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lunedì 19 agosto 2019

Ci metti la firma? Raccogliere le sottoscrizioni, tra esenzioni e storture


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Per poter capire la reale portata del problema legato alla raccolta delle firme per le elezioni (politiche, ma non solo) e agli effetti irragionevoli prodotti dalle norme in materia di sottoscrizioni e di esenzioni dalla raccolta, occorre vedere l'evoluzione di quello strumento e le ragioni che hanno portato alla situazione indesiderabile di oggi.


La raccolta firme nei primi trent'anni della nuova Italia

Quando si scrissero le norme per eleggere i membri dell'Assemblea costituente, si scelse di facilitare la partecipazione ma di non aprirla indiscriminatamente, cercando di garantire un minimo di serietà delle candidature. Per questo, nelle prime elezioni nazionali dell'Italia post-bellica, nessuno si sognò di mettere in discussione l'istituto della raccolta delle sottoscrizioni: in base al decreto legislativo luogotenenziale n. 74/1946 - la legge elettorale per la Costituente - occorrevano almeno 500 e non più di 1000 firme di elettori per ciascuno dei 32 collegi previsti in quell'occasione (compresa la Valle d'Aosta). Il che voleva dire che, se nel collegio di Roma, Viterbo, Latina e Frosinone 500 firme pesavano per lo 0,028%, mentre nel collegio meno popoloso (quello di Potenza e Matera) pesavano ben di più, per lo 0,155%. 
Nel 1948 - anno in cui gli elettori risultavano essere 29.117.554 - alle prime elezioni successive alla fase costituente, alla Camera servivano ancora tra le 500 e le 1000 firme in ognuna delle 30 collegi plurinominali previsti: prendendo il valore minimo della forchetta, si trattava di una percentuale che andava dallo 0,208% (collegio di Campobasso) allo 0,027% (collegio di Roma, Viterbo, Latina e Frosinone) della rispettiva platea di elettori (il numero considerato è quello riportato dall'Archivio storico delle elezioni del Ministero dell'interno). Alle elezioni del 1963 le sottoscrizioni richieste erano rimaste le stesse, anche se nel frattempo la popolazione era aumentata: volendo fare le proporzioni con gli stessi collegi, le percentuali erano scese allo 0,197% (Campobasso) e allo 0,020% (Roma, Viterbo, Latina e Frosinone). Forse era diventato troppo poco, così poco da far dire nel 1965 al costituzionalista Giuseppe Ferrari, che in quell'anno aveva scritto la voce Elezioni (teoria generale) per l'Enciclopedia del diritto Giuffrè, che il numero delle firme richieste per le elezioni politiche era troppo basso, mentre era forse troppo alto per quelle amministrative, al punto da conseguire "solo approssimativamente ed apparentemente lo scopo di assicurare la serietà delle candidature".


Il peccato originale: l'introduzione delle esenzioni

Non dovevano essere d'accordo con Ferrari i partiti negli anni '70: non solo non aumentarono il numero di firme richieste, ma pensarono di sollevarsi almeno in parte da quell'onere, che anzi risultava troppo pesante ai loro occhi. Per poterlo fare, occorreva dimostrare in altro modo la consistenza e la solidità delle loro proposte politiche: dall'inizio si trovarono tutti d'accordo nel dire che la presenza di un partito nelle assemblee elettive maggiori, a partire dal Parlamento, poteva essere di per sé un indice di "comprovata rappresentatività" (espressione tuttora in uso), dunque in quei casi non occorreva provare il seguito delle forze politiche con le firme.
Grazie alla legge n. 136/1976, non dovettero più cercare sostenitori i partiti costituiti in gruppo parlamentare anche in una sola Camera (il gruppo poteva anche essere sorto in corso di legislatura) e nemmeno i partiti che "nell'ultima elezione abbiano presentato candidature con proprio contrassegno e abbiano ottenuto almeno un seggio in una delle due Camere" (il che significava aver già partecipato alle ultime elezioni e aver ottenuto prova concreta di un sufficiente interesse da parte degli elettori): chi non era in questa condizione, avrebbe dovuto raccogliere dalle 350 alle 700 sottoscrizioni in ogni collegio plurinominale. In effetti il taglio era stato significativo, anche perché - nel frattempo - la popolazione elettorale era aumentata dopo che nel 1975 si era stabilito per legge che si diventava maggiorenni al compimento dei 18 anni: prendendo i soliti due collegi - immaginando che continuino a rappresentare gli estremi, il che non è detto - le percentuali erano scese ulteriormente allo 0,141% (Campobasso e Isernia) e allo 0,01% (Roma, Viterbo, Latina e Frosinone). Anche per chi era rimasto fuori dal beneficio, dunque, l'asticella si era abbassata.

