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martedì 12 dicembre 2017

Alternativa popolare al capolinea, e i simboli che fine fanno?

Non è dato sapere quanti avessero creduto davvero che l'avventura iniziata alla fine del 2013 da un gruppo di parlamentari guidati da Angelino Alfano, allontanatosi da Silvio Berlusconi e convinto dell'opportunità di proseguire l'esperienza di governo a fianco del centrosinistra, sarebbe durata a lungo o, almeno, senza perdere troppi pezzi rilevanti. 
In realtà non è durata così poco: il simbolo del Nuovo centrodestra - il primo, quello rettangolare - fu presentato il 5 dicembre 2013, dunque si contano giusto quattro anni (quasi come la montiana Scelta civica, che però si era condannata all'irrilevanza molto prima). Quel periodo, va detto, è stato vissuto in modo tutt'altro che tranquillo, con varie defezioni di peso (da Renato Schifani a Nunzia De Girolamo, fino a Gaetano Quagliariello), l'alleanza con l'Udc non proprio baciata dalla fortuna (al punto tale da finire per spaccare anche quel partito) e il cambio di nome in Alternativa popolare - anticipato dall'etichetta Area popolare già abbinata al cuore simil-Ppe, inizialmente in condominio con l'Udc e poi sempre più appannaggio dei soli alfaniani - che ha finito per togliere ogni traccia di centrodestra dal nome di un partito alleato con il Pd. Dopo la giornata di oggi, tuttavia, il capolinea è arrivato e, se per un po' il simbolo di Ap rimarrà visibile, avrà vita dura dalle prossime settimane in poi.  
Già ieri si era capito che i giochi ormai erano finiti e c'era poco da stare allegri (anzi, Happy, per ricordare la singolare scelta musicale fatta ai tempi di Ncd). Uno dei massimi esponenti del partito, l'ex ministro Maurizio Lupi, aveva sintetizzato la situazione annunciando che il giorno dopo si sarebbe lavorato a "un documento unitario che salvaguardi le due coerenze politiche emerse nella discussione di oggi" (parole pronunciate anche da Alfano). 
Suona strano parlare di "due coerenze politiche" - che se non si temesse di fare torto ad Aldo Moro si potrebbero parafrasare come "divergenze parallele" - con riferimento a due posizioni che inciampano in incrociate accuse di incoerenza: la prima, quella di "appartenenza alla propria storia politica e alla nascita del partito", nel rivendicare la coerenza con il proprio passato di centrodestra è tacciabile di incoerenza per il passato prossimo e per la scelta di tornare accanto a Berlusconi, dal quale ci si era voluti distinguere proprio con la nascita di Ncd; l’altra "di prosecuzione nell'azione riformista di governo, iniziata cinque anni fa", nel voler essere coerente con la scelta di allora (più volte rinnovata) si è attirata da tempo gli strali di chi ha ritenuto quella condotta incompatibile con la storia di centrodestra e moderata dei vari esponenti.
La direzione nazionale di oggi di Ap, più che alla riunione di un organo collegiale, è sembrata una seduta di tribunale che ha sancito - parole usate da molti, anche dalla ministra Beatrice Lorenzin - la separazione consensuale tra le due coerenze divergenti. Il tutto sancito da regolare sentenza, ossia dal famoso documento unitario annunciato ieri:
La direzione di Alternativa Popolare ha approvato all'unanimità la proposta unitaria su cui ha riferito il coordinatore Maurizio Lupi a nome del gruppo (Lorenzin, Cicchitto, Gentile) delegato dalla direzione di ieri, che prevede:1. La prosecuzione dell'unità dei gruppi parlamentari sino al termine della legislatura e l'accordo per cui un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra.2. Un patto di consultazione e di confronto permanente e un approfondimento tecnico-regolamentare delegato ai fondatori del partito su eventuali questioni residue, tra cui i simboli, nelle disponibilità del presidente Alfano.
A limitarsi a queste righe, sembra davvero la scissione politica più serena e pacifica mai vista: tutt'altro clima, insomma, rispetto alle lotte senza quartiere in seno al Partito popolare italiano del 1995 o alle baruffe ripetute (e manesche) all'interno del Nuovo Psi a partire dal 2005. Le due strade, dunque, si dividono: Maurizio Lupi si prepara a ritraslocare nel centrodestra, Beatrice Lorenzin e Fabrizio Cicchitto (forse memore del suo passato remoto socialista non berlusconiano) restano invece a fianco del Pd, ma fino alla fine della legislatura i gruppi resteranno uniti; sembra un po' inquietante, tuttavia, la frase in base alla quale "un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra", come se davvero i due gruppi parlamentari potessero ragionevolmente fare scelte diverse senza subire accuse di schizofrenia (a meno che, ovviamente, i sostenitori di una posizione fossero concentrati in un ramo del Parlamento e quelli dell'idea opposta fossero quasi tutti nell'altro).
Certo è che questa situazione di "due partiti in uno" - che ricorda tanto, questa sì, quella del Ppi nel 1995, fino alla nascita del Cdu dopo le ordinanze della magistratura e il "patto di Cannes" tra Rocco Buttiglione e Gerardo Bianco per dividere nomi, simboli, testate e cercare di limitare i danni - non sarà priva di problemi. In quanto legale rappresentante di Alternativa popolare, infatti, il simbolo attuale di Alternativa popolare e anche quello precedente del Nuovo centrodestra (di cui Ap rappresenta l'evoluzione, ma in piena continuità giuridica) sono nella titolarità di Angelino Alfano, che ha scelto di non candidarsi e ora si ritrova "arbitro" della scissione; Alfano li ha anche registrati a proprio nome come marchi, ma al di là di questo è chiaro che chi seguirà Lupi, nel fondare un nuovo soggetto politico di fatto abbandonerà Ap e, come scissionista, non avrà diritto su nessun nome o simbolo.
In effetti sembra improbabile che Lupi e gli altri siano interessati a utilizzare il cuore di Alternativa popolare, mentre più di qualcuno sostiene che l'ex ministro sia più interessato a valersi del primo nome, quello di Ncd (che, tra l'altro, nel 2011 era stato depositato da Italo Bocchino e da questi concesso ad Alfano), più adatto alla nuova collocazione del gruppo; Alfano non sarebbe assolutamente obbligato a concederlo, anche se potrebbe farlo in spirito di cortesia. Non è affatto scontato, però, che al centrodestra guidato da Berlusconi e con i "duri e puri" Salvini e Meloni vada a genio la convivenza con quel simbolo o anche solo con quel nome (l'ex Cavaliere non aveva avuto parole gentili per quell'etichetta): a quel punto, forse, converrebbe trovare un'altra soluzione. 
Tutto questo, naturalmente, ammesso che il troncone di centrodestra riesca a vincere la sfida più impegnativa, quella delle firme da raccogliere: trattandosi di un gruppo nuovo e scisso da Ap, infatti, Lupi non sarebbe esentato dalla raccolta delle sottoscrizioni per la sua lista (magari creata assieme ai fittiani di Direzione Italia) e non è scontato che dagli alleati arrivi qualche forma di aiuto. Alla peggio, il gruppo di centrodestra di ritorno potrebbe contribuire alla lista nota come "quarta gamba" della coalizione e a quel punto non ci sarebbero problemi di nomi, ma la visibilità e le speranze di risultati favorevoli (anche in termini di eletti) sarebbero ridotte al lumicino; anche Lorenzin e Cicchitto, però, non dormono sonni tranquilli, soprattutto dopo la pessima prova delle regionali siciliane. Da una parte e dall'altra, insomma, c'è poco da stare Happy.

