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giovedì 24 dicembre 2020

Italia Libera, appare un primo simbolo con il cuore di Vandea

Quando alcuni giorni fa si è ripresa la notizia, data da Adnkronos, della fondazione del nuovo movimento Italia Libera, guidato da Carlo Taormina e con l'adesione - tra gli altri - dei dirigenti e dei militanti di Forza Nuova, si era notato che in quell'occasione non era stato reso noto un potenziale simbolo per quel progetto politico; si era invece colta l'occasione per precisare quali emblemi, pur legati al nome "Italia Libera", facessero invece riferimento ad altre esperienze politiche, non avendo dunque nulla a che vedere con il nuovo raggruppamento "
contro le mascherine e i vaccini obbligatori, l'Unione Europea e l'Euro". Da una manciata di ore, tuttavia, in Rete è comparso un fregio che, pur in mancanza di conferme da parte dei diretti interessati, potrebbe anche essere stato pensato come simbolo.
Per trovarlo occorre recarsi nel blog del periodico L'Italia mensile, trovando un post di Giuliano Castellino - tra le figure principale di Forza Nuova a Roma - intitolato Italia Libera, nuovo fronte di lotta dei combattenti per le libertà. Vi si legge, tra l'altro, che il primo obiettivo del nuovo progetto politico-elettorale è "ricostruire l'unità di popolo, elemento fondamentale per la vera e radicale opposizione alla tirannia globalista". Per ottenere quello scopo, Castellino ritiene "necessario e vitale" che "Don Camillo (la Tradizione) e Peppone (le istanze popolari) facciano la pace": a prima lettura l'affermazione può apparire anomala, ma diviene più chiara se si continua la lettura, per cui nota l'autore che "era attorno ad un fonte battesimale che i due antagonisti si incontravano, era sull'unità nazionale, familiare e sul sacro che si trovavano d’accordo. Le radici cristiane uniscono le sensibilità più differenti, sono esse stesse il necessario collante delle forze sociali che credono nel riscatto popolare e nella sovranità. Per questa ragione le odiano e vogliono cancellarne anche il ricordo". Non è dato sapere se questa fosse l'idea di Guareschi: di sicuro, la "pace" invocata da Castellino è quanto di più lontano si può pensare rispetto all'immagine comunemente diffusa - e comunque inesatta - di "cattocomunismo" o di "consociativismo". Più che un compromesso o una mediazione tra Don Camillo e Peppone, infatti, l'immagine è di Peppone che, alla benedizione del Fiume, si sposta per far passare il Crocifisso ("Non mi scanso per voi, ma per lui!") e su invito del parroco si toglie il cappello. 
Castellino poi tratteggia ulteriormente il nuovo progetto politico: "Italia Libera rompe i vecchi schemi, è l’antidoto al veleno giacobino e liberal-comunista che si fonda sul divide et impera e sull'anticultura della malattia e della morte. Un movimento antiideologico e interventista che va oltre la destra e la sinistra per frantumare i vecchi schemi. La strada è quella della terza via, indicata dalle grandi encicliche sociali di Leone XIII (Rerum Novarum) e Pio XI (Quadragesimo Anno) per abbracciare tutte le classi sociali, le forze e i movimenti nazional-popolari che hanno guardato e guardano oltre gli orizzonti limitati della destra e della sinistra".
Un movimento sul sentiero della dottrina sociale della Chiesa? Per saperlo occorre procedere nella lettura: "Italia Libera è una forza alternativa al regime e profondamente rivoluzionaria che si batte, avanguardia di popolo e aristocrazie culturali, contro la narrazione criminale e terroristica del Covid, i progetti anti umani del Grande Reset e per l'organizzazione di una autentica resistenza all'accelerazione straordinaria dell'offensiva globalista". Per Castellino "
i pilastri e gli obiettivi di libertà su cui costruire una nuova area capace di offrire, finalmente, una vera possibilità di riscatto all'Italia e agli Italiani" sono ben definiti: "Fede, Vita, Famiglia e Tradizione; Lavoro, Partecipazione, Socializzazione; Dignità per ogni categoria, Giustizia Sociale; Futuro, Speranza, Rivoluzione Nazionale e Vittoria".
Bandiera e (sotto) stemma del dipartimento di Vandea 
Fin qui il testo; subito sotto, peraltro, si nota chiaramente un fregio rotondo, dunque potenzialmente già pronto per essere utilizzato in sede elettorale. Una corona circolare verde contiene il nome "Italia Libera"; nel cerchio interno bianco, spicca in rosso - anche se in quella raffigurazione la tinta tende leggermente al marrone - un disegno che per molti forse non è immediatamente identificabile. Guardando meglio, si può riconoscere il cuore di Vandea, nella particolare raffigurazione della bandiera vandeana: pur se stilizzato, infatti, il pittogramma riprende il doppio cuore coronato, con al sommo una croce. 
Per chi identifica il segno, vengono alla mente le guerre della Vandea cattolica contro i rivoluzionari francesi, per restaurare la monarchia tradizionale e combattere le restrizioni al culto. Certo è che, a quel punto, ci si potrebbe chiedere se il Cuore di Vandea è da considerarsi un segno storico-araldico (come in effetti potrebbe essere, oltre ad avere un certo connotato culturale) o se i vari uffici elettorali potrebbero ritenerlo un soggetto religioso, anche solo per la presenza della croce (che resta in effetti piuttosto leggibile) e dunque non spendibile sul piano elettorale. Non si può affatto escludere quest'ultima ipotesi se si pensa che nel corso del tempo tanto Italia Cristiana quanto Militia Christi hanno dovuto rinunciare all'immagine del Sacro Cuore (in fondo molto simile a quello di Vandea) proprio perché ritenuto di natura religiosa, dovendolo sostituire con cuori coronati o "bandierati", senza croci immediatamente leggibili. 
Come si è detto, peraltro, il problema si porrebbe solo se la singola commissione o il singolo ufficio elettorale, trovandosi davanti il contrassegno, riconoscessero in quel disegno stilizzato il soggetto "cuore di Vandea". Se lo interpretassero come un semplice fregio, probabilmente il simbolo verrebbe ammesso senza troppi problemi. E, in ogni caso, da qui alle prossime elezioni l'emblema potrebbe ancora cambiare.

