venerdì 10 luglio 2026

Nomi, simboli e grafiche: discussioni sganciate dalla legge elettorale?

Sarà che in politica di poesia e di eleganza ce n'è sempre meno (mentre di drammi di qualunque tipo c'è crescente abbondanza), ma viene spontaneo richiamare almeno per la terza volta in questo sito una delle frasi centrali del soliloquio di Giulietta immaginato da Shakespeare, "What's in a name?", per cercare di riflettere questa volta sulla scelta dell'etichetta che dovrebbe darsi la principale coalizione alternativa al centrodestra italiano. A tacere del fatto che, procedendo con la citazione shakespeariana - "Quella che chiamiamo rosa, anche con altro nome avrebbe il suo profumo", per usare la traduzione di Salvatore Quasimodo - si finisce subito in ambito simbolico, pensando a radicali, socialisti, (pi)diessini e dintorni, quindi il terreno si fa subito insidioso.
In ogni caso, basta avere dato uno sguardo anche distratto agli articoli o ai servizi proposti dai media nei giorni scorsi, ma anche sui profili e sulle pagine social, per essersi imbattuti in dichiarazioni, prime dispute, commenti, analisi e retrospettive sulle possibili denominazioni della traduzione politico-elettorale del centrosinistra a trazione Pd-Avs-M5S, con un necessario punto di ancoraggio anche al centro. Se da tempo l'etichetta "campo largo" viene usata e rimbalzata "a ondate", tra mille dubbi (amche sulla sua effettiva larghezza, dunque su quali forze ne facciano parte), la proposta di Giuseppe Conte (MoVimento 5 Stelle) di chiamare la coalizione "Alleanza per la Costituzione e la democrazia", con il verde Angelo Bonelli che ha subito proposto due alternative ("Alleanza per la pace e per il lavoro" o "Alleanza per la pace e l'ambiente"), ha acceso immediatamente le discussioni e i colpi d'ironia, come se peraltro fossero mancati prima (il "camposanto" ne era solo uno degli esempi più noti). 
Allo stesso modo, lo sguardo e la memoria di chi segue il teatrone della politica italiana scena dopo scena si sono rapidamente tradotti in lunghi articoli che sono manna per i #drogatidipolitica, sempre pronti a cogliere occasioni per rievocare, riscoprire, confermare memorie e sentirsene sbloccare altre ("non ce la faccio, troppi ricordi!"). Per dire, il 2 luglio Tommaso Labate sul Corriere della Sera ha ripercorso i capitoli più significativi della "toponomastica interna" del centrosinistra italiano, "re-inaugurata con le coalizioni della Seconda Repubblica dopo lo sventurato precedente del Fronte popolare (in realtà si chiamava 'Fronte democratico popolare', comunisti e socialisti più qualche formazione minore) agli albori della Prima, nel 1948". E, a voler vedere la complessità per intero, bisognerebbe ricordare che il nome completo della lista del 1948 - almeno quello depositato al Ministero dell'interno - era "Fronte democratico popolare per la libertà, la pace, il lavoro".
Labate evoca lo "psicodramma in cui a sinistra si è sprofondati dalla caduta del Muro in poi ogniqualvolta toccava mettersi alla ricerca di un nome e mettere d'accordo tutti", richiamando innanzitutto la trasformazione del Pci in Pds e il lungo periodo in cui - prima che fosse svelato il nuovo futuro nome, Partito democratico della sinistra, e il simbolo realizzato da Bruno Magno - il partito in transizione era semplicemente "La Cosa" (mentre la Dc pochi anni dopo sarebbe tornata allo storico Partito popolare italiano, ma Labate lambisce con un cenno il destino dello scudo crociato, "finito nella matassa inestricabile di sentenze e controsentenze con protagonisti due carneadi della politica a cavallo tra i due millenni, Angelo Sandri e il leggendario Giuseppe Pizza detto 'Pino', che della difesa del baluardo aveva fatto una ragione di vita": qui le alleanze e i campi c'entravano poco, ma per i #drogatidipolitica sulle dispute sullo #scudoincrociato si torna sempre volentieri). Sempre nel centrosinistra si colloca la lunga stagione botanica, tra piante e fiori: se edera, rosa e garofano erano parte della storia, come lo divenne presto la quercia - o, a voler essere filologici, l'albero della sinistra - del Pds, arrivarono poi le alleanze e le federazioni-fusioni sotto le insegne dell'Ulivo, della Margherita, della Rosa (nel Pugno); eppure, come nota Labate, "nell'epoca in cui l’ambientalismo torna a ruggire quantomeno nelle coscienze dei più giovani, la botanica che ha soccorso il centrosinistra dagli anni Novanta scompare dai radar".