sabato 18 marzo 2017

Ncd volta pagina: l'Alternativa popolare di Alfano

Il passaggio, alla fine, è arrivato, anzi quasi, visto che ufficialmente manca qualche ora, ma il punto di arrivo della mutazione del Nuovo centrodestra è ormai definito. Questa mattina al Centro congresso di Roma Angelino Alfano ha presentato il simbolo di Alternativa popolare, in quella che è l'ultima assemblea nazionale di Ncd.
Il cambiamento non è radicale, a ben guardare: il cuore giallo - senza stelle, dopo la diffida del Ppe - è lo stesso che ormai dalle amministrative dell'anno scorso caratterizza le liste locali presentate o ispirate da Ncd (giusto il fondo blu è più scuro, un omaggio all'Europa che gli alfaniani vogliono cambiare senza volerla abbandonare), come è uguale nella font la parola "Popolare", che prima si accompagnava al nome "Area". Al suo posto, in stile comunque grassetto, ora c'è "Alternativa", che in parte si sovrappone al cuore e in parte ne è nascosta. 
Che la parola "destra" dovesse sparire da nome ed emblema era ormai chiaro. Il suggello definitivo alla scelta di non collocarsi formalmente nel vecchio schieramento è arrivata dalle parole di Alfano di questa mattina: "Oggi - ha detto - è tecnicamente impossibile la missione di innovare il centrodestra, anche perché un pezzo di centrodestra fondamentale, Forza Italia, ha deciso di allearsi con i lepenisti e c'è un travaso di voti da Fi alla Lega Nord e a altri a destra di Fi". L'area, già anticipata dalla scelta del nome "Area popolare" (che peraltro in un primo tempo era condiviso con l'Udc) è invece quella dei popolari europei, contro gli antieuropeisti ma anche - almeno nelle premesse e nelle dichiarazioni - a debita distanza dalla sinistra.
Una scelta "altra", insomma, nemmeno da "terza via" ma semplicemente "altra". La scelta del nome viene proprio da lì: "Noi - è ancora Alfano a parlare - siamo alternativi ai vaffa, alle ruspe, ai lepenisti, a chi dice no all'Europa, alla sinistra che guarda ad un passato che non torna". L'idea del ministro degli esteri, dunque, è di "realizzare un'alternativa che nasca dal popolo e che sia per il popolo": l'etichetta da adottare per dare una casa a liberali e moderati, dunque, era praticamente ovvia.
Il fatto che Alfano ieri su Twitter abbia parlato del "nuovo volto di Ncd" fa pensare che la scelta che tra poche ore sarà ufficializzata si traduca in un semplice cambio di nome. Allo studio, in ogni caso, ci sarebbero state anche altre opzioni: anche se l'emblema sarebbe già stato depositato presso il Viminale - secondo il racconto fatto oggi da Pasquale Napolitano per Il Giornale - accanto al nome effettivamente scelto ci sarebbero state altre opzioni, in particolare "Patto per l'Italia" (già usato da Mariotto Segni alle politiche del 1994, senza troppa fortuna), Unione Popolare (dizione già vista sul simbolo depositato alle politiche del 2013 da Maria Di Prato) e Iniziativa Popolare (nuovo, almeno sul piano nazionale: a livello locale il nome risulta avere corso per lo meno a Guanzate, in provincia di Como, nel 2012, ma si tratta evidentemente di tutt'altra cosa).
Sempre Napolitano svela che il nuovo nome alfaniano sarebbe stato benedetto da una ricerca di Ipr Marketing, che lo descriverebbe come "in grado di riscuotere maggior consenso tra gli elettori". Non è dato sapere, al momento, se sarà davvero così. Resta naturalmente l'incognita della legge elettorale: lo sbarramento al 3% potrebbe dare poche preoccupazioni (anche se avere certezze sui risultati non è mai opportuno: vedere alla voce "Monti"), ma un sistema elettorale fondato sulle liste e non sulle coalizioni certamente darebbe al partito di Alfano, come a molti altri, assai meno potere contrattuale e meno prospettive in termini di eletti. A quel punto, avere cambiato nome potrebbe non bastare.

sabato 11 marzo 2017

18 marzo, Ncd lascia, raddoppia o semplicemente cambia?

E se il simbolo diventasse così?
L'annuncio era già stato dato qualche giorno fa - il 1° marzo, per l'esattezza - da Angelino Alfano, non come titolare della Farnesina ma come leader del Nuovo centrodestra: "Noi vogliamo dare una casa ai moderati italiani. [...] Milioni e milioni di italiani che non vogliono allearsi con Salvini e non vogliono neanche, perché non sono di sinistra, allearsi con il Partito Democratico. Non saremo da soli e dal 18 marzo noi diremo che l'esperienza del Nuovo centrodestra si conclude con degli ottimi risultati, ma che adesso dobbiamo unirci con altri per riuscire a centrare l'obiettivo di dare finalmente una casa comune ai moderati liberali popolari italiani".
In una dichiarazione di pochi secondi, insomma, gli italiani venivano a sapere che Ncd aveva una data di scadenza (anche se, per i suoi detrattori, era già passata da tempo: "il succo dell’annuncio - scriveva poco dopo Maurizio Crippa sul Foglio - è che Ncd non c’è più e che la cosa, viste le reazioni, non interessa nessuno). La notizia è stata confermata nei giorni successivi, sottolineando che nome e simbolo sarebbero apparsi per l'ultima volta alla Winterschool di Roccaraso, in corso in questi giorni, per poi sparire a beneficio - come si legge in un'intervista rilasciata ad Alberto Orsini di AbruzzoWeb - di "una nuova formazione politica con il chiaro obiettivo di unire i moderati in una nuova casa che consentirà di potenziare la naturale vocazione riformista e di contrapporsi al marasma confuso e scomposto del populismo anti europeo".
Guai, però, a dare l'impressione che "chiudere" un partito equivalga a lasciare il campo, ad arrendersi, ad ammettere qualche fallimento. Alfano lo sa bene, non a caso proprio oggi, sempre a Roccaraso, ha dichiarato che "Ncd non lascia, ma raddoppia perché vogliamo raddoppiare gli sforzi per realizzare quella rappresentanza di popolari e liberali e di tutti quelli che non ci stanno ad essere alleati con gli estremisti come Salvini che vogliono uscire dall'Europa e di tutti quelli che non sono di sinistra".
I nomi valutati nell'ultimo anno di Alfano, potenzialmente, sono molti: innanzitutto il fascio di nomi con tanto di cuore simil-Ppe (Unione liberale popolare, Italia popolare, Unione popolare, Unione per l'Italia, Unione popolare italiana, Unione popolare liberale) di cui a marzo dell'anno scorso era stata chiesta la registrazione come marchi, fino all'ultimo, Polo Positivo, depositato a ottobre. Certo, non tutte quelle denominazioni sarebbero prive di problemi: come si è già detto, Unione popolare e Italia popolare sono già stati utilizzati, Unione popolare liberale fa venire in mente i Popolari liberali di Giovanardi (attualmente parte di Idea di Quagliariello).
E' facile vedere che nessuno di quei nomi contiene la parola "destra", anche solo nella forma composita "centrodestra". Era stato lo stesso Alfano, peraltro, a dire alla direzione nazionale di Ncd che "Ncd si evolve in nuovo soggetto politico che ne supera la denominazione ma che si conferma nella sua collocazione politica. [...] in Italia è sorta essenzialmente una nuova destra che non intendo criticare ma che non ha nulla a che vedere con la 'D' di quel centrodestra in cui abbiamo vissuto e abbiamo creduto in questi anni”.
Del resto, che ogni riferimento alla "destra" dovesse sparire dal simbolo di Alfano, magari su pressione di Renzi e di Giuliano Pisapia per non pregiudicare alleanze future (con quale sistema elettorale, non è dato saperlo), lo aveva scritto il 24 febbraio Pasquale Napolitano sul Giornale, svelando anche un possibile altro nome (dopo che l'opzione "Italia popolare" era risultata impraticabile, come rivelato dal nostro sito). 
"Moderati e Popolari" potrebbe essere l'alternativa su cui si sta lavorando in queste ore. L'assemblea potrebbe ratificare anche un altro passaggio politico: la fusione tra gli alfaniani e il movimento dei Moderati di Giacomo Portas, ex deputato Pd, dando vita ai gruppi unici a Montecitorio.
Se sia questo l'orizzonte di Alfano, non si sa (tra l'altro, l'ultimo "matrimonio" che aveva interessato i Moderati di Portas, quello con i Cittadini per l'Italia di Enrico Zanetti, non era finito benissimo, visto che Portas aveva detto no a Verdini, ma poco tempo dopo a Montecitorio nasceva un gruppo comune proprio tra ex montiani di Scelta civica e Ala). Non è detto, poi, che il cambio di pagina vada di pari passo con lo scioglimento del Nuovo centrodestra: alla fine potrebbe trattarsi di una semplice modifica di nome, un'etichetta nuova per un soggetto giuridico già esistente. In questo modo, si dovrebbe solo modificare lo statuto, senza bisogno di costituire un nuovo soggetto giuridico, che dovrebbe avviare tra l'altro una nuova procedura di "accreditamento" presso la Commissione competente. Nome e simbolo rinnovati, in ogni caso, sono certamente già pronti: basta avere pazienza e aspettare.

