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sabato 28 gennaio 2017

Direzione Italia, nuovo nome per il leone di Fitto

Il leone è rimasto al suo posto e con la stessa forma - , ma a colori invertiti e con un nuovo nome, Direzione Italia. E' stata proprio la comparsa del simbolo (a chiusura del video finale), al centro del videowall montato in una sala dell'hotel Ergife di Roma, l'ultimo atto della "Convenzione Blu" voluta da Raffaele Fitto per voltare pagina, dopo la nascita dei Conservatori e riformisti di oltre un anno e mezzo fa. 
L'idea era di costruire un nuovo partito, questa volta dal basso, per dare un contributo concreto alla costruzione di un centrodestra diverso da quello che l'Italia ha avuto finora: un centrodestra ispirato ai Tories inglesi e che nelle scorse settimane (a partire dagli incontri tenuti all'inizio di novembre) si è dato un programma sui temi principali di livello nazionale e internazionale (parlando di rapporti con l'Europa, tassazione, debito e spesa pubblica, lotta alla burocrazia, vero liberalismo in economia...) e ha cercato di concretizzare la sua presenza sul territorio attraverso un accordo con varie forze civiche e territoriali.
Mancava l'atto finale, ossia il rinnovo di ciò che c'era già - CoR, e che di rinnovo si tratta lo mostra il fatto che la pagina del partito di Fitto ha già cambiato nome - per poter includere all'interno tutti gli interessati alla costruzione di un soggetto di centrodestra "credibile, moderno, riformatore", realmente alternativo al Pd (con una stoccata nemmeno troppo velata al Nuovo centrodestra - Area popolare di Alfano) e pronto a misurarsi alle elezioni primarie (da sempre chieste da Fitto, quando era in Forza Italia e soprattutto quando ne è uscito) con chiunque le chieda, a partire ovviamente da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, a patto che si capisca che le primarie vanno fatte innanzitutto tra la gente, oltre che chieste. 
Immagine di questo percorso è e resta il leone. Come si diceva, il disegno è ancora quello adottato dai CoR fin dall'inizio: non la versione del gruppo Ecr al Parlamento europeo - con la fiera seduta - ma il leone eretto e incedente, con coda frustante, dell'Alliance of Conservatives and Reformists in Europe - Acre. Se però all'inizio l'animale era blu (con tanto di luci tridimensionalizzanti) su fondo bianco, ora si è fatta la scelta cromatica inversa, per cui la sagoma si è tinta tutta di bianco, su un fondo blu scuro ammorbidito da una luce proveniente dall'alto. E che quella figura non fosse in discussione sembra testimoniarlo un passaggio dell'intervento di Roberto Rosso, già candidato sindaco (sconfitto) a Torino: "Abbiamo nel simbolo un leone e tu, Raffaele, sei stato un leone: non era facile scontrarsi senza soldi contro le fiere della politica". 
Sotto al tricolore (con gli elementi verdi e rossi più stiracchiati rispetto a prima, per far spazio in mezzo anche a quello bianco, che ora sullo sfondo si può vedere) emerge il nuovo nome, composto in due font leggermente graziate, ma più squadrate rispetto a quella precedentemente in uso: ciò vale soprattutto per la parola "Italia", decisamente dominante quanto a dimensione e resa grafica (il carattere usato rimanda al Courier o ad altre famiglie stile type) e volendo anche piuttosto coraggioso, visto che gli ultimi partiti contenenti quel nome - Scelta civica per l'Italia, Popolari per l'Italia e, negli ultimi anni, la stessa Forza Italia - non sono stati particolarmente fortunati. 
Eppure sono stati proprio gli iscritti alla Convenzione Blu a scegliere la nuova denominazione ("Noi, insieme, abbiamo deciso come chiamarci", ha detto con forza alla fine Fitto): dei 7.593 aderenti, 6.319 si sono espressi e 1.706 (il 27%) ha votato per "Direzione Italia", opzione che ha staccato di circa 350 voti "Movimento Blu" (scelto da 1.454 persone, il 23%); decisamente più lontane le etichette "Ricostruttori" (1.074 voti, 17%), "Più Italia" (821, 13%), "Cambia Italia" e "Patto Blu" (che insieme si sono divise il restante 20%). Il nome politicamente è nuovo, anche se in rete "Direzione Italia" esiste già: è un sito che racconta "l'Italia vista con gli occhi degli italiani", con servizi e reportage
Niente di politico dunque, mentre Fitto e i suoi compagni di viaggio (dalla tribuna dell'Ergife, sotto la direzione di Nuccio Altieri, hanno parlato in tanti, da Daniele Capezzone al genovese Enrico Musso, da Maurizio Bianconi a Massimo Corsaro, fino agli ex governatori del Molise Michele Iorio e del Friuli - Venezia Giulia Renzo Tondo) si preparano a vivere i prossimi mesi verso le elezioni, con la consapevolezza - più volte sottolineata da Fitto - che non si può chiedere di votare presto solo perché "fa figo", ma occorre intervenire sulle leggi elettorali per non rischiare l'ingovernabilità assoluta.

