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giovedì 22 agosto 2019

Ci metti la firma? Parliamone con David Tozzo (Articolo Uno)


Firma la petizione "Ci metti la firma?" su Change.org

Al secondo giorno di consultazioni dopo le dimissioni di Giuseppe Conte, anche se pare allontanarsi lo scenario di un voto a breve (ma nemmeno troppo, i giochi non sono ancora fatti), non perde di attualità la campagna #Cimettilafirma: il problema di un accesso (più) equo alle elezioni - politiche in questo caso - rimane un tema centrale per la qualità della democrazia, lo sarà ancora di più se si vorrà cambiare la legge elettorale o alcune forze politiche invocheranno a cadenza quotidiana o quasi il ritorno alle urne.
Risulta inevitabilmente interessato al tema della raccolta delle firme anche Articolo Uno, che ad aprile ha celebrato la sua assemblea congressuale, eleggendo Roberto Speranza come segretario e completando la sua trasformazione in partito. Ne parliamo con David Tozzo, fresco responsabile nazionale Innovazione e democrazia digitale: anche lui esprime interesse per la proposta formulata da questo sito per raccogliere le sottoscrizioni non sulle liste di candidati ma sul simbolo, anche per dare più peso e valore all'elemento di identificazione di ciascun partito.  


* * *

Tozzo, se non si vota subito per Articolo Uno non è una cattiva notizia, se non altro perché non dovrà fare le corse per raccogliere in poco tempo quasi 48mila firme per partecipare le elezioni, visto che non è tra i "magnifici 5" che dispongono di un gruppo parlamentare in entrambe le Camere. Cosa che, tra l'altro, costringerebbe anche Liberi e Uguali alla raccolta firme, se esistesse come soggetto unitario...
lo inizierei con una battuta: "un fantasma si aggira per il Quirinale: il fantasma di Liberi e Uguali!" Lo dico perché in queste ore, dopo essere stati ricevuti ieri dal Presidente della Repubblica per le consultazioni, abbiamo avuto di nuovo visibilità come gruppo parlamentare, cosa che non succedeva da tempo... Detto questo, è vero, Leu ha solo il gruppo alla Camera e quindi non potrebbe fruire dell'esenzione. Ora, in vista delle consultazioni elettorali sono stati frequenti gli appelli - in passato spesso dei radicali, l'anno scorso soprattutto di +Europa - a introdurre deroghe una tantum o a evitare norme che non escludessero qualcuno, ma non la metto in questo senso perché io non faccio il gioco della deroga, dell'eccezione o del cavillo. Trovo che questa situazione di sbarramento all'ingresso, per cui al momento sono certi di partecipare alle elezioni solo M5S, Pd, Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, denoti una compressione del diritto di rappresentanza addirittura pericolosa. 
Quindi, un problema oggettivamente c'è, ma non va affrontato con una deroga. Sarebbe meglio risolverlo diminuendo il numero di firme necessarie, ma chiedendo a tutti i partiti di raccoglierle, o prevedendo un'esenzione sufficientemente ampia per i soggetti rappresentati in Parlamento e continuando a chiedere alle forze esterne uno sforzo maggiore per dimostrare la loro consistenza?
Beh, ovviamente la prima è la strada maestra, in queste condizioni non si può che chiedere a tutti di fare almeno un piccolo sforzo.
Certo è che, nell'area vasta e disomogenea della sinistra, in cui ci sono varie formazioni relativamente "giovani" e senza un radicamento capillare o strutturato come un tempo, anche una raccolta firme ridimensionata potrebbe non essere semplicissima. Sbaglio?