martedì 17 gennaio 2017

Italia popolare, il nome che Ncd non potrà usare

Che il nome del Nuovo centrodestra non fosse particolarmente gradito a buona parte degli aderenti al medesimo partito, e forse allo stesso Angelino Alfano, era cosa che si poteva indovinare da mesi: lo proverebbero, per esempio, la rapida adozione del nome di Area popolare (che in un primo tempo doveva servire solo per denominare il cartello con l'Udc) e il deposito - a nome dell'attuale ministro degli esteri - di svariati marchi, ciascuno dei quali poteva presentarsi come alternativa all'etichetta attualmente in uso. Questa volta però "la svolta sarebbe davvero imminente", come ha scritto ieri Il Tempo, dando per probabile l'adozione del nome "Italia popolare": un'etichetta che, tuttavia, risulta già occupata da anni, a scapito di chi ha cercato di farla propria.
In particolare, nell'articolo firmato da Carlantonio Solimene, si legge che:
A militanti esponenti del partito Alfano dovrebbe proporre a giorni di cambiare la sigla o in Area popolare (come attualmente si chiamano i gruppi parlamentari alla Camera e al Senato) o in Italia popolare. Quest'ultima ipotesi è data in una posizione visto che Ap simboleggia un accordo politico - quello con l'Udc - che all'atto pratico non ha dato esiti elettoralmente soddisfacenti ed è già in via di disfacimento. In ogni caso ci sarà l riferimento al Partito popolare europeo, nel quale gli alfaniani si riconosceranno senza le sbandate "populiste" di alcuni cugini di Forza Italia.
Qualche fondamento la notizia potrebbe ben averlo, visto che - tra l'altro - tra i segni distintivi depositati a nome di Alfano c'era anche proprio la grafica attuale con la dicitura "Italia popolare". Quella domanda di marchio, però, risulta ancora non assegnata, dunque non si può dire tecnicamente che Alfano disponga di quell'emblema con certezza. 
Al contrario, qualcuno è sicuro che quel nome il Nuovo centrodestra non possa proprio utilizzarlo. "Corre l'obbligo di ricordare che Italia popolare è stata fondata nel 2004 e ha come suo presidente il sen. prof. Alberto Monticone, come presidente onorario l'on. Gerardo Bianco e una struttura territoriale popolare che l'ha vista partecipare a competizioni elettorali locali (in Piemonte e in Campania) con simbolo del gonfalone popolare registrato dall'associazione dei Popolari di Moncalieri (Torino), in particolare con programmi aventi al centro la famiglia ex art. 29 della Costituzione, oltre che alla campagna referendaria a difesa della Costituzione stessa, 'programma di un popolo', per riprendere le parole di La Pira". A parlare è Giancarlo Chiapello, responsabile piemontese e organizzativo nazionale di Italia popolare (quella di Monticone). L'emblema, parente stretto di quello che Guido Bodrato nel 1995 schizzò per la parte di Ppi che aveva "sfiduciato" Rocco Buttiglione preferendogli Bianco, è stato depositato nel 2006 e registrato quattro anni dopo (la versione depositata come marchio, tuttavia, non contiene la dicitura "Italia popolare"). 
Chiapello, peraltro, ha già dovuto combattere per difendere la titolarità di quel nome e il primo scontro era stato con il peso massimo possibile, Silvio Berlusconi: non appena i media, all'inizio del 2011, fecero sapere che l'allora Presidente del Consiglio pensava di usare per il suo partito la denominazione "Popolari", come riferimento italiano al Partito popolare europeo, Monticone e Chiapello dichiararono immediatamente che quella parola era già occupata; tempo qualche giorno e del progetto di Berlusconi non si parlò più. Un avvertimento simile toccò a Mario Mauro, quando volle costituire i Popolari per l'Italia: attraverso contatti informali, i fondatori del nuovo partito furono avvertiti che altri Popolari esistevano già da prima e non si erano mai sciolti; Mauro decise di andare avanti comunque, ma il nome non dovette portargli fortuna più di tanto.
Nel mezzo tra i due episodi, in compenso, si colloca il caso più interessante: all'inizio di dicembre 2012, Gianni Alemanno organizzò una manifestazione intitolandola Italia popolare e più di qualcuno era pronto a giurare che l'allora sindaco di Roma fosse pronto a chiamare proprio Italia popolare un suo nuovo movimento. Anche in quell'occasione, Chiapello ricordò in una nota che il nome era già in uso: "si ritiene dunque opportuno per evitare confusioni diffidare chiunque dall'utilizzo di tale denominazione, in particolare da parte di chi è ben lontano dalla tradizione politica del popolarismo, che mai ha assunto connotazioni o interpretato posizioni di destra". Anche in quel caso, Alemanno non utilizzò più quel nome, creando invece Prima l'Italia (altra etichetta non originale, essendo stata usata come slogan nel 2012 dal Pd e vent'anni prima dalla Dc).
"Come ricordato negli anni precedenti a Berlusconi, Alemanno e Mauro - prosegue oggi Chiapello nella sua nota - il nome 'Italia popolare' appartiene a un movimento il cui statuto è depositato presso un notaio romano; oggi tocca ricordarlo all'on. Angelino Alfano, fondatore del Nuovo centrodestra". Chiapello (come Monticone e vari altri) nel 2002 aveva scelto di "restare popolare" anche quando il Ppi aveva scelto di sospendere la sua attività per confluire nella Margherita: Non stupisce, dunque, che lui voglia difendere la storia di quei "cattolici democratici che hanno ritenuto, attraverso Italia popolare, di conservare e rinnovare la presenza e l'impegno politico e culturale del Partito popolare italiano all'indomani del suo congelamento". 
Non c'è ovviamente certezza che il Nuovo centrodestra scelga proprio di chiamarsi Italia popolare, del resto tra gli emblemi depositati all'Ufficio italiano brevetti e marchi c'erano varie altre versioni; per Chiapello, in ogni caso, è meglio essere prudenti e mettere le cose in chiaro dall'inizio: "Si invitano pertanto Ncd e l'on. Alfano, suo presidente - si legge alla fine della nota - a desistere dall'intenzione di perpetrare un sopruso verso un movimento esistente, i cui membri non possono che trovarsi oggi impegnati per ricostruire una nuova stagione di presenza dei cattolici in politica per superare l'attuale afonia, che troppi politici hanno accompagnato, riprendendo le parole di don Primo Mazzolari: 'né a destra, né a sinistra, né al centro, ma in alto', fuori da geometrie troppo variabili e ormai troppo vecchie". Basterà questo a far tramontare anche quest'ipotesi di usare un "nome" molto ambito, specie nel centrodestra?

