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mercoledì 5 novembre 2025

Forattini, un omaggio con le sue vignette "simboliche"

La scomparsa, avvenuta ieri, di Giorgio Forattini rappresenta senza dubbio il venir meno di una figura importante per i #drogatidipolitica: a prescindere dalle simpatie o antipatie politiche - o, volendo, da quelle per lo stesso disegnatore - non si può non riconoscere il peso e il potere della satira in forma di vignetta anche nella scena politica italiana e ammettere, senza alcuna ombra di dubbio, che il maggior artefice di quel peso è stato proprio Forattini (più di tutti gli altri "vignettisti" successivi, inclusi coloro che a lui devono almeno parte della loro fama, come Emilio Giannelli o Vauro ). La sua matita prestata alle pagine di Paese Sera, di Panorama, della Repubblica, della Stampa, del Giornale e del Quotidiano Nazionale, come pure a quelle dei tanti libri che hanno raccolto le vignette nel corso degli anni, ha fatto puntualmente emergere letture peculiari e irriverenti delle vicende politiche (italiane e straniere) che hanno occupato via via le prime pagine o i servizi di apertura, a costo di scatenare l'irritazione - e magari la querela - dei soggetti ritratti o di chi si sentiva offeso da quei disegni (segno che questi ultimi avevano colpito eccome, non importa ora se giustamente o no).    
Qualche volta, va detto, l'irriverenza si spegneva, lasciando comprensibilmente il posto a un'ironia più delicata, pur non smettendo di essere pungente. Rientra in questa categoria una delle vignette più citate in queste ore, pubblicata a gennaio 2000 su Panorama dopo la morte di Bettino Craxi ad Hammamet: niente più stivaloni neri mussoliniani, ma solo il braccio a pugno chiuso che stringe un garofano - richiamando con chiarezza, sia pure a specchio, il manifesto realizzato da Ettore Vitale nel 1973, ma con il fiore più simile a quello realizzato da Filippo Panseca un decennio dopo - che emerge dalla sabbia d'Africa trasformata in tomba, con intorno la frase "Ingrata Patria, non avrai le mie ossa" (epitaffio attribuito a Scipione l'Africano e rivolto a Roma, scelta per nulla casuale). Posto che quella spiaggia di fronte al mare ricorda molto il setting di una vignetta altrettanto famosa disegnata nel 1979 (quella con un carapace di tartaruga sulla spiaggia, per ricordare la scomparsa di Ugo La Malfa), non sfugge la presenza del sole che sorge, quello della tradizione socialista (e socialdemocratica) che però proprio Craxi aveva voluto sacrificare a favore del garofano.
Proprio quella vignetta, peraltro, offre la possibilità di un percorso "simbolico" tra i disegni di Forattini: un percorso, cioè, che consideri il modo in cui il disegnatore ha reinterpretato i simboli dei partiti, rendendoli un elemento significativo (e magari contundente) delle sue vignette. Pescando a caso, per esempio, si può trovare una vignetta del 2 marzo 1999, in cui Romano Prodi ritratto con le orecchie (sulla testa quadra e occhialuta), la coda e le zampe da asino - sei giorni dopo il lancio del partito dei Democratici, con il loro asinello quasi disneyano disegnato da Francesco Cardinali in primo piano nel simbolo - cacciava a calci a lunga gittata Massimo D'Alema, raffigurato nei panni di Hitler con tanto di fascia con falce e martello al braccio (sette mesi più tardi, l'11 ottobre, il lunedì de la Repubblica avrebbe messo in copertina la vignetta sul dossier Mitrokhin sbianchettato, che avrebbe fatto scattare la superquerela - poi ritirata - di D'Alema). 
Alcuni passaggi "simbolicamente rilevanti" della politica italiana sono stati ritratti in modo impagabile da Forattini e meritano di essere considerati. Non si può che partire dalla trasformazione del Partito comunista italiano in Partito democratico della sinistra. L'11 ottobre 1990, sulla prima pagina della Repubblica, sotto al titolo L'albero di Occhetto e accanto al simbolo con la "quercia" realizzata da Bruno Magno (presentato la sera prima a una selva di giornalisti, fotografi e telecamere), apparve un albero disegnato da Forattini, con falce, martello e stella incisi sul tronco, attorno al quale era avviluppato un serpente con la testa di Giulio Andreotti: la coppia di tentati, novelli Adamo ed Eva, aveva le sembianze di Achille Occhetto e di una figura che ha tutta l'aria di somigliare a Ciriaco De Mita, mentre Craxi era ridotto al ruolo di frutto della tentazione. Non proprio un ottimo viatico per un percorso di transizione politica che avrebbe dovuto essere ratificato da un congresso e che in ogni caso aveva già parecchi contrari all'interno del partito.
Che Craxi non vedesse con particolare favore quella trasformazione ("Quel simbolo non somiglia affatto al garofano"), che avrebbe creato qualcosa di diverso dall'Unità socialista che lui pochi giorni prima aveva fatto inserire nel simbolo del Psi era cosa nota. È probabilmente passato di mente che in quegli stessi giorni si era accesa la miccia di una delle tante potenziali crisi di governo (l'esecutivo pentapartito Andreotti-sexies), ad opera del Partito repubblicano italiano, dopo che il segretario Giorgio La Malfa alla direzione nazionale del 12 ottobre aveva criticato l'azione insoddisfacente del governo in materia di ordine pubblico e risanamento finanziario (con tanto di richiesta di verifica a Dc e Psi) e aveva apprezzato la scelta del Pci di non essersi ribattezzato socialista ("è una vittoria storica di quella parte democratica della sinistra europea che da sempre si è fermamente opposta alla componente socialista"). Per Craxi la tregua coi repubblicani doveva dichiararsi conclusa, così il segretario ebbe parole di fuoco per l'Edera, anche se la crisi vera si aprì l'anno dopo. A ricordare le tensioni di quei giorni provvede la vignetta di Forattini pubblicata domenica 14 ottobre in prima pagina dalla Repubblica sotto al titolo relativo all'attacco socialista al Pri: Craxi in divisa agitava non i garofani, ma un bastone di fronte alla già nota Quercia, cui era avvinto un lungo tralcio di edera. Ed "Ederasti!" era l'accusa craxiana al Pci-Pds che suonava particolarmente venefica.
Non sarebbe stata meno pungente la matita di Forattini quattro anni e mezzo dopo, quando a Fiuggi Gianfranco Fini aprì l'ultimo congresso del Movimento sociale italiano - Destra nazionale, avviando ufficialmente la trasformazione in Alleanza nazionale già intrapresa dalle elezioni politiche del 1994. Il 28 gennaio 1995, il giorno dopo l'inizio dell'assise congressuale, la Repubblica dedicò a quel passaggio politico l'apertura della prima pagina: sotto al titolone Lo strappo di Fini, campeggiava una vignetta forattiniana con il segretario uscente che si accendeva una sigaretta con la fiamma tricolore di una candela; quella stessa fiamma, peraltro, contribuiva a proiettare sul fondo l'ombra di Fini, resa però nel profilo del volto e del petto con i tratti inconfondibili di Mussolini.
Quella, peraltro, non fu certo la prima occasione in cui Giorgio Forattini rese la fiamma tricolore protagonista di una delle sue vignette. Proprio l'articolo online di Repubblica.it dedicato ad alcune delle illustrazioni più famose del passato ha riproposto la vignetta pubblicata il 23 dicembre 1976, all'indomani della formazione dei gruppi parlamentari di Democrazia nazionale - Costituente di destra, anticipo di una scissione ufficiale - interessante, pur se di breve durata e di incerto successo elettorale - all'interno del maggior partito della destra italiana. La vignetta in questione - collocata a pagina 6 a fianco dell'articolo La ruota di scorta della destra italiana di Enzo Forcella - ritraeva il segretario del Msi-Dn, Giorgio Almirante, con un'espressione attonita e un po' rassegnata, che sulla testa aveva due fiamme tricolori, collocate sul cranio in una posizione corniforme.
Tornando al 1995, però, non poteva sfuggire all'arguzia grafica di Forattini soprattutto il travaglio vissuto dal Partito popolare italiano che si consumò soprattutto nel mese di marzo ed ebbe ampie ripercussioni sul piano politico-simbolico (oltre che sul destino giuridico ed economico dei Popolari e del patrimonio dell'ex Democrazia cristiana, come spiega bene il podcast Scudo (in)crociato, specie nella quarta puntata). Dopo l'annuncio - l'8 marzo - dell'accordo tra il segretario Rocco Buttiglione e i vertici dei partiti del centrodestra per le elezioni regionali in arrivo era apparsa (il 10 marzo) una vignetta con lo stesso Buttiglione - con sigaro d'ordinanza - trasformato in preda di caccia e trasportato appeso da Silvio Berlusconi e Fini, mentre il 12 marzo - il giorno dopo la riunione drammatica del consiglio nazionale in cui Buttiglione fu sconfitto per tre voti - in prima pagina apparve Rosy Bindi nell'atto di vuotare un bottiglione. Il segretario, pur sfiduciato, il 15 marzo scelse però di non dimettersi, rendendo così concreto lo scenario di due partiti in uno: il giorno dopo la Repubblica, sotto il titolo Due segretari per i Popolari, comparve la vignetta di Forattini in cui tanto Buttiglione quanto Bindi (solo poche ore dopo Gerardo Bianco sarebbe stato scelto come leader da coloro che avevano sfiduciato il segretario), reggendo una valigetta marchiata "Ppi" intimavano - con tanto di megafono - a Gesù Cristo di "rendere disponibile la croce entro le 12" (croce ovviamente con la scritta "Libertas"), come se fosse uno degli ambienti contesi - letteralmente, come si sa - di Piazza del Gesù. 
Buttiglione ritenne invalida l'elezione di Bianco da parte del consiglio nazionale "dimezzato" e il 17 marzo scelse di espellere i consiglieri che il giorno prima avevano partecipato a quella seduta: il 18 marzo, sotto al titolo Buttiglione epurator espelle mezzo partito, Forattini collocò uno scudo vuoto, con la croce portata via per metà da Berlusconi, per metà da D'Alema (volendo richiamare come di fatto a provocare e favorire la scissione fossero state le pressioni di soggetti esterni, in particolare dei leader dei due poli che grazie alle proposte di alleanze sul territorio avevano conquistato questa o quella parte dei Popolari). E se la didascalia recava solo la parola "Bianco", richiamando tanto il cognome del segretario scelto dalla sinistra del partito quanto lo scudo ormai vuoto, proprio quest'ultima immagine finì per anticipare la scelta simbolica di quella parte del partito (raccontata a suo tempo su questo sito da Giuliano Bianucci), con lo scudo senza croce collocato nel gonfalone e lo slogan "Lo scudo c'è, la croce aggiungila tu".
La questione del simbolo, del resto, divenne particolarmente urgente dopo che, il 23 marzo, il giudice del tribunale di Roma Luigi Macioce depositò la prima ordinanza sul ricorso dei Popolari vicini a Bianco, decidendo che Buttiglione, pur non potendo attuare la sua linea politica sconfitta legittimamente in consiglio nazionale, era ancora segretario e avrebbe continuato a disporre del fregio ufficiale del partito. Quel giorno stesso a piazza del Gesù si scatenarono scene di simil-guerriglia, puntualmente raccontate dai giornali: il 24 marzo, al di sotto del titolo evocativo Rissa popolare, ne diede conto anche Forattini, disegnando il bottiglione chiuso da Buttiglione - sempre col sigaro - trasformato stavolta in tappo, mentre sotto vetro si riconoscevano vari "Imbuttiglionati", tra cui Bindi, De Mita, Beniamino Andreatta (con tanto di pipa) e Mino Martinazzoli; all'inizio del collo della bottiglia, ovviamente, c'era lo scudo crociato, stavolta intero, ma messo al sicuro (anche se poi, a quelle regionali, non lo avrebbe usato nessuno). Ennesimo esempio, come i precedenti, di quanto i simboli dei partiti potessero avere un potere evocativo immenso, che la matita arguta di Giorgio Forattini non poteva non cogliere e valorizzare a dovere.
 

