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giovedì 4 agosto 2016

Pirati, popolari e liberi: nuove componenti in arrivo alla Camera?

Non sono entrati in Parlamento, ma paradossalmente - per il solo fatto di avere partecipato alle ultime elezioni politiche con il loro simbolo - possono aiutare qualcuno a rimanerci con un minimo di organizzazione e con un complice insospettabile: il regolamento della Camera. Ciò che è avvenuto a Montecitorio all'inizio di giugno, con la nascita della componente del gruppo misto (di soli tre deputati) Ppa - Moderati grazie alla presenza elettorale del primo nel 2013 merita di essere valutato con maggiore attenzione. 


Le origini

Per inquadrare meglio la questione, è il caso di sfogliare il regolamento della Camera, leggendo articoli qua e là. Le componenti del gruppo misto esistono ufficialmente dal 27 settembre 1997: a proporne l'istituzione fu la Giunta per il regolamento allora insediata, presieduta da Luciano Violante e con membri dei vari gruppi. 
In effetti, a livello informale queste articolazioni esistevano già, ma non avevano alcuna rilevanza giuridica. Il fatto è che, nel 1994 - dopo le prime elezioni con il Mattarellum - partiti anche di una certa consistenza (come Alleanza democratica e Psi) non vennero autorizzati dall'Ufficio di presidenza a costituire un gruppo parlamentare in deroga, avendo solo sfiorato la soglia dei venti deputati: tutti i loro eletti dovettero aderire al gruppo misto, che così divenne visibilmente disomogeneo, con compagini nutrite in disaccordo tra loro; tra ribaltoni e scissioni successive, la situazione nella breve XII legislatura non migliorò. Dopo le elezioni del 1996 quelle dinamiche si ripresentarono e la confusione nel gruppo crebbe: si corse ai ripari, con nuove regole che consentissero alle componenti "di esplicare pienamente l'attività politica parlamentare - così si legge nella relazione alle modifiche - nella forma più ampia e attraverso la più larga disponibilità di strumenti compatibile con l’ordinato ed efficace svolgimento dei lavori della Camera".


Le regole

Al Senato la Giunta per il regolamento nel 2004 ha deliberato che "il Regolamento del Senato [...] non conosce la figura delle componenti politiche del Gruppo misto"; non le cita nemmeno il regolamento dello stesso misto. Nella pratica, le componenti esistono, formate anche da un solo senatore, ma - appunto - non hanno quasi nessun valore, se non quello di segnalare la propria appartenenza, per dare visibilità al soggetto politico di cui si fa parte. 
Alla Camera, invece, le regole ci sono. Per l'art. 24, il tempo per gli interventi nel calendario dei lavori attribuito al gruppo misto "è ripartito tra le componenti politiche in esso costituite, avendo riguardo alla loro consistenza numerica". Nella discussione sulle linee generali di un progetto di legge ha la parola un deputato per ciascuna componente (art. 83), così come può intervenire un membro per ogni componente, tra l'altro, su articoli, emendamenti e subemendamenti (art. 85, comma 7) e sulla questione di fiducia posta dal governo (art. 116, comma 3); le componenti possono poi essere invitate alle conferenze dei capigruppo convocate per questioni di straordinaria importanza, ma solo se hanno più di dieci membri
Il discrimine è importante. Di norma per costituire una componente servono dieci deputati, ma l'art. 14, comma 5 consente che gli eletti siano solo tre, purché rappresentino minoranze linguistiche tutelate dalla Costituzione (e siano legati a liste espressione di quelle minoranze), oppure purché "rappresentino un partito o movimento politico la cui esistenza, alla data di svolgimento delle elezioni per la Camera dei deputati, risulti in forza di elementi certi e inequivoci e abbia presentato, anche congiuntamente con altri, liste di candidati ovvero candidature nei collegi uninominali". Il testo si riferisce alla legge elettorale allora vigente, ma si applica anche al solo collegio uninominale rimasto, quello della Valle d'Aosta.
Per i proponenti, i membri dell'aspirante componente dovevano "dimostrare la sussistenza di un movimento organizzato e diffuso nel Paese" con una consistenza parlamentare minima (tre eletti), segni "certi e inequivoci" dell'esistenza del soggetto politico (per la Giunta per il regolamento potevano essere "un simbolo, una denominazione, un’attestazione documentaria o, comunque, una qualche forma di notorietà") e la partecipazione al voto. La norma in deroga era stata pensata nella XIII legislatura per dare visibilità, spazio e agio nell'azione ai partiti che, dopo le elezioni, avevano una presenza significativa alla Camera, ma non avevano deputati sufficienti per costituire un gruppo o una componente. 


