestra anche il comitato Questa volta No! - Una scelta consapevole, anche se a occhio non è facile collocarlo nello scacchiere politico (l'impressione ictu oculi è a mezza via tra la canzone di Gino Paoli cantata da Ornella Vanoni e una pubblicità sul controllo delle nascite...). Cercando in rete si scopre invece che il comitato è stato voluto e fondato dai Conservatori e riformisti di Raffaele Fitto (con il contributo determinante, sul piano della consulenza giuridica, del costituzionalista Alfonso Celotto) per diffondere e difendere le ragioni di un No tecnico e politico insieme. La consapevolezza della scelta emerge con chiarezza nell'emblema, che si presenta semplice e sobrio.
Un po' meno sobrio si presenta l'emblema del Comitato famiglie per il No al referendum, legato al Comitato Difendiamo i nostri figli, di cui è portavoce Massimo Gandolfini e che ha promosso l'ultimo Family Day. Il disegno nella parte superiore (a fondo fucsia, come il colossale No che sta nella parte inferiore bianca) rappresenta il logo di Difendiamo i nostri figli: è l'immagine di una famigliola tradizionale e decentemente numerosa (quattro figli): per fortuna il tratto bianco ci risparmia la coloritura sessista dei maschietti in azzurro e delle femminucce in rosa. Viene in mente il simbolo dell'adinolfiano Popolo della famiglia, ma lo stesso Gandolfini aveva precisato che le liste di Adinolfi non erano loro diretta emanazione. 
Nel novero del centrodestra si può ritrovare anche un singolare Comitato Alto Adige – Südtiroler Komitee per il no alle riforme costituzionali, che era nato già a maggio, con la prima adesione del consigliere regionale Alessandro Urzì (già firmatario della "mozione dei quarantenni" alla Fondazione An). Senza bisogno di grafiche particolari, nell'emblema spicca il messaggio bilingue "No - Nein", scritto a caratteri cubitali. Se anche l'emblema è stato deciso in primavera, la scelta della doppia lingua acquista ancora maggiore significato dopo la polemica scatenatasi a settembre sul progetto di cancellazione di gran parte della toponomastica altoatesina in italiano (lasciando solo la denominazione tedesca): era stato Urzì a denunciare un presunto accordo tra governo italiano e Svp per aggirare il bilinguismo, immaginando in cambio il sostegno della Svp al Sì al referendum
Ha scelto invece una forma rettangolare, da etichetta (ma nel sito ufficiale è presente anche la versione circolare, con la grafica più "allargata" il Comitato popolare per il No, presieduto dall'ex europarlamentare e politico di lungo corso Giuseppe Gargani e avente tra i promotori Mario Mauro, Carlo Giovanardi e altri nomi storici come Potito Salatto (già Dc, ultimamente con i Popolari per l'Italia di Mauro) e i Cdu Mario Tassone e Maurizio Eufemi. 
Il messaggio centrale è ovviamente offerto dall'affermazione netta "Noi no" e rafforzato dallo slogan sottostante ("Rottamiamo la riforma, non la Costituzione"): una vera dichiarazione d'intenti, resa graficamente in modo semplice e con abbondante uso di tutti i colori nazionali, anche se in fondo il risultato grafico non è disprezzabile e ha il pregio indubbio della chiarezza.
Lasciando il campo del centrodestra, anche a sinistra si può verificare l'esistenza di varie aggregazioni tenute insieme dal comune intento del No. Il gruppo di cui si è maggiormente parlato è sicuramente quello del Comitato Scelgo No, presieduto da Guido Calvi, avvocato, docente di filosofia del diritto e già senatore Pds-Ds; coordinatore è invece Stefano Schwarz, collaboratore di Child Frontiers (società legata all'Unicef); tra i nomi notevoli, oltre ovviamente a Massimo D'Alema, anche l'ex parlamentare Pds Pietro Folena. L'uso dei colori si discosta abbastanza da quelli visti in tanti altri loghi (e niente rosso, come ci si potrebbe aspettare): l'impressione grafica che si ricava dall'immagine è quella di uno stencil, di una riproduzione a tampone, che metta in risalto, oltre al No, anche il concetto della scelta.
Meritano attenzione però anche i Democratici per il No, riuniti poche settimane fa da Stefano Di Traglia, ex portavoce di Bersani: lui stesso ha precisato che questi "non sono un comitato, se si intende un negozio con una scritta, ma un gruppo, forse una rete di militanti che promuoveranno il confronto dentro il Pd". Comitato o no, non stupisce che - in antitesi al messaggio lanciato dal partito, chiaramente a favore del Sì - il No sia sottolineato non una, ma due volte, con un carattere black che più spesso non si può, sempre utilizzando il verde e il rosso come colori nazionali e democratici.
Ci sarebbe poi un'altra declinazione di Noi no, stavolta non in salsa centrista, anche se qui non si sarebbe di fronte a un vero e proprio comitato: "Noi No!", infatti, è una campagna lanciata da Sinistra italiana, con la precisa indicazione sul sito che il tutto è "a disposizione e sostegno del Comitato per il no nel referendum costituzionale e del Comitato per il referendum contro l'Italicum". Vale comunque la pena segnalare la frase bianco-gialla su fondo rosso, tra l'imponente e il lezioso (basta guardare come è scritto "Noi") con tanto di quadrato obliquo per meglio caratterizzarla, se non altro perché in qualche immagine di telegiornale ha fatto capolino su casacche e pettorine indossate dai volontari.

