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domenica 26 luglio 2026

L'ultima domenica del Pci (in attesa del nuovo simbolo) rivive con Dondi

Chiunque abbia lavorato per un quotidiano italiano, piccolo o grande, locale, regionale o nazionale, sa che la domenica, se non ci si deve occupare di sport (specialmente di calcio), è una giornata di norma più fiacca delle altre: le pagine a disposizione il giorno dopo per la cronaca di solito sono di meno, in qualche caso il giornale - o il suo "dorso" locale - il lunedì nemmeno esce, quindi le notizie non di primo piano devono attendere i giorni successivi per emergere. Eppure accadde proprio di domenica e si fece largo tra le pagine del giorno dopo una notizia che ha rappresentato "un passaggio cruciale, impossibile da rimuovere. [...] una vera e propria cesura nella vita nazionale, che cambia radicalmente la storia del comunismo italiano e dell'intera sinistra. E non solo". Perché era domenica il 12 novembre 1989, giorno in cui Achille Occhetto, allora segretario del Partito comunista italiano, nella sala del quartiere Navile di Bologna, fece capire che il Pci avrebbe potuto cambiare nome e, di conseguenza, anche il simbolo. In qualche modo, anche se il partito avrebbe continuato ad agire per oltre un anno con quelle insegne, quella fu L'ultima domenica del Pci. Ed è proprio questo il titolo di un libro pubblicato ad agosto dello scorso anno dall'editrice romana Bibliotheka e scritto da Walter Dondi, che quel giorno nella sala di via Pellegrino Tibaldi 17 c'era: era uno dei due giornalisti presenti, anzi, proprio quello che riuscì a fare a Occhetto la domanda giusta per ottenere come risposta tre parole - "Tutto è possibile" - pronte a trasformarsi in una notizia da pubblicare sull'Unità e poi in una svolta, quella della "Bolognina".
Perché è verissimo - come ha scritto nella sua prefazione Luca Bottura - che in Italia la Storia può presentarsi "una domenica mattina, col cielo grigio, in una sala di quartiere, mentre tutti pensano che 'tanto oggi non succede niente'. Poi succede tutto. E ce ne accorgiamo tardi". E merita di essere raccontata la storia "di un giorno preciso - ha annotato ancora Bottura -. Di una frase detta, forse con cautela. Di un titolo scelto con equilibrio. Di un fax che parte e di un direttore che, quella volta, non risponde", in cui ha un ruolo fondamentale proprio Dondi, che oltre a esserci stato, "fortunatamente per noi, ha preso appunti", buoni per ricostruire cos'è accaduto, per capire meglio cos'è successo dopo, a Botteghe Oscure, alla Fiera di Rimini (sede all'inizio di febbraio del 1991 del XX congresso del Pci, quello del cambio di nome) e in tutto il Paese. 
Non è retorico dire che la mattina del 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, la storia dell'Italia politica è passata da Bologna, anzi, dalla Bolognina. Per quella personale e professionale di Dondi è stato fondamentale un viaggio, con cui il libro inizia: meno di quattro chilometri, percorsi in taxi con la compagnia di una copia dell'Unità e di un taccuino, da via Barberia 4 (il palazzo Marescotti Brazzetti, oggi sede universitaria, allora sede della federazione del Pci e, in mansarda, della redazione bolognese del quotidiano) alla citata sala di quartiere di via Tibaldi 17, dov'era prevista la celebrazione comunitaria del 45° anniversario della battaglia partigiana della Bolognina. E dove Achille Occhetto, dopo una visita a Mantova, aveva deciso improvvisamente di andare: Dondi era andato là proprio perché il suo caporedattore, Giancarlo Perciaccante, l'aveva avvertito della presenza del segretario Pci. 