martedì 25 agosto 2020

Il campanile bandito di Matera e le disposizioni da rileggere

Mentre si attende che per regioni e comuni il quadro delle candidature sia reso ufficiale dal sorteggio delle posizioni su schede e manifesti (e che si definiscano i ricorsi pendenti), fa notizia qualche caso legato alle ricusazioni - anche solo in prima battuta - di contrassegni alle elezioni amministrative. La vicenda più clamorosa sembra per ora riguardare Matera, sia 
per il numero di liste coinvolte (online si legge di quattro, ma in pratica sono addirittura sei), sia per la ragione che ha mosso tutte le richieste di sostituzione dei simboli: quella legata all'uso di "immagini e soggetti religiosi". Il tema su questo sito è stato trattato in più di un'occasione, senza nascondere molti dubbi su come la norma in questione viene applicata (tanto a livello centrale, quanto nelle consultazioni locali), ma il caso di cui oggi si viene a conoscenza merita davvero una riflessione.
A Matera, in particolare, sono state presentate 19 liste, a sostegno di 6 candidati sindaci, e sono state tutte ammesse. Il numero è rilevante, ma non è certo da record: nel 2015 le liste erano 24 (sempre per 6 aspiranti sindaci), nel 2010 e nel 2007 erano 20, mentre nel 2002 ci si era fermati a 11. Il record, casomai, riguarda il fatto che ben 6 emblemi risultano essere mutati via via, proprio a causa di una lettura molto rigorosa della disposizione che impone di ricusare "i contrassegni riproducenti immagini o soggetti di natura religiosa" (art. 33, comma 1, lett. b del d.P.R. n. 570/1960). 
In particolare, risulta che in sede di deposito ufficiale della documentazione delle liste (tra il 21 e il 22 agosto), ben sei formazioni avessero presentato un emblema elettorale che comprendeva una stilizzazione della facciata cattedrale della Madonna della Bruna e di sant'Eustachio o anche solo del suo campanile: due sagome ben note agli abitanti materani. Lo stesso, evidentemente, poteva dirsi per i componenti della Commissione elettorale circondariale, chiamata a valutare l'ammissibilità dei contrassegni: riconoscendo in ciascuno di questi emblemi la riproduzione di un soggetto di natura religiosa, hanno chiesto ai presentatori delle liste di sostituire il contrassegno, in modo che fosse rimosso il problema.
Considerando che alla fine tutte le liste presentate sono state ammesse, tutti coloro cui è stato chiesto di modificare la grafica hanno colto l'invito della commissione. Il punto, tuttavia, non è questo. Non ci sono dubbi su come debba essere considerata una croce latina o greca (a meno che sia la croce rossa, ma anche qui in passato non sono mancate censure), il Sacro Cuore di Gesù o altre immagini religiose, inclusi i ritratti; si potrebbe già discutere sulle statue, che potrebbero essere viste come monumento legato a un territorio più che come un soggetto religioso
Non a caso, la sentenza n. 732/1994 del Consiglio di Stato - riportata anche nelle Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature preparate dal Viminale - nota che la disposizione che vieta i soggetti religiosi "siccome limitativa di un diritto di libertà (giustificata sia dal rispetto per le immagini ed i soggetti religiosi, che debbono restare estranei alle competizioni politiche, sia dall'intento di evitare ogni forma di suggestione sugli elettori), va interpretata in senso restrittivo, sicché la riproduzione vietata è solo quella che consiste in una copia, più o meno fedele, ma sempre ben riconoscibile, dell'originale. Nella fattispecie [...] nell'immagine contenuta nel contrassegno [...] il Collegio ravvisa soltanto la generica rappresentazione di un combattente armato di spada". 
Ora, una chiesa o un campanile sono un soggetto religioso, in effetti, ma se sono inseriti in un contesto più ampio, in cui emergono all'interno di un paese o addirittura sono richiamati solo per la loro sagoma, si possono ancora considerare tali? A rigore si potrebbero definire "copie dell'originale", volendo citare la sentenza appena vista, ma è la stessa pronuncia a precisare che la disposizione dev'essere interpretata in senso restrittivo.
Difficile dire come siano andate le cose davvero, ma se qualche dubbio si poteva avere sull'opportunità del contrassegno della lista Matera 3.0 (a sostegno del candidato sindaco Domenico Bennardi), per la precisione con cui erano ricostruiti il campanile e la facciata con tanto di rosone (di fatto si trattava degli unici elementi di rilievo del simbolo), si sarebbe avallata con molta più leggerezza la legittimità dei fregi di Matera patrimonio comune (candidato sindaco Rocco Sassone) e delle tre liste civiche a sostegno di Giovanni Schiuma (Matera per Schiuma sindaco, Innoviamo Matera e Materafutura): nei primi due il campanile e la cattedrale erano rappresentati solo in silhouette, negli altri addirittura era tracciata solo la skyline della torre campanaria. In tutti questi casi, comunque, si è dovuto operare la sostituzione, rimuovendo il campanile - che risulta praticamente decapitato - e, quando era troppo evidente, anche il profilo della cattedrale (che di solito però resta e non è più riconoscibile).
Il sospetto è che l'evidenza che cattedrale e torre avevano nel simbolo di Matera 3.0 fosse tale da aver indotto i componenti della commissione a ricusare l'emblema; a quel punto, però, questi devono avere preferito chiedere che fossero sostituiti anche gli altri contrassegni che avevano impiegato lo stesso soggetto, per evitare che la decisione fosse avvertita come discriminatoria, diretta solo contro una lista e non contro le altre cinque. Già, perché oltre alle formazioni già viste - e il fatto che siano così tanti ad aver voluto impiegare quei segni dovrebbe far pensare che sono avvertiti come patrimonio territoriale di tutti, non come soggetti religiosi - ha dovuto sostituire il suo simbolo anche la lista Matera 2029, presentata a sostegno di Luca Braia, che riportava sì una stilizzazione della facciata e del campanile, ma da quest'ultimo sembravano originare delle onde circolari multicolori, come a dire che da lì si sarebbe propagato tanto il suono delle campane, quanto il cambiamento futuro. Curiosamente, il simbolo sembra addirittura aver subito un passaggio intermedio: la pagina Facebook della lista, infatti, riporta come immagine profilo anche una versione del simbolo in cui non si riconosce più la cattedrale e il campanile è talmente assottigliato da sembrare un'antenna o un traliccio che emette le onde. Se questa prima variazione è stata consegnata davvero alla commissione, non dev'essere stata accettata, perché nel giro di alcune ore è comparsa una terza immagine, in cui non c'è più traccia del campanile-antenna e le onde partono dal riferimento all'anno 2029. A quel punto, però, il simbolo finale sembra in tutto e per tutto il marchio di un istituto statistico o di una radio privata. Segno che forse, per voler rispettare alla lettera una disposizione - andando ben oltre l'intenzione di chi aveva pensato di introdurla - si è finito per esagerare. E vale la pena che questo non accada ancora.