La mutazione

Dalla XIV legislatura, però, l'istituto iniziò a cambiare forma: le componenti in deroga a volte sorsero a una certa distanza dalle elezioni (capitò all'Udeur, inizialmente compresa nella Margherita ma poi tornata autonoma), magari in periodi più vicini al nuovo voto (fu il caso, per esempio, del Movimento dei Repubblicani europei, che aveva corso alle politiche). Era un modo per avere tempo in aula e visibilità, ma probabilmente interessava pure un altro aspetto: "le dotazioni e i contributi assegnati al Gruppo misto - precisa l'art. 15, comma 3 del regolamento - sono determinati avendo riguardo al numero e alla consistenza delle componenti politiche in esso costituite, in modo tale da poter essere ripartite fra le stesse in ragione delle esigenze di base comuni e della consistenza numerica di ciascuna componente". Alle componenti, cioè, sono garantiti più fondi per l'attività e i collaboratori da assumere, più personale e più spazi rispetto a quelli per i senatori non iscritti a componenti.
Nel 2005 si fece un passo in più: Gianfranco Rotondi e altri due deputati ex Udc vollero creare la componente del partito nato nel 2004, la Democrazia cristiana (poi Democrazia cristiana per le autonomie). Non avendo corso alle elezioni, ci voleva un altro partito che avesse presentato candidature nel 2001 e desse la copertura chiesta dal regolamento: provvidero i Verdi-Verdi, nati in Piemonte nel 1990, in rapporti col centrodestra e presentatori di liste. Il nome, però, poteva dare problemi: da anni la Federazione dei Verdi, in Parlamento dal 1987, lamentava un uso confusorio della parola "Verdi" e nel 2004 il Consiglio di Stato aveva messo in luce un rischio di confondibilità. La componente nacque comunque (grazie, come disse Rotondi a Sebastiano Messina per Repubblica, "alla santità democristiana di Casini", presidente della Camera) con la deroga fornita dai Verdi-Verdi, ma il nome scelto fu "Ecologisti democratici", lo stesso usato poi dai Verdi-Verdi nel 2006 alle elezioni politiche, dopo la bocciatura del simbolo originario. 
Si capì, dunque, che pure un partito che non aveva partecipato direttamente alle elezioni (perché non aveva presentato liste o era nato dopo) poteva creare la sua componente nel gruppo misto, purché si appoggiasse a un partito che le candidature le aveva presentate, magari affiancando il proprio nome a quello del "derogante".


Evoluzioni recenti

In seguito, il meccanismo è stato ripetuto più volte. Nella XV legislatura (la prima dell'era Porcellum), il 16 marzo 2007 alla Camera sorse la componente "Repubblicani, liberali, riformatori", creata da Giorgio La Malfa, Francesco Nucara e Giovanni Ricevuto: tutti e tre erano stati eletti in Forza Italia, il terzo in quota Nuovo Psi (ma aveva lasciato il gruppo), i primi due come repubblicani (ma si erano iscritti subito al gruppo misto). Siccome il Nuovo Psi aveva costituito un gruppo con la Dca di Rotondi e il Pri non aveva presentato liste, la componente fu fondata con l'appoggio del Partito liberale italiano di Stefano De Luca, che aveva raccolto le firme per partecipare alle elezioni, pur senza avere eletti
Nella scorsa legislatura la Lega Sud Ausonia fece nascere la componente di Noi Sud (poi Autonomia Sud) di Arturo Iannaccone; il Partito pensiero e azione di Antonio Piarulli fece altrettanto con Grande Sud di Gianfranco Miccichè; di nuovo il Pli ha via via accolto sotto il suo nome vari parlamentari che hanno abbandonato il Pdl e così via.
Nell'attuale legislatura, prima del ritorno in Parlamento del Ppa, si era già assistito a due episodi significativi. Fare!, gruppo legato a Flavio Tosi, è riuscito a costituirsi in componente grazie al Pri, mentre il Psi, che aveva candidato i suoi esponenti all'interno del Pd, si è dovuto rivolgere al Pli (ancora loro!): entrambe le formazioni hanno partecipato alle elezioni, anche se nessuna delle due è arrivata allo 0,1% nazionale (anche perché avevano presentato liste solo in poche circoscrizioni). Di fronte a ciò, i casi dei partiti Maie e Usei, che hanno eletto i loro deputati all'estero e hanno ampliato i nomi delle loro componenti dopo aver accolto gli aderenti rispettivamente ad Ala di Verdini e a Idea di Quagliariello, sembrano ordinaria amministrazione. 


