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sabato 1 ottobre 2022

Per fare il nuovo Pd ci vuole un simbolo (ma serve un'identità chiara)

Nessuno dei commenti sul risultato elettorale del 25 settembre ha classificato il Partito democratico tra i vincitori di questa chiamata alle urne; ne, del resto, poteva essere altrimenti. Il 19,07% ottenuto alla Camera è ben più basso del 33,18% del Pd di Walter Veltroni del 2008 (che perse) e del 25,43% del Pd di Pierluigi Bersani del 2013 (che "non vinse"); è di poco più alto del 18,76% ottenuto dal Pd guidato da Matteo Renzi nel 2018, ma allora quella percentuale era frutto di 
6.161.896 voti, mentre ora le schede con la croce sul Pd sono state 5.356.180.
Nella prima conferenza stampa seguita al voto, il segretario dem Enrico Letta ha parlato di risultato insoddisfacente (pur nella sostanziale tenuta, a fronte delle flessioni significative di altri partiti di rilievo) e della necessità di un percorso accelerato verso il nuovo congresso, con lui che non si candiderà alla segreteria. Si è trattato del primo segno di rinnovamento, che ne preparava altri, in forma di auspicio e non solo. Questi ieri sono stati condensati nella lettera rivolta alle iscritte e agli iscritti "sul Congresso Costituente del Nuovo Pd" (così si legge nel sito del partito) e diffusa attraverso i canali demDi seguito il testo della lettera, che sembra opportuno riportare per intero:

Carissime e carissimi,
sono passati pochi giorni dal voto che ha sconvolto gli equilibri politici italiani ed europei e sento la necessità di rivolgermi a ciascuno di voi per ringraziarvi dello straordinario impegno profuso in questa durissima campagna elettorale.
Abbiamo perso. Ne usciamo con un risultato insufficiente, ma ne usciamo vivi. E sulle nostre spalle c’è oggi la responsabilità di organizzare un’opposizione seria alla destra. 
Abbiamo il tempo e abbiamo la forza morale, intellettuale e politica per rimetterci in piedi. Le basi per ripartire ci sono. Pur avendo subito la concorrenza di chi ci ha preso di mira con inusitata asprezza, con il dichiarato obiettivo di mettere in discussione la nostra stessa esistenza in vita, siamo il secondo partito italiano, la forza guida dell’opposizione e uno tra i maggiori partiti riformisti e progressisti europei. E ciò in un contesto nel quale tutte le forze politiche principali, tranne FdI, hanno perso molti o moltissimi consensi rispetto alle precedenti elezioni politiche. Oppure ottenuto risultati molto inferiori rispetto ai proclami. 
L'esito di queste elezioni è stato segnato dall’impossibilità - non torno qui sulle responsabilità - di presentarci con un quadro vasto di alleanze. La legge elettorale, profondamente sbagliata e che abbiamo provato invano a cambiare, favorisce chi le realizza. La destra, pur con tutte le sue divisioni, si è coalizzata e ha prevalso nella stragrande maggioranza dei collegi uninominali, ottenendo così la maggioranza dei seggi in Parlamento. Ad essa non corrisponde una maggioranza nel Paese: ciò accresce il nostro dovere di organizzare una opposizione dura e intransigente sui valori e sulle politiche, sempre nell’interesse generale dell’Italia e delle istituzioni repubblicane.
Allo stesso tempo, in questa campagna scandita da insidie e veleni, si sono manifestati evidenti i limiti della nostra proposta ed è emersa una mancanza molto grave di capacità espansiva nella società italiana. Sono limiti che ci obbligano a un confronto serissimo e sincero tra di noi. 
Perché il Pd, per sua stessa natura, deve essere un partito espansivo e largo. Se manca questa aspirazione entra in crisi la sua ragione d’essere. Per questo dobbiamo essere pronti a rimettere tutto in discussione. Ora possiamo farlo, dopo potrebbe essere troppo tardi. 
Fermarsi a enunciare le tante, pur legittime, ragioni consolatorie per un risultato che comunque ci assegna il ruolo di guida dell’alternativa sarebbe sbagliato. Non è questo l’atteggiamento col quale ho voluto interpretare il mio compito di guida del PD. E non sarà questo il modo con cui vivrò questa fase. 
Quel che vi propongo è di accettare di entrare in profondità nei problemi per risolvere i nodi che ci bloccano e poi, a partire da questo sforzo genuino e determinato, di scegliere insieme la nuova leadership e il nuovo gruppo dirigente.
Abbiamo bisogno di un vero Congresso Costituente. Per questo vi chiedo di partecipare con passione e impegno, accanto ad altri che spero vorranno raggiungerci per fare insieme un percorso che, come proporrò alla Direzione convocata per la prossima settimana, dovrebbe essere articolato in quattro fasi. 
La prima sarà quella della "chiamata". Durerà alcune settimane perché chi vuole partecipare a questa missione costituente, che parte dall’esperienza della lista "Italia Democratica e Progressista", possa iscriversi ed essere protagonista in tutto e per tutto. 
La seconda fase sarà quella dei "nodi". Consentirà ai partecipanti di confrontarsi su tutte le principali questioni da risolvere. Quando dico tutte, intendo proprio tutte: l’identità, il profilo programmatico, il nome, il simbolo, le alleanze, l’organizzazione. E quando parlo di dibattito profondo e aperto, mi riferisco al lavoro nei circoli, ma anche a percorsi di partecipazione sperimentati con successo con le Agorà Democratiche. 
La terza fase sarà quella del "confronto" sulle candidature emerse tra i partecipanti al percorso costituente. Un confronto e una selezione per arrivare a due candidature tra tutte, da sottoporre poi al giudizio degli elettori. 
Infine, la quarta fase, quella delle "primarie". Saranno i cittadini a indicare e legittimare la nuova leadership attraverso il voto. 
Tutto può svolgersi a regole vigenti. E quindi può iniziare rapidamente. È un percorso aperto che può e deve coinvolgere, oltreché i nostri mondi di riferimento, anche il paese intero, dimostrando a tutti la forza e l’utilità di un partito-comunità, contrapposto ai tanti partiti personali che abitano oggi la nostra scena politica. 
Infine, è un percorso che concilia l’urgenza di affrontare i nostri problemi con la indispensabile rigenerazione del gruppo dirigente. Contenuti forti e volti nuovi sono entrambi necessari. Gli uni senza gli altri rischiano di trasformare il Congresso in un casting e in una messa in scena staccata dalla realtà e lontana dalle persone. Se non li bilanciamo con attenzione, ci trasformiamo definitivamente nelle maschere pirandelliane che evocai nel mio ormai lontano discorso del 14 marzo 2021. 
So che vogliamo tutti evitare questo epilogo. So che vogliamo tutti arrivare presto a un nuovo Pd e a una nuova leadership. 
Se ci muoviamo insieme in questa direzione, con coraggio e tempismo, dimostreremo di essere capaci di tornare in sintonia con le attese del Paese. 
Vi chiedo di credere in questo progetto e di esserne protagonisti attivi seguendo le indicazioni che usciranno dal dibattito della Direzione convocata per giovedì 6 ottobre. 
Vi chiedo soprattutto di avere fiducia nel "noi collettivo" che è molto meglio della somma dei tanti io. Questa è la grande forza del Partito Democratico. Questa è la nostra missione.

I contenuti politici sono certamente rilevanti in questa lettera aperta. A chi frequenta questo spazio, tuttavia, non può sicuramente sfuggire quanto scritto da Letta parlando della seconda fase del percorso costituente, quella dei nodi: quella in cui coloro che parteciperanno potranno "confrontarsi su tutte le principali questioni da risolvere", includendo "l'identità, il profilo programmatico, il nome, il simbolo, le alleanze, l'organizzazione". Sì, anche il simbolo. Una discussione e un confronto, peraltro, da non limitare agli organi rappresentativi nazionali del partito, ma da portare con un "dibattito profondo e aperto" nei circoli dem, come pure in "percorsi di partecipazione sperimentati con successo con le Agorà Democratiche". Già questo sarebbe oggettivamente un tratto di novità: fino a questo momento si era parlato in modo sommario, non diretto, di possibili cambi di nome o di simbolo, ma sempre come operazioni interamente gestite dal vertice, senza discussione con la base. Giusto per rinfrescare la memoria, se n'era parlato all'inizio del 2020, poco prima delle regionali in Emilia-Romagna, quando l'allora segretario Nicola Zingaretti aveva dichiarato alla Repubblica "Vinciamo in Emilia-Romagna, e poi cambio tutto: sciolgo il Pd e lancio il nuovo partito", lasciando presagire che ci si doveva aspettare una denominazione e un fregio politico nuovi; il deflagrare dell'era Covid-19 ha suggerito di mettere da parte questi progetti per occuparsi di altro, senza che per questo la vita del Pd sia stata meno travagliata (lo stesso arrivo di Letta alla segreteria è figlio di quella stagione).
Anche in precedenza, del resto, più di una voce - a volte con nome e cognome, più spesso indistinta e legata a rumors - si era levata per suggerire di mettere mano al nome e, già che ci si era, di ritoccare poco o molto anche il simbolo (in modo permanente e non solo con riferimento alla singola tornata elettorale). Su questo sito, ad esempio, tra il 2016 e il 2017 si era parlato almeno in un paio di occasioni della possibilità di dimezzare il nome del partito, chiamandolo solo "Democratici", anche se quell'etichetta non era affatto nuova. Nessuna persona che appartenga alla schiera dei #drogatidipolitica, infatti, può seriamente avere dimenticato che i Democratici era la creatura politica di Romano Prodi e Arturo Parisi, nata nel 1999 in vista delle elezioni europee: come simbolo Francesco Cardinali (AdvCreativi) aveva realizzato un asinello che guardava all'iconografica classico-satirica dei dem degli Stati Uniti, ma nello stile ricordava piuttosto l'asinello cartoon di Pinocchio nella versione Disney. Ancora prima, a metà del 2010, quando non erano ancora passati tre anni dalla fondazione del Pd, Debora Serracchiani sul Post aveva bollato quello del suo partito come un "asettico marchio-logo" che aveva sostituito "simboli identitari di fortissimo impatto" (scudo e falce-martello), di cui frattanto avevano preso il posto "gentili e rassicuranti simboli vegetali" (ci torniamo tra poco).
Ora, qui si sta parlando di rinnovare il Partito democratico e la sua guida - si può, per una volta, evitare di parlare di leadership? - insieme alla classe dirigente, e non di costituire un nuovo soggetto politico (anche se le persone più scaramantiche avrebbero preferito questa soluzione, nella speranza che fosse necessario darsi una casa nuova per lasciare dietro le spalle tutte le storture e i difetti di quella vecchia); l'intenzione comunicata da Letta, in ogni caso, non sembra meramente "di facciata" e, soprattutto, non deve essere così se vuole sperare di avere qualche effetto positivo per il partito stesso. 
Certamente i confronti sul nome e sul simbolo riguardano gli aspetti più legati all'immagine del partito, dunque quelli più visibili e delicati: il fatto che proprio il segretario dichiari pubblicamente che i segni distintivi del Pd possono essere messi in discussione dalla base del partito stesso sembra dimostrare che la fase di cambiamento, di passaggio è autentica. Se negli ultimi anni le modifiche ai simboli sono state sostanzialmente frutto di scelte 'dall'alto', operazioni pensate e volute dai vertici per un riposizionamento politico (con un coinvolgimento della base ridottissimo o pressoché nullo), forse la situazione in cui ora versa il Pd ricorda di più quelle - assai travagliate - che hanno interessato il Pci e il Msi, anche se in entrambi questi casi si era di fronte a un radicale mutamento ideale, i cui impulsi erano venuti interamente dai vertici, anche in materia simbolica.
Tornando alla transizione che riguarderà il Partito democratico, nei pensieri scritti da Debora Serracchiani dodici anni fa si ritrovano due parole chiave su cui concentrarsi ora per capire meglio la situazione, cioè "simbolo" e "identitario". Non è un mistero che, nel corso degli anni, si siano registrati vari segni di insoddisfazione nei confronti dell'emblema realizzato nel 2007 da Nicola Storto, allora 25enne creativo da poco entrato nell’agenzia Inarea di Antonio Romano. Quando fu intervistato da questo sito, Storto spiegò che il committente - il Pd di Veltroni - aveva espressamente chiesto "un logo molto semplice, leggibile e riconoscibile anche da persone con un basso livello di istruzione, memorabile e con i colori istituzionali italiani". Per assurdo, l'aver rispettato in pieno quelle 'regole d'ingaggio' creando un fregio basato sul lettering delle iniziali del partito e sul tricolore ha comportato un problema: quello del Pd, infatti, è sempre stato vissuto come marchio o come logo, non come simbolo, per la mancanza al suo interno di un'immagine definita, un soggetto in cui riconoscersi. 
Un'immagine, a dire il vero, c'era e c'è, per quanto piccola: ci si riferisce, ovviamente, al rametto di ulivo posto sotto al logo tricolore, assente nei primi studi del simbolo di Storto, ma inserito su pressante invito dei committenti (sempre l'autore spiegò al sottoscritto che si trovò "la soluzione più indolore possibile ed esteticamente più gradevole"). Quelle richieste, in fondo, si possono capire: la scelta di richiamare nel fregio politico del Partito democratico 'l'antenato' all'origine di quella forza politica - dunque l'Ulivo che Romano Prodi aveva voluto nel 1995 - finiva per ricordare un altro passaggio storico precedente (che pure fu realizzato in condizioni diverse, come evoluzione di un unico partito e non con la sostanziale unione di due strade politiche diverse). Quando infatti il Partito comunista italiano, tra il 1990 e il 1991, scelse di trasformarsi nel Partito democratico della sinistra, non aveva abbandonato del tutto il fregio tradizionale: era stato un modo per rendere chiaro che il Pds era lo stesso soggetto politico (e giuridico) che si chiamava prima Pci e per impedire a chi non condivideva il nuovo corso ideale di appropriarsi degli antichi segni (come in effetti tentò di fare il gruppo che poi si sarebbe denominato Rifondazione comunista). La doppia bandiera con falce e martello, tuttavia, era stata posta da Bruno Magno - come ha raccontato lui stesso anche su questo sito - alla 'base' di un vero simbolo, cioè l’albero della sinistra, che pure da più parti fu subito 'battezzata' come una quercia: si era trattato di un'immagine chiara, che aveva avuto un ruolo e un impiego nella storia della sinistra e nel corso degli anni tante persone si sono riconosciute e identificate, anche sul piano ideale. 
Com'è noto, il simbolo del Pci smise di coprire parte del tronco della 'quercia' nel 1998: in quell'anno il cammino di evoluzione conobbe un'altra tappa con la costituzione dei Democratici di sinistra e fu sempre Magno a sostituire falce e martello con la rosa del Partito socialista europeo, nel quale i Ds - in continuità con il Pds - si collocarono. Tornando al Partito democratico invece, è facile notare che il Pd di oggi non è identico al Pd delle origini per idee, posizioni e guida (anche se non mancano tratti comuni e varie persone sono rimaste, le modifiche conosciute in quindici anni di attività sono parecchie) e non è nemmeno identico all'Ulivo del 1996 o del 2006, eppure il rametto è rimasto dov'era stato collocato nel 2007. Non è affatto un caso, come sa chi conosce da anni questo sito, che alla fine del 2013 Andrea Rauch, vale a dire colui che aveva creato il simbolo dell'Ulivo per Romano Prodi (poi 'narrato' insieme ad Alessandro Savorelli) basandosi su un ramoscello di ulivo che aveva personalmente strappato da un albero vicino alla sua casa di campagna, avesse chiesto all'allora segretario dem Matteo Renzi di rimuovere il rametto dal simbolo, un po' per la perdita di legame tra Pd e Ulivo, un po' perché quella miniatura era quasi illeggibile all'interno del nuovo logo (che anzi ne veniva 'sporcato'). La richiesta di Rauch non è stata esaudita, né da Renzi, né da chi è venuto dopo di lui.
Volendo tirare le somme (e parafrasando Ci vuole un fiore di Sergio Endrigo e Gianni Rodari), per fare il "nuovo Pd" ci vuole un simbolo, ma un simbolo vero, ben identificabile - anche sul piano figurativo - e in cui potersi riconoscere, in grado di suscitare emozioni e non 'sacrificato' all'interno di un logo più anonimo. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi e non solo perché creare un simbolo per un partito - come si è visto abbondantemente nel corso degli anni - è un lavoraccio. Il fatto è che, continuando sul sentiero rodarian-endrighiano, "per fare un simbolo ci vuole un'identità", per giunta definita con una certa chiarezza (nei suoi contenuti e nei suoi confini), altrimenti la missione di chi deve creare il segno grafico diventa praticamente impossibile. Qui si tocca indubbiamente un tasto assai dolente, perché l'identità rappresenta un problema con cui il Partito democratico ha fatto i conti fin dalla sua nascita (e, se possibile, anche prima) e che ciclicamente - tra "ma anche", battaglie sui valori e cambi di vertice - si è ripresentato. Se non si affronta seriamente e con senso di responsabilità la questione, diventa impossibile dare un simbolo al "nuovo Pd"; di più, sarebbe inutile persino cambiare del tutto il contenitore, perché ci si porterebbe dietro il 'difetto di fabbricazione' maggiore del Partito democratico. In un caso o nell'altro, si rischierebbe una sconfitta - grafica e ideale - in partenza: almeno in politica, prima di decidere la foto da mettere sulla carta d'identità, è essenziale mettersi bene d'accordo su come riempire il documento.

