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martedì 30 dicembre 2025

L'avventura e i simboli della politica "verde" raccontati da Suttora

Nel 1987 una formazione politica dichiaratamente ambientalista ed ecologista entrò per la prima volta nel Parlamento italiano, ma i primi eletti erano già arrivati nel 1985 nei consigli regionali e ancora prima in province e regioni; da allora la storia politica dei "verdi" in Italia è proseguita tra alti e bassi, tra successi e difficoltà (sorte anchre durante le loro permanenze in maggioranza o addirittura al governo). Ripercorre quella storia, con molti dati alla mano e inserendola in una cornice giustamente più ampia, un libro pubblicato poche settimane fa dall'editore Neri Pozza, intitolato ovviamente Green (256 pagine, 20 euro): l'autore, il giornalista Mauro Suttora (che questo sito intervistò nel 2016, all'uscita del suo libro su Marco Pannella), ha scelto di raccontare la "storia avventurosa degli ecologisti", con un occhio di riguardo per l'Italia ma ovviamente prestando attenzione alle vicende di rilievo a livello europeo e mondiale per aiutare chi legge a inquadrare correttamente il fenomeno verde, anche nella sua dimensione sociale, oltre che politica (in senso ampio, oltre che legata alle partecipazioni elettorali).
Per i #drogatidipolitica con l'occhio attento alla musica e alla società, non è assolutamente indifferente che il libro - guardando all'Italia - faccia iniziare la storia dall'anno d'incerta grazia 1966, tra Sanremo e Roma. Alla fine di gennaio sul palco del Salone delle Feste Adriano Celentano, che aveva rifiutato Nessuno mi può giudicare (ritenendola inadatta a sé e - a quanto si sa - a Teo Teocoli. ignorando che avrebbe invece sfiorato la vittoria), cantò Il ragazzo della via Gluck: "la prima canzone ecologista d'Italia" venne esclusa dalla finale, in buona compagnia con i brani proposti (tra gli altri) da Lucio Dalla, Gino Paoli ed Equipe 84, in compenso divenne nel giro di poco tempo un evergreen - è il caso di dirlo, visto il tema di cui si parla - a livello nazionale, cantato "per mezzo secolo da ogni scolaresca in gita e da moltitudini di boy-scout attorno ai falò", ma perfino su scala internazionale (basta ricordare la versione in francese di Françoise Hardy). E se a giugno di quello stesso anno si assistette a un simpatico dissing ante litteram (con Giorgio Gaber che incise La risposta al ragazzo della Via Gluckmentre Celentano nel 1969 avrebbe scritto il seguito "bucolico" con La storia di Serafino), più o meno nello stesso periodo Fulco Pratesi lanciò - insieme ad altri membri di Italia nostra - l'appello che di fatto portò alla nascita del Wwf Italia, rilevante per le battaglie condotte (anche, ma non solo, a livello mediatico) e per i legami che l'associazione ha avuto con il mondo politico-elettorale (si pensi anche solo alle figure di Grazia Francescato e Donatella Bianchi).
La nascita di forze politiche ecologiste più strutturate e diffuse in Italia, peraltro, forse non si sarebbe avuta senza l'azione del Club di Roma (associazione non governativa nata nel 1968 per mano di imprenditori, scienziati, politici e intellettuali, oggi con sede in Svizzera), che sotto la guida di Aurelio Peccei nel 1972 - lo stesso anno dell'uscita di Un albero di trenta piani, altro brano del verbo celentaniano, stavolta molto più "nero" - diffuse il rapporto I limiti allo sviluppo (commissionato al Mit), svelando come improvvisamente urgente il tema della non sostenibilità di una crescita senza limiti; le iniziative di alcuni pretori - incluso Adriano Sansa, sindaco di Genova tra il 1993 e il 1997, non confermato nella sua seconda corsa sostenuto da una lista civica - avevano preparato la strada, i primi disastri ambientali (come quello della diossina a Seveso) la confermarono, aiutarono le prime mobilitazioni contro i programmati insediamenti nucleari e rafforzarono l'impegno di varie persone in forze politiche esistenti, soprattutto il Partito radicale e Democrazia proletaria.
Suttora - che durante tutto il libro ripropone suoi articoli d'inchiesta scritti per l'Europeo su politica ed ecologia - ricostruisce l'evoluzione del mondo verde associativo e politico (incluse le accuse e i sospetti di greenwashing, già sorti tra la fine degli anni '80 e il decennio successivo), dalla lotta ai combustibili fossili fino alle iniziative più recenti dei "Fridays for Future" e a quelle promosse soprattutto da Greta Thunberg e Ultima generazione, senza trascurare la storia dei collegamenti (e delle loro crisi) tra ecologismo e pacifismo, nonché i dissidi sulle energie rinnovabili (per qualcuno salvifiche, per altri in contrasto con la tutela del territorio e fonte di possibili "conflitti d'interesse"). Il volume censisce un numero rilevante di associazioni e organizzazioni ecologiste e animaliste italiane, straniere e sovranazionali, raccontandone in breve la storia e dando spesso numeri circa la loro attività - anche di marketing - e i loro risvolti economici (inclusi i contributi del 5 per mille incassati, il numero e il costo dei dipendenti o collaboratori, dati rilevanti e spesso non valorizzati); le pagine si soffermano soprattutto sul Wwf Italia e su Legambiente, anche per la sua storia singolare (nata nell'ambito dell'Arci, fondata da Chicco Testa, allora comunista poi divenuto presidente di Acea ed Enel e lobbista a favore del nucleare, e Maurizio Sacconi, socialista poi divenuto berlusconiano; anche Giovanna Melandri, Ermete Realacci, Roberto Della Seta e Rossella Muroni hanno avuto una lunga permanenza nell'associazione), nonché su Greenpeace.

