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domenica 31 luglio 2022

Le 30 volte (e più) di "Impegno civico" prima di Di Maio e Tabacci

Le liste Impegno civico presentate nel 2022
Che Insieme per il futuro fosse un nome provvisorio, dato ai gruppi legati al nuovo progetto politico di Luigi Di Maio dopo l'uscita dal MoVimento 5 Stelle era stato subito annunciato da Vincenzo Spadafora in diretta tv. Dopo le dimissioni reiterate di Mario Draghi e lo scioglimento delle Camere, più che per il nuovo nome la curiosità era per le scelte di chi aveva seguito Luigi Di Maio: il poco tempo a disposizione per mettere in piedi un progetto di lista e farlo conoscere senza avere ancora creato una struttura solida avrebbe potuto portare a scelte diverse rispetto a un progetto elettorale autonomo. La notizia in base alla quale Centro democratico di Bruno Tabacci, dopo avere permesso a Insieme per il futuro di nascere come gruppo al Senato, avrebbe anche potuto esentare una probabile lista "in condominio" (grazie all'esenzione di cui Cd fruisce in virtù della partecipazione alla lista comune con +Europa nel 2018, anche solo perché +E sarebbe esente anche come partito che ha eletto un deputato in ragione proporzionale, pur se nella circoscrizione Estero) ha riacceso l'interesse verso l'atteso nuova etichetta di Insieme per il futuro. 
Così, dopo l'annuncio di una conferenza stampa per domattina con la presentazione del simbolo e del programma della lista Di Maio - Tabacci, non poche persone tra i #drogatidipolitica avevano fatto scattare il conto alla rovescia, nell'attesa di conoscere meglio le nuove sembianze - anche grafiche - della seconda avventura da "nocchiero elettorale" dell'inossidabile Brown Tabax (absit iniuria verbis, ovviamente: ci si limita a sorridere, riconoscendo il genio quando c'è). Oggi stesso, tuttavia, proprio Di Maio - ospite di Lucia Annunziata a In mezz'ora in più - ha già svelato la nuova etichetta del progetto politico che porterà avanti con Tabacci: Impegno civico. Neanche il tempo di metabolizzare la notizia e sui social sono iniziati i primi rilievi: anche il nome appena scelto, in effetti, non era nuovo, essendo già stato usato a livello locale.

Scegliere nomi e simboli nuovi: un lavoraccio...

Chi frequenta questo sito da poco o molto tempo o ha sperimentato anche soltanto una volta la preparazione di una campagna elettorale amministrativa lo ha imparato: concepire e realizzare un simbolo originale, efficace e che possa stare bene a tutti -  anche quando si è in poche persone - è davvero un lavoraccio e molto spesso non riserva soddisfazioni (soprattutto se il risultato elettorale è inferiore alle attese e spunta qualcuno che, tra le tante cause della sconfitta o della delusione nelle urne, addita anche il fregio elettorale scelto).
Ancora prima, però, è un lavoraccio scegliere un nome altrettanto originale ed efficace per una lista o per un progetto politico: tra i circa 8mila comuni che, in ordine sparso e periodicamente vanno e tornano al voto, chi vuole cercare di evadere almeno in parte dalla tradizione, da piste già battute finisce per tornare sul già sentito, sul già letto. A volte lo si fa di proposito (specie se una formula ha funzionato bene altrove), altre volte il richiamo - anzi, il riciclo - è involontario, perfino inconsapevole. E se quest'eventualità rischio si corre a livello locale, figurarsi a livello nazionale: difficile tenere il conto di quante liste sono già state chiamate in un certo modo o in maniera simile, con il rischio che qualcuno lamenti la copia o che il precedente cui si scopre di somigliare non sia stato proprio luminoso (a causa della sconfitta o di altre circostanze). In fondo è anche per questo che, negli ultimi anni, quasi tutte le nuove forze politiche hanno accuratamente evitato di identificarsi con le parole "partito" o "movimento" (da completare con aggettivi spesso ritenuti generici, poco identificabili), scegliendo piuttosto nomi distanti - almeno in apparenza - dalla tradizione.
Anche Insieme per il futuro, in fondo, voleva essere diverso rispetto alle forze politiche che avevano agito a livello nazionale fino a quel momento. In qualche modo lo era - anche se era arrivata la diffida del soggetto politico di cattolici Insieme, che però a sua volta avrebbe dovuto ammettere la somiglianza almeno con la lista Insieme del 2018... - ma probabilmente non si erano fatti i conti con l'universo delle liste civiche presentate nei vari comuni e non si era speso qualche minuto per una ricerca limitata almeno agli ultimi anni. Com'è noto, questo sito - grazie a una ricerca di chi scrive e di Massimo Bosso - ha identificato 50 liste locali presentate tra il 2019 e il 2022 (elenco incompleto perché in alcuni anni non si sono potuti verificare i comuni di certe regioni, come la Sicilia) denominate "Insieme per il futuro", magari con l'aggiunta del toponimo. Nessun problema di copyright ovviamente, proprio per il numero notevole di precedenti che impedisce di risalire al primo caso, ma non si può dire che la scelta sia stata originale.

I precedenti di "Impegno civico"

Il simbolo casus belli di Marigliano
Di certo chi appartiene alla categoria dei #drogatidipolitica di solito ha buona memoria, per le elezioni cui ha partecipato (votando o candidandosi) e non di rado anche per altre che hanno catturato il suo interesse. Così, poco dopo le 16, su Twitter qualcuno - all'annuncio del nome scelto per il nuovo progetto di Di Maio e Tabacci riportato da un giornalista attento, innamorato della politica parlamentare pur tenendo da tempo l'occhio innanzitutto sul Quirinale - era già in grado di ricordare che almeno un Impegno civico sulle schede era già spuntato: si trattava, per l'esattezza, della lista Impegno civico insieme, presentata a Marigliano in provincia di Napoli nel 2020, con la parola "insieme" che si vedeva assai meno di ogni altro elemento.
A quel punto era inevitabile che scattasse la ricerca, con una precisazione che sembra d'obbligo: chi scrive non ha assolutamente nulla contro Luigi Di Maio, il suo progetto e chi intende seguirlo. "Impegno civico" è un nome positivo, che dovrebbe evocare - tanto a livello locale quanto su scala nazionale - qualcosa di "buono", in ogni sua parola e nel suo concetto complessivo. 
Le liste Impegno civico presentate nel 2021
Si è già detto che non c'era e non c'è nulla di problematico sul piano giuridico nella scelta di un nome usato in tante realtà locali, tanto più che lo stesso Di Maio ha segnalato in più occasioni il legame da cercare con i territori e con i loro amministratori, dai quali si vorrebbe partire per costruire il progetto politico-elettorale. Detto tutto questo, colpisce comunque la scarsa originalità dell'etichetta, che vuole identificare qualcosa di nuovo partendo da un nome che - anche in questo caso - nuovo non è. E se di "Insieme per il futuro avevamo trovato 50 occorrenze negli ultimi quattro anni", "Impegno civico" si è ripetuto almeno una trentina di volte tra il 2019 e il 2022 in altrettanti comuni d'Italia.
Di seguito, dunque, ecco la tabella che riporta i precedenti usi di "Impegno civico", magari integrati con il nome del comune, segnalando anche le varianti che si possono accostare a quell'elenco:    

Le liste Impegno civico presentate nel 2020
(tranne Marigliano e Oneta, già viste)
4 liste nel 2022: Castel San Giorgio (Sa), Cittàducale (Ri), Averara (Bg), Sava (Ta), cui aggiungere la lista Insieme e Impegno civico per Lucca.
6 liste nel 2021: Cenadi (Cz), Ascrea (Ri, con un candidato sindaco che, tra l'altro, si chiamava Marco Renzi e non aveva vinto), Valnegra (Bg: il simbolo non è un errore, è lo stesso visto quest'anno ad Averara, legato alla stessa persona), Barzanò (Lc), San Giorgio Ionico (Ta), San Giovanni Lupatoto (Vr, con Fdi).
6 liste nel 2020: Marigliano (Na), Oneta (Bg, ancora lo stesso simbolo di Averara e Valnegra), Lonato del Garda (Bs), Gemonio (Va), Valperga (To), Eraclea (Ve), cui si può aggiungere la lista Valori e impegno civico a Cascina (Pi).
Vari simboli presentati nel 2019
15 liste nel 2019
: Castiglione dei Pepoli (Bo), Tredozio (Fc), Verucchio (Rn), Veroli (Fr), Ceto (Bs), Orzivecchi (Bs), Vobarno (Bs), Canzo (Co, con Lega), Lomagna (Lc), Maccagno con Pino e Veddasca (Va), Castelsantangelo sul Nera (Mc), Silvano d'Orba (Al), Sangano (To), Roasio (Vc), Carbonera (Tv), cui si può aggiungere la lista Impegno civico condiviso a Costigliole d'Asti (At).