mercoledì 1 giugno 2016

Torino, simboli e curiosità sulla scheda

Inizia ora il viaggio attraverso i simboli delle grandi città al voto: solo nei giorni scorsi gli albi pretori dei comuni interessati hanno pubblicato i manifesti definitivi di liste e candidati, per cui ora il quadro è stabilizzato e si può iniziare la rassegna. In parte l'argomento è stato trattato in precedenza, parlando delle liste particolari che via via venivano svelate, altri simboli vengono trattati per la prima volta. Si inizia da Torino e via via si scende, pronti ad affrontare una pletora di marchi elettorali.

Alla fine Torino fa 34. Tra esclusioni, riammissioni e sorteggi ripetuti in tempi diversi, è questo il numero definitivo delle liste che parteciperanno alle elezioni, mentre il numero dei candidati sindaci è giusto la metà, 17. Ecco di seguito tutti i simboli, raggruppati sotto il nome del candidato sindaco.

Piero Fassino

Il sindaco uscente, Piero Fassino, può contare sul sostegno di quattro liste, una coalizione dimezzata rispetto al 2011, anno in cui le formazioni che lo appoggiavano erano addirittura 8. Quella di punta, naturalmente, almeno a livello politico, è quella del Partito democratico: per l'occasione riutilizza esattamente lo stesso emblema schierato nel 2011, a sua volta ricalcante il primo contrassegno che il Pd abbia mai usato alle elezioni, cioè quello delle Politiche del 2008, con la scritta "Veltroni presidente". Meno fortunato l'esempio più risalente, decisamente più positivo il secondo: anche per questo, i dem sperano di fare il bis riconfermando l'ex segretario Ds alla guida della città.
Di certo, tuttavia, il sindaco uscente punta anche molto sulla sua Lista civica per Fassino, forse una delle più impersonali - dal punto di vista grafico, s'intende - delle "liste personali" mai trovate. Chi si aspettava il "ripescaggio" di un brand amministrativo fortunato come Alleanza per Torino, da tempo nelle mani di Pino De Michele, è rimasto deluso: soltanto scritte e l'alternanza dei colori rosso e bianco per la lista di Fassino, probabilmente per assicurarne la riconoscibilità senza troppi artifici grafici e cromatici (del resto nel 2011 una lista personale nemmeno c'era). Non è escluso che la scelta paghi, anche se gli appassionati di simbologia si sentono piuttosto lasciati a bocca asciutta.
Per coprire l'area "sinistra" della coalizione, si deve poi considerare l'emblema di Progetto Torino, che porta come testo in secondo livello "Sinistra per la città". L'ambientazione è ovviamente rossa, mentre la parte inferiore, arancione, è modellata secondo il profilo della città, che inizia con l'Arco Olimpico e termina con la Mole Antonelliana. Capolista di Progetto Torino è l'assessore uscente Gianguido Passoni e l'obiettivo sembra essere proprio rendere forte la coalizione tra gli elettori di sinistra, che diversamente potrebbero scegliere di votare per Giorgio Airaudo o per uno dei due partiti di ispirazione comunista che si ritrovano sulla scheda elettorale. 
Da ultimo, è confermato anche questa volta il sostegno dei Moderati di Giacomo Portas, che anche questa volta prendono il nome di Moderati per Fassino. L'emblema è molto simile a quello utilizzato nel 2011: la parte superiore è identica, mentre nel semicerchio inferiore è stato ritoccato - in modo quasi impercettibile - il riferimento a Fassino. La presenza dei Moderati in coalizione era un altro degli elementi di certezza a queste elezioni, anche dopo il progetto del Cantiere dei Moderati che ha visto la confluenza di ciò che resta di Scelta civica, ossia del progetto parallelo "Cittadini per l'Italia" (chiaramente non presente con proprie liste a Torino).