Al mondo dell'ambiente, in effetti, era legato anche l'arcobaleno a forma di emiciclo dell'Unione, vale a dire il simbolo - disegnato da AdvCreativi, la stessa agenzia che nel 1999 aveva concepito l'asinello dei Democratici - sotto le cui insegne il centrosinistra allargatissimo (una ventina di sigle) era riuscito a vincere le elezioni. Eppure... ricorda Labate che il nome e il simbolo dell'Unione non finirono sulle schede, tranne che "in una mini tornata di elezioni suppletive per la Camera andata in scena nel 2005 (gli eletti furono il romano Michele Meta e il calabrese Nicodemo Oliverio). In quello stesso giorno, nella stessa tornata di suppletive, si contesero due seggi per il Senato, vinti dall’allora dalemiano Nicola Latorre e dal dipietrista Massimo Donadi. Ma lì, per baruffe interne, avevano ripescato 'l'Ulivo', per l’ultima volta nella storia". 
In effetti l'Ulivo sarebbe tornato anche alle elezioni politiche del 2006 (alla Camera, come unione di Ds e Margherita che invece al Senato corsero separati), mentre la presenza più capillare dell'Unione era stata alle regionali dell'aprile del 2005 - dunque prima delle suppletive citate - anche se non in tutte le Regioni chiamate al voto: il simbolo, con o senza riferimenti alle singole regioni o ai candidati alla presidenza, si vide come contrassegno del "listino" regionale in Piemonte, in Lombardia, nelle Marche, in Abruzzo, in Campania, in Basilicata, in Calabria (e perfino in Liguria, ma con i colori dell'arcobaleno che tingevano la sagoma della Regione, senza traccia dell'emiciclo). 
Com'è possibile che il simbolo della coalizione fosse presente come "test" alle regionali del 2005 e non alle politiche del 2006 (fatta eccezione - bisognerebbe ricordarlo - per i collegi dell'Alto Adige in tandem con la Svp e nella circoscrizione Estero, peraltro con l'aggiunta del riferimento a Prodi)? Ciò non accadde per dimenticanza, ma - è tempo di entrare nel mood di chi per capire la realtà sa che occorre conoscere o ricordare le regole - semplicemente perché la legge elettorale approvata nel 2005 prevedeva solo l'uso dei simboli di lista, non anche delle coalizioni. Quando si era pensato al simbolo, lo spazio per utilizzarlo alle elezioni politiche c'era (soprattutto al Senato), qualche mese dopo è sparito e tanti saluti agli sforzi profusi. 
Poi è il caso di occuparsi dei nomi lasciando perdere i simboli, nel senso che tali non sono mai diventati (e anche con buone ragioni tecniche, come si vedrà più avanti). Così il fatto che la proposta di Conte usi la categoria dell'Alleanza riporta indietro di una ventina d'anni, a "un nome ufficializzato e poi scartato" e a una disputa, quella "tra Fed e Gad", sorta nel bel mezzo della XIV legislatura: da un lato la Fed, "la federazione dell’Ulivo", prosecuzione della lista Uniti nell'Ulivo che alle europee del 2004 aveva unito Ds, Margherita e Sdi (e anche i Repubblicani europei, a dirla tutta) e che per Labate era "embrione di quello che sarebbe diventato il Pd"; dall'altro lato la Gad, "Grande alleanza democratica", intesa come coalizione allargata dall'Udeur a Rifondazione comunista, ben lontana dall'idea di fondare un partito unico e di rendere omogeneo ciò che mai avrebbe potuto esserlo. Per Labate quella disputa "finì in un pareggio perché la Fed di fatto non si fece e la Gad cambiò nome in 'Unione', con cui poi il centrosinistra vinse le elezioni del 2006" (senza che, come detto, il simbolo apparisse). 
E sempre a proposito di nomi, per Labate "ci sono i nomi che finiscono nel dimenticatoio anche se sono formalmente utilizzati", come Italia. Bene comune, cioè la coalizione che ebbe Pierluigi Bersani come leader dopo le primarie del 25 novembre 2012: i #drogatidipolitica lo ricordano sicuramente, anche se - per lo stesso motivo visto prima - non avrebbero potuto trovarlo sulla scheda, visto che il sistema era imperniato sulla presentazione di liste o coalizioni di liste concorrenti, senza bisogno che le coalizioni avessero nomi o fregi visibili. 