sabato 23 aprile 2016

Area popolare accontenta il Ppe: via le stelle dal cuore

Certi cambiamenti vengono sbandierati o comunque sottolineati; altri si consumano in silenzio o avvengono in un contesto di "basso profilo", lasciando che sia il singolo ad accorgersi che non è tutto come prima, anche - e soprattutto - quando a cambiare è solo un particolare, più o meno significativo. Sembra sia accaduto proprio questo con il simbolo di Area popolare, che avrebbe iniziato la sua mutazione
Notarlo, obiettivamente, non è immediato: sulla pagina Facebook dei deputati di Ap non è cambiato nulla e anche nel sito del Nuovo centrodestra, almeno in apparenza. Se però si entra nella pagina dedicata alle elezioni amministrative, si scopre un post dedicato all'inizio della campagna elettorale: a prima vista non ci sarebbe stato un motivo particolare per inserirlo, almeno finché non si guarda l'immagine a corredo dell'articolo, che ritrae i simboli che correranno a Roma e Milano per Ncd. A quel punto tutto torna, perché si scopre che dal cuore giallo sfumato, varato solo pochi giorni fa, sono sparite le quattro stelle che rimandavano alla grafica del Partito popolare europeo. Tutto il resto - il fondo blu, la struttura dei contrassegni, ovviamente i riferimenti a Marchini per Roma e a Parisi per Milano - è rimasto uguale, ma quel dettaglio per i microscopisti della politica non è affatto di poco conto.
Solo all'inizio del mese, infatti, il segretario generale del Ppe Lopez Isturiz aveva detto che nessuna lista italiana avrebbe potuto usare il simbolo dei popolari europei nel proprio contrassegno, paventando anche azioni legali qualora fosse stato necessario. Angelino Alfano si era preoccupato di ridurre il problema, dicendo che i due emblemi erano diversi, non sovrapponibili e dunque non si sarebbe posto alcun problema; la prudenza, tuttavia, non sarebbe mai troppa e qualcuno deve avergli suggerito che le grane è meglio evitarle. Al primo uso elettorale del nuovo simbolo, dunque, poteva essere opportuno eliminare alla radice il problema del riferimento troppo esplicito, piuttosto che dover fronteggiare le critiche di qualche avversario e, soprattutto, l'ostilità del Ppe. Detto, fatto: per ora la modifica parte dal basso, ossia dalle città in cui Area popolare si presenta, ma è probabile che presto anche il nascente partito a livello nazionale metta da parte le stelle, affidandosi solo alla luce del cuore (e pazienza se Gianfranco Rotondi ci era arrivato prima, anche lui guardando al Ppe ma tingendolo di rosso, ricordando i colori dell'ultima Dc). Ai cambi simbolici e alle mutazioni sul nascere, del resto, in casa Ncd sono abituati fin dall'esordio...

Grazie a Vito Cardaci per la segnalazione

sabato 26 marzo 2016

Amministrative, Ncd salta "simbolicamente" un giro?

Alle prossime elezioni comunali, lo si è ormai capito, si prepara a correre un numero consistente di simboli. Ma - viene da dire - se si rivoltasse la questione e ci si domandasse, ad esempio, quali simboli non si vedranno proprio a queste elezioni, si troverebbe facilmente una risposta? Un quadro completo probabilmente no, ma qualche idea già è possibile farsela. Salvo sorprese dei prossimi giorni, ad esempio, è quasi certo che alle elezioni non ci sarà traccia del simbolo di Ala, quell'Alleanza liberalpopolare - Autonomie che al momento esiste solo come gruppo parlamentare al Senato e che, sulla sua pagina Facebook ha come avatar un'anonima scritta tricolore su fondo blu.
Un'altro simbolo che però presumibilmente alle amministrative si vedrà poco, essendo assente dalle piazze elettorali principali, in realtà c'è: quello del Nuovo centrodestra. Beninteso, candidati di quel partito ce ne saranno di sicuro, ma saranno inseriti in liste con altri emblemi. La via è stata aperta dalla presentazione alla stampa del simbolo di Milano popolare, variazione di quello di Area popolare "varato" pochi giorni fa. 
Nella Capitale la strategia sarà la stessa, visto che già il 18 marzo la ministra Beatrice Lorenzin aveva dichiarato: "Noi di Ncd faremo la lista civica Roma Popolare in appoggio ad Alfio Marchini - ha battuto ad esempio l'Ansa - e quindi non ci sarà il simbolo di Ncd alle elezioni. Nella lista civica facciamo una chiamata ai migliori, perché questa città ha bisogno che tutti quelli che hanno una professione e delle competenze". La struttura del simbolo è esattamente identica a quella vista appunto a Milano; la formula pure, con le liste aperte agli esponenti di Ncd e alla società civile. Non si parla di Udc, che pure potrebbe essere parte del gioco (avendo contribuito alla nascita di Area popolare), ma emerge soprattutto la scelta di lasciare da parte il marchio del Nuovo centrodestra.
Simbolo ricostruito da manifesto
A Torino, poi, la situazione sembra essere ancora più singolare. Per inquadrarla, in particolare, si può guardare il simbolo che - a giudicare da qualche manifesto apparso nei giorni scorsi - dovrebbe presentare l'Udc per concorrere alle prossime elezioni comunali. L'emblema è quello noto da anni, con lo scudo crociato in assoluto primo piano e, sullo sfondo, le due vele di Ccd e Democrazia europea; l'attenzione può essere attirata dalla dicitura "Rosso sindaco" - ovvio riferimento al sostegno alla candidatura di Roberto Rosso - ma è in basso che bisogna guardare. Al posto di "Unione di centro", infatti, il contrassegno reca la scritta "Area popolare", lasciando intendere che non ne sarà presentato un altro con lo stesso nome. E, se sarà così, difficilmente spunterà da qualche parte il logo di Ncd.
Ad avvalorare questa ipotesi, tra l'altro, ci sarebbe un articolo pubblicato sullo Spiffero giusto mercoledì: stando a questo, il quartier generale del Nuovo centrodestra a Roma sarebbe orientato a non concedere l'uso dell'emblema, per un cumulo di possibili ragioni diverse tra loro (l'inopportunità del sostegno a un candidato avversario del Pd, con cui Ncd è alleato a Roma; varie discussioni interne all'Udc locale che hanno avuto un peso nei rapporti con il partito di Alfano; desideri di alcuni di rendere più ardua la strada di Rosso, prima e dopo le elezioni, proprio grazie al diniego del simbolo). Al di là dei rumors, comunque, appare molto concreta l'ipotesi che Ncd, senza nemmeno "mascherarsi" dietro un simbolo diverso, non lasci alcuna traccia "simbolica" di sé sotto la Mole.

martedì 20 ottobre 2015

Quanto dura il simbolo di Ncd?

