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martedì 9 aprile 2024

Noi moderati entra, Berlusconi resta: Forza Italia verso le europee

Mancano meno di due settimane al deposito al Ministero dell'interno dei contrassegni per le elezioni europee che si terranno l'8 e il 9 giugno e iniziano a essere svelati i simboli con cui i partiti maggiori si apprestano a finire sulle schede per contendersi il consenso di elettrici ed elettori. Oggi, in particolare, è toccato a Forza Italia, che nel pomeriggio ha svelato - letteralmente - il contrassegno delle liste comuni in preparazione con Noi Moderati, in una conferenza stampa tenuta presso i locali della Camera da Antonio Tajani e Maurizio Lupi
Nei giorni precedenti si erano già registrate varie voci concordanti circa l'intenzione di costruire una lista comune tra i due partiti, in nome del condiviso riferimento al Partito popolare europeo (Fi è il membro italiano più consistente,  Noi moderati non ne è membro al momento ma indubbiamente guarda a quell'area e vi si riconosce) e allo scopo di rafforzare il risultato della "corsa comune" (visto che il partito di Lupi, da solo, ben difficilmente avrebbe potuto raggiungere il 4%). Le anticipazioni giornalistiche, peraltro, avevano messo in chiaro anche come da parte di Noi moderati fosse stata manifestata un'esigenza di visibilità all'interno del simbolo, perché non passasse il messaggio di un mero "diritto di tribuna" simile a un'assimilazione o, peggio, a un'annessione a Forza Italia (vale a dire il partito di Lupi fino al 2009). 
Alla fine, invece che per l'inserimento del simbolo in miniatura, si è optato per il leggero restringimento dell'ultima grafica elettorale di Forza Italia per ricavare, nella parte inferiore, un segmento blu scuro con la denominazione di Noi moderati in bianco e arancione, cioè con gli stessi caratteri e colori adottati nel simbolo ufficiale; sparisce invece la sfumatura dello sfondo, così come l'ondina tricolore che di norma stacca il segmento bianco inferiore nel cerchio. Per quanto parziale, la citazione identifica in pieno il nucleo del simbolo legato a Lupi (anche perché manca un vero pittogramma al suo interno) e l'inserimento non ha richiesto interventi radicali sul fregio forzista: ridotta leggermente la bandierina tricolore inventata nel 1993 da Cesare Priori, è stato conservato praticamente identico il cognome di Silvio Berlusconi (presente nei contrassegni di Fi alle europee del 2014 e del 2019 e mantenuto grazie all'autorizzazione degli eredi, in particolare della figlia Marina), mentre appare decisamente ridotto il rilievo dell'apposizione "presidente", che torna sulle schede per Strasburgo dopo avere caratterizzato il simbolo del Pdl nel 2009. Quanto al riferimento alla politica europea, se nel 2019 era comparsa la scritta "per cambiare l'Europa" (inserita forse per non perdere troppi voti a favore di una Lega salviniana allora fortissima, ma a prezzo della sparizione del riferimento alla famiglia politica europea e di uno schiacciamento della bandierina davvero poco gradevole), questa volta Forza Italia ha semplicemente mantenuto il nome del Ppe scritto per esteso ad arco nel contrassegno, aggiunto prima delle elezioni politiche del 2022 per marcare la propria collocazione distinta da quella di Fdi e Lega all'interno del centrodestra.
L'alleanza presentata oggi punta a superare il 10% (non si sa ancora se con la candidatura diretta di Tajani oppure no) grazie alla proposta di un progetto unitario, che non somigli a una mera somma di simboli ma nemmeno a una fusione tra i due soggetti politici: lo scopo dichiarato è di rafforzare il centro per consolidare l'azione del governo guidato da Giorgia Meloni e fare pesare di più la delegazione italiana del Partito popolare europeo (il partito europeo con più eletti in questa eurolegislatura e, probabilmente, anche nella prossima).
Se non è dubbia la collocazione popolare della lista, così come si parla del probabile collegamento con quella formazione della lista che sarà presentata dalla Südtiroler Volkspartei e dal Partito autonomista trentino tirolese (altre due forze aderenti al Ppe), occorre ricordare che non tutti i partiti italiani aderenti ai popolari europei aderiranno alla lista di Forza Italia e Noi moderati: al di là delle scelte di Alternativa popolare (che formalmente si dice ancora intenzionata a partecipare alle elezioni, anche se non si sa sulla base di quale condizione possa ragionevolmente credere di evitare la raccolta delle firme), infatti, bisogna considerare l'accordo tra Lega e Udc per inserire candidature della seconda nelle liste della prima. E se era già accaduto che nel 2019 lo scudo crociato non finisse sulle schede per l'accordo elettorale tra Fi e Udc, sarà interessante vedere se nel contrassegno della Lega, aderente a Identità e democrazia, apparirà qualche traccia del simbolo dell'Udc. Mettendo in disparte, evidentemente, tutte le parole memorabili contro i democristiani e i loro eredi pronunciate o diffuse del fondatore e demiurgo della Lega Lombarda - Lega Nord, Umberto Bossi, in tanti anni di militanza politica.