Noi di Articolo Uno abbiamo aumentato nell'ultimo anno le iscrizioni di un migliaio, siamo arrivati a 22mila tesserati: non è un numero irrilevante, anche se certamente abbiamo difficoltà in alcuni territori, mentre siamo molto più forti in altri a partire dall'Emilia Romagna, anche per la presenza di figure come Pierluigi Bersani e Vasco Errani; alcuni, è vero, hanno abbandonato il progetto, mentre all'assemblea congressuale di aprile abbiamo registrato l'ingresso di gran parte dell'ex minoranza di Possibile, che ho guidato all'ultimo congresso nazionale come candidato segretario. Detto questo, credo in generale che comprimere o anche solo non agevolare la partecipazione sia una strada corretta in ottica democratica: è giusto che si lanci una sfida a tutti i partiti, piccoli e grandi, perché facciano lo sforzo di dimostrare che sul territorio esistono.
Eppure, anche in passato, le esenzioni o tagli di firme particolarmente corposi sono stati cercati con insistenza anche da partiti di una certa entità, come se non avessero voglia di misurarsi con la raccolta delle firme...
Non voglio pensare che sia così, anche perché Pd e Lega, e in un certo senso anche le altre forze politiche che risultano esenti dalla raccolta firme, non avrebbero difficoltà a trovare sottoscrittori in giro. Chi non vuole saltare un fosso magari non lo fa perché gli sembra troppo largo; se però ai suoi occhi somiglia piuttosto a una pozzanghera, non si fa molti problemi e lo salta.
Probabilmente sarà così, ma allora non mi spiego come mai in passato si sia fatta la corsa per avere le esenzioni o ci siano stati così tanti episodi di falsificazione di firme, degli elettori o addirittura degli autenticatori.
Quei casi ci sono stati, è vero, ma rileverei come questo non dipenda dalla difficoltà di partiti di peso nella raccolta delle firme "con tutti i crismi", ma dalle scelte e dall'operato di singoli dirigenti locali.
Parliamo di pigrizia, di "dovrei raccogliere le firme, riuscirei anche a farlo ma, con tutto ciò che ho da fare, non mi va?"
Io starei attento a parlare di pigrizia, se non altro perché questa parola rischia di dare un'assoluzione o un alibi: in realtà penso che si tratti davvero di episodi legati a singoli decisori locali che, per loro imperizia, incapacità, in qualche caso ignoranza delle regole, hanno scelto di prendere una scorciatoia che è comunque ingiustificabile. Questo però non può e non dev'essere preso come indizio di un'incapacità di un partito nazionale a raccogliere firme. Magari sarebbe vissuto come una seccatura, questo è possibile, ma lo si farebbe.
Eppure un partito come Forza Italia, che ha perso varie forze nel corso del tempo, in certi territori faticherebbe a raccogliere le firme richieste oggi, quindi sfrutterebbe volentieri l'esenzione riconosciuta dalla legge. Meglio allora eliminare le esenzioni o mantenerle in forme meno smaccate del passato?
Anche in base a quello che ho detto prima, non solletica il termine "esenzione", non mi convince, come dicevo per il concetto di "deroga". Proverei a proporre di gettare il cuore oltre l'ostacolo, rilanciando con l'idea di rinunciare per sempre alle esenzioni, per entrare in un'ottica virtuosa di avere un contatto con le persone, necessario per presentarsi non solo alle elezioni, ma prima di tutto alle persone stesse. Sicuramente se io sostenessi la legittimità e la correttezza delle esenzioni porterei acqua buona al nostro mulino, ma vorrei provare democraticamente a farne a meno. 
Beh, diciamolo, anche Liberi e Uguali ha partecipato alle elezioni del 2018 senza firme, grazie all'esenzione concessa ad Articolo Uno e a Sel, che aggiunsero apposta il riferimento a Leu nel nome dei loro gruppi parlamentari...