Negli ultimi anni i più attenti alle vicende politiche italiane hanno incontrato più volte storie di simboli "sopravvissuti" ai loro partiti: certi emblemi finivano nelle bacheche del Viminale anche quando il partito che rappresentavano per anni non aveva dato segni di vita (i Liberal Democratici che furono di Dini ne erano un esempio), oppure rimanevano affissi all'ingresso delle loro antiche sedi benché quegli stessi locali ospitassero da tempo le formazioni nate in seguito da quell'area (vedi alla voce "Margherita", per la sede del Pd a Sant'Andrea delle Fratte: la targa con il fiore è stata rimossa da non molti mesi). A leggere Il Tempo di qualche giorno fa, qualcosa di simile sta già accadendo al Nuovo centrodestra: un articolo di venerdì a firma Pietro De Leo si intitola infatti "Ncd, sotto il simbolo niente".
Volutamente provocatorio, il titolo coglie a modo suo una sorta di cupio dissolvi che ormai sembra avere avvinto il partito fondato e guidato dal titolare del Ministero dell'interno Angelino Alfano. Ha buon gioco De Leo a ricordare i pezzi persi via via: prima Nunzia De Girolamo e Giuseppe Scopelliti, poi Maurizio Lupi (che non è uscito da Ncd, beninteso, ma ha dovuto traslocare senza troppi complimenti dal Ministero dei trasporti) e Barbara Saltamartini, fino al probabile addio di Gaetano Quagliariello. Tutto questo mentre lo stesso Alfano sarebbe stato lasciato "lungamente a gestire in solitaria il dramma immigrazione", ma avrebbe continuato a sostenere il governo per non perdere la guida del Viminale, anche a costo di essere tenuto ben poco in conto nelle scelte della stessa maggioranza (dal mancato ritorno al premio alla coalizione vincente alla polemica delle ultime settimane sulla stepchild adoption relativa alle unioni omosessuali).
Per De Leo questo travaglio politico ha anche una rappresentazione grafica, tutta interna al contrassegno del partito: "Nel simbolo Ncd, di fatto, la 'd' di destra ha funto da orpello, specie considerando l’esercizio accademico dei due forni di postdemocristiana memoria: al governo con Renzi, in molte regioni con Berlusconi". Una "D" che già era stata messa fuori dal "quadrato" originale del simbolo e che, per giunta, in più di un caso è sembrata ballerina, come se fosse appesa a qualcosa. Questo nonostante Fabrizio Cicchitto abbia dichiarato da poco all'Huffington Post che Renzi al governo "sta facendo una serie di cose che a Berlusconi non sono riuscite" e, per giunta, "per salvare il Pd dallo stallo e il sistema istituzionale da una contestazione radicale è riuscito in quello che non riuscì né alla destra né a Bettino Craxi e neanche a Berlusconi: ha ucciso i comunisti". Giusto per dire che Ncd sta dalla parte migliore.
Lo stesso Cicchitto, peraltro, nella stessa intervista ha dichiarato che, a suo dire, "il Nuovo centrodestra deve entrare nell'ordine di idee che il suo nome è cambiato nella sostanza politica e deve cambiare nella forma", perché è tempo di costruire un nuovo centro che si allarghi a tutti coloro che hanno sostenuto Renzi fin qui, senza entrare nel Pd. La soluzione? "In tempi ragionevoli ma rapidi vanno superate tutte le sigle esistenti e va posto in essere un processo di rifondazione politico e culturale tale da unificare un campo che finora qualcuno, compresi alcuni renziani, ha trattato come 'un volgo disperso che nome non ha'". Morale, proprio Cicchitto ha di fatto certificato la fine di un partito che, tra l'altro, con l'avanzata dei verdiniani, rischia di essere assai meno determinante. Al punto che Ncd si sarebbe rivelato "l’invitato con posto in piedi al party del renzismo", un posto in piedi "per di più, vicino al wc. Ma l’importante è starci. Finchè non arriva il buttafuori". E chissà se il simbolo, da qui all'arrivo del buttafuori, sarà rimasto lo stesso o sarà cambiato...

sabato 12 settembre 2015

Giugliano, il simbolo adesivo che non ti aspetti

Una cosa, tra le tante che si possono pensare a proposito dei simboli elettorali, è assolutamente vietata: nessuno, ma proprio nessuno, può pensare che la fantasia di chi presenta le liste abbia un fondo, una fine. Non ci si riferisce tanto alla grafica (in cui l'originalità e le trovate spesso sembrano scarseggiare), quanto alle idee collaterali e sottostanti. Un caso di questi ultimi giorni ne sembra un perfetto esempio: per capirlo, bisogna andare a Giugliano, comune della provincia di Napoli. 
A far scoppiare la bomba e a far puntare qualche occhio su quella località campana sono state le lamentele del MoVimento 5 Stelle, che ha presentato un ricorso per ottenere l'annullamento delle elezioni tenutesi a fine maggio. La notizia, per ora, è apparsa solo sul sito di TeleClubItalia, ma il ricorso elettorale si può leggere sul sito della Giustizia amministrativa. La prima accusa riguarderebbe la validità della partecipazione al voto della lista di Forza Italia, poiché le firme dei sottoscrittori sarebbero state autenticate da un funzionario del comune di Pozzuoli, che non avrebbe quel potere al di fuori del suo territorio comunale: la semplice presenza illegittima di quella lista, dunque, avrebbe inficiato la correttezza dell'intero procedimento elettorale.
Accanto a quest'accusa, tuttavia, ce ne sarebbero altre, relative tanto a liste dell'attuale minoranza, quanto a formazioni a sostegno di Antonio Poziello, poi diventato sindaco di Giuliano, guidando una coalizione formata da diverse liste civiche e dai simboli - tra l'altro - del Psi, della bicicletta Ecologisti - Repubblicani democratici e del Nuovo centrodestra. Anche qui questione di firme, nel senso che non si sarebbero presentate a firmare in municipio tutte le (almeno) 350 persone necessarie per presentare ogni lista, così come in altri casi ci sarebbero stati - lo riporta sempre TeleClubItalia - "verbali in bianco, altri firmati tutti da una sola grafia, presidenti di seggio rinunciatari all'ultimo secondo".
Un discreto campionario di errori e orrori elettorali, insomma: uno di questi, tuttavia, merita di stare in queste pagine. Nel ricorso, infatti, si lamenta che "per quanto riguarda la lista NCD - Campania popolare il foglio A3 di presentazione della lista contiene in alto a sinistra il simbolo incollato con adesivo, sotto il quale vi è un altro simbolo di NCD (senza la dicitura 'Campania popolare')". Qualche sbadatone aveva fatto stampare i fogli con il simbolo sbagliato? Evidentemente può essere (come può essere che l'emblema sia stato cambiato all'ultimo momento e, per non perdere le firme raccolte, si sia proceduto a colpi di adesivi), ma il MoVimento 5 Stelle chiede al Tar di svolgere "una apposita istruttoria": il sospetto, in base a quanto si legge nel sito di TeleClubItalia, è che quello depositato da Ncd sia "un vecchio foglio di firme raccolte due anni prima e 'riciclate' per le elezioni che hanno portato Poziello al governo della città".
Come è chiaro, quella avanzata dal M5S è solo una supposizione, di cui si dovrà occupare la magistratura. Di sicuro, il ricorso sbaglia nel momento in cui sostiene che l'emblema sotto l'adesivo "è quello che veniva utilizzato dal suddetto partito [cioè Ncd] per la competizione elettorale del 2013, poco prima dello scioglimento per infiltrazioni camorristiche del Comune di Giugliano": il comune, infatti, è stato sciolto il 24 aprile 2013, mentre il Nuovo centrodestra è stato fondato il 15 novembre 2013, per cui le date non tornano. A prescindere da questo, se il particolare denunciato fosse vero, sarebbe una testimonianza importante del "pecettismo" (a la Corrado Guzzanti, mentre interpreta il televenditore Armà) in ambito pre-elettorale. Un esempio, tuttavia, che è meglio non seguire, anche se ci si può ridere sopra, con un po' di amarezza.