lunedì 22 maggio 2023

Noi moderati, nuovo simbolo per diventare partito

Si è celebrato lo scorso fine settimana (20 e 21 maggio dunque) a Roma il primo congresso di Noi con l'Italia, di fatto interpretato come l'assise fondativa di Noi moderati, nata come quarta lista del centrodestra in vista delle elezioni politiche del 2022 e in procinto di trasformarsi in partito. 
La storia si ripete, sia pure con qualche variante. Nel 2018, come si ricorderà, Noi con l'Italia era nata a sua volta come "quarta gamba" elettorale del centrodestra, grazie all'apporto di Direzione Italia, Scelta Civica, Fare!, Cantiere Popolare, Movimento per le Autonomie e un numero rilevante di fuoriusciti da Alternativa popolare (incluso il futuro leader, Maurizio Lupi); il soggetto elettorale si era completato con l'apporto (graficamente invisibile) di Identità e Azione e quello (ben evidente sul piano visivo) dell'Unione di centro, che al simbolo simil-Pdl con tricolore pennellato su fondo blu aveva accostato lo scudo crociato. L'esito non era stato memorabile (1,3% alla Camera), vari pezzi - a partire da Udc e Idea, come pure i fittiani di Direzione Italia - si erano distaccati in fretta, ma gli altri avevano creduto opportuno continuare il cammino comune, trasformando Noi con l'Italia in un partito e portando Lupi alla presidenza. Quasi cinque anni dopo, Maurizio Lupi si ritrova a guidare la costruzione di una nuova forza politica centrista e moderata, avendo come base di nuovo l'aggregazione sperimentata alle ultime elezioni politiche (con un risultato ancor meno soddisfacente rispetto al 2018, essendo stato mancato l'obiettivo dell'1%) e dovendo contare già su defezioni rilevanti: quella più significativa riguarda ancora una volta l'Udc, che pare intenzionata a seguire un altro percorso (magari quello con Gianfranco Rotondi, per riunire il vecchio nome della Dc allo scudo crociato), ma altre forze sembrano pronte al nuovo cammino.
La mozione che proponeva la conferma di Lupi alla presidenza (l'altra indicava come nuovo leader Andrea Galli, modenese, ex Forza Italia, che nelle scorse settimane ha lanciato dure accuse contro lo stesso Lupi e la sua gestione del partito) tracciava in modo piuttosto netto il percorso di cui si diceva: "Il nome 'NOI moderati' oggi individua un gruppo parlamentare, cioè un insieme di persone, ognuna con la sua storia, la sua sensibilità culturale e politica, che si esprime unitariamente nella massima istituzione della nostra Repubblica, quel Parlamento che rappresenta la nazione [...]. Il nome 'NOI moderati' però illumina anche il nostro futuro, ci dà un compito che potrebbe avere la sua prima verifica elettorale nelle prossime elezioni europee, ma che avrà la sua prima verifica reale nel lavoro che noi, 'Noi con l'Italia' saprà fare da subito sui territori, nelle città, nei quartieri, nelle periferie, in mezzo ai bisogni di cui la politica, noi, 'Noi con l'Italia', deve farsi interprete e nei confronti dei quali le ideologie storiche e i partiti che ad esse continuano a fare riferimento si sono dimostrati inadeguati".
Certamente sarà parte di quel percorso Italia al Centro di Giovanni Toti: del resto, proprio Noi con l'Italia e il partito guidato dal presidente della giunta ligure erano stati i primi soggetti a unirsi in vista delle elezioni politiche del 2022 (prima che si aggregassero anche Coraggio Italia e Udc). Toti stesso ha tenuto il penultimo intervento della giornata congressuale di ieri, subito prima delle parole di Lupi: l'alleanza-nucleo che aveva anticipato Noi moderati viene dunque confermata, nel tentativo di dare maggiore consistenza all'aggregazione centrista, magari potendo contare anche sulle forze territoriali che in varie elezioni hanno costruito liste che hanno partecipato - a volte con successo ed eleggendo consiglieri, a volte meno - alle competizioni locali e che potrebbero rappresentare il nascente partito a livello comunale o regionale.
Tra gli altri interventi congressuali si devono registrare quelli di Giorgia Meloni, Francesco Lollobrigida ed Eugenia Roccella per Fratelli d'Italia, Antonio Tajani per Forza Italia e Matteo Salvini per la Lega; eppure per i #drogatidipolitica è molto più meritevole di interesse quello che ha preceduto le parole di Lupi. Lo ha pronunciato Ignazio Messina, segretario dell'Italia dei Valori. Di fatto quel discorso ha sancito la partecipazione dell'Idv al percorso costituente di Noi moderati: non a caso da qualche settimana Messina risulta tra i vicecoordinatori politici di Noi con l'Italia (tra i vice dunque di Renzo Tondo). Ci si può volendo stupire di questa scelta, ma in effetti già in vista delle elezioni del 2022 l'Idv aveva appoggiato proprio Noi moderati, scegliendo per la prima volta il centrodestra a livello nazionale. 
Tre soggetti politici con "Italia" nel nome, dunque, hanno scelto di dare una struttura più stabile a Noi moderati. Nella stessa occasione è stato lanciato pure il nuovo simbolo che dovrebbe accompagnare il percorso e che sostituisce quello - assai poco felice sul piano grafico, vista la struttura di matrioska di terzo grado - che era finito sulle schede elettorali il 25 settembre 2022. Il blu iniziale del fondo si è fatto sfumato, dall'azzurro al blu scuro; il nome è rimasto uguale, ma ora è scritto in un carattere "bastoni" corsivo e marcato (simile al Nexa) oltre che ombreggiato, con la parola "Noi" sempre maiuscola e in evidenza e la parola "moderati" tinta di giallo; sotto una piccola onda tricolore c'è uno spazio vuoto, magari per contenere il nome del leader o del candidato. Viene facile pensarlo perché il nuovo simbolo, in effetti, non è del tutto nuovo: in occasione delle elezioni regionali lombarde di quest'anno, infatti, era già stato anticipato dal contrassegno della lista che univa Noi moderati e Rinascimento di Vittorio Sgarbi. Graficamente la qualità è migliorata (e non ci voleva molto...), ma bisogna ammettere anche che il nuovo simbolo appare piuttosto anonimo, tutto basato sui colori (quelli in cui forse può riconoscersi la persona moderata di centrodestra) e senza il minimo tentativo di individuare un elemento simbolico per rappresentare quell'area. Forse lo si è fatto per evitare di rischiare soluzione graficamente discutibili, ma è comunque un peccato non aver provato a tradurre in grafica un'idea.

venerdì 5 agosto 2022

Noi con l'Italia ora convive con Italia al Centro (ma povera grafica!)

La tentazione di domandarsi "come la prenderà Vittorio Sgarbi?" è davvero fortissima, visto che solo pochi giorni fa il deputato e critico d'arte non si capacitava del fatto che Maurizio Lupi non volesse inserire anche il suo nome all'interno del simbolo di Noi con l'Italia, magari anche con un riferimento grafico - quello michelangiolesco - a Rinascimento senza bisogno di citare il nome. Non solo il nome di Sgarbi continua a non vedersi, ma è l'intero simbolo di Noi con l'Italia a stringersi per fare posto anche a Italia al Centro. Un po' come nel 2018 la lista Noi con l'Italia - Udc divenne la "quarta gamba" del centrodestra (con l'idea che ospitasse tutti i moderati che però si sarebbero dovuti impegnare per raggiungere il 3%, altrimenti si sarebbero dovuti accontentare dei pochi collegi uninominali loro assegnati e vinti), anche stavolta la lista con Maurizio Lupi tra le sue figure principali si appresta a completare il quadro della coalizione in cui Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia sono le forze principali.
La novità, in effetti, non coglie di sorpresa, se non altro perché all'ultima riunione in cui si è discusso della distribuzione dei collegi uninominali - secondo quanto riferito dagli organi di stampa - era rappresentato anche il partito di Giovanni Toti, abbandonando dunque altre ipotesi di corsa elettorale. Il contrassegno composito "pesa" anche visivamente le due componenti della lista, con il fondo del cerchio diviso in due: la parte più estesa, in alto e a fondo blu, contiene il simbolo di Noi con l'Italia (ma paradossalmente il blu usato è quello di Italia al Centro); il segmento inferiore, che occupa poco meno di metà del tondo, circoscrive invece l'emblema di Italia al centro ed è tinto di arancione. In qualche modo la lista comune riporta ai tempi in cui - tra la fine del 2019 e l'inizio del 2021 - Noi con l'Italia e Cambiamo! costituivano, insieme all'Usei e ad Alleanza di Centro (rappresentata da Vittorio Sgarbi) una componente del gruppo misto alla Camera. Questa lista, tra l'altro, virtualmente ricongiunge anche Lupi a Gaetano Quagliariello, che con IDeA era stato cofondatore di Noi con l'Italia come cartello elettorale nel 2018 e ora è tra i nomi più rilevanti di Italia al Centro.
Le prime dichiarazioni non stupiscono: Toti ha rivendicato "con orgoglio" la qualifica di "moderati e centristi", mentre Lupi ha ribadito la "storia di coerenza che in tutti questi anni ha voluto essere con orgoglio nel centrodestra". Ci si permette di dubitare che entrambi possano guardare con lo stesso orgoglio il nuovo simbolo, piuttosto mal assortito (tra l'altro i due emblemi hanno persino una struttura analoga, con il tricolore in mezzo), nella sua natura di "bicicletta asimmetrica", per di più in verticale. Il nome di Lupi spicca sicuramente più di quello di Toti, un po' annacquato tra l'arancione del cerchio grande e quello del suo simbolo con l'Italia sul fondo.
Difficile, a questo punto, che il contrassegno di lista cambi ancora (e forse c'è da sperarlo); resta invece da capire cosa farà l'Udc, che nel 2018 si era federata con Noi con l'Italia. I suoi esponenti potrebbero essere candidati da Forza Italia e non è da escludere che alla bandierina forzista sia accostato anche lo scudo crociato su fondo azzurro usato dall'Udc; c'è chi parla di una possibile quinta lista tutta riferibile al partito di Lorenzo Cesa, che non dovrebbe nemmeno raccogliere le firme (il gruppo con Forza Italia al Senato è indiscutibile) ma potrebbe faticare molto a superare il 3%, del resto non ci era riuscita nemmeno la lista della "quarta gamba" nel 2018. Se mancherà questa lista e l'Udc non inserirà una sua miniatura nel contrassegno di Forza Italia (e sarebbe la prima elezione politica in Italia senza scudo crociato sulle schede!), certamente il partito di Cesa depositerà però - magari attraverso Antonio De Poli - il suo simbolo al Viminale: ci sarà almeno una Democrazia cristiana pronta a presentare il suo scudo crociato, meglio non correre rischi...