Ci sono poi amche - sempre secondo Labate - i nomi "che restano nella storia pur essendo non ufficiali", a partire dalla "Cosa rossa" che nel 2008 aveva scelto Fausto Bertinotti come capo della forza politica, ma che sulle schede figurava come La Sinistra - l'Arcobaleno: questa sarebbe stata dimenticata da più di qualcuno forse anche per il suo essere rimasta fuori dal Parlamento, dando avvio a nuovi, continui cambi di nome e simbolo nell'area della "sinistra-sinistra" (come a suo tempo aveva gia ben raccontato Francesco Cundari nel suo libro Déjà-vu - all'interno della "tendenza spezzatino" - e come aveva lucidamente indicato Roberto Capizzi su questo sito). 
Sempre il 2 luglio, stavolta sulla Repubblica, è stata la sensibilità di Filippo Ceccarelli a cercare di raccontare - e non è facile, in effetti - "la smania di cambiare il nome" che si riscontrerebbe a sinistra e nel centrosinistra. Con una considerazione prognostica iniziale che lascia pochi dubbi: "Se è vero che i nomi sono conseguenza delle cose, la coalizione di centrosinistra, o l'ineffabile entità che con disperata pigrizia si continua a identificare in tal modo, è messa maluccio". Anche perché, se la proposta nominale di Conte non pareva pronta al decollo o "irresistibile", Ceccarelli ha provato ad avventurarsi - grazie anche ai suoi preziosi annales - in una ricerca nel recente passato, basandosi "sulla mancanza di originalità che grava in ambito progressista". Si riscopre così che proprio Bersani, due anni e mezzo prima di vincere le primarie, avrebbe coniato l'espressione "Alleanza per la Costituzione" nell'estate 2010, "con l'obiettivo di far fronte comune e liberarsi una buona volta da Berlusconi", ma che "solo a Rosy Bindi piacque l'idea"; l'espressione sarebbe tornata in qualche modo nei progetti di Giuseppe Fioroni, di Cesare Salvi e - dall'altra parte - di Margherita Boniver (stavolta contro la crisi economica); nel 2013 l'espressione sarebbe ritornata pronunciata da Stefano Fassina (al congresso di Sinistra italiana) e poi sarebbe stata impiegata contro le riforme costituzionali proposte dai "saggi" nominati dal governo Letta. 
Per Filippo, già da anni "a colpi di Ulivo, Gad, Fed, Unione, Italia bene comune e con simili titoli, l'opinione pubblica di sinistra veniva periodicamente sfiancata da un incessante vorticare di smanie auto-qualificative, sigle, ideuzze e paturnie di varia e prolungabile persistenza". E se qualcuno potrebbe non ricordare - si abbia una certa indulgenza, please - come il "dibattito filosofico tra il nome e la cosa" sia passato dal Cratilo di Platone fino a Le parole e le cose di Michel Foucault, non si può dimenticare come nel 2017 Antonio Ingroia avesse promosso - con Giulietto Chiesa - una sorta di "Alleanza per la Costituzione", chiamata però Lista del Popolo per la Costituzione ("contro Renzi - annota Ceccarelli - ma aperta al grillismo a quel tempo affluente e promettente").
Filippo nel suo articolo auspica che il nome dello schieramento elettorale di centrosinistra possa venire "da sé, o dal basso, o almeno dalla base, come si diceva in anni ormai lontani", ma riconoscendo ciò come impresa quasi impossibile, in tempi in cui ormai "la distanza con il vertice si è fatta vertiginosa, i partiti sono strutture ormai definitivamente oligarchiche, oppure personali, o di clan, o misteriose ed evanescenti, per cui ogni decisione è impossibile, troppi impicci, troppi rancori, troppe gelosie, troppi galli a cantare, figurarsi la fatica di scegliere un nome o l'altro". Il cocktail tossico tra "serio vuoto di ideali, parole e progetti" e "un deficit di creatività e di trovate" non destinate a consumarsi dopo la pubblicazione di un post renderebbe "la ricerca del nome una delle più noiose e inconcludenti pratiche su cui di tanto in tanto si accapiglia, nel desolato e nauseato disinteresse degli elettori, la ben nutrita tribù dei comunicatori" (e quella dei #drogatidipolitica non sta certo a guardare).
A parte che dai versi ottonari vergati da Michele Serra alla fine del 2025 e riportati pazientemente da Ceccarelli ("Per non dare l'impressione/ della prevaricazione/ ogni leader tocca temi/ che non destino problemi. [...] Quanto è buono il pollo al forno./ Però piace anche in padella./ Se si fredda lo riscaldo./ È un accordo molto saldo") qualcuno potrebbe cavare l'idea balzana di piazzare un polletto - come elemento unificante - nel mezzo di un simbolo circolare, che ricorderebbe subito una pietanza che sbuca dalla ruota del Pranzo è servito, il rischio di azzeccare nomi poco originali è sempre e comunque in agguato. 