martedì 20 agosto 2019

"Avevano la croce nel simbolo": La Russa e la storia che torna

Alle volte basta un flash, una frase, un pezzo di discorso a mettere in moto la macchina del tempo, a domandarsi "ma questo dove l'avevo già sentito?". Allo scopo può servire, in una giornata di tensione politica come questa, anche una scheggia del discorso parlamentare di un carichissimo Ignazio La Russa, intervenuto per conto di Fratelli d'Italia nel dibattito seguito alle comunicazioni all'assemblea del Senato (nel frattempo spopolatasi) del presidente del Consiglio predimissionario Giuseppe Conte.
Nelle parole non tenere dedicate allo stesso Conte ("Caro Presidente, ti sei accorto con molti mesi di ritardo che chi ti stava seduto a fianco era incapace, irresponsabile, vacanziero, irrispettoso del Parlamento, nemico della Costituzione, irriguardoso verso i Ministri, irriguardoso verso il popolo, disertore della verità sul Russiagate, autoritario - non hai detto fascista, te lo sei risparmiato, ma quasi - usurpatore dei simboli religiosi, opportunista elettorale e animato da tornaconto personale. Raramente ho sentito, in un intervento solo, tante accuse a una sola persona, con cui fino al giorno prima hai condiviso il Governo. E allora te ne potevi accorgere, amico mio"), un passaggio del discorso di La Russa ha fatto improvvisamente emergere un riferimento di natura simbolica. E non solo perché dedicato ai simboli religiosi, ma perché questi erano riferiti anche a quelli politici ed elettorali. Lo vediamo di seguito, così come riportato dal resoconto in corso di seduta:
[...] mi ha meravigliato veramente, signor Presidente del Consiglio - chiedo la sua attenzione - la critica ai segni religiosi. Guardi che tra quelli che hanno applaudito quel passaggio, ce n'è qualcuno che è stato eletto con partiti che avevano la croce nel simbolo elettorale. [...]. La croce nel simbolo elettorale! E nessuno si è mai scandalizzato, forse giustamente. Ce n'è qualcuno lì. Allora, non si può portare al collo, ma si può mettere nella scheda elettorale! Siamo al ridicolo e siamo, in una parola sola, alle comiche finali. Mi auguro che siano veramente finali e che torni la voce agli italiani, agli elettori, che sapranno fare giustizia di questa sconcia recita.
La quasi totalità dei commentatori e degli ascoltatori in quella manciata di secondi si sarà concentrata e magari divisa sull'osservazione accusatoria mossa da Ignazio La Russa, magari dividendosi anche tra chi ricordava solo il simbolo di Noi con l'Italia - Udc (con lo scudo crociato) e chi, avendo buona vista, potrebbe aver visto una croce anche nella "pulce" di L'Italia è popolare inserita all'interno del contrassegno di Civica popolare. Chi appartiene alla categoria incurabile dei #drogatidipolitica e, per giunta, è appassionato di resoconti parlamentari, non può tuttavia non farsi richiamare alla mente, come in un flash travolgente, un episodio di 63 anni prima. Precisamente datato 2 marzo 1956. L'aula non era la stessa, perché era il vicino emiciclo di Montecitorio; alla presidenza c'era Giovanni Leone, il governo in carica era guidato da Antonio Segni (al suo primo esecutivo). In quei giorni si stava discutendo l'approvazione della nuova legge elettorale, che serviva ad abbandonare del tutto la "legge truffa". 
Nel corso di quella discussione - che sarebbe terminata con l'approvazione della legge n. 493/1956, poi trasfusa nel d.P.R. n. 361/1957, vale a dire il Testo unico per l'elezione della Camera, il testo che tuttora viene modificato a ogni riforma elettorale - spuntò un emendamento alla norma che regolava il deposito e le condizioni di ammissibilità dei contrassegni elettorali. La proposta di modifica, presentata dal Dc Angelo Raffaele Jervolino (padre di Rosa), puntava a introdurre in coda all'articolo il seguente comma "Non è neppure ammessa, da parte di altri partiti o gruppi politici, la presentazione di contrassegni riproducenti immagini o soggetti religiosi". Fu lo stesso Jervolino a spiegare la sua proposta, pur ritenendola "di una chiarezza solare": "Il mio emendamento mira ad una duplice finalità: a) evitare che si possa fare (mi spiace se dovrò usare la brutta parola) speculazione di soggetti religiosi o di immagini sacre in occasione delle elezioni; b) evitare, nello stesso tempo, che si possa carpire la buona fede dei votanti ai quali si lascia credere che un partito è sotto la guida di un determinato santo, della Vergine o addirittura del crocifisso. Il che, in definitiva, si risolve in una vera profanazione di cose sacre".