Chiarisco: non mi ritengo politicamente un ipocrita e non voglio demonizzare la scelta di chi - come anche Leu alle ultime elezioni - ha fruito dell'esenzione, una scelta e uno strumento che comunque consegna al popolo un ventaglio di opzioni più ampio, dunque virtuoso, ma sono convinto che sia ancora più virtuoso raccogliere le firme. Se dunque la legge continuasse a prevedere l'esonero dalla raccolta firme per i partiti che abbiano dimostrato una certa consistenza, anche solo per garantire il diritto alla partecipazione elettorale, inviterei - innanzitutto, ma non solo, al mio partito - a non sfruttarla, a non prendere la scorciatoia, a cercare innanzitutto il contatto con le persone.
Questo sito, lanciando la campagna Ci metti la firma?, ha proposto anche di raccogliere le firme non più sulle liste di candidati, ma sul simbolo che si intende utilizzare alle elezioni, per dare più valore a quel segno di riconoscimento ed evitare varie criticità in sede di presentazione delle candidature, anche solo per sfruttare meglio e in condizioni di uguaglianza il tempo a disposizione. Lei che ne pensa?
Chiariamo meglio: la raccolta sul simbolo, sul simbolo e sul nome o anche solo sul nome?
Visto che ha posto il problema, secondo lei che differenze ci sono?
Posto che, quando proponiamo delle soluzioni grafiche o grammatical-sintattiche, è sempre alle persone che dobbiamo riferirci, io credo che le riconoscibilità vadano costruite, anche se in questo momento parla un dirigente di un partito di sinistra, un'area fin troppo abituata a cambiare uno o più simboli a ogni turno elettorale... Oggettivamente dovrebbe essere un approdo avere un'uniformità e costanza nel tempo tanto del nome quanto del simbolo; ho posto la domanda perché è fisiologico che con il tempo il simbolo graficamente cambi un po', mentre il nome dovrebbe rimanere fermo: credo che solo la stabilità del nome responsabilizzi un contingente politico. Anche noi di Articolo Uno abbiamo voluto semplificare il nostro simbolo togliendo la dicitura "Movimento democratico e progressista", perché ora siamo a tutti gli effetti un partito e non più un movimento, ma abbiamo conservato il nome di Articolo Uno che ora dovremmo cercare di conservare il più possibile. Certo è che i simboli, come anche i nomi, restano vivi solo se restano vivi i soggetti politici identificati da questi: sarebbe importante non costringere a restare in vita sulle schede simboli i cui progetti politici alla base sono esauriti.
Condivido la sua riflessione; diciamo che la proposta formulata da questo sito si occupa solo del momento elettorale, cioè chiede alle forze politiche - tutte, senza eccezioni - con quale faccia e identità vogliono presentarsi agli elettori e, quindi, per quale identità si preparano a raccogliere le firme. Se un partito intende presentare una propria lista alle elezioni, da solo o in coalizione, ha tutto l'interesse a rendersi riconoscibile: può farlo solo adottando come contrassegno elettorale il proprio simbolo già noto. Se invece fin dall'inizio si decide di fare una lista cui partecipano più forze politiche, perché ad esempio si vuole superare lo sbarramento, credo sia giusto chiedere dall'inizio a quelle forze con quale immagine vogliono identificarsi: se con un contrassegno composito, nel quale magari un simbolo prevale su un altro, o se con un emblema del tutto nuovo.
Questo mi sembra del tutto condivisibile, anche se è qualcosa cui non siamo più abituati, sia perché ormai in troppi mettono le persone davanti alle idee, sia perché di fatto questa riforma costringerebbe tutti a cambiare atteggiamento e a sforzarsi almeno un po'. Nel paese delle deroghe e delle emergenze, proporre coraggiosamente un'innovazione strutturale della normativa elettorale; nel paese della tentazione della compressione dei numeri, come ha dimostrato il tentativo della "riforma Fraccaro" sul taglio dei parlamentari (che non è più calendarizzata in questo momento), una proposta come quella lanciata da I simboli della discordia è più che lodevole. 
Anche perché anche l'elettore, con il simbolo messo al centro, sarebbe più attento a quello che firma e non si rischierebbe più di sapere che qualcuno ha firmato per una lista quando credeva di avere firmato contro le "strisce blu" dei parcheggi...