martedì 2 agosto 2022

Sgarbi e il valore del/nel simbolo: leggendo Labate sul Corriere di oggi

Ma chi l'ha detto che tutte le cose importanti, all'interno di un quotidiano, stanno in prima pagina? I #drogatidipolitica, a dire il vero, sanno bene che i particolari più succosi, quelli che riescono ad accendere il loro interesse, di solito stanno un po' più avanti, ovviamente tra le pagine di politica che di solito stanno tra le prime insieme agli esteri, ma magari anche più in là, in mezzo a qualche commento o tra i fatti locali. Magari in "vetrina" c'è solo un accenno e il particolare che si aspettava va cercato all'interno, annegato tra altri dettagli di certo rilevanti ma meno pregiati; altre volte in prima pagina non c'è proprio niente, ma se ci si concede il tempo e la pazienza di scorrere le pagine, si può avere la fortuna di imbattersi in qualcosa - poche righe, un'immagine nuova o vecchia, una battuta strappata al segreto e all'oblio - che valeva la pena di trovare.  
Per dire, il Corriere della Sera di oggi andava sfogliato con molta, molta attenzione da una persona appassionata di simboli dei partiti. A parziale - e piacevole - smentita di quanto detto poc'anzi, già sulla prima pagina si poteva trovare una discreta chicca "simbolica", data dalla vignetta di Emilio Giannelli (chi scrive non finirà mai di apprezzare il suo modo di leggere, ridisegnare e restituirci la realtà) sul cammino politico-elettorale che avvicina Luigi Di Maio a Bruno Tabacci, con tanto di scudo crociato democristiano sullo sfondo. Certo, chi avesse voluto sapere di più sul varo di Impegno civico, conoscendo anche il suo simbolo (con tanto di "pulce" di Centro democratico), non trovando nessun accenno - nei titoli o nei testi - in prima pagina, avrebbe dovuto iniziare a sfogliare, arrivando a pagina 5, trovando la notizia del lancio di Impegno civico (e della presentazione di Ambiente 2050) in taglio basso, subito sotto l'articolo in cui si legge - tra l'altro - che il nome di Giuseppe Conte non sarà inserito nel contrassegno del MoVimento 5 Stelle. 
Eppure la lettrice o il lettore con la curiosità dei simboli, fermandosi lì, avrebbe perso la parte migliore: per svelarla - anzi, sfogliarla - e trovarsela davanti bastava girare pagina, leggere quella seguente (la numero 6) e lasciar cadere l'occhio sulla rubrica "Tipi da campagna" (elettorale, evidentemente, l'unica del resto che interessi davvero i #drogatidipolitica) curata da Tommaso Labate. Un nome che in questo sito si è incontrato almeno una volta, per aver fatto riemergere - in pieno toto-Quirinale - un gustoso particolare sulla genesi del simbolo del Ccd di Pier Ferdinando Casini
Anche ora Labate non si smentisce, in più non ha neanche bisogno di pescare un particolare quasi inedito per soddisfare l'appetito esigente dei lettori affamati di storie "simboliche": tutto viene dall'attualità. Lo si capisce fin dal titolo del pezzo
Sgarbi lotta per il simbolo: "Da solo valgo l'1-1,5%. Se hai uno come Vasco non lo metti nella scheda?" Impossibile, di fronte a queste parole, restare impassibili: occorre leggere, scavare, immaginare, anche solo la voce dell'intervistato che ripete le frasi scritte con un'inflessione e un ritmo ben noti. O forse no: lo stesso Labate invita a dimenticare "la versione arrabbiata, fumantina ed esplosiva di Vittorio Sgarbi", sostituita dalle sembianze e dall'espressione di "un uomo che non si dà pace", che non si capacita, ma non si arrende all'idea di non vedere il simbolo del suo partito - Rinascimento - con il suo nome sulle schede elettorali
La faccenda, per chi ha potuto comprendere il valore dei simboli, è serissima, anche perché attiva subito ricordi di episodi e immagini di altri emblemi elettorali. "Metti caso che hai Vasco Rossi che sta in coalizione con te. Che cosa fai, gli dai un collegio blindato e tanti saluti? Oppure fai in modo che quel nome porti consensi a tutta l'alleanza? Lo tieni nascosto o lo metti bello visibile sulla scheda elettorale in modo da sfruttarne la popolarità? Davvero, io non capisco. Però dai, vediamo in un modo o nell’altro di risolverla...". Così raccontava ieri pomeriggio Sgarbi a Labate, mentre era "spalmato [...] sul sedile di dietro di una berlina che gira per le vie di Viterbo", spiegando come a lasciarlo perplesso non fossero dubbi sulla rielezione (sarebbe pronta una candidatura "col centrodestra in un collegio granitico", sostenuta soprattutto da Giorgia Meloni e appoggiata dai vertici degli altri partiti), ma il serio rischio di invisibilità per il suo partito e per il nome del suo fondatore
Scartata l'idea di presentare una lista su cui raccogliere le firme, la soluzione poteva (e potrebbe) avere le sembianze di Noi con l'Italia, partito esonerato che potrebbe condividere il suo contrassegno con Rinascimento e contenere anche il cognome di Sgarbi. Qualcosa, però, non sarebbe andato secondo i piani iniziali del critico d'arte, come si evince dal flusso di pensieri che segue: 
Non voglio polemizzare con Lupi. Lui è un ragazzo buono, semplice, sincero. Ma, dico io, mi volete usare nel simbolo? Io da solo prendo dall'1 all'1,5%, a prescindere dalla coalizione. In un Comune di duemila elettori, venti voti non me li toglie nessuno. Pensa poi nelle grandi città! Questi consensi li posso portare dentro, possono essere decisivi [...]. Ma quanto fanno schifo i nomi dei partiti di oggi, ancorati esclusivamente al racconto dell'immediato, del presente? Italia viva fa schifo, Azione fa schifo, un po' anche Noi con l'Italia fa schifo. Senti quant'e bello Ri-na-sci-men-to... [...] La storia, il racconto, il cammino, l'idea: com'era per i nomi bellissimi della Prima repubblica, Partito repubblicano, Partito comunista... [...] Lupi mi ha telefonato per dirmi "sai, Vittorio, se mettiamo più simboli nel tondino poi l'elettore si confonde". Qua ne ho uno che riprende la Creazione di Adamo di Michelangelo. Ma secondo voi Michelangelo può mai confondere l'elettore? Ma scherziamo? Le mani di Dio e di Adamo protese l'una verso l’altra come la mia e quella di Lupi... Ma sapete quanti voti di centro toglieremmo a Calenda, Carfagna e Gelmini?
Anche chi si ritenesse poco compatibile con la figura di Vittorio Sgarbi finirebbe, leggendo questo fluire e immaginandolo detto da lui, per riconoscere che in quelle parole sta almeno una parte di ragione. Indubbiamente un riferimento esplicito a Sgarbi, specie in una competizione nazionale, è in grado di spostare una porzione di consensi (quelli di chi lo apprezza in entrata, quelli di chi non lo stima in uscita); sul vuoto comunicato da molti nomi e molti simboli della politica recente è difficile non essere d'accordo. Tra una frase di Sgarbi e l'altra, poi, l'occhio cade sul passaggio in cui si legge che il critico d'arte "in una cartelletta, ma anche memorizzati tra file di WhatsApp, ha delle bozze di simbolo" e si ammette che, oggettivamente, sarebbe valsa la pena stare su quell'auto per dare uno sguardo alla cartelletta e allo schermo dello smartphone
Se poi, dopo aver messo per iscritto quel desiderio, almeno uno di quei simboli - appunto quello che sovrappone le mani della michelangiolesca Creazione di Adamo alla pennellata tricolore di Noi con l'Italia, accostata ai nomi di Lupi e dello stesso Sgarbi - fa capolino sullo schermo come un cadeaux insperato, non si può che essere grati all'autore dell'articolo che ha voluto condividere quell'immagine per rendere più concreto il racconto di un sogno - di una lista "con simbolo griffato da Michelangelo Buonarroti" - che il suo propugnatore "non vuole lasciare in un cassetto". Anche perché stavolta non finirebbe come nel 1996, quando Sgarbi aggiunse il suo nome al simbolo a taijitu della Lista Pannella, ma poi venne candidato da Forza Italia in Calabria (ma il simbolo pannellian-sgarbiano ormai era stato ammesso così) e nemmeno come nel 2018, quando il critico d'arte era invece riuscito a far togliere il proprio nome dal contrassegno della lista autonoma Rinascimento-Mir, visto che lui nel frattempo aveva stretto un accordo con Forza Italia (con cui fu candidato ed eletto nel collegio Emilia-Romagna - 02). Stavolta, come candidato in un collegio uninominale, Sgarbi sarebbe proposto nella stessa coalizione cui apparterrebbe il simbolo con il suo nome, quindi potrebbe esercitare davvero un ruolo di traino, di voti e di persone (lui stesso nella conversazione ha citato Tommaso Cerno, Luca Palamara, Mario Mori, Alberto Veronesi e "Marco Castoldi detto Morgan", già citato da Sgarbi come possibile nome di punta della lista Pri - Liberal Sgarbi - "Partito della bellezza" alle elezioni europee del 2004, anche se poi la candidatura non si concretizzò). Per realizzare il sogno di Sgarbi ci sarebbero due settimane scarse: pochino, ma in fondo altri sogni sono assai meno a portata di mano...