Il relatore di maggioranza, Michele Marotta (Dc), nel dichiararsi d'accordo sull'approvazione, suggerì di eliminare dal testo l'inciso "da parte di altri partiti o gruppi politici", precisando che "non esistono attualmente dei partiti che già usano dei simboli religiosi e vogliono mantenerne l’esclusiva". Ma - ecco l'episodio che giustifica il flash e il collegamento - in quel discorso si inserì con sole quattro parole - "Voi avete la croce" - Giorgio Almirante, segretario del Movimento sociale italiano e in quel momento anche relatore di minoranza della riforma elettorale. Non è dato sapere se per Almirante quella croce non dovesse stare proprio nel contrassegno democristiano o se ce l'avesse con una sorta di incoerenza dei diccì (un po' come sembra aver fatto La Russa oggi in aula), che con una mano volevano vietare (altri) simboli religiosi, mentre con l'altra tenevano ben fermo il loro simbolo. Simbolo che però, come volle subito precisare Marotta, "non è la croce, ma è lo scudo crociato. Se per esempio i monarchici si presentassero con il simbolo dello scudo sabaudo, anche essi userebbero la croce, ma non come simbolo religioso".
Per cercare di dare una spiegazione più approfondita, intervenne il presentatore dell'emendamento, da una parte per chiarire che in effetti lo scudo crociato non aveva natura religiosa, ma visto che qualcuno poteva non pensarla così, si metteva comunque un freno a nuovi usi, preservando peraltro l'affidamento degli elettori che fino a quel momento avevano votato l'emblema della Dc. Dall'altra parte, chiarì il senso della sua proposta: "I partiti che esclusivamente nella loro propaganda, ai fini delle elezioni, vogliono presentare contrassegni riproducenti simboli religiosi non possono farlo. Se un qualsiasi partito, come ha fatto la democrazia cristiana, vuole scegliere come simbolo abituale di propaganda un simbolo religioso qualsiasi, lo faccia abitualmente ma non esclusivamente ai fini delle elezioni: questo non deve essere consentito". Cosa che, probabilmente, si riferiva ai non pochi simboli che, alle elezioni per la Costituente e prima delle due elezioni della Repubblica, contenevano croci (senza scudo) o altri simboli chiaramente religiosi.
Alla fine l'emendamento venne approvato e quella disposizione è ancora al suo posto dopo tutti questi anni. Questa è stata applicata, nel corso del tempo, anche con qualche esagerazione: passi per le bocciature del Sacro Cuore o per le croci latine dal chiaro significato religioso; sono molto meno comprensibili le bocciature delle croci greche usate come segni sanitari o quelle di chiese o statue che in realtà sono vissute come monumenti in una realtà territoriale. Nessuno, nel corso del tempo, ha più messo in discussione il simbolo della Democrazia cristiana e di chi ha impiegato in seguito lo scudo crociato (fatta eccezione, ovviamente per le lotte intestine tra chi se lo contendeva); in fondo non lo ha contestato nemmeno Ignazio La Russa ("nessuno si è mai scandalizzato, forse giustamente"), negando solo che la croce potesse avere cittadinanza sulle schede e non al collo o nelle mani dei membri del governo. Del resto, dieci anni fa, quando ci si domandò se tenere i crocifissi alle pareti o levarli in ossequio alla sentenza Lautsi della Corte Edu, fu netto nel dire la sua in diretta televisiva: "Non lo leveremo il crocifisso, possono morire. Il crocifisso resterà in tutte le aule della scuola, in tutte le aule pubbliche". Decisamente, non ha cambiato idea.

martedì 15 maggio 2018

Bordighera, due palme al posto della chiesetta, ma era necessario?