Varie pagine del libro di Mauro Suttora sono dedicate alla storia politico-elettorale degli ambientalisti-animalisti in Italia, che è anche - come si è già avuto modo di raccontare in passato in questo sito - una storia di simboli. Tra la fine degli anni '70 e il 1980 erano comparse le prime liste a livello locale, anche con il sole che ride, interpretato graficamente in vari modi (come quello con l'occhiolino visto a Forlì).
In origine il sole che ride era il simbolo del Wise (World information service on energy), associazione antinucleare fondata nel 1978 ad Amsterdam e l'emblema - "uno dei maggiori successi nella storia dei marchi", sottolinea Suttora - era stato concepito dall'ecologista danese Anne Lund; in Italia i diritti sul fregio erano stati acquisiti dal Partito radicale attraverso Marco Pannella, poi l'uso era stato concesso agli Amici della Terra (sezione italiana dell'associazione sovranazionale). 
Non aveva il sole (né sorridente, né con altra forma), ma una grafica del tutto diversa, molto più schematica, la Neue Linke - Nuova sinistra di Alex(ander) Langer, che nel 1978 era riuscita a ottenere seggi alle elezioni regionali del Trentino - Alto Adige; proprio alla figura di Langer, qualificato da Suttora come "profeta verde" e "mente più fine dell'ecologismo italiano", sono dedicate parecchie pagine del libro Green per ricordarne il percorso - inclusa la scelta di suicidarsi, debitamente contestualizzata - e il lascito politico (ma anche il vuoto lasciato in quell'area politica).
Le liste ambientaliste si sono diffuse sempre di più sul territorio, fino al primo sorgere della Federazione nazionale delle liste verdi, prima "di fatto" alle regionali e alle amministrative del 1985, con il sole che ride concesso dai radicali abbinato all'espressione "Lista verde" (sole bianco su fondo nero o a colori ribaltati), poi ufficialmente il 16 novembre 1986 a Finale Ligure, con lo sbarco in Parlamento l'anno successivo a certificare l'esistenza di uno spazio presso gli elettori delle istanze dichiaratamente ecologiste (come aveva mostrato il referendum sul nucleare sempre del 1987, il cui esito era stato chiaramente influenzato dall'incidente di Černobyl'). 
Alle elezioni europee del 1989 le liste a livello nazionale erano due: il sole che ride della Federazione - con la lista ridenominata in Europa Verde - e i Verdi arcobaleno, derivata soprattutto da Democrazia proletaria e radicali. Questi ultimi, peraltro, erano presenti anche nella lista Pri-Pli, tra i socialdemocratici e gli antiproibizionisti sulla droga: una disseminazione mai più vista e che forse, pur essendo stata coraggiosa, non ottenne i risultati sperati e portò a qualche eletto in meno. Anche la divisione in due liste dei verdi, in fondo, forse incise almeno in parte sul numero di eletti che quell'area avrebbe potuto ottenere. 
Le strade delle due liste ambientaliste si sono unite a dicembre del 1990 nel congresso di Castrocaro: anche il simbolo della Federazione dei Verdi rifletteva quella crasi, con il sole che ride abbinato alla parola "Verdi" in primo piano. L'unione, tuttavia, non diede forse i risultati sperati e il raccolto alle elezioni politiche del 1992 dimostrò, in qualche modo, che in politica due più due non arriva quasi mai a fare quattro. Non si può evitare di segnalare, in questa sede, che poco prima del voto del 1992 si era compiuta una scissione all'interno del mondo ecologista, che ha portato a scelte diverse gli ecologisti che volevano essere semplicemente "verdi" senza essere considerati "rossi", portando per esempio alla nascita della Federazione dei Verdi-Verdi in Piemonte (quelli dell'orsetto che ride) e a quella dei Verdi federalisti al Centro (quelli del girotondo di bambini). Di questa vicenda di "Verdi contro Verdi" a livello elettorale, proseguita di fatto fino ai primi anni Dieci, purtroppo nel libro non c'è traccia, così come non si parla espressamente di quelle formazioni politiche, come Fronte Verde - Più Eco, fondate da persone con una storia personale di destra e con sensibilità ecologista (c'è solo un riferimento alla polemica sorta nel 2019 quando Pippo Civati aveva "neutralizzato" la sua candidatura in Europa Verde per la presenza di due candidate iscritte a Fronte Verde e ritenute di estrema destra): questa è forse l'unica vera carenza che un appartenente alla categoria dei #drogatidipolitica può avvertire (ma, se si considera una platea più ampia di destinatari, occorre riconoscere che questo filone era prescindibile).
Nel giro di qualche anno i Verdi avrebbero ottenuto comunque esiti rilevanti, con Rutelli eletto sindaco di Roma nel 1993 (confermato nel 1997) e l'approdo al governo con Prodi nel 1996 e nel 2006, ma non sempre i risultati - pur essendo arrivati - sono stati ritenuti soddisfacenti e ancor meno hanno pagato nelle scelte alle urne, specie nella lotta con le soglie di sbarramento: lo si è visto alle elezioni politiche del 2001 (maluccio il Girasole creato con lo Sdi) e a quelle del 2008 (male la lista La Sinistra - l'arcobaleno, ma sarebbe andata malissimo la più ampia Rivoluzione civile nel 2013 - estesa anche all'Italia dei valori, che pure nel 2008 era andata piuttosto bene - o la lista Insieme del 2018). 