Il nome, dunque, risulta abbastanza frequente, specie in realtà piuttosto piccole (ma non sempre), anche se meno di quanto non fosse "Insieme per il futuro". Quasi certamente, però, il simbolo di Impegno civico che sarà presentato domani non somiglierà affatto a quelli visti qui: unica altra certezza è che conterrà la "pulce" di Centro democratico, per poter evitare la raccolta firme. Per gli altri dettagli, basta attendere qualche ora.

mercoledì 24 marzo 2021

Europeisti, un simbolo poco noto (che rischia di sparire presto)

L'articolo 15 del regolamento del Senato prevede, al comma 3-bis, che ogni gruppo parlamentare debba dotarsi di un proprio regolamento (approvato dall'assemblea di tutti i membri del gruppo), mentre il successivo comma 3-quater aggiunge che le informazioni relative a "ciascun posto di lavoro alle dipendenze del Gruppo" devono essere pubblicate e liberamente consultabili "on line, nel sito internet del Gruppo". Ciò significa, "in soldoni", che ogni gruppo deve avere un proprio sito internet, raggiungibile (anche) attraverso il sito del Senato. Naturalmente lo stesso regolamento non prevede anche l'obbligo per ciascun gruppo di avere un proprio simbolo, anche se di norma il problema non si pone: se le norme che prevedono l'articolazione dell'assemblea in gruppi sono figlie dell'avvento (oltre cent'anni fa, per la Camera) della prima legge elettorale proporzionale a scrutinio di lista e del "riconoscimento" dei partiti, è normale che al gruppo corrisponda il simbolo del partito di riferimento; non è nemmeno raro che possano corrispondere più simboli, qualora il gruppo sia stato costituito unendo le compagini parlamentari di diversi partiti, ognuno con il proprio emblema. In passato, in realtà, è capitato che nascessero gruppi non legati a emblemi di partito (si pensi ai gruppi della Sinistra indipendente, i cui membri erano stati tutti eletti nelle liste del Partito comunista italiano), oppure che esistessero i simboli delle singole realtà presenti in un gruppo, ma mancasse un emblema relativo al nome che il gruppo stesso aveva scelto come denominazione "collettiva" (si pensi ai casi di 
Iniziativa responsabile, poi Popolo e territorio  e di Coesione nazionale nella XVI Legislatura, nonché di Gal - Grandi autonomie e libertà nella XVII Legislatura).
Non è dunque prescritto, né scontato che un gruppo parlamentare (al Senato come alla Camera) abbia un proprio simbolo, anche identico a quello dell'eventuale partito di riferimento o autonomo da questo. Con una visitina ai siti, tuttavia, si possono avere delle sorprese, in particolare sbirciando nel sito del gruppo Europeisti - Maie - Centro democratico. Non appena si viene condotti nel sito https://europeistimaiecd.it, creato alla fine di gennaio, appare infatti subito un simbolo tanto prevedibile quanto sorprendente sotto diversi aspetti. L'elemento più prevedibile, in base al nome scelto, è il fondo blu con le dodici stelle gialle in cerchio della bandiera dell'Unione Europea, così come è gialla la parola "Europeisti", che campeggia in orizzontale poco sopra il diametro del cerchio. 
Non sorprende nemmeno che il simbolo contenga riferimenti - peraltro scritti in carattere piccolissimo - al Movimento associativo italiani all'estero e a Centro democratico, dal momento che proprio grazie a una di queste due formazioni (o a entrambe, ciascuna per la propria parte) il gruppo si è potuto costituire, in base al nuovo testo del regolamento del Senato. Semmai, può stupire un po' di più il fatto che entrambe le forze politiche, a dispetto del loro ruolo significativo nella genesi del gruppo, non abbiano inserito la "pulce" del loro simbolo all'interno dell'emblema di gruppo, anche solo per una questione di visibilità (è vero che il blu-Europa del fondo ricorda un po' i colori del Maie, ma è difficile che sia questo accostamento a venire in mente). La riflessione viene spontanea, se si considera - e qui c'è un altro profilo di sorpresa - che la parte inferiore del simbolo contiene un tricolore in tre puntini: non si tratta ovviamente di una mera citazione della bandiera italiana, ma di un riferimento grafico a Italia23, associazione e progetto politico - e magari pure elettorale, in futuro - rivendicato da Gianfranco Rotondi e guidato da Raffaele Fantetti, presidente del gruppo parlamentare (anche il sito internet dell'associazione Italia23, di cui si può leggere lo statuto, nella grafica somiglia molto a quello, decisamente successivo, degli Europeisti). Ci sono dunque due soggetti politici citati con il loro nome (riconoscibili ma non troppo visibili) e ce n'è uno citato solo in grafica, ma senza il nome: questo potrebbe rendere almeno riconoscibile l'associazione di Fantetti, ma ciò è opinabile visto che sono in pochi a riconoscere quella grafica, quindi sarebbe stato forse più utile citare il nome per ottenere visibilità (al momento, dunque, l'inserimento dei tre puntini sembra più un vezzo, per alludere a un progetto senza citarlo espressamente).
Questo simbolo, dunque, è assai poco noto, ma rischia di restare tale e pure di avere vita breve. Giusto ieri, infatti, attraverso l'Ansa (che a sua volta cita "fonti parlamentari"), si è appreso che la senatrice Tatiana Rojc si appresta a tornare nel gruppo del Pd, lasciato a gennaio espressamente per consentire al gruppo Europeisti - Maie - Centro democratico di raggiungere la consistenza minima di dieci membri (una scelta compiuta "in zona Cesarini", come dimostra l'aggiunta a penna sul foglio con cui si era annunciata la nascita del gruppo, tra l'altro nell'unica riga lasciata vuota a metà dell'elenco, proprio nella posizione che secondo l'ordine alfabetico sarebbe toccata ad Alessandrina Lonardo in Mastella). "La mia casa è il Pd e infatti sono qua per sostenere non solo il segretario ma anche tutto il gruppo dei senatori. Mi riconosco in questo contesto", ha detto Rojc ad Ansa, ma la legge dei numeri è dura: dieci erano i membri del gruppo all'epoca della costituzione e dieci sono tuttora, senza alcun'aggiunta. Ciò significa che, qualora Rojc tornasse nel gruppo del Pd, il gruppo degli Europeisti scenderebbe sotto la soglia minima e, a norma dell'art. 14, comma 6 del regolamento del Senato, il gruppo dovrebbe automaticamente essere dichiarato sciolto e i suoi membri avrebbero tre giorni di tempo per dichiarare il loro gruppo di approdo, venendo in alternativa iscritti d'ufficio al gruppo misto. Se fosse così e, nel frattempo, non si aggiungesse nessuno a quel gruppo, si sarebbe di fronte a una delle vite più brevi per un'articolazione parlamentare e per il suo simbolo, già peraltro poco noto di per sé.

mercoledì 27 gennaio 2021

Nuovo gruppo Europeisti -Maie - Centro democratico al Senato, tra dubbi sul regolamento (e presunte liti sul simbolo)

Nel bel mezzo di una crisi di governo
- conclamata, dopo le dimissioni di Giuseppe Conte e la scelta del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di procedere già da oggi a un giro di consultazioni - e di significativi movimenti all'interno delle Camere, per qualcuno sembrava incredibile che finissero per avere un peso rilevante i simboli dei partiti e che si arrivasse addirittura a discutere su di essi; in queste ore sta invece emergendo proprio questo, ma chi da tempo aveva individuato nella questione dei simboli (intesa tanto come soggettività politica, quanto come partecipazione elettorale) un punto nevralgico - dunque delicatissimo - di alcune disposizioni dei regolamenti parlamentari delle due Camere.