Nella fase di deposito dei contrassegni per le prossime amministrative, la Liguria ha dato grandi soddisfazioni: oltre al caso relativo ad Alassio, di cui si è detto ieri, un altro contenzioso è stato evitato a Bordighera, comune inferiore imperiese molto vicino a Sanremo. La questione ha riguardato l'emblema scelto dalla lista Bordighera vince, che ha candidato a sindaco Vittorio Ingenito: nessun problema con il nome della lista - più simile a un auspicio, che toccherà ovviamente agli elettori confermare o smentire - ma proprio con il simbolo scelto settimane prima per marcare questa campagna elettorale.
Si trattava, a ben guardare, di un emblema piuttosto ben congegnato, con il fondo blu per richiamare un cielo rassicurante e la parte inferiore azzurra a ricordare il mare, solcato a sinistra da tre vele, inserite una dopo l'altra per formare il tricolore. Il problema, casomai, poteva venire da quanto era riportato sulla destra, ossia la sagoma bianca di una chiesetta che i bordigotti (ossia gli abitanti di Bordighera) conoscono bene: si trattava della chiesa di Sant'Ampelio, patrono cittadino, costruita proprio sul capo omonimo. 
Qualcuno, a un certo punto, deve aver ricordato all'aspirante sindaco e ai promotori della lista - anche se l'emblema era già stato ampiamente utilizzato su manifesti e altro materiale di propaganda, cartaceo o digitale - che la legge elettorale per le amministrative prevede il divieto di utilizzare nel contrassegno "immagini e soggetti religiosi". Sui quotidiani è spuntato addirittura il riferimento a una sentenza dei giudici amministrativi, la n. 1366/2012, emessa dalla sezione V del Consiglio di Stato (anche se sui media, vai a capire perché, si era parlato del Tar Abruzzo, che si era espresso sì sulla questione attraverso la sezione di Pescara, ma con la decisione n. 487/2011), in base alla quale "i contrassegni, per essere ricusati, devono avere un significato religioso univoco e costituire un richiamo immediato e diretto per la popolazione che abbia a riferimento quel credo religioso". 
Tanto è bastato a qualcuno e a vari giornalisti per scrivere che, essendo la chiesetta "inequivocabilmente luogo di culto, ancora attivo", si era certamente di fronte a un simbolo religioso, dunque a rischio di ricusazione. Forse, però, la sentenza del Consiglio di Stato - che tra l'altro confermava la legittimità dell'uso di una statua di San Giorgio in lotta nella lista Popoli democratica - era il caso di leggerla tutta: "La natura religiosa di una 'rappresentazione' - si legge nella pronuncia - [...] va quindi necessariamente definita in base alla sua evoluzione storico-sociale, e non già in base all'intera possibile espansione della 'sfera culturale-religiosa' accumulata in una storia millenaria, con mutevoli rivolgimenti di assetto sociale e politico", considerando pure che le norme che vietano l'uso di immagini o soggetti di natura religiosa limitano una libertà, sia pure con ragione ("giustificata sia dal rispetto per le immagini ed i soggetti religiosi, che devono restare estranei alle competizioni politiche, sia dall'intento di evitare ogni forma di suggestione sugli elettori") e dunque la loro lettura dev'essere restrittiva. 
Perché un emblema sia bocciato, dunque, "occorre che le immagini abbiano - non una semplice somiglianza con immagini religiose o una risalente radice nelle stesse, ma - una valenza religiosa univoca, diretta e attuale per la popolazione". Una chiesa è certamente un soggetto religioso, ma è anche un segno del territorio. La chiesetta in questione, in particolare, per la sua posizione singolare si connota certamente come un elemento del paesaggio, che marca un particolare luogo: se riportata in una raffigurazione complessiva, non evoca certo il sentimento religioso dei fedeli, ma soltanto il territorio in cui si trova e la sua identità. Francamente, dunque, i margini per una bocciatura erano decisamente risicati. 
Qualcuno, probabilmente, ha preferito evitare grane, dunque ai primi dubbi ha tolto la chiesetta della discordia. Sul Secolo XIX si legge che all'interno del gruppo si era proposto di mettere al suo posto l'immagine del "Marabutto", ossia dell'ex polveriera e dei tre cannoni che si trovano nella pineta comunale e rimandano alle storiche difese dei bordigotti contro i saraceni (e uno dei candidati si era affrettato a precisare: "noi non vogliamo fare la guerra a nessuno"). Alla fine, però, al posto della chiesa sono state messe due palme, che a Bordighera non mancano di certo: stavolta niente da dire per nessuno, anzi, per il candidato sindaco il nuovo simbolo "mantiene la sua impostazione originaria e rimane pienamente riconoscibile". Magari qualche sostenitore convinto, se la lista vincerà, invece che un salto alla chiesetta per ringraziare, farà una festa sotto le palme...