Degenerazioni di ogni tipo

Se la legge del 1976 introdusse la prima stortura, la legge n. 53/1990 pose le basi per una degenerazione totale del sistema. Fece sì una cosa utile, allargando la platea dei soggetti in grado di autenticare le firme degli elettori (in seguito si sarebbe esagerato anche lì), ma da una parte consolidò l'esenzione anche ai partiti che avevano ottenuto eletti al Parlamento europeo (era stata aggiunta nel 1984 per le europee, nel 1990 si pretese che fosse mantenuto il simbolo rappresentato all'Europarlamento), dall'altra sollevò dall'onere della raccolta firme le forze politiche che presentavano contrassegni compositi, che cioè nell'emblema elettorale complessivo contenevano il simbolo di una forza già esente, riconoscendo così una pratica - quella della "pulce" - che in realtà era già in uso dalla fine degli anni '70 nelle elezioni locali. Questa novità avrebbe avuto effetti perversi in seguito, permettendo la corsa elettorale a partiti nuovi o comunque piccoli grazie alla "pulce" delle forze parlamentari più piccole e non interessate a partecipare al voto (e, alle europee, come si è visto quest'anno, addirittura grazie al sostegno dei partiti europei e stranieri rappresentati a Bruxelles).
L'avvento del Mattarellum, basato per la maggior parte sui collegi uninominali, pose un freno. Alle elezioni del 1994, 1996 e 2001 non fu ammessa alcuna esenzione: si dovettero raccogliere dalle 500 alle 1000 firme per ogni candidato da presentare in un collegio uninominale della Camera, mentre le liste per la quota proporzionale dovevano essere sostenute da un numero di sottoscrizioni che variava in base alla popolazione (1.500-2.000 nelle circoscrizioni fino a 500mila abitanti; 2.500-3.000 nelle circoscrizioni tra 500mila e un milione di abitanti; 4.000-4500 per le circoscrizioni sopra il milione di abitanti). In Molise, dunque, nel 1994 le firme necessarie per una lista proporzionale erano pari allo 0,478% degli elettori, nella circoscrizione Lazio 1 (Roma) allo 0,126%, mentre per la Lazio 2 (le altre province) si arrivava allo 0,336%. Le percentuali, dunque, si erano alzate in generale, soprattutto per le circoscrizioni meno popolose o per quelle con popolazione vicina al valore minimo di fascia; nel 2001, visto l'aumento della popolazione, calarono un po', ma nemmeno di molto.
Nel 2006, alla prima applicazione del Porcellum, si tornò alle pessime abitudini. Si reintrodussero le esenzioni (per i partiti che contavano su un gruppo parlamentare in entrambe le Camere dall'inizio della legislatura, i partiti rappresentativi di minoranze linguistiche che avessero eletto almeno un parlamentare e per i gruppi coalizzati con almeno due liste esentate grazie alla rappresentanza parlamentare e con un seggio alle ultime elezioni europee, a patto che alle politiche utilizzassero lo stesso emblema rappresentato a Strasburgo: andò bene per esentare Alternativa sociale, ma costrinse la Rosa nel pugno a raccogliere le firme), obbligando tutti gli altri a raccogliere firme per presentare liste nelle circoscrizioni, nello stesso numero previsto nel 1993; unica concessione per i non beneficiati, il numero sarebbe stato ridotto della metà in caso di elezioni anticipate


Un'emergenza continua?