giovedì 10 settembre 2015

Fdi diffiderà Alfano: "Via la destra da Ncd". Ma non serve a niente

"Ma cos'è la destra / cos'è la sinistra?" Sembra fin troppo facile appoggiarsi al tormentone creato da Giorgio Gaber e Sandro Luporini oltre vent'anni fa e, a quanto pare, destinato a non tramontare mai. Eppure la tentazione è forte, fortissima, nell'apprendere che Fratelli d'Italia è pronta a diffidare il Nuovo centrodestra affinché tolga dal suo nome - e, di riflesso, dal suo simbolo - la parola "destra"
A darne notizia per primo è il Giornale, con un pezzo a firma Francesco Curridori. A illustrare l'iniziativa, che sembra nascere nel partito ma formalmente partirà dal basso, è Giovanni Donzelli, coordinatore dell'esecutivo nazionale di Fdi, che sul suo sito spiega: "Abbiamo lanciato una diffida formale al ministro degli Interni e Presidente del Nuovo Centrodestra Angelino Alfano ad utilizzare la parola 'destra' nel nome del partito al governo con Renzi. A recapitarla tramite l'avvocato (e responsabile cultura Fdi) Andrea Delmastro Delle Vedove saranno gli elettori di centrodestra che sottoscriveranno la diffida". 
La raccolta di firme sulla diffida inizierà a Firenze dopodomani, durante l'iniziativa "Alla destra del futuro", evento che vuole rilanciare la destra e preparare "Atreju 2015" (a Roma questa volta): in quella sede, probabilmente, Fratelli d'Italia prenderà qualche decisione sull'ormai vicina assemblea della Fondazione Alleanza nazionale, sull'uso del simbolo di An (rinnovare la richiesta o lasciar perdere?) e - soprattutto - sulla possibilità che la fondazione assuma un maggior impegno politico diretto, magari con la creazione di un partito che riprenda gli ideali di Alleanza nazionale (e, incidentalmente, possa contare sulle sue risorse residue).
Intanto, però, per dare maggior impulso alla destra pare ci sia bisogno di vietare quella parola a chi non è "degno" di usarla. Quale sia il "peccato" di Alfano, lo spiega direttamente Donzelli: "Alfano, intervenendo qualche giorno fa alla festa nazionale dell'Unità a Milano, ha ribadito la volontà di 'fare ancora un governo democratico e riformatore' insieme a Renzi e alla sinistra. Per questo noi lo diffidiamo dall'utilizzo della parola 'destra' nel nome del suo partito. Se non cambia nome lo porteremo in tribunale".
Donzelli sembra molto carico, convinto che l'iniziativa possa sortire qualche effetto. Potrebbe anche averlo, nel senso che si potrebbe rivelare un mezzo per compattare gli elettori di destra in un obiettivo comune (far retrocedere Alfano e convincerlo a mollare il riferimento alla destra) e, magari, sfilare una parte significativa di elettori ed eletti a Ncd. Difficile però, se non impossibile, credere che l'attuale titolare del Viminale e il suo partito possano cambiare davvero il loro nome su impulso della diffida. Anche se dovesse ricevere davvero la diffida, è probabile che Alfano non tremi nemmeno un po', anzi, potrebbe sgranare un sorriso dei suoi, scuotere leggermente il capo e archiviare la pratica senza preoccupazioni.
A che titolo, infatti, si potrebbe chiedere a Ncd di cambiare nome? Fratelli d'Italia al momento non ha alcun motivo di lamentarsi: la sua denominazione e il suo simbolo sono assolutamente diversi da quello del partito di Alfano. E' vero che, in origine, la formazione costituita dalla Meloni, da La Russa e da Crosetto conteneva nel nome e nell'emblema la dicitura - coniata da Massimo Corsaro - di Centrodestra nazionale e la compresenza di Ncd avrebbe potuto creare problemi; ora però la denominazione ufficiale del partito, come da statuto - quello "approvato" dall'apposita commissione e inserito nel Registro nazionale dei partiti politici riconosciuti - è "Fratelli d'Italia - Alleanza nazionale" e nello stesso documento è sparito ogni riferimento al centrodestra (o centro destra), per cui ci sarebbe ben poco da rivendicare.
Lo stesso Donzelli, però, ha parlato genericamente di "elettori del centrodestra", quindi pensa a una platea di cittadini più ampia degli elettori di Fdi. Anche in questo caso, però, la diffida non potrebbe mai portare un tribunale a ordinare la "sparizione della destra" da Ncd. I giudici, infatti, quando sono chiamati a intervenire a vicende legate ai partiti (che siano controversie interne o scaramucce tra formazioni distinte) possono soltanto verificare il rispetto dei rispettivi statuti; è preclusa loro, invece, ogni valutazione di natura politica, come quella della corrispondenza tra segni distintivi delle formazioni e il loro bagaglio di idee e valori oppure il loro programma.
Il punto è chiarissimo fin dal 1991, quando il futuro Partito della Rifondazione comunista aveva trascinato in tribunale il Partito democratico della sinistra, chiedendo di poter continuare a fregiarsi del nome e del simbolo del "vecchio" Pci, portandolo via dalla base della quercia appena piantata. Per i legali di Sergio Garavini e dei "rifondatori" il Pci, trasformandosi in Pds, aveva ripudiato la sua identità e, dismettendo i segni distintivi usati in precedenza, aveva perso ogni diritto su di essi, ma il presidente del tribunale di Roma li gelò: "ogni giudizio di carattere ideologico sulla discontinuità o continuità dell’esperienza politica comunista in relazione alle due associazioni tra cui è causa - in quanto implicante giudizi politici, al giudice non consentiti - non sembra possa essere dato dal magistrato". In parole povere, non può essere il giudice a fare l'esame del sangue al partito, per verificare quanto la sua ideologia sia davvero coerente col nome
Qualcuno all'interno di Fratelli d'Italia, peraltro, dovrebbe sapere bene di che si sta parlando: lo stesso giudizio fu ribadito quattro anni dopo, quando il Msi divenne Alleanza nazionale e Pino Rauti tentò di rivendicare il nome e la fiamma tricolore per il suo gruppo di dissidenti fedeli alla linea missina. I giudici però gli diedero torto, ripercorrendo in buona sostanza il verdetto scritto per il caso Pci-Pds. Molti militanti e dirigenti di Fdi, probabilmente, devono essere troppo giovani per ricordarlo: saranno gli stessi che non vogliono rifare An?

venerdì 7 agosto 2015

Area popolare, via i simboli di Ncd e Udc, ma senza dirlo

In fondo ci eravamo un po' abituati all'idea della "bicicletta con etichetta alla base": che Area popolare, almeno in una prima fase, portasse all'interno del proprio contrassegno i simboli del Nuovo centrodestra e dell'Unione di centro, nell'attesa che l'evoluzione politica portasse a un soggetto politico nuovo e "oltre" i partiti fondatori, era una cosa assolutamente normale. Eppure a qualche occhio attento potrebbe non dovrebbe essere sfuggito - sebbene nessuno ne abbia parlato seriamente fin qui - che le due formazioni, che da oltre un anno presentano emblemi congiunti in varie occasioni elettorali (ma non sempre, come la vicenda delle regionali 2015 ha mostrato), da alcune settimane sembrano aver fatto perdere le loro tracce, almeno nel segno distintivo comune.
Già, perché nel sito del gruppo di Area popolare alla Camera campeggia ancora il primo simbolo reso noto, almeno dal 30 giugno - così risulta da una delle immagini caricate sulla pagina facebook dei Deputati di Ap - è entrato in uso anche un diverso contrassegno, in cui domina decisamente il nome scelto per la creatura politica: "Area popolare", nella stessa font utilizzata per il Nuovo centrodestra (simile alla famiglia Nexa). Graficamente il cerchio interno, il cui colore di fondo riprende le stesse sfumature di Ncd, è diviso in due da un archetto tricolore a segmenti, che lascia sopra di sé il 60% dello spazio, con la scritta ben visibile, mentre la parte inferiore è tinta in un color aviatore più chiaro; il tutto è chiuso da una corona bianca e un filetto blu. 
Un'anticipazione dell'emblema, in realtà, si era vista già in occasione delle elezioni regionali della Liguria: stessa suddivisione grafica del cerchio, ma la parte sotto al tricolore era bianca e portava il nome della regione; per tutti gli elementi testuali, in compenso, era stata scelta una font Helvetica Black, leggermente compressa, forse un elemento di passaggio prima di optare per il tipo di carattere di Ncd. La struttura grafica del contrassegno ricordava poi quella di "Per l'Umbria popolare", formazione a sostegno di Claudio Ricci alle regionali umbre, non a caso sostenuta anche da Area popolare. L'emblema senza simboli originari è forse il segno di un passo avanti nella costruzione di una casa comune, anche in prospettiva di una lista unitaria obbligata, nella prospettiva dell'Italicum?