venerdì 29 aprile 2016

Le liste "molto colorate" (ma non tutte) di Giachetti

Quando ha reso note le liste a proprio sostegno, consegnandole a Rosy Bindi, Roberto Giachetti aveva in qualche modo divulgato anche i loro simboli, ma in rete era difficile distinguerli a dovere, visto che circolavano solo come miniature: era già stato reso noto l'emblema della lista di Radicali, così com'era abbastanza facile immaginare quelli del Pd, dei Verdi e dell'Italia dei valori. Le altre tre liste, invece, avevano una grafica da approfondire, per valutarne pure i dettagli: ora è possibile leggerle meglio.
Quella più intuitiva, in realtà, è quella di Una Rosa per Roma - Laici civici socialisti. La stilizzazione del fiore, infatti, ha decisamente qualcosa di familiare: le foglie somigliano a quelle della rose au poing adottata da Mitterand in Francia nel 1971, disegno che a Craxi sarebbe piaciuto per il suo Psi degli anni '80 (peccato che dalla metà del decennio precedente fosse già "occupato" dal Partito radicale e che solo nel 2006 - con il cartello elettorale della Rosa nel Pugno - sia stato sfiorato anche solo per qualche mese dai socialisti d'Italia). La corolla del fiore, invece, è quella della rosa realizzata nel 1994 da Ettore Vitale (e recuperata negli anni recenti dai Giovani socialisti) per cercare di far dimenticare - senza riuscirci, va detto - l'epoca craxiana del garofano; rispetto ad allora, tuttavia, i petali sono proposti in molti colori, sia per differenziarsi dal disegno originale, sia per indicare l'apporto di forze diverse rispetto al Psi, con riferimento ai "laici" e ai "civici" non strettamente di fede socialista. Il risultato grafico finale non è memorabile (rispetto alle due rose originali, il fiore frutto della fusione sembra mancare in qualche modo di "coerenza"), ma l'uso di colori di questo emblema lo rende, se non altro, inconfondibile.
Non si presenta meno colorato, a dire il vero, l'emblema della lista personale di Giachetti, battezzata con l'hashtag "#RomaTornaRoma", già usato come slogan in questi giorni; le tre parole sono scritte con rilievo sempre maggiore, per dare l'idea del percorso e, volendo, dei miglioramenti che si spera di ottenere. Il colore non è tanto il Terra di Siena che tinge la circonferenza, l'hashtag e il nome stesso della lista (caratterizzato dalla "e" di Giachetti arancione e curvilinea che da settimane marchia tutte le sue grafiche elettorali), ma quello delle bande che compongono il segmento circolare inferiore. Nessun colore primario, ma un'ipotetica scala di sei tinte che muovono un po' il simbolo e riprendono - anche qui - i temi grafici già sperimentati nelle settimane scorse nella comunicazione del candidato.
Da ultimo, un altro raggruppamento merita un minimo di attenzione: si tratta della lista Più Roma, che di per sé fa capire poco su chi siano i suoi demiurghi. Qualcosa di più si intuisce leggendo la specificazione "Democratici e popolari": informandosi si scopre che alla sua nascita hanno contribuito varie fonti cattoliche e vari personaggi politici, da Giuseppe Fioroni al demosolidale (ex margheritino, poi montiano e oliveriano) Lorenzo Dellai, fino a Bruno Tabacci, ciò che resta del gruppo di Scelta civica, la Comunità di Sant'Egidio e persino Francesco Rutelli. "Più Roma", piuttosto che accrescere o magnificare la città, sembra rimarcare l'esistenza di varie città di Roma, diverse realtà che vanno conosciute e aiutate; la stessa espressione, peraltro, può facilmente riferirsi anche all'esigenza di accrescere il senso di comunità. E se la lista si configura come formazione della "nuova cittadinanza", graficamente il legame con la storia e la cittadinanza sembrerebbe assicurato dalla stilizzazione ben fatta della pavimentazione di Piazza del Campidoglio e posta in basso. Curiosità: i tre simboli appena visti presentano font del tutto diversi tra loro, senza che ci sia una vera "regia grafica": in questo senso, dunque, alcuni miglioramenti si possono fare.

giovedì 11 dicembre 2014

Croce, vanga o scudo? Proibiti, in ogni caso

Occuparsi di simboli è bello e stimolante, perché in fondo a questo o a quel contrassegno sono legate esperienze di persone, frammenti di vita vissuta che in più di un caso aspettano solo di essere raccontate, anche e soprattutto quando il loro tasso di stranezza è un po' più alto del normale. Questa volta è di turno un emblema curioso, nato a metà degli anni '70 e fonte di scaramucce pre-elettorali, al punto che sparì dalle schede all'ultimo minuto e gli elettori dovettero scegliere solo tra i due segni rimasti. 
La storia ci proietta nel 1975 a San Benedetto Val di Sambro, comune del bolognese che aveva poco più di 4mila abitanti e portava ancora le ferite della bomba fatta esplodere l'anno prima sul treno Italicus proprio nei pressi della stazione. 
Alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale, previste per il 15 giugno, la Democrazia cristiana, che aveva governato il comune per tutta la consiliatura precedente, si era però presentata spaccata: una parte aveva scelto di correre in un "cartello" con i socialdemocratici, l'altra, che schierava in lista anche il sindaco democristiano uscente, Leandro Musolesi, voleva comunque partecipare alle elezioni. "In effetti ci fu una spaccatura nel partito - ricorda oggi lo stesso Musolesi, intervistato su quella vicenda -. Il segretario locale della Dc di allora non era propenso al dialogo, non aveva molto seguito tra gli iscritti e con i suoi modi aveva finito per creare una frattura: lui rappresentava il partito, ma dalla sua non aveva la maggioranza".
Morale, quella volta di scudi crociati ne vennero presentati due: col numero 2 quello contenuto nella bicicletta Dc-Psdi, col numero 3 quello legato a Musolesi. 
Non stupisce, ovviamente, che la Commissione elettorale mandamentale di Porretta Terme, cui spettava pronunciarsi sull'ammissione delle liste, il 22 maggio non abbia accettato l'ultimo contrassegno presentato: il depositante aveva due giorni per sostituire l'emblema e mantenere il gruppo in corsa, ma bastarono poche ore. Si scelse di modificare un po' l'immagine, senza però discostarsene troppo: allo scudo vennero tolti i "punti" superiori, sostituiti con due stelle e la croce - bianca all'interno e senza la scritta "Libertas" - ospitò la dicitura "Democratici cristiani". "Volevamo mostrare comunque che eravamo legati alla Dc - spiega Musolesi - per cui di fatto portammo la croce più in alto, per metterla in evidenza". Sui moduli ufficiali l'emblema venne descritto come "una croce immersa in uno scudo con due stelle"; per i commissari il nuovo simbolo non era confondibile, così la lista il 23 maggio fu riammessa.
Agli amici diccì che avevano presentato la lista per primi, però, l'idea di avere un concorrente insidioso alle elezioni non era proprio andata giù, così fecero ricorso al Tar di Bologna, lamentando la confondibilità tra gli emblemi e persino l'uso di un simbolo religioso da parte della lista di Musolesi. Il 5 giugno i giudici amministrativi ribaltarono la situazione: ammettere quel simbolo sostitutivo era stato un errore, le liste alle elezioni dovevano essere solo due.