Da tutti i simboli visti finora si distanzia quello del Comitato per la Costituzione e le riformel'associazione, che si dice ispirata "a principi della solidarietà, di trasparenza e di democrazia", rileva soprattutto perché uno dei due fondatori è Ciriaco De Mita (tra gli aderenti, anche l'Udc di Lorenzo Cesa e l'ex ministro per le riforme Gaetano Quagliariello). L'emblema si distingue per non contenere alcun riferimento al No: anzi, in rosso e in verde propone "due elementi stilizzati che - si legge nell'atto costitutivo - rappresentano un profilo numismatico appartenente a divinità romana ed un libro aperto rispondente alla costituzione", mentre le due linee curve "rimandano alla C della Costituzione". Dimostrazione, questa che si può dire No anche senza scriverlo.

venerdì 23 novembre 2012

"Diritti e libertà", la versione di Donadi

«Saremo un partito che non avrà segretari né presidenti, che non chiede e non chiederà mai finanziamenti pubblici». Non sarebbe nemmeno poi così male come presentazione, per Diritti e libertà, il nuovo soggetto politico fondato da Massimo Donadi e Aniello Formisano, dopo la loro uscita dall'Italia dei valori. Con loro, anche un ex fedelissimo Idv come Stefano Pedica, che pure era entrato nel partito dopo essere transitato dalla Dc al Ccd di Mastella all'Udr cossighiana, salvo fondare alla sua dissoluzione i Cristiano democratici europei con l'ex Fi-Udr Alessandro Meluzzi; nel 2005 il movimento fece nascere la Democrazia cristiana di Rotondi, ma Pedica l'anno dopo lo fece aderire all'Italia dei valori.
Già persi? Stiamo all'attualità allora: oggi Donadi, Formisano e compagni hanno presentato alla stampa Diritti e libertà, una denominazione che sembra uscita direttamente da un manuale di diritti pubblico o costituzionale, e invece contraddistingue l'ennesimo movimento battezzato in questa XVI legislatura. «Libertà» ovviamente qui non ha nulla di berlusconiano, sembra piuttosto declinata al plurale al pari dei «Diritti», lasciando intendere che l'oggetto di tutela e azione del partito sia proprio questo. La sigla, Dl, a dire il vero, è già un po' rubacchiata: a ben guardare, era l'acronimo con cui si indicavano dal 2001 al 2008 gli esponenti della Margherita, il cui nome integrale era «Democrazia è libertà - La Margherita», col nome del fiore che inizialmente non era nemmeno messo per iscritto nel contrassegno. Volendo, tuttavia, Donadi si può anche assolvere: anche Rutelli e compagni, infatti, non erano stati poi così originali, visto che Democrazia e libertà era lo slogan che campeggiava, tra le bandiere d'Italia ed Europa e una bilancia, sul simbolo del «Centro di cultura e di iniziativa politica "Leonardo da Vinci"» (così stava scritto sulla bacheca del Viminale) già presentato nel 1996: il Centro aveva sede ad Avellino e non a caso servì a Ciriaco De Mita per la sua elezione a deputato.
Il simbolo, invece, è tutto diverso, niente fiorellini o bilancine: giusto un cerchio arancione, con il nome del partito scritto in bianco all'interno poco più che a semicerchio; nella parte superiore c'è l'immancabile tricolore a campire un settore dai lati ricurvi e un po' staccati dal resto del cerchio, con ombrette blu distribuite qua e là. Cosa sia quello spazio bianco nel mezzo, è lasciato alla fantasia di ognuno: può diventare, a seconda delle letture, una V di vittoria benaugurante (e anche un po' "grillina", se si vuole), un segno di "spunta" (il tick inglese) come elemento positivo, un paio d'ali stilizzate come emblema di libertà e chissà cos'altro. «Abbiamo buttato il cuore oltre l’ostacolo, ci siamo messi in gioco per dimostrare che un’altra politica è possibile, senza certezze e senza paracaduti» ha detto ancora Donadi: in effetti, un paio d'ali farebbe proprio comodo.