giovedì 11 agosto 2022

Pd - Italia democratica e progressista: piccolo ritocco, lista più ampia

Alla fine il contrassegno elettorale presentato poche ore fa dal Partito democratico (presso la "Casa dei volontari" a Roma) per la propria lista aperta ad altri partiti politici e soggetti civici per il rinnovo del Parlamento il 25 settembre non è molto diverso da quello che in un primo tempo era stato pubblicato all'inizio di agosto, salvo essere ritirato poco dopo, lasciando però tracce qua e là (seguite e utilmente impiegate da questo sito, che era riuscito a recuperare l'immagine originaria). Il logo creato nel 2007 da Nicola Storto è praticamente nello stesso posto, cambia soltanto leggermente il segmento inferiore, che completa il fregio elettorale: il fondo è rimasto di colore rosso - nonostante subito dopo il "ritiro" della prima versione del simbolo fossero circolate voci di lamentele anche sulla tinta usata - anche se la base è stata leggermente incurvata, particolare piuttosto inedito per i simboli dem, anche locali; all'interno, poi, è riportata la dicitura "Italia democratica e progressista", quasi identica alla precedente ("Per un'Italia democratica e progressista"), ma ora resa più visibile essendo più breve.
Non c'è stato dunque alcun cambiamento rilevante del fregio elettorale, in termini di colori o contenuti (nessun riferimento, per esempio, al socialismo europeo, come qualcuno aveva sperato: si capirà poi il perché dell'assenza). Si è invece allargata la compagine che concorrerà a costruire la lista, perno della coalizione di centrosinistra: ciò è stato frutto, innanzitutto, del lavoro svolto in questi mesi attraverso il percorso delle Agorà democratiche (che in concreto si è tradotto in un migliaio di appuntamenti, con oltre 100mila persone raggiunte e circa 900 proposte elaborate, molte delle quali verranno recepite nel programma che il Pd approverà nei prossimi giorni). Nella valorizzazione di quel percorso rientra la candidatura di Elly Schlein, vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, che correrà  da indipendente (come esponente della comunità Coraggiosa, dopo avere militato nel Pd e in Possibile): nel suo intervento ha sottolineato l'importanza del lavoro fatto nelle Agorà "per cercare di ricucire un rapporto proficuo con la 'sinistra diffusa' e costruire insieme il programma da proporre", in modo che coloro che lo portano avanti si pongano come "i più duri avversari della paura di futuro che sta colpendo larghe fasce della società".
Al di là dei saluti del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ("In questi ultimi due anni e mezzo l'Italia ha avuto paura perché rischiava di morire: in quei momenti drammatici siamo stati il simbolo delle forze della speranza. Governata la parte sanitaria del Covid-19 ma ancora con i suoi effetti drammatici di natura sociale ed economica sul tappeto, penso che il nostro sarà anche stavolta il simbolo della speranza, che parlerà del futuro con meno rischi e più certezze, senza negare le paure ma cercando di trasformarle in voglia di riscatto") e del sindaco di Roma Roberto Gualtieri (che ha parlato del nuovo emblema elettorale come "simbolo dell'inclusione, che caratterizzerà una campagna di combattimento gioioso, pieno di fiducia e partecipazione per avere un'Italia più democratica, più progressista, più europea e più giusta"), è stato interessante seguire gli interventi delle e dei rappresentanti delle forze politiche che daranno il loro contributo alla lista allargata. 
Fin dall'inizio l'interlocutore principale è stato Articolo Uno, con il suo segretario nazionale e ministro della salute uscente Roberto Speranza: in fondo, "Italia democratica e progressista" non è troppo diverso come nome da "Movimento democratico e progressista" che aveva caratterizzato soprattutto i primi tempi del partito. "Di fronte a una destra che può portare a sbattere il Paese - ha detto - mai come oggi i destini dell'Italia dipenderanno dal nostro simbolo e dalla nostra capacità di camminare e convincere le persone. La Costituzione è il programma più forte che abbiamo e mi vengono i brividi sentendo di progetti di riforma che vorrebbero portare nella nostra Carta l'idea di pieni poteri o di una persona sola al comando. Dobbiamo essere innanzitutto la lista degli articoli 1, 3 e 32, della difesa del valore e della dignità del lavoro, della lotta contro le diseguaglianze soprattutto attraverso la scuola e la sanità pubblica".
Aveva aderito presto al progetto di lista unitaria e allargata anche il Partito socialista italiano, rappresentato dal segretario Enzo Maraio: "I socialisti sono pronti ad accogliere questa sfida, anche nel nome dei valori del socialismo europeo che ci accomunano e stanno cambiando le sorti dei migliori paesi d'Europa: abbiamo voluto dare un segnale forte all'Italia, mettendo insieme energie, valori, ideali, storia, anche se il passato non sempre ci ha visti uniti. L'abbiamo fatto perché dobbiamo affrontare insieme priorità e obiettivi per questo Paese, cui dobbiamo dare risposte concrete, impegnandoci innanzitutto per ridare fiducia e speranza alle giovani generazioni con una visione di sviluppo strategico, che possa sbloccare l'ascensore sociale e valorizzare davvero il merito e le competenze". 
Oltre ad Articolo Uno e al Psi aveva aderito tempestivamente al progetto di lista anche Democrazia solidale (DemoS), forza politica maggiormente legata al cattolicesimo sociale (soprattutto alla Comunità di Sant'Egidio), ma di certo non lontana nei valori dagli altri soggetti politici citati sin qui: "Siamo nati tre anni fa e in varie realtà governiamo con il Pd e il resto del centrosinistra - ha detto il segretario nazionale Paolo Ciani - ma il lavoro comune è cresciuto soprattutto nelle Agorà democratiche intorno alle idee: proprio la mancanza di idee ha fatto allontanare tante persone dalla politica. Per noi di DemoS, provenendo in gran parte dal mondo dell'associazionismo e del volontariato, c'è al centro la Persona, quella vera e concreta che spesso la politica degli altri dimentica o usa strumentalmente".   
Non poteva invece passare inosservata, soprattutto per chi appartiene alla categoria dei #drogatidipolitica, la partecipazione alla lista del Movimento dei repubblicani europei, rappresentati all'evento di lancio del contrassegno dalla storica leader Luciana Sbarbati: "Il simbolo è nuovo e vecchio allo stesso tempo: accorpa una classe dirigente politica che ha fatto sempre delle battaglie sociali, culturali ed economiche per la giustizia sociale di questo Paese. Per noi Repubblicani europei, che siamo da sempre con Enrico Letta e col Partito democratico come prima avevamo aderito all'Ulivo, essere qui non è un privilegio ma, mazzinianamente, un dovere: abbiamo sempre voluto un'Italia laica, giusta, democratica, meritocratica, attenta alle esigenze dei più poveri. Voler mettere la scuola pubblica al primo posto e ridarle dignità, come ha annunciato Letta, per noi è tutto". 
Da registrare anche l'intervento di Eliana Canavesio, co-presidente di Volt Italia: "Abbiamo un cuore italiano di prima e seconda generazione, ma abbiamo uno sguardo europeo e siamo qui a rimboccarci le maniche cercando davvero di combattere per un futuro già migliore oggi e anche per le generazioni che verranno, perché se non ci sentiamo tradite e traditi per un patto intergenerazionale che non è stato rispettato, non vogliamo che accada lo stesso in futuro, come accadrebbe certamente con la flat tax abbandonando la progressività dell'imposizione fiscale. Occorre poi parlare seriamente ora di lotta al cambiamento climatico, dalla mobilità sostenibile agli investimenti importanti nelle energie rinnovabili, di diritti da portare avanti, di lotta alle diseguaglianze, innanzitutto da quelle di genere". 
Accanto al contrassegno elettorale di fatto è stato presentato da Enrico Letta un altro simbolo: il minibus elettrico - il mezzo più grande concepibile con quel tipo di alimentazione - con cui saranno svolte le ultime due settimane di campagna elettorale: "Si tratta di una scelta impegnativa - ha  spiegato - perché abbiamo capito, nel progettare questo periodo, quanto l'Italia sia ancora arretrata sulla mobilità elettrica: fare un giro d'Italia con questo veicolo è praticamente impossibile, ma a noi le sfide impossibili piacciono, così i nostri incontri saranno scanditi dalle colonnine della ricarica, visto che oltre i 150 km non si può andare". "Insieme - ha concluso - si è più forti e convincenti, possiamo arrivare a essere la prima lista del nostro paese alle elezioni politiche. Il simbolo racconta qualcosa di importante, cosa significhi essere Italia democratica e progressista. In queste elezioni, come nella vita, crediamo che nessun destino sia già scritto e lavoreremo per questo: non conta chi sei, chi sei stato, conta chi vuoi diventare e cosa vuoi fare per questo Paese che vogliamo cambiare insieme". Il Pd e le altre forze che si impegneranno nella lista comune hanno reso noto con quale simbolo intendono distinguersi, Impegno civico e l'Alleanza Verdi e Sinistra pure: resta da conoscere il contrassegno di +Europa, che - visto l'elenco fatto ieri - sarà elettoralmente autonoma, ma sempre coalizzata. 

