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martedì 20 agosto 2019

"Avevano la croce nel simbolo": La Russa e la storia che torna

Alle volte basta un flash, una frase, un pezzo di discorso a mettere in moto la macchina del tempo, a domandarsi "ma questo dove l'avevo già sentito?". Allo scopo può servire, in una giornata di tensione politica come questa, anche una scheggia del discorso parlamentare di un carichissimo Ignazio La Russa, intervenuto per conto di Fratelli d'Italia nel dibattito seguito alle comunicazioni all'assemblea del Senato (nel frattempo spopolatasi) del presidente del Consiglio predimissionario Giuseppe Conte.
Nelle parole non tenere dedicate allo stesso Conte ("Caro Presidente, ti sei accorto con molti mesi di ritardo che chi ti stava seduto a fianco era incapace, irresponsabile, vacanziero, irrispettoso del Parlamento, nemico della Costituzione, irriguardoso verso i Ministri, irriguardoso verso il popolo, disertore della verità sul Russiagate, autoritario - non hai detto fascista, te lo sei risparmiato, ma quasi - usurpatore dei simboli religiosi, opportunista elettorale e animato da tornaconto personale. Raramente ho sentito, in un intervento solo, tante accuse a una sola persona, con cui fino al giorno prima hai condiviso il Governo. E allora te ne potevi accorgere, amico mio"), un passaggio del discorso di La Russa ha fatto improvvisamente emergere un riferimento di natura simbolica. E non solo perché dedicato ai simboli religiosi, ma perché questi erano riferiti anche a quelli politici ed elettorali. Lo vediamo di seguito, così come riportato dal resoconto in corso di seduta:
[...] mi ha meravigliato veramente, signor Presidente del Consiglio - chiedo la sua attenzione - la critica ai segni religiosi. Guardi che tra quelli che hanno applaudito quel passaggio, ce n'è qualcuno che è stato eletto con partiti che avevano la croce nel simbolo elettorale. [...]. La croce nel simbolo elettorale! E nessuno si è mai scandalizzato, forse giustamente. Ce n'è qualcuno lì. Allora, non si può portare al collo, ma si può mettere nella scheda elettorale! Siamo al ridicolo e siamo, in una parola sola, alle comiche finali. Mi auguro che siano veramente finali e che torni la voce agli italiani, agli elettori, che sapranno fare giustizia di questa sconcia recita.
La quasi totalità dei commentatori e degli ascoltatori in quella manciata di secondi si sarà concentrata e magari divisa sull'osservazione accusatoria mossa da Ignazio La Russa, magari dividendosi anche tra chi ricordava solo il simbolo di Noi con l'Italia - Udc (con lo scudo crociato) e chi, avendo buona vista, potrebbe aver visto una croce anche nella "pulce" di L'Italia è popolare inserita all'interno del contrassegno di Civica popolare. Chi appartiene alla categoria incurabile dei #drogatidipolitica e, per giunta, è appassionato di resoconti parlamentari, non può tuttavia non farsi richiamare alla mente, come in un flash travolgente, un episodio di 63 anni prima. Precisamente datato 2 marzo 1956. L'aula non era la stessa, perché era il vicino emiciclo di Montecitorio; alla presidenza c'era Giovanni Leone, il governo in carica era guidato da Antonio Segni (al suo primo esecutivo). In quei giorni si stava discutendo l'approvazione della nuova legge elettorale, che serviva ad abbandonare del tutto la "legge truffa". 
Nel corso di quella discussione - che sarebbe terminata con l'approvazione della legge n. 493/1956, poi trasfusa nel d.P.R. n. 361/1957, vale a dire il Testo unico per l'elezione della Camera, il testo che tuttora viene modificato a ogni riforma elettorale - spuntò un emendamento alla norma che regolava il deposito e le condizioni di ammissibilità dei contrassegni elettorali. La proposta di modifica, presentata dal Dc Angelo Raffaele Jervolino (padre di Rosa), puntava a introdurre in coda all'articolo il seguente comma "Non è neppure ammessa, da parte di altri partiti o gruppi politici, la presentazione di contrassegni riproducenti immagini o soggetti religiosi". Fu lo stesso Jervolino a spiegare la sua proposta, pur ritenendola "di una chiarezza solare": "Il mio emendamento mira ad una duplice finalità: a) evitare che si possa fare (mi spiace se dovrò usare la brutta parola) speculazione di soggetti religiosi o di immagini sacre in occasione delle elezioni; b) evitare, nello stesso tempo, che si possa carpire la buona fede dei votanti ai quali si lascia credere che un partito è sotto la guida di un determinato santo, della Vergine o addirittura del crocifisso. Il che, in definitiva, si risolve in una vera profanazione di cose sacre".