Roberto Rosso

Si presenta sostenuto da ben cinque liste Roberto Rosso, sindaco "mancato" nel 2001 che ci riprova a quindici anni di distanza. La prima di cui in questo sito si è parlato, ovviamente, è quella personale del candidato, cioè Roberto Rosso sindaco, che non porta nient'altro all'interno dei simbolo. La presentazione immediata al pubblico - e il cognome in evidenza inconfutabile, anche grazie al colore rosso (nomen omen) - ha evitato che a qualcuno venisse in mente di presentare liste analoghe o fuorvianti; capolista della formazione, tra l'altro, è Patrizia Borgarello, ex leghista e soprattutto colei che con il suo ricorso ha contestato l'esito delle elezioni regionali 2014, vicenda non ancora risolta.
Il primo partito a schierarsi con Roberto Rosso è stata l'Udc, dunque non ci si stupisce affatto a trovare il simbolo con lo scudo crociato sulla scheda. Da notare la personalizzazione dell'emblema, con l'espressione "Rosso sindaco" (che peraltro nella font non rispetta l'immagine coordinata del candidato sindaco, altrove visibile) collocata nel segmento rosso che di norma contiene la parola "Italia" (e, in precedenza, Casini) e la presenza, nella parte bassa, della dicitura "Area popolare". Sulla scheda non si trova né il simbolo di Ncd, né quello di fresco conio di Area popolare (o di Torino popolare, secondo la strategia messa in atto altrove), dunque si presume che gli alfaniani torinesi siano parte del progetto, ma forse non avevano le forze per presentare una lista in autonomia.
In coalizione, poi, c'è l'Unione pensionati di Onorato Passarelli, il cui simbolo per un certo tempo era stato assente dalle competizioni elettorali (il simbolo si è visto al Viminale per l'ultima volta nel 2008 e allora, tra l'altro, era tutto spiegazzato, piuttosto fotocopiato e ricolorato). In quest'anno in cui sulla scheda i torinesi non troveranno il simbolo del Partito pensionati di Fatuzzo, questo è uno degli emblemi in cui la parola "Pensionati" è in maggiore evidenza: a distinguerlo dagli altri, oltre al diverso nome e al fondo giallo, le tre sagome di gabbiani (o saranno altri uccelli) tinte dei colori della bandiera, da sempre "marchio" di quella formazione politica.
Tra i simboli si rivede poi il Mir, ossia i Moderati in rivoluzione fondati da Samorì tra la fine del 2012 e l'inizio del 2013. La formazione, tuttavia, ha cambiato ancora simbolo rispetto a quelli che, in rapida successione, aveva adottato nel suo primo anno di vita. Questa volta la parola più evidente di tutte è "Moderati" e la sarebbe stata anche di più, se la Commissione elettorale circondariale non avesse bocciato la prima versione del contrassegno, che dava al vocabolo ancora più spazio, al punto - secondo i componenti - da creare confondibilità con il simbolo dei Moderati di Portas, che in Piemonte sono decisamente radicati. Il problema è stato evitato rimpicciolendo la scritta e colorando di giallo il fondo. Certo, ora il colore è quasi uguale a quello dell'Unione pensionati, ma all'interno della stessa coalizione non si dovrebbe incorrere in un errore.
A sostegno di Rosso c'è anche una lista denominata Alleanza democratica. I drogati di politica seniores non penseranno a una risurrezione del partito che fu di Willer Bordon, ma piuttosto - trattandosi di elezioni che si svolgono in Piemonte - alla formazione fondata nel 2005 da Giancarlo Travagin, piemontese e già parte di vari tentativi (da Flaminio Piccoli ad Angelo Sandri) di "rifare" la Dc, suo primo partito. Dell'ultima versione del simbolo di Ad, tuttavia, il contrassegno conserva solo la font del nome: niente fondo blu e niente omini tricolori stilizzati, ma un fondo bianco con la traccia della Mole, la dicitura "Roberto rosso sindaco di Torino" su una fascia gialla e, in basso, le "pulci" della Federazione popolare (alla quale Alleanza democratica di Travagin ha aderito, assieme tra gli altri ai Popolari per l'italia e al Nuovo Cdu di Tassone) e di Dipendenti pensionati disoccupati, un emblema già visto nel 2011 nella coalizione di Domenico Coppola, organizzata da Renzo Rabellino.