Grazie di cuore a Tommaso Labate per avere concesso la pubblicazione del simbolo-sogno, citato ma finora non mostrato.

martedì 26 luglio 2022

Noi con l'Italia, il centrodestra moderato con Lupi schierato nel simbolo

Parlando del centrodestra, ci si sta concentrando molto in questi giorni sui rapporti tra Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia, soprattutto con riguardo alle proporzioni delle candidature nei collegi uninominali e all'indicazione del possibile Presidente del Consiglio in caso di vittoria. A ricordare che non si tratta di una partita (soltanto) a tre ha provveduto oggi Maurizio Lupi, presidente di Noi con l'Italia
La lista che nel 2018 era stata concepita come "quarta gamba" del centrodestra (in cui erano state fatte confluire tutte le forze moderate diverse da Forza Italia, federate con l'Udc) e poi aveva continuato il suo cammino come partito (legato appunto all'ex forzista e poi ex alfaniano Lupi e a Saverio Romano) si appresta a tornare sulle schede, puntando decisamente sulla figura del suo leader. Lo dimostra il contrassegno elettorale presentato ieri all'evento di lancio della campagna elettorale, tenuto a Napoli: l'emblema richiama ancora più degli anni precedenti il simbolo del Popolo della libertà, con il nome della forza politica su fondo blu nella parte superiore, che occupa poco più della metà del cerchio. 
Sotto l'arcobalenino tricolore pennellato (già adottato alle elezioni del 2018, ma ora più esteso e più visibile, oltre che innalzato rispetto allo scorso voto) resta uno spazio bianco in cui è stato inserito il riferimento al presidente del partito, con il cognome di Lupi in grande evidenza (stessa posizione che nel 2008 e nel 2013 aveva l'espressione "Berlusconi presidente" nel simbolo del Pdl). Per chi ha buona memoria, la soluzione ricorda - sia pure a parti invertite, sul piano grafico - il contrassegno della lista Milano Popolare presentata alle elezioni amministrative milanesi del 2021: l'ex ministro non era candidato, ma il suo nome era stato speso con enorme rilievo nella parte alta del cerchio (il carattere era lo stesso usato oggi, così come anche allora l'altra parte del cerchio era blu e in mezzo c'era un tricolore) per dimostrare l'impegno in prima persona in quella competizione elettorale, senza "delegare il cambiamento ai grandi partiti". 
Anche questa volta Lupi non ha voluto delegare l'impegno con riguardo all'area moderata del centrodestra che oggi non si riconosce nei suoi tre partiti maggiori, qualificando anzi la propria lista come "il centrodestra responsabile, moderato, serio e concreto", che ha come priorità educazione, scuola e sanità; soprattutto, ha rimarcato che "la storia dei moderati è la storia del centrodestra da 30 anni" (pur riconoscendo che la proposta si è ampliata - non tanto col tempo, ci si permette di dire, ma fin dall'inizio con la presenza della Lega Nord di allora - "a tutti coloro che vogliono dare il loro contributo") e il compito di Noi con l'Italia è incarnare all'interno della coalizione, come "pilastro del centrodestra", "chi pensa alla politica come serietà, come concretezza e come responsabilità c'è". Noi con L'Italia siamo qui e vogliamo essere questo pilastro del centrodestra".
Se peraltro nel 2018 la lista Noi con l'Italia - Udc era stata la sola a non contenere nel proprio contrassegno alcun nome di persona, stavolta anche questa quarta lista sceglie di schierare un nome, quello del suo presidente (e tra i fondatori alla fine del 2017). Da un certo punto di vista si è di fronte a un'operazione di "traino" estesa, che ricorda un po' il 2006 (quando Berlusconi e Fini rivaleggiavano anche sulla dimensione dei loro cognomi nei rispettivi simboli) e il 2008 (quando apparve il cognome di Bossi sotto Alberto da Giussano); in effetti per Noi con l'Italia si tratta soprattutto di una scelta di riconoscibilità, per ottenere più visibilità tra Meloni, Salvini e Berlusconi. Anche per questo, probabilmente, Lupi può parlare più serenamente della questione della leadership ("Il centrodestra è da sempre una coalizione unita e compatta. Le regole ci sono da 30 anni, sono le regole che ci siamo dati da sempre. Il leader della coalizione lo decidono gli elettori del centrodestra. Quello della leadership è un falso problema; chi prende più voti all’interno del centrodestra è il leader della coalizione e designa il premier. Lo faremo tutti insieme anche perché non è la corsa all'interno della coalizione del centrodestra a prendere più voti, ma è la responsabilità di essere seri in una proposta di governo. Per questo c'è bisogno di Noi con l'Italia". 
Indubbiamente la lista - che finirà sulle schede senza bisogno di raccogliere le firme, grazie alla riformulazione dell'emendamento Magi-Costa al "decreto elezioni 2022", avendo partecipato alle scorse elezioni politiche e avendo ottenuto almeno l'1% in coalizione - cercherà di ottenere il più possibile, sperando magari di raccogliere il voto dei moderati di centrodestra che non si sentono più a loro agio in Forza Italia dopo le ultime evoluzioni del partito (e che comunque non hanno dimenticato i trascorsi forzisti di Lupi); lo scopo principale, tuttavia, resta contribuire alla vittoria della coalizione. Lo si fa con gli stessi colori di quattro anni e mezzo fa, ma con un pizzico di identificazione in più nel leader di un'area politica nata disomogenea e via via divenuta più coerente con se stessa. Per chiudere, viene spontanea una riflessione. I simboli ovviamente possono ancora cambiare da qui al 14 agosto (ultimo giorno di presentazione dei contrassegni), del resto anche nel 2018 la federazione con l'Udc arrivò dopo la presentazione del progetto di Noi con l'Italia; se però il simbolo resterà quello analizzato qui e l'Udc dovesse federarsi con Forza Italia - com'era avvenuto alle europee del 2019 - senza presentare una propria lista, quelle di quest'anno saranno le prime elezioni politiche senza scudo crociato sulla scheda. Nelle bacheche del Viminale, invece, ne arriveranno almeno due, se non di più: ci si può scommettere sopra.

giovedì 30 luglio 2020

Liguria popolare corre con Forza Italia (per Toti)