venerdì 24 aprile 2015

Puglia: il simbolo comune di Schittulli e Area popolare

I media lo danno per certo già da alcuni giorni: l'accordo c'è e il simbolo pure, dunque, il Movimento politico legato a Francesco Schittulli e Area Popolare correranno assieme in Puglia. Formeranno un'unica lista a sostegno di colui che sembrava un candidato in grado di unire il centrodestra, mentre ora quasi certamente dovrà vedersela anche con Adriana Poli Bortone, divenuta dirigente di Fratelli d'Italia ma messa in campo direttamente da Forza Italia.
Come è noto e come Mauro Bondì aveva già scritto su queste pagine, l'emblema di Schittulli non era quello di una semplice "lista del presidente", ma nasceva praticamente fin dall'inizio come movimento che si è presentato in molti appuntamenti elettorali locali, acquisendo consultazione dopo consultazione maggiore notorietà, consenso e radicamento. C'è chiaramente qualcosa di molto berlusconiano in questo contrassegno, a partire dall'arcobalenino tricolore, morbidamente convesso, che emerge in primo piano ed è accompagnato dall'ombra; anche la font utilizzata è la stessa che era in uso con il Popolo della libertà, così come i colori tra blu e azzurro possono facilmente rimandare tanto a una logica di tinte nazionali e partiti catch-all, quanto a una tavolozza sospesa tra Pdl e Forza Italia (e lo stesso cognome in grande rilievo non è certo estraneo a quella storia politica).
L'apporto grafico di Area Popolare, in questo caso, è davvero minimo: nemmeno un inserto grafico o cromatico legato all'esperienza comune del Nuovo centrodestra e dell'Udc. Non ci sono i loro simboli, interi o in miniatura: c'è solo il nome dell'associazione (futuro partito?) che hanno costituito insieme e che è andato a occupare proprio l'ultimo spazio disponibile sulla corona blu del contrassegno. Il corpo del testo è certamente maggiore rispetto all'espressione "Movimento politico" fatta inserire nella parte alta della corona. 
Non si conoscono le valutazioni dei partiti di Alfano e Cesa, ma viene da pensare che i loro fregi non siano presenti nel contrassegno perché forse non avrebbero portato un gran numero di voti alle elezioni, a dispetto di quanto si può pensare. O, forse, vista e mantenuta ferma la struttura del contrassegno di Schittulli, gli stessi emblemi sarebbero risultati illeggibili all'interno di un più ampio contrassegno, perché troppo piccoli. Certo, Area popolare è un progetto giovane, non ancora pienamente "spiegato al pubblico": accontentarsi del solo testo, senza nemmeno un tocco di grafica, è certamente una scelta rischiosa. Si vedrà come sarà accolta dagli elettori.

venerdì 10 aprile 2015

Area popolare, Ncd e Udc in bicicletta (per ora?)

Il simbolo mostrato dal Tempo
Alla fine, almeno per ora, la svolta simbolica di Area Popolare  non è arrivata. Nel contrassegno che oggi è stato diffuso – in particolare dal Tempo, in un articolo di Daniele Di Mario, dopo che la notizia era stata data in un primo temo da AdnKronos – figurano ancora le miniature del Nuovo centrodestra e dell'Unione di centro, i due soggetti che contribuirebbero maggiormente a creare quello che al momento si configura come cartello elettorale (e giuridicamente come associazione), ma in seguito potrebbe trasformarsi in partito a ogni effetto.
Il banco di prova, anche in questo caso, è quello delle regionali previste per il 31 maggio, con il rinnovo di sette consigli. Ncd e Uc aveva già superato insieme il primo scoglio poco meno di un anno fa, ottenendo rappresentanza al Parlamento europeo; con un simbolo congiunto analogo avevano corso alle regionali d'autunno, in particolare in Emilia Romagna. Il test che si propsetta è certamente più ampio, anche solo per scala territoriale. 
Il contrassegno divulgato è una "bicicletta" come nelle più classiche tradizioni: a sinistra il "pallino" di Ncd, senza il nome di Angelino Alfano nella parte inferiore; a destra la "pulce" dell'Udc, con lo scudo crociato in primo piano sopra alle vele a suo tempo apportate da Ccd e Democrazia europea, la scritta "Italia"nel segmento superiore rosso e il nome del partito a semicerchio in basso su fondo azzurro.
Il fatto è che, se guardando il simbolo delle europee (e mettendo da parte un certo malessere per la pessima riuscita grafica) era inevitabile dire che l'emblema degli alfaniani aveva "schiacciato" lo scudo crociato, ora la tentazione di dire che il simbolo di Ncd ha fagocitato quello dell'Udc è fortissima. Perché sì, l'estetica è un po' più rispettata questa volta, ma l'attenzione, più che alla parte superiore a fondo bianco che contiene le due miniature, deve andare alla parte inferiore del tondo, un po' meno della metà del cerchio: lo spazio è riempito dallo stesso blu sfumato di Ncd e persino la font utilizzata per scrivere "Area popolare" è proprio la stessa usata dall'inizio dal partito di Alfano. Per la cronaca, l'ampio spazio presente nel segmento inferiore colorato potrebbe ospitare tanto i nomi delle regioni in cui il cartello si presenterà, quanto i nomi dei candidati alla presidenza di volta in volta sostenuti.
Gli emblemi dunque sono ancora quelli noti e i colori utilizzati – come nota Di Mario sempre sul Tempo – rimandano al bianco e al blu di democristiana memoria. La scelta di mantenere le antiche insegne sarebbe dovuta, secondo chi ha dato per primo la notizia, ai risultati di sondaggi svolti proprio sugli emblemi: gli elettori centristi, specie con un passato diccì alle spalle, difficilmente avrebbero riconosciuto un partito senza i simboli in vista. Sarà stato forse questo a convincere i vertici di Ncd e Udc a non utilizzare l'emblema che pure era stato depositato poche settimane fa presso l'Ufficio per l'armonizzazione del mercato interno di Alicante e che I simboli della discordia e Termometro Politico hanno mostrato in esclusiva il 28 marzo scorso
Curiosità, a depositare la domanda di marchio europeo è stato il senatore Udc Antonio De Poli, lo stesso che – già secondo Adnkronos – avrebbe presentato la richiesta di registrazione per il nuovo marchio. Domanda che però non risulta nel database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, né nella "banca dei marchi" europea. Magari è questione di giorni; in ogni caso da più parti si chiarisce che l'emblema diffuso oggi ha un vago sentore di provvisorio, mentre sarebbe pronto a cambiare non appena Area popolare diventasse qualcosa di più di una semplice alleanza elettorale. Tornerà buono allora il segno depositato a marzo da De Poli?

sabato 28 marzo 2015

Area popolare, pronto il nuovo simbolo?

Come associazione è già nata, come partito non ancora anche se i suoi gruppi parlamentari li ha da tempo; a quanto dicono i bene informati Area Popolare ha già anche un simbolo, che nessuno ha ancora visto. Ma forse, con un po' di fortuna, trovarlo potrebbe essere più semplice del previsto: un contrassegno con quel nome è stato depositato come marchio (in attesa di registrazione) dal senatore Udc Antonio De Poli.
Questa volta non torna utile, come altre volte è accaduto, scartabellare nel database dell'Ufficio Italiano Brevetti e Marchi, che contiene tutto ciò che si vuole diventi (o è diventato nel frattempo) segno distintivo secondo la legge italiana: più di una volta i futuri emblemi dei partiti sono passati da qui, a cercare "area popolare" esce tutt'altro. Se però si allarga lo sguardo ai confini europei, la musica cambia.
Se infatti si interroga la banca dati dell'Ufficio per l'armonizzazione nel mercato interno – in pratica la "banca dei marchi europea" – semplicemente con la chiave di ricerca "popolare", si scopre che in data 4 marzo 2015 De Poli ha fatto depositare a suo nome un emblema con la dicitura "Area popolare" bene in vista, registrandolo per le classi di beni e servizi 35 (pubblicità), 41 (attività culturali, politiche e formative) e 45 (attività e servizi in campo politico).

giovedì 19 febbraio 2015

Area popolare, come non sarà il simbolo

In politica spesso si è sperimentata una massima, ripetuta a ogni nuova alleanza: due più due non fa quasi mai quattro, ma sempre un po' meno. Prove ce ne sono diverse: è prassi comune che, quando due o più forze politiche si uniscono in un unico soggetto (nato anche solo per correre alle elezioni), i voti riportati da questo siano minori della somma dei consensi su cui avevano potuto contare quelle formazioni in precedenza. Certo, ci possono essere eccezioni, ma sono poche, proprio come avviene con un'altra regola facilmente verificabile: due più due fa un simbolo nuovo
Lasciate stare tutti i sistemi elettorali che prevedono la possibilità di formare coalizioni (e dunque di correre separati): quando ognuno corre per sé o le soglie di sbarramento fanno paura, se due o più partiti scelgono di correre insieme, dalla loro unione - temporanea o duratura - uscirà quasi sempre un emblema nuovo. Difficile che un gruppo fagociti l'altro senza che la grafica cambi di un millimetro: al più il simbolo del partito prevalente sposterà o aggiungerà qualcosa che rimandi agli altri soggetti politici; se i due gruppi si equivalgono, si cercherà un compromesso tra i due segni, o magari si sceglierà una soluzione nuova.
La strada del compromesso grafico - molto al ribasso, come si era detto ad aprile - era stata scelta dal Nuovo centrodestra e dall'Udc alle ultime europee: la scelta, partorita probabilmente in poche ore, aveva semplicemente "compresso" i due simboli per farli entrare nel cerchio (facendo peraltro praticamente sparire i Popolari per l'Italia di Mauro) e, se non altro, aveva centrato l'obiettivo di superare l'asticella del 4% per approdare al Parlamento europeo. Il "tandem" era stato mantenuto alle elezioni regionali di fine 2014, soprattutto in Emilia, curando leggermente di più la grafica ma sempre senza renderla un capolavoro (i simboli originari risultavano ancora più schiacciati di prima).
Come non sarà il simbolo...
Ora che tra quelle due forze sembra molto più avviato il processo di costruzione di Area popolare (che peraltro ha raccolto l'interesse anche di soggetti non appartenenti a Ncd e Udc), si pensa seriamente a un nuovo emblema, che possa partecipare alle elezioni regionali che si svolgeranno in primavera. Le agenzie - in particolare l'AdnKronos - ieri hanno citato "fonti parlamentari centriste", secondo le quali "La grafica dovrà conservare un tratto di continuità e, nello stesso tempo, avere un tratto di novità". Sarebbero i due segretari, Angelino Alfano e Lorenzo Cesa, a dover valutare le soluzioni grafiche e avrebbero vari bozzetti in visione. Certo, più di questo è importante il gioco delle alleanze (per cui ci si concentra sul sostegno al governatore uscente Caldoro in Campania, assieme a Forza Italia, o sui dubbi in Veneto, legati alla chiusura della Lega verso chi ha collaborato con il governo Renzi). Di certo la continuità maggiore verrebbe dalla rielaborazione di una delle due grafiche utilizzate fin qui, sostituendo la nuova denominazione "Area popolare" al nome di Alfano o ad altre diciture presenti sul contrassegno; l'aspetto di novità, però, sarebbe ridotto al minimo e i cultori della grafica potrebbero apprezzare assai poco il rimescolamento di qualcosa che già non avevano gradito.
Si vedrà nei prossimi giorni quale soluzione sarà adottata (e, in particolare, se l'emblema rinuncerà allo scudo crociato o lo manterrà, anche solo per evitare che altri cerchino di usarlo). Di certo, comunque, la grafica non andrà verso una soluzione che da tempo gira in Rete e che spunta proprio cercando su Google "area popolare simbolo": Si scopre infatti che su GDR Italia - primo gioco di ruolo di simulazione politica, attivo dal 2008 - il primo congresso di Area popolare si sarebbe svolto addirittura alla fine di gennaio, pur senza arrivare davvero a una fine: a parteciparvi, peraltro, erano la Dc, i Moderati riformisti e l'Udc, mentre pochi giorni prima si parlava di tale GianLuca Motta - che vanterebbe nel palmares anche una poltrona di ministro della salute in un curioso governo Riccardi I - come fondatore e coordinatore unico nazionale di Area popolare, proveniente da Fratelli d'Italia. Non ci avete capito niente? Tranquilli, questa non è la realtà. Ma se solo qualcuno pensasse di adottare il simbolo già in uso su GDR per Area popolare - nemmeno poi così male - sarebbe oggetto di grasse risate (e qualche tentazione di causa) dai giocatori di ruolo. Sai che figura...

mercoledì 5 novembre 2014

Il Nuovo Centrodestra? Pronto per essere archiviato

Ma, soprattutto: chi l'ha detto che i simboli non interessano (più) a nessuno e non fanno notizia? Ieri Il Tempo ha battezzato quasi un'intera pagina in chiave symbol news, a partire da una dichiarazione dell'ex ministro Gaetano Quagliariello a quel passaggio obbligato della politica-spettacolo che è ormai diventato Un giorno da pecora«Presto cambieremo nome. Ncd serviva in una determinata fase, ma io ora spero che andremo oltre. Il nuovo nome si sceglierà più avanti».
Avrebbe dunque le settimane contate il Nuovo Centrodestra forgiato da Angelino Alfano: andrebbe in soffitta il nome e, ovviamente, anche l'emblema, probabilmente uno dei più vituperati della storia recente (e nemmeno su queste pagine all'esordio è stato trattato bene). Del resto, anche il varo del contrassegno aveva conosciuto la sua dose di sfortuna. E' sempre Il Tempo a ricordare, per la penna di Carlantonio Solimene, che il 5 dicembre 2013, alla presentazione del simbolo al Tempio di Adriano, il buio in sala durò quasi un minuto prima che il logo si materializzasse sul serio: «Un piccolo inconveniente tecnico - notò con arguzia al curaro il quotidiano romano - che preoccuperebbe i più scaramantici».
Il minicolpo di scena, peraltro, una manciata di giorni prima c'era già stato e nessuno, tra l'altro, lo sapeva meglio di Quagliariello. Perché proprio a casa sua il marchio "Il Nuovo centrodestra" era arrivato nelle mani di Alfano. Lo aveva registrato all'Ufficio italiano brevetti e marchi, in tempi non sospetti (era il 2011) Italo Bocchino, già vicepresidente di Fli. Praticamente un contrappasso, dopo che - a fine 2010 - i più vicini a Gianfranco Fini erano stati cortesemente informati che i viareggini Simonetta Marchetto e Ginetto Sugliano erano stati molto più veloci a depositare il marchio "Futuro e libertà". Ironia della sorte, i due erano esponenti della Democrazia cristiana di Giuseppe Pizza (in quel momento ancora impegnata nella battaglia legale sullo scudocrociato) e, tanto per cambiare, hanno registrato anche il "Partito della nazione" che potrebbe interessare a un certo Matteo Renzi. 
Alfano si era rivolto a Bocchino quando il suo fidato Davide Tedesco, nel depositare vari altri marchi potenzialmente utili alla nascente formazione, anche solo per impedire ad altri di usarli ("Centrodestra"; "Unione per la libertà"; "Unione della libertà"; "Confederazione della libertà" e "Federazione della libertà"), aveva scoperto che sul segno distintivo principale qualcuno era arrivato prima. A evitare ogni pericolo, un atto notarile di due paginette ha sancito il passaggio di mano: "Considerando l’interesse di Alfano, - recitava il testo, diffuso da AdnKronos - Bocchino intende trasferire a titolo gratuito e con spirito di liberalità il marchio, come proprio contributo al nuovo progetto politico”.
La donazione, tuttavia, non è stata garanzia di successo per il partito (anzi, intinge di nuovo la penna nel curaro Il Tempo, ricordando come il "tonfo elettorale dell'ex presidente della Camera" nel 2013 "non incoraggiava certo all'ottimismo"). E' vero, al Parlamento europeo il partito ci è arrivato, ma la soglia del 4% è stata superata anche grazie al cartello elettorale con l'Udc, operazione che a molti ex An non dev'essere stata facile da digerire. E mentre vari aderenti a Ncd stanno già prendendo altre strade (da Forza Italia alla nascente Lega dei popoli marchiata Salvini), qualcuno si prepara a segnare il nuovo corso del gruppo alfaniano con l'ennesimo cambio di simbolo. "Come si cambia / per non morire", ammesso che basti.