 
I giornalisti presenti a quell'evento erano due: Giampaolo Balestrini, giovane cronista dell'Ansa arrivato in tempo (a dispetto del brevissimo preavviso) perché abitava piuttosto vicino al luogo della celebrazione, e appunto Dondi, redattore locale dell'Unità; oltre alla principale agenzia giornalistica nazionale e all'organo del Pci, non c'era nessun'altra testata, cartacea, radiofonica o televisiva, nazionale o locale; anzi, c'erano le telecamere del Tg Regione della Rai, ma senza alcun giornalista al seguito. Nessuno, del resto, si attendeva l'arrivo di Occhetto, da lui stesso qualificato come "improvvisata", compiuta "perché ritengo giusto andare tra la gente che si riunisce per ricordare le grandi battaglie democratiche e di libertà". Il libro ricostruisce l'incedere del discorso del segretario, prima legato alla resistenza, ma presto ricollegato all'attualità, ai "giorni decisivi per l'Europa", dopo il crollo del Muro che per Occhetto rappresentava la vera fine della Seconda guerra mondiale: il suo non era "un intervento di circostanza - spiega ora Dondi -. Bisogna aprire bene le orecchie e scrivere velocemente le sue parole sul taccuino". Una frase che, riletta oggi, dà immediatamente la misura di quanto il mondo sia cambiato: oggi, probabilmente, anche un semplice blogger avrebbe avuto il suo laptop (o almeno un tablet) per prendere appunti, oppure avrebbe usato un registratore insieme a un programma di riconoscimento vocale per ottenere più in fretta il testo grezzo del parlato su cui lavorare; allora, quando lo strumento "portatile" più diffuso era la macchina da scrivere e c'erano i registratori ma mancava il tempo per riascoltare e "sbobinare", occorreva affidarsi interamente alle orecchie, al cervello e alle dita che stringevano la penna/biro/matita e la facevano scorrere sul taccuino.  
l'Unità, 13 novembre 1989, prima pagina
Quelle parole rivolte ai partigiani impiegando un discorso di Mihail Gorbacëv ("Avete vinto la Seconda Guerra mondiale, ma se ora non volete che essa venga nuovamente perduta, non bisogna limitarsi a conservare l'esistente, ma impegnarsi in grandi trasformazioni") già non erano irrilevanti, ma quelle successive - "Da tutto questo traggo l’incitamento a non continuare su vecchie strade, ma ad inventarne di nuove per unificare le forze di progresso. [...] Dal momento che la fantasia politica in questo fine '89 sta galoppando è necessario, nei fatti, andare avanti con lo stesso coraggio che allora fu dimostrato nella Resistenza" - sembravano non lasciare dubbi sul fatto che qualcosa di grande e, volendo, di grave stesse per avvenire. E non certo riferito alla celenbrazione in cui Occhetto aveva scelto improvvisamente di intervenire.
L'importanza del momento richiede che sia rivissuto, nella sua dinamica, esattamente con le parole di Dondi, anche per assaporare l'atmosfera del dialogo tra colleghi (che si prendono reciprocamente un po' di rischio, non sapendo davvero cosa farà l'altro e come agiranno le rispettive redazioni):   
È necessario capire cosa c'è dietro quelle parole: 'coraggio', 'strade nuove', 'unificare le forze di progresso'Guardo Balestrini e gli dico che dobbiamo parlare con Occhetto prima che se ne vada, chiedergli cosa ha voluto dire con quel discorso. "Secondo me - spiego - c'è l'idea di un cambio del nome al Pci". Ci facciamo largo tra i partigiani che si affollano vicino ad Occhetto per salutarlo e stringergli la mano. Riusciamo a fermarlo per qualche minuto. Nel frattempo, ho concordato con il collega che sia lui a fargli la prima domanda, riservandomi di intervenire successivamente. 
Segretario, cosa lasciano presagire le sue parole?  
"Lasciano presagire tutto, stiamo realizzando grandi cambiamenti e innovazioni in tutte le direzioni".  
Si è aperta una breccia e bisogna insistere, perciò intervengo.  
Sono Dondi dell'Unità: se le tue parole lasciano presagire tutto, vuol dire anche un cambio del nome del Pci?
Occhetto sembra sorpreso. Mi guarda e dice: "Tutto, lasciano presagire tutto".