martedì 2 agosto 2022

"Per un'Italia democratica e progressista": ecco (forse) il simbolo del Pd

In questi giorni vari partiti e futuri raggruppamenti elettorali hanno già svelato i loro contrassegni elettorali. Questo vale specialmente per quelli che hanno più bisogno di farsi conoscere, perché sono appena nati (è il caso di Impegno civico, presentato ieri), perché l'alleanza è nuova (si vedano la lista che unisce Europa Verde e Sinistra italiana o la Lista Civica Nazionale - L'Italia C'è), perché hanno di norma meno visibilità rispetto ad altri soggetti (si può pensare a Noi con l'Italia) o comunque hanno necessità di raccogliere le firme: si prendano come esempi Alternativa per l'Italia (che peraltro ha da poco ritoccato l'emblema), noi Di Centro, Italia sovrana e popolare o Vita, per non parlare di Referendum e Democrazia, impegnata nella battaglia per far ammettere la raccolta delle sottoscrizioni in forma digitale; non è il caso invece, della lista comune tra Italexit e Alternativa da poco annunciata (il simbolo, per il quale è in corso la raccolta delle sottoscrizioni, sarà presentato domani in una conferenza stampa di cui si darà conto).
Nessuno dei cinque partiti dotati di doppio gruppo parlamentare fin dall'inizio della legislatura in conclusione, al contrario, ha ancora ufficialmente mostrato il proprio fregio elettorale. Da una parte in effetti la loro necessità è minore, visto che si tratta di soggetti politici già noti e che non hanno bisogno di andare a caccia di firme per finire sulla scheda; dall'altra parte, però, è altrettanto vero che quegli stessi soggetti potenzialmente avrebbero già simboli o contrassegni elettorali pronti a finire sulla scheda così come sono, al massimo con pochi ritocchi. Il MoVimento 5 Stelle, per esempio, potrebbe reimpiegare l'ultima versione del suo emblema, che indica in un segmento rosso - sotto le stelle - la data del 2050 (facendo così tramontare l'ipotesi che faccia capolino il cognome del presidente, Giuseppe Conte). I partiti del centrodestra potrebbero riutilizzare senza grossi problemi - e al massimo con qualche ritocco - i loro contrassegni elettorali coniati per le elezioni del 2018: quello della Lega (per Salvini premier) è stato usato anche alle elezioni europee e si presta per essere schierato anche nella competizione "a tre punte" di quest'anno; quello di Forza Italia, con "Berlusconi presidente" ben in vista, corrisponderebbe in pieno al disegno del fondatore di partecipare a pieno titolo a queste elezioni per dare a Fi l'opzione sul nome da indicare come Presidente del Consiglio; Fratelli d'Italia, infine, ha già a disposizione il proprio contrassegno "a cannocchiale" inaugurato nel 2018, con il nome integrale di Giorgia Meloni piuttosto evidente sopra al simbolo ufficiale.
Si è volutamente lasciato fuori dall'elenco il Partito democratico, visto che da giorni si parla dell'aggiunta di un piccolo elemento al simbolo ufficiale del Pd per caratterizzare il contrassegno della lista nella quale saranno candidati anche esponenti di Articolo Uno, del Partito socialista italiano e di Democrazia solidale (DemoS). Lo stesso segretario Enrico Letta aveva ragionato intorno alla possibilità di inserire nel contrassegno l'espressione "Democratici e progressisti", con più ritorni all'antico: Progressisti era l'alleanza di centrosinistra del 1994 (che in effetti non vinse, ma questa era un'altra storia...) che tornò sulle schede nel 1996 nei collegi uninominali in cui - grazie al patto di desistenza - Rifondazione comunista presentò i propri candidati; Democratici progressisti è stata la lista del Pd in Calabria, nel 2014 e, come "lista gemella", nel 2020 (oltre che nel 2021, in quel caso solo nel ruolo di "pulce" esentafirme); "Movimento democratico e progressista" era il "sottotitolo" di Articolo Uno, che con l'aggiunta al simbolo si sentirebbe ulteriormente "a casa".
Al di là delle anticipazioni, tuttavia, il simbolo effettivo non è ancora stato presentato. Ieri però qualcuno ha visto comparire il probabile contrassegno elettorale nei primi materiali della campagna pensata per queste elezioni ("Vincono le idee / Partecipa e vinciamo insieme"), in particolare in un'immagine diffusa su Twitter e ancora rintracciabile attraverso Google (cercando "Vincono le idee") o su qualche account. Lì il simbolo - seguendo l'impostazione grafica inaugurata a livello nazionale nel 2014 alle europee (e replicata più di recente, per esempio, alle suppletive romane del 2021 e del 2022 e alle ultime amministrative a Rieti) - risulta integrato con un segmento rosso nella parte inferiore, contenente la dicitura "Per un'Italia democratica e progressista", scritta con uno dei caratteri bastoni più impiegati dal Pd nelle sue campagne: il testo, certo non breve, è scritto in un corpo piuttosto piccolo per poter essere tutto contenuto nel segmento e per non sacrificare troppo il logo del Pd, dunque non sarebbe così facile da leggere sulla riproduzione di tre centimetri di diametro presente sulla scheda elettorale.
Se però si guarda sugli account ufficiali del Pd o sul sito www.partitodemocratico.it, quelle grafiche non si vedono più: il sito ospita i manifesti con gli stessi contenuti, ma con il simbolo ufficiale del partito. Sembra quasi che, dopo la prima limitata divulgazione dei nuovi materiali, si sia voluto attendere ancora un po' a presentare il contrassegno dei dem allargati per le elezioni politiche (anche solo perché, magari, l'esito grafico non ha convinto tutte le parti coinvolte), cercando dunque di cancellare le immagini che erano state già pubblicate. Non solo però Google e Twitter consentono ancora di trovare qualche esempio delle immagini della campagna col nuovo simbolo: una ricerca accurata in Rete attraverso il nome del file Pdf dei manifesti ha consentito di trovare - in modo dunque perfettamente regolare, senza avvalersi di fughe di notizie - la versione in buona risoluzione delle prime prove di affissioni col nuovo emblema elettorale. Quella che si mostra ora, dunque, è l'evoluzione del contrassegno elettorale della lista "allargata" del Pd, ma non è detto che sia la versione definitiva: qualcosa potrebbe ancora cambiare, sul piano grafico o testuale.

domenica 29 agosto 2021

Letta alle suppletive, il simbolo del Pd (che non c'è) e le norme elettorali

Si sta tenendo in queste ore (per l'esattezza si chiuderà alle ore 20 di domani, lunedì 30 agosto) il deposito delle candidature per le elezioni suppletive che interesseranno due collegi uninominali della Camera dei deputati. I documenti - a partire dalle sottoscrizioni necessarie, almeno 300 e non oltre 600 - devono essere consegnati presso la Corte d'appello del rispettivo Ufficio centrale circoscrizionale: a Firenze per il collegio Toscana-12 (Siena e parte della provincia di Arezzo), a Roma per il collegio Lazio 1-11 (Primavalle e altri territori).
Nei giorni scorsi ha ottenuto più attenzione il collegio di Roma, se non altro perché le candidature di Luca Palamara ed Elisabetta Trenta hanno svelato due tra i concorrenti più noti (nell'attesa che si scopra chi altro è stato in grado di raccogliere le firme necessarie, accanto a chi - come il segretario del Pd Roma Andrea Casu, candidato da Pd e "centrosinistra" - non ha bisogno di alcuna sottoscrizione perché il suo contrassegno gode dell'esonero in base alla presenza parlamentare); oggi invece è tornata sotto i riflettori il collegio toscano, nel quale era nota da tempo la candidatura di Enrico Letta.
Ironia della sorte, a far parlare della corsa elettorale del segretario Pd è stato proprio il simbolo da lui scelto e pubblicato sui suoi profili social: su fondo rosso leggermente sfumato, si trova soltanto la dicitura bianca, "con enrico LETTA", con il cognome chiaramente in evidenza (e scritto "tutto in un blocco") e un tocco di sobria leggerezza dato dal "con" proposto in una font manoscritta, meno severa del carattere "bastoni" usato per le altre parole. Il colore dello sfondo ricorda in parte i simboli già visti per le candidature alle suppletive di Sandro Ruotolo e Roberto Gualtieri e Sandro Ruotolo, ma non è certo di questo che si discute nelle ultime ore: si (stra)parla, più che di quel che c'è nel contrassegno elettorale, di quello che manca. 
 
 
Oggetto dei commenti, infatti, è soprattutto l'assenza del simbolo del Partito democratico all'interno del fregio elettorale. Tra le dichiarazioni più rilanciate, riprese o citate c'è quella di Matteo Salvini, per il quale a Sena "la sinistra [...] candida il segretario del partito che ha distrutto storia e patrimonio del Mps e, per la vergogna, si presenta senza il simbolo del Pd". Non è certo la prima volta che, da una parte o dall'altra, si chiama in causa la vergogna come movente della sparizione dei simboli di partito, dalle schede elettorali (nel contesto di una diffusa corsa al civismo, che fa il paio con una tendenza dei partiti a giocare a nascondino, in tempi in cui "partito" sembra una parolaccia e non la vuole usare nessuno, quindi meglio non averne nemmeno le sembianze) o più semplicemente dai manifesti (per i quali è più facile, oggettivamente, pensare che siano centrati sulla persona che si candida, piuttosto che sulle forze che la sostengono). Chi studia avvenimenti e dinamiche della politica si limita a registrare la nuova polemica; chi conosce a fondo norme e prassi elettorali - appartenendo quasi sempre alla schiera dei #drogati di politica - non riesce invece a capire critiche e attacchi di questo tipo e suggerisce a chiunque un rapido ripasso delle citate norme e prassi.
La disciplina in vigore per le elezioni politiche, così come modificata - da ultimo - dalla legge n. 165/2017 ("legge Rosato-bis"), ha reintrodotto in Italia le elezioni suppletive, che si tengono quando in corso di legislatura si liberi alla Camera o al Senato - per decesso, incompatibilità, dimissioni o altre cause - un seggio attribuito in un collegio uninominale, nel quale dunque si affrontano singole persone e non liste. Quelle elezioni erano previste anche dal sistema introdotto nel 1993, con cui si è votato nel 1994, nel 1996 e nel 2001: se però la "legge Mattarella" ammetteva che ciascuna persona candidata potesse essere sostenuta da un massimo di cinque contrassegni, le regole ora applicabili consentono di affiancare a ciascun nome sulla scheda elettorale un solo emblema. Può essere uno di quelli già depositati alle ultime elezioni politiche (nel qual caso non occorre depositarlo anche in Corte d'appello, come l'Ufficio elettorale centrale nazionale ha chiarito in occasione delle prime suppletive di questa legislatura) oppure può essere un contrassegno nuovo, in tutto o in parte (per intendersi, anche una semplice aggiunta o modifica, testuale o grafica, fa parlare di un emblema nuovo) e allora lo si dovrà depositare insieme agli altri documenti. Se poi il contrassegno è esonerato dalla raccolta firme, perché riproduce il simbolo di un partito che dispone di un gruppo parlamentare in entrambe le Camere, non ci sarà bisogno delle sottoscrizioni a sostegno; le firme dovranno invece essere regolarmente raccolte o depositate se nel contrassegno non figura alcun simbolo di partito esente, anche se - come appunto nel caso di Letta - a candidarsi è il segretario di un partito con un gruppo a Montecitorio e a Palazzo Madama.
La scelta di non impiegare il simbolo del Pd, dunque, è stata meditata e consapevole, visto che sul simbolo descritto e mostrato in precedenza sono state raccolte le firme. Questo certamente si può dire; sulle ragioni che hanno spinto a questa decisione si può ovviamente discutere, ma volerle cercare (solo) nel "vergognarsi del simbolo" sembra decisamente riduttivo e non tiene conto di questioni oggettive e pratiche. Come si è detto, alle suppletive si può affiancare un solo contrassegno al nome di chi si candida: nulla vieta, ovviamente, né di usare il simbolo del partito, anche solo leggermente integrato (come pare che accadrà con Andrea Casu, che al logo Pd di Nicola Storto sottoporrebbe un segmento rosso con la dicitura "Centrosinistra"), né di inserire più simboli di partito all'interno dello stesso cerchio.
Contrassegno di Maurizio Leo
(suppletive 2020 - Lazio 1-01)
 