Per la sua seconda corsa alla guida della regione Liguria, il presidente uscente Giovanni Toti potrà contare anche sul sostegno di Forza Italia e Liguria popolare: giusto ieri, infatti, è stata ufficializzata la decisione di presentare una lista comune all'interno della coalizione di centrodestra. La notizia circolava da alcuni giorni, data come voce sempre più insistente; nel giro di qualche manciata di ore le condizioni sono maturate e l'accordo tra il partito di Silvio Berlusconi e il gruppo civico ligure è stato stretto. Anzi, più che di un accordo a due si tratta di un accordo a tre e, a ben guardare, sa molto di "ritorno alle origini" (o, volendo, di "ritorno a casa") per i suoi protagonisti.
Nella nota diffusa ieri a nome di Silvio Berlusconi infatti, si legge: 
La Liguria, in vista delle prossime elezioni regionali, vedrà un'alleanza tra Forza Italia, Liguria Popolare e Polis fondata sulla base del comune patrimonio dei valori dei moderati nei quali si riconoscono, spiega il presidente Berlusconi. Si tratta delle radici liberali, cristiane, garantiste ed europeiste. Il fronte dei moderati darà il proprio appoggio al governatore Giovanni Toti. La definizione del programma, la formazione delle candidature, la gestione dei rapporti con gli alleati e la conduzione della campagna elettorale saranno a cura di un Comitato di cui faranno parte Carlo Bagnasco per Forza Italia, Maurizio Lupi per Liguria Popolare e Claudio Scajola per Polis. Claudio Scajola, in virtù della sua esperienza e della sua riconosciuta preparazione politico-amministrativa, coordinerà i lavori del Comitato.
A coordinare la marcia verso le elezioni, dunque, sarà Claudio Scajola, che dal 2018 è nuovamente sindaco di Imperia, avendo battuto al ballottaggio il candidato del centrodestra (dunque anche di Forza Italia) Luca Lanteri. Proprio dalla fine del 2018, Scajola ha potuto contare sul sostegno di Polis, associazione di area liberaldemocratica e cattolica che ha raccolto i movimenti che hanno sostenuto l'ex ministro nella sua candidatura a sindaco; è nota a tutti la lunghissima militanza di Scajola in Forza Italia e nel Pdl, ma certo l'ultima corsa solitaria poteva non rendere automatica e scontata una convivenza con i forzisti nella medesima lista, per giunta senza alcun riferimento - anche solo in forma "abbreviata" - al simbolo scajoliano.
Così invece è avvenuto, grazie a Berlusconi e al coordinatore regionale di Forza Italia Carlo Bagnasco, che ha messo insieme anche la citata Liguria popolare. Il nome in consiglio regionale era apparso nel 2018, in continuità politica almeno parziale con la lista Area popolare-Liguria: questa non aveva eletto nessuno, ma era entrato in consiglio Andrea Costa, già segretario Pdl di La Spezia e candidato nel "listino" in rappresentanza di quella forza politica. Costa ha assunto la presidenza di quel movimento che formalmente si dice civico, ma fa comunque riferimento a Noi con l'Italia, cartello politico nazionale guidato da Maurizio Lupi, altro ex forzista poi transitato nel Nuovo centrodestra-Alternativa popolare, fino alla decisione nel 2017 di rientrare nel centrodestra (assieme alla parte del partito che aveva riottenuto le insegne di Ncd) e costituire appunto Noi con l'Italia in concorso con altri gruppi. 
Di fatto, dunque, il comitato che deciderà le candidature della lista è formato da un forzista (Bagnasco, anche sindaco di Rapallo) e due ex forzisti di primo piano. Certamente non ha scoraggiato l'accordo l'intervenuta abolizione del "listino", che dunque costringe a eleggere ogni candidato sul territorio attraverso un buon risultato della lista: di fronte a Lega e Fratelli d'Italia forti già a livello nazionale e a un probabile successo della "lista Toti", per Forza Italia e soprattutto per Liguria popolare (nonché per il gruppo di Scajola) la corsa unitaria era probabilmente l'unica soluzione ragionevole. 
Lupi ha dichiarato all'Ansa che l'alleanza con Forza Italia serve a "dare più peso ai moderati all'interno della coalizione di centrodestra" e che "un buon risultato di questo tentativo potrebbe diventare un modello a livello nazionale", un laboratorio per "un nuovo 'grande centro' alternativo al polo sovranista". Conferma la natura civica di Liguria Popolare il presidente regionale Andrea Costa, ma riafferma con forza la sua collocazione naturale nel centrodestra, "alleata della Lega e di Fratelli d’Italia ma realmente e autenticamente moderata. Ci chiamiamo Popolari perché non abbiamo paura di richiamarci al buonsenso del Popolo, alle sue tradizioni, alla fede cattolica che tanti di noi professano e ci piace proporre soluzioni pratiche, non ideologiche". 
Le candidature saranno equamente distribuite tra le forze della lista: tra queste, per Liguria popolare dovrebbe tornare in campo il vicepresidente, Antonio Bissolotti, già ben noto come assessore sanremese al turismo. Quasi equamente diviso, per ora, è il simbolo della lista, che per Andrea Costa "esprime con chiarezza questa collaborazione paritetica": in alto la bandierina di Forza Italia e subito sotto il nome di Berlusconi (elemento dominante dell'emblema); in basso, stretto in poco meno di un semicerchio blu, il profilo dorato della Liguria - che anche qui tenta di allargarsi oltre i confini della grafica" - per Liguria popolare.

mercoledì 18 dicembre 2019

Alleanza di centro (per i territori) di Pionati si riaffaccia alla Camera

Signori, 10 volte meglio non serve più. I deputati che fanno riferimento a Cambiamo! di Giovanni Toti (Stefano Benigni, Manuela Gagliardi, Claudio Pedrazzini, Giorgio Silli e Alessandro Sorte) da oggi si sono uniti alla componente del gruppo misto già esistente, che da maggio univa Noi con l'Italia (con Maurizio Lupi ci sono anche Alessandro Colucci e l'ex presidente del Friuli Venezia Giulia Renzo Tondo) e l'Usei (rappresentata da Eugenio Sangregorio). I media hanno dato conto di questa novità, parlando di una nuova componente delle formazioni legate a Lupi (almeno, ciò che ne resta) e a Toti, trascurando la presenza dell'Usei, ma in effetti c'è un altro elemento da considerare e che non può non attirare l'attenzione dei #drogatidipolitica. Nella denominazione della nuova componente, infatti, c'è il nome di una quarta forza politica, Alleanza di centro. Per qualcuno può sembrare piuttosto anonimo, ma a chi segue davvero la politica non può non venire spontaneo domandarsi: "Alleanza di centro? Ma quella di Francesco Pionati??" 
Già, proprio quella, a meno di clamorose smentite. Perché alla fine di luglio proprio Pionati (già volto noto del Tg1 delle cronache politiche da Montecitorio), eletto con l'Udc al Senato nel 2006 e alla Camera nel 2008, ma diventato in fretta segretario dell'Alleanza di centro per la libertà, aveva deciso di rimettere in campo la sua formazione politica, stavolta con un nome leggermente meno berlusconiano. Dopo la partecipazione di Adc (in coppia con la Democrazia cristiana di Pizza) alle regionali campane del 2010, infatti, Pionati ha tutta l'intenzione di partecipare anche alle prossime elezioni regionali, previste in primavera e sostenendo di nuovo la candidatura di Stefano Caldoro, che all'epoca risultò vittoriosa. 
Pionati si sta impegnando molto per questo risultato (assieme, tra l'altro, a Nicoletta Pomposo, segretaria provinciale di Adc per Caserta e socia fondatrice del movimento) e si presenta nuovamente come "movimento moderato cattolico di centro", ma stavolta con l'idea di dedicarsi anche "alla tutela e alla valorizzazione dei territori e alla ricerca di una classe dirigente all'altezza dei drammatici problemi della Campania". Anche per questo, il nuovo nome del soggetto politico è Alleanza di centro per i territori, con la nuova parte testuale scritta sulla fascetta bianca che un tempo portava il nome di Pionati e la rappresentazione del "chiodino" segnaposto arancione per indicare il territorio da valorizzare; il resto del simbolo, invece, è simile al passato, con il fondo azzurro e le stelle d'Europa, mentre le due bande tricolore sono state sostituite da una corona tricolore che avvolge tutto il cerchio azzurro. 
Giusto il 1° dicembre Pionati ha siglato l'intesa con Caldoro (sperando che porti bene: nel 2010 Adc e Dc avevano raccolto il 2,34% eleggendo anche un consigliere), ma non intende limitarsi alla Campania: sempre alla fine di luglio, infatti, il movimento è approdato anche in Emilia Romagna, partendo dalla provincia di Ravenna. Già, ma alla Camera? Eletti diretti, ovviamente, Adc non poteva averne, ma guardando con attenzione si scopre che il nome di Alleanza di centro è entrato a far parte della denominazione della componente il 12 dicembre, giusto sei giorni dopo l'ingresso nella compagine di Noi con l'Italia - Usei di Vittorio Sgarbi. E se ad Adnkronos Sgarbi (eletto alla Camera con Forza Italia) ha detto di aver dato l'adesione "a una componente di tradizione liberale", è assai probabile che - salvo smentita - a rappresentare Adc nella compagine sia proprio lui. 
Avendo dieci membri, la componente non aveva nemmeno bisogno di contare su un partito presente alle scorse elezioni, anche se ovviamente la necessità potrebbe ripresentarsi ove il numero dei deputati aderenti scendesse sotto quella soglia; certo è che sarebbe un peccato considerare la nuova componente solo un matrimonio tra due, quando in realtà le parti contraenti sono addirittura quattro e, per giunta, di quelle che fanno impazzire entomologi e archeologi politici. 