Non sono pienamente soddisfatto e ripeto la domanda: Quindi il Pci cambierà nome?  
Occhetto pare non volere replicare, poi si blocca e risponde: «Tutto è possibile». Sta per allontanarsi, ma ho bisogno di una ulteriore conferma, il tema è troppo importante e la sua è una dichiarazione molto forte, inedita. Perciò rifaccio la domanda: Segretario, davvero il Pci cambierà nome?  
Si volta un'ultima volta e dice: «Tutto è possibile. Scrivete che tutto è possibile». A quel punto se ne va davvero. [...]. 
La notizia c'è, mi dico, eccome se c'è. Mentre la sala si svuota, Balestrini e io ci appartiamo e concordiamo il testo virgolettato delle risposte che Occhetto ha dato alle nostre domande. Non c'è dubbio, del resto, che il segretario abbia aperto alla possibilità, concreta, che il Pci cambi nome. La cosa ha del clamoroso; fino a quel momento il tema non era mai stato reso così esplicito. E dal segretario in persona, non da parte di qualche dirigente di livello più o meno elevato. È davvero il caso di chiamare il giornale a Roma. E subito. Voglio parlare con un redattore capo prima che esca il lancio dell'Ansa. Saluto il collega e mi precipito in via Barberia.  
Rinascita, n. 29/1989, p. 35
A Roma Dondi riuscì a parlare con Marco Demarco, allora vicecaporedattore capo centrale (poi divenuto vicedirettore; di recente è stato a lungo direttore del Corriere del Mezzogiorno): convenne che la notizia "c'era tutta" e dovesse andare sul nazionale, raccontata a dovere per come era emersa. Non che la questione del nome da cambiare fosse una novità: nella campagna per le europee si era fatta strada l'espressione "nuovo Pci" (impiegata anche nella campagna del tesseramento del 1989); a fine luglio, poi, su Rinascita era apparso un lungo intervento di Michele Salvati e Salvatore Veca intitolato Cambiare nome. E se non ora, quando?, anticipando in modo autorevole la questione di oltre tre mesi (e addirittura di più di un anno la scelta del nome "Partito democratico della sinistra", indicato come "modesta proposta" in quell'articolo e accolto 
da Fabio Mussi - in un testo pubblicato nelle stesse pagine - come un "buon nome a occhio e croce", ma proposto nel momento sbagliato e senza che ci sia una vera urgenza di cambiare insegne): proprio Salvati, come ricorda Dondi, il 30 novembre 1989 sempre sull'Unità avrebbe confermato la sua posizione, pienamente in linea con la svolta impressa da Occhetto e manifestata quel giorno alla Bolognina.  
"La questione del cambiamento del nome è all'ordine del giorno del Pci", battè subito Dondi sulla sua macchina da scrivere "Olivetti d'ordinanza", poi - dopo aver impiegato parecchio tempo a scrivere, leggere e correggere - inviò il pezzo via fax alla redazione centrale romana. Intanto alle 15.44 era uscito il lancio di Balestrini per l'Ansa - riportato nel libro - ma il titolo era sulle "nuove strade" invocate da Occhetto, parole che a qualcuno saranno suonate simili a quelle che Robin Williams pronunciava nei panni di John Keating nel film L'attimo fuggente (uscito in Italia solo un mese e mezzo prima, quindi verosimilmente ancora in programmazione): la questione del cambio di nome era relegata all'interno del pezzo, peraltro un po' depauperata ("Alla domanda di un giornalista se queste sue frasi lascino presagire un cambio del nome del Pci, ha risposto 'Lasciano presagire tutto'."). Dondi dà perfettamente conto del travaglio vissuto (come giornalista, più che come militante comunista), nell'attesa di sapere se e come i suoi superiori - Piero Sansonetti redattore capo centrale, Renzo Foa condirettore, Massimo D'Alema direttore - avrebbero fatto uscire il pezzo. Il giorno dopo, all'alba, la scoperta: in prima pagina il richiamo alle parole di Occhetto alla Bolognina era in taglio medio, con un titolo simile a quello dell'Ansa (Occhetto ai veterani della Resistenza: "Dobbiamo inventare strade nuove") ma con l'occhiello che non rinunciava a evidenziare la notizia seminascosta dall'agenzia (A chi chiede se il Pci cambierà nome risponde: "Tutto è possibile"); l'articolo di Dondi finì - senza alcun taglio - alla pagina 8 e questa volta il titolo era inequivocabile (Il Pci cambierà nome? "Tutto è possibile"). Rievocando nel libro quel passaggio, l'autore parla di "un'operazione di compromesso e di equilibrismo tra esigenza giornalistica, per non mancare la notizia, e intervento politico che ha teso a ridurre l'impatto delle dichiarazioni di Occhetto". Occhetto che, tra l'altro, proprio il 13 novembre aveva in animo di parlare del suo progetto alla segreteria del partito e il giorno dopo alla direzione.