giovedì 19 settembre 2019

Dc e scudo crociato: riassunto (e la mia tesi) una volta per tutte (1)

Anche le vicende di questi giorni hanno confermato un punto fondamentale: la storia della Democrazia cristiana e del suo simbolo, lo scudo crociato, non cessa mai di riservare novità, sorprese e colpi di scena. Chi segue questo sito lo sa molto bene, ma l'affastellarsi di tante vicende, anche contorte e dalle radici lontane, ha portato qualche lettore a chiedermi un riassunto delle puntate precedenti, che ormai sono davvero un numero considerevole.
In questo post, il primo di una serie, cerco di offrire un quadro cronologico della situazione, per spiegare come si è arrivati alla situazione intricata di oggi (che peraltro dura da molti anni e puntualmente si complica, tra tentativi successivi che spesso sono portati avanti dalle stesse persone): la ricostruzione, ovviamente, è basata sui molti documenti che ho raccolto nel corso degli anni, su centinaia di pagine prodotte da parti diverse o dai giudici via via chiamati a intervenire
Ho iniziato a studiare la vicenda giuridica dello scudo crociato e dell'intero mondo Dc nel 2010: mi ha fatto capire che occuparsi di simboli e di "diritto dei partiti" (anche se ancora non sapevo che ne esistesse uno) poteva equivalere a scavare un filone inesauribile. L'ho fatto da persona del tutto esterna ed estranea alla storia democristiana, per età (nel 1994, quando la Democrazia cristiana è stata messa da parte, non avevo 11 anni) e per scelta (non mi sono mai iscritto a partiti che, in un modo o nell'altro, si ritenevano eredi politici o continuatori giuridici della Dc). Da studioso, ho avuto contatti con varie parti (di oggi, di ieri e dell'altro ieri) della querelle democristiana e coi loro avvocati, per avere informazioni e leggere atti e documenti utili: a volte ho trovato grande collaborazione, magari dopo aver vinto qualche diffidenza, altre volte i risultati sono stati ben peggiori. 
Prima di iniziare, una precisazione mi pare dovuta. In tutti questi anni, non ho mai sposato le tesi di chi cerca in vari modi di far tornare operante la Dc "dormiente" dal 1994 e che si riteneva risvegliata già nel 2012 e - quanto al tentativo attuale - di nuovo tra il 2017 e il 2018. Il mio non riconoscere la bontà di quelle idee, unitamente al fatto che nel 2018 e nel 2019 io abbia commentato le decisioni del Viminale e degli altri uffici elettorali che hanno tutelato il simbolo dell'Udc, ha indotto qualcuno a pensare che io parteggi per il partito di Cesa o almeno per le loro tesi. Il pensiero è legittimo, ma garantisco che non è così: non parteggio affatto per l'Udc (anzi, nella mia lunga ricerca, una collaborazione rasente lo zero l'ho avuta proprio dall'Udc). La mia non è una posizione di parte, ma non può essere neutrale: leggendo e studiando mi sono fatto un'idea piuttosto chiara e le vicende che nel tempo si sono succedute l'hanno confermata sempre di più, in una storia - tra l'altro - in cui tutte le parti esistenti e i vari personaggi che le rappresentano ritengono di avere ragione (in tutto o in parte) e spesso accusano altri di non conoscere documenti o sentenze che loro stessi sembrano non aver letto o compreso appieno.

1) Il peccato originale: cambiare nome nel modo sbagliato

Se della querelle sulla Dc non si vede la fine, si può individuare almeno l'inizio o - volendo - l'inizio degli inizi. Una sorta di peccato originale (così lo si è chiamato a Report, in una nota puntata a cura di Sabrina Giannini che trattò l'argomento dal punto di vista del patrimonio), che nessun battesimo ha cancellato. Datarlo è facile: si tratta dell'arco di tempo tra il 18 e il 29 gennaio 1994, periodo nel quale il partito nato nel 1943 e denominato "Democrazia cristiana" ritenne di aver cambiato nome in "Partito popolare italiano". Ritenne, perché in quel periodo, in cui il pensiero fisso era salvare il partito dagli scandali adattando la linea politica e recuperando l'etichetta delle origini, non si fece l'unica cosa necessaria: un congresso nazionale
18 gennaio 1994: Assemblea nazionale
Si voleva un partito nuovo (rinnovato) senza fare un nuovo partito sciogliendo quello esistente, così si pensò di modificare giusto il nome da Dci a Ppi. Per farlo, però, occorreva cambiare lo statuto (il nome è parte di quel documento fondativo): il solo organo del partito titolato a modificarlo era il congresso nazionale. Il 18 gennaio (giorno in cui, nel giro di poche ore, sulla scena spuntarono il Ppi e il Ccd) si riunì l'assemblea nazionale della Dc; il 21 gennaio la direzione nazionale; il 29 gennaio il consiglio nazionale. I tre organi approvarono il cambio di nome, ma mai la questione fu posta in un congresso (e ciò non avvenne nemmeno nel primo congresso del Ppi, che si tenne dal 27 al 29 luglio 1994). Se qualcuno avesse impugnato direttamente una di quelle delibere - specie quella del Consiglio nazionale - sarebbe riuscito a vederla dichiarare nulla, perché quell'iter di cambio di nome non poteva produrre effetti: sarebbe bastato solo che un giudice lo accertasse (a patto, ovviamente, che qualcuno glielo avesse chiesto espressamente). 
La Dc, insomma, credeva di chiamarsi Partito popolare italiano e tutti la trattavano come tale, ma in realtà era ancora la Democrazia cristiana, di fatto (era lo stesso soggetto giuridico) e di nome (anche se non se ne rendeva conto). Per iniziare una metafora corporea che ci porteremo dietro durante tutta la storia, è come se un tale che si chiama Franco Porta volesse abbandonare il suo nome (non importa il motivo) e per farlo ritenesse sufficiente lasciare sulla porta di casa sua un avviso per due settimane, in cui si dice che lui dal tal giorno si chiamerà Marco Cerri. Una procedura simile non può avere effetti, ma le persone che conoscono Franco Porta, sapendo della sua volontà di cambiare nome, lo chiameranno Marco Cerri: nessuno però metterà in dubbio che la persona è la stessa perché il corpo è lo stesso, a dispetto del cambio di nome. In altre parole, a prescindere dall'errore (grave) nel modo in cui si è cambiato il nome, non c'è nessun "cadavere abbandonato" da risvegliare.