lunedì 5 agosto 2019

Liguria Popolare, restyling del simbolo verso le regionali (nel centrodestra)

Quando, durante il deposito dei contrassegni per le elezioni europee, si scoprì che Il Popolo della famiglia di Mario Adinolfi sarebbe finito sulle schede grazie all'esenzione del Ppe apportata da Alternativa popolare, più di qualcuno spalancò gli occhi: allora il partito fondato da Angelino Alfano esisteva ancora, politicamente parlando! (Lo rappresentava, per la cronaca, il suo presidente Paolo Alli, già tesoriere della stessa formazione). Sono vive però, a quanto pare, anche le articolazioni locali che, dal 2015 in avanti, avevano presentato liste alle elezioni comunali e regionali e che ora sono piantate stabilmente nel centrodestra. Proprio quello che può dirsi del gruppo di Liguria Popolare.
Alle elezioni del 2015 aveva partecipato, in appoggio alla candidatura di Giovanni Toti, la lista Area Popolare - Liguria, la sola della coalizione a essere rimasta a secco di eletti; nel "listino" di Toti era però presente l'ex segretario spezzino del Pdl, Andrea Costa, che ha potuto costituire il gruppo legato alla lista, al quale poi alla fine del 2018 si è aggiunto Gabriele Pisani, eletto con il MoVimento 5 Stelle. La collocazione nel centrodestra è stata ribadita a gennaio del 2018, quando il gruppo è stato ridenominato Liguria Popolare - Noi con l'Italia, come "sintesi di un percorso iniziato con le elezioni regionali del 2015 alle quali tutta l’area di centrodestra si è presentata unita e coesa e ha consentito a Giovanni Toti di vincere". Il progetto, nel frattempo, si è radicato a livello locale, conquistando consensi nelle amministrazioni comunali, così non c'è da stupirsi che si inizi a guardare alle prossime elezioni regionali.
Per questo, venerdì 26 luglio si è svolta una conferenza stampa con Costa (che presiede a livello regionale il movimento), Pisani e Maurizio Lupi, riferimento nazionale per Noi con l'Italia, annunciando che alle regionali liguri del 2020 ci sarà una lista di Liguria Popolare, con un simbolo rinnovato. La base è chiaramente quella che fu di Area Popolare e poi di Alternativa Popolare, con il fondo color carta da zucchero e il nome scritto allo stesso modo (come mostra l'esempio a fianco). Al posto del cuore simil-Ppe, però, è stata inserita la sagoma della Liguria, con tanto di sfumature dei riflessi e delle ombre che interessano anche lo sfondo; la silhouette della regione, tra l'altro, deborda rispetto al cerchio centrale ed è stata sovrapposta anche alla circonferenza blu che racchiude tutto il contrassegno, così da dare modernità e dinamicità al segno. Che, come sottolineato da Costa, non contiene alcun nome, quindi ha un'impronta decisamente civica.
Il movimento così si prepara a dare il proprio contributo alla corsa del centrodestra, anche grazie ai nuovi apporti nel frattempo giunti (a partire dall'ex componente della direzione nazionale di Fratelli d'Italia Ubaldo Borchi). La collocazione è chiara all'interno del centrodestra: visto che la conferenza stampa ha preceduto di una settimana la bufera all'interno di Forza Italia, Liguria Popolare sarà a sostegno di una riconferma di Toti o di qualcun altro?

venerdì 5 gennaio 2018

Noi con l'Italia, ma nel simbolo domina l'Udc

Non è dato sapere se e quanto la compagine di Noi con l'Italia, con Enrico Costa, Maurizio Lupi, Saverio Romano, Enrico Zanetti, Flavo Tosi e Raffaele Fitto (e, da oggi, anche Idea di Gaetano Quagliariello), assieme all'Udc guidata da Lorenzo Cesa, sia dispiaciuta o preoccupata per l'addio tumultuoso di Vittorio Sgarbi e del suo Rinascimento. Di certo, a livello pratico, l'uscita di Sgarbi dal progetto di lista unitaria consente alla "quarta gamba" del centrodestra di riprogettare il contrassegno elettorale, pensandolo per due soli soggetti politici e non per tre.
La bozza che sta girando in queste ore certamente risulta meno affollata e meno forzata graficamente rispetto a quella pubblicata dal Giornale ieri mattina, anche se resterebbe qualche riflessione da fare sulle scelte fatte. In particolare, si mantiene il lettering originale di Noi con l'Italia, anche se viene notevolmente ridotto di dimensioni. Questo serve per fare posto allo scudo crociato adottato dall'Udc, piuttosto grande all'interno del contrassegno elettorale; del partito di Cesa, oltre allo scudo - cui lui sembra tenere tantissimo, forse per evitare che qualcun altro alle elezioni lo presenti e rafforzare così una tutela che, comunque, avrebbe già - sono presenti in filigrana le vele del Ccd e di Democrazia europea che ancora figurano nell'emblema del partito di Cesa e persino il colore di sfondo, molto più chiaro rispetto a quello inizialmente utilizzato da Lupi e dagli altri. 
L'arcobalenino tricolore di Noi con l'Italia (ripescato, in qualche modo, dal vecchio Pdl), teoricamente meno sacrificato rispetto alla versione del simbolo "a tre", è comunque in posizione decisamente ancillare in rapporto a tutti gli altri elementi del contrassegno, essendo stato posto dietro lo scudo; tra l'altro, in questo caso, la sua natura di "pennellata" è più evidente, visto che le stesse tracce sono visibili anche sulla parte destra dell'emblema.
Il risultato è sicuramente meno sgradevole all'occhio - e, francamente, ci voleva poco - rispetto al contrassegno Sgarbi-Udc-Noi, ma non può sfuggire che in questo modo il peso visivo dell'Udc è decisamente maggiore rispetto a quello che forse ci si poteva attendere solo qualche tempo fa. 
Di solito, tra l'altro, il peso grafico per i proponenti di un simbolo è strettamente legato al peso politico: in un certo senso ci sta, visto che l'Udc è uno, gli altri sono molte sigle piccole, ma non è certo una garanzia di successo elettorale (per qualcuno l'obiettivo del 3% sembra molto lontano; in Sicilia alle regionali per l'Udc era andata bene, ma non è detto che a livello nazionale basti per fare il miracolo). In ogni caso, l'emblema potrebbe cambiare ancora, ma una versione più completa c'è, mentre per la Civica popolare del centrosinistra bisognerà attendere un po' di più.

martedì 19 dicembre 2017

Noi con l'Italia, una "quarta gamba" che sa di antico (e di già visto)