Ipotesi per il futuro

Se le cose stanno così, essendo probabile che nei prossimi mesi si verifichino altre scissioni e uscite dai gruppi maggiori, è possibile che altre formazioni presenti alle ultime elezioni e rimaste fuori dal Parlamento vengano contattate da coloro che vogliono creare la componente alla Camera, per godere dei vantaggi di quello status (compresa, magari, la possibilità di essere esentati dalla raccolta firme alle elezioni politiche, in caso di normativa favorevole come quella del 2008). Per inciso, quale sia il vantaggio per il partito escluso dalla Camera che si presta a tali operazioni non è chiaro: c'è chi, come Piarulli del Ppa, precisa di non avere chiesto e avuto un euro, accontentandosi di vedere il nome del suo soggetto politico sugli schermi delle dirette parlamentari e sui resoconti o di collaborare all'attività politica; in altri casi, da più parti si sono rincorse le voci che la deroga sia stata pagata con moneta sonante o con altri benefici (cosa che negli anni si è detta pure per alcuni accordi tecnici che consentivano a certe liste di non raccogliere le firme alle elezioni).
Dopo uno sguardo sommario, si scopre che sono 34 le formazioni che hanno presentato liste almeno in una circoscrizione e non sono entrate alla Camera (avendo già tolto Pri, Pli e Ppa); a queste bisognerebbe aggiungere le 3 che hanno corso per aggiudicarsi il collegio uninominale della Valle d'Aosta. Significa dunque che potrebbero formarsi altre 37 componenti? Ovviamente no, per varie ragioni.
Si dovrebbero escludere, innanzitutto, le formazioni strettamente legate a un territorio, che difficilmente potrebbero accettare di favorire partiti che non condividano gli stessi ideali: vale per le formazioni valdostane (Union Valdôtaine Progressiste, Autonomie Liberté Démocratie, Nation Val D'Outa), ma anche per quelle radicate in altri territori (Die Freiheitlichen, Indipendenza veneta, Partito sardo d'azione, Liga Veneta Repubblica, Veneto Stato, Indipendenza per la Sardegna, Meris), a meno che ovviamente gli interessati a costituire la componente non si sentano legati alle stesse cause politiche. Analogamente, le liste legate a campagne decisamente settoriali, come il Movimento italiano disabili e Staminali d'Italia, difficilmente sarebbero le prime a essere contattate per un accordo di rappresentanza parlamentare. 
Sarebbero fuori gioco, poi, anche i partiti e gruppi troppo connotati politicamente, come La Destra, Partito comunista dei lavoratori, Forza nuova, Casapound Italia, Fiamma tricolore, Partito di alternativa comunista, Rifondazione missina italiana (cioè il Movimento idea sociale), Progetto nazionale e Democrazia Atea: potrebbero non essere disposti loro all'alleanza tecnica, così come coloro che volessero fondare la componente potrebbero non essere interessati dall'inizio. Lo stesso discorso varrebbe per formazioni forse non più esistenti, probabilmente non in buona salute: si possono considerare qui Futuro e libertà, Rivoluzione civile e Fare per fermare il declino. 
Chi resterebbe disponibile dunque? Una dozzina di sigle e simboli, dal nome sufficientemente generico da poter essere utilizzato senza troppi problemi. Tra le liste che erano parte del centrodestra, potrebbero esserci Grande Sud - Mpa, i Moderati in Rivoluzione di Samorì, il Partito pensionati (settoriale come ambito, ma molto noto a livello nazionale), Intesa popolare (movimento creato da Giampiero Catone, ora legato a Rivoluzione cristiana di Rotondi) e Liberi per una Italia Equa (progetto politico di Angelo Pisani). Al di fuori dei poli, c'è Io amo l'Italia di Magdi Cristiano Allam (connotato politicamente, ma dal nome universale), ci sono i Riformisti italiani di Stefania Craxi, gruppi meno noti come Popolari uniti, Unione popolare e Tutti insieme per l'Italia. Nessuno però batterebbe il record dell'inconfondibile formazione dei Pirati, non quelli del Partito pirata ufficiale ma quelli arrembanti col jolly roger di Marco Marsili (che prima del voto del 2013 contribuirono a movimentare il clima al Viminale) e del Voto di protesta dell'impagabile Giuseppe Cirillo, alias Dr. Seduction (già noto per aver creato le liste Preservativi gratis e Impotenti esistenziali). 
Dobbiamo aspettarci, nella seconda metà della legislatura, ben dodici microcomponenti nuove alla Camera? Ovviamente no: potrebbe non nascerne nessuna, ma dovesse nascerne una nuova, con meno di dieci deputati, è quasi certo che pescherà da questo elenchino. Con nuovi soldi da stanziare e nuovi uffici da assegnare, ammesso che lo spazio ci sia ancora e non tocchi trovarlo in altri palazzi.