Bruciano ancora di più le sconfitte alle elezioni europee del 2009 (con Sinistra e libertà, in cui l'esenzione dalla raccolta firme apportata dai Verdi alla lista preparata con Sdi e altri settori della sinistra non bastò per superare la neointrodotta soglia del 4% - a dispetto del risultato decisamente migliore dei verdi francesi - e spaccò il soggetto ecologista, col sole che ride che riprese una via autonoma mentre il gruppo di Loredana De Petris avrebbe contribuito a dare vita a Sel) e soprattutto del 2014 (di quell'anno il risultato più rilevante è stato l'aver visto riconosciuto l'esonero dalla sottoscrizione delle liste dei Verdi europei - Green Italia grazie al collegamento con il Partito verde europeo) e del 2019 (con Europa Verde, che ebbe un esito ben diverso rispetto a quelli riportati dalle liste verdi in Germania, Francia e Regno Unito). 
Per Suttora un passaggio rilevante è rappresentato dal passaggio dalla Federazione dei Verdi a Europa Verde nel 2021: "Gli ecologisti italiani - scrive - non esistono più come soggetto autonomo. Entrano a far parte del partito Europa verde, con sede a Bruxelles, del quale sono la sezione italiana. È una novità importante: il primo esempio di unificazione continentale di un partito. Nessun'altra formazione politica è tanto europeista da avere quasi annullato i partiti nazionali. La principale conseguenza è che le liste elettorali vengono decise da Europa verde, e non dagli organi nazionali dei singoli partiti, che pure continuano a esistere. Insomma, candidati ed eletti devono avere l’imprimatur di Bruxelles". Come che sia, tra il 2021 e il 2022 Europa Verde si fa di nuovo strada, prima nelle assemblee locali, poi in Parlamento, riuscendo a ottenere eletti insieme a Sinistra italiana con la lista comune - con contrassegno composito - Alleanza Verdi e Sinistra; il risultato viene bissato alle europee del 2024, anche se nel frattempo la navigazione non è sempre agevole (si veda l'addio polemico dell'ex co-portavoce Eleonora Evi, proveniente dal M5S).
A proposito di MoVimento 5 Stelle, anche le stelle di quel simbolo possono essere ricondotte, secondo Suttora, "tutte all'ecologia": "acqua, ambiente, sviluppo sostenibile, energia rinnovabile e trasporti decarbonizzati" (anche se Grillo in origine aveva identificato nell'energia, nella connettività, nell'acqua, nella raccolta rifiuti e nei servizi sociali, comunque di ceto non disconnessi dalle questioni ecologiche, il che vale anche per la seconda versione delle stelle, cioè acqua, ambiente, energia, trasporti e sviluppo).
Al di là dell'Italia, il libro Green riserva giustamente uno sguardo rilevante anche ad altri paesi in cui le associazioni e le forze politiche ecologiste hanno avuto e hanno un peso significativo. Varie pagine sono dedicate alla Francia (con una particolare attenzione alla figura di Daniel Cohn-Bendit) e alla Germania (con un ampio spazio dedicato a Petra Kelly); non mancano approfondimenti sugli Stati Uniti e su altri paesi (Croazia, Finlandia, Kenya). Attenzione è prestata anche all'evoluzione del percorso dei Verdi al Parlamento europeo: quelle vicende, così come quelle relative a Francia e Germania, dimostrano tra l'altro come la previsione o il venir meno di soglie di sbarramento possano determinare in modo consistente il destino di una forza politica, al di là dei suoi risultati precedenti, e questo spiega anche le differenze tra Paesi diversi (dotati potenzialmente di sistemi elettorali diversi).
Il libro di Mauro Suttora rappresenta, nel complesso, un'utile mappa per addentrarsi nella storia - e, in un certo senso, nella geografia e nella geologia - dell'arcipelago verde-ecologista, guardando soprattutto alle sue manifestazioni in ambito sociale e politico. Ovviamente non c'è la pretesa di dare conto di tutte le realtà esistenti, soprattutto tra i partiti e le associazioni politiche, ma si può trovare molto di ciò che interessa. In più, gli appassionati di simboli potranno guardare con grande interesse le righe dedicate alla nascita di uno degli emblemi più noti tra le associazioni ecologiste, cioè il Panda del Wwf: "Peter Scott [uno dei fondatori del Wwf] formula tre richieste a un pubblicitario: che riguardi una specie a rischio di estinzione, che sia piacevole da guardare, e che venga bene anche stampato in bianco e nero. Incredibilmente, quello che si è rivelato uno dei marchi di maggior successo nella storia, il panda, viene realizzato in venti minuti. Oggi ci vorrebbero sei mesi". Va quindi riconosciuto che Gerald Watterson, il naturalista-creativo che interpretò le richieste di Scott, centrò perfettamente l'obiettivo: quanti creatori di simboli di partiti avrebbero saputo fare altrettanto? 