All'inizio di dicembre, per dire, Bonelli aveva proposto Alleanza per l'Italia, eppure l'aveva fatto "dimenticando forse - ha sottolineato Labate - che il nome era stato usato da Francesco Rutelli per il suo ultimo partito". Nel cui simbolo, peraltro, coesistevano api (poi volate via) e fiori d'arancio, che forse Bonelli avrebbe apprezzato. Al di là di questo, però, l'aspetto più rischioso è proprio quello di apparire "forze concentrate sull’utilizzo dei vessilli, che siano Costituzione, pace o ambiente, con 'titoli' finalizzati troppo spesso contro qualcuno (che andrebbe anche bene, almeno relativamente), senza spiegare però per fare che cosa". Lo ha scritto ieri Antonio Bompani in un suo articolo su Linkiesta, rilevando quanto sia problematico trovarsi di fronte a un "grattacapo programmatico, composto di formule difensive da contrapporre ad avversari impliciti non meglio specificati, evitando di iniziare dal presentare un’idea di Paese che l’elettore possa immaginare concretamente", senza contare il rischio di richiamarsi alla Costituzione: "il terreno più unificante e meno divisivo possibile, condiviso almeno formalmente da tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione", finirebbe per ridursi "a bandiera dell’approssimazione, da sventolare quando si è a corto di proposte" (oltre che per far passare il messaggio che chi sta al di fuori di quel recinto è contro la Costituzione).
Certamente gli stendardi e gli emblemi non stanno solo nei nomi (Bompani ne individua alcuni anche nell'ambito delle politiche pubbliche e sono altrettanto problematici), ma per il centrosinistra la questione dei nomi sembra davvero il modo più irragionevole di autosabotare ogni tentativo - gradito o meno - di costruire qualcosa. Posto che, come ha segnalato Bompani, "il vuoto di comunicazione positiva dettato da stendardi ed emblemi favorisce formazioni che si muovono agli estremi e che intercettano mancate risposte in senso positivo e propositivo" (ed è qualcosa di cui devono occuparsi anche nell'area della maggioranza di governo, temendo che avanzi chi parla "con un linguaggio diretto, riconoscibile, quasi fisico, a un elettorato che si sente escluso", a prescindere dalle soluzioni che offre), è un fatto che - come ha notato una settimana fa Chiara Geloni - la coalizione di centrodestra non abbia un nome e nessuno, a quanto pare, glielo chiede o ne sente il bisogno. 
Negli altri schieramenti le cose vanno diversamente, con accenti più o meno marcati (del resto, in passato c'è chi non ha mai accettato di essere etichettato come "terzo polo"); l'attenzione per il nome dell'alleanza nuova, però, potrebbe scemare del tutto - spostando quelle energie, magari, solo sui contenuti - se solo si considerasse che la legge elettorale in vigore lascia spazio solo per i contrassegni di lista e altrettanto fa quella in discussione alla Camera (abolendo per giunta i collegi uninominali, che comunque dal 2018 non prevedono i contrassegni dei singoli candidati, visto che questi sono legati a doppio filo alla lista o alle liste della coalizione). 
Diverso era il discorso alle elezioni regionali (quando la legge prevedeva la possibilità che un candidato presidente avesse tutti i simboli della coalizione o un contrassegno ad hoc) o alle elezioni politiche regolate dalla "legge Mattarella", che - come ha ben spiegato Peppino Calderisi nel suo libro Storia di una riforma mai nata - nelle schede dei collegi uninominali della Camera permetteva di inserire fino a cinque simboli accanto al candidato (ma poteva starcene anche uno solo, come avevano fatto i Progressisti e il Patto per l'Italia nel 1994 e come aveva fatto anche il centrodestra nel 1996 con il Polo per le libertà, un nome che - secondo Calderisi - non ha portato fortuna), mentre al Senato poteva starcene uno solo (e a volte certi nomi sono rimasti famosi anche senza finire sulle schede: provate a cercare le parole "Polo delle libertà" e "Polo del buon governo" sulle schede gialle del 1994 e non le troverete, ma i loro simboli c'erano eccome).  
Esclusa l'improbabilissima ipotesi che il centrosinistra - stretto, medio, largo o larghissimo che sia - scelga di correre con una sola lista (e unicamente in quel caso potrebbe anche avere senso immaginare un nome da inserire in un contrassegno), la corsa a più punte, cioè con più liste, rende poco utile continuare a discutere di nomi. Un nome non fa l'identità, elemento decisamente più importante. Per vincere, ma anche solo per esistere e agire meglio.

Nessun commento:

Posta un commento