2) Due menomazioni in due anni  

Il corpo, si diceva, è lo stesso, anche se ormai non è più integro, per due menomazioni successive: Franco Porta infatti, quando ha scelto di chiamarsi Marco Cerri, ha perso un avambraccio e un dito. Un anno dopo, in un trauma, Cerri (che in realtà è Porta, anche se non ci pensa e quasi nessuno intorno a lui dà importanza alla cosa) finisce per perdere un'intera gamba: una perdita dolorosa, che sparge molto sangue e per anni non riesce a sanarsi del tutto. In effetti la vicenda politica, a grandi linee, può essere rappresentata proprio così, anche se già qui le questioni si fanno complicate e non è facile seguirle in tutti i loro passaggi senza avere i documenti in mano.
L'avambraccio perso, nel 1994, è il Centro cristiano democratico di Pierferdinando Casini e Francesco D'Onofrio, staccatosi in corrispondenza con la scelta di cambiare nome e corso per il partito dei democratici cristiani (l'evento fondativo si fa risalire al 18 gennaio 1994, con l'assemblea tenuta al Grand Hotel de la Minerve, a 450 metri a piedi dall'Istituto Sturzo, in cui la Dc si sta trasformando in Ppi): si tratta dunque di una scissione da un soggetto politico-giuridico che rimane esistente e attivo (a prescindere dal nome che ha). Nessun dubbio, dunque, sul fatto che la Dc, che dal 18-29 gennaio 1994 ritiene di chiamarsi Ppi, sia rimasta lo stesso soggetto, anche se ha perso parte dei suoi iscritti e anche se questi si sono riorganizzati in un altro partito, per l'appunto il Ccd. 
Accordo Ppi-Cdu del 1994
Qui liti sostanzialmente non se ne conoscono, anche se qualche scaramuccia sui soldi comunque c'era stata, ma la si era appianata abbastanza in fretta. Coloro che alla Camera avevano formato da pochi giorni il gruppo parlamentare autonomo del Ccd, il 30 gennaio si erano accordati con il Ppi sul piano economico (ai fuoriusciti non spettava un soldo, ma in spirito di amicizia si era comunque fatto un patto firmato da Rosa Jervolino per il Ppi e da D'Onofrio, presidente del neogruppo dei cristiano democratici a Montecitorio), confermando che del vecchio scudo il Ccd poteva continuare a usare solo l'immagine "in negativo" sulla vela.
In quegli stessi giorni, peraltro, si era registrata anche la perdita di un dito, rappresentato dai Cristiano sociali di Ermanno Gorrieri, che mai hanno rivendicato nome è simbolo della vecchia Dc e dunque con il seguito della vicenda qui riassunta hanno poco o nulla a che fare (per questo non se ne parlerà più nelle prossime righe: ci si limita a dire che anche i Cs erano un partito nuovo, distinto dal Ppi già chiamato Dc).
Il "patto di Cannes"
La perdita dolorosissima dell'intera gamba, invece, si ebbe nel 1995 e inizia con la spaccatura tra Rocco Buttiglione, eletto segretario del Ppi nel primo congresso alla fine di luglio del 1994, e la sinistra del partito, che al suo posto aveva eletto Gerardo Bianco dopo che Buttiglione era stato sfiduciato in consiglio nazionale per la sua scelta di allearsi   con il centrodestra  che comprendeva An: una vicenda complessa, fatta di accuse reciproche di violazioni dello statuto, che approdò in tribunale (prima e dopo le elezioni regionali e amministrative di primavera) e si protrasse tra serrature cambiate, porte sfondate, utenze tagliate e amenità simili. Il Ppe, scandalizzato, impose alle parti una tregua, raggiunta il 24 giugno 1995 a Cannes: Buttiglione e Bianco, prendendo atto "della insanabile divisione insorta all'interno" del Ppi e scegliendo di viverla "con uno stile di rispetto reciproco, di tolleranza e di cristiana fraternità", si accordarono perché al gruppo di Gerardo Bianco fosse lasciata la denominazione Ppi e a quello di Buttiglione non fosse contestato lo scudo crociato; il "patto di Cannes" fu tradotto in accordo giuridico il 14 luglio, precisando certe questioni economiche (sulla divisione del patrimonio, dei lavoratori, delle testate) e che l'uso del nome "Democrazia cristiana" sarebbe stato precluso a tutti. 
Il 4 ottobre 1995 la menomazione iniziata in primavera si completò - anche se soltanto sul piano politico-giuridico - con la nascita del nuovo partito guidato da Rocco Buttiglione, i Cristiani democratici uniti (Cdu)un soggetto giuridico nuovo, distinto dal Ppi, fondato con atto costitutivo notarile: se il nome scelto per l'occasione era nuovo (anche se ricordava volutamente quello della Cdu tedesca), non poteva sfuggire lo scudo crociato - la stessa versione in uso nel 1992 e nell'emblema elettorale del Ppi del 1994, nel pieno rispetto degli accordi di Cannes - in bella vista all'interno del simbolo, ancora una volta su fondo blu come ormai avveniva almeno dal 1992. 
Il Ppi, intanto, per evitare problemi di confondibilità, già alle elezioni di primavera aveva adottato un emblema con gonfalone e scudo - e per evitare confusione con il fisco aveva pure adottato per sé un nuovo codice fiscale - ma era lo stesso soggetto giuridico di prima (non c'è mai stato un congresso di fondazione o un atto costitutivo di un nuovo partito). Riprendendo l'immagine di prima, Marco Cerri (che in realtà si chiamerebbe ancora Franco Porta) è rimasto lo stesso, anche se nel frattempo ha perso un avambraccio e un braccio e ha cambiato la foto sul suo documento d'identità.   

3) Se la gamba non si stacca del tutto

La prima "ordinanza Macioce"
La situazione, obiettivamente già intricata, fu complicata ancora di più da alcune decisioni dei giudici, ragionevoli ma difficili da applicare. Già il 25 marzo 1995, nella prima ordinanza sullo scontro Bianco-Buttiglione (resa prima del turno elettorale di primavera) era intervenuto il giudice del tribunale di Roma Luigi Macioce, su richiesta del gruppo di Bianco che voleva impedire a Buttiglione di continuare a guidare il partito e decidere sulle candidature. Annullando o dichiarando nulli vari deliberati di organi interni al Ppi, il giudice Macioce disse in sostanza che Rocco Buttiglione era rimasto segretario del partito, ma avrebbe dovuto attuare in pieno la linea del consiglio nazionale (che aveva sbarrato la strada ad accordi politici con Alleanza nazionale e Rifondazione comunista, intese come forze estreme), che era ben diversa dalla sua (accordo con tutto il Polo, dunque anche con An). Il che equivaleva ad avere due partiti litiganti in uno o, se si preferisce, un segretario tanto in carica quanto "paralizzato", non potendo seguire il proprio indirizzo politico.  
La seconda "ordinanza Macioce"
Tra giugno e luglio, lo stesso tribunale si occupò di una nuova azione intentata da Bianco e dal nuovo tesoriere Pierluigi Castellani, che chiedevano di inibire l'attività di segretario e tesoriere a quelli che invece si ritenevano regolarmente in carica, rispettivamente Buttiglione e Alessandro Duce (che, tra l'altro, era diventato tesoriere del Ppi perché era stato scelto come ultimo segretario amministrativo nelle ultime due riunioni degli organi della Dc, il 21 e il 29 gennaio 1994). Dopo una prima decisione favorevole a Buttiglione, il tribunale di Roma dovette riaffrontare la vicenda in sede di reclamo: in un collegio di tre giudici, fu ancora Macioce a scrivere la motivazione dell'ordinanza sul caso, datata 24 luglio 1995. In quella decisione si disse che, visto che in quella fase le due fazioni (vicine a Bianco e a Buttiglione) si stavano organizzando in due partiti diversi ma non esistevano ancora due soggetti giuridici autonomi (il Cdu, lo si è visto, nacque in ottobre di quell'anno), la soluzione più corretta e opportuna sembrava la "co-gestione obbligatoria dei due tesorieri", che fotografava "l'originale, inusuale e certamente transitoria condizione dell'unico Ppi in procinto di divisione": ogni atto di ordinaria e straordinaria amministrazione sul patrimonio avrebbe dovuto avere l'adesione (scritta) di Duce e di Castellani.
La transazione del 1999
Quella situazione di cogestione, in realtà, durò ben oltre la costituzione giuridica del Cdu. Lo stesso Macioce, in effetti, aveva precisato nell'ordinanza che quell'agire congiunto "imposto" dal giudice sarebbe stato superabile con un diverso accordo tra le parti: l'accordo, però, per molto tempo non ci fu. Tanto per dire, Ppi-gonfalone e Cdu soltanto il 12 ottobre 1999 chiusero con una transazione un'ulteriore causa iniziata sempre nel 1995 (dopo la seconda ordinanza scritta da Macioce) sulla corretta rappresentanza del Partito popolare e, in quel documento transattivo, misero nero su bianco che la co-gestione "imposta" nel 1995 era ancora "un soddisfacente assetto": pare che non si sentissero garantiti da una diversa configurazione dei rapporti, perché evidentemente non si fidavano abbastanza. Nella stessa transazione - firmata per il Ppi (per procura) dal segretario Pierluigi Castagnetti e dai suoi predecessori Bianco e Franco Marini, nonché dal primo tesoriere Castellani e da quello allora in carica Romano Baccarini, mentre per il Cdu la sottoscrisse l'allora tesoriere Gianfranco Rotondi, in nome e per conto anche del suo predecessore Duce e del segretario Buttiglione - i due partiti si riconobbero entrambi titolari del partito della Dc (nonché della denominazione e del simbolo storici) e, in nome di questa contitolarità, si impegnarono ad agire legalmente contro chi avesse voluto usare nome ed emblema della Dc (e qualcuno tra il '96 e il '98 aveva iniziato a farlo, come si vedrà).
In questa fase lunga - che doveva essere breve - è come se il Marco Cerri della nostra storia (anche se in realtà continua a chiamarsi Franco Porta, contro la sua volontà) avesse continuato a vivere e operare a dispetto delle due menomazioni, ma qualcuno avesse mantenuto la sua gamba legata a lui, anche se questa si era del tutto staccata; un legame che, peraltro, si manifestava solo in determinate occasioni, che richiedevano che la persona apparisse con entrambe le gambe. La gestione patrimoniale del Ppi-Gonfalone e del Cdu, infatti, fu del tutto autonoma per le nuove risorse (a partire da quelle ricevute con il finanziamento pubblico), mentre il regime di co-gestione proseguì per il patrimonio del Ppi - ex Dc: così era intestato il bilancio - pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale - presentato alla Camera con riguardo all'anno 1995 e firmato da Castellani e Duce. Negli anni successivi, peraltro, non è stato più presentato un bilancio di quel tipo, resistendo soltanto i rendiconti di Ppi-gonfalone e Cdu (anche se la co-gestione patrimoniale sarebbe finita solo nel 2002).