domenica 11 luglio 2021

Europa Verde, da lista a forza politica (evoluzione dei Verdi)

Di solito le liste presentate alle elezioni europee da più forze politiche, 
bisogna ammetterlo, non godono di grande fortuna nel medio periodo, figurarsi nel lungo: spesso non superano lo sbarramento del 4%; quando ci riescono, di frequente si rivelano fusioni a freddo o semplici cartelli elettorali, destinati a far perdere le tracce di sé nel giro di qualche manciata di mesi (e a volte le cose non vanno benissimo nemmeno alle elezioni politiche: esemplare il caso di Liberi e Uguali, nata come lista comune, mai davvero diventata partito unitario a dispetto delle intenzioni proclamate e rimasta solo gruppo parlamentare alla Camera). C'è anche chi, invece, prova a scrivere un finale diverso alla propria storia: è il caso di Europa Verde, nata come lista per le elezioni europee del 2019 soprattutto per iniziativa della Federazione dei Verdi (in quanto soggetto membro del Partito verde europeo), ma che aveva unito anche l'impegno di altre forze politiche di sensibilità ambientalista e progressista, "nonché femminile e femminista", a partire da Possibile.
Ieri e oggi, infatti, si è tenuta a Chianciano Terme l'assemblea costituente della nuova forza politica, il cui nome esatto risulta essere Europa Verde - Verdi e che lo statuto appena approvato qualifica come "federazione" (per cui di fatto la forma organizzativa è rimasta la stessa già vista in passato nell'area "verde"); lo stesso statuto fissa la sede a Roma, in via Augusto Valenziani, 5 (la stessa indicata per la Federazione dei Verdi). Di fatto il nuovo soggetto politico si pone come confluenza delle due esperienze, quella quasi quarantennale della Federazione dei Verdi e quella biennale di Europa Verde. Più difficile, al momento, è dire quale procedimento giuridico sia stato effettivamente adottato, se cioè si sia di fronte davvero alla nascita di un nuovo soggetto giuridico-politico o, piuttosto, non si sia provveduto a modificare lo statuto (di fatto sostituendolo) con il nuovo testo elaborato da una commissione ad hoc. Sembra quasi che la seconda ipotesi sia più probabile (ma naturalmente, ove non fosse così, si provvederà a rettificare quanto prima), visto il post pubblicato sulla pagina Facebook nel primo pomeriggio di sabato: "L'Assemblea dei delegati della Federazione dei Verdi e i numerosi ospiti presenti, esponenti del mondo ambientalista civico e associazionista, presenti a Chianciano Terme hanno deciso: sarà Europa Verde-Verdi a ereditare dalla Federazione dei Verdi il lascito di Alex Langer e a portare in Italia quelle istanze ecologiste, europeiste, femministe e di solidarietà caratteristiche della formazione ambientalista".
Il simbolo adottato sabato è quasi identico a quello coniato in occasione delle elezioni europee di due anni fa; lo stesso, tra l'altro, che con poche modifiche è stato usato fin qui anche alle elezioni sul territorio anche dopo il voto per il Parlamento europeo, eleggendo anche consiglieri regionali. Si rivede dunque il cerchio a fondo verde chiaro, con il girasole adottato dall'European Green Party (riportato anche con il suo nome inglese, riferimenti che hanno permesso nel 2019 di evitare la raccolta firme) e il nome della forza politica subito sotto, con lo storico sole che ride al posto della "o" di "Europa"; unica differenza riguarda la parola "Verdi", aggiunta nella parte superiore a destra del fiore, accanto al bordo del cerchio (qui "Verdi" è proposto in un normalissimo carattere "bastoni", lo stesso usato per indicare i Verdi europei, senza richiamare in alcun modo le font usate in precedenza dalla Federazione dei Verdi). 
A Chianciano si è proceduto all'elezione delle principali cariche della nuova forza politica  "ecologista, europeista, solidale e femminista" (così si legge sulla pagina Facebook, che fino alla fine di gennaio era stata quella dei Verdi, per poi essere unita con quella - creata nel 2019 - di Europa Verde). Co-portavoce sono Eleonora Evi (eletta europarlamentare nel 2014 e nel 2019 con il MoVimento 5 Stelle, passata pochi mesi fa al gruppo verde/Ale e attiva nel progetto di Europa Verde da aprile) e Angelo Bonelli (già deputato verde nella XV legislatura e presidente della Federazione dei Verdi dal 2009 al 2018); in continuità con l'esperienza dei Verdi appare l'elezione a tesoriere (una conferma, di fatto) di Francesco Alemanni; co-presidenti del consiglio federale del partito sono invece Fiorella Zabatta (già componente dell'esecutivo nazionale dei Verdi) e Marco Boato (il cui lungo impegno come parlamentare prima radicale, poi verde è ben noto). Si mantiene dunque la doppia figura di guida del soggetto politico (praticata anche nel vertice del consiglio federale), per esprimere in pieno la parità di genere; è invece monocratica la figura del tesoriere o della tesoriera, anche perché la natura collegiale mal si concilia con le disposizioni in termini di rappresentanza legale.
Ieri è dunque iniziato ufficialmente il cammino di Europa Verde - Verdi. Si vedrà poi se, tra i primi atti, ci sarà anche l'approdo in Parlamento, con la modifica della denominazione della componente del gruppo misto Facciamo Eco - Federazione dei Verdi, magari in Facciamo Eco - Europa Verde - Verdi: in fondo è importante che all'interno del nome resti il riferimento al soggetto che ha partecipato in modo visibile alle elezioni del 2018 perché la componente possa continuare a operare e sarebbe sufficiente una comunicazione alla Presidenza della Camera di un soggetto di vertice di Europa Verde - Verdi per operare il cambiamento.

martedì 12 marzo 2019

In Europa senza firme: quali partiti (e con che simboli) ci riusciranno?

Lo si è ricordato l'altro giorno: manca meno di un mese al periodo stabilito per legge per il deposito dei contrassegni da utilizzare alle elezioni europee (dalle 8 del 7 aprile alle 16 dell'8 aprile). Da qui ad allora molte cose possono cambiare, ovviamente, ma già adesso c'è una certezza: il livello di "complicazione" dei simboli, cioè della quantità di elementi contenuti nel cerchio, sarà influenzato da due fattori. Dal 2009 coloro che puntano ad avere o a mantenere la presenza al Parlamento europeo hanno certamente il problema di superare la soglia del 4%, obiettivo che spesso ha ispirato unioni e "convivenze grafiche" di forze più o meno affini tra loro, a volte riuscite, sia pure solo in quell'appuntamento elettorale (Ncd-Udc, per limitarci al 2014) e in altri casi clamorosamente fallite (Scelta europea, sempre nel 2014, ma anche la Lista anticapitalista o il cartello L'Autonomia del 2009).
Se la questione ricordata riguarda essenzialmente chi ha velleità di eleggere almeno un rappresentante (anche se il 4%, in realtà, si traduce in tre eletti), per poter finire sulle schede - e quindi anche solo per contarsi - a monte c'è un altro problema da risolvere: quello della raccolta firme o dell'esenzione da quell'onere. Le forze politiche, in altre parole, si trovano davanti all'alternativa tra un onere molto pesante (che in teoria dovrebbe toccare a tutti) e una strada assai più comoda, ma riservata all'inizio a pochi e, con il tempo, a un novero più ampio di soggetti politici, allargatosi con il venir meno del radicamento territoriale dei partiti e a causa di alcune decisioni parlamentari e giudiziarie. Quest'anno la carica di chi tenterà di presentare liste senza raccogliere le firme si annuncia decisamente nutrita, come mai la si è vista: vale la pena fare il punto della situazione e qualche riflessione in materia.

