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martedì 12 dicembre 2017

Alternativa popolare al capolinea, e i simboli che fine fanno?

Non è dato sapere quanti avessero creduto davvero che l'avventura iniziata alla fine del 2013 da un gruppo di parlamentari guidati da Angelino Alfano, allontanatosi da Silvio Berlusconi e convinto dell'opportunità di proseguire l'esperienza di governo a fianco del centrosinistra, sarebbe durata a lungo o, almeno, senza perdere troppi pezzi rilevanti. 
In realtà non è durata così poco: il simbolo del Nuovo centrodestra - il primo, quello rettangolare - fu presentato il 5 dicembre 2013, dunque si contano giusto quattro anni (quasi come la montiana Scelta civica, che però si era condannata all'irrilevanza molto prima). Quel periodo, va detto, è stato vissuto in modo tutt'altro che tranquillo, con varie defezioni di peso (da Renato Schifani a Nunzia De Girolamo, fino a Gaetano Quagliariello), l'alleanza con l'Udc non proprio baciata dalla fortuna (al punto tale da finire per spaccare anche quel partito) e il cambio di nome in Alternativa popolare - anticipato dall'etichetta Area popolare già abbinata al cuore simil-Ppe, inizialmente in condominio con l'Udc e poi sempre più appannaggio dei soli alfaniani - che ha finito per togliere ogni traccia di centrodestra dal nome di un partito alleato con il Pd. Dopo la giornata di oggi, tuttavia, il capolinea è arrivato e, se per un po' il simbolo di Ap rimarrà visibile, avrà vita dura dalle prossime settimane in poi.  
Già ieri si era capito che i giochi ormai erano finiti e c'era poco da stare allegri (anzi, Happy, per ricordare la singolare scelta musicale fatta ai tempi di Ncd). Uno dei massimi esponenti del partito, l'ex ministro Maurizio Lupi, aveva sintetizzato la situazione annunciando che il giorno dopo si sarebbe lavorato a "un documento unitario che salvaguardi le due coerenze politiche emerse nella discussione di oggi" (parole pronunciate anche da Alfano). 
Suona strano parlare di "due coerenze politiche" - che se non si temesse di fare torto ad Aldo Moro si potrebbero parafrasare come "divergenze parallele" - con riferimento a due posizioni che inciampano in incrociate accuse di incoerenza: la prima, quella di "appartenenza alla propria storia politica e alla nascita del partito", nel rivendicare la coerenza con il proprio passato di centrodestra è tacciabile di incoerenza per il passato prossimo e per la scelta di tornare accanto a Berlusconi, dal quale ci si era voluti distinguere proprio con la nascita di Ncd; l’altra "di prosecuzione nell'azione riformista di governo, iniziata cinque anni fa", nel voler essere coerente con la scelta di allora (più volte rinnovata) si è attirata da tempo gli strali di chi ha ritenuto quella condotta incompatibile con la storia di centrodestra e moderata dei vari esponenti.
La direzione nazionale di oggi di Ap, più che alla riunione di un organo collegiale, è sembrata una seduta di tribunale che ha sancito - parole usate da molti, anche dalla ministra Beatrice Lorenzin - la separazione consensuale tra le due coerenze divergenti. Il tutto sancito da regolare sentenza, ossia dal famoso documento unitario annunciato ieri:
La direzione di Alternativa Popolare ha approvato all'unanimità la proposta unitaria su cui ha riferito il coordinatore Maurizio Lupi a nome del gruppo (Lorenzin, Cicchitto, Gentile) delegato dalla direzione di ieri, che prevede:1. La prosecuzione dell'unità dei gruppi parlamentari sino al termine della legislatura e l'accordo per cui un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra.2. Un patto di consultazione e di confronto permanente e un approfondimento tecnico-regolamentare delegato ai fondatori del partito su eventuali questioni residue, tra cui i simboli, nelle disponibilità del presidente Alfano.
A limitarsi a queste righe, sembra davvero la scissione politica più serena e pacifica mai vista: tutt'altro clima, insomma, rispetto alle lotte senza quartiere in seno al Partito popolare italiano del 1995 o alle baruffe ripetute (e manesche) all'interno del Nuovo Psi a partire dal 2005. Le due strade, dunque, si dividono: Maurizio Lupi si prepara a ritraslocare nel centrodestra, Beatrice Lorenzin e Fabrizio Cicchitto (forse memore del suo passato remoto socialista non berlusconiano) restano invece a fianco del Pd, ma fino alla fine della legislatura i gruppi resteranno uniti; sembra un po' inquietante, tuttavia, la frase in base alla quale "un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra", come se davvero i due gruppi parlamentari potessero ragionevolmente fare scelte diverse senza subire accuse di schizofrenia (a meno che, ovviamente, i sostenitori di una posizione fossero concentrati in un ramo del Parlamento e quelli dell'idea opposta fossero quasi tutti nell'altro).
Certo è che questa situazione di "due partiti in uno" - che ricorda tanto, questa sì, quella del Ppi nel 1995, fino alla nascita del Cdu dopo le ordinanze della magistratura e il "patto di Cannes" tra Rocco Buttiglione e Gerardo Bianco per dividere nomi, simboli, testate e cercare di limitare i danni - non sarà priva di problemi. In quanto legale rappresentante di Alternativa popolare, infatti, il simbolo attuale di Alternativa popolare e anche quello precedente del Nuovo centrodestra (di cui Ap rappresenta l'evoluzione, ma in piena continuità giuridica) sono nella titolarità di Angelino Alfano, che ha scelto di non candidarsi e ora si ritrova "arbitro" della scissione; Alfano li ha anche registrati a proprio nome come marchi, ma al di là di questo è chiaro che chi seguirà Lupi, nel fondare un nuovo soggetto politico di fatto abbandonerà Ap e, come scissionista, non avrà diritto su nessun nome o simbolo.
In effetti sembra improbabile che Lupi e gli altri siano interessati a utilizzare il cuore di Alternativa popolare, mentre più di qualcuno sostiene che l'ex ministro sia più interessato a valersi del primo nome, quello di Ncd (che, tra l'altro, nel 2011 era stato depositato da Italo Bocchino e da questi concesso ad Alfano), più adatto alla nuova collocazione del gruppo; Alfano non sarebbe assolutamente obbligato a concederlo, anche se potrebbe farlo in spirito di cortesia. Non è affatto scontato, però, che al centrodestra guidato da Berlusconi e con i "duri e puri" Salvini e Meloni vada a genio la convivenza con quel simbolo o anche solo con quel nome (l'ex Cavaliere non aveva avuto parole gentili per quell'etichetta): a quel punto, forse, converrebbe trovare un'altra soluzione. 
Tutto questo, naturalmente, ammesso che il troncone di centrodestra riesca a vincere la sfida più impegnativa, quella delle firme da raccogliere: trattandosi di un gruppo nuovo e scisso da Ap, infatti, Lupi non sarebbe esentato dalla raccolta delle sottoscrizioni per la sua lista (magari creata assieme ai fittiani di Direzione Italia) e non è scontato che dagli alleati arrivi qualche forma di aiuto. Alla peggio, il gruppo di centrodestra di ritorno potrebbe contribuire alla lista nota come "quarta gamba" della coalizione e a quel punto non ci sarebbero problemi di nomi, ma la visibilità e le speranze di risultati favorevoli (anche in termini di eletti) sarebbero ridotte al lumicino; anche Lorenzin e Cicchitto, però, non dormono sonni tranquilli, soprattutto dopo la pessima prova delle regionali siciliane. Da una parte e dall'altra, insomma, c'è poco da stare Happy.

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