l'Unità e la Repubblica, prime pagine del 14 novembre 1989
Per chi ama immergersi nelle pagine di allora, per cogliere il più possibile la visione del tempo (ancor più che il suo spirito), non può passare inosservato come quasi tutti i giornali pubblicati il 13 novembre 1989 - esclusi quelli che in quel giorno post-sportivo non uscivano, a partire dalla Repubblica - abbiano dato un rilievo piuttosto ridotto alla notizia bomba del giorno prima, quasi sempre limitandosi a rielaborare il lancio dell'Ansa; tutt'altro trattamento avrebbe avuto la questione del nome del Pci il giorno dopo - dunque il 14 novembre, come spiò vedersi dalle pagine qui riportate - dopo che proprio l'Unità aveva sostanzialmente confermato la notizia che la stessa agenzia nazionale aveva in qualche modo attenuato.
Il Messaggero, pagine 1 e 2 del 13 novembre, prima pagina del 14 novembre
Appare molto interessante la ricerca di Dondi, che nota come solo dalla lettura del Messaggero - in particolare da un articolo firmato da Mario Stanganelli - emerga come le parole di Occhetto, riprese dall'Ansa, siano state "premurosamente chiosate dal portavoce di Botteghe Oscure, per non lasciare dubbi che di almeno un principio di svolta si trattasse". Qualcuno, evidentemente, dal Bottegone doveva essere intervenuto in qualche modo con le varie testate. Dondi, formalmente in pensione ma non certo dalla passione e dal rigore giornalistico, di fatto ha condotto un'inchiesta su quelle ore tra il pomeriggio e la notte del 12 novembre 1989 per capire come possano essere andate le cose.  
Corriere della Sera, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Se Balestrini - anch'egli ormai in pensione - conferma di avere scritto il pezzo riportando precisamente le risposte di Occhetto (fedelmente alla trascrizione fatta con Dondi), senza sapere cosa sia accaduto dopo che il lancio era stato consegnato al caporedattore Ansa a Bologna e poi trasmeesso a Roma, va indagato meglio cosa accadde all'Unità e nel Pci. Nel libro di Roberto Roscani L'Unità. Una storia, tante storie (uscito nel 2024) Claudio Petruccioli raccontava di essere stato contattato dalla redazione dell'Unità e di avere cercato "di smorzare i toni, di riportare tutto alle parole letterali pronunciate" (Petruccioli peraltro disse di aver incontrato Occhetto la sera prima, circostanza smentita dall'ex segretario in un colloquio con Dondi, su cui si tornerà); per parte sua, Federico Geremicca si era fatto dire da Massimo D'Alema che, dopo essere stato con lui quel giorno in barca, dunque non raggiungibile dalla redazione di via dei Taurini, "Una volta rientrato a Roma, il giornale mi trovò. Consigliai prudenza, perché eravamo di fronte, in fondo, soltanto ad una mezza battuta del segretario: facemmo il centropagina della prima…". 