venerdì 23 ottobre 2015

Le ali di farfalla degli Ecologisti

Bisogna ammetterlo da subito: in politica - per lo meno in Italia - ha vinto il regno vegetale. Lasciate per un attimo da parte gli scudi, le falci, i martelli e i tricolori. Se ci si butta sugli elementi naturali, è facile contare le rose, i garofani, le foglie d'edera, e poi le stelle alpine, le margherite, gli anemoni, i girasoli e qualunque cosa avrebbe potuto ben figurare su un catalogo Sgaravatti. Animali, invece, ben pochi. In principio fu il leone, che fosse quello monarchico, quello valdostano o - più avanti - quello alato dei venetisti; venne poi la breve stagione in cui si giocò a "fa' l'americano", contrapponendo l'elefantino (durato lo spazio di un'elezione) all'asinello (dalla vita appena appena più lunga). Al di fuori di questo, si ricorda qualche uccello (a partire dal gabbiano dell'Idv), qualche orso ("verde verde", ma non solo) e una manciata di insetti.
Se però si pensa in prima battuta alle api - quella simpatica degli Autonomisti per l'Europa e quelle cangianti dell'Alleanza per l'Italia - pochi rimandano la mente alla grazia della farfalla, ritenuta forse troppo delicata e non abbastanza aggressiva per difendersi nel gioco politico. Eppure da alcuni anni il profilo dell'insetto è spuntato sul serio nella simbologia politica, grazie al Movimento Ecologisti di Roberto De Santis, parente stretto della lista degli Ecologisti, con cui lui stesso concorse alle elezioni comunali di Roma del 2006. Se però allora la parte grafica era affidata a una foglia stilizzata e alata - quasi a voler fondere mondo vegetale e animale - qualche tempo dopo l'emblema fu decisamente ripulito: da verde il fondo si fece bianco, il testo arcobaleno si convertì in un più sobrio Bodoni e, all'angolo alto-destro della parola "Movimento" spuntarono i contorni sfumati blu di due tenui ali di farfalla.
"Non ci fu una ricerca particolare, quando nacque quel simbolo, - racconta ora De Santis - semplicemente ci piaceva la farfalla perché aveva le ali e rappresentava in qualche modo la libertà, così come ci piaceva il modo in cui il disegno era inserito graficamente, tutto qui". Si trattava pur sempre, in fondo, di rompere con la scelta fatta nel 2004, con il tentativo di aggregare gli ambientalisti che non si riconoscevano nell'area sinistra sotto un simbolo che portava in evidenza il nome dei Verdi Verdi del piemontese Maurizio Lupi: "Sono sempre stato contrario a utilizzare il nome 'Verdi', ormai troppo caratterizzato politicamente, così come avrei voluto che la nostra formazione si differenziasse anche graficamente dai Verdi di sinistra - ricorda sempre De Santis - ma in quel gruppo chi la pensava in quel modo era decisamente in minoranza. Quando decidemmo di riprendere il nostro progetto ambientalista originario venne naturale cambiare il nome". 
La nuova esperienza, tuttavia, fu presto funestata da un incubo, quasi con il sapore della nemesi o della beffa. Era l'anno del Signore 2011, il Movimento ecologista aveva iniziato a muovere i suoi passi da qualche anno, mentre i Verdi, fuori dal Parlamento italiano ed europeo, si trovavano in seria difficoltà: in quelle circostanze, in ottobre, si decise di scegliere il simbolo del nuovo soggetto ambientalista che ne doveva costituire l'evoluzione. Alla fine risultò comunque vincitore il sole che ride, ma in primo piano non c'era più la scritta "Verdi", bensì "Ecologisti", perché il nome scelto per la formazione era proprio Ecologisti e reti civiche. De Santis, inutile dirlo, la prese decisamente male: "Fu l'incubo più grande", scherza oggi, ricordando la curiosa sensazione di sentirsi copiato dopo avere fatto di tutto per non copiare il nome storico dei Verdi. Anche quel contrassegno verde, in ogni caso, non durò molto, dissolvendosi nel 2013 dopo le elezioni politiche, che avevano visto la débacle di Rivoluzione civile, appoggiata anche dai Verdi. Non potevano certo immaginare, proprio loro, che il sole sarebbe tornato più avanti a ridere in Parlamento, grazie all'adesione di Bartolomeo Pepe e Paola De Pin, senatori eletti nel MoVimento 5 Stelle. Le farfalle degli Ecologisti, invece, sono sempre fuori dalle aule parlamentari: le lasceranno mai entrare?