Osvaldo Napoli

Terzo candidato sindaco che si prende qui in considerazione è Osvaldo Napoli, deputato per tre legislature (per Forza Italia e Popolo della libertà), non entrato in Parlamento nel 2013 e tuttora iscritto a Fi, da sindaco di Valgioie. Non a caso, la prima lista da prendere in considerazione della sua coalizione "a tre punte" è proprio quello di Forza Italia. Per l'occasione viene utilizzato esattamente l'emblema che era stato schierato alle europee del 2014, con la bandierina e sotto il riferimento a Berlusconi, senza aggiungere - come avviene in altre città, a partire da Roma e Milano - alcun riferimento al candidato sindaco. Curiosità: il capogruppo di Fi si chiama Roberto Rosso, ma è solo omonimo del candidato sindaco...
A sostegno di Napoli c'è anche la lista civica Un sogno per Torino, simbolo già noto da tempo in realtà, e per Lo Spiffero legata al gruppo del forzista Luca Olivetti. Niente simboli di partito ovviamente per questa lista civica, ma solo un cuore stilizzato bianco, "in negativo" sullo sfondo blu scuro, con la sagoma della Mole Antonelliana che spunta all'interno, mentre il giallo del nome della lista ricostruisce la coppia di colori dello stemma cittadino. Questa formazione, dunque, sembra rappresentare soprattutto il tentativo di rafforzare sul piano civico una candidatura che agli occhi dei più sembra soprattutto politica, nel contesto di un centrodestra diviso e destinato a non avere troppa rilevanza.
Completa la coalizione che appoggia Napoli la lista civica Salviamo l'Oftalmico insieme. Anche qui simbolo decisamente easy, con scritte bianche a font bastoni su fondo rosso, per una causa tipicamente locale: la formazione, infatti, è una "lista di scopo", legata all'omonima associazione, promossa da professionisti del mondo della sanità e di altri settori della società civile, per cercare di evitare la chiusura dell'Ospedale oftalmico di Torino, per non rendere inutili gli investimenti fatti negli anni per ammodernare la struttura e non disperdere le professionalità accumulate nel tempo. Il presidente dell'associazione, Savino D'Amelio, è anche il capolista.

Alberto Morano

Altro candidato dichiaratamente di centrodestra è invece Alberto Morano, notaio ben noto in città, anch'egli sostenuto da tre liste. A lanciare più di altri la candidatura di Morano è stato Matteo Salvini, quindi è ovvio trovare in coalizione la Lega Nord. Il simbolo è quello ben noto, con Alberto da Giussano e il riferimento a Salvini in basso; il "Sole delle Alpi" verde è presente, ma si sposta per fare spazio alla caratterizzazione nazionale del segno, con l'inserimento della parola "Piemont" e della bandiera piemontese con il lambello. Un segno simile a quello usato nel 2011, ma allora non c'erano il Sole e il Piemont, al posto di Salvini c'era Boss e il centrodestra era unito nel sostegno a Michele Coppola. Praticamente un altro mondo.
Secondo simbolo della coalizione è quello di Fratelli d'Italia, che conferma in questo modo l'asse che ormai sembra essersi consolidato tra i partiti guidati da Salvini e Giorgia Meloni. E c'è proprio scritto Meloni nel contrassegno, che è la copia carbone di quello presentato alle europee del 2014. Fratelli d'Italia certamente non temerà particolari rivali a destra (a parte la concorrenza di Forza Nuova e Casa Pound), soprattutto dopo che il Consiglio di Stato ha defintivamente escluso dalle schede il simbolo e la lista del Movimento sociale italiano di Saya e Cannizzaro (che puntava alla guida della città con Roberto Salerno), proprio per la presenza della fiammella che Saya rivendica come sua creazione tutelata e Fdi ha ricevuto in uso dalla Fondazione An.
A completare lo schieramento tripartito in favore di Morano c'è anche la sua lista personale, denominata Morano sindaco - Lavoriamo insieme. La più parte del contrassegno è occupata da elementi esclusivamente cromatici e testuali; la regione superiore dell'emblema, invece, contiene una visione frontale di parte dei monumenti principali di Torino, con il profilo della Mole collocato praticamente nel centro (il monumento simbolo del capoluogo piemontese torna dunque quattro volte sulla scheda elettorale). Nel disegno si riconoscono anche, a partire da sinistra, Palazzo Reale, il Duomo, la Porta Palatina (a destra della Mole) e la basilica di Superga.