giovedì 25 settembre 2014

Il simbolo religioso dove (non) te lo aspetti

Se ne è già parlato tempo fa su queste pagine: tra i comportamenti vietati che potenzialmente confondono le acque simboliche della politica italiana, c'è anche l'uso di "immagini o soggetti religiosi": giusto per evitare che qualcuno pensi che il santo, la Madonna, la congregazione o la religione di turno siano scesi in campo al fianco di chi ne sfodera i segni (o che qualcuno voglia farlo credere, giusto per spillare qualche voto in più).
La regola vale per le elezioni nazionali ed è applicata di solito in modo piuttosto severo: alle ultime elezioni politiche, per dire, i simboli saltati per "ragioni religiose" sono stati quattro (ma il numero poteva essere più alto, a voler essere davvero rigorosi: chiedere al Partito dei cattolici, per esempio) e in passato il giudizio non è stato meno tenero. Alle elezioni amministrative, invece, il metro sembra più elastico: in nome della più ampia partecipazione locale - e considerando che il tempo per controllare tutta la documentazione è pochissimo - se non ci sono casi clamorosi (come l'immagine di un Cristo benedicente), si lascia correre.
Disco verde, dunque - quasi sempre - ai monumenti di qualunque genere, anche quando si tratta di una chiesa, di un santuario o di un'abbazia. A liberalizzare i campanili ci aveva pensato la natura stessa dell'Italia (e non certo Mastella), a salvare dalla mannaia gli edifici sacri ha provveduto il buon senso. Nessuno, ovviamente, nega la loro natura di luoghi di culto o di devozione, ma ci si intende sul fatto che chiese, santuari e abbazie con il tempo sono diventati soprattutto segni di riconoscimento territoriale, in grado di identificare un comune tanto quanto un monumento del tutto civile e laico, se non di più: chi li vede sulla scheda non pensa alla religione, ma al luogo in cui vive.
Non riconoscere questo, prima ancora che miope, è inutile: assieme alle peculiarità ambientali di un luogo e ai campanili, gli edifici religioni sono tra gli elementi preferiti dai propugnatori delle liste civiche (o di chi vuole nascondere la propria appartenenza dietro il civismo). E quando il monumento è particolarmente rappresentativo, ci si buttano anche in due o in tre, avendo giusto la cura di rappresentarlo in modi diversi e da vari punti di vista. Era successo, per dire, a San Benedetto Po nel 2011: su quattro liste presentate, ben due ospitavano l'abbazia di San Benedetto in Polirone, certamente il segno più importante del territorio: la sagoma appena tracciata a contorni rossi o la silhouette verde del complesso sacro facevano bella mostra sulla scheda e nessuno, in commissione elettorale, si era sognato di bocciarne una delle due. Tra i due litiganti aveva vinto un terzo, ma a prevalere davvero, quella volta, era stata l'abbazia.
Se poi l'edificio religioso in questione è anche, di fatto, l'unico monumento del paese, proibirlo diventa ancora più assurdo. Così, a Zelo Buon Persico, comune del lodigiano, in aprile la lista "Tutti per Zelo" non si era fatta troppi problemi a inserire nel proprio contrassegno la stilizzazione della chiesa parrocchiale, che si affaccia sulla piazza del paese. A qualcuno, però, il dubbio che i funzionari potessero bocciare il simbolo era venuto lo stesso: in sede di esame, però, nessuno ha avuto da ridire. In effetti, mettersi di traverso per non far passare l'immagine dell'unico vero monumento della città, riprodotto anche nei particolari (ma senza riportare nemmeno una croce), avrebbe avuto poco senso. Il piano della piazza colorato a tinte arcobaleno ha continuato a ospitare la chiesa e la maggioranza dei cittadini ha gradito: il sindaco del comune oggi è espressione di quella lista.
Qualcuno, in compenso, sembra fare di tutto per mettere a dura prova l'attenzione dei controllori (e anche la tenuta delle norme). A Novara di Sicilia, per dire, nel 2012 si scontravano solo due liste: aveva vinto senza troppa larghezza "Libertà e progresso", a sostegno del candidato sindaco Girolamo Bertolami. Nel contrassegno di quella lista, un geometricissimo (e quasi naïf) sole giallo sorge non dal mare o dalla terra piana - in stile socialdemocratico o veterosocialista - ma da due rilievi montuosi verdi, alzandosi in un cielo azzurrino sfumato con uccelli in volo. Immagine quasi commovente, nella sua semplicità che non pretende nulla... ma aguzzando l'occhio, sul monte di sinistra, si vede una croce disegnata sulla cima. 
Sulla scheda sarà stata alta meno di un millimetro, sulla riproduzione grande per i manifesti forse due millimetri e mezzo; non è chiaro che bisogno ci fosse di piazzare quei due tratti di nero quasi impossibili da vedere (magari c'è proprio una croce su uno dei monti del paesaggio del comune messinese). I componenti della sottocommissione elettorale circondariale comunque non se ne sono accorti e, se anche hanno visto il segno, hanno evidentemente lasciato correre. Contenti loro (e contenti quelli di Rifondazione comunista, che hanno partecipato alla lista), contenti tutti.