martedì 21 ottobre 2014

"Emilia Romagna civica", la sfida del centrosinistra che non vota Pd

Giusto perché sia chiaro a tutti: in Emilia, come in tutta l'Italia, nel centrosinistra non c'è solo il Pd. Il cammino per raccogliere le firme non è ancora terminato, mancano pochissimi giorni, ma Emilia Romagna Civica ci crede. Ha scelto di chiamarsi così il raggruppamento politico che sosterrà Stefano Bonaccini come candidato alla presidenza della regione, ma si propone di raccogliere consenso soprattutto tra chi non si riconosce (o non vuole riconoscersi, anche solo in parte) nel partito del Nazareno.
Il cammino della lista è partito da Forlì e non a caso il varo ha visto la presenza di una figura importante per il centrosinistra, Roberto Balzani: l'ex sindaco della città romagnola, sconfitto alle primarie per la scelta del candidato presidente (ma provvisto di un seguito tangibile), ha comunque scelto di dare sostegno e visibilità alla lista che ritiene "più rappresentativa della necessità di rinnovamento del centrosinistra nella nostra regione".
Il simbolo, a guardarlo bene, è una dichiarazione di intenti (un po' affollata graficamente, bisogna ammetterlo, ma con il pregio della chiarezza). Emerge bene – e non può essere diversamente – la sagoma nera su fondo bianco di una bicicletta: "questo – spiegano dalla lista – è un simbolo pulito, che unisce e che rappresenta al meglio il nostro spirito. Per guidare la bicicletta occorrono buona testa e buone gambe: buone idee, quindi, ma contemporaneamente solide tradizioni e legami con il territorio".
Le idee di cui parlano i promotori sembrano identificarsi con le “parole chiave” che il contrassegno porta in alto a sinistra (chissà se è un caso): Ambiente, Cultura, Diritti e Lavoro. Esse "non solo rappresentano il naturale terreno d’incontro per tutti i soggetti che hanno contribuito a dar vita a questo progetto – precisano dalla lista – ma costituiscono il nucleo essenziale di una serie di proposte che mirano ad arricchire il programma del candidato Presidente della Regione Emilia Romagna per il centrosinistra".
Si tratta chiaramente di idee per cui, iniziata la sfida, occorre pedalare, magari su una delle tante ciclabili spuntate negli anni in regione. La bicicletta, peraltro, nel lessico elettorale ha sempre indicato l'accostamento grafico di due simboli tondi, come fossero due ruote; qui le ruote non ci sono, ma i simboli sì. Impossibile, infatti, non vedere i riferimenti al Psi (la rosa del socialismo europeo) e alla Federazione dei Verdi (l'intramontabile sole che ride), di fatto nel ruolo di principali promotori della lista. Accanto a loro, peraltro – pur non lasciando traccia grafica nel segno – c'è anche LibDem, associazione che fa capo a Franco Grillini, che l'ha fondata nel 2013 dopo il suo addio all'Italia dei Valori.
Nelle intenzioni di chi ha promosso l'operazione politica, dunque, Emilia Romagna Civica può rappresentare chi ha sostenuto Balzani alle primarie, come pure chi ha sensibilità ecologiste, chi proviene dal mondo socialista o si attesta su posizioni liberaldemocratiche. Perché il gioco funzioni su tutta la regione, tuttavia, mancano ancora firme in varie province: le ore sfruttabili sono ancora poche e i chilometri da macinare sono molti, ma in bicicletta non è impossibile.

martedì 9 aprile 2013

Il primo sole ridente? A Forlì...

Che poi, magari, uno pensa veramente che il sole che ride in Italia l’ha portato Marco Pannella e ai Verdi l’ha “donato” lui. Cioè, sì, quasi certamente le cose sono andate davvero così e il leader radicale diede davvero gratuitamente in uso il segno distintivo degli antinuclearisti danesi alle liste ambientaliste che nel 1985 nascevano un po’ in tutta l’Italia; qualcuno però all’idea di uno sole animato e un po’ pazzerello aveva già pensato, per lo meno in quella che sarebbe poi diventata la galassia verde, comunque collocata a sinistra.

Anno di grazia 1980, anno di elezioni. Regionali, sì, ma anche amministrative. Tra le tante città in cui si vota per rinnovare il consiglio comunale, c’è anche Forlì. Sulla scheda i soliti partiti e i soliti simboli, scudi, falci e martelli, soli, edere, fiamme, garofani quasi nuovi, bandiere… e una novità, una sorpresa assoluta, che sui manifesti attira più di qualche sguardo. In mezzo a tanti segni noti e un po’ compassati, non può non spiccare un sole a dodici punte e a contorni concavi, che nella realtà sarebbe giallo su fondo rosso, ma che sulla scheda appare inevitabilmente bianco su fondo nero. Così, nero su bianco, si vede ancora meglio il sorriso spalancato di quel sole curioso, ideale pendant di quell’occhio strizzato che agli elettori più attempati – ammesso che l’abbiano visto – dev’essere sembrata una profanazione dell’altare elettorale o anche solo una piccola bestemmia.
Quel simbolo “di rottura” appartiene alla lista Sinistra alternativa, nata con una spontaneità tutta romagnola. A disegnare personalmente il simbolo è Sauro Turroni, uno che poco più avanti avrebbe fatto parte a tutti gli effetti dei Verdi in politica. Turroni il simbolo ce l’aveva in testa, perché quello degli antinuclearisti danesi e poi tedeschi lui l’aveva visto: pensando che potesse essere una buona idea, lo adottò per la sua lista, facendo qualche modifica qua e là. Nessuna obiezione da parte dei funzionari competenti – e sarebbe stato difficile farne, visto che il contrassegno era davvero nuovo per l’epoca – e l’emblema finisce sui manifesti, pronto per essere ritrovato sulle schede.
Quella volta, tanto per cambiare, le elezioni le vince il Pci, con un 46,1% pesante che vale la metà dei consiglieri, mentre la Dc sfiora appena il 20%. I sette partiti maggiori a livello nazionale a Forlì si dividono il 98,9% dei voti validi: in quell’1,1% che resta c’è anche il risultato della Sinistra alternativa. Non sarà molto (anche se con un Pci che si porta a casa un voto su due, in quell’area resta poco da raccogliere), ma è pur sempre un esordio e ci sarà tempo per migliorare: piano piano il verbo Verde sarebbe arrivato un po’ dappertutto e avrebbe conquistato consenso per molti anni Oltre trent’anni dopo, di quei primi passi non è rimasto granché: forse solo un adesivo su un armadio in una vecchia casa o qualche altra traccia qua e là. Ma l’occhiolino di quel sole furbetto nato a Forlì rimane, segno che di avventure da raccontare, in futuro, ne avrebbe avute parecchie…