L'avevano detto, l'hanno fatto. Questa mattina, com'era stato annunciato da giorni, è stato presentato il simbolo della "quarta gamba" del centrodestra al Grand Hotel de la Minerve - lo stesso, per gli amanti del, in cui il 18 gennaio 1994 nacque il Centro cristiano democratico. Stavolta però Pier Ferdinando Casini non c'è e non ci sono nemmeno i centristi veterodemocristiani, che probabilmente sceglieranno una diversa via, sempre centrista ma meno liberale e meno spersonalizzata.
Il contenitore scelto come lista, infatti, si chiama Noi con l'Italia, quasi una risposta nominale a Noi con Salvini coniato alla fine del 2014 (e che, salvo sorprese, non dovrebbe presentarsi come lista, potendo al massimo essere contenuto come pulce nell'emblema della Lega-non-più-Nord): non si sta con un personaggio, ma con il Paese intero. Certo, a dispetto del "noi" identitario, il nome e il concetto di fondo sono piuttosto generici e non poteva essere diversamente: all'interno del progetto politico-elettorale, infatti, trovano posto i gruppi di Direzione Italia di Raffaele Fitto, Fare! di Flavio Tosi, Cantiere popolare (ex Popolari per l'Italia domani) di Saverio Romano, nonché - in qualità di "transfughi" - quello che resta dell'esperienza "ufficiale" di Scelta civica con Enrico Zanetti e coloro che nelle ultime settimane hanno abbandonato Alternativa popolare per fare ritorno nel centrodestra, in particolare gli ex ministri Enrico Costa e Maurizio Lupi. All'ultimo minuto, peraltro, si è sfilato un quinto ministro, vale a dire Gaetano Quagliariello, fondatore di Idea: su Repubblica Monica Rubino scrive che si sarebbe "defilato con tanto di rinuncia davanti al notaio, nonostante sia stato tra i promotori dell'iniziativa", anche se per qualcuno - come riporta sempre il quotidiano romano - sarebbe pronta una sua candidatura "garantita da Silvio Berlusconi".
Era così ampio e variegato - per non dire disomogeneo, se si guarda a Tosi rispetto alle altre figure coinvolte - il ventaglio di soggetti coinvolti da Niccolò Ghedini in quest'impresa politica (nata, si dice, per portare almeno due punti in più al centrodestra, senza dunque che sia scontata l'elezione di qualche esponente della stessa lista, vista la soglia del 3%) che ci voleva un simbolo piuttosto generico, senza troppe connotazioni anche se chiaramente identificabile come "di centrodestra". La soluzione? "Riverniciare" il simbolo del Popolo della libertà, quanto bastava per adattarlo al nuovo marchio politico. Così riecco il fondo blu (certamente più scuro rispetto al passato, con lo stesso carta da zucchero mutuato da Scelta civica - Cittadini per l'Italia, ma anche dal vecchio Ncd), riecco il nome bianco in Helvetica Inserat o Black Compressed (e con un piccolo, lezioso inserto di un carattere graziato corsivo, così da far risaltare come nome "Noi Italia") e riecco anche l'arcobalenino tricolore, per l'occasione trasformato in una pennellata.
Insomma, il simbolo che secondo Silvio Berlusconi non scaldava il cuore dei suoi elettori (anche a causa del nome), va invece bene per essere sostanzialmente riciclato per la "quarta gamba" che ha soprattutto lo scopo di portare voti ai candidati dei collegi uninominali del centrodestra (e se riuscirà a ottenere seggi superando il 3%, tanto meglio). Per ampio che sia, in ogni caso, il nuovo progetto - "Non è una federazione, né un cartello elettorale, ma un vero e proprio soggetto politico", si dice alla presentazione, come annota puntualmente Maurizio Ribechini - non comprende tutti: non vi rientrano, per esempio, Energie PER l'Italia di Stefano Parisi, né Rivoluzione cristiana di Gianfranco Rotondi (per lui la candidatura sarà direttamente in Forza Italia); si sta lavorando, come si diceva, anche a una lista post-democristiana, che sotto il simbolo appena un po' modificato dell'Udc potrebbe raccogliere anche il ridestato Udeur(2) di Clemente Mastella, il Nuovo Cdu di Mario Tassone e - se non ci saranno scontri in merito - la presunta riattivata Dc guidata da Gianni Fontana.
La "quarta gamba", insomma, parte con un simbolo usato (e, nell'ultima parte della sua vita, nemmeno particolarmente gradito da chi l'aveva voluto). Anche il nome scelto, tuttavia, non è del tutto nuovo: Noi con l'Italia, in particolare, è già un'associazione che opera da anni essenzialmente nel comune salernitano di Angri sul piano della cittadinanza attiva e dell'impegno sociale. Ovviamente questo non dovrebbe creare nessun problema alla neonata forza politica, che opererebbe su un territorio molto più vasto e non era certo tenuta a conoscere anche quella realtà associativa molto più piccola; si può solo rilevare che le combinazioni della fantasia politica sembrano essere limitate, anche per chi rinuncia alla parola "partito" (o rifugge da questa).

martedì 12 dicembre 2017

Alternativa popolare al capolinea, e i simboli che fine fanno?