Il relatore di maggioranza, Michele Marotta (Dc), nel dichiararsi d'accordo sull'approvazione, suggerì di eliminare dal testo l'inciso "da parte di altri partiti o gruppi politici", precisando che "non esistono attualmente dei partiti che già usano dei simboli religiosi e vogliono mantenerne l’esclusiva". Ma - ecco l'episodio che giustifica il flash e il collegamento - in quel discorso si inserì con sole quattro parole Giorgio Almirante, segretario del Movimento sociale italiano e in quel momento anche relatore di minoranza della riforma elettorale. Non è dato sapere se per Almirante quella croce non dovesse stare proprio nel contrassegno democristiano o se ce l'avesse con una sorta di incoerenza dei diccì (un po' come sembra aver fatto La Russa oggi in aula), che con una mano volevano vietare (altri) simboli religiosi, mentre con l'altra tenevano ben fermo il loro simbolo. Simbolo che però, come volle subito precisare Marotta, "non è la croce, ma è lo scudo crociato. Se per esempio i monarchici si presentassero con il simbolo dello scudo sabaudo, anche essi userebbero la croce, ma non come simbolo religioso".
Per cercare di dare una spiegazione più approfondita, intervenne il presentatore dell'emendamento, da una parte per chiarire che in effetti lo scudo crociato non aveva natura religiosa, ma visto che qualcuno poteva non pensarla così, si metteva comunque un freno a nuovi usi, preservando peraltro l'affidamento degli elettori che fino a quel momento avevano votato l'emblema della Dc. Dall'altra parte, chiarì il senso della sua proposta: "I partiti che esclusivamente nella loro propaganda, ai fini delle elezioni, vogliono presentare contrassegni riproducenti simboli religiosi non possono farlo. Se un qualsiasi partito, come ha fatto la democrazia cristiana, vuole scegliere come simbolo abituale di propaganda un simbolo religioso qualsiasi, lo faccia abitualmente ma non esclusivamente ai fini delle elezioni: questo non deve essere consentito". Cosa che, probabilmente, si riferiva ai non pochi simboli che, alle elezioni per la Costituente e prima delle due elezioni della Repubblica, contenevano croci (senza scudo) o altri simboli chiaramente religiosi.
Alla fine l'emendamento venne approvato e quella disposizione è ancora al suo posto dopo tutti questi anni. Questa è stata applicata, nel corso del tempo, anche con qualche esagerazione: passi per le bocciature del Sacro Cuore o per le croci latine dal chiaro significato religioso; sono molto meno comprensibili le bocciature delle croci greche usate come segni sanitari o quelle di chiese o statue che in realtà sono vissute come monumenti in una realtà territoriale. Nessuno, nel corso del tempo, ha più messo in discussione il simbolo della Democrazia cristiana e di chi ha impiegato in seguito lo scudo crociato (fatta eccezione, ovviamente per le lotte intestine tra chi se lo contendeva); in fondo non lo ha contestato nemmeno Ignazio La Russa ("nessuno si è mai scandalizzato, forse giustamente"), negando solo che la croce potesse avere cittadinanza sulle schede e non al collo o nelle mani dei membri del governo. Del resto, dieci anni fa, quando ci si domandò se tenere i crocifissi alle pareti o levarli in ossequio alla sentenza Lautsi della Corte Edu, fu netto nel dire la sua in diretta televisiva: "Non lo leveremo il crocifisso, possono morire. Il crocifisso resterà in tutte le aule della scuola, in tutte le aule pubbliche". Decisamente, non ha cambiato idea.

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