giovedì 21 febbraio 2013

I Verdi dell'anemone

Ricapitolando, i Verdi si erano già moltiplicati, mostrando che un colore poteva in realtà nascondere una tavolozza o, per lo meno, una striscia con molte sfumature, pronte a trasformarsi puntualmente in altrettanti partiti (e simboli). Accanto alla Federazione dei Verdi (quelli del sole che ride) erano già spuntati i Verdi Verdi (dell'orsetto), i Verdi Federalisti (del girotondo di bimbi) e altri gruppuscoli, eppure non erano sufficienti. Forse, erano semplicemente troppo piccoli per contare davvero e portare avanti quelle battaglie e quei progetti che - a detta di chi era della partita - sotto il sole ridente erano stati pressoché abbandonati.
Doveva essere la fine del 1993 o l'inizio del 1994, quando presso la sede dell'associazione ambientalista Kronos 1991, iniziarono a riunirsi un po' di persone: il presidente stesso di Kronos, Silvano Vinceti (non ancora alla guida del Comitato nazionale per la salvaguardia dei beni storici, culturali e ambientali e soprattutto non ancora noto come cercatore di Caravaggio e di Monna Lisa, o per lo meno di ciò che restava di loro), Maurizio Lupi dei Verdi Verdi, Laura Scalabrini dei Verdi Ambientalisti, Enrico Balducci del pugliese Ambiente Club, ma anche alcuni ex esponenti dei Verdi (o, per lo meno, sedicenti tali) come Lele Rizzo e Federico Clavari, già portavoce e tesoriere del sole che ride. Si capì presto che quello che occorreva era un nuovo partito, autenticamente ambientalista, da proporre in alternativa alla Federazione dei Verdi: per prima cosa occorreva battezzarlo. 
Per qualcuno era meglio prendere una strada diversa, scegliere un nome che puntasse all'ambiente ma lasciasse perdere il verde, per distinguersi davvero dagli altri; alla fine, però, si preferì coniare la denominazione "Verdi liberaldemocratici", che a qualcuno piaceva proprio perché permetteva di dire che c'erano "altri" Verdi e non c'era alcun motivo per un ambientalista per stare per forza a sinistra. Che verso destra si muovesse qualcosa, fu chiaro a tutti proprio a febbraio del 1994: "Un terzo dei Verdi è con noi" fu pronto a dichiarare ai giornali il generale Luigi Caligaris a nome di Forza Italia, riferendosi a suoi contatti con Vinceti, Rizzo e Clavari. "Quelli? Sono tre carneadi strumento di Pannella quando nel 1985 pensava di impadronirsi anche dei Verdi - ribattè piccato Gianni Mattioli per il sole che ride -. Sono tre radicali mai diventati Verdi: se ora vanno con la Lega o con Forza Italia non fanno che continuare la loro migrazione".
Carneadi o no, il partito nacque: al nome associò come simbolo un anemone azzurro, ovviamente piazzando la parola "Verdi" maiuscola e in bella vista, col fiore seminascosto proprio come il sole che ride. Qualcuno, a dire il vero, si sfilò prima ancora di cominciare (i Verdi federalisti della Scalabrini), qualcun altro pensò effettivamente più a Forza Italia o a partiti di quell'area che al nuovo progetto. "Molti dei personaggi confluiti nel nuovo soggetto politico - avrebbe scritto vari anni dopo Roberto De Santis, che del partito divenne il segretario - conservavano nel loro Dna caratteristiche e modalità tipiche dei loro cugini presenti nello schieramento di centro sinistra: solo meri e semplici calcoli elettorali che potevano utilizzare per proiettarli sulla scena politica. Nessuno di questi signori era particolarmente interessato alla nuova elaborazione culturale e programmatica dei Verdi liberaldemocratici, in quanto ancora legati ed ancorati a vecchie campagne ideologiche e dogmi del movimento verde quali ad esempio il No al nucleare, la forte presenza dello stato nei beni ambientali, etc." 
Nel 1995 i Verdi liberaldemocratici si avvicinarono alla proposta di Assemblea costituente lanciata da Mario Segni, mentre l'anno dopo presentarono il loro simbolo alle elezioni politiche: quella volta l'accordo con Forza Italia sembrava cosa fatta, con la possibilità di avere un rappresentante in Parlamento. Qualcuno, tuttavia, remò contro (forse perché non amava la presenza di altri ambientalisti, forse perché semplicemente il posto in Parlamento serviva a qualcun altro) e non se ne fece niente. Quella volta il Polo perse, di poco ma perse: forse non sarebbero bastati i voti dei Verdi liberaldemocratici, ma certamente avrebbero fatto comodo.  Fu quello uno degli ultimi atti dei Verdi dell'anemone: tra il 1997 e il 1999 fecero perdere del tutto le loro tracce. Ma De Santis e altri sarebbero tornati: le sfumature del colore verde non erano certo finite.

martedì 19 febbraio 2013

Verdi, ma quali?