4) La prima sentenza di Cassazione che, se letta male, inganna

Nel corso di questi anni, peraltro, le liti giudiziarie non riguardavano soltanto gli esponenti dei partiti, ma anche - e soprattutto - gli ex dipendenti della Dc che avevano intentato contro il partito cause di lavoro, non risolte prima della trasformazione in Ppi e delle vicende traumatiche coeve e successive. Una delle cause fu decisa in via definitiva dalla sezione lavoro della Corte di cassazione il 27 giugno 1998: un anno prima della transazione di cui si è detto e dodici anni e mezzo prima che sia emessa la nuova pronuncia di Cassazione che, per alcuni, fa rivivere la Dc. C'è addirittura chi crede che la sentenza in questione - la n. 6393/1998 - abbia anticipato ciò che la Suprema corte avrebbe detto nel 2010 e, se qualcuno l'avesse letta allora, la Dc si sarebbe risvegliata molto prima.
Le cose non stanno così e conviene leggere bene quella decisione, nota come "sentenza Laudani", dal nome dell'uomo che aveva iniziato la causa contro la Dc negli anni '80, Placido Laudani (lamentando come non gli fosse stata riconosciuta una certa qualifica, con tutte le conseguenze economiche del caso); prima che intervenisse la sentenza di secondo grado (il 25 settembre del 1995), si erano verificati i fatti raccontati sopra, in base ai quali per il ricorrente Ppi, Ccd e Cdu erano tutti successori allo stesso modo della Dc e quindi dovevano partecipare tutti al processo (mentre in appello si era costituito solo il Ppi, cosa che secondo Laudani comportava nullità di tutto il procedimento). 
Per la Cassazione, invece, non c'era motivo di far partecipare tutti al processo (non era cioè una situazione di "litisconsorzio necessario"), poiché ciò avrebbe richiesto, a monte, che ci fosse stata "una successione universale", cioè - volendo banalizzare - un decesso e degli eredi (o un trasferimento di tutte le posizioni giuridiche da un soggetto a un altro). Non poteva essere erede di nulla il Ccd, essendo stato costituito - lo si è visto - in seguito al recesso collettivo di vari soci della Dc; nemmeno per il Cdu (nella sentenza erroneamente chiamato Partito cristiani unitari) poteva parlarsi di successione universale perché ciò, come detto, presupporrebbe "la scomparsa del dante causa come soggetto giuridico e la trasmissione dell'universum ius nel patrimonio dell'avente causa". 
Proprio a partire da questa frase più di qualcuno ha sostenuto che la Dc non era mai stata sciolta e aspettava solo qualcuno che la svegliasse dal torpore, mentre gli altri partiti (Ppi compreso) erano andati avanti per la loro strada. In realtà non è così: i giudici, poche righe prima, avevano notato che la Democrazia cristiana aveva semplicemente cambiato nome in Partito popolare italiano, quindi era normale che fosse stato il solo partito a partecipare al processo; tutti gli altri soggetti erano nati da recessi collettivi dall'associazione che nel frattempo aveva semplicemente cambiato nome, senza che nessuno pensasse di scioglierla (e senza che allora ci si interrogasse su come quel cambio di nome era stato fatto). In pratica, i giudici di Cassazione hanno confermato che il Ppi e la Dc erano la stessa cosa e che quest'ultima non era mai stata sciolta, sì, ma perché appunto aveva continuato ad agire con un altro nome. In altre parole, nessuno si poteva considerare erede di Franco Porta, perché Porta - che nel frattempo aveva cambiato "male" il suo nome in Marco Cerri e con quest'ultimo era identificato da tutti - era ancora vivo e operante. 


5) Fine della co-gestione: la gamba si stacca del tutto 

Anche dopo la sentenza di Cassazione del 1998, la transazione Ppi-Cdu del 1999 e un paio di tentativi altrui di utilizzare il nome e il simbolo storici della Dc, i tesorieri dei due partiti continuarono a gestire insieme il patrimonio. Nel corso degli anni ne cambiarono vari: per il Ppi a Pierluigi Castellani succedettero Severino Lavagnini, Romano Baccarini e, nell'ultimo periodo del 2002, Luigi Gilli; dopo Alessandro Duce, invece, tesorieri del Cdu furono Tancredi Cimmino e, già nel 1999 (dopo che Cimmino aveva aderito all'Udeur), Gianfranco Rotondi. Tutti loro, nelle rispettive permanenze in carica, furono chiamati a gestire tutte le questioni patrimoniali legate ai beni che erano stati della Dc (e qualche ruolo continuavano a mantenere di fatto i tesorieri precedenti, almeno quelli che non avevano trasferito ai successori le quote a loro intestate delle società proprietarie degli immobili legate al partito).
La scrittura privata del 2002
La co-gestione patrimoniale terminò soltanto il 5 luglio 2002 (dopo che, a marzo, nel giro di pochi giorni si era costituita l'Udc e la Margherita aveva celebrato il suo primo congresso trasformandosi in partito, mentre i soggetti che l'avevano creata continuavano a esistere pur non operando più politicamente) con una scrittura privata firmata dai legali rappresentanti del Ppi (segretario Castagnetti, tesoriere Luigi Gilli, segretario generale Nicodemo Oliverio) e del Cdu (segretario Buttiglione, tesoriere Rotondi). Nel documento si legge che "il Cdu rinuncia con effetto immediato in favore del PPI-Gonfalone alla gestione nonché ad ogni diritto (...) sul patrimonio (...) del Ppi ex Dc" e che, per questo, "la gestione e la rappresentanza del Ppi ex Dc", attività e passività "restano fin d'ora in capo al Ppi-Gonfalone e per esso ai suoi legali rappresentanti". 
Certo è che in quei sette anni di co-gestione patrimoniale si sono poste le basi per le vicende travagliate del patrimonio immobiliare che era stato della Dc e che sono finite più volte oggetto delle cronache giudiziarie. La questione, però, è delicatissima e chi scrive non ha in mano abbastanza documenti per commentarla, quindi si eviterà di parlarne. Anche perché nel 2002, anno della scrittura privata con cui terminò la co-gestione dei tesorieri (o, se si preferisce, in cui la gamba di Marco Cerri - Franco Porta fu definitivamente staccata dal suo corpo), ci si dovette occupare seriamente di chi voleva di nuovo la Dc operante e, per giunta, sembrava avere le carte in regola per poterlo fare. Meglio, però, occuparci di questo in un'altra puntata... 


(1 - continua)

sabato 8 giugno 2019

Dc-Rotondi ri-congelata: "Presto una fondazione per litigare in pace tra diccì"

Inutile negarlo, tocca tornare sempre - e non con dispiacere - sui luoghi dei delitti, specie se hanno continuamente cose da raccontare. Non c'è dubbio che, per chi frequenta da tempo questo luogo, il principale sia la Democrazia cristiana. Non di rado, nuovi spunti per occuparsi della vicenda scudocrociata vengono forniti da Gianfranco Rotondi, "uno degli ultimi democristiani praticanti", secondo il servizio che il Tg1 (con Andrea Bovio) giusto oggi ha dedicato all'ultima - per ora - puntata della storia. 
Non più tardi di mercoledì 5 giugno Rotondi, eletto deputato di Forza Italia in quota Rivoluzione cristiana, aveva fatto arrivare ai media una dichiarazione che suonava come la presa d'atto di una sconfitta: "Inutile far finta che non sia successo niente: la nostra linea era di costruire la Dc nel Ppe, il risultato è che tutti assieme abbiamo fatto il 9% e i voti sono tutti di Berlusconi. Mi assumo le mie responsabilità, per piccole che siano, e passo la mano". Aveva così reso pubbliche le proprie dimissioni dalla guida non di Rivoluzione cristiana, partito la cui attività era stata sospesa già ad agosto dell'anno scorso, ma della Democrazia cristiana, fondata il 25 ottobre 2004 ad Avellino, ribattezzata otto mesi esatti dopo - il 25 giugno 2005, giorno dell'assemblea di lancio all'hotel Summit di Roma con Paolo Cirino Pomicino e altri big Democrazia cristiana per le autonomie, operante sino al 9 febbraio 2008 (giorno in cui il consiglio nazionale scelse di aderire al berlusconiano Popolo della libertà) e "congelato" dal 13 dicembre dello stesso anno (quando lo stesso organo decise la sospensione delle attività in vista della fondazione del Pdl come partito) al 31 agosto 2018, quando toccò appunto alla Dca (ribattezzata di nuovo Dc) essere "ridestata" per prendere il posto di Rivoluzione cristiana.
A quanto pare, però, la vita della "scongelata" Dc - ex Dca è durata poco più di nove mesi: dopo le dimissioni di Gianfranco Rotondi, sarebbe arrivata la decisione di una nuova svolta, che anche stavolta ha la forma della sospensione dell'attività partitica (ormai lo si è capito, che un partito italiano si sciolga sul piano giuridico è un evento più unico che raro, anche per difficoltà giuridiche non di poco conto). Nessun successore di Rotondi alla presidenza, dunque, ma un percorso diverso, illustrato in una conferenza stampa - con al fianco Giampiero Catone, da tempo vicino a lui e prima ancora a Buttiglione - tenutasi stamattina a Pescara, la stessa città in cui si era data notizia a fine agosto del 2018 del "risveglio" di una Dc (e non certo "della" Dc storica, ma i frequentatori assidui di questo sito non hanno bisogno di sentirselo dire) e in cui secondo Rotondi sarebbe nata la storia proprio di quella Dc (che, pur nata in Irpinia, presentò le sue prime liste nel 2005 proprio alle regionali in Abruzzo, oltre che in Piemonte, Marche, Campania e Puglia; il seggio abruzzese, peraltro, non uscì a Pescara ma a Chieti).
Vista la delicatezza della materia, è meglio rivolgersi direttamente all'interessato e cercare di capire con lui come sono andate le cose.

Rotondi, nemmeno il tempo di far scongelare la "sua" Democrazia cristiana e, dopo qualche mese, è già il momento di rimetterla in ghiaccio?
Ma no, il progetto continua, è solo un modo diverso di proporlo. In questi mesi abbiamo fatto delle "prove tecniche di trasmissione", presentando liste dei due partiti democristiani - Udc e Democrazia cristiana - "riannodati", con lo scudo crociato: in Abruzzo si è sfiorato il 3%, in Piemonte l'Udc-Ppe ha preso l'1,15%. 
E che ne pensa?
Parlando al di fuori di tutti i convenevoli politici, se avessimo avuto una Forza Italia in salute, con il 20% anche solo di qualche anno fa, poteva starci una Dc-Udc lievito del grande panettiere Berlusconi, sarebbe andata bene così. Ci siamo però trovati di fronte però a un fatto nuovo: non solo la Dc non ha sfondato - quelle percentuali sono quelle che ho fatto io dopo che nel 2004 avevo lasciato l'Udc - ma abbiamo assistito al disastro di Forza Italia, con il suo 9% scarso alle europee che oggi nei sondaggi è ancora più basso, poi Toti che va verso la scissione e chissà cos'altro. Di fronte a questo scempio, col nuovo bipolarismo populista e il centro soffocato in culla, da dirigente politico mi sono posto il problema di cosa fosse più giusto fare della Dc e, in condivisione con gli amici di questo lungo percorso, mi è venuta l'idea di trasformarla in fondazione, o meglio, di mettere il simbolo fuori dal mercato elettorale, facendo un passo indietro e invitando tutti a darci una regolata: l'aereo centrista viaggia a rotta di collo verso lo schianto, al più si può discutere se finirà in mare o sulla terraferma, ma che l'aereo sbatta è chiaro, quindi ho voluto provocare un piccolo shock.
Quali passaggi sono stati fatti in questi giorni, "con tanto di atti sottoscritti dal notaio", come recita una nota diffusa una manciata di ore fa?
Chiariamo bene quest'aspetto, che a noi due è chiaro ma forse alla gran parte delle persone sfugge. Occorre calarci nell'ottica di cosa sia un marchio politico: di quale simbolo e di quale nome parliamo? Il nome è quello della Democrazia cristiana, cosiddetta "delle autonomie", che è l'unico uso legittimo di quell'antico nome che sia stato fatto nella vita politico-elettorale italiana dopo la "fine" della Dc nel 1994: questo perché non viene da favolette ben inventate di fantomatiche sentenze che non esistono, ma da un'autorizzazione rilasciata dal Partito popolare italiano a me nel 2004. Io fui autorizzato a usare quel nome per il mio partito, tant'è che io l'ho costantemente usato, hanno provato in molti a farmi causa per questo ma io ho sempre vinto.
E il simbolo?
Il simbolo di cui parlo, invece, è lo scudo crociato che nel 1995 Rocco Buttiglione ricevette con i "patti di Cannes" e che è stato usato dal Cdu, partito guidato da Buttiglione [di cui Rotondi è tuttora tesoriere e legale rappresentante]: la mia Dc e il Cdu sospendono le attività e devolvono i propri segni distintivi a una fondazione, che nel caso specifico è la Fondazione Fiorentino Sullo, di cui io sono e resto presidente e che avrà come direttore del comitato scientifico il professor Buttiglione. La mia Dc, dunque, devolve alla fondazione il nome, il Cdu devolve il simbolo: preciso che stiamo parlando di segni distintivi in un'ottica civilistica, dunque i rispettivi soggetti politici sono titolari dei segni che devolvono; non parliamo affatto di un uso elettorale, che noi escludiamo perché crediamo di più in un'operazione sul terreno culturale. Che poi ci siano altri partiti, a partire dall'Udc, ma anche le Dc di Renato Grassi e di Angelo Sandri - per dire un paio - che usano lo scudo crociato, sia pure in forma diversa, noi non lo contestiamo, ognuno resta libero di fare come crede; in termini politici pensiamo però occorra fare un passo in avanti, cioè non tenere in vita i partitini, tra i quali ormai c'è anche Forza Italia, ma avere un'ambizione più grande: creare un centro forte. La Germania ha galoppato fin qui grazie a un centro forte, in Europa il centro forte esiste e la traina: e se l'Italia arretrasse proprio perché non c'è più la Dc o, comunque, un centro forte?
Mi scusi, ma penso sia opportuno chiarire meglio alcuni passaggi. Non ne ha parlato, ma immagino che alla fondazione sia stato devoluto anche il simbolo della Dc - ex Dca, dunque quello con le bandiere italiana ed europea sventolanti...
Esattamente, è stato devoluto tutto, di fatto e in parole povere i partiti hanno chiuso bottega [anche se, almeno per la Dc-Rotondi, è molto presto per parlare di liquidazione o scioglimento, ndb].
Di liquidazione del Cdu lei però aveva iniziato a parlare già a metà agosto dell'anno scorso, sbaglio?
No, ma noi abbiamo in questo caso rivolto a tutti gli amici, iscritti, dirigenti e parlamentari del Cdu l'invito a entrare nella Fondazione Sullo, continuando la loro attività in quella sede.
Ora, posto che la "sua" Dc e il Cdi hanno ceduto i propri segni distintivi e non quelli storici della Dc (per quanto simili possano essere), mi spiega come fa a cedere alla fondazione un nome di cui ha avuto il riconoscimento dell'uso esclusivo, ma di cui non è titolare, visto che la proprietà della denominazione "Democrazia cristiana" è tuttora del Ppi - ex Dc rappresentato da Luigi Gilli e Nicodemo Oliverio (come si legge nel loro atto e anche nell'atto costitutivo della "sua" Dc)?
Beh, diciamo che esiste ormai un uso plurale del nome. Certo, il nome è in campo al Ppi - ex Dc, poi esiste l'uso fatto dal nostro partito, consolidatosi nel tempo, perché quando un partito presente in Parlamento utilizza il nome di fatto gli appartiene, vale come il simbolo; ci sono poi varie associazione, come quella di Sandri e quella di Grassi che citavo prima e che, a torto o a ragione, hanno finito anch'esse per consolidare un uso corrente del nome. Come dicevo, non è nostra intenzione andarglielo a contestare, non ci importa nulla perché noi facciamo un'altra cosa. 
D'accordo, però allora diciamo che alla Fondazione Sullo lei conferisce la titolarità dell'uso legittimo del nome, non la titolarità del nome in sé: sembrerà pure una questione di lana caprina, ma non lo è...
Diciamo che concediamo alla fondazione un uso non elettorale: quell'ente, se si mettesse in testa di fondare un partito, non lo potrebbe fare, perché andrebbe a confliggere con accordi precedenti che io e lei conosciamo bene.
Tornando ai segni distintivi, è curioso notare che nell'atto costitutivo della "sua" Dc si fosse identificato come simbolo "un cerchio con fondo blu scuro, con al centro uno scudo crociato con la scritta 'Libertas' e intorno, sotto lo scudo, la dicitura 'Democrazia cristiana'". Quel simbolo però, solo descritto e non allegato all'atto, non si è mai visto, o sbaglio?
Eh no. Vede, inizialmente si era immaginato un primo simbolo che contenesse uno scudo crociato con sette punti di differenza rispetto a quello dell'Udc, così da superare la prova di confondibilità, perché in quel modo sarebbe stato approvato dalle varie commissioni. Decidemmo però poi di non usare quello scudo, perché quella confusione avrebbe potuto danneggiare l'Udc ma anche noi: per questo ci siamo limitati a chiedere al Ppi di legittimare il nostro uso del nome e niente di più, utilizzando poi la prima versione del simbolo con le due bandiere, giusto un po' meno sventolanti [che erano a loro volta state mutuate dai Cristiani democratici europei di Stefano Pedica e Alessandro Meluzzi, ndb].
Eppure, in occasione delle elezioni suppletive del 2005, al Viminale era stato depositato un simbolo che nella parte superiore era quasi identico al precedente, ma sotto c'era effettivamente uno scudo crociato, ma solo stilizzato, tracciato a pennello.
In effetti fu un tentativo portato avanti dal compianto senatore Gianni Prandini, che volle provare comunque a introdurre uno scudo crociato nel simbolo: fu una specie di test, cui però nessuno di noi credeva granché. Uno dei nostri provò a utilizzarlo, ma non fu mai il nostro simbolo [anche perché risulta che sia stato ricusato dal Viminale e sostituito con l'emblema ufficiale, ndb]. 
Fu in compenso molto simpatico un emblema che apparve alle elezioni regionali in Calabria di quel 2005: il nome era lo stesso, ma c'era una stilizzazione della balena dai contorni bianchi, il tutto su fondo azzurro e con la scritta "Ecologisti democratici". Eravate sempre voi?
In effetti sì, anche se in realtà si trattava della componente dei Verdi Verdi - Verdi Federalisti, che ci aveva concesso proprio tra febbraio e aprile del 2005 di formare una componente autonoma alla Camera con il nome "Ecologisti democratici" [perché Verdi Federalisti non sarebbe stato accettato dalla Federazione dei Verdi, ndb]. Loro pensavano di avere un certo radicamento locale, ma in effetti arrivarono poche manciate di voti.
Poi venne il tempo delle autonomie, anzi, della Democrazia cristiana per le autonomie: era stato solo un modo per evitare di essere accusati di confondibilità dagli altri soggetti che detenevano o ritenevano di detenere il nome originale?
Assolutamente no: fu un bidone che ci tirò il simpatico futuro presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo. In vista delle elezioni politiche del 2006 disse che avrebbe fatto la lista insieme a noi, ma fece capire che per allearsi sarebbe stato necessario cambiare il nome, visto che lui aveva il suo Movimento per l'autonomia in Sicilia. Fin dal giugno 2005 noi cambiammo il nome, in quell'assemblea fondativa intervenne anche Lombardo, poi lui a febbraio del 2006 si alleò sì con la Casa delle libertà, ma fece un cartello con la Lega Nord. In pratica facemmo un matrimonio per il quale cambiammo il cognome, ma perdemmo lo sposo... e mi creda, quel cambio di nome ci fece male, anche sul piano dei contenziosi giuridici che avevamo in corso.
Tornando al matrimonio più recente, possiamo dire che gli atti compiuti in questi giorni sono la prosecuzione del cammino iniziato un anno fa, quando il Cdu aveva ceduto il suo simbolo alla Fondazione Sullo.
Esatto, andiamo semplicemente avanti, non cambia nulla, perché la fondazione farà molto di più di quello che ha fatto il partito: congressi, eventi, corsi di formazione, seminari, investimenti sulla formazione dei giovani. L'unico cambiamento è che quel soggetto non presenterà sue liste: al massimo metterà candidati nel partito del centro che verrà.
Lei ha annunciato la presentazione della fondazione per venerdì 12 luglio, alle ore 15, alla Camera dei deputati. Avrete una sede, magari quella avellinese che l'anno scorso fu al centro di sgradevoli visite indesiderate?
In realtà non avremo sedi fisiche: questa non è una fondazione ricca che può permettersi grandi sedi, anche se rimarrà quella legale di Avellino. Per il resto sarà un luogo virtuale: costituiremo una piattaforma apposita, analoga - pur se con mezzi ben più limitati - a Rousseau, un luogo interattivo cui i soci potranno iscriversi, partecipare, esprimersi, discutere, votare sulle posizioni da prendere. Il grosso del lavoro sarà online e fisico: online per la connessione tra i soci e fisico perché si organizzeranno incontri tra gli aderenti ed eventi attraverso i quali la fondazione si fa conoscere. Aggiungo che prima di questi cambiamenti la Fondazione Sullo nel suo statuto era del tutto "agnostica", mentre nelle nuove regole comuni si è riconosciuto alla fondazione il diritto di sostenere partiti, movimenti e candidati, per cui se ci sarà qualche soggetto meritevole la fondazione potrà democraticamente decidere di sostenerlo.
A breve quindi è previsto il lancio di un sito internet?
Certo, ora la fondazione dovrà adeguarsi a tutte le norme cui le fondazioni devono sottostare: dovrà mettere online i bilanci, le voci di spesa, le carte bollate e ogni altro documento richiesto.
A chi penserà che sia in arrivo un'altra Dc, la risposta sarà no?
Esatto, perché non presenterà liste, si limiterà a sostenere partiti affini. Diciamo che scende in campo una fondazione che punta a riunire davvero per la prima volta tutti i democristiani, che potranno finalmente litigare in santa pace senza essere obbligati a stare insieme in un partito o in una coalizione. La fondazione sarà un luogo di discussione, con questo portale in cui i democristiani potranno esercitarsi nella cosa che riesce loro meglio, litigare appunto.
Questo spazio non poteva essere l'Istituto Luigi Sturzo, che più "campioni di scudo crociato" nel corso degli anni avevano indicato come luogo in cui riconoscersi tutti?
No, perché si tratta di realtà diverse. Lei ha citato un'istituzione culturale, alla quale in effetti abbiamo dato tutti i documenti storici di cui eravamo in possesso; la fondazione è uno strumento di battaglia politica. La lotta non è finita, anzi entra nella fase più bella. Il primo dei nostri interlocutori rimane Silvio Berlusconi, perché è il leader del Partito popolare europeo in Italia; poi ci sono i capi dei due partiti democristiani principali, Lorenzo Cesa e Mario Tassone. Poi ci sono altre persone che mostrano se non altro un interesse e usano un linguaggio democristiano, per cui hanno la nostra attenzione: penso al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per noi molto più interessante di tutto il resto del governo. C'è poi Urbano Cairo, del cui ingresso in politica si parla sempre di più: noi come fondazione saremmo lieti di ascoltarlo e conoscerlo meglio.

martedì 5 novembre 2013

Se Tassone vuole risvegliare il Cdu

A volte ritornano. Qui non si parla tanto dei politici (che, in realtà, ritornano quasi sempre), ma dei partiti. Operano per poco o molto tempo, poi confluiscono in nuovi soggetti e nessuno ne sa più nulla. Sembrano morti, invece sono solo messi “in ghiaccio”, pronti per essere scongelati se serve. Il caso più noto è quello di Forza Italia, ora forse si parla di Alleanza nazionale, ma l’11 maggio a Roma hanno iniziato a svegliarsi dal letargo anche i Cristiani democratici uniti, su impulso di uno dei loro dirigenti, Mario Tassone. E il Cdu vuole riprendere il cammino.
Il partito che fu creato da Rocco Buttiglione dopo la crisi all’interno del Partito popolare italiano nel 1995 avrà dunque una nuova vita? Ce lo facciamo spiegare direttamente da Tassone: a sentire lui, la sua battaglia è di ideali, che ora nell’Udc rischiano di perdersi (anche se ciò gli è costato, a quanto si apprende in rete, una richiesta di espulsione dal partito, che lui ha subito contestato). Una battaglia che però potrebbe portare con sé lo scudo crociato, anche se “il simbolo è importante, ma non indispensabile”.

* * *

Tassone, ormai ha deciso di rispolverare il Cdu: come le è venuto in mente?

Mi è venuto in mente subito dopo che l’Udc ha scelto praticamente di “diluirsi” in Scelta civica, facendo di Monti il riferimento principale del nuovo centro. Pensavo che, cosi facendo, si sarebbe dispersa un’esperienza rappresentata dall’Udc, che si era costituita nel 2002 anche grazie all’apporto del Cdu, che aveva conferito tra l’altro il simbolo.

A studiare i partiti italiani si impara una cosa: scioglierne uno è quasi impossibile, perché ci sono sempre debiti da pagare, crediti da riscuotere, cause ancora in piedi…

Beh, noi nel 2002 dicemmo chiaramente che, anche con la costituzione dell’Udc, il Cdu sarebbe rimasto come associazione. Ora stiamo facendo vivere proprio quella, attraverso un confronto politico e culturale.