La Stampa, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Dondi ha meritoriamente aggiunto al racconto la versione di Marco Demarco, il suo unico contatto con l'Unità di quel 12 novembre 1989: "Quella domenica, Sansonetti, il caporedattore, era di riposo. Foa, il vicedirettore, risultò irreperibile e D’Alema, come scoprii dopo, veleggiava al largo del Circeo. Inutile dire che allora non c’erano i telefonini. Nella redazione romana eravamo quattro gatti, e io reggevo il timone" (Demarco, per la precisione, ha smentito che D'Alema sia mai stato sentito). L'allora viceredattore capo centrale si assume la responsabilità della scelta dell'impaginazione e del titolo (vista l'irreperibilità dei superiori); ricorda di avere collocato la questione del nome del Pci in apertura della prima pagina, ma di averla spostata più in basso dopo una "telefonata di routine da Botteghe Oscure", in particolare del responsabile di turno Claudio Petruccioli ("Mi spiegò che il momento era delicato, fece appello al senso di responsabilità e alla prudenza, e infine – sempre con grande garbo – mi invitò a soprassedere. Gli dissi che non era possibile, che tutte le verifiche erano state fatte e che sarei stato attento nella titolazione. Ma non si tranquillizzò. Anche perché le agenzie non avevano 'battuto' nulla e questo lo insospettiva. Insistette e mi rimandò a una successiva telefonata") e dopo un consulto con Walter Veltroni, allora responsabile stampa e propaganda del Pci ("Mi ascoltò paziente e si rese conto che ero finito tra l'incudine e il martello, ma anche lui - ignaro della sortita di Occhetto - mi suggerì prudenza e, in ogni caso, di ascoltare Petruccioli").
il Resto del Carlino, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Il lancio dell'Ansa, sia pure nella forma attenuta vista sopra, consentì a Demarco di prendere una decisione: "Alla telefonata successiva da Botteghe Oscure, dissi a Petruccioli che avrei rinunciato all'apertura, ma non alla prima pagina. E che avrei riportato tutto distribuendo i carichi tra occhiello, titolo e sommario. E così feci". Demarco riconosce di avere "scritto titoli migliori" rispetto a quello della prima pagina del 13 novembre 1989, ritenendolo "graficamente sgrammaticato" e poco netto, potendo però spiegare facilmente quelle "contorsioni": "l'Unità era l’organo del Partito comunista; la questione in discussione era la fine stessa del Pci; quella Svolta non era affatto condivisa. Ed era inevitabile che tutte queste tensioni convergessero sulla prima pagina che io stavo chiudendo. Annunciare la Svolta avrebbe messo il partito di fronte al fatto compiuto. Ignorare il discorso di Occhetto o censurarlo avrebbe indebolito il segretario, probabilmente ritardando o compromettendo l'avvio del nuovo corso".
Non sono meno interessanti le pagine del libro in cui Dondi analizza le reazioni del giornale stesso alla notizia "bomba" che aveva dato quasi in solitaria. Colpisce leggere che, di fatto, non ci sia stata "una vera e propria discussione" in redazione (secondo Demarco "l'anticipazione fu bruciata dalla cronaca", visto che tutto sembrava accadere in modo accelerato in quei giorni); colpisce anche che "di quanto si scrisse sulla Bolognina nel giornale del 13 novembre, non si trovi praticamente traccia nei giorni seguenti", mentre la discussione nel partito prendeva sempre più corpo, con una larga parte dei dirigenti favorevole alla svolta promossa da Occhetto e una minoranza significativa che si espresse contro, con lacerazioni pesanti all'interno della base, di cui diede conto anche Nanni Moretti col docufilm La Cosa (anche se poi, alla conta del XIX congresso a Bologna, la mozione di Occhetto ottenne i due terzi dei voti). Il confronto nel e sul giornale, in compenso, arrivò poco dopo (e partì di fatto con il contributo di Michele Serra - Compagni, credetemi, è giusto così - riportato anche nel libro), nei lunghi mesi della transizione, periodo in cui emerge una