giovedì 3 marzo 2016

Torino, Lega Padana con Rosso: gli scherzi della storia

"Devi perseverare, / usare buona pazienza. / Ricordalo, se vuoi arrivare / al punto di partenza". Questi versi di Giorgio Caproni sono utili a ricordare che la storia politica a volte segue piste difficili da credere, tortuose, ricche di curve e - a volte - di improvvisi ritorni al punto di partenza, magari da diverse prospettive. Difficile commentare in modo diverso la notizia in base alla quale Roberto Rosso, candidato alla poltrona di sindaco di Torino, oltre che sul sostegno del Nuovo centrodestra e dell'Udc, potrà contare anche sull'appoggio della Lega Padana Piemont.
Prima di proseguire, una precisazione dovuta, specie ai non drogati di politica: non si sta parlando ovviamente della Lega Nord che, salvo novità degli ultimi giorni, sosterrà il candidato "unitario" del centrodestra Osvaldo Napoli (sia pure senza troppa convinzione, come si evince da un pezzo di Alberto Mattioli pubblicato pochi giorni fa dalla Stampa). La Lega Padana, nome bianco su fondo verde, è stata fondata nel 2003 da un nome ben noto a chi segue la politica piemontese (e non solo): Renzo Rabellino: sotto al nome, in questo caso, il lambello su croce bianca in campo rosso indica che la "nazione" interessata è quella piemontese (ma ci sono diverse varianti per le varie zone d'Italia, così come quella complessiva, con lambello lombardo, croce di san Giorgio lombarda e leone alato veneto).
Ebbene, più che il partito è il fondatore che bisogna guardare con attenzione. Perché quando Roberto Rosso si candidò la prima volta a sindaco, nel 2001, Lega Padana non esisteva ancora, ma Rabellino c'era eccome: fu lui a tirare fuori dal cilindro la lista Rosso sindaco, portando oltre il 2% dei torinesi votanti a preferire Gianfranco Rosso, al posto del suo "cognonimo" Roberto, e provocando una marea di schede nulle, votate da chi spesso aveva segnato con la croce tanto il simbolo di Forza Italia, quanto quello di Rosso sindaco. Per molti commentatori, sulla vittoria di Rosso sfumata al primo turno e sulla successiva sconfitta al ballottaggio Rabellino e la sua banda ebbero un effetto determinante.
Ma se questo è il precedente, come mai questo improvviso "ritorno opposto" al punto di partenza? Dal quartier generale di Lega Padana si fa capire che il progetto, ben preciso, è costruire il vero centrodestra torinese: se, dicono, Forza Italia e Lega localmente sono allo sfascio, l'unica alternativa seria a Piero Fassino si chiama Roberto Rosso, un'alternativa che Lega Padana si appresta a cogliere. Quale sarà il vero centrodestra, in ogni caso, lo decideranno gli elettori.

mercoledì 17 febbraio 2016

Rosso, verso Torino senza nuovi simboli scomodi?