Gruppi che nascono, componenti che si sciolgono

L'ultimo avvenimento rilevante in ordine di tempo è rappresentato dall'annuncio di costituzione di un gruppo parlamentare in Senato, rivolto questa mattina all'assemblea dalla presidente Maria Elisabetta Alberti. Si riporta di seguito quanto si può leggere nel resoconto in corso di seduta:
Onorevoli colleghi, oggi ho ricevuto la seguente lettera: «Illustre Presidente, ai sensi degli articoli 14, 15 e seguenti del Regolamento del Senato, ci pregiamo di comunicarLe che si è oggi costituito il nuovo Gruppo parlamentare denominato "Europeisti-MAIE-Centro Democratico"». I membri del Gruppo sono i senatori Buccarella, Cario, Causin, De Bonis, De Falco, Fantetti, Marilotti, Merlo, Rossi e Rojc, che hanno firmato questa lettera. L'assemblea del Gruppo ha eletto Presidente il senatore Fantetti e Vice Presidente il senatore Causin.
Si tratta dunque di una scelta almeno in parte simmetrica rispetto a quanto è avvenuto nei giorni scorsi alla Camera: vari deputati hanno infatti aderito alla componente del gruppo misto denominata Centro democratico - Italiani in Europa, portandola tra il 13 e il 21 gennaio ad acquisire ben nove membri in più (l'ultima ad aderire è stata Renata Polverini, eletta in Forza Italia, migrata dopo avere votato la fiducia al governo Conte). Il fatto che la componente - che ora, avendo superato la consistenza di dieci membri, potrebbe sopravvivere anche senza il riferimento a Cd, ma questo ovviamente non sparirà - avesse già al suo interno il riferimento agli "Italiani in Europa" (dovuto alla presenza di Alessandro Fusacchia ed Elisa Siragusa, eletti all'estero) non rende nemmeno necessario inserire il riferimento agli "Europeisti" tanto invocato nei giorni scorsi.  
Contemporaneamente, si è leggermente ampliata anche la componente del Maie, cioè del Movimento associativo italiani all'estero, indicata da più parti come soggetto chiave in questa fase, essendo il suo fondatore e leader Ricardo Antonio Merlo sottosegretario dell'esecutivo dimissionario (e in carica per "il disbrigo degli affari correnti"). Proprio ieri, infatti, alla componente del Maie ha aderito Fausto Guilherme Longo, eletto nel 2018 nel Partito democratico in quota Psi. Questa scelta, peraltro, ha avuto una conseguenza immediata: è infatti automaticamente cessata la componente Popolo protagonista - Alternativa popolare - Psi, perché senza Longo erano rimasti soltanto i due deputati ex M5S Gianluca Rospi (fondatore di Popolo protagonista) e Fabiola Bologna, meno del numero minimo di tre che il regolamento di Montecitorio prescrive per le componenti che sostengano di rappresentare un soggetto politico che ha partecipato alle elezioni (in questo caso ciò era stato possibile grazie all'adesione di Rospi ad Alternativa popolare, tuttora esistente).

Il problema dell'interpretazione del regolamento

Al Senato, dunque, sembra essersi ripetuto ciò che è accaduto alla Camera, fatte alcune debite differenze. Innanzitutto la nuova compagine parlamentare sorta a Palazzo Madama unisce appunto in una crasi le due forze che a Montecitorio hanno raccolto elette ed eletti potenzialmente interessati a sostenere (oltre che l'esecutivo dimissionario) un nuovo governo "europeista" in qualità di "costruttori". Secondariamente, al Senato unendo le forze si sono raggiunti i numeri necessari a costituire non una componente (sostanzialmente improduttiva di effetti o quasi a Palazzo Madama) ma addirittura un gruppo, essendo la consistenza minima pari a dieci persone.
Non era certo una novità che si cercasse di andare verso questa soluzione, anche perché ciò - in base a "fonti del Quirinale" - era stato richiesto dalla Presidenza della Repubblica già per rendere più ragionevole il proseguimento del cammino del governo Conte-bis in caso di mutamento della maggioranza; a maggior ragione, un nuovo e diverso esecutivo mostrerebbe un respiro e una solidità maggiori se fosse sostenuto da gruppi parlamentari definiti e non da un numero nutrito di elette ed eletti facenti parte del gruppo misto. Allo stesso modo, non era difficile immaginare che si puntasse a costituire un gruppo, sia per i vantaggi in termini di risorse legati a quella condizione, sia soprattutto per pesare di più nell'organizzazione dei lavori di aula e nelle commissioni. 
In tutto questo, però, c'è un passaggio problematico che si era già messo in luce qualche giorno fa quando era nata la componente del misto Maie-Italia23 (quest'ultima, a proposito, con il nuovo gruppo è già sparita, non essendo stata nemmeno integrata nella denominazione del gruppo; il presidente del neogruppo parlamentare, in compenso, è Raffaele Fantetti, che di  Italia23 era il referente). Non si capisce, infatti, come la nascita del gruppo Europeisti -Maie - Centro democratico possa essere avvenuta a norma degli artt. 14 e 15 del regolamento del SenatoCome si è detto pochi giorni fa, Il Maie ha in effetti presentato liste con il proprio contrassegno (nella circoscrizione Estero, nelle due ripartizioni americane) e al Senato ha eletto proprio Ricardo Merlo, come chiede l'art. 14, comma 4, primo periodo del regolamento. L'articolo 15, comma 3 dello stesso regolamento, tuttavia, non consente di creare nuovi gruppi in corso di legislatura, in ossequio allo spirito con cui quegli articoli erano stati modificati, cioè non agevolare la frammentazione e le scissioni in corso di legislatura: le uniche eccezioni sono previste per la costituzione del gruppo delle minoranze linguistiche e - questo interessa qui - per le compagini di almeno dieci senatori che corrispondano "a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati" (art. 14, comma 4, penultimo periodo). 
Ora, questa condizione non sembra esistere per il Maie, perché nella circoscrizione Estero non è prevista la possibilità di creare collegamenti tra liste (la competizione è proporzionale tra liste concorrenti); né, del resto, il suo contrassegno elettorale era composito, dunque non poteva dire di avere partecipato "unito" ad altra forza politica. Se ci si limitasse alla lettera del regolamento, dunque, il Maie non avrebbe titolo per "trainare" la costituzione del gruppo. Questo in parte può apparire ingiusto, se si considera che Merlo - lo si diceva - è stato eletto proprio col simbolo del Maie, mentre quando nel 2019 si consentì la nascita in corso di legislatura del gruppo Italia viva - Psi lo si fece grazie all'elezione di Riccardo Nencini che, pur essendo anche candidato in una lista proporzionale di Insieme Italia Europa - Psi - Verdi - Area civica, era stato eletto in un collegio uninominale, dunque non in diretta e sicura espressione di quella lista: si trattò dunque di una non lieve forzatura regolamentare, forse ammessa proprio perché altrove Nencini era comunque candidato in una lista. Qui, tuttavia, sarebbe stato necessario superare una disposizione scritta in modo piuttosto netto, anche se non si può escludere che chi l'ha scritta - in verità non proprio bene - non volesse precludere agli eletti all'estero la possibilità di formare un proprio gruppo (magari "omogeneo" quanto all'area di elezione, immaginando un collegamento certo non esistente ma legato appunto alla circoscrizione), senza volerli penalizzare per la mancata previsione dei collegamenti in quel sistema elettorale. Per superare l'interpretazione strettamente letterale, tuttavia, sarebbe stato opportuno sottoporre la questione alla Giunta per il regolamento (in cui, peraltro, in questo momento prevale l'opposizione al governo dimissionario): questa in effetti è stata convocata per oggi alle 12 e 30, ma per un'altra questione non secondaria, cioè per discutere di "Questioni interpretative relative alle componenti politiche del Gruppo Misto" (un tema su cui si tornerà non appena sarà disponibile il resoconto). 
Dal momento però che la denominazione del gruppo è composita, è giusto domandarsi se Centro democratico sia dotato dei requisiti per consentire la formazione del gruppo. La risposta, anche qui, non è scontata: se si ritiene che l'art. 14, comma 4, primo periodo debba valere in qualunque momento si costituisca il gruppo, allora i requisiti non li avrebbe nemmeno Cd, perché pur avendo partecipato alle ultime elezioni politiche non ha eletto nessuno in Senato (l'unica eletta della lista +Europa - Centro democratico è Emma Bonino, che non fa parte del gruppo in questione e comunque è legata a +Europa, non al partito di Bruno Tabacci). Se invece si ritiene che il gruppo si sia costituito a norma del solo art. 14, comma 4, penultimo periodo (per cui "E' ammessa la costituzione di Gruppi autonomi, composti da almeno dieci Senatori, purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati"), allora si dovrebbe sostenere che Centro democratico, avendo partecipato alle elezioni unito a +Europa e collegato ad altre liste, per ciò solo avrebbe titolo per consentire la formazione di un gruppo composto da almeno dieci senatori, qualunque sia la loro provenienza. 
Si spiegherebbe così la dichiarazione di Gregorio De Falco che ha detto come sia stato "depositato il simbolo di Centro democratico": si possono "tradurre" queste parole nella dichiarazione di Cd per cui il gruppo rappresenterebbe quel partito (cui De Falco aveva chiesto di aderire). Si tratta a questo punto di una lettura plausibile, che però appare di nuovo in contrasto con lo spirito contrario alla frammentazione con cui si era proceduto alla riforma del regolamento nel 2017. Rispetto al gruppo di Italia viva - Psi, in effetti, il gruppo Europeisti - Maie - Centro democratico presenta il pregio di non essere nato al solo scopo di dare visibilità a un partito neocostituito che diversamente non avrebbe potuto formare un gruppo: qui si avrebbe un gruppo di Maie e Cd, forze già esistenti, allargato a soggetti europeisti. Rovescio della medaglia, tuttavia, è che - al di là di chi poteva dirsi rappresentante del Maie in origine - qui l'omogeneità partitica è ridotta pressoché allo zero. 
In più, volendo portare avanti la lettura che sembra aver consentito la costituzione di questo gruppo, si deve ammettere che a questo punto qualunque partito abbia partecipato alle elezioni "unito o collegato" (Verdi, Unione per il Trentino, L'Italia è popolare, Italia dei valori, Udc...) potrebbe consentire la nascita di un nuovo gruppo, anche senza aver eletto nessuno al Senato: basterebbe che uno o più eletti aderissero a quella formazione per far dichiarare a questa che il gruppo ne è espressione. Si avrebbe, di nuovo, una situazione che agevola la frammentazione e somiglierebbe tanto a quella "nascita eterodiretta" delle componenti del gruppo misto della Camera contro le quali Salvatore Curreri si è scagliato tante volte (a partire dal caso 10 volte meglio).