Per non farla troppo lunga, nel 2006 si è inaugurata una tutt'altro che gioiosa tradizione che non ha visto mai applicato il regime "ordinario" di presentazione delle candidature: questo per la sempre maggiore debolezza dei partiti, in un primo tempo più simile a una certa pigrizia, che però nascondeva la crisi profonda che sarebbe emersa con forza negli anni successivi. Nel frattempo, a intervalli sempre più ravvicinati, sono spuntati come funghi scandali legati alla contraffazione delle firme, che evidentemente in pochi - tra i soggetti non esenti - riuscivano a ottenere in modo regolare: gente che sottoscriveva moduli di cui non conosceva la natura, gente le cui generalità erano state prese da imprecisati elenchi e la cui firma era stata falsificata (anche se nel frattempo era passata a miglior vita), autenticatori che hanno autenticato a loro insaputa, nel senso che qualcuno aveva taroccato la loro firma. 
Già nel 2006, in ogni caso, dopo aver approvato il Porcellum, si dovette intervenire per decreto per dimezzare le firme da raccogliere anche per quell'anno, perché in effetti il voto politico del 2006 non era arrivato oltre 120 giorni prima della fine della legislatura; nel 2008 il taglio sarebbe stato comunque valido, ma con un altro decreto-legge si volle allargare una tantum l'esenzione a tutti i partiti cui avessero dichiarato di fare riferimento almeno due eletti alle Camere (quindi anche uno alla Camera e uno al Senato, come si è precisato in sede di conversione del decreto, perché se si fosse chiesto che i due parlamentari fossero stati nella stessa assemblea, Sinistra critica non avrebbe ottenuto l'esenzione) o al Parlamento europeo. 
Nel 2013, sempre con decreto, oltre ai soggetti costituiti in gruppi parlamentari in entrambe le Camere, si estese l'esonero dalla raccolta firme ai partiti rappresentati da "componenti politiche all'interno dei gruppi parlamentari, costituite all'inizio della legislatura", si tagliò del 40% il numero di firme richieste ai partiti che avevano un gruppo solo in una Camera e - per tutti i partiti privi di esenzione - la quota di firme richieste fu comunque ridotta una tantum a un quarto di quelle previste per legge. 

La situazione insostenibile di oggi

Nel 2018, da ultimo, l'Italicum ha preteso tra 1500 e 2000 firme in ogni collegio plurinominale, assai più ristretto rispetto a una circoscrizione del passato: se nel sempre citato Molise circoscrizione e collegio coincidono - ma il calo della popolazione ha portato la quota di firme richieste allo 0,59% - in Lazio sono stati ricavati ben cinque collegi plurinominali, il meno popoloso dei quali - Lazio 1/01 - richiedeva una quota pari allo 0,226%. Si è di fronte a una difficoltà certamente maggiore, se si considera che una lista, per essere presente sulle schede in una circoscrizione e non vedersi respingere tutte le candidature, deve riuscire a raccogliere le firme in due terzi dei collegi plurinominali di quella circoscrizione
In compenso, la legge elettorale aveva previsto che fossero esonerati dalla raccolta - come nel Porcellum - i partiti con un gruppo parlamentare in entrambe le Camere, ma anche, solo alla prima applicazione della legge, i partiti che avessero potuto contare su un gruppo parlamentare anche in una sola Camera alla data del 15 aprile 2017; di più, grazie a un emendamento alla legge di bilancio (pessima pratica!), il numero delle firme è stato tagliato di nuovo una tantum a un quarto della previsione di legge. Quale Parlamento sia uscito da queste norme, è cosa nota: solo cinque partiti con gruppi in entrambe le Camere (M5S, Pd, Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia), dunque esenti in base alla legge elettorale (assieme alla Svp), mentre tutti gli altri dovrebbero superare un ostacolo non proprio alla portata di partiti ormai debolissimi sul territorio. A meno che, naturalmente, non si scelga di intervenire modificando le regole per poter iniziare a giocare.

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