sostanziale "tensione" tra l'impostazione "romanocentrica" dell'Unità (e forse anche del Pci stesso) e quella dell'Emilia-Romagna, una delle regioni in cui il Partito era più forte, politicamente, culturalmente - ed anche economicamente - ma che non riusciva a ottenere vera voce in capitolo sulle scelte e sulla guida del Pci. "Non c’è dubbio - scrive Dondi - che nel Pci c'era chi si occupava della Grande Politica, di teoria e strategia, che gli emiliano-romagnoli, si diceva in tanta parte del Partito, non erano in grado o non sapevano fare. Troppo impegnati com’erano a fare la politica, quella piccola, quella con la p minuscola: amministrare le città e i comuni, garantire servizi migliori ai loro cittadini; decisamente occupati a costruire asili e scuole per l’infanzia per promuovere l’occupazione femminile; a urbanizzare aree per le case popolari e le zone industriali da cedere a prezzi calmierati agli artigiani, ai piccoli imprenditori e alle cooperative, perché realizzassero botteghe, aziende e fabbriche, creando così le condizioni per dare ai loro cittadini e ai tanti che migravano dal Sud, un lavoro dignitoso e meglio retribuito". Di fatto, è importante notare - come fa anche Dondi - che "gli iscritti delle sezioni dell’Emilia Rossa ebbero un peso assai rilevante nel determinare l’esito congressuale; e in una misura che mai prima si era potuto osservare ed evidenziare in tutta la sua reale dimensione" (il che vale anche di più se si pensa che nelle prime ore - come l'autore non nasconde - i dirigenti dell'Emilia Rossa apparvero spiazzati di fronte all'idea che il nome del Pci potesse essere ammainato).
Il libro di Dondi contiene anche una rilevante intervista ad Achille Occhetto, realizzata dall'autore il 14 gennaio 2025. Tra i vari punti che destano interesse, Occhetto - oltre a ricordare come tutto il 1989 fosse "stato dominato dalla discussione sul nome del Partito" e che il passaggio del XVIII congresso a Roma, a marzo, già parlava di "nuovo Pci" - richiama un passaggio che non può non stare a cuore a chi scrive, oltre che a chi frequenta questo sito: la presentazione del simbolo del Partito democratico della sinistra, creato da Bruno Magno, avvenuta il 10 ottobre 1990. Quelle righe meritano di esssere riportate, insieme ad alcune riflessioni subito successive allo scoop dell'Unità di quel 12-13 novembre 1989:
Quando [...] in quei giorni i giornali cominciarono a titolare che il Pci cambiava nome, si determinò una situazione di grave difficoltà per me. A leggere quei titoli mi si raggelava il sangue. Capivo il dramma dei compagni che si alzavano al mattino e leggevano che il Pci stava per cambiare nome. [...] Nella segreteria avrei posto non la questione del nome, ma l'avvio di una costituente per una nuova formazione politica che, conseguentemente, avrebbe reso necessario porre la questione del nome, di darci un nome diverso. [...] Venne posto subito al centro il tormentone del nome. Ebbi a dire sempre [...] che prima del nome viene la cosa. Una frase che fu anche oggetto di scherno. [...] Naturalmente, il tormentone del nome fu sollevato soprattutto da chi si opponeva, Perché gli conveniva puntare sull'aspetto sentimentale, cui eravamo tutti sensibili. Quel nome lo teniamo tutti nel cuore. Ma nessuno volle tenerne conto e entrare nel merito. Quando, quasi un anno dopo, prima del secondo congresso, quello di Rimini, presentai il nuovo simbolo del Pds con la Quercia, l’accompagnai con una dichiarazione d’intenti che, letta oggi, fa capire chiaramente che il Pds si collocava nettamente a sinistra, molto più di tante forze che oggi si considerano di centro sinistra in Italia. Ma la discussione sulla dichiarazione d'intenti non ci fu, si concentrò tutta sul simbolo. Nel dire questo non do nessun torto al fatto che si sia discusso del nome, né tantomeno a te che mi hai fatto quella domanda…
Quando intervistai Bruno Magno mi parlò di un "limbo" di vari mesi (tra la Bolognina e l'incