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lunedì 25 luglio 2022

Nuovo simbolo per noi Di Centro: cresce Mastella e torna il campanile

Chi era nostalgico del campanile, grande classico dell'Udeur, da oggi può stare tranquillo: noi Di Centro, creatura politica di Clemente Mastella (che la guida come segretario), recupera l'ultima versione della torre campanaria che il sindaco di Benevento aveva usato per Noi Sanniti, per l'Udeur 2.0 e, alle ultime regionali, per Noi Campani. Il simbolo azzurro e tricolore (con molto bianco al centro) lanciato all'inizio dello scorso dicembre e ritoccato una manciata di giorni dopo - quello con molto bianco al centro e che aveva suscitato non poche ironie da parte di chi lo aveva ribattezzato "pasta Mastella", per la somiglianza col marchio della pasta Divella, o l'aveva accostato al brand della Marvel - non è durato granché, tutto sommato. Qualcuno deve avere pensato che fosse piuttosto vuoto, che mancasse qualcosa e che tanto il nome del suo fondatore quanto la provenienza di questi non fossero abbastanza evidenti: col nuovo simbolo si è cercato di rimediare sotto tutti i profili.
Il bordo rosso sottile del cerchio è rimasto, ma l'azzurro intenso che prima campiva una corona circolare ora tinge tutto il cerchio, un po' come l'Udeur del 2004 (quello portato alle europee con Mino Martinazzoli come Alleanza popolare - Udeur) e, volendo, come l'ultimo simbolo della Dc dal 1992 in avanti. E, a proposito di Democrazia cristiana, sotto le insegne della quale l'attuale sindaco di Benevento fu deputato dal 1976 al 1994, lo scudo crociato ovviamente non c'è (ci mancherebbe giusto aprire un altro fronte di lite con chi si contende il vecchio simbolo: Mastella, del resto, non lo ha mai rivendicato per sé, al di là di una "citazioncina" nell'emblema dei Cdr); c'è in compenso un richiamo ancora più netto al partito madre. Sotto al cognome del fondatore e leader (di dimensione sicuramente maggiore rispetto a pochi mesi fa) è stato collocato il nome del partito, scritto con un carattere corsivo sottile, che evoca la scrittura a mano, fatta eccezione per le iniziali "D" e "C" delle ultime due parole della denominazione, proposte nello stesso carattere Helvetica compresso e grassetto della scritta "Mastella". Anche prima, in effetti, "D" e "C" erano le uniche maiuscole del nome, che però si leggeva; in questo caso, nella riproduzione di tre centimetri di diametro sulla scheda elettorale, di fatto si legge bene soltanto "Mastella D C". 
A fianco del nome, come si diceva, riecco il campanile - sempre quello "preso a prestito" dalla lista Democratici per cambiare, sorta a Sansepolcro nel 2011 - che rispetto agli ultimi simboli mastelliani è stato colorato (rossa la cuspide, gialla la muratura con gli archetti della cella campanaria e al di sotto c'è perfino un accenno delle pietre/mattoni). Completa il simbolo il tricolore, non più nella versione della pennellata sottile in uso dalla fine di dicembre dello scorso anno, ma in quella - abbondantemente vista in rete - del nastro che ha le fasce di colore in orizzontale, ma fa alcune pieghe e nel piccolo tratto in primo piano le mostra - innaturalmente - in verticale, stile bandiera; questo nastro, peraltro, si caratterizza per continuare (nella sua parte destra) con il blu, in un tono più scuro rispetto allo sfondo, al posto del rosso). Forse il risultato finale non è dei più eleganti, ma se lo scopo era farsi riconoscere, il trittico Mastella-Dc-campanile è difficile da equivocare.
Il simbolo, presentato oggi a Napoli e tra i primi a essere mostrati al pubblico in vista delle elezioni, campeggia sul sito della formazione politica, insieme all'organigramma di quest'ultimo, oltre alla segreteria di Mastella, figurano Giorgio Merlo (già Rete Bianca) come presidente nazionale, Sandra Lonardo (moglie di Mastella) come rappresentante parlamentare del partito (in Senato, nella componente che porta anche il nome di noi Di Centro) e Gianni Stea - già visto in questo sito come figura di rilievo dei Popolari per Emiliano - come vicesegretario; non sfugge nemmeno la presenza, come responsabile della comunicazione, dell'ex forzista (poi Ala) Giorgio Lainati. A rigore, questa formazione - che ha già aperto a un'alleanza col centrosinistra - non risulta esente dalla raccolta firme; si vedrà dunque se il simbolo finirà, oltre che nelle bacheche del Viminale, anche sulle schede (magari con l'esenzione fornita dagli Europeisti, se tornasse buona l'interpretazione - suggerita su questo sito - di esonerare le formazioni iscritte al Registro dei partiti e se un accenno al simbolo venisse inserito nel contrassegno), oppure verrà accantonato in base a scelte elettorali diverse di chi vi fa riferimento.

sabato 4 dicembre 2021

Mastella lancia noi Di Centro: "Una Margherita 2.0 che serve al Paese"

Alla fine 
è arrivato il giorno del battesimo della nuova creatura politica di Clemente Mastella: il varo è avvenuto questa mattina, non a Ceppaloni ma a Roma, per la precisione al teatro Brancaccio. Un teatro in cui, come annota Antonio Atte per Adnkronos, " è in allestimento il musical 'Aladin'. E per entrare nella sala dove si svolge l'assemblea costituente del partito centrista bisogna attraversare cartonati di sontuose architetture arabeggianti che rimandano all'immaginario disneyano". Ma qui non ci sono tappeti o lampade di Aladino; al massimo, per qualcuno o per molti dei presenti, ci potrebbe essere il genio, volendo identificare Mastella come genius loci, non del Brancaccio o di Roma ovviamente, ma del centro. 
Già, perché la suddetta creatura politica si chiama proprio noi Di Centro. 
Non più "Meglio Noi", come Mastella aveva fatto sapere mesi fa (dopo aver sperimentato quell'etichetta anche alle elezioni amministrative di Benevento, di cui è stato riconfermato sindaco al primo turno all'inizio di ottobre), perché "con questo parlamento imbelle per molti aspetti, è difficile essere governati da questi, quindi meglio noi di loro", come ha detto nel suo discorso di questa mattina. Più che un giudizio di valore, Mastella ha preferito che nel nome ci fosse un'indicazione precisa sulla collocazione, quindi è venuto naturale "noi Di Centro". Con le maiuscole e le minuscole esattamente così come si sono riportate: può sembrare strano e anche un po' inopportuna la minuscola iniziale, peraltro sul "noi" della comunità, ma non ci si stupisce a trovare le altre iniziali maiuscole, per citare la Dc senza usarne il nome
A ricordare come si deve scrivere il nome ha provveduto fin dall'inizio proprio il simbolo, proiettato sullo schermo del palco per tutta la durata dell'incontro inaugurale e sventolante su varie bandiere già preparate per l'evento: il fondo è blu, come l'ultima versione della Dc (e anche il rosso che contorna il cerchio viene da lì), ma lo scudo non c'è, come non c'è traccia del campanile che ha connotato per anni l'Udeur; c'è piuttosto una pennellata tricolore al centro (non splendida, ma fatta un po' meglio del tricolore ondulato di Noi sanniti/campani), su un cerchio un po' schiacciato (sopra al quale si compone il nome, proposto in font Futura). All'interno di quella forma tonda si legge il cognome di Mastella ("ho messo il nome per ricordare che c'è un'idea di centro che mi riguarda più dettagliatamente"), in carattere Twentieth Century Condensed Ultra Bold, bianco su rettangolo rosso: una soluzione che ha fatto sorridere qualcuno, ricordando un po' il marchio della pasta Divella (che per giunta fa anche rima) e un po' quello della Marvel (vietato però pensare al bis di Calenda, che aveva citato gli Avengers: si capirà più in là perché). Il simbolo non è oggettivamente tra i più belli (anche se di recente, bisogna dirlo, si è visto di peggio) né risulta particolarmente identitario (e in qualche modo dà un'impressione di provvisorietà, come se qualche elemento fosse pronto a mutare o a cambiare di posto), ma intanto c'è ed è uno degli elementi rilevanti di questo battesimo, visto che quando un simbolo esiste è pronto per essere usato, prima o poi (purché lo si voglia e si sia in grado di farlo). 
Non è passata inosservata nemmeno la persona chiamata ad aprire l'evento e a preparare l'ingresso sul palco di Mastella: il ruolo, infatti, è toccato a 
Giorgio Merlo, giornalista, già parlamentare del Ppi, della Margherita e del Pd (ora è sindaco di Pragelato), impegnato negli ultimi anni con i suoi progetti della Rete Bianca (poi Parte Bianca). "Finalmente ci siamo!" ha dichiarato in apertura, convinto che nDC possa rappresentare una risposta a un'assenza che "da molto tempo la politica italiana soffre: quella di partiti organizzati e delle culture politiche che giustifichino la loro presenza. La vera sfida è far tornare tanto i partiti, nel rispetto dell'articolo 49 della Costituzione, quanto le culture. Nel 2018 le due forze politiche più populiste, M5S e Lega di Salvini, raggiunsero quasi il 50% dei consensi; con quella percentuale potevano strafare, ma poi si è fatto strada l'astensionismo e si è avuta una decadenza morale, politica e culturale del nostro sistema democratico". 
Per Merlo oggi ci sono le condizioni per invertire la rotta, ma occorre tenere presenti i risultati concreti della deriva populista: "l'azzeramento dei partiti organizzati e la nascita di quelli personali, la tabula rasa delle culture politiche, la liquidazione di una classe dirigente, il disprezzo delle istituzioni democratiche, l'assenza di una cultura di governo che ha generato trasformismo politico e opportunismo parlamentare". Nel processo di "ritorno alla politica", per Merlo è essenziale il centro: occorre "colmare un vuoto manifestatosi concretamente negli ultimi anni e lo rilevano anche quelli che sono stati storicamente i detrattori politici, culturali e antropologici del centro". Ma cos'è dunque il centro che campeggia anche nel nome del nuovo soggetto politico? "Il centro - ha continuato Merlo - non è un retaggio del passato o una rendita di posizione: per dirla con Mino Martinazzoli, il centro è sempre stato sinonimo di una politica di centro, cioè di una rivendicazione culturale e politica basata sulla cultura di governo, della mediazione, la capacità di avere una classe dirigente preparata, qualificata e non improvvisata, un profondo rispetto dello stato e delle sue istituzioni, la ricerca della sintesi, una ricetta riformista che rispedisca al mittente ogni radicalizzazione dello scontro e il confronto come clava per delegittimare l'avversario".
L'attesa però, inutile negarlo, era tutta per l'intervento per Mario Clemente da Ceppaloni e lui non ha tradito le attese, ringraziando subito "un po' di truppe mastellate, che indubbiamente ci sono", ma anche chi è arrivato spontaneamente e chi ha accettato l'invito a partecipare: tra loro, citati più volte, c'erano anche Gaetano Quagliariello ed Ettore Rosato, in rappresentanza rispettivamente di Coraggio Italia e di Italia viva. Se Merlo ha citato Mino Martinazzoli, Mastella ha citato Enzo Tortora (pensando anche ai suoi incontri indesiderati con la giustizia): "Siamo di nuovo qua in tanti di noi". Ha sgombrato subito il campo dall'idea che, con quel nome, il suo noi Di Centro volesse emulare la Dc: "Devo dire subito che non voglio realizzare condizioni di centro nostalgiche e ripetitive della vecchia Democrazia cristiana: quella è una storia finita e non mi interessa più, mi interessava la Dc, volentieri sono stato e mi sento democristiano, ma quella storia non va riportata nella politica di oggi, non c'è il senso e la ragione di farlo". La Dc no, ma il centro sì. "Ho un'idea un po' michelangiolesca del centro. Questo è il centro secondo me", guardando appunto a una platea in cui possano stare a loro agio tanto Quagliariello quanto Rosato "e oggi può arrivare anche al 10-12%, importantissimo in una fase politica come questa". 
Non si tratta di un'impresa semplice, ma ci vuole altro per dissuadere Mastella: "Mi sento un po' come il monaco che, nella crociata dei pezzenti, chiamava a raccolta le persone per andare a liberare il Santo Sepolcro, dicendo 'Supereremo il mare a piedi asciutti in virtù della fede': noi abbiamo fede nel centro, non sterile e asfittico. Non sarà un luogo geometrico, ma se esistono destra e sinistra non vedo perché non debba esistere un centro, come luogo geometrico e sociale... Io esisto". Ha subito corretto il tiro, delineando un primo ritratto di quell'area e dei suoi compiti: "Credo che esista in Italia questa varietà di comportamenti di chi ha nostalgia, non va più al voto, di chi crede che i comportamenti di oggi non siano più afferrabili sul piano dell'identità politica che faccia partecipi e porti al voto. Noi dobbiamo recuperare questo spazio. Noi saremo i terrapiattisti del centro, nella considerazione generale, perché crediamo a un'idea che sembra sfocata, ma per noi c'è". 
Certo la situazione è cambiata rispetto all'ultima volta in cui Mastella è stato eletto alle Camere: "Oggi non vorrei fare più il parlamentare, perché il Parlamento ha perso la funzione centrale e non riesce a riconoscersi nel paese. Ho grande stima di Draghi, ma se un paese volge periodicamente lo sguardo al di fuori della propria identità politica e si consegna ogni volta a un Cincinnato in permanenza, questa è la fine crepuscolare della politica. I 'dittatori' in politica valgono come Cincinnato, cioè per un periodo limitato". Ma è cambiato soprattutto il panorama politico e c'è qualcosa di irrisolto, che Mastella non ha mandato giù ed è lui stesso a farlo emergere: "L'errore politico più marchiano della storia degli ultimi anni è stato mettere in discussione la Margherita come tale. Io sono stato fondatore della Margherita con l'Udeur, Me ne sono andato - ed è stata un'incompiuta incredibile - quando c'è stata la cementificazione tra ex Popolari e il partito della sinistra; il risultato che oggi al Pd, ai Ds, come si chiamano, tocca rincorrere quei matti politici dei 5 Stelle, mentre l'alleanza tra la sinistra e la Margherita come tale ha vinto le elezioni". 
Chi appartiene alla categoria dei #drogatidipolitica avrebbe voluto alzare un dito e far notare che in realtà Mastella e l'Udeur si erano sfilati dalla Margherita molto prima, quando - nel 2002 - da federazione elettorale era diventata un partito unico, tenendo insieme per qualche anno chi era appartenuto a Ppi, Democratici ("l'Asinello") e Rinnovamento italiano, ma ha preferito mettere da parte i pensieri e continuare a seguire il discorso mastelliano, per non perdere pezzi. "A chi mi dice che Mastella cambia e va di qua e di là rispondo che, 'azzo, sono la Lega, il Pd e tutti gli altri ad essere andati di qua e di là con le loro alleanze, non certamente io. Per questo credo che si debbano creare le condizioni politiche per un'area centrale che possa allearsi con altri, da soli non ce la faremmo a occuparla, ma dobbiamo recuperare tutti insieme questa 'Margherita punto-due-zero', un'alleanza al centro che è necessaria per il paese, che mitiga asprezze e smussa gli spigoli, altrimenti il paese non ce la fa e non ce la farà". Ovviamente, nel linguaggio mastelliano, "Margherita punto-due-zero" significa "Margherita 2.0", un concetto di "riedizione aggiornata" che aveva già applicato alla sua Udeur tempo fa quando l'aveva rilanciata.
Sta di fatto che questa riedizione della Margherita (con o senza Rutelli, non è dato sapere) per Mastella è davvero necessaria, in un quadro politico che "da un lato è troppo sovraccarico di sovranismo a destra, che se andrà al governo non riuscirà a governare il paese e finirà per distruggerlo, mentre dall'altro lato c'è il Pd attuale, troppo stravaccato a sinistra, cosa che non consentirà neppure la vittoria a loro". Mastella ha dimostrato di non aver gradito, alle ultime amministrative, il tour elettorale di Enrico Letta a Benevento per sostenere una candidatura a lui avversa, per cui il discorso è continuato: "A Letta e al Pd dico che dopo il 2006, quando c'eravamo noi, i dem non hanno più vinto un'elezione politica; quando sono arrivati al governo l'hanno fatto in maniera arlecchinesca, ma non hanno più vinto proprio per la mancanza di un'alleanza come quella tra Margherita e Ds". L'alleanza Pd-M5S, per il sindaco di Benevento, è fallimentare e, ove ci fossero stati dubbi, lo ha ripetuto un'altra volta: "Non può il partito, i Ds (sic!), inseguire i 5 Stelle, non vanno da nessuna parte, perché quello che c'è all'interno dei 5 Stelle porta in maniera naturale a una forma che sgomenta. Se posso dare un consiglio a Letta e ai democratici, fate l'Ulivo: sarà un'esperienza difficile e frammentata, ma l'unica esperienza politica che vi ha fatto governare il paese e avete vinto anche grazie ai voti che molti di noi hanno preso, in Campania in particolare". Giusto perché non sfugga a nessuno. 
L'area interessata dalla possibile Margherita 2.0 (nome che ovviamente non sarà usato dopo oggi, lo ha precisato lo stesso Mastella) comprende ovviamente il seguito di Mastella, i partiti di Quagliariello e Rosato, altre persone rilevanti presenti in sala (c'era pure Francesco D'Onofrio, con Mastella nel Ccd, e c'erano esponenti del Partito liberale europeo) e chi altro ci vorrà stare. Non ne farà parte però Azione, il partito di Carlo Calenda, che sarebbe parte di quell'area ma non è stato nemmeno invitato al Brancaccio, come il sindaco di Benevento ha tenuto a sottolineare: "Calenda sputa veleno contro Renzi e mi spiace, contro Cambiamo e mi spiace, come anche contro di me. Per me lui è come l'asino di Buridano, che non sapeva scegliere tra le due mangiatoie e finì per morire di indecisione e lui finirà politicamente così, perché guarda gli altri con la strafottenza di chi decide anche per conto degli altri. Ha una visione molto tolemaica del centro, ritenendo di essere lui stesso: io non dico che siamo noi il centro, ma che dobbiamo costruire il centro pezzo per pezzo, ognuno col proprio contributo. Lui mi soffre, forse pensa ancora a quando ero ministro e gli passavo le raccomandazioni. Lui ci snobba? E a noi non interessa". 
Non è mancata qualche riflessione sul possibile futuro elettorale dell'Italia: "Per noi il proporzionale è un valore fondante, ma ha senso solo se c'è il voto di preferenza, che del resto usiamo alle elezioni comunali, regionali ed europee. Io paradossalmente sono andato meglio col maggioritario, perché col mio piccolo partito di centro rappresentavo qualcosa a livello territoriale, al punto che sfido chiunque a vincere a Benevento prescindendo dai miei amici. Se facciamo così in tutta l'Italia, diventiamo una cosa fondamentale; di più, se resta questa legge elettorale, cosa di cui sono convinto, al Senato non vincerà nessuno perché nessuno arriverà a 101 senatori e noi saremo determinanti". 
Mastella ha poi tracciato, con due pennellate impastate di applausi, gli elementi fondamentali dell'organigramma del nuovo soggetto politico ("Vi propongo Giorgio Merlo come presidente anche per il dopo, se siete d'accordo... mi ritaglio lo spazio più modesto del segretario, rispetto al presidente, sempre se siete d'accordo, in maniera un po' straordinaria"), per poi delineare i tratti fondamentali dell'azione: il partito dovrà strutturarsi sul territorio, senza che nessuno possa pensare a una propria eventuale carriera. "Dopo il taglio dei parlamentari - ha spiegato - solo se avremo slancio, idee e passione potremo riuscire anche a essere presenti in Parlamento; poi capiterà chi capiterà perché non sapremo dove avremo la possibilità di essere eletti, ma ci saremo e daremo un grande contributo alla storia politica del paese, che ne ha bisogno, perché nessuno vince senza recuperare quest'area centrale". 
Il tempo rimasto Clemente Mastella l'ha usato per delineare altri punti del "patto del Brancaccio", il cui nucleo è ritrovarsi "per un 'assieme' confortante innanzitutto per noi, per la nostra coscienza politica". Così c'è l'attenzione necessaria per i disabili ("troppe norme stravaganti su di loro"), per i semianalfabeti e le persone anziane, contro un'Europa barocca e fintamente progressista, per il mondo cattolico ("merita una particolare attenzione, ma non può ricordarsi di esserlo solo in occasioni di leggi particolari che li riguardano direttamente: serve una presenza anche vostra, diretta e costante") e quello liberale ("in fondo la Democrazia cristiana metteva insieme tutti") e per la giustizia. "Avendo visto le mie vicende, capisco anche le vicende di Renzi. La politica deve rispettare l'indipendenza della magistratura, ma questa ha il dovere di rispettare il mondo politico, senza andare al di là. Bisogna rientrare nei confini ed è difficile. Se io sbaglio pago i miei errori, ma se si agisce in modo ideologico per mandare a casa me e il mio partito e poi mi si riconosce innocente, chi mi ripaga più?".
Non è mancato un riferimento alla partita del Quirinale: "Vedo cose un po' strane, come Meloni che si intreccia con Letta. A Berlusconi dico: attento, se vuoi rischiare di candidarti, guarda prima nel tuo campo, dove non c'è molta affettività nei tuoi confronti. A chi è in Parlamento dico: scegliete al meglio possibile, una scelta efficace, operativa e dignitosa, altrimenti il Paese non vi capirà. Spero ci sia uno Spirito Santo, laico, che venga su di voi e non tirate per la giacca Mattarella". Invocato lo Spirito, è rimasto il tempo per le battute finali operative: "Dovremo costituire qualche sede in giro, ma non abbiamo nessuno che ci stipendia o ci favorisce, dovremo fare tutto noi e sarà molto bello così" (e ha sorriso Mastella, prima di dare una stilettata ai 5 Stelle intenti a chiedere il 2 per mille). Per il commiato Mastella ha proposto una scheggia di un suo docente di filosofia: "Non so se le cose andranno meglio, se andranno diversamente, ma di certo per andare meglio devono andare diversamente". A partire dal centro, ovviamente, anzi: da "noi Di Centro".
L'ex leader dell'Udeur dispensa consigli al Pd: "Non vince un'elezione dal 2006. E' costretto a rincorrere questi matti politici dei 5 Stelle... ma così non va da nessuna parte. A Letta e agli altri dico, rifate l'Ulivo". Poi non risparmia stilettate al M5S: "I 5 Stelle hanno recuperato la dignità del 2x1000... Fico arrivava con il pullman, ora arriva con 10 pullman con la scorta. Era solo eccentricità la loro, teatralità. La teatralità di Grillo che proprio qui si esibiva". "Questo partito volevo chiamarlo 'Meglio noi', meglio noi che quelli di oggi. Uno vale uno? Uno vale zero, vedendo questo vasto magma del mondo 5 Stelle". Parlando di Quirinale, Mastella invita i partiti a "non tirare per la giacchetta Mattarella", che "pare che non ci stia" a fare il bis. E avverte Berlusconi: "Attento, vogliono fotterti. I colloqui Meloni-Letta la dicono lunga, perché questi vogliono eleggere Draghi a tutti i costi, dopodiché si rischia di andare al voto".

La palla ora passa alle altre forze di centro: accoglieranno l'appello di Mastella? Dal Ple arriva un primo sì. "La chiamata fatta da Clemente Mastella a costituire una Margherita 2.0 ci trova evidentemente favorevoli", dichiara il presidente del Partito Liberale Europeo, Francesco Patamia, che insieme al tesoriere Giovanni Cocco, ha partecipato all'assemblea del Brancaccio. Gaetano Quagliariello di Coraggio Italia sposa il progetto di una "federazione" delle forze di centro, "ognuna con la propria tradizione e le proprie differenze". Ma il senatore non vede di buon occhio i veti, come quello posto su Calenda. "Per quanto mi riguarda l'appello resta erga omnes. Poi, la politica viaggia sulle gambe degli uomini. Sono quelle che devono conquistare gli spazi politici, non ci sono rendite di posizione garantite, soprattutto per una cosa che parte", spiega Quagliariello all'Adnkronos.

martedì 24 settembre 2019

Comunità, sindaci al centro per una rete popolare di amministratori

Da qualche manciata di ore in rete è apparso un emblema che, almeno ai veri appassionati di politica, suggerisce qualcosa a prima vista, pur nel suo essere scarno e semplice. In effetti, chi ha seguito le vicende in seno alle proiezioni politiche dell'associazionismo e degli amministratori locali di area popolare non può dire di trovarsi davanti a qualcosa di nuovo guardando il simbolo di Comunità - Sindaci al centro, che da ieri ha una sua pagina Facebook.
In effetti il cerchio bianco tangente interno a uno rosso e un piccolo tricolore sfumato richiamano alla mente il logo di Rete Bianca, il movimento cattolico popolare che riunisce politici, amministratori ed esponenti dell'associazionismo che si riconoscono nella stessa area culturale e ideale. Si tratta quindi dell'evoluzione della Rete Bianca? Non esattamente, anche se ovviamente la parentela c'è. 
"Rete Bianca ha deciso di dar vita ad una Associazione nazionale dei Sindaci e degli amministratori locali" aveva scritto sul Domani d'Italia all'inizio di agosto Giorgio Merlo, giornalista, ex parlamentare, attualmente sindaco di Pragelato e tra le figure di riferimento in quest'area. L'associazione, che in quella fase era stata chiamata "Rete comune", era stata pensata come "strumento politico che punta a coinvolgere una rete di sindaci, assessori e di consiglieri comunali che restano il nerbo centrale della democrazia italiana", con la convinzione che "solo partendo dal basso, cioè dai comuni, è possibile anche rilanciare la democrazia partecipativa, la democrazia solidale e la democrazia istituzionale". Questo dovrebbe servire anche a ridare centralità alle autonomie locali "che erano e restano il passaggio passaggio decisivo per ridare qualità alla democrazia e senso alle stesse istituzioni democratiche" (oltre che per ricordare degnamente il pensiero di don Luigi Sturzo).
Merlo, che di Comunità è il coordinatore, desidera che questa realtà diventi "un momento di confronto e di aggregazione del vasto mondo popolare, cattolico democratico e cattolico popolare – con altre esperienze ideali e culturali – che è fortemente presente nelle amministrazioni locali italiane. Soprattutto nei piccoli e nei medi comuni dove il dibattito è meno politicizzato ma più radicato sui bisogni e sulle istanze che provengono dai cittadini". 
Comunità è nata alla vigilia del congresso piemontese, e poi nazionale, dell'Anci e Merlo non nasconde che tra gli obiettivi della nuova associazione c'è anche far uscire "l'organizzazione dei comuni italiani da una liturgia stanca e del tutto burocratica. E pertanto inutile. A cominciare dal Piemonte". Ciò partendo da "un impegno diretto del Sindaco di Torino, a prescindere da chi ricopre pro tempore quell'incarico" per l'importanza della città "e per ridare prestigio ed autorevolezza alla stessa organizzazione", ma anche dal "rilancio concreto e dal coinvolgimento diretto dei piccoli comuni", in nome di uno spirito di solidarietà poco burocratico e molto concreto.
Al di là della - pur importante - azione nell'ambito dell'Anci, non è da escludere che l'associazione-movimento possa avere un peso e una visibilità maggiore: "Ad oggi contiamo già un centinaio di sindaci e moltissimi assessori e consiglieri comunali – scriveva Merlo in agosto –. La strada è gusta. Tocca a noi radicarla e tracciarla in vista dei prossimi appuntamenti politici". Non dice elettorali, in effetti, ma l'eventualità non è nemmeno esclusa...

sabato 27 luglio 2019

Cattolici in movimento, l'esordio della Rete Bianca

Il nome circolava da un anno, portato avanti soprattutto da Giorgio Merlo (giornalista, militante Dc poi divenuto parlamentare per Ppi, Margherita e Pd, fino all'abbandono dei dem) in ambito cattolico-sociale, per definire una realtà in movimento, che avvicinava associazioni e altri gruppi di matrice popolare con l'intento di fare "qualcosa" a livello politico o prepolitico. Ora Rete Bianca è meno evanescente e più concreta: il 22 luglio a Roma (alla Sala Marcora del Palazzo della Cooperazione) si è svolta un'assemblea nazionale, significativamente intitolata Oltre la testimonianza, quasi a voler sottolineare che chi si è riunito pochi giorni fa punta ad avere un ruolo e una voce non marginali nel futuro politico dell'Italia. E, sulle grafiche che invitavano all'evento, è apparso per la prima volta un simbolo del movimento, piuttosto sobrio a costo di essere un po' anonimo: la rete è presente solo nel nome, inserito in un cerchio bianco a sua volta contenuto in uno rosso; il tricolore è un tocco lievissimo sopra la "i" del nome, al posto del puntino, e si segnala la scelta di inserire la dicitura "movimento politico", come a voler chiarire che non si tratta di una semplice rete di natura sociale. Non si usa la parola partito, ma a Roma si è deciso di iniziare comunque a muoversi seriamente. 
Non si tratta di una scelta facile, perché comporta - come scritto da Merlo - "misurarsi concretamente con le dinamiche della politica, le sue regole, le sue contraddizioni, le sue difficoltà. E anche con la sua organizzazione", ma per qualcuno ciò è parso più utile che limitarsi "alla riflessione, all'approfondimento, alla contemplazione e alla rinuncia all'organizzazione della politica". La scelta di parlare di "movimento" e non di "partito" passa forse attraverso un'altra idea espressa da Merlo, cioè che, invece di costruire un partito identitario, sia meglio "far pesare un'area culturale ed ideale - come, appunto, l'area cattolico popolare e cattolico sociale - all'interno di un soggetto politico più ampio, plurale, riformista, democratico, di governo e autenticamente costituzionale". Quale sia questo soggetto non è immediato, visto che lo stesso Merlo nega che possa coincidere con la "sinistra - o presunta tale - di Zingaretti, il neo Pds", oltre che con l'area salviniana o del MoVimento 5 Stelle e conferma che manca ora "una concreta offerta politica ed elettorale" (il che esclude, per esempio, che quello spazio possa esserci al momento in Forza Italia o nell'Udc o in altro partito esistente, come Demo.S). Di certo quel nuovo soggetto deve partire (o ripartire), per l'ennesima volta, dai territori, quelli amministrati da sindaci, assessori e consiglieri di area cattolico-popolare che si sono messi in rete per costruire qualcosa di nuovo.
Nella relazione di apertura, svolta da Dante Monda (figlio, come nota Dagospia, del direttore dell'Osservatore Romano Andrea) e scaricabile dal sito del Domani d'Italia (testata guidata da Lucio D'Ubaldo e Giuseppe Sangiorgi, attorno alla quale si sta sviluppando gran parte del dibattito legato a questa nuova realtà), risultano interessanti soprattutto le osservazioni su metodo politico da applicare e perseguire: il "combattivo, lucido e intellettualmente onesto dialogo politico, a mediazione intesa come vera creatività al potere", cioè "la creatività innovativa del progettare responsabilmente il futuro", per riproporre ovunque "uno stile autentico (cioè autenticamente creativo, propositivo) di fare politica, di esserci politicamente, proponendo con coraggio non soluzioni dall'alto, ma un'alleanza di verace e franco confronto fra società, istituzioni politiche ed economia, oltre che fra parti politiche". E se nessuno pensa o deve pensare di avere Dio e la verità dalla sua parte, per soddisfare "il bisogno di una cultura politica che dica davvero qualcosa su questo futuro, di un ambiente e di un lavoro sostenibili, cioè sintonizzati sui bisogni veri e naturali dell'uomo, da donare alle generazioni che ci succedono", occorre per forza riscoprire il "valore intrinsecamente democratico della mediazione, cioè dall'essere decisi sostenitori (e dunque riformatori) di una democrazia rappresentativa, la forma di organizzazione politica che meglio di tutte permette di sviluppare libertà e giustizia sociale riunite in una fratellanza solidale". Il contrario della "democrazia immediata" a mezzo Facebook o Twitter.
A compendio di tutto ciò, si riporta il documento finale dell'assemblea, approvato all'unanimità dai presenti. Non c'è un punto d'approdo, ma la strada tracciata sì: resta solo da vedere dove porterà e quanto sarà lunga.
Vogliamo andare oltre la semplice testimonianza. Per questo rivolgiamo l’invito a prendere sul serio l’impegno per un nuovo codice di appartenenza, iniziando ancora una volta dalle autonomie locali. Da oggi Rete Bianca declina la sua azione come stimolo alla nascita di un vasto e ramificato movimento politico.
Il divenire della storia impone ai “Liberi e Forti” di ogni epoca di guardare avanti, con piena coscienza dei “segni dei tempi”, ma con fiducia. I “segni dei tempi” che cogliamo sono quelli di un passaggio difficile per la nostra democrazia. 
La fiducia che vogliamo coltivare è in una società aperta, responsabile, solidale, sorretta da un umanesimo che si rinnova nella centralità della persona e del suo legame inscindibile con la comunità, secondo la lezione ancora viva di Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier. 
La nostra democrazia corre il serio rischio di uno svuotamento di significati e di valore, come accade sempre quando larga parte del popolo è indotta a cedere autonomia e libertà in cambio di presunta sicurezza e proclamata protezione. La deriva autoritaria è l’inevitabile ricaduta del populismo demagogico. 
Ogni risposta puramente “difensiva” dei principi sociali e liberali, ben incisi nella Carta costituzionale, risulterà tuttavia insufficiente, se non sarà accompagnata da un recupero credibile di carisma sociale della democrazia. 
I “segni dei tempi” ci parlano di una crisi profonda del compromesso tra democrazia e mercato: le disuguaglianze crescono a dismisura, il ceto medio è impoverito, le opportunità di elevazione sociale diffusamente compromesse. 
Le nuove frontiere digitali stanno cambiando le categorie di tempo e di spazio, fino al punto da evocare una dimensione “post umana”, senza che siano stati elaborati adeguati presìdi culturali ed etici. Si afferma una inedita antropologia, che spiazza ogni giorno consolidati modi di vivere le relazioni tra persone. 
Gli assetti mondiali scombinano vecchie centralità e alleanze; la crisi demografica del Nord del Mondo, i processi migratori ed il cambiamento climatico prefigurano scenari inesplorati e generano una diffusa paura del futuro. 
È un passaggio storico di portata globale. Ma ha colto il nostro Paese particolarmente impreparato per la fragilità delle sue istituzioni pubbliche e dei suoi assetti politici; la debolezza della sua base sociale e produttiva; l’insufficiente investimento sulle risorse umane degli ultimi decenni.  
L’impressionante facilità con la quale, negli ultimi anni, il Paese ha dato credito alle forze politiche populiste e alla destra sovranista evidenzia una debolezza sociale e politica di sistema e disvela – tra l’altro – le gracili basi sulle quali si era costruito l’assetto politico e della rappresentanza nella stagione della cosiddetta Seconda Repubblica. 
I Popolari, animati da una sensibilità cristiana laicamente vissuta, non possono tuttavia rinunciare alla fiducia e alla speranza, ben consapevoli che, in ogni passaggio storico, rischi di regressione e opportunità di nuovi talenti sociali si confondono assieme. Tocca alla cultura e alla politica discernere gli uni dagli altri e dare spazio ai secondi. 
Noi abbiamo fiducia nella nostra società: nei suoi vecchi e nuovi corpi intermedi; nei giacimenti non ancora inariditi di cultura e di formazione; nella scienza e nella tecnologia eticamente e socialmente presidiate; nei valori radicati – benché oggi sotto stress – che costituiscono l’ossatura del vivere civile; nelle nuove generazioni. 
Noi abbiamo fiducia in un Italia Europea e in una Europa capace di riconquistare il cuore e la mente dei propri cittadini, contro il ritorno degli incubi nazionalisti asserviti al disegno di chi, in Oriente o in Occidente, punta alla sua disgregazione 
Il Popolarismo non è una ideologia, ma un modo di essere della Comunità e di vivere ed interpretare la Democrazia, alla luce di un Umanesimo cristianamente ispirato che vive la storia con tutte le sue contraddizioni ed i suoi mutamenti. 
Per questo il nostro orizzonte non è la nostalgia ma la rigenerazione di una visione di futuro che trova, oggi come ieri, il suo primo fondamento nel contrasto di ogni declino autoritario. 
Il nostro progetto si fonda su una visione sociale e comunitaria della Democrazia. Essa è – come scriveva Aldo Moro nel 1946 – “il divenire della società nella storia secondo il suo ideale di giustizia”. Non esiste Democrazia senza spirito di apparenza comunitaria; condivisione di un destino collettivo; piena valorizzazione delle Autonomie Territoriali e delle formazioni attraverso le quali si esprime il ruolo protagonista della Comunità rispetto allo Stato e al Mercato. 
Per questo, restano per noi fondamentali le conquiste di socialità e di partecipazione che hanno segnato il completamento dell’antica idea liberale ed hanno comportato, dal secondo dopoguerra in poi, una trasformazione radicale della società nel senso della giustizia e della piena fruizione dei diritti personali e sociali. 
Richiamarsi a questa cultura politica significa opporsi senza ambiguità ad ogni progetto che punti a rispondere alla crisi della democrazia rappresentativa attraverso la tentazione del rapporto diretto tra Potere e Individuo: questa è infatti l’essenza della “post democrazia”. 
Sta qui la radice della nostra irriducibile alternatività al populismo e della nostra inconciliabilità valoriale, culturale e politica con la destra. 
Serve una “Comunità Politica Popolare” autonoma, riconoscibile, organizzata: per questo facciamo appello ai movimenti locali e nazionali che in questi mesi si sono costituiti per provare a rispondere a questa esigenza.  
Troviamo subito, entro poche settimane, il terreno comune sul quale promuovere un unico Soggetto Politico, senza gelosie, primogeniture e tentazioni auto referenziali. 
Lavoriamo poi assieme ad una nuova “forma partito”, adeguata alle mutate esigenze di una rappresentanza oggi priva di strumenti e di riferimenti e alla definizione delle condizioni e delle modalità attraverso le quali cooperare con altre culture politiche e sensibilità sociali compatibili con la nostra visione della Comunità e della Democrazia.

domenica 6 gennaio 2019

Cattolici senza partito? Appunti per un cammino, partendo da Giorgio Merlo

Il 18 gennaio, per i cattolici in politica, non sarà un giorno come un altro: giusto un quarto di secolo addietro, in due luoghi piuttosto vicini del centro di Roma, si consumava in modo ufficiale l'inizio della diaspora. Nel pomeriggio, la Democrazia cristiana guidata da Mino Martinazzoli teneva la sua ultima assemblea di iscritti presso l'istituto Luigi Sturzo di via delle Coppelle (quattro minuti a piedi da Palazzo Madama, dieci dalla sede storica di Piazza del Gesù): lì scelse il nuovo nome di Partito popolare italiano, in ossequio alla formazione cattolica fondata nel 1919 - giusto cent'anni fa - dal sacerdote cui era intitolato il luogo scelto per la "nuova nascita". Al mattino, invece, a 500 metri di distanza, presso il Grand Hotel de la Minerve (a due passi dal Pantheon, quattro minuti a piedi da Piazza del Gesù e cinque dal Senato) il gruppo di dirigenti e iscritti democristiani che aveva scelto di stare nel centrodestra, guidato da Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella, si era riunito denominandosi Centro cristiano democratico
La scissione richiese tempo per completarsi: gli organi della Dc si riunirono tra il 22 e il 29 gennaio per deliberare sul cambio di nome (ma nessuno convocò un congresso, cosa che avrebbe lasciato strascichi giuridico-politici e generato infiniti tentativi di "tornare alla Dc"); il simbolo del Ccd - fondo blu, vela gonfiata da destra, con bordo tricolore e scudo crociato "negativo" impresso sopra - fu "varato" il giorno 23, mentre ci volle un'altra settimana per definire gli aspetti patrimoniali (il 30 gennaio Rosa Jervolino Russo per il Ppi e Francesco D'Onofrio per il Ccd firmarono il famoso accordo con cui, pur non essendo giuridicamente dovuto, al neonato gruppo della vela fu riconosciuto il 15% del patrimonio, il comodato per sei mesi della sede Dc di Via delle Botteghe oscure e il versamento di un miliardo di lire). 
Ancora più dolorosa sarebbe stata la frattura litigiosa - dentro e fuori dalle aule del tribunale di Roma - del 1995, una lotta interna al Ppi esplosa l'11 marzo e la cui fase acuta sarebbe durata quattro mesi, chiusi solo in parte dagli "accordi di Cannes" tra Rocco Buttiglione (futuro leader dei Cristiani democratici uniti, Cdu) e Gerardo Bianco (segretario del Ppi) con cui le parti si sarebbero divisi nomi, simboli, testate e dipendenti (mentre la co-gestione del patrimonio sarebbe proseguita fino al 2002, con tanto di giallo finale sulla "sparizione" di molti immobili). Tra il 1993 (anno in cui Martinazzoli iniziò il suo percorso di rinnovo) e il 1995, la stessa Chiesa italiana prese atto della fine dell'unità politico-partitica e, attraverso l'allora presidente della Conferenza episcopale italiana, Camillo Ruini, avallò la scelta che inaugurò la presenza dei cattolici in quasi tutti i partiti, al fine di instillare i loro valori nelle varie posizioni a confronto. 
Proprio quella frammentazione, destinata ad acuirsi con il tempo, avrebbe però portato nell'area cattolica italiana un crescente "disorientamento politico, la difficoltà a individuare forze e soggetti politici che sappiano farsi carico delle istanze culturali e sociali che provengono da quel mondo ideale e valoriale". E' questa la consapevolezza di Giorgio Merlo, giornalista e politico di lungo corso, che ha vissuto tutta quella stagione politica con le sue varie militanze conseguenti (Dc, Ppi, Ulivo, Margherita, Pd) e che alla fine del 2017 ha pubblicato una riflessione sotto forma di breve saggio, Cattolici senza partito? (per i tipi della romana Edizioni Lavoro, 13 euro). Sa che la Dc non torna (al di là dei citati tentativi degli irriducibili) perché è stata frutto di una precisa esperienza storica, ha contribuito - nel bene e nel male - alla vita del Paese ma è andata in mille pezzi; sa però anche che "in politica un vuoto è destinato prima o poi a essere colmato". Il problema, ovviamente, è "come". 
In un contesto di forte personalizzazione della politica (iniziata con il sistema maggioritario e proseguita ben oltre) e di successo dei populismi sotto varie forme, Merlo fa emergere tutto "il tormento della 'generazione del Concilio'" - così lo descrive nella sua prefazione Guido Bodrato, storico esponente della sinistra Dc e tra i fondatori dei Popolari di Bianco, di cui lui stesso schizzò il simbolo, prima che un grafico lo sistemasse - vale a dire dei cattolici che "credono nell'autonomia della politica", che non chiedono un nuovo, impossibile partito (unico) di cattolici ma faticano a riconoscersi nelle forze rimaste in campo in una politica che "sembra senz'anima". La stessa fatica, per inciso, che avvertono molti elettori di sinistra.
La riflessione di Merlo è stata innescata dai recenti e reiterati stimoli di Gualtiero Bassetti, divenuto presidente della Cei dieci anni dopo la fine dell'incarico di Ruini. L'invito a dare una "nuova rappresentanza politica" ai cattolici in Italia, magari approfittando di una nuova prevalenza del sistema proporzionale nell'elezione del Parlamento (anche se la presenza della soglia di sbarramento certo non aiuta eventuali nuove formazioni ad approdare nelle aule), dovrebbe servire a far tramontare un'epoca di sempre maggiore irrilevanza degli stessi cattolici nella vita politica (fatta eccezione per le battaglie intorno ai "valori non negoziabili", peraltro spesso brandite in modo strumentale e con poca ragionevolezza) e, contemporaneamente, in cui manca una formazione autenticamente laica ma di ispirazione cristiana. Un'assenza pesante che, secondo Merlo, è frutto di una carenza di coraggio e della mancanza di una vera classe dirigente, ingredienti senza i quali quel vuoto non si colmerà: cosa non facile, in un'epoca di partiti personali o personalizzati, in cui non c'è spazio per aree che rivendicano autonomia di pensiero rispetto al leader (o in cui le continue scaramucce valoriali finiscono per logorare l'immagine del partito: Pd docet).
Ritiene di analizzare così Merlo l'evoluzione del cattolicesimo democratico:
Il passaggio dalla Dc al Ppi è insieme una risposta politica alla crisi della Democrazia cristiana e alla questione morale e il tentativo di riposizionare in un nuovo contesto una tradizione politica che giustamente ritenevamo ancora vitale. Come sempre, nei momenti più gravi e più tormentati della vita del paese, i cattolici democratici e i cattolici popolari non si sono chiusi in modo autoreferenziale, respingendo atteggiamenti attendisti o nostalgici. Si è cercato di guardare oltre, nella convinzione che fosse giusto riaffermare l'identità e l'originalità di un partito di ispirazione cristiana rispetto alle culture socialdemocratica e liberaldemocratica, attingendo sempre dal magistero degasperiano: e cioè, innovare la politica guardando all'interesse generale del paese. Questa è stata, nel bene e nel male, l'esperienza del Ppi dal 1993 al 2002 e questa è stata anche la scommessa che i Popolari hanno portato nella Margherita. La responsabilità che il Ppi si era assunto con un atto di discontinuità rispetto all'ultima Dc e di continuità rispetto al popolarismo non si è affatto esaurita nella stagione contemporanea, seppur molto diversa rispetto alle esperienze vissute nel passato recente e meno recente. La stessa esperienza del Ppi, seppur in parte bistrattata dalla vulgata storica e politica, è stata assai meno deludente di quanto possa registrare il semplice dato elettorale. E' un bilancio che certifica, tra mille difficoltà e mille fatiche, quella che si potrebbe definire come una "fedeltà creativa" ai valori del cattolicesimo democratico. E così fu anche per l'esperienza dell'Ulivo di Prodi che nacque anche per la tenace ricerca dei Popolari di offrire un contributo positivo alla crisi democratica del paese, allo scontro sociale in atto alla fine del 1994. E ancora, era immaginabile l'Ulivo senza i Popolari? Senza il contributo del riformismo cattolico, senza i valori fondanti di quel riformismo? [...] Si è accettato, anche in quella stagione - come, del resto, anche nella successiva fase della Margherita - di essere il lievito e il sale di una nuova fase politica, di una nuova stagione dell'impegno dei cristiani nei partiti e nella vita politica e istituzionale. Lo si è fatto avvertendo la necessità di una contaminazione con culture e sensibilità politiche diverse ma non per questo estranee o distanti. Lo si è fatto nella fedeltà più rigorosa e feconda alla nostra storia. Si è accettato, per dirla con Rosy Bindi, di "trafficare" e "scambiare" i nostri talenti per moltiplicarne il valore.
Per l'autore, l'impegno politico dei cattolici è "cercare di realizzare una sintesi tra la coerenza morale e la competenza professionale, attraverso le necessarie mediazioni, nel pieno rispetto della laicità della politica". Un approccio molto concreto, legato alle questioni poste dalla quotidianità e che richiedono progetti tangibili e realistici; un approccio "adulto", fondato sui valori senza blindarli in modo cieco, sulla responsabilità delle scelte, sull'intento di dare voce a ogni parte di una società in movimento. Pare non esserci nulla di simile nello scenario politico di oggi, in cui - a detta delle rilevazioni demoscopiche - ormai i cattolici votano come tutti gli altri, in un tempo di crisi non tanto della politica, ma dei partiti, che di questa sono stati per anni lo strumento principale, ma che non avevano mai abbandonato la loro fisionomia giuridica di associazioni di fatto, "all'interno delle quali spesso mancava una vera cittadinanza per i valori di trasparenza e di correttezza democratica che sono e restano alla base del nostro patto costituzionale". Non si poteva pensare che l'avvento dei partiti personali portasse miglioramenti da questo punto di vista, né ha aiutato la costante delegittimazione - sconfinata nell'accanimento - della politica in generale da parte di certa informazione (una delegittimazione che, alla fine, è in grado di colpire tutti, anche coloro che l'hanno cavalcata in passato).
Ciò induce Merlo a ritenere necessaria una riforma "morale, politica e legislativa" dei partiti. Non è bastato, per contenere l'antipolitica, ridurre drasticamente, fino ad azzerarli, i rimborsi elettorali, imporre nuove forme di finanziamento e contribuzione volontaria o indiretta regolate in modo più puntuale e severo. Si è trattato di misure tardive (pur se necessarie), essendo innestato da tempo il qualunquismo che denigra la politica per intero e rischia - con l'antipolitica - di far saltare l'intero sistema. Eppure per l'autore senza partiti "si archivia la democrazia" e si corre il rischio di affidarsi a "uomini della provvidenza" chiamati a garantire o a riportare ordine nella società, oppure a gruppi di affari o di potere che vedono le istituzioni solo come luoghi in cui le loro decisioni devono essere ratificate. "Oggi il compito dei politici, dei partiti e della politica resta quello di dare l'esempio. Le parole e le promesse sono pari a zero. Servono, semmai, fatti trasparenti e atteggiamenti personali credibili che provengono dall'alto". 
Anche il modello dei partiti personali, come negazione dell'impianto democratico e partecipativo che dovrebbero avere i partiti, sarebbe da archiviare ("quanti sono i partiti italiani che non riportano il cognome del leader nel simbolo? Pochi se non pochissimi", si chiede Merlo, anche se il Ppi e la Margherita in passato hanno finito per ospitare i nomi di Prodi e di Rutelli, sia pure solo alle elezioni); lo stesso Partito democratico, nato come "partito plurale" nato per farvi confluire "le grandi culture riformiste, democratiche e costituzionali del nostro paese", ha finito per trasformarsi in un partito del leader di turno, non diversamente dalle altre forze politiche. Occorre allora codificare per legge i principi di democraticità e trasparenza - cosa in parte già fatta - e renderli obbligatori, moralizzando allo stesso tempo l'intera vita pubblica (non solo i partiti o gli eletti); occorre però anche chiedersi "se i partiti, grandi o piccoli che siano fa poca differenza, possono fare a meno di una cultura che li ispira". La vera sfida per il futuro, probabilmente, è questa, per giunta in un contesto che non sembra capirla (come anche le elezioni del 2018, successive all'uscita del libro, hanno dimostrato) e riguarda anche l'area cattolica: "va ridata cittadinanza politica e culturale a un 'pensiero' che non può essere, ancora una volta, archiviato e banalizzato" anche perché, a dispetto della secolarizzazione, ha ancora una certa diffusione nel paese. 
Ci sarebbe bisogno, secondo Merlo, di puntare sull'impegno per la pace, per la lotta alla povertà, che persegua realmente la giustizia sociale accanto allo sviluppo e si curi della famiglia come comunità di base, punti fondamentali del magistero della Chiesa che oggi sembrano lasciati nel dimenticatoio: lo si dovrebbe fare anche divisi, in questa circostanza, per poi magari approdare di nuovo a un partito in cui ritrovarsi. Non "un partito dei cattolici" (inteso "unico"), ma "di cattolici" che si riconoscono in un'ispirazione "cristiana, laica e chiaramente riformista". Avendo peraltro ben presente una frase di Mino Martinazzoli: "Se l'unità politica dei cattolici non è un dogma, non lo è neppure la diaspora", per cui non è da escludere che si riesca ad aggregare e costruire qualcosa a partire dai valori, cercando di evitare gli errori del passato: "le difficoltà attuali del Partito popolare - disse sempre Martinazzoli all'inizio del Terzo Millennio - derivano dal fatto che non siamo stati Popolari, ma solo ex democristiani. Non siamo stati capaci di rialimentare quel tragitto".
Per rilanciare il popolarismo cristiano nella nuova scena politica italiana, Merlo ne è convinto, sono necessari il recupero del "deficit di elaborazione politica e culturale" (per cui non si può ignorare il ruolo che hanno avuto figure come Sturzo, De Gasperi e Moro, che seppero guardare a una determinata parte della società, traendone però progetti per un intero paese) e, soprattutto, "uno scatto di fantasia e una forte discontinuità anche a livello organizzativo", il che si dovrebbe tradurre in "un processo di riaggregazione, capace di ricomporre un tessuto sociale oggi disperso e frantumato". Un'idea vissuta in prima persona: da mesi Giorgio Merlo è tra i dirigenti di una realtà al momento denominata "Rete bianca", cioè "un movimento politico e culturale nato con l'obietivo di favorire e promuovere la 'ricomposizione' di questa fetta di società", fatta di associazioni sparse per tutto il paese, fondate territorialmente e culturalmente. Non c'è ancora un simbolo definito e, soprattutto, non ci si deve interrogare sulla collocazione politica o su eventuali alleanze: "si sta con la propria identità e poi si deciderà in seguito". In questo senso, i cattolici possono "rinascere" alla politica senza partito, magari per prepararsi a costituirne uno, con una vera classe dirigente: con quale simbolo, è presto per dirlo, ma certamente non sarà il glorioso scudo crociato, che per la sua storia merita di riposare tranquillo, non più conteso a destra e a manca.