Cose indecorose, come quelle di chi autentica firme che non sono state raccolte in sua presenza: per pensarla così non c'è bisogno di essere giustizialisti, anche se ormai ci ha completamente egemonizzato una sorta di garantismo berlusconista per cui si è sempre innocenti fino al 45° grado di giudizio... una cosa che francamente non sopporto più.
Per chiudere, mettiamo che non sia ancora sfumata la possibilità di votare in autunno, se alla fine un accordo per un nuovo governo non ci sarà. Che si fa?
Io credo che ci siano tutte le condizioni per intervenire per decreto, anzi, credo che sarebbe doveroso perché si è interrotta una legislatura che non ha potenzialmente nemmeno avuto il tempo di intervenire su questo, quindi si sarebbe di fronte a un caso straordinario di necessità e urgenza.
Straordinario che si è verificato un po' troppo spesso... e se invece non si vota e un governo arriva?
Si parla sempre di legislature costituenti, anche se io, da anziano di trentasette anni non ci credo più da un pezzo. Però, in un schema più ampio, che rimetta a centro in pieno il Parlamento, anche attraverso un'auspicabile nuova legge elettorale chiaramente proporzionale, la rappresentanza popolare dovrebbe essere favorita anche prendendo a cuore il problema di cui stiamo parlando, sarebbe gravissimo pensare alle prossime generazioni senza pensare anche alle prossime elezioni. Anche perché, se il proporzionale amplia la rappresentanza dei gruppi politici, che non rappresentano altro che i cittadini, se quei partiti non riescono nemmeno ad accedere alle elezioni per lo sbarramento all'ingresso che c'è ora, quell'ampliamento resta solo eventuale. Il M5S ha tra i suoi punti qualificanti la partecipazione dei cittadini alla vita democratica, lo stesso è per le forze che potrebbero concorrere a un nuovo governo, quindi potranno dimostrare tutti che non si vuole comprimere la rappresentanza, come il taglio dei parlamentari rischiava di fare. Tra l'altro, se governo sarà, che tipo di governo avremo?
A cosa pensa?
Beh, se avremo un governo istituzionale, è difficile che possa non occuparsi del tema dell'accesso alle elezioni. Se sarà un governo elettorale, direi che dovrà occuparsene per forza, per statuto: se deve organizzare la consultazione elettorale, dovrà renderla accessibile visto che finora non è stato fatto. Se sarà un governo politico, è giusto che si impegni per favorire la più ampia possibilità di scelta, che è diametralmente opposto al dare pieni poteri a uno solo.

lunedì 7 gennaio 2019

Regionali in Sardegna: Possibile vuole bloccare il simbolo di Leu?

Doppio appuntamento con le elezioni regionali a febbraio: se il 10 si voterà in Abruzzosi farà altrettanto il 24 in Sardegna (dopo le suppletive per la Camera a Cagliari che si terranno il 20 gennaio). Entrambe saranno test importanti per verificare la tenuta delle varie forze politiche a livello sovralocale, come pure per mettere alla prova possibili nuove geometrie per gli schieramenti. Questo, naturalmente, a patto di riuscire a far arrivare il simbolo sulla scheda: non è solo una questione di firme da raccogliere, ma anche di veti da superare. Veti sotto i quali rischia seriamente di cadere l'emblema di Liberi e Uguali
Si è già ricordata alcune settimane fa la situazione spinosa del simbolo di Leu a livello nazionale, per cui per il suo uso occorrerebbe l'assenso di Pietro Grasso e dei leader delle tre componenti politiche che avevano costituito l'associazione che poi avrebbe presentato le liste alle elezioni: Grasso aveva già chiesto da tempo alle altre parti dell'atto costitutivo di "liberare" il simbolo, per permetterne l'uso senza necessità di autorizzazioni da parte di chi voleva effettivamente operare e presentare candidature con quell'emblema; atti concreti in questo senso da parte di Roberto Speranza (Articolo 1), Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) e della nuova leader di Possibile, Beatrice Brignone (eletta dopo le dimissioni di Giuseppe Civati), non ce ne sono stati, anzi ogni forza politica sembra avere preso un proprio percorso diverso, autonomo.