lunedì 19 ottobre 2015

Milano, il mistero di Forza Nord

Quando si voterà a Roma, ancora non è ben chiaro: il comune dovrà essere commissariato, ma i tempi si vedranno prossimamente. Le elezioni sotto la Madonnina, invece, sono certe per l'anno prossimo: il test del voto per rinnovare l'amministrazione di Milano sarà certamente il più atteso nel 2016, assieme a quello di Napoli (solo quello di Roma, ovviamente, potrebbe ottenere maggiore interesse). 
Nessuna notizia certa sui contendenti al momento, anche se le ipotesi che hanno più spazio sui media riguardano proprio i possibili nomi in corsa. Nessuna indiscrezione palpabile sul MoVimento 5 Stelle (anche se la sua presenza sulla scheda è quasi scontata), vari nomi per il centrosinistra a guida Pd (in prima linea Emanuele Fiano e Pierfrancesco Majorino); nel centrodestra, invece, prima ancora che un nome si cerca una soluzione unitaria che tenga insieme Forza Italia, Lega Nord e magari il Nuovo centrodestra (non a caso si parla ancora della possibile candidatura di Maurizio Lupi).
Proprio al centrodestra "ufficiale", tuttavia, qualche outsider potrebbe portare un inatteso disturbo, potenzialmente in grado di intaccare il panettone di Silvio Berlusconi (improbabile candidato per Palazzo Marino) e Matteo Salvini (che quel posto lo avrebbe voluto, ma ora sembra più facile un suo passo indietro), ben determinati a riconquistare il capoluogo lombardo. La minaccia, peraltro, potrebbe non arrivare da chi aveva già confermato la candidatura, come Vittorio Sgarbi (con la sua lista personale), Corrado Passera (al battesimo ufficiale di Italia unica) o il redivivo Antonio Di Pietro (con l'Idv che fondò ma di cui non fa più parte?), bensì da una formazione, o addirittura una coalizione "pirata".
In questi giorni, infatti, stanno iniziando a circolare alcuni simboli "strani", che potrebbero essere pericolosamente evocativi delle liste principali del centrodestra, ma sono congegnati in modo da passare sostanzialmente indenni al controllo degli uffici elettorali, precedenti alla mano. Uno di questi, ad esempio, è intitolato Lega per Milano, con la prima e la terza parola in evidenza, su uno sfondo verdino con la sagoma geometrica del duomo di Milano sfumata in bianco-azzurro, mentre decisamente in primo piano c'è l'elemento centrale dello stemma meneghino, cioè lo scudo bianco con croce di San Giorgio rossa sopra. Quest'ultimo fregio, in effetti, potrebbe dare qualche problema, visto che da alcuni anni (dal 2013 per l'esattezza) le istruzioni per la presentazione delle candidature stilate dal Viminale - che i presentatori di liste sono comunque tenuti a rispettare - vietano l'uso di "simboli propri del Comune", cosa che già si è ricordata per il contrassegno già presentato da Sgarbi. In quel caso, tuttavia, lo stemma è completo di diadema e corona d'alloro, mentre qui c'è solo lo scudo, quindi la commissione elettorale potrebbe anche chiudere un occhio; tutto il resto dell'emblema, invece, non creerebbe alcun tipo di problema. Non la grafica, certamente non confondibile con quella di alcun'altra lista, ma nemmeno la parola "Lega": il Consiglio di Stato ha ufficialmente "sdoganato" l'uso di quel termine anche slegato da soggetti affini alla Lega Nord (in quel caso, Lega Toscana - Più Toscana), ritenendo che non potesse esserci alcun diritto di esclusiva per il Carroccio.
Anche più insidioso è un altro potenziale fregio elettorale, quello di Forza Nord. Il nome si presenta come una crasi tra Forza Italia e Lega Nord, senza essere nessuno dei due. La grafica in qualche modo ricorda quella di Forza Italia - in particolare il suo sviluppo orizzontale, senza bandiera, utilizzato soprattutto alle elezioni del 1996, ma non solo - essenzialmente per l'uso della font (un Helvetica compresso corsivo) e per le scritte "impilate", con tanto di banda centrale a sinistra e a destra. I colori però sono diversi (nero e verde fosforescente su fascia bianca, con due segmenti circolari verde e nero rispettivamente nella parte superiore e inferiore del cerchio.
Proprio perché il fregio è più insidioso, i funzionari della commissione elettorale potrebbero mettersi di traverso, ma non su tutto. A partire dal nome: in varie occasioni alle elezioni sono stati ammessi simboli contenenti diciture sul calco di "Forza ..." ma non legate a Fi, quindi "Forza Nord" non dovrebbe creare problemi. Nel 2012, addirittura, a Piacenza fu accettata la lista Forza Piacenza Insieme (alleata del Carroccio ma a sostegno di un candidato diverso rispetto a quello di Fi), che sullo sfondo aveva persino un tricolore; bisogna però ammettere che in quell'occasione sulle schede c'era il simbolo del Pdl e non quello forzista, cosa che può avere facilitato l'ammissione dell'altro emblema nonostante gli esposti di Forza Italia. 
Per qualcuno la differenza cromatica, unita a quella del nome, potrebbe essere sufficiente a scongiurare la bocciatura del contrassegno; per altri, invece, questa avverrebbe comunque a causa del carattere utilizzato, per giunta in Italic. Una diversa font, usata in tondo, potrebbe però bastare ad aggirare l'ostacolo; non si dimentichi che l'ammissibilità dei contrassegni alle elezioni comunali tradizionalmente è valutata con meno rigore rispetto alle scelte fatte dal Ministero dell'interno. Lo stesso Viminale che, per la cronaca, nel 1994 ammise in seconda battuta la versione modificata di Forza Sardegna, dopo che aveva rinunciato alla forma di bandiera "al vento" (accontentandosi di un vessillo rettangolare) e alla font Helvetica.
Resterebbe da capire, secondo il canone classico del complottismo, "chi c'è dietro". I buoni lettori di indizi (purché ovviamente siano drogati di politica fino al midollo) potrebbero riconoscere, ad esempio, la sagoma del duomo milanese già utilizzata nel 2004 alle provinciali dalla Lista per Milano città Metropolitana - Liberaldemocratici federalisti riformatori europei: candidò, tra gli altri, Pietro Mennea (curiosità: suo avversario per i Ds a Milano centro era Emanuele Fiano), Anna Belardi e Viola Valentino (all'anagrafe Virginia Minnetti). La stessa Valentino che, nel 2013, era candidata al consiglio comunale di Aviatico, nel bergamasco, con la lista dei Pirati. 
Non era - diciamolo subito - una lista legata al Partito pirata dell'Internazionale Pirata, ma candidava a sindaco Max Loda e aveva come portavoce nazionale Marco Marsili. Lo stesso che era riuscito a far ammettere il simbolo del Jolly Roger alle elezioni politiche del 2013 (presentando liste in Lombardia) e che negli anni ha "diretto" molte iniziative elettorali, alcune delle quali deliberatamente volte a mettere "sotto stress" le norme dettate per il voto. Qualche indizio forse non fa una prova, ma qualcuno potrebbe anche guardare con attenzione a cosa si sta muovendo in Lombardia, con la certezza che potrebbe uscire qualcosa di sorprendente. Sicuramente di non monotono.