"Biciclette" e "tricicli", in fondo, sono stati usati anche come emblemi di lista (alle amministrative nei comuni sotto i 15mila abitanti è la prassi, ma anche a volte in quelli superiori), quindi non c'è da scandalizzarsi; lo stesso centrodestra ha impiegato nelle precedenti suppletive di questa legislatura contrassegni compositi, sfoggiando tre o quattro cerchietti a seconda del numero di forze politiche che componevano in quel caso la coalizione. Già così, tuttavia, è facile notare che la grafica lascia abbastanza a desiderare: nessuno ha mai preteso che le schede elettorali siano esempi di finezza, ovviamente, ma bisogna ammettere che la scelta di rendere "visibili" più forze politiche nello stesso cerchio (di 3 centimetri di diametro sulla scheda) crea problemi di leggibilità, oltre che di disposizione e proporzioni. Qualche esempio: si fanno tutti i cerchietti uguali, oppure uno/alcuni di dimensioni maggiori rispetto ad altri? La soluzione andrà bene a tutti o ci saranno lamentele pronte a esplodere? E un partito piccolo ma presente in quel territorio merita visibilità o resta fuori per non complicare il contrassegno?
Ovviamente, più la coalizione si amplia, più la scelta di includere tutte le forze politiche (o quasi) diventa complessa, a meno di rischiare risultati graficamente discutibili. Il centrosinistra, almeno in un'occasione, ha provato a non scontentare quasi nessuno: alle due suppletive trentine del maggio 2019, infatti, nello stesso contrassegno sono state inserite ben sei "pulci", tra simboli nazionali e locali, rappresentanti forze piccole e grandi, tutti in ogni caso di 3,5 millimetri di diametro. L'effetto carambola (o biliardo o collana, che dir si voglia) era però assicurato: per la cronaca, in entrambi i casi il centrosinistra perse, certo non per colpa del contrassegno elettorale ma non si può obiettivamente dire che questo abbia aiutato a farsi riconoscere.
Non sembra un caso, dunque, che in seguito il centrosinistra abbia puntato su simboli decisamente centrati sulla persona candidata: lo stesso peraltro è accaduto per alcune candidature "giallorosse", non necessariamente più fortunate ma graficamente più ordinate. Quando dietro un candidato alle suppletive c'è una coalizione, quindi, la scelta "simbolica" è tra un contrassegno tanto inclusivo quanto "carambolesco" (più rispettoso delle varie comunità elettorali ma graficamente poco gestibile) e un emblema più pulito e diretto, spesso centrato sul candidato (accontentandosi necessariamente di scarsi riferimenti alle forze politiche sostenitrici, magari attraverso i colori).
A Roma-Primavalle la candidatura del segretario cittadino del Pd ha suggerito l'uso del simbolo del partito, integrato con il riferimento al centrosinistra visto che a sostenerlo saranno anche altre forze di quell'area. Se era lecito immaginare una dinamica simile nel collegio toscano che va al voto, essendo candidato il segretario nazionale del Partito democratico, occorre però ricordare che a Siena Enrico Letta ha espressamente cercato anche il sostegno di Italia viva e del MoVimento 5 Stelle: sarebbe oggettivamente più difficile ottenere i voti dei sostenitori di quelle forze politiche schierando il simbolo del Pd, né era oggettivamente pensabile che lo stesso contrassegno contenesse i simboli di Pd, M5S e Iv (o anche solo dei primi due soggetti politici: finora si sono visti affiancati, ma trovarli nello stesso cerchio farebbe un altro effetto). Si tratta certamente di una scelta di natura politica, legittima e ovviamente criticabile da parte di chi non la condivide; la vergogna, però, c'entra ben poco. Molto meno contestabile, per dire, sarebbe stato notare che la stampa del simbolo diffusa sui profili social di Letta è stata stampata davvero male, visto che sono evidenti delle "strisciate" di colore che difficilmente sono presenti nell'originale: per fortuna, dopo la conversione del "decreto semplificazioni", il contrassegno ufficiale depositato è quello in formato Pdf, certamente con i colori giusti, ed è quello che sarà riprodotto su manifesti e schede. Alla faccia delle stampanti difettose, che attaccano anche i simboli non "caramboleschi".

giovedì 25 marzo 2021

Quando Dante divenne il simbolo del Partito democratico (di Piacenti)

Come da copione, il "Dantedì" è riuscito ancora una volta ad attirare l'attenzione - almeno per qualche manciata di ore - sulla figura di Dante Alighieri, tanto più nell'anno in cui si ricordano i sette secoli trascorsi dalla morte del poeta. Eppure, al di là delle rime, delle strofe, di fieri pasti, virtute-e-canoscenza e riveder-le-stelle, a qualche appartenente alla categoria del #drogatidipolitica è riaffiorata inesorabile una domanda. E non riguarda tanto la carriera politica di "Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante" (come forse oggi lo si dovrebbe indicare sui manifesti e sui documenti delle candidature), quanto una sua apparizione poco nota nella politica italiana del Novecento: ma quella volta in cui Dante si è fatto votare in Emilia-Romagna?. Già, perché per almeno due volte, alle elezioni politiche, gli elettori emiliano-romagnoli sulle schede trovarono il profilo del "Sommo Poeta", con tanto di cappuccio e serto d'alloro.
Quel simbolo fece la sua prima comparsa ufficiale nel 1976, alle elezioni politiche: nella sola circoscrizione Emilia-Romagna al Senato, unicamente nella circoscrizione Bologna-Ferrara-Ravenna-Forlì alla Camera. Si trattava, probabilmente, degli unici territori in cui l'ideatore di quel progetto politico, Romeo Piacenti - nato a Gaggio Montano, in provincia di Bologna, il 30 settembre 1923 - era riuscito a raccogliere le firme necessarie per partecipare alla consultazione elettorale. Alla Camera arrivarono 2797 voti (lo 0,12% nella circoscrizione, lo 0,01% a livello nazionale), mentre al Senato di schede votate per Dante se ne raccolsero 3074 (grazie alla presenza in tutta la regione, così da colmare anche gli eventuali voti dei minori di 25 anni venuti meno: a livello regionale e nazionale le percentuali erano esattamente le stesse, 0,12% e 0,01%). Le persone candidate erano sempre le stesse: Piacenti, Romano Fabbri (nato a Porretta Terme il 28 ottobre 1937), Maria Bastoni, Giuseppe Dolfin, Alfredo Genazzano, Bianca Pasqualini Mariotti e Giuliano Lapillo era la squadra su cui Dante poteva contare per la sua prima avventura elettorale.
Non è dato sapere per quale motivo Piacenti avesse scelto il profilo di Dante (forse per la sua capacità di rappresentare l'Italia e per la tendenza a considerarlo un "moderato", per aver parteggiato per i guelfi bianchi), anche se nel 1983, quando il simbolo venne depositato al Viminale in occasione delle elezioni politiche, la redazione romana della Stampa scrisse che "il simbolo, non si capisce bene, forse è Dante o forse è Petrarca" (tradizionalmente incoronato d'alloro sopra il cappuccio proprio come Alighieri); già, perché nei corridoi del Ministero dell'interno il simbolo "dantesco" sarebbe apparso per lungo tempo. Anzi, a dire il vero per la prima volta era comparso nel 1972, esattamente identico a quello che sarebbe finito sulle schede quattro anni dopo. Profilo di Dante piuttosto severo, il nome molto piccolo al di sotto e, di fianco, le iniziali P e D puntate e rese in modo decisamente geometrico.
Nel 1979 Piacenti ritentò con il suo progetto elettorale, sperando di avere qualche chance in più per spiegarlo e farlo conoscere: per l'occasione fece qualche ritocco al simbolo, lasciando quasi intatto il profilo di Dante (ma schiarendo in modo piuttosto artigianale il collo della tunica), rendendo più visibile il nome della lista (spostandolo in alto e disponendolo ad arco) e portando le lettere della sigla sotto al volto di Dante (stavolta rimpicciolendole e rendendole più regolari, meno "artigianali"). Mise in campo lo stesso sforzo umano del 1976, raccogliendo le firme nelle medesime circoscrizioni e addirittura candidando le stesse persone, senza nessun cambiamento. Nella stessa circoscrizione della Camera in cui si era presentato tre anni prima arrivarono 3108 voti, pari allo 0,19%: un po' meglio del 1976, ma insufficienti per schiodarsi dalla posizione di lista meno votata (e dallo 0,01% a livello nazionale). Anche al Senato i voti aumentarono, diventando 3748, pari allo 0,15%, ma i simboli del Partito democratico rimasero i meno votati nella circoscrizione emiliano-romagnola. 
Nel frattempo si era cominciato a votare anche per il consiglio regionale: se nel 1970 e nel 1975 Piacenti non aveva partecipato, nel 1980 era ben deciso a farlo. Anche in quell'anno, ovviamente, c'era il problema delle firme, ma era anche spuntata una soluzione: da tempo, infatti, Roberto Gremmo e Roberto Bernardelli erano riusciti a stabilire buoni rapporti con l'associazione Lista per Trieste (nota come "lista del Melone") guidata da Manlio Cecovini e questa, dopo l'elezione alla camera di Aurelia Gruber Benco nel 1979, era in grado di presentare liste senza raccogliere firme e di estendere il beneficio alle formazioni che avessero presentato candidature insieme a questa. In quel 1980, dunque, i triestini si dichiararono disposti a esentare dalle sottoscrizioni liste autonomiste (come quelle di Gremmo) e pure altri progetti di respiro soprattutto locale. Quello di Piacenti era proprio tra questi: in quelle condizioni, avrebbe provato a presentarsi in tutta l'Emilia-Romagna e anche un po' più in là: persino alle elezioni in Toscana, nella sola circoscrizione di Pistoia, il simbolo finì sulle schede. Si trattava di una versione ancora diversa rispetto all'anno precedente: gli elettori videro una "bicicletta", con la "ruota destra" triestina e quella sinistra con il volto di Dante, circondato dalle espressioni "Democrazia diretta", "Autonomia" ed "Ecologia". Niente "Partito democratico" stavolta, chissà perché; in tutta la regione arrivarono 2396 voti, pari allo 0,08%; a Pistoia, per il suo sbarco, il simbolo ottenne 221 voti (0,12% a livello circoscrizionale, il solito 0,01% a livello regionale).
Il rapporto stretto con il "melone" non terminò con quell'esperienza: nel 1983 Piacenti si ritrovò candidato direttamente per la Lista per Trieste con Fabbri e altri, sotto un simbolo che non corrispondeva proprio all'orizzonte spaziale del fondatore di quel Partito democratico. Erano stati depositati comunque il simbolo del 1979 e quello con il nome più complesso intravisto alle regionali, ma probabilmente allora Piacenti preferì non impegnarsi nella raccolta firme. Quella volta, in compenso, nella solita circoscrizione Bologna-Ferrara-Ravenna-Forlì alla Camera la Lista per Trieste ottenne solo 1200 voti, meno della metà di quanto ottenuto nel 1979 (al Senato i voti furono ancora meno e non andò meglio nella circoscrizione delle Marche), segno che la lista era assai meno riconoscibile da quelle parti rispetto al volto di Dante.
Alle elezioni europee del 1984 Piacenti depositò comunque l'emblema del 1979, pur senza impegnarsi a farlo finire sulle schede. Fu però l'ultima volta, perché dal 1987 il Partito democratico made in Bononia conobbe una prima rivoluzione grafica: l'immagine di Dante Alighieri fu sostituita con un enorme quadrifoglio e, all'occorrenza, alla denominazione ufficiale fu affiancato un riferimento ai "pensionati" (con la minuscola perché non si trattava ancora del futuro Partito pensionati). In ogni caso, Piacenti venne candidato proprio nelle liste della Liga Veneta - Pensionati uniti, stavolta nella circoscrizione Parma-Modena-Piacenza-Reggio Emilia, prendendo 40 voti.
A dire il vero, la svolta era già stata anticipata nel 1985, quando alle regionali Piacenti aveva presentato varie liste del Partito democratico in diverse regioni, stavolta utilizzando l'esenzione dell'Union Valdôtaine - non si sa come, vista la scarsa propensione del partito, dopo la morte di Bruno Salvadori, a collaborare con altri progetti politici - per presentare una sorta di cartello elettorale autoprodotto. Il quadrifoglio era lo stesso che si sarebbe visto in seguito e, oltre a contenere la "pulce" dell'Uv, c'era anche la sigla del "P.D." ultima maniera; le altre due "foglie" erano occupate da due misteriosi simboli della galassia "piacentiana". Né il nome ufficiale delle liste aiuta a capire meglio: Union Valdôtaine-Partito Democratico-Upap-Ecologia (Upap potrebbe essere la sigla di Unione pensionati - Alleanza pensionati, ma non c'è da esserne certi). In Emilia-Romagna, peraltro, peggio del Partito democratico (4815 voti, 0,16%) fece il Partito nazionale pensionati, con meno della metà dei consensi. 
Piacenti sarebbe ritornato alla sua precedente circoscrizione (più romagnola che emiliana) nel 1992, candidato questa volta - e di nuovo con Fabbri - nella sua lista Movimento europeo automobilisti, dal simbolo decisamente artigianale (così com'era artigianale la variante presentata per il solo Senato, ma non utilizzata, che al posto dell'automobile inseriva addirittura il cavallino rampante passato da Francesco Baracca alla Ferrari); nella circoscrizione arrivarono 2107 voti (0,12%). Nelle bacheche del Viminale finì comunque anche il simbolo del Partito democratico - Pensionati con il quadrifoglio, benché non sia stato usato nemmeno in quell'occasione (avendo corso dunque solo alle regionali del 1985). Nel frattempo, Piacenti aveva lavorato a un progetto di Superlega, a una divisione dell'Italia in tre dipartimenti (già teorizzata nel 1987 e arrivata ben prima del pensiero di Gianfranco Miglio) e a una marea di altre aggregazioni politiche e sociali, che meriterebbero più spazio altrove.
Tempo due anni e Romeo Piacenti cambiò di nuovo orizzonte grafico alla sua creatura: nel 1994 convertì anche il Partito democratico al colore, rimpicciolendo di molto il quadrifoglio (ora verde su fondo giallo) e aggiungendo l'immagine di un asinello scalciante nella parte inferiore del simbolo, guardando ovviamente alla politica statunitense. Con quell'emblema Piacenti si candidò alle elezioni politiche (indimenticabile una sua partecipazione all'appello al voto di Tribuna elettorale sulla Rai - ancora rintracciabile su Radio Radicale - in cui comunicava di "aver impartito ai vicepresidenti nazionali del mio partito, residenti negli Stati Uniti d'America, di attivare quanto necessario per informare personalmente il presidente degli Stati Uniti d'America Bill Clinton e il presidente delle Nazioni Unite sulle discriminazioni elettorali attuata contro il Partito democratico") e, nella circoscrizione Emilia-Romagna alla Camera, ottenne 7675 voti (0,25%), ma al Senato i voti lievitarono a 37533 (1,41%).
Quella, a quanto consta, fu l'ultima partecipazione elettorale diretta di Piacenti, che però non smise di frequentare il Viminale anche solo per il deposito dei simboli. Tanto per dire, la prese male - anzi, malissimo - quando nel 1999 alle europee Romano Prodi e Arturo Parisi misero in piedi il progetto dei Democratici, utilizzando proprio l'asinello (sia pure nel disegno differente di Francesco Cardinali): per l'occasione depositò di nuovo il simbolo, ma rimpicciolendo il quadrifoglio e ingrandendo l'asinello, giusto per mettere in chiaro che lui era arrivato prima (anche se non avrebbe poi presentato alcuna lista, visto che la raccolta delle firme per le elezioni europee era già allora proibitiva; meglio, le avrebbe presentate senza firme, vedendosele bocciare); tentò anche di opporsi all'ammissione del contrassegno prodiano, ma senza successo.
Il simbolo (ormai senza più quadrifoglio) sarebbe comparso nelle bacheche del Viminale ancora nel 2001 e nel 2004, poi non se n'è più avuto notizia; da allora non si sa più nulla dello stesso Piacenti, deceduto ma non è dato sapere quando. A vedere la storia elettorale del suo Partito democratico viene in mente, almeno in parte, quella vecchia battuta di Roberto Benigni, ripetuta da lui anche una manciata di ore fa al Quirinale: "Dante ha fatto il politico per tanto tempo, è stato prima nei guelfi, poi quando i guelfi son diventati bianchi e neri è diventato guelfo bianco, ha cambiato opinione. Poi lo hanno esiliato, ingiustamente condannato, ed è diventato ghibellino [...]. Alla fine non ne poteva più, non si fidava più di nessuno e ha detto 'basta con la politica, faccio parte per me stesso' e ha fatto un partito in cui c'era solo lui, 'Per Dante', Pd. Non vinse mai". Un regalo, in compenso, lo ha fatto a tutti i #drogatidipolitica (che sarebbero felici di possedere l'intera collezione dei suoi simboli, da quelli effimeri a quelli duraturi): fu proprio Piacenti, nel 1994 - esattamente il 25 aprile - mentre era in fila al Viminale, a trasformare Mirella Cece nella presidente del Sacro romano impero cattolico. Ma questa, ovviamente, è un'altra storia.

martedì 22 settembre 2020

Elezioni a Bologna senza simbolo Pd? Una proposta subito stroncata

Fissati i risultati delle elezioni regionali e a scrutinio ancora in corso per quelle amministrative, è tempo dei classici bilanci post-voto; non mancano però le occasioni per guardare più in là, alle elezioni comunali che si collocano nel prossimo anno, ma di fatto sono lontane pochi mesi da questo turno tardo-estivo, causa rinvio dovuto al Covid-19. E se la massima attenzione sarà concentrata su Roma, di certo si guarderà molto anche a Bologna: nel 2021 scadrà il secondo mandato di Virginio Merola e non potrà ricandidarsi come sindaco, mentre la scelta del candidato del centrosinistra sembra ancora distante (e, anzi, appare caratterizzata da una certa impasse).
Non è così passato inosservato un post pubblicato sabato su Facebook dal primo cittadino, intitolato Civismo, una riflessione. Ritenendo "inadeguata e già vista" un'alleanza di centrosinistra tra partiti e liste civiche, Merola ha chiesto di "prendere sul serio e con rispetto la parola civismo, e lasciare da parte le vecchie idee del secolo scorso", inclusi i partiti, "inadeguati anche se necessari". Per lui l'unica prospettiva nuova che potrebbe partire dal "laboratorio democratico" di Bologna sarebbe "una coalizione civica [...] formata da partiti e associazioni, che si presenta alle elezioni insieme, non separata per liste di partito e liste civiche, con un nome comune, lista di candidati insieme e unica per il Comune". A proporre il programma unitario, deciso dalle forze pronte a sostenere il candidato individuato, non dovrebbe dunque più essere una coalizione - dunque più liste legate tra loro - bensì una lista unica, composta da candidati scelti "verificando sul campo chi propone le idee o rappresenta meglio pezzi di città o tematiche importanti". 
L'idea può perfino apparire coraggiosa (e un po' folle) e "controcorrente", specie se si pensa al numero di liste schierate alle regionali in Campania e Puglia (anche se ad altre latitudini cambia il modo di concepire e organizzare le sfide elettorali); essa, però, comporterebbe la totale invisibilità del Partito democratico. Difatti, come a rimarcare il concetto per chi non lo avesse afferrato, Merola ha precisato: "Per il Pd è un modo per mettere alla prova l'idea di campo democratico. E, quindi, di mettere in conto di rinunciare al simbolo e a liste tutte di partito. Per chi vuole essere civico di rinunciare a proprie liste e simbolo. E condividere un programma e una lista comune". Ciò sarebbe necessario per "rifondare la politica attraverso un'estensione radicale del potere democratico" e "creare una leva di cittadinanza attiva, che rafforza la democrazia elettiva e insieme rafforza la partecipazione delle persone", sostituendo all'egemonia "la cooperazione tra diversi": il Pd locale, rinunciando alle sue "rendite di posizione", manifesterebbe "un grande segnale di generosità", potendo avere in cambio la "fresca rivitalizzazione del proprio modo di essere e di praticare l’impegno politico", senza vedere in campo "la solita lista di persone di centro senza più un partito".
Dell'idea di Merola forse si discuterà prossimamente; intanto, però, questa è già stata nettamente bocciata da Gianluca Passarelli, professore associato di Scienza politica all'Università di Roma "La Sapienza", nonché ricercatore dell'istituto Cattaneo di Bologna. Proprio oggi, infatti, sul Corriere di Bologna è apparso un commento a sua firma con un titolo decisamente rilevante per chi segue questo sito: Non si rinuncia ai simboli. Per Passarelli, l'idea di Merola "appare sbagliata nel merito, nel metodo e rischia di far sbandare il Pd": un pensiero netto, riferito soprattutto alla realtà bolognese. Non è certo nuovo - anzi, è sempre più frequente - l'impiego delle liste civiche alle elezioni amministrative per "nascondere" i partiti (sul presupposto che gli elettori sarebbero scoraggiati dal votarli) o comunque per "sbiadire appartenenze politiche pensando di attrarre elettori fuori dallo schema destra-sinistra": una tattica simile, tuttavia, per Passarelli appare "lunare", in un contesto in cui categorie quali "destra" e "sinistra" sembrano avere ancora un certo radicamento e valore. Si dovrebbe in sostanza evitare di dare corpo a un'operazione di facciata, un semplice maquillage elettorale (in cui "l’etichetta civica richiama alla distanza e alla vaghezza nei confronti del politico"), senza avere alle spalle un vero rinnovamento identitario seguente a una profonda discussione. 
Il primo simbolo
della lista Due Torri (1951)

Per Passarelli il rischio di "una rivisitazione tardiva e fuori luogo di una lista civica 'Due Torri' 2.0 che però non trova conferme empiriche quanto a capacità attrattiva" è molto forte. Quando nel 1951 il Pci scelse di non presentarsi con il proprio emblema alle elezioni amministrative, adottò quello che Giuseppe Dozza indicò come "il simbolo più bolognese di tutti" e ottenne il 40,39% dei consensi (guadagnando oltre 20mila voti rispetto a cinque anni prima): "Illo tempore - ricorda Passarelli nel suo commento - era tutto molto diverso, ma oggi, paradossalmente, l'identità rappresenta un potente attrattore di consensi". Il politologo non dimentica che il Pd nel 2016 era risultato il primo partito a Bologna (35,46%, che permise ai dem di conquistare tutti i consiglieri di maggioranza tranne uno) e anche in seguito ha mantenuto il suo primato (anche nelle europee 2019, che in regione aveva visto prevalere la Lega, la lista Pd-Siamo europei aveva raccolto il 40,33%, quasi il doppio dell'ex Carroccio): in Partito democratico, dunque, "oscurando il nome apparirebbe come una forza che si vergognasse della propria storia e quindi celasse quanto ha fatto. Nel bene e nel male".
Lo sguardo, peraltro, non si limita alla sola realtà bolognese, potendosi allargare all'intero paese: "Il Pd - spiega Passarelli - credo abbia bisogno di profonde riforme certamente, ma anche di conferme e di ri-costruire la propria identità, senza cestinare in un solo colpo la (breve) storia iniziata nel 2007 allorché si propose come partito nuovo". E qui l'autore coglie il legame netto tra identità di un partito e il suo simbolo, un aspetto fin troppo sottovalutato, soprattutto con il passaggio all'epoca della "politica marketing". Nel senso che non di rado si è pensato che bastasse cambiare un simbolo per avere più appeal, senza che ad aggiustamenti e rivoluzioni nella grafica corrispondessero effettivi mutamenti nel pensiero (ammesso che ce ne fosse uno). Eppure quel legame esiste e, paradossalmente, lo si può vedere in azione proprio in ambito commerciale, come dimostra l'esempio che Passarelli pone proprio all'inizio dell'articolo: "La Coca Cola investe milioni di euro in pubblicità ogni anno. E, sostanzialmente, non ha mai cambiato brand; la ragione principale è che i consumatori conoscono e si riconoscono nel nome e nel simbolo della bibita per eccellenza. E per questo lo riacquistano, ovvero lo detestano, ma sanno di cosa si tratta". L'uso del termine brand, in particolare, dovrebbe attirare l'attenzione di chi legge: il concetto di "marchio" in inglese si rende con mark o trademark, mentre brand rimanda piuttosto a un concetto affine ma diverso, quello della marca. Che è certamente legato al segno distintivo "fisico", per come lo si vede, ma evoca soprattutto, come nota Gaetano Grizzanti, uno dei massimi esperti di branding in Italia, "un insieme di valori predefiniti, definendo il posizionamento sul mercato". 
Il marchio, dunque, è il segno che si ha davanti agli occhi, mentre la marca suggerisce un mondo di immagini, sensazioni, ricordi: semioticamente parlando, il primo è il significante, la seconda è il significato. Praticamente la stessa differenza concettuale e la stessa relazione che si verifica tra il contrassegno elettorale (utile a distinguere una candidatura dalle altre) e il simbolo di un partito, che di questo dovrebbe appunto richiamare l'identità, i valori, le idee. Il che non significa che l'immagine (significante) che fisicamente dà corpo al simbolo (significato) non possa cambiare, ma con criterio. Ricorda Passarelli che il Partito Socialista Obrero Espanol (Psoe) "non ha rinunciato ai suoi riferimenti 'operai' e al simbolo benché alcuni, come il garofano, il pugno e il termine 'operaio' possano apparire come superati": dagli anni '70, in effetti (da quando fu adottata l'immagine della rosa nel pugno coniata in Francia da Marc Bonnet e fatta propria dai socialisti francesi), il simbolo della rosa, con o senza pugno, è quasi sempre rimasto al suo posto, magari con qualche adattamento ma restando sempre riconoscibile. 
Ovviamente si può cambiare in modo più profondo e mutare quasi tutto, al massimo riducendo a miniatura le testimonianze della propria storia, come avvenne nel 1991 per il Partito comunista italiano (poi Pds) e tra il 1994 e il 1995 per il Movimento sociale italiano (poi An). Però un cambiamento netto, secondo Passarelli, "per essere credibile deve sostanziarsi in una mutazione di contenuto ed identità" (cosa che nei due casi appena ricordati avvenne, altrimenti non si spiegherebbero a dovere le scissioni traumatiche che si verificarono nei due partiti di "falce e fiammella"). 
Non è certo la prima volta che si parla, con maggiore o minore convinzione, di cambiare il nome o il simbolo del Pd: lo aveva chiesto, tra l'altro, Andrea Rauch nel 2013 (per far togliere il "suo" rametto di Ulivo), lo si è detto con insistenza nel 2017 sotto la segreteria Renzi (e l'autore dell'emblema dem, Nicola Storto, disse che il segretario aveva tutto il diritto di cambiarlo); prima delle elezioni europee del 2019, lo stesso Nicola Zingaretti disse che l'uso del simbolo del Pd in occasione di quel voto non sarebbe stato un dogma (anche se ovviamente fu utilizzato, insieme al riferimento al calendiano Siamo Europei e al Pse). In effetti in questo caso si tratterebbe non di cambiare il simbolo, ma di metterlo da parte per fare qualcosa di nuovo e diverso; certo è che farlo a Bologna non sarebbe come presentare una lista unica di area in un comune sotto i 15mila abitanti perché in sostanza lo impone la legge elettorale. "Per cambiare davvero - segnala Passarelli - servono nuove idee, nuove prospettive, nuovi orizzonti e una diversa collocazione geo-politica. Ma allora non basterebbero certo pochi mesi per approntare tale progetto in tempo per il voto". E, ovviamente, non basterebbe farlo solo a Bologna. Ammesso che il risultato del Pd al voto di domenica e lunedì - giudicato da alcuni non insoddisfacente, da altri perfino buono - non suggerisca di mettere del tutto da parte l'idea di cambiare identità o simbolo.

martedì 17 dicembre 2019

Pd, dopo le modifiche allo statuto è ancora "un partito sbagliato"? (leggendo Floridia)

Giusto un mese fa veniva ufficialmente varato il nuovo statuto del Partito democratico; per l'esattezza, entravano in vigore le modifiche alle norme interne approvate dall'assemblea nazionale - organo che ha il potere di modificare lo statuto in base all'art. 51 (già 42) dello stesso documento - tenutasi a Bologna il 17 novembre. 
Quella da poco compiuta è di fatto la quinta operazione di modifica dello statuto del Pd, nuova (e ultima?) tappa di un percorso travagliato e discusso fin dall'inizio. Proprio al complesso di regole interne dei dem era dedicato un libro uscito all'inizio di quest'anno, molto rilevante per chi studia il funzionamento, l'organizzazione e la "democrazia interna" dei partiti: il volume, Un partito sbagliato (chiaro nella tesi fin dal titolo), è stato scritto da Antonio Floridia, dal 2005 direttore dell'Osservatorio elettorale e del settore "Politiche per la partecipazione" della Regione Toscana, nonché ex presidente della Società Italiana Studi Elettorali (dal 2014 al 2017). 
Certo, un conto è il partito on books, delineato dallo statuto, e un conto è il partito in action, coi suoi comportamenti concreti. Per politologi e giuristi, tuttavia, è fondamentale occuparsi anche di ciò che si dichiara, oltre che di ciò che si fa. Questo è ben chiaro a Floridia, che infatti fin dall'inizio del suo libro chiariva:
Guardare a un modello di partito attraverso il suo statuto può sembrare un approccio riduttivo: e certamente, uno statuto riflette solo in parte l'effettiva vita di un partito e il suo modo di operare e funzionare. Tuttavia, attraverso le regole e la forma che un partito si è dato, è possibile coglierne alcune essenziali caratteristiche. L'insieme delle regole che definiscono la vita e la struttura di un partito contiene una sorta di trama normativa: ossia, un insieme di principi che ne determinano concretamente il profilo e il modo di essere. La "costituzione formale" agisce sulla "costituzione materiale" e interagisce con essa: il quadro delle regole pone dei vincoli e condiziona il modo di lavorare di un partito.
Antonio Floridia
Tutto ciò nella consapevolezza - sempre dall'introduzione - che "le stesse regole possono essere, e sono state, interpretate e 'usate' in modo diverso dalle varie leadership che si sono succedute"; ciò, però, non fa venir meno l'impianto statutario, che restava tale perché "era scritto così", ed era stato "scritto così" sulla base di determinate ispirazioni iniziali. E per Floridia il problema, o almeno una sua parte rilevante, stava proprio lì: "alcune ragioni della crisi di questo partito vanno individuate nel suo stesso impianto fondativo, nell'idea stessa di partito che ne ha segnato la nascita e accompagnato lo sviluppo", un'idea viziata "da alcune tare costitutive, che hanno pesato sulla sua attività e che si sono anzi aggravate con il trascorrere del tempo". Per l'autore, "il Pd è un partito 'sbagliato' (mal concepito e mal funzionante) per le caratteristiche del suo impianto organizzativo e per il modello di democrazia a cui si sono ispirate le sue procedure decisionali (quello della democrazia plebiscitaria che investe un leader, nazionale o locale, nda); ma anche perché ha preteso di poter fare a meno di una propria, specifica identità politica e culturale, di potersi reggere senza un patrimonio comune di idee e di principi".


Questioni di statuto, ma non tutte

A dire il vero, non tutte le criticità originarie del Partito democratico si riflettono direttamente nello statuto. Per Floridia, infatti, occorre considerare alcuni dei "miti fondativi" del Pd, già presenti in parte nel noto "discorso del Lingotto" di Walter Veltroni del 27 giugno 2007. In quelle parole, per esempio, mancava "una qualsiasi indicazione sulle parti della società italiana che il nuovo partito intendeva rappresentare": ci si rivolgeva in modo generico agli "italiani che credono nei valori dell'innovazione, del talento, del merito, delle pari opportunità", senza identificare chiaramente né una base affine a quella dei partiti che hanno concorso alla nascita del Pd (Democratici di sinistra e Margherita), né una nuova base liberal, cui pure quel discorso sembrava tendere. 
Come dimostrava pure il noto mantra della "vocazione maggioritaria", che rendeva la nuova creatura politica assai più affine alla Dc di un tempo (per comprendere la genesi e le criticità di quel concetto, è utile leggere le parole di Alfredo Reichlin che il libro riporta), si era scelto un modello di partito catch-all: diventava decisivo conquistare il voto dei moderati "mediani", categoria in cui non era facile inserire l'elettorato di uno dei due partiti fondatori (e forse neanche una parte della base dell'altro). Era in effetti dichiarata la volontà di un nuovo inizio rispetto alle culture rappresentate nei Ds e nella Margherita: parlare, come fece Veltroni, di "un partito che non nasce dal nulla, e insieme un partito del tutto nuovo" di fatto collocava i suoi retroterra culturali nettamente alle spalle, come se a essi si dovesse guardare, ma mai da troppo vicino, per non farsi ingabbiare dagli "schemi tradizionali" (parole del primo discorso del neosegretario, già incline al "ma anche").
Si sarebbero invece tradotte presto in norme statutarie (o comunque in regole interne) le affermazioni legate alle primarie come strumento e momento fondativo del Pd, partito nuovo cui "chiunque" poteva "iscriversi e candidarsi": viene da qui la definizione del Pd come "costituito da elettori e iscritti", tuttora presente nell'art. 1 dello statuto. Nelle intenzioni di Veltroni, tutti avrebbero potuto "nello stesso momento, formare un nuovo partito e decidere gli organi dirigenti e il leader nazionale"; di fatto, però, dall'inizio le regole concrete fissate dagli organi formati ad hoc (in particolare la possibilità che un candidato alla segreteria fosse sostenuto da una o più liste e che queste liste comunque fossero bloccate) posero le conduzioni per riprodurre "la struttura correntizia e sub-correntizia dei vecchi partiti", nonché la possibilità che gruppi locali forti contrattassero il sostegno a un candidato alla segreteria continuando a "comandare" il territorio.
Consegnando al passato "la forma partito che abbiamo conosciuto nel Novecento" (Veltroni, 27 ottobre 2007), per Floridia si rinunciò a determinare "un'appartenenza politica e culturale, una visione della società e delle possibili forme del suo sviluppo": ciò per la scelta di non rivolgersi a un elettorato definito e, sul piano strumentale, paradossalmente per la decisione di individuare un modello in cui "la partecipazione viene prima dell'appartenenza", indicando il "cittadino-elettore attivo" come "vero protagonista della fondazione del Pd". Da una parte, infondendo l'idea che l'elettore partecipante contasse almeno quanto l'iscritto, non si incentivarono di certo le iscrizioni; dall'altra, la vita concreta del partito dimostrò subito che l'unico vero spazio di partecipazione per i non iscritti erano le "primarie", che fossero per la scelta del segretario (nazionale o regionale) o dei candidati alle cariche politiche e amministrative (le uniche vere primarie, in realtà). Si poteva concorrere alla decisione, ma gli spazi per far partecipare gli elettori alla discussione erano ridotti al minimo. Un partito di elettori, dunque, ma "senza popolo", secondo le parole di Reichlin.


Lo statuto sotto la lente

L'art. 1 dello statuto s'intitola "Principi della democrazia interna" da quando l'assemblea costituente nazionale l'approvò il 16 febbraio 2008 (tempi duri: il 24 gennaio Prodi era caduto al Senato, il 4 febbraio Franco Marini aveva rimesso il mandato esplorativo). La scelta fu coraggiosa: il dibattito sull'attuazione dell'art. 49 della Costituzione e sul "metodo democratico" da applicare anche alle procedure decisionali interne ai partiti era sopito, ma non azzerato. Soprattutto, le prime norme di legge volte a dettare requisiti minimi di "democrazia interna" sarebbero arrivate solo alla fine del 2013: la consapevolezza di doversi dare un'organizzazione ispirata a principi democratici - e non solo per il nome del partito - era chiara dall'inizio, come la scelta di dichiararlo fin dal primo articolo dello statuto.
Per  Floridia, la definizione del Pd come partito "costituito da elettori e iscritti" (art. 1, comma 1 all'inizio; dopo l'ultimo ritocco, art. 1, comma 4) è la "chiave di volta [...] per definire il modello di partito", insieme alla scelta di affidare "alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l'indirizzo politico, l'elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali" (comma 2 originario). L'ultima affermazione è tuttora presente al comma 5 dell'art. 1, così come non sono cambiate le definizioni di iscritti ed elettori, per i quali l'art. 4 (originariamente art. 2) prevede "gradi diversificati e [...] molteplici forme di partecipazione": gli iscritti sottoscrivono il manifesto dei valori, lo statuto e il codice etico; gli elettori dichiarano "di riconoscersi nella proposta politica del Partito, di sostenerlo alle elezioni", accettando di essere iscritti in elenchi diversi (solo l'Albo pubblico delle elettrici e degli elettori i secondi, anche l'Anagrafe degli iscritti e delle iscritte i primi). Floridia rileva che "l'Albo degli elettori non avrà mai una propria vita, né avrà una vita stabile"
Già parlare di "elettori" per queste persone è problematico: se ci si riferisce non a chi si limita a votare Pd, ma a chi dice di riconoscersi nel partito e di votarlo, è più opportuno un nome che dia conto del quid pluris, anche ricorrendo alle note categorie dei simpatizzanti o dei sostenitori. Profili più delicati riguardano diritti e doveri di iscritti ed elettori. Nel 1948 Leopoldo Elia, costituzionalista di pregio, allievo di Costantino Mortati e futuro presidente della Consulta, sulla rivista Cronache sociali (I partiti italiani visti attraverso i loro Statuti) scrisse che tra i "principi generali [che] caratterizzano in modo inconfondibile la fisionomia instituzionale e politica di un partito" c'era "la concezione della disciplina in rapporto ai diritti e ai doveri degli iscritti" (l'altro riguardava la possibilità per gli iscritti di influire sulla selezione dei candidati: altro punto chiave che qui rileva).  
All'art. 4, dunque, lo statuto indica diritti e doveri degli elettori del Pd (commi 4 e 6) e diritti e doveri ulteriori in capo agli iscritti dem (commi 5 e 7). Per iniziare, parlare di "doveri" in capo agli elettori appare poco coerente: questi appaiono difficilmente giustiziabili (quale verifica potrà farsi in alcuni casi? Che sanzioni si potrebbero prevedere, al di là dell'ininfluente cancellazione dall'Albo delle elettrici e degli elettori?), ma soprattutto configurano - specie nell'impegno a favorire l'ampliamento dei consensi verso il partito - una condotta che non è quella del semplice elettore, ma - di nuovo - ha un quid pluris
Per Floridia, soprattutto, non si riesce a tracciare un confine netto tra i diritti degli elettori dem e quelli degli iscritti: l'art. 4, comma 4, lettera a) dà agli elettori il diritto di "partecipare alla scelta dell'indirizzo politico del partito mediante l'elezione" del segretario e dell'assemblea. Qui si è tentato di differenziare un po': dal 2015 gli statuti regionali del Pd non potevano più consentire agli elettori di partecipare all'elezione dei dirigenti inferiori a quelli regionali; la riforma statutaria del 2019 ha riservato agli iscritti la scelta del segretario e la formazione dell'assemblea regionali, pur restando (art. 21, comma 6) la possibilità per gli statuti regionali dem di derogare e far partecipare gli elettori. Che questo sia avvenuto per dare più rilievo agli iscritti o per il disinteresse degli elettori per la scelta dei segretari regionali, è da valutare; di certo ciò non risolve la criticità indicata dall'autore.
Si deve dire poi del diritto alla candidatura a cariche istituzionali (non interne) col simbolo del Pd. La revisione statutaria di novembre ha eliminato l'ambiguità (rilevata da Floridia) per cui si esplicitava che ogni elettore aveva diritto di "avanzare la propria candidatura a ricoprire incarichi istituzionali", ma non si diceva altrettanto per l'iscritto, che avrebbe potuto genericamente "sottoscrivere le proposte di candidatura a ricoprire incarichi istituzionali". Nell'art. 4, comma 5, lettera h) ora si legge che ogni iscritto ha il diritto di "candidarsi e sottoscrivere le proposte di candidatura"; si riscontra però l'uso di due espressioni diverse, "avanzare la propria candidatura" per gli elettori e "candidarsi" per gli iscritti. Queste potrebbero essere equivalenti, configurando un identico regime per iscritti ed elettori (a poter sottoscrivere le proposte di candidatura degli elettori sarebbero comunque solo gli iscritti); poiché però lo statuto di un partito è pur sempre un testo normativo (e il giurista si interroga sempre sugli effetti di una differenza di formule, senza attribuirla in automatico all'inaccortezza o alla sciatteria del redattore), la non concordanza testuale potrebbe prefigurare un regime di candidatura più lieve per gli iscritti. Questi nelle procedure interne per la scelta dei candidati alle elezioni potrebbero proporsi direttamente, senza bisogno di  sottoscrizioni, oppure dovendone ottenere meno rispetto ai meri elettori. 
Tale soluzione non sarebbe del tutto irragionevole: lo stesso Floridia avrebbe visto di buon occhio l'idea di prevedere proposte collettive di candidatura, magari con soglie più esigenti di firme. La possibilità per i soci di candidarsi più facilmente come "prerogativa esclusiva", non condivisa coi simpatizzanti, potrebbe incentivare a iscriversi al partito, se affiancata ad altri poteri specifici degli associati; senza incentivi - nota l'autore - è difficile capire "perché mai un cittadino dovrebbe iscriversi al partito, se i poteri di cui può godere sono del tutto simili a quelli di un qualsiasi altro elettore", magari senza legami organizzativi coi militanti. E perché, una volta iscritto, quello stesso cittadino sarebbe incentivato a restare pagando la tessera, pur avendo pochi poteri in più rispetto a quelli che avrebbe pagando solo il "contributo dei gazebo". Certo, consentire agli iscritti candidature più facili non basta, perché rischia di trasformare ancor più il partito in un mezzo per arrivare alle cariche: già ora, notava Floridia, il Pd "si è sempre più trasformato in un partito di eletti o di aspiranti eletti" (quindi servirebbero pure altri incentivi, possibilmente più "nobili").
Di fatto, comunque, si è consolidata l'idea che "per contare bisogna contarsi" o, volendo, "è essenziale contarsi", con una concezione plebiscitaria e aggregativa della democrazia interna che ha messo sullo sfondo la partecipazione all'elaborazione della proposta politica. Tra l'altro, lo statuto originario del partito non citava mai il congresso, momento irrinunciabile nella vita dei partiti della Prima Repubblica e spesso della Seconda (certamente di quelli che hanno costituito il Pd): la scelta dell'indirizzo politico si esprimeva "mediante elezione diretta del Segretario e dell'Assemblea", cioè solo con un "procedimento elettorale". Le modifiche approvate un mese fa cambiano le cose: nella rubrica dell'art. 12 (già art. 9) torna la parola "Congresso" (anche la maiuscola di stile acquista peso) e si prevede di nuovo lo svolgimento di un "procedimento congressuale", che il comma 3 articola in due fasi. Nella prima le assemblee di circolo discutono "documenti politici" e "contributi tematici"; nella seconda ci si confronta e si vota sulle piattaforme che ogni candidato alla segreteria ha presentato (resta il "filtro" del voto degli iscritti e il ballottaggio tra i due candidati più votati - prima erano tre - affidato agli elettori dem).
Sparisce così l'istituto della "convenzione", similamericano e con pochissimo spazio per il confronto politico slegato dalla competizione interna (tra l'altro, potranno firmare le candidature alla segreteria e all'assemblea nazionale solo gli iscritti che abbiano sottoscritto i documenti politici messi al voto nella prima fase) e si restituisce agli iscritti la titolarità della discussione sull'indirizzo politico, che precede quella sulla guida del partitoCerto, pure con le nuove regole il partito "affida interamente il compito di eleggere la propria massima carica politica non alla propria base associativa, ma a un corpo esterno e indifferenziato di elettori" (che ora "aderiscono all'Albo [...] direttamente nelle sedi di seggio ed esclusivamente per via telematica e digitale"). 
Toccherà ai regolamenti evitare - come? - che ci si trovi ancora "di fronte alla più assoluta indeterminatezza: può votare il primo che passa, e chiunque accetti di versare un modesto obolo" e pesino gli "elettori mossi soprattutto da altri legami, [...] che li connettono al singolo esponente politico, o al dirigente che aspira al controllo del partito" di cui parla Floridia. Nel frattempo, così ha scritto Stefano Ceccanti sulle nuove procedure di scelta del segretario: "a differenza della normativa [pre]vigente in cui agli elettori si potevano presentare anche più di due candidati e in cui quindi il voto degli elettori poteva non essere decisivo, rinviando la decisione finale ad accordi in Assemblea, ora le primarie aperte diventano sempre decisive".
Un'altra modifica significativa riguarda l'assemblea nazionale (il cui presidente è anche presidente del partito): le candidature restano collegate alla candidatura alla segreteria, ma ora ogni aspirante segretario può collegarsi a una sola lista. Sparisce, dunque, per i gruppi dirigenti sul territorio "uno spazio per una competizione interna che misuri i rapporti di forze esistenti a livello locale"; le liste restano però "bloccate", senza possibilità di indicare preferenze. Il numero dei membri elettivi poi è calato (da 1000 a 600); sono aumentati quelli di diritto o indicati tra i parlamentari, che però - ad eccezione dei segretari regionali - non votano sulla fiducia o per sostituire il segretario. L'assemblea resta pletorica, come la direzione nazionale (anche se aumenta la quota dei membri "indicati dai livelli regionali [...] tra amministratori locali e rappresentanti delle federazioni provinciali e dei circoli"), quindi non svanisce il rischio che tali organi siano, come notato da Floridia, "di mera ratifica, o luoghi di una mera esposizione tribunizia dei vari orientamenti". Non sono cambiate, soprattutto, le regole sulla cessazione dalla carica di vertice e sui poteri assembleari: se il segretario si dimette l'assemblea può eleggere una nuova guida del partito ma solo pro tempore (fino alla data naturale del congresso) o autosciogliersi; in caso di dimissioni polemiche contro decisioni del partito, il nuovo segretario pro tempore deve avere la maggioranza dei due terzi dell'assemblea elettiva (e il risultato si raggiunge solo se collabora parte degli eletti nella lista del segretario dimissionario); se il segretario non si dimette, i componenti elettivi dell'assemblea possono sfiduciarlo a maggioranza assoluta, ma allora l'organo si scioglie e riparte il meccanismo congressuale. L'assemblea, dunque, sembra restare di fatto senza legittimazione autonoma anche nel nuovo testo dello statuto.


Elezioni (non sempre) primarie e candidati naturali

Particolare attenzione Floridia dava alle procedure elettorali previste nello statuto del Pd, iniziando con una doverosa precisazione: la vulgata chiama "primarie" consultazioni che non lo sono. Sono primarie, infatti, solo le procedure volte a selezionare i candidati alle cariche pubbliche, non quelle per individuare il leader del partito. In questo senso, l'unico ad aver vinto le primarie nazionali nella storia del Pd (escludendo dunque Prodi) è Pierluigi Bersani nel 2012 per le politiche dell'anno; quelle che hanno visto prevalere Veltroni nel 2007, Bersani nel 2009, Renzi nel 2013 e nel 2017, nonché Zingaretti nel 2019 non erano primarie, ma consultazioni aperte agli elettori per indicare il segretario del partito.
La tendenza a usare indiscriminatamente l'etichetta "primarie", oltre che dalla tendenza diffusa dei media a semplificare, pare sia stata generata da una disposizione che fin qui aveva caratterizzato la vita del Partito democratico: in base all'art. 5 (già art. 3), comma 1 dello statuto, "il Segretario nazionale [...] è proposto dal Partito come candidato all'incarico di Presidente del Consiglio dei ministri". Al di là della formulazione costituzionalmente poco felice - tecnicamente non ci sono candidature ma, appunto, solo proposte, nel rispetto dell'art. 92, comma 2 della Costituzione - si comprende che, per gli elettori dem e anche per molti iscritti, votare per il segretario volesse dire anche scegliere la persona che si vorrebbe alla guida del governo; la "vocazione maggioritaria" rivendicata dal Pd e i netti rapporti di forza all'interno delle coalizioni elettorali hanno completato l'opera. 
La necessaria ed esplicita identità tra il leader del Pd e l'aspirante naturale alla Presidenza del Consiglio era già stata teorizzata dal politologo Salvatore Vassallo nell'ottobre 2006, al convegno di Orvieto che aveva posto le basi del partito (ma allora si pensava a tempi di gestazione più distesi). Il suo discorso, tra l'altro, aveva preso a modello le primarie che il 16 ottobre 2005 avevano indicato Prodi come leader dell'Unione: da quell'esperienza volle trarre l'opportunità di offrire agli elettori interessati una partecipazione che "non implica[sse] una "appartenenza" troppo impegnativa" e però nel contempo avesse "un'efficacia immediata, riconoscibile, rilevante". In sostanza, si trattava di esprimere un voto diretto, puntuale e influente sulle singole candidature o su questioni tematiche, senza che ciò implicasse partecipare alla fase di discussione (di fatto riservata agli iscritti e soprattutto ai dirigenti).
L'epoca di quella sovrapposizione automatica, tuttavia, è finita. Se, com'è noto, nel 2012 l'assemblea nazionale approvò una deroga all'art. 20, comma 5 - "Qualora il Partito Democratico aderisca a primarie di coalizione per la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri è ammessa, tra gli iscritti del Partito Democratico, la sola candidatura del Segretario nazionale" - per consentire pure a Matteo Renzi di candidarsi (ne approfittò anche Laura Puppato), il voto di un mese fa ha cancellato la stessa norma (frattanto spostata all'art. 18, comma 8). In base all'art. 3, comma 1, il segretario è sempre proposto di default dal partito come aspirante capo del governo, ma - come recita un'aggiunta di novembre - il segretario, ove ritenga "che questa soluzione tuteli meglio gli interessi del Paese e del Partito", può proporre alla direzione nazionale che si indichi un diverso aspirante presidente del Consiglio; di più, in caso di primarie di coalizione per individuare il leader da proporre come presidente, "l'Assemblea nazionale stabilisce le modalità di presentazione e selezione di eventuali altre candidature, in aggiunta a quelle del Segretario nazionale, che saranno ammesse e successivamente presentate alla coalizione". Dunque il segretario potrà non essere l'unico candidato dem in caso di primarie di coalizione (anche se toccherà all'assemblea stabilire gli oneri a carico degli altri candidati), ma viene meno l'automatismo nella proposta dell'aspirante inquilino di palazzo Chigi anche nei casi in cui il Pd corra da solo o come forza trainante di una coalizione: si tratta di una modifica rilevante, ma è ancora presto per valutarne la portata.
Tornando alle primarie, lo statuto già nel 2015 aveva precisato che esse erano solo quelle relative alle "cariche monocratiche istituzionali", che ora equivalgono alle posizioni di sindaco e presidente di regione (a novembre si è eliminato il riferimento al presidente della provincia). Queste primarie possono essere di coalizione (evidentemente se richieste e consigliate dalle circostanze; l'ultima modifica ha elevato dal 20% al 30% la quota di iscritti che deve sostenere la candidatura alla competizione); ove queste non si svolgano, lo statuto prevede le primarie di partito, ma si conferma la modifica introdotta nel 2015, che non le rende obbligatorie. Anche l'ultima revisione, infatti, ha conservato la clausola per cui non si procede alle primarie ove "la decisione di utilizzare un diverso metodo, concordato con la coalizione, per la scelta di un candidato comune [...] sia approvata con il voto favorevole dei tre quinti dei componenti dell'Assemblea del livello territoriale corrispondente": resta dunque la scelta di valutare caso per caso l'opportunità di non svolgere le primarie ove ci sia l'accordo su un candidato o quello strumento possa esacerbare la conflittualità, specie a livello locale. 
Assai significativa, nonché indice di un ulteriore affievolimento del ruolo assegnato alle primarie nel Pd, è una delle modifiche apportate a novembre: qualora, dopo il primo mandato, il sindaco o il presidente di regione uscente (ovviamente dem) intenda ricandidarsi, si possono prevedere le primarie di partito solo se eventuali sfidanti raccolgono una quota di adesioni ben maggiori rispetto al passato (si passa dal 30% al 50% dei componenti dell'assemblea comunale o regionale e dal 15% al 30% degli iscritti dello stesso livello territoriale). Questo sembra poter arginare i gravi problemi portati da guerre interne, sottolineati da Floridia nel suo volume; certo, nulla può impedire a chi non sia riuscito a raccogliere il sostegno necessario per presentarsi alle primarie di abbandonare il partito e candidarsi ugualmente magari con una veste "civica".
Si tratta di riflessi "collaterali" di un partito che nelle intenzioni dei fondatori doveva essere "contendibile": l'aggettivo si legge ancora all'art. 1, comma 9 dello statuto. Nei fatti, il Partito democratico è stato soprattutto conteso "tra gruppi e cordate, potentati e filiere di potere", senza che ciò migliorasse o innovasse davvero la politica del partito; il Pd, anzi, è finito spesso vittima - come idea e soggetto - di quelle contese, con intere aree e circoli "caduti per primarie" e non sempre riusciti a rimettersi in piedi. Nell'analizzare i diversi tipi di primarie esistenti, legate alla natura del singolo partito che le pratica (e al "grado di autonomia e di controllo che un partito esercita sulle procedure di selezione dei propri candidati"), Antonio Floridia - pur riconoscendo che le competizioni svolte in Italia riconducibili al Pd sono state molte e diversificate - ha riconosciuto una prevalenza del modello di primarie aperte e office-seeking, volto soprattutto a trovare un candidato (potenzialmente) vincente interpellando "una platea quanto più larga e indifferenziata di elettori, potenzialmente rappresentativa [...] dell'intera platea dei futuri votanti alle elezioni"; spesso peraltro si è demandato a quella platea votante il compito di regolare i conflitti interni che il partito non è riuscito a risolvere autonomamente. Anche per questo, non è detto che chi vince le primarie aperte sia in automatico avvantaggiato nelle secondarie, così come non è affatto scontato che il partito si (ri)compatti intorno al risultato. 