Ma, che voi sappiate, siamo nel 2001 o nel 2016? Chi abita e vota a Torino, effettivamente, potrebbe chiederselo. La tentazione viene essenzialmente perché, tra coloro che aspirano alla poltrona più ambita di Palazzo civico, c'è anche Roberto Rosso. Candidatosi a metà gennaio (dopo avere inutilmente proposto le primarie per il centrodestra) "per ricostruire la speranza, dare un punto di riferimento ai liberali, moderati ed eredi dei democristiani che non si rassegnano all'idea di vedere a Torino il ballottaggio fra due sinistre, quella Pd e quella del Movimento 5 Stelle", ha incassato finora il sostegno del Nuovo centrodestra e dell'Udc; manca invece quello del suo partito di provenienza, Forza Italia, che con la Lega Nord (e, a quanto si sa, Fratelli d'Italia) ha scelto di sostenere la corsa di Osvaldo Napoli.
Il dato politico più evidente, come è chiaro, è la frammentazione del centrodestra, che sembra consegnare quasi in automatico il ruolo di unica reale competitrice di Piero Fassino alla candidata del MoVimento 5 Stelle Chiara Appendino. Per i drogati di politica e i suoi entomologi dotati di buona memoria, peraltro, c'è almeno un altro dettaglio interessante. Perché il simbolo scelto per la sua lista "personale" dall'avvocato Roberto Rosso - nomen omen, visto che il cognome è proprio indicato con il suo colore - sembra rimandare a un episodio ben preciso, vecchio di quindici anni, che certamente l'allora segretario regionale forzista non ha dimenticato. E, beninteso, non avrebbe potuto cancellarlo, nemmeno volendolo.
Perché, a ben ricordare, nell'anno di scarsissima grazia 2001, quando si era candidato a sindaco di Torino Rosso una lista col suo nome non l'aveva. Forse non aveva pensato che servisse, forse non l'aveva voluta, difficile dirlo. Altri invece ci pensarono eccome: il gruppo di Renzo Rabellino, che due anni prima sosteneva di non aver ottenuto proprio da Rosso le candidature promesse alle elezioni provinciali e voleva rendergli la pariglia (e qualcuno giurò di avere sentito dire, all'indirizzo del deputato e forzista "non ci sono problèeemi, prima o pòi la pàaaaghi", con evidente accento torinese) non aspettava altro ed entrò in azione con una lista di un outsider che si chiamava Rosso. Gianfranco però, non Roberto, e per giunta con il cognome scritto a caratteri cubitali sul simbolo e il nome ben poco visibile; in un primo tempo addirittura il Comitato Torino libera (così si chiamava ufficialmente la lista) aveva tentato di clonare cromaticamente il simbolo della Casa delle libertà, ma la commissione elettorale di Torino si mise di traverso. Anche così, in ogni caso, l'emblema "Rosso Gianfranco sindaco" ottenne i suoi effetti, costringendo Rosso (Roberto) al ballottaggio con Sergio Chiamparino, poi uscito vincitore. Sarà per evitare altre bruciature che, sia pure usando altri colori, questa volta Roberto Rosso ha varato da subito il suo simbolo personale per la corsa verso Palazzo di Città, con nome e cognome in bella vista? Eventuali incubatori di simboli scomodi sono avvertiti...