Litigare sull'inserimento di un nome/simbolo... o no?

In tutto ciò, secondo Adnkronos ci sarebbe stato spazio anche per accapigliarsi sulla presenza di un nome all'interno del gruppo appena costituito. Si è infatti notato che nella nuova compagine non c'è uno dei nomi che con più insistenza era stato fatto nei giorni scorsi, quello di Alessandrina Lonardo, nota come Sandra Lonardo Mastella. L'assenza sarebbe stata legata, secondo quanto l'agenzia avrebbe appreso "
da fonti parlamentari della maggioranza" a "un acceso botta e risposta con Mariarosaria Rossi sul simbolo del costituendo gruppo": posto che un gruppo non ha certamente un simbolo, la questione avrebbe potuto riguardare casomai il nome da adottare, già piuttosto composito (ma certo molto più sobrio di quanto si è visto in passato con Grandi autonomie e libertà o Iniziativa responsabile). Tornando alle voci riportate da Adnkronos, "Lonardo avrebbe voluto inserire accanto al logo del Maie e del Centro democratico anche il suo simbolo ‘Noi campani’ con cui si era presentata alle ultime regionali in Campania a sostegno di De Luca ma l’ex forzista Rossi si sarebbe opposta. Al punto di minacciare di lasciare il tavolo delle trattative, rischiando, con un senatore in meno necessario a creare il gruppo come da regolamento, di mandare tutto all'aria. Alla fine, ad avere la meglio [...] sarebbe stata Rossi", la quale peraltro ha smentito nettamente queste voci. L'unico fatto è che Lonardo non fa parte del gruppo, quindi è stato necessario un inserimento ulteriore: si spiega anche così la presenza di Tatjana Rojc, fino a ieri parte del gruppo Pd.
Ovviamente #sischerza
Qui non interessa sapere se effettivamente quelle tensioni ci siano state o meno: ci si limita a riportare quanto detto dalle agenzie e la stessa smentita. Nella consapevolezza che Lonardo avrebbe avuto la legittima aspettativa di veder messa in luce la sua forza politica attuale (in futuro Meglio noi?), visto anche l'impegno dichiarato a favore della costruzione di una nuova maggioranza come "costruttrice"; non è da escludere, allo stesso modo, che altri soggetti - non necessariamente Rossi - avessero invece interesse a non far figurare forze minori nel nome ufficiale del gruppo, col rischio magari di doverne mettere altre e ricreare una denominazione chilometrica come in passato, che mettesse in luce l'eterogeneità del gruppo (ponendo a rischio magari la rappresentanza di Centro democratico).
In tutto ciò, che sia vera o meno la storia del litigio sul simbolo di Noi campani, l'unica certezza sembra essere la scarsa efficacia delle nuove norme regolamentari antiframmentazione. Si ammette che l'hanno contenuta, ma è un dato di fatto che, nei due momenti in cui sarebbe stato ragionevole impedire la nascita di nuovi gruppi secondo lo spirito originario delle norme, si sono trovate interpretazioni o soluzioni politiche che l'hanno comunque consentito, per giunta senza troppe spiegazioni. L'11 ottobre 2017 Luigi Zanda, in Giunta per il regolamento, illustrando le "norme antiframmentazione in materia di costituzione dei Gruppi parlamentari" aggiunte all'art. 14, precisò: "ciascun Gruppo, composto da almeno 10 senatori, dovrà infatti rappresentare un partito o un movimento politico che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con il medesimo contrassegno e non sarà più consentita la costituzione successiva di nuovi Gruppi che non abbiano analoghe caratteristiche" (così si legge nel resoconto sommario). Formalmente Psi e Centro democratico hanno partecipato alle elezioni, quindi se ci si limita a questo non ci sono problemi; è altrettanto chiaro però che l'appoggio dell'unico senatore riconducibile al Psi è stato necessario per consentire a Italia viva di emergere come gruppo e non risulta che tra i nuovi componenti del gruppo oggi annunciato ci siano altri iscritti al Cd oltre a De Falco. Bene, se volete; certo non benissimo.

venerdì 27 settembre 2019

Tabacci: "+Europa è finita, tolgo il simbolo di Centro democratico". E ora?