Non è dato sapere quanti avessero creduto davvero che l'avventura iniziata alla fine del 2013 da un gruppo di parlamentari guidati da Angelino Alfano, allontanatosi da Silvio Berlusconi e convinto dell'opportunità di proseguire l'esperienza di governo a fianco del centrosinistra, sarebbe durata a lungo o, almeno, senza perdere troppi pezzi rilevanti. 
In realtà non è durata così poco: il simbolo del Nuovo centrodestra - il primo, quello rettangolare - fu presentato il 5 dicembre 2013, dunque si contano giusto quattro anni (quasi come la montiana Scelta civica, che però si era condannata all'irrilevanza molto prima). Quel periodo, va detto, è stato vissuto in modo tutt'altro che tranquillo, con varie defezioni di peso (da Renato Schifani a Nunzia De Girolamo, fino a Gaetano Quagliariello), l'alleanza con l'Udc non proprio baciata dalla fortuna (al punto tale da finire per spaccare anche quel partito) e il cambio di nome in Alternativa popolare - anticipato dall'etichetta Area popolare già abbinata al cuore simil-Ppe, inizialmente in condominio con l'Udc e poi sempre più appannaggio dei soli alfaniani - che ha finito per togliere ogni traccia di centrodestra dal nome di un partito alleato con il Pd. Dopo la giornata di oggi, tuttavia, il capolinea è arrivato e, se per un po' il simbolo di Ap rimarrà visibile, avrà vita dura dalle prossime settimane in poi.  
Già ieri si era capito che i giochi ormai erano finiti e c'era poco da stare allegri (anzi, Happy, per ricordare la singolare scelta musicale fatta ai tempi di Ncd). Uno dei massimi esponenti del partito, l'ex ministro Maurizio Lupi, aveva sintetizzato la situazione annunciando che il giorno dopo si sarebbe lavorato a "un documento unitario che salvaguardi le due coerenze politiche emerse nella discussione di oggi" (parole pronunciate anche da Alfano). 
Suona strano parlare di "due coerenze politiche" - che se non si temesse di fare torto ad Aldo Moro si potrebbero parafrasare come "divergenze parallele" - con riferimento a due posizioni che inciampano in incrociate accuse di incoerenza: la prima, quella di "appartenenza alla propria storia politica e alla nascita del partito", nel rivendicare la coerenza con il proprio passato di centrodestra è tacciabile di incoerenza per il passato prossimo e per la scelta di tornare accanto a Berlusconi, dal quale ci si era voluti distinguere proprio con la nascita di Ncd; l’altra "di prosecuzione nell'azione riformista di governo, iniziata cinque anni fa", nel voler essere coerente con la scelta di allora (più volte rinnovata) si è attirata da tempo gli strali di chi ha ritenuto quella condotta incompatibile con la storia di centrodestra e moderata dei vari esponenti.
La direzione nazionale di oggi di Ap, più che alla riunione di un organo collegiale, è sembrata una seduta di tribunale che ha sancito - parole usate da molti, anche dalla ministra Beatrice Lorenzin - la separazione consensuale tra le due coerenze divergenti. Il tutto sancito da regolare sentenza, ossia dal famoso documento unitario annunciato ieri:
La direzione di Alternativa Popolare ha approvato all'unanimità la proposta unitaria su cui ha riferito il coordinatore Maurizio Lupi a nome del gruppo (Lorenzin, Cicchitto, Gentile) delegato dalla direzione di ieri, che prevede:1. La prosecuzione dell'unità dei gruppi parlamentari sino al termine della legislatura e l'accordo per cui un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra.2. Un patto di consultazione e di confronto permanente e un approfondimento tecnico-regolamentare delegato ai fondatori del partito su eventuali questioni residue, tra cui i simboli, nelle disponibilità del presidente Alfano.
A limitarsi a queste righe, sembra davvero la scissione politica più serena e pacifica mai vista: tutt'altro clima, insomma, rispetto alle lotte senza quartiere in seno al Partito popolare italiano del 1995 o alle baruffe ripetute (e manesche) all'interno del Nuovo Psi a partire dal 2005. Le due strade, dunque, si dividono: Maurizio Lupi si prepara a ritraslocare nel centrodestra, Beatrice Lorenzin e Fabrizio Cicchitto (forse memore del suo passato remoto socialista non berlusconiano) restano invece a fianco del Pd, ma fino alla fine della legislatura i gruppi resteranno uniti; sembra un po' inquietante, tuttavia, la frase in base alla quale "un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra", come se davvero i due gruppi parlamentari potessero ragionevolmente fare scelte diverse senza subire accuse di schizofrenia (a meno che, ovviamente, i sostenitori di una posizione fossero concentrati in un ramo del Parlamento e quelli dell'idea opposta fossero quasi tutti nell'altro).
Certo è che questa situazione di "due partiti in uno" - che ricorda tanto, questa sì, quella del Ppi nel 1995, fino alla nascita del Cdu dopo le ordinanze della magistratura e il "patto di Cannes" tra Rocco Buttiglione e Gerardo Bianco per dividere nomi, simboli, testate e cercare di limitare i danni - non sarà priva di problemi. In quanto legale rappresentante di Alternativa popolare, infatti, il simbolo attuale di Alternativa popolare e anche quello precedente del Nuovo centrodestra (di cui Ap rappresenta l'evoluzione, ma in piena continuità giuridica) sono nella titolarità di Angelino Alfano, che ha scelto di non candidarsi e ora si ritrova "arbitro" della scissione; Alfano li ha anche registrati a proprio nome come marchi, ma al di là di questo è chiaro che chi seguirà Lupi, nel fondare un nuovo soggetto politico di fatto abbandonerà Ap e, come scissionista, non avrà diritto su nessun nome o simbolo.
In effetti sembra improbabile che Lupi e gli altri siano interessati a utilizzare il cuore di Alternativa popolare, mentre più di qualcuno sostiene che l'ex ministro sia più interessato a valersi del primo nome, quello di Ncd (che, tra l'altro, nel 2011 era stato depositato da Italo Bocchino e da questi concesso ad Alfano), più adatto alla nuova collocazione del gruppo; Alfano non sarebbe assolutamente obbligato a concederlo, anche se potrebbe farlo in spirito di cortesia. Non è affatto scontato, però, che al centrodestra guidato da Berlusconi e con i "duri e puri" Salvini e Meloni vada a genio la convivenza con quel simbolo o anche solo con quel nome (l'ex Cavaliere non aveva avuto parole gentili per quell'etichetta): a quel punto, forse, converrebbe trovare un'altra soluzione. 
Tutto questo, naturalmente, ammesso che il troncone di centrodestra riesca a vincere la sfida più impegnativa, quella delle firme da raccogliere: trattandosi di un gruppo nuovo e scisso da Ap, infatti, Lupi non sarebbe esentato dalla raccolta delle sottoscrizioni per la sua lista (magari creata assieme ai fittiani di Direzione Italia) e non è scontato che dagli alleati arrivi qualche forma di aiuto. Alla peggio, il gruppo di centrodestra di ritorno potrebbe contribuire alla lista nota come "quarta gamba" della coalizione e a quel punto non ci sarebbero problemi di nomi, ma la visibilità e le speranze di risultati favorevoli (anche in termini di eletti) sarebbero ridotte al lumicino; anche Lorenzin e Cicchitto, però, non dormono sonni tranquilli, soprattutto dopo la pessima prova delle regionali siciliane. Da una parte e dall'altra, insomma, c'è poco da stare Happy.

venerdì 3 maggio 2013

Ambienta-Liste e lune che sorridono

Dopo lo scherzetto delle elezioni del 2004, con la lista Verdi-Verdi e Verdi federalisti, gli ambientalisti che non si riconoscono nelle posizioni “sinistre” della Federazione dei Verdi non sono certo sazi: nel 2005 ci sono le elezioni regionali e quella è un’ottima vetrina per avere visibilità e, magari, ottenere un posto da consigliere che non guasta. 
In Piemonte Maurizio Lupi ci riprova con i Verdi-Verdi, recuperando l’orsetto che ride dei tempi migliori (messo in pausa l’anno prima), ma cambiando in seconda battuta il resto dell’emblema: via il colore verde e la scritta Verdi-Verdi, che al Sole che ride non piacevano per niente (specie dopo la sentenza del Consiglio di Stato dell’anno prima) e si sperimenta una nuova dicitura, «l’Ambienta-Lista», un giochetto di parole che può tornare buono in futuro. Sotto all’orso, l’indicazione gigantesca del cognome di Enzo Ghigo, candidato del centrodestra alla presidenza della regione: c’è chi è pronto a scommettere che all’inizio il nome non ci fosse o fosse molto più piccolo, e sia stato ingrandito ad arte su consiglio dello stesso Ghigo dopo aver scoperto che la Lista consumatori, in quel momento gestita dal gruppo di Renzo Rabellino, aveva il simbolo occupato per metà proprio dal cognome di Ghigo. Il quale doveva aver pensato di vendicarsi di quel tiro mancino “simbolico” di Michele Giovine (in quel momento impegnato per la Lista consumatori e che in seguito avrebbe passato qualche guaio a causa di firme false) suggerendo a Lupi lo stesso stratagemma grafico, forse nella segreta speranza che nessuno dei due gruppi ottenesse alcun eletto, mentre dalle urne ne ricevono uno a testa. E pensare che qualcun altro era pronto a giurare che Lupi stesse tentando un accordo proprio coi “nemici” Verdi-Rossi, ovviamente in cambio di una candidatura blindata che non è mai arrivata.  
In Lazio, invece, è di nuovo in pista Roberto De Santis, il vero ideologo degli ambientalisti non di sinistra: anche lui tenta di fare la sua lista in appoggio al centrodestra, dunque a sostegno della candidatura di Storace. Il simbolo scelto, a suo modo, è devastante, a partire dal nome scelto per la formazione, «Ecologisti verdi»: una sinfonia di verde in varie tonalità colora il contorno del cerchio e buona parte del fondo, quella che sta sotto a un arcobaleno di cinque colori. In alto, in un irrealistico cielo bianco, da dietro l’arcobaleno occhieggia una luna arancione, disposta a mo’ di sorriso (così anche gli alfieri del sole ridente sono serviti) e, su tutto, è sovrapposta la denominazione del partito, con la parola «Verdi» in assoluta evidenza (ma vah!) e tinta in un vezzoso verdino chiaro.  
Per l’ufficio centrale circoscrizionale, però, mancano dei certificati elettorali e le firme depositate non sono più sufficienti, dunque la lista per il momento resta fuori: per la Federazione dei Verdi è ugualmente allarme rosso, perché l’ufficio avrebbe concesso una proroga di due giorni per integrare la documentazione e potenzialmente gli Ecologisti Verdi non sono ancora fuori gioco. Per questo, il Sole che ride fa immediatamente ricorso al Tar e convoca conferenze a destra e a manca, denunciando a sua volta irregolarità nella raccolta delle firme (sempre loro, ieri, oggi e domani). «Firme doppie o triple, stessa identità ma grafie diverse, elenchi in cui i firmatari seguono un preciso e inverosimile ordine alfabetico e che compaiono più volte nello stesso fascicolo»: c’è tutto questo nella denuncia presentata da Angelo Bonelli, in quel momento capogruppo verde alla Pisana. Qualcosa in effetti ci doveva essere (ma quanti possono dire di essere davvero mondi, in tema di sottoscrizioni?): prima il Tar, poi il Consiglio di Stato escludono la lista dalla competizione e la luna che sorride non vedrà mai le schede.  
Non è la fine della storia, naturalmente: anzi, la parola «Ecologisti» sfoderata nel 2005 finisce per legarsi a doppio filo a De Santis, ma per raccontarla ci sono le prossime puntate.