Altri strumenti in un "partito ipotetico"

Il punto, secondo Floridia, è che le primarie possono essere un vero fattore di democrazia se il soggetto che le usa ha "un qualche collante ideale e politico sufficientemente robusto e capace di reggere alle tensioni di una competizione interna" e se le votazioni non sono il solo strumento di partecipazione. Sotto quest'ultimo profilo, lo statuto del Pd ha promosso fin dalla nascita "la circolazione delle idee e delle opinioni, l'elaborazione collettiva degli indirizzi politico‐programmatici, la formazione di sintesi condivise, la crescita di competenze e capacità di direzione politica, anche attraverso momenti di studio e di formazione" (già art. 1, comma 10, poi 11); l'ultima revisione statutaria, però, ha cancellato questa disposizione. Sono invece rimaste quelle sui Forum tematici (ora art. 30) e sui referendum (ora art. 34), anzi, non sono minimamente state toccate: si può pensare che siano state ritenute valide o che non abbiano mai dato problemi, ma non è troppo malizioso notare che i problemi non si siano creati perché questi istituti non hanno mai avuto particolare rilievo concreto nella vita del Pd (lo dimostra, tra l'altro, il fatto che sia rimasta nello statuto persino la possibilità che a chiedere l'attivazione di un Forum siano almeno dieci cittadini, purché la direzione nazionale approvi la loro proposta a maggioranza assoluta...; il referendum, addirittura, non è mai stato impiegato). 
Si deve peraltro riconoscere che, tra le modifiche approvate a novembre di cui più si è parlato, c'è l'introduzione, all'art. 30, commi 7 e seguenti, di una "piattaforma deliberativa on-line per l’analisi, il confronto, l’informazione, la partecipazione e la decisione, ovvero per la fase della discussione e del dialogo che precede e accompagna le decisioni assunte dagli organi rappresentativi e di direzione del partito". Questo strumento sarebbe l'erede del "Sistema informativo per la partecipazione" previsto dal previgente statuto, ma in effetti mai entrato in uso in quella forma (il nuovo testo, per esempio, non chiede più che dirigenti ed eletti Pd usino quel sistema per rendere pubbliche le loro attività, ritenendo sufficiente che lo facciano con gli strumenti telematici e digitali del Partito, compresi evidentemente il sito e i canali social). La piattaforma, "aperta a iscritti ed elettori" (e qui si ripropone il problema già visto), dovrebbe servire anche come "strumento essenziale di coordinamento e attivazione degli iscritti e dei circoli PD sul territorio, nonché di interazione con tutti gli elettori" ed è individuata dallo statuto come "strumento esclusivo per costituire l’Albo degli iscritti e l’Albo degli elettori secondo le norme vigenti per la tutela della privacy". Sulla carta si tratta di qualcosa di più di uno strumento di partecipazione che implica (solo) un voto; anche qui, però, occorrerà giudicare in concreto l'effettiva operatività di questa piattaforma (non solo) deliberativa.
Sul piano invece del "collante ideale e politico", Antonio Floridia non aveva dubbi: il Pd si è dimostrato sempre di più un "partito ipotetico", secondo una felicissima formula coniata da Edmondo Berselli nel 2008. Lui pensava ai troppi "se" che emergevano nel tentativo di fare prognosi sul futuro del Pd; in generale, l'etichetta si adattava bene ai troppi punti indefiniti sulla natura e sulla posizione del partito, per la - voluta - mancata creazione di un'identità condivisa, anche solo per non creare divisioni laceranti, sul nascere o in itinere. Si rimanda al libro per conoscere meglio le approfondite riflessioni dell'autore, che sfuggono ai temi di norma trattati qui ma aiutano a capire perché per Floridia il Pd sia nato e cresciuto come "partito sbagliato"; si nota solo che neanche l'ultima riforma statutaria ha toccato la disposizione (ora art. 33) che prevede la Conferenza programmatica annuale come sede per la discussione su temi individuati dalla direzione nazionale su proposta del segretario, uno strumento quasi inutilizzato in oltre dieci anni di vita del Pd. A dire il vero, da novembre lo statuto prevede la Fondazione Costituente come "soggetto nazionale di riferimento per le attività di formazione politica e culturale", promosso e sostenuto economicamente dal Pd: scelta utile e interessante da monitorare, ma di certo tardiva. Altre riflessioni nel volume, su cui qui non ci si sofferma, riguardano i modelli organizzativi del Partito democratico, in cui la tradizione democristiana è in parte sopravvissuta (impoverita, ma ancora fortemente imperniata sulle reti relazioni personali), mentre quella postcomunista (basata sull'adesione ideologica e sull'integrazione sociale) è semplicemente evaporata": questo, viene da aggiungere, nonostante i primi due segretari scelti da iscritti ed elettori fossero di chiara provenienza Ds e, prima ancora, Pds e (soprattutto) Pci. 


Concludendo, con postilla simbolica

Guardando al tentativo (solo parzialmente riuscito) di riforma del partito e del suo statuto proposto da Pierluigi Bersani, all'atteggiamento rottamatorio (ma senza una vera pars construens, con conseguente e progressivo collasso dell'organizzazione territoriale) mostrato da Matteo Renzi e, infine, il progetto "Luoghi idea(li)" di Fabrizio Barca (ultimo tentativo organico di riforma, ma sostanzialmente non incisivo e non per colpa del suo promotore), Floridia concludeva che un'altra idea di partito (democratico) era possibile, lasciando intendere che potesse esserci speranza anche per il Pd, a patto di iniziare una seria riflessione sulla forma organizzativa (superando l'idealizzazione del partito "liquido" e "leggero", se non "gassoso e leggerissimo"), sulla necessità di spazi di confronto ed elaborazione politica e di non affidarsi esclusivamente alla supposta bontà di una leadership solitaria. Ne guadagnerebbe il partito e, come sottolinea nella sua postfazione anche Nadia Urbinati, l'intera società politica nazionale, che fin qui ha sofferto per una "esclusiva natura elettoralistica" del Pd.
Con le modifiche statuarie di un mese fa, un procedimento di riflessione nel partito sembra iniziato. Peraltro, su uno dei punti su cui l'assemblea è intervenuta si è concentrata poco l'attenzione nel dibattito pubblico: la questione del simbolo. Lo statuto approvato nel 2008 non parlava mai dell'emblema del partito; la sua descrizione fu aggiunta solo il 14 dicembre 2014, quando l'entrata in vigore della legge n. 13/2014 e delle sue norme sul contenuto minimo degli statuti imposero di inserire quel punto. In quell'occasione si precisò anche che le modifiche del simbolo, alla pari di quelle del nome e - com'era già previsto - dello statuto, spettavano all'assemblea nazionale a maggioranza assoluta; soprattutto, però, si fissò la regola (allora all'art. 3, comma 4) in base alla quale "Il Segretario nazionale è titolare del simbolo del Partito Democratico e ne gestisce l’utilizzo, anche ai fini dello svolgimento di tutte le attività necessarie alla presentazione delle liste nelle tornate elettorali". Nulla di strano e di scandaloso ovviamente, ma si trattava di mettere le cose in chiaro (in altri partiti è il tesoriere che ne gestisce l'uso sul piano elettorale) e, come disse l'allora tesoriere Bonifazi, "di regolarizzare una cosa che esisteva già per prassi". La riforma approvata un mese fa, tuttavia, si è preoccupata anche di regolare i periodi transitori nella guida del partito, a seconda delle varie situazioni che possono verificarsi. 
L'attuale art. 5 innanzitutto interviene sulla disposizione di prima (ora contenuta al comma 6), precisando che il segretario "è titolare, responsabile del simbolo del Partito Democratico e ne cura l’utilizzo": il lessico impiegato ora rinvia all'immagine di un amministratore responsabile di un patrimonio comune, più che a quella di un padrone che dispone della sua roba. Soprattutto, però, l'art. 5, comma 7 prevede che "in caso di dimissioni o di cessazione del mandato per scadenza naturale, il Segretario nazionale continua a curare l’utilizzo del simbolo ai soli fini dello svolgimento di tutte le attività necessarie alla presentazione delle liste nelle tornate elettorali, oltre a svolgere gli adempimenti previsti dall’art. 2, comma 1, del D.P.R. 132/93", mentre "in caso di sfiducia al Segretario nazionale o impedimento, la gestione del simbolo, ai soli fini della presentazione delle liste nelle tornate elettorali, è affidata al Presidente del Partito". In caso di scadenza del mandato o di dimissioni ("pacifiche" o "polemiche" che siano), dunque, al segretario dimissionario è riconosciuto un potere solo per gli usi urgenti (e comunque con un notevole peso politico), legati alla presentazione delle liste e alla "certificazione" delle liste locali per consentire l'uso del simbolo nazionale; quel potere, invece, si è ritenuto non potesse spettare al segretario sfiduciato - dunque "indegno" - con la scelta di attribuirlo all'unica altra figura singola di vertice, il presidente del partito. 
Se quest'ultima ipotesi è chiaramente patologica e si spera non debba mai trovare applicazione, si sono probabilmente volute chiarire le responsabilità di chi è alla guida del partito in momenti delicati come questi. L'esperienza accumulata fin qui, del resto, ha dimostrato che eventi elettorali o di particolare gravità possono materializzarsi all'improvviso, anche in fasi di transizione per un partito complesso come il Pd: sarebbe deleterio farsi trovare impreparati, senza che si sappia a chi spettano certi compiti o con il rischio che si discuta la legittimità di decisioni di rilievo, come l'assegnazione del simbolo alle elezioni. Benché più di qualcuno lo consideri ormai privo di appeal, se non addirittura un fattore che fa perdere voti, è fondamentale che "il marchio della ditta" (come qua e là viene chiamato anche nel libro da Floridia) sia in mani certe e che si sappia chi può concederlo.e con quali procedure. Diversamente, un partito rischia di essere ancor più "sbagliato".