Non concede spesso interviste Bruno Tabacci, ma quando lo fa gli effetti possono essere interessanti. Oggi, per esempio, il Corriere della Sera pubblica una conversazione del deputato con Paola Di Caro, nella quale contemporaneamente certifica e determina la fine di +Europa. La certifica perché, secondo Tabacci, la decisione di Emma Bonino di porsi all'opposizione del secondo governo Conte ha spaccato la rappresentanza parlamentare di +Europa e lo stesso partito; la determina - almeno politicamente - perché Tabacci in qualche modo si sfila, annunciando che toglierà a +Europa il suo simbolo. Quello di Centro democratico, ovviamente.
L'intera questione merita un po' di attenzione. Tabacci nell'intervista sostiene che la scelta di Bonino di negare la fiducia all'esecutivo in Senato è stata "un incomprensibile suicidio", mentre gli eletti di +Europa alla Camera (Alessandro Fusacchia, Riccardo Magi e lo stesso Tabacci) avevano optato per il sostegno al governo. Per lui ci sarebbe "solo da festeggiare perché Salvini si è messo fuori gioco e l'Italia ritorna in Europa da protagonista", invece andare all'opposizione "dove ci sono solo i nemici dichiarati dell'Europa" di fatto segna la fine del progetto di +E, anche perché gli elettori sarebbero disorientati e delusi da questa spaccatura.
Il fatto è che il 2 settembre, una settimana prima del voto di fiducia al nuovo governo Conte, la direzione di +Europa aveva deliberato di porsi all'opposizione dell'esecutivo, pur pienamente legittimo, "con uno spirito di critica chiara e costruttiva e di leale collaborazione sulle misure di riforma economica, civile, politica e istituzionale" ritenute condivisibili e utili, visto che non c'era stata la discontinuità richiesta dal partito nelle dichiarazioni di Conte e delle forze politiche della nuova maggioranza. Il tutto pur sottolineando che nella stessa direzione di +Europa c'era e c'è "una pluralità di posizioni e di sensibilità", che però non ha impedito di produrre una posizione ufficiale del partito. Evidentemente quella pluralità di posizioni si è riflettuta nelle scelte della rappresentanza parlamentare di +Europa: Tabacci prende atto che per i tre quarti (tre eletti su quattro) si è votato a favore della fiducia, col solo dissenso di Bonino; si deve registrare anche, tuttavia, che quella maggioranza ha votato in difformità rispetto alle decisioni del vertice del partito.
Che +Europa sia in seria difficoltà è vero, dunque, ma non solo per la decisione di Emma Bonino. Le prime frizioni, del resto, erano iniziate dopo il congresso fondativo del partito, alla vigilia del quale Marco Cappato di Radicali italiani sembrava favorito per la guida di +E, mentre alla fine era prevalso Benedetto Della Vedova con il sostegno determinante di Bruno Tabacci. Anche dopo il buon risultato delle europee - con il 3,09% ottenuto anche grazie al sostegno di Italia in comune e Psi, benché insufficiente a superare la soglia di sbarramento - non è andato tutto per il meglio: qualcuno ha sentito il bisogno di ricordare in piena estate che "Radicali italiani è un soggetto autonomo e non è federato a +Europa", il che è vero ma è altrettanto vero che, sempre in base all'atto costitutivo, Radicali italiani, assieme a Forza Europa, a Centro democratico e, come singolo, a Gianfranco Spadaccia, risulta come soggetto fondatore di +Europa (e anche se poi con il congresso il partito vive naturalmente di vita propria, ciò che si decide all'inizio non è privo di valore) Quell'affermazione apparsa su Facebook era segno, dunque, che la situazione non era buona, già prima del voto in Parlamento.
Oggi, a tutto questo, si aggiungono le affermazioni di Tabacci che non sembrano solo una presa d'atto della fine di +E: "Ho creduto talmente tanto in quel progetto da esserne il padre, come Emma ne è stata la madre. Ho messo a disposizione di +Europa il nostro simbolo per consentire alla lista di esistere, perché per loro raccogliere le firme per presentarsi alle elezioni del 2018 e con la legge attuale sarebbe stato impossibile. Ora quel simbolo lo tolgo". Una decisione irrevocabile, come spiegato a Di Caro, perché il nome e il logo di Centro democratico non siano accostati a un partito che pur chiamandosi +Europa si mette all'opposizione insieme a nemici dichiarati dell'Europa, quando sarebbe servita la "disponibilità a stare davvero insieme e ibridarsi".
Al di là dell'effetto politico delle parole appena lette, quali potrebbero essere le conseguenze giuridiche della decisione di Tabacci in merito al simbolo? +Europa, è vero, ha potuto partecipare alle elezioni senza raccogliere firme solo grazie alla "pulce" di Centro democratico; una volta che il partito è entrato in Parlamento, tuttavia, quel simbolo non serve quasi più e il suo ritiro non pregiudica certo gli effetti dell'ultimo voto politico. Alle elezioni politiche del 2018, infatti, ha espressamente partecipato la "Associazione +Europa", di cui era legale rappresentante Silvja Manzi (ora lo è Valerio Federico, in quanto tesoriere) e il cui contrassegno appartiene all'associazione stessa (fatta eccezione per la pulce di Cd, di cui è titolare quel partito). Nell'emblema che ha corso alle europee - grazie all'esenzione maturata "in proprio" - +Europa aveva tolto sia il riferimento a Emma Bonino (per la sua indisponibilità a mantenerlo) sia la miniatura tabacciana; l'etichetta di Bonino al Senato è "+Europa con Emma Bonino", mentre solo alla Camera il nome della componente è "+Europa - Centro democratico", proprio per la presenza di Tabacci.
Al momento, l'unico effetto che potrebbe avere la decisione sul simbolo di Centro democratico sarebbe la sparizione del nome dalla componente del gruppo misto di Montecitorio; dal momento che però alle elezioni ha partecipato ufficialmente +Europa, nulla cambierebbe e la componente rimarrebbe correttamente in piedi. Tabacci potrebbe rimanervi, anche se dovesse abbandonare il partito. Il discorso cambierebbe - e non poco - se Tabacci, ritirando il simbolo, volesse lasciare anche il gruppo di +Europa (per approdare in un altro gruppo o anche semplicemente restare nel misto, diventando evidentemente ancora di più l'eroe dei fan della pagina Facebook +Tabacci): perché una componente del misto possa (r)esistere, infatti, occorrono almeno tre deputati. A quel punto, la componente di +Europa dovrebbe sciogliersi - con la perdita dei noti benefici in termini di visibilità, tempo di aula, risorse - oppure sperare che almeno un altro deputato entri a farne parte. Se si sciogliesse, ovviamente, i #drogatidipolitica attenderebbero con ansia nuove, imprevedibili evoluzioni.

giovedì 4 gennaio 2018

Centro democratico presta il simbolo a +Europa, due soluzioni in una

Mancano due settimane all'apertura del deposito dei contrassegni per le elezioni politiche al Viminale, ma oggi c'è già una certezza: chi pensava che solo le elezioni europee fossero il regno degli emblemi compositi, fatti essenzialmente per evitare la raccolta delle firme, questa volta dovrà ricredersi. Al contrassegno di Insieme, che utilizza il simbolo del Psi per godere dell'esenzione, è pronto a unirsi anche quello di +Europa con Emma Bonino: il suo contrassegno, infatti, finirà per ospitare la "pulce" del simbolo di Centro Democratico, la formazione guidata da Bruno Tabacci e questo servirà tanto a evitare la raccolta delle sottoscrizioni, quanto a permettere l'apparentamento col Pd e le altre liste che sosterranno gli stessi candidati uninominali anche solo a ridosso della consegna delle candidature, senza dover fare tutto maledettamente in fretta.
La notizia è circolata stamattina, quando è stata diffusa la seguente dichiarazione di Tabacci: 
Stamattina ho riunito gli organismi dirigenti di Centro democratico: metto a disposizione il simbolo per la sfida di Emma Bonino, per recuperare una condizione di libertà, consideriamola una scelta di servizio alla democrazia. Sono rimasto molto colpito dalla vicenda della lista +Europa. Ho deciso di mettere a disposizione il simbolo del centro democratico per recuperare una dimensione di libertà che è fondamentale. Se non ci fosse stata la lista di Emma Bonino saremmo stati tutti più poveri. Circa un anno fa con Giuliano Pisapia ho fatto un tentativo di ricostruire il centrosinistra, soprattutto rispetto a talune autosufficienze e superficialità. Lui ha fatto un passo indietro perché non c'erano le condizioni e forse aveva ragione. Ma adesso è il momento di fare un passo verso la democrazia. Per questo c'ero all'Ergife al raduno degli europeisti con Emma Bonino ed Enrico Letta. 
Bonino, per parte sua, ha commentato così: "È una novità di stamattina, quel che sappiamo è che non siamo più obbligati a partire da domani con le firme. Il gesto generoso e autonomo di Bruno Tabacci ci consente di essere presenti alle elezioni del 4 marzo a parità degli altri ai blocchi di partenza". Sul fatto che il gesto di Tabacci - che di Centro democratico è il presidente nazionale, nonché legale rappresentante - sia stato generoso, non sembrano esserci dubbi; qualche dubbio in più è lecito averlo sull'autonomia di quella scelta (che, naturalmente, è del tutto legittima e produce un risultato auspicato da molti). 
Non si può dimenticare, infatti, che Centro democratico ha potuto ottenere sei deputati alle ultime elezioni, a dispetto del proprio 0,49%, solo grazie all'accordo di coalizione con il Partito democratico: avesse corso da solo, avrebbe dovuto ottenere almeno il 4%, mentre grazie all'alleanza è entrato in Parlamento come miglior lista sotto il 2%. Poiché Bonino e Della Vedova avevano chiesto al Pd di "fare qualcosa", fallito in pieno il tentativo di interpretazioni meno rigide delle disposizioni elettorali e in parte quello di ammorbidirle con un emendamento ad hoc alla legge di bilancio (che ha ottenuto solo il risultato di ridurre le firme necessarie a un quarto rispetto alla norma), i dem sembravano poterli aiutare solo individuando in fretta i candidati e attivandosi subito dopo per la raccolta firme di +Europa; questo però voleva dire accelerare trattative e scelte per le candidature di collegio uninominale e, comunque, sarebbe rimasto poco tempo. 