lunedì 11 febbraio 2013

Scelgo il Rosso, ma è quello sbagliato

Probabilmente è stato il suo miglior colpo di sempre. Non era stato certo il primo, secondo vari mentitori di professione non sarebbe stato l'ultimo, ma certamente fu quello architettato meglio e, in un certo senso, il più luciferino messo a segno da lui. Lui poi sarebbe Renzo Rabellino, colui che il venerabile maestro Filippo Ceccarelli definisce "il mago delle false apparenze elettorali", che altri hanno battezzato di volta in volta come "genio delle liste patacca", "regista delle operazioni alias" e, specie quando da lui arrivava un inatteso sgambetto elettorale, "volgare taroccatore". Più titoli nobiliari che epiteti di scherno, che comunque lasciano piuttosto indifferente il nostro Rabellino, che ridacchia e poi riprende tranquillo la sua esistenza.
Ma non divaghiamo, si diceva del colpo. Era l'anno di scarsa grazia 2001, quando si votava contemporaneamente per rinnovare il Parlamento (una volta tanto, a scadenza naturale) e varie amministrazioni locali, compresa quella di Torino. Candidato del centrodestra, il segretario regionale di Forza Italia Roberto Rosso: per il suo partito e per molti commentatori, le elezioni le avrebbe vinte sicuramente lui, anche perché a sinistra Valentino Castellani aveva già fatto due mandati. La coalizione aveva deciso di candidare il suo vice, Domenico Carpanini: era stato proprio lui a chiedere un apparentamento, tra gli altri, anche a quel burlone di Rabellino, che - dopo una militanza autonomista e leghista della prim'ora - si era già prodotto in alcune iniziative interessanti di distrazione (dalla Lega per Torino a Piemonte nazione, fino a vari simboli localistici testati alle elezioni politiche, che meriterebbero un capitolo a parte) ma fatte sempre con cognizione e un significato politico serio.
Rabellino non si era tirato indietro, anche se aveva avvertito l'amico Carpanini: avrebbe portato qualche voto, ma Piemonte Nazione non era una corazzata. Neanche il tempo di dare seguito all'accordo che - pace all'anima sua - a Carpanini era venuto un infarto e ci era rimasto. Secco. Sconcerto a Torino per la tragedia - lo stimavano in molti, quell'uomo - e sconforto nel centrosinistra, che doveva trovarsi un altro candidato e anche alla svelta. Dal cappello era uscito il nome di Sergio Chiamparino, ma Rosso non si era scomposto di un millimetro: era sicuro di vincere - e di soldi in quella campagna ne aveva messi parecchi - e per scuoterlo ci voleva altro. Uno come Rabellino, per esempio, che sullo stomaco aveva ancora una faccenda di due anni prima, quando proprio Rosso gli aveva proposto un accordo per le provinciali a Torino e a Cuneo ma poi non aveva candidato nessuno di Piemonte Nazione. Un colpo basso, per Rabellino, che avrebbe ricambiato alla prima occasione utile. Quella.
L'idea la espose a un amico vicino a Chiamparino: fare una lista "Rosso sindaco": Rosso nel senso di Gianfranco, lombardo, giornalista, già membro del Parlamento padano e ovviamente amico del Nostro. Idea fulminante, ma il tempo era poco, anche solo per raccogliere le firme: saltarono fuori tutte in 48 ore, quasi tutte in un'assemblea degli allora Democratici di sinistra e tutte perfettamente regolari. La mossa non sfuggì a Roberto Rosso, che improvvisamente si inquietò, anche perché un simbolo col suo nome sulla scheda non c'era. La lista di Rabellino si presentava con il nome "Comitato Torino libera", ma nel contrassegno sfoggiava un vistoso "Rosso sindaco" tutto in maiuscolo, con il nome di battesimo del candidato microscopico, schiacciato tra le due parolone; a coronare il tutto, quelle stesse scritte bianche su fondo blu e il segmento circolare in basso occupato dal tricolore. Praticamente, un clone della Casa delle libertà.
Rosso si infuriò, probabilmente accolse con sollievo la notizia che la commissione elettorale aveva bocciato il simbolo del suo cognonimo, perché, con quei colori del Pdl e il nome "Gianfranco" quasi invisibile, faceva pensare proprio a Roberto Rosso; quando invece l'organo ammise la variante dell'emblema, meno confondibile forse ma molto più curata, iniziò a sbottare e ad attaccare quell'inatteso concorrente. Lui, Gianfranco, intanto aveva cominciato a farsi conoscere e intervistare, mostrando di non essere affatto un pesce fuor d'acqua. 
Al primo turno Roberto Rosso, arcisicuro di vincere a colpo sicuro solo un pugno di giorni prima, si fermò al 44,4% (Chiamparino prese il 44,9%, 2600 voti in più), ma Gianfranco Rosso portò a casa il 2,23% e a quel turno si contarono 25mila schede nulle, un'enormità: tra esse, anche quelle in cui gli elettori avevano votato Forza Italia e, contemporaneamente, Rosso Sindaco. Sbagliando Rosso, ovviamente. Una sfida praticamente già definita aveva cambiato esito in zona Cesarini e non era ancora finita: al ballottaggio, si sa, vinse Chiamparino, mentre Rosso perse addirittura qualche voto rispetto al primo turno. Quella volta Renzo Rabellino non c'entrava, ma se Sergio Chiamparino è riuscito a restare in corsa, per poi guadagnarsi per la prima volta la poltrona di sindaco, lo deve soprattutto all'idea esplosiva, quasi sulfurea di quel mago elettorale dall'abilità indiscussa.