giovedì 17 gennaio 2013

"I Pirati" alla riscossa

Già rientrato in corsa uno dei simboli ricusati in un primo tempo dal Viminale. Il Partito pirata di cui è portavoce Marco Marsili, infatti, ha accettato di compiere le modifiche che secondo i funzionari del Ministero dell'Interno erano necessarie e comunque sufficienti perché il contrassegno "incriminato" non risultasse più confondibile con l'emblema del Partito pirata "ufficiale" - l'unico ad essere tutelato e ritenuto ammissibile in sede di controllo dei contrassegni, tra i tre fregi elettorali presentati nei giorni scorsi che si rifacevano direttamente alla "flotta pirata".
Gli elementi di criticità - gli stessi che erano già stati oggetto delle due ordinanze cautelari del Tribunale di Milano ricordate dalla sola formazione "pirata" ammessa - erano la denominazione integrale "Partito pirata" e la bandiera nera che era inserita come piccola riproduzione all'interno dell'emblema. Quel simbolo era stato presentato alle elezioni amministrative almeno una volta (specie in varie competizioni in piccoli comuni, anche senza bisogno di raccogliere le sottoscrizioni), ma per il Viminale questa volta non poteva essere ammesso, pur essendo stato presentato prima rispetto al Partito pirata "ufficiale". 

Il partito guidato da Marsili, tuttavia, ha presentato una nuova versione dell'emblema, che alla denominazione originaria sostituisce l'espressione maiuscola "I pirati", scritta in nero e non più in bianco - sarebbe stata di grande effetto se proposta con un vero font "corsaro", ma nella ridotta riproduzione sulla scheda la resa sarebbe stata disastrosa - ed elimina del tutto la vela nera che resta appannaggio esclusivo (in questa tornata elettorale) del Patrito pirata "ufficiale".

Vero simbolo caratterizzante dell'emblema dei Pirati, del resto, era ed è il jolly roger, il teschio con due sciabole incrociate al posto delle due tibie: dopo l'eliminazione della vela/bandiera, la raffigurazione è stata ulteriormente ingrandita per occupare più spazio nel tondo, sempre tinto di quell'arancione che in ambito "corsaro" ha decisamente conquistato terreno. Su alcune schede di Camera e Senato, la formazione presenterà il proprio simbolo ora non più confusorio - anche se, c'è da giurarlo, l'ammissione non piacerà ai Pirati "veri" - e riproverà a ottenere consenso, come ha fatto alle elezioni amministrative.  
Movimento pirata, "bocciato"
"Nonostante i fastidi creati da alcuni antagonisti di estrema sinistra, che hanno cercato in ogni modo di impedirci di partecipare alle elezioni - ha dichiarato Marsili - il Viminale ha ritenuto che avessimo diritto a partecipare all'imminente consultazione con il nostro simbolo, visto che facciamo politica da anni, e presentiamo liste, diversamente da altri pseudopartiti". Il leader parla proprio mentre è stata eseguita l'ordinanza di "oscuramento" del sito della formazione www.votapirata.it, emessa il 30 marzo 2012. Sito o non sito, c'è ancora tempo per vedere come si chiuderà il tutto: il finale, per ciò che si sa, è quasi a sorpresa...