mercoledì 1 luglio 2015

Realtà Italia nel simbolo di Centro democratico

Non devono averlo visto in moltissimi, ma da qualche parte il simbolo è spuntato e non è sfuggito. E' vero, l'impianto del simbolo di Centro democratico è rimasto lo stesso - per lo meno da quando è sparito ogni riferimento, anche cromatico, all'associazione Diritti e libertà fondata da Massimo Donadi - ma in alto è comparso un elementino nuovo, che merita se non altro di essere registrato. 
Il riferimento è all'espressione "Realtà Italia", scritta in carattere Tahoma blu in alto, sopra al monogramma tricolore del partito (proprio dove inizialmente era la scritta "Diritti e libertà"). Manco a dirlo, non si tratta di un elemento inserito a caso o "per bellezza": Realtà Italia, infatti, è il nome di un partito radicato essenzialmente al Sud e di cui Giacomo Olivieri è il presidente nazionale.
Le due realtà politiche hanno già collaborato di recente: alle ultime elezioni regionali in Puglia, infatti, nel simbolo dei Popolari con Emiliano presidente (oltre all'Udc) il cuore dal bordo pennellato bianco comprendeva proprio le "pulci" di Centro democratico e Realtà Italia. Quel simbolo composito, pur essendo tutto meno che un capolavoro di grafica, ha sfiorato i 100mila voti, pari al 5,88% dei consensi espressi: il tutto si è tradotto nella conquista di tre consiglieri regionali, nemmeno poco alla fine dei conti. 
Difficile dire quanto di quel risultato fosse da attribuire alle singole componenti del cartello, in ogni caso Cd e Ri hanno scelto di continuare la loro strada comune: è stato lo stesso ufficio stampa nazionale di Centro democratico a informare di un incontro romano di alcuni giorni fa tra il segretario di Cd Bruno Tabacci e il suo collega di partito Angelo Sanza, da una parte, e i dirigenti di Realtà Italia Olivieri e Alfredo Borzillo, dall'altra. Analizzato il soddisfacente risultato pugliese, il passo ulteriore è stato quasi automatico, con la scelta "di avviare la costruzione di un nuovo assetto politico-organizzativo di Centro democratico, prevedendo la presenza di un richiamo esplicito di Realtà Italia nel simbolo nazionale di Centro democratico, un rafforzamento del ruolo di Giacomo Olivieri nell'ufficio di Presidenza di Cd e l’ingresso di Alfredo Borzillo nello stesso ufficio di presidenza con l’incarico di nuovo responsabile regionale per la Puglia di Centro Democratico”. Non si può certo parlare di scioglimento di Realtà Italia (è una parola che va usate con cautela), ma probabilmente di adesione o federazione sì, con il tentativo di costruire qualcosa di più duraturo. Si vedrà se il nuovo cammino comune darà risultati anche in futuro.

giovedì 30 aprile 2015

Il cuore (non proprio spettacolare) dei Popolari per Emiliano

Lo si sapeva da tempo: in Puglia non ci sarà il simbolo di Area popolare perché Nuovo centrodestra e Udc prendono strade piuttosto diverse. Il primo sosterrà Francesco Schittulli assieme ai fittiani (e a Fratelli d'Italia), mentre il partito di Cesa sarà al fianco di Michele Emiliano, dunque del centrosinistra. Gli attuali utilizzatori dello scudo crociato, peraltro, non saranno da soli nella loro corsa, ma riuniti con altre forze sotto la dicitura "Popolari con Emiliano presidente".
L'emblema del cartello - bisogna ammetterlo - è tutto meno che un capolavoro di grafica: al centro, oltre alla "pulce" dell'Udc, ci sono quelle di Centro democratico (ancora con il vecchio arancione) e di Realtà Italia, un movimento politico presente soprattutto nel centrosud e particolarmente in Puglia (nel simbolo ci sono un tricolore sventolante su fondo azzurro e tre sagome bianche di ragazzi abbracciati). Le tre miniature, tuttavia, sono racchiuse all'interno di un cuore blu scuro stilizzato, con il contorno bianco tracciato a colpi di similpennello. E' lecito che gli occhi attenti all'estetica abbiano molte perplessità: certamente questo emblema, in una classifica attenta allo stile, raccoglierebbe pochi consensi. 
Qualcuno potrebbe anche rimanere spiazzato dalla dicitura "Popolari" che sormonta i tre fregi: passi per l'Udc, che della Dc continua di fatto a utilizzare lo scudo, ma le altre formazioni? Poi ci si ferma un attimo a riflettere e si capisce che eventuali dubbi non erano e non sono giustificati: alla guida di Cd c'è Bruno Tabacci, che nelle file democristiane ha lavorato a lungo e così pure Angelo Sanza, che era presente alla conferenza stampa di presentazione del simbolo e ha rivendicato "l’orgoglio dell’appartenenza al centro, il recupero dei valori della nostra storia politica". Quanto a Realtà Italia, il suo responsabile nazionale Giacomo Olivieri pensa soprattutto a chiedere un deciso cambio di passo in Regione ("serve riprogrammare e mettere la persona al centro del programma").
Si vedrà presto la sorte di questo gruppo; chissà che nel frattempo, per quel nome "Popolari", non mastichino amaro i Popolari per l'Italia di Mauro, ciò che (legalmente) resta del Ppi e i piemontesi di Italia popolare, che fanno riferimento ad Alberto Monticone e hanno registrato da tempo come marchio la rilettura del simbolo del Popolari-gonfalone (1995), bloccando Silvio Berlusconi quando avrebbe voluto usare l'aggettivo "Popolari" come nuovo nome della sua creatura politica.

venerdì 5 dicembre 2014

Centro democratico in rosso, senza Diritti e libertà

Mentre le cronache politiche italiane sono dominate dalle discussioni sul Jobs Act, sulla flat tax berlusconiana, sulle manovre legate alla legge elettorale e sul percorso delle riforme che stenta a ripartire seriamente, non sarà sfuggito ai veri "drogati di politica" - etichetta presa a prestito dal lessico dell'amico e collega Livio Ricciardelli - un piccolo cambio grafico, solo in apparenza trascurabile. Perché è difficile considerare tale ciò che riguarda il partito che a febbraio dell'anno scorso ha comunque permesso al centrosinistra di conquistare il premio di maggioranza alla Camera e ha spalancato le porte di un nuovo mandato parlamentare a Bruno Tabacci e a Pino Pisicchio.
E' proprio la loro creatura politica, Centro democratico, a meritare un briciolo di interesse in più e un occhio più attento mentre se ne guarda il contrassegno. Nessun giallo, per carità; semmai, è all'arancione che si deve guardare. Perché non c'è più, infatti, quel colore che tingeva il semicerchio inferiore su cui risaltava in bianco il nome del partito. Ora il colore dominante è il rosso, la stessa tonalità della "C" stilizzata che compone il logotipo in cui si fondono le due lettere della sigla politica.
Un piccolo antipasto, in effetti, lo si era già saggiato qualche settimana fa, in occasione delle elezioni regionali in Emilia Romagna, con la lista Centro per Bonaccini, che a Cd aveva affiancato anche Democrazia Solidale di Lorenzo Dellai. Alle omologhe consultazioni calabresi, invece, il simbolo era rimasto quello delle origini: a parte ospitare il nome del candidato presidente Oliverio, c'era ancora l'arancione ed era ancora al suo posto la dicitura "Diritti e libertà" (il movimento fondato da Massimo Donadi e Aniello Formisano che, alla fine del 2012, aveva contribuito a fondare Centro democratico e nel proprio emblema aveva proprio l'arancione come colore dominante).
La sparizione contemporanea dei due riferimenti grafici potrebbe far pensare all'abbandono della nave centrodemocratica da parte di Diritti e libertà, cosa su cui si vocifera e si smentisce da mesi (specialmente con riferimento alla figura di Stefano Pedica e ai suoi progetti politici - da Cantiere democratico in poi - che lo hanno portato direttamente nel Pd). L'unica certezza di questi giorni, invece, è l'adesione alla Camera di tre deputati di Cd (compreso Tabacci) al gruppo Per l'Italia, che ora si chiama proprio Per l'Italia - Centro democratico e continua a sostenere il centrosinistra (e, in questo caso, il governo Renzi). Forse l'alleggerimento del simbolo serve semplicemente a far risaltare il nucleo dell'emblema, forse si prepara a nuove evoluzioni grafiche. Nell'attesa che qualcuno, ovviamente, se ne renda conto e ne parli.