Il fatto è che a qualcuno l'idea che degli ex demoproletari fossero diventati tutt'a un tratto verdi non è andata proprio giù. Per loro i Verdi Arcobaleno erano stati né più né meno che una lista farlocca, di quelle create per spillare voti ai Verdi quelli veri, che stavano fuori da ogni schieramenti; la fusione di quella lista con la Federazione delle Liste Verdi non era stata per loro un rafforzamento, ma una sorta di colonizzazione, che aveva distrutto il movimento ambientalista autentico e messo il partito nelle mani di marxisti che avevano riproposto le loro idee, pur ammantandole di un contesto "verde". "Una certa sinistra - scrive Roberto De Santis nel suo libro Da una "grigia" ad una "verde" politica - colse nel movimento ambientalista un’opportunità per rimodulare i vecchi temi di sinistra in un nuovo contenitore sostenendo la tesi che entrambi i movimenti avevano come comune denominatore un nemico comune, ovvero il progresso, dunque il consumismo, che aveva determinato la crisi della nostra civiltà".
Fosse vero o meno, qualcuno lo pensava sul serio: così, quando quella volpe sarcastica di Andreotti aveva scodellato quella frase "I Verdi? Sono come i cocomeri, verdi fuori e rossi dentro" (che poi si rifaceva al paragone spregiativo che Mussolini aveva stabilito tra gli operai della Fiat e i fichi, appunto neri fuori e rossi dentro), si erano affrettati a dargli ragione. Qualcuno non si era accontentato di assentire e aveva cercato di costruire qualcosa di alternativo, anche solo per dispetto.
Così, nel 1992, la Federazione dei Verdi consegna il suo contrassegno del sole che ride, riprodotto finalmente a colori, anzi ne consegna diverse varianti (compresa quella dei Verdi Arcobaleno e con la colomba al posto del sole, perché non si sa mai che qualcuno copi); i presentatori degli emblemi, in compenso, scoprono che in bacheca sono finiti anche altri emblemi che mettono in allarme i big del partito. Uno, ad esempio, è stato depositato da Maurizio Lupi, un piemontese - niente a che vedere con il suo omonimo che in seguito sarebbe stato tra gli esponenti più noti del Pdl - che, in uno sforzo di fantasia, ha chiamato la sua creatura politica Federazione nazionale dei Verdi-Verdi, come a dire che erano ancora più verdi, loro. La parola "Verdi", non a caso, era l'unica presente sul contrassegno (la prima volta scritta molto grande, la seconda più in piccolo, subito sotto) e risaltava, scritta in giallo, sul fondo verde chiaro; al di sopra della parola, come elemento figurativo, un orsetto sorridente colto nell'atto di salutare.
Dal Lazio, invece, spunta un altro contrassegno, destinato anch'esso a venire depositato prima di vari appuntamenti elettorali: è quello dell'ex consigliera regionale Laura Scalabrini (che, per quanto è dato sapere, aveva militato proprio nella Federazione dei Verdi). E' suo il simbolo dei Verdi Federalisti che tiene in bella evidenza la parola "Verdi" nella metà inferiore del cerchio, mentre quella superiore è caratterizzata, su fondo giallo, da un mezzo girotondo di sagome verdi di bambini che si danno la mano: una figura che, in una riproduzione piccola come quella sulle schede, potrebbe confondersi con il sole giallo su fondo verde. Allo stesso modo, ci sono altri contrassegni che emergono, a partire da quello dei Verdi di Centro già utilizzato nel 1987 (un timone sopra alla scritta "Verdi") o dal logo tricolore (caratterizzato da una grossa V e dal profilo dell'Italia) dei Verdi d'Italia.
Manco a dirlo, i Verdi sole che ride non ci stanno: per un ambientalista fresco fresco come Francesco Rutelli, quei simboli sono "forme di sciacallaggio e truffa di gruppetti a danno dei Verdi" e non possono restare impunite. A tempo debito ricorre contro quei contrassegni, ma per l'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Cassazione "Verdi" è un termine talmente generico che non si può impedire a un altro soggetto di utilizzarlo, se si riconosce nelle idee legate al pensiero verde. Nel frattempo, Rutelli e compagni hanno cercato un moto interessante per cercare di difendersi: quando il termine per la presentazione degli emblemi non è ancora scaduto, si presentano al Viminale con tre simboli dichiaratamente falsi. Uno tarocca quello del Psi, un'altro quello della Dc, un terzo scrive due volte la parola "Lega". Li presentano apposta, certi che saranno ricusati, ma con lo scopo di mettere i bastoni tra le ruote a quei disturbatori spuntati nel frattempo. Il tentativo, in ogni caso, non va a buon fine: sulla scheda i Verdi Verdi e i Verdi Federalisti ci arrivano comunque, passando attraverso l'esame del Viminale e quello - già ricordato - dell'Ufficio elettorale presso la Cassazione. Con quegli emblemi, la Federazione dei Verdi dovrà convivere a lungo, oltre dieci anni: di storie da raccontare non ne mancano di certo.

giovedì 7 febbraio 2013

Quando il sole cominciò a ridere

Con quel nome, esistevano già ed erano conosciuti da una buona parte degli elettori, anche quando le schede elettorali erano in bianco e nero. Del resto, i "rossi" erano rossi già allora nelle teste della gente, a dispetto della stampa monocromatica (i "bianchi" lo erano abbastanza, a giudicare dagli spazi vuoti nel contrassegno; i "neri", per parte loro, lo erano ancora di più, senza il tricolore visibile della loro fiamma); non ci si stupisca dunque se gli ambientalisti, fin dall'inizio, in politica - e non solo in Italia - si sono chiamati Verdi e ancora adesso continuano a chiamarsi così, anche se alle elezioni non si presenteranno direttamente, ma solo attraverso Rivoluzione civile.
Era molto semplice e a un tempo dirompente il loro primo contrassegno, comparso sulle schede di qualche elezione regionale nel 1985: nel cerchio, completamente nero senza sfumature, risaltavano per il loro colore bianco il nome della "Lista verde" (di costituire un partito di livello nazionale, ancora non si parlava) e, al centro, il disegno subito ribattezzato da tutti "sole che ride". I primi ad adottarlo, dieci anni prima, erano stati vari antinuclearisti danesi, ma da allora quel sole divertente e divertito era diventato in tutto il mondo uno dei simboli preferiti degli attivisti contrari al nucleare
Arrivò a sbarcare anche in Italia, pare per iniziativa di quel vulcano di Marco Pannella: raccontano alcuni sedicenti ben informati che quel segno, come marchio, se lo era già messo da parte Marco Pannella, un po' come con la "rosa nel pugno" del Partito socialista francese; gli stessi ben informati sono pronti a giurare che proprio Pannella, per concedere l'uso del contrassegno alle liste, non abbia voluto alcuna contropartita. Un dono in piena regola, dunque, che ancora oggi dura: possono non presentarsi alle elezioni con il loro emblema tradizionale, ma quel sole sorridente, alla fine dei conti, nessuno vuole spegnerlo.