Certamente i primi appuntamenti elettorali rilevanti saranno un banco di prova importante per verificare le reali intenzioni di ognuno. E se sull'Abruzzo nulla di particolare per il momento si è saputo, per le elezioni sarde su più di una bacheca Facebook ben informata circola la notizia che i dirigenti nazionali di Possibile non sarebbero intenzionati a concedere l'uso del simbolo di Liberi e Uguali: questo dovrebbe contrassegnare liste che sarebbero comunque il frutto di un cammino unitario delle componenti locali che avevano partecipato sotto lo stesso emblema alle ultime politiche. "All'atto della costituzione con atto notarile del 'movimento politico' Liberi e Uguali - ricorda  David Tozzo, già candidato alla segreteria nazionale di Possibile (in alternativa proprio a Brignone) - per ogni futuro utilizzo anche elettorale del simbolo ci sarebbe stato bisogno delle firme di quattro persone: Pietro Grasso e i segretari dei partiti politici (di volta in volta in carica) di Articolo 1, Sinistra Italiana, Possibile. Nel frattempo, pertanto, il 'potere di veto' in capo a Possibile è passato da Giuseppe Civati a Beatrice Brignone in ragione del congresso nazionale che nella prima metà di maggio l'ha vista prevalere sulla mia persona e succedere a Civati, al quale rimane politicamente e personalmente molto legata. Tuttavia, il 26 maggio Pietro Grasso aveva annunciato che la Brignone gli ha garantito la facoltà di utilizzo del simbolo senza porre vincoli o veti, salvo poi rimangiarsi la parola data (non è la prima volta: lo fece anche con la mia persona dopo avermi garantito una segreteria del partito Possibile unitaria dopo il congresso, salvo poi espellere i miei e provare a farmi fuori), successivamente rendendo la vita dura alle persone che sul territorio, a più livelli (dal comunale al regionale) intendevano esercitare il loro democratico diritto di elettorato attivo e passivo per Liberi e Uguali". 
L'idea di negare l'uso del simbolo di Leu, secondo Tozzo, sarebbe un modo di tenere "in ostaggio un'intera comunità politica, fregandosene del fatto che fossero già in campagna elettorale, tutte cose che con il mio gruppo Reinventare la Sinistra abbiamo prontamente denunciato e che sembrerebbero dare i frutti sperati, portando nelle ultime ore a più miti consigli i due 'sequestratori' e costringendoli, de facto e per evitare ulteriori malanimi e figuracce, a sciogliere il sequestro".
Chi sta lavorando alla lista fa capire che è ancora in corso un dialogo, per cui proverà fino all'ultimo secondo a evitare il veto. Se la concessione all'uso del simbolo non arriverà, le candidature saranno comunque presentate, ma con nome ed emblema diversi; non è detto che sia necessario raccogliere le firme, perché la legge elettorale regionale concede l'esenzione anche in presenza di una dichiarazione esplicita di collegamento da parte di un consigliere regionale (del resto anche LeU non risulta ufficialmente presente in consiglio, quindi non ci sarebbe stata nessuna esenzione automatica). 
Certo, se dovesse essere necessario presentare un nuovo simbolo, sarebbe l'ennesimo adottato a sinistra, con un problema sempre più serio di riconoscibilità per gli elettori. I contrassegni elettorali vanno depositati in Corte d'appello a Cagliari - prima delle candidature, secondo una procedura che ricalca quella delle elezioni politiche - tra il 13 e il 14 gennaio (entro le ore 12): c'è ancora qualche giorno per tentare di sbrogliare la matassa o di mettere in atto il piano B.