giovedì 30 ottobre 2014

Emilia, ripescato Centro democratico (che corre con Dellai)

I centristi più inguaribili, sia pure con tendenza a sinistra, stiano tranquilli: il Centro democratico, alle regionali dell'Emilia, ci sarà. La sua presenza sulle schede aveva vacillato dopo che in tribunale a Reggio Emilia i documenti necessari per la presentazione della lista erano stati consegnati in ritardo, in particolare i certificati dei sottoscrittori: essendo Reggio la quinta provincia in cui la lista è presente (le altre erano Bologna, Forlì, Ferrara e Ravenna), sarebbero venute meno le condizioni richieste dalla nuova legge regionale per concorrere alle elezioni.
Il coordinatore nazionale del partito, Pino Bicchielli, ha però fatto sapere che l'ufficio elettorale centrale regionale (presso la Corte d'appello) ha accettato il ricorso presentato da Centro democratico: in effetti il commissario provinciale e presidente regionale Matteo Riva (già Idv e Pane pace lavoro) ha prodotto la ricevuta del comune con cui i certificati risultavano richiesti 11 minuti prima della scadenza del termine e, per l'ufficio regionale, era un tempo sufficiente per fornirli. 
L'esclusione sarebbe stata un vero peccato per il partito di Bruno Tabacci, che alle elezioni comunali di Reggio Calabria aveva raccolto addirittura il 7,5%, potendo uscire pubblicamente come "il partito alleato più forte del Pd nella città dello Stretto" (parole dello stesso Tabacci) e che a questo punto può sperare di mantenere la propria presenza in Assemblea legislativa in Emilia (attualmente è rappresentato proprio da Riva), non limitandosi solo a fare il "portatore di acqua" per Bonaccini. 
In Emilia, il partito rinuncia alla dicitura "Libertà e diritti" che era stata coniata da Massimo Donadi (come pure all'arancione che era legato a quel partito) e mette in massima evidenza l'espressione "Centro con Bonaccini". Il contrassegno rappresentato, infatti, è quello di un cartello condiviso con "Demo.S - Democrazia solidale", l'associazione politica che vede come principale esponente Lorenzo Dellai, dopo la sua uscita da Scelta civica e il passaggio breve tra i Popolari per l'Italia di Mario Mauro (ci sono anche Andrea Olivero, altro ex Sc-Pi, e persone legate a Sant'Egidio come Mario Marazziti). Un simbolo vero e proprio l'associazione non ce l'ha, tant'è che nel contrassegno il nome viene indicato con una font diversa rispetto a quella vista sul sito. Ma tant'è, ecco pronto a correre e a misurarsi con gli elettori un altro esperimento centrista, che potrebbe dare qualche frutto. O, forse, preludere a nuove polverizzazioni.

domenica 6 aprile 2014

Scelta europea (e civica) e Ncd-Udc: matrimoni in zona Cesarini

Non fai in tempo ad abituarti ai simboli che sono già stati presentati in pubblico, con tanto di conferenza stampa, che qualcuno si è già adoperato per metterli in soffitta e tirarne fuori di nuovi. In un giorno, per dire, almeno due emblemi possono spuntare dal nulla, a quanto pare dopo trattative serrate e abboccamenti dell'ultima manciata di ore, ed essere pronti per il deposito al Viminale, quando manca davvero poco all'apertura del portone.
Un emblema rappresenta l'esito che in prima battuta si era immaginato per l'area libdem, o per lo meno qualcosa di simile. L'unità elettorale sembrava ormai impossibile, dopo che il tandem Centro democratico - Fare aveva creato la sua Scelta europea, facendo irritare parecchio i montiani che avevano prontamente schierato la loro Scelta civica per l'Europa, annunciando fuoco e fiamme per il "furto" di parte del loro nome. Nelle ultime ore, però, Scelta civica è rientrata nel disegno della lista Alde, al punto che tra le "pulci" di Cd e Fare (stavolta riportato per intero nel nome) ora al posto del tondino con la sigla della famiglia europea c'è proprio l'emblema del partito della Giannini e di Bombassei nella versione originale (non quella presentata pochi giorni fa); visto che è sparito il riferimento all'Alde, prende corpo almeno la sua esplicazione testuale, ingrandendo la dicitura "Alleanza liberali democratici europei". Niente più ricorsi montiani a questo punto e il simbolo (senza bisogno di firme grazie a Cd e Sc) può tranquillamente superare la soglia prevista, contando anche sul sostegno di varie forze minori (da LibMov ad Ali, dal Pli di De Luca fino al Pri).
Problemi di sbarramento si dice siano alla base di un altro rassemblement simbolico più o meno previsto: quello tra il Nuovo centrodestra e l'Unione di centro. C'è chi sarebbe pronto a giurare (e il Mattinale lo scrive direttamente) che il matrimonio temporaneo tra le formazioni di Alfano e Cesa sarebbe dettato esclusivamente dal timore per entrambe di non riuscire a superare la soglia del 4%. L'Udc probabilmente ha pensato ai risultati delle ultime politiche, Alfano non ha dati elettorali in mano ma certamente avrà dei sondaggi: a dispetto delle dichiarazioni fatte, forse, le previsioni di risultato non sarebbero buone. 
Dipenderebbe da questo la scelta di far convivere i due contrassegno, schiacciando nel 55-60% superiore del cerchio il simbolo di Ncd (mantenendo il nome di Alfano) e inserendo al di sotto il segno dell'Udc, con lo scudo crociato in primo piano e le due vele al di sotto, quasi invisibili su un inedito sfondo bianco. Attorno, solamente le sigle azzurrine dell'Udc e della famiglia di riferimento, il Ppe.
Il risultato di questa unione, tuttava, sembra piuttosto deludente e - se rimanesse così - potrebbe concorrere per il premio "Pastrocchio d'oro" di queste elezioni, rischiando di vincerlo. Entrambi gli emblemi risultano profondamente compressi, quasi alterati nel loro risultato. Si salva Ncd più dell'Udc (ma nemmeno troppo), giusto perché il fondo del simbolo di Alfano più o meno è conservato; il bianco della parte inferiore invece rende l'area di Cesa decisamente cheap, quasi che il grafico intervenuto avesse particolare fretta o come se il risultato non convincesse nemmeno lui. In generale, c'è un'idea di precarietà che non aiuta: ora probabilmente il 4% non è in discussione, ma i risultati che arriveranno non saranno senz'altro merito del simbolo, di rara bruttezza.