giovedì 31 gennaio 2013

E lascia stare i santi

Ci sono vari modi, in fondo, di farsi ricusare un contrassegno alle elezioni politiche ed europee, ma anche alle consultazioni di altro livello. E non c'è nemmeno bisogno di mettersi a scimmiottare per caso o apposta l'emblema di qualche altra formazione: basta, volendo, molto meno. Anche, per esempio, piazzare una bella croce, latina o greca non importa, in modo abbastanza visibile all'interno del cerchio; oppure una raffigurazione come il Sacro Cuore di Gesù, con una crocettina al sommo dello stesso cuore. Già, perché dal 1956 in avanti questo non si può più fare: dopo che varie croci tutte cattoliche erano apparse nei primi appuntamenti elettorali, era stata fatta approvare una norma in base alla quale «Non è neppure ammessa la presentazione di contrassegni riproducenti immagini o soggetti religiosi».
L'intento, per i proponenti, era abbastanza manifesto: evitare che qualcuno speculasse su soggetti religiosi o immagini sacre in occasione delle elezioni e, magari, carpisse la buona fede dei votanti facendo loro credere che un partito agiva sotto la guida di questa o di quella figura sacra. Un vero e proprio sacrilegio per chi era credente, semplicemente una truffa per tutti gli altri. Non che fosse tutto così semplice da capire e da applicare: "Come la mettiamo con la Dc, che nel simbolo ha una croce?" si era chiesto il missino Giorgio Almirante nel dibattito in aula. Gli avevano risposto due democristiani, Michele Marotta e Angelo Raffaele Jervolino: per prima cosa quella non era una croce, ma lo scudo crociato ("Se i monarchici si presentassero con lo scudo sabaudo, userebbero anch'essi la croce, ma non come simbolo religioso"), ma soprattutto si era chiarito che i partiti non potevano usare un segno religioso nel simbolo "esclusivamente nella loro propaganda, ai fini delle elezioni", mentre non ci sarebbero stati problemi a utilizzare un soggetto religioso "come simbolo abituale di propaganda". 
Sarà che, da allora, molti soggetti hanno provato a utilizzare croci e altri segni religiosi alle elezioni senza avere alle spalle un'attività politica abbastanza lunga da far qualificare l'uso degli emblemi come "simbolo abituale di propaganda", sta di fatto che ogni volta che un simbolo religioso viene riconosciuto, finisce puntualmente sotto la mannaia del Viminale o delle altre autorità che di volta in volta sono chiamate a vagliare i contrassegni. Anche all'ultimo deposito dei marchi elettorali è stato così: non andavano bene le croci latine o greche (e sono saltati Consortio vitae e RSI Nuova Italia, anche se per l'ultimo erano più "gravi" i riferimenti all'esperienza fascista, sui quali peraltro si potrebbe discutere) e continuavano a non andar bene le riproduzioni del Sacro Cuore (per cui di Militia Christi è stato ammesso solo l'emblema con l'ancora, mentre Italia cristiana, che in passato era caduta sullo stesso punto, si era già premunita, sostituendo alla croce una piccola corona). Ma non si è salvata nemmeno una piccola croce greca inscritta in un cerchio, all'interno del contrassegno di "No alla chiusura degli ospedali": normalmente è un segno sanitario, ma per i funzionari del Ministero non doveva essere così chiaro, così quel piccolo segno è saltato.
Il solo modo che ha una croce per passare l'esame ministeriale è, a quanto pare, celarsi bene. Più di qualcuno ha notato che l'albero della zattera di Pane pace e lavoro altro non è che una croce latina, nemmeno troppo nascosta; nessuno, tuttavia, si è mai sognato di bocciarla. Anche le bandiere, a quanto pare, sono un ottimo nascondiglio, visto che di croci se ne sono viste, nei secoli, a decine. E passi per quella di San Giorgio, rossa su fondo bianco, che è la bandiera storicamente legata alla Lombardia e non solo, ma com'è possibile che nessun giudice abbia avuto da ridire sulla croce gialla in bella vista sul tricolore nel contrassegno di Io amo l'Italia? Magdi Cristiano Allam forse non avrebbe gradito, ma la legge varrebbe anche per lui ...