martedì 25 marzo 2014

La Scelta civica che guarda all'Europa


Saltata la lista unica dell'Alde, Scelta civica non poteva certo stare a guardare: proprio oggi è stato presentato il nuovo emblema che correrà alle elezioni europee per rappresentare in modo più solido l'area liberaldemocratica.
Si tratta naturalmente di una variazione dell'emblema già noto, presentato alla fine di dicembre e "stabilizzatosi" nell'autunno, con la scomparsa del cognome di Monti e la maggior evidenza data alla dicitura "per l'Italia". Questa volta, visto il contesto europeo, la dicitura diventa inevitabilmente "per l'Europa" e il cerchio viene marcato da una corona blu, con le consuete dodici stelle disposte a semicerchio, tanto per marcare ancora di più la vocazione europeista. Bastano però il nome noto e il nastrino a evitare la raccolta delle firme.
A presidiare l'area libdem provvedono invece le parole collocate nella parte alta della corona: "liberali democratici riformatori". Certamente l'addio dei Popolari per l'Italia di Mario Mauro ha facilitato questa declinazione del soggetto politico e farà certamente piacere a quelle forze liberali - come l'Alleanza liberaldemocratica per l'Italia, il Pli e la Federazione dei liberali - che avrebbero visto con molto favore una lista unitaria nel nome dell'Alde e invece si sono ritrovate superate dalla doppia punta Centro democratico - Fare.
Non si dimentichi poi che nel contrassegno nuovo nuovo di quel cartello elettorale spicca la dicitura "Scelta europea", cosa che aveva fatto infuriare subito i montiani. Non è un caso che, nell'emblema ritoccato, l'espressione "Scelta civica" sia decisamente ingrandita, avendo un rilievo molto maggiore: si vorrà evitare che qualche voto prenda vie diverse e - c'è da giurarlo - Sc cercherà concretamente di opporsi in sede di deposito degli emblemi al nuovo nome scelto dal duo Tabacci-Boldrin. Appuntamento al 9 aprile per sapere come andrà a finire.

giovedì 20 marzo 2014

La "Scelta europea" di Tabacci e Boldrin che spiazza (e fa infuriare i montiani)

Le notizie simboliche che si susseguono in questi giorni danno l'ampia dimostrazione - qualora ce ne fosse il bisogno - di una verità molto concreta: l'unione forse non fa la forza, ma andare da soli è un vero suicidio. In realtà era già così anche prima del 2009, se non altro per una questione matematica: nel 2004 le forze politiche italiane potevano dividersi 78 seggi, quando in patria tra Camera e Senato se ne gioca(va)no 945, per cui era più facile ottenere un seggio lì da soli (a patto di superare gli sbarramenti) che non a Strasburgo. Da quando poi i partiti maggiori si sono accordati per introdurre anche per le elezioni del Parlamento europeo una soglia del 4% per accedere alla ripartizione dei seggi, si capisce perché i partiti medio-piccoli tendano tutti a unirsi, nel tentativo di superare l'asticella e accedere a una delle 73 poltrone disponibili.
Così, dopo il tandem (quasi scontato, viste le manovre delle ultime settimane) di Udc e Popolari per l'Italia, ecco presentato il secondo, un po' meno ovvio, di Centro democratico e Fare per Fermare il declino. Le due formazioni presentano un cartello denominato "Scelta europea" (Monti, almeno nel nome, sembra avere fatto scuola, anche se per qualcuno la decisione di usare quell'etichetta sarebbe un vero sgambetto malizioso), che ha come denominatore comune il riferimento alla famiglia europea dell'Alde (quindi i libdem) e il sostegno a Guy Verhofstadt alla guida della prossima Commissione europea. Questa scelta di campo è scritta a chiare lettere sul contrassegno e la cosa non può non lasciare perplessi.
Dal sito di Lettera.43
Già, perché solo poche settimane fa sembrava avviato un percorso comune nel solco dell'Alde tra il Pli di Stefano De Luca, il nucleo originario di Fare ora costituito in Ali - Alleanza liberaldemocratica per l'Italia (con Silvia Enrico e Oscar Giannino) e la Federazione dei liberali di Raffaello Morelli, così come si era immaginato un possibile coinvolgimento di Scelta civica, ormai depurata della parte popolare. E invece finiscono per riferirsi all'Alde un ex diccì come Bruno Tabacci e un ultraliberista come Michele Boldrin, mentre al momento non è dato sapere che faranno gli altri. E se i montiani sono su tutte le furie, perché ritengono che il nome dell'inedito duo sia un "uso surrettizio" della propria etichetta (al punto da essere pronti a opporsi all'ammissione del simbolo), sembra sfumare definitivamente il disegno di un'unica lista Alde italiana.
Nel frattempo, Centro democratico e Fare (che toglie l'espressione Fermare il declino, forse perché sulla scheda sarebbe stata praticamente invisibile e avrebbe dato solo problemi di stampa) sono presenti con le loro pulci nella parte inferiore del nuovo emblema. Particolarmente importante è quella del "compagno Br1", visto che con i suoi parlamentari eletti è in grado di evitare la raccolta firme all'intero soggetto politico. La strada verso il 4%, in ogni caso, è ancora lunga: forse sarebbe stato difficile arrivarci anche con Scelta civica, ma ora la pendenza della salita è ai livelli di guardia. Tabacci e Boldrin lo sanno di certo; nel frattempo, attendiamo il prossimo rassemblement, anche abbastanza avventuroso (sabato si attendono notizie da destra).  

venerdì 28 dicembre 2012

La bandierina democratica di Donadi e Tabacci sul Centro

L'avevano annunciato da giorni, come una sorta di "parto programmato": Bruno Tabacci e Massimo Donadi, alle prossime elezioni, saranno a fianco del Pd con un loro simbolo. Loro, che hanno storie politiche così diverse - Tabacci ex democristiano, ex Udc, fino al passaggio all'Api con Rutelli e Ubaldi e ora "battitore libero" del centrosinistra, forte anche dell'esperienza di assessore della giunta Pisapia a Milano; Donadi, per anni tra i più noti esponenti dell'Italia dei valori assieme ad Antonio Di Pietro, ma che poche settimane fa ha sbattuto la porta proprio in dissenso con il leader fondatore e si è portato dietro Formisano, Pedica e altri - si ritrovano uniti in una formazione chiaramente di centrosinistra, che contribuirà in modo manifesto al programma del Partito democratico che dovrà essere incarnato da Pierluigi Bersani.
Il contrassegno sembra almeno in parte parente di quello scelto poco tempo fa dallo stesso Donadi per la sua nuova formazione, Diritti e libertà: il semicerchio inferiore arancione (colore che, a quanto pare, a sinistra va molto di moda) c'era più o meno anche prima, così come è conservato un elemento tricolore, che però stavolta riprende la sigla della nuova formazione, ricordando un po' il logo del Pd. La denominazione del partito di Donadi è comunque presente, ma in una posizione quasi defilata, nella parte alta del simbolo ma con un font molto sottile. 
C'è chi è pronto a giurare che questo accorgimento grafico dipenda dalle lamentele di un'altra associazione preesistente, denominata proprio "Diritti e libertà", attiva nel volontariato e che si è sentita almeno in parte "defraudata" del proprio nome. «Siamo davvero rammaricati - ha detto Donadi -. Ci eravamo affidati a una società incaricata di verificare se esisteva già quel nome, quel marchio. Evidentemente abbiamo sbagliato società. Ma abbiamo anche dato rassicurazioni a queste persone che abbiamo provveduto a cambiare il nome del nostro movimento, visto che ci presenteremo alle elezioni con una lista diversa». Il Centro democratico, appunto.
A voler essere del tutto fiscali, non è proprio nuova nemmeno la sigla appena inaugurata da Tabacci e Donadi: a spulciare l'archivio dei contrassegni presentati dal 1946 in poi, si trovano - a parte ovviamente il Ccd di Casini - un "Movimento centro democratico" alle elezioni per la Costituente, un "Centro democratico" alle politiche del 1979 e del 1983 e un altro, diverso movimento omonimo alle politiche del 1994. Difficile però che quei soggetti possano avanzare pretese sul nome, in questo caso: di tempo ne è passato anche troppo e parentele grafiche non se ne riscontra nemmeno una (tricolore a parte, ma nessuno può farlo interamente suo).
Sono Tabacci e Donadi, casomai, che cercano di mettere una bandierina sul "centro" (non a caso, è la parola scritta con maggiore evidenza sul contrassegno) prima che lo facciano prevedibilmente tutti gli altri. In quell'area politica, infatti, ci sarà il consueto sovraffollamento, irrimediabilmente complicato dalla presenza di Monti, Montezemolo e compagnia centrante: «Il centro non sarà più il luogo delle ambiguità, dove ci si posiziona comodi in attesa di capire da che parte conviene girarsi - scrive ancora Donadi -. Da oggi, c’è una forza di centro che si assume le sue responsabilità». Se centro dev'essere, insomma, che sia almeno democratico: tutti gli altri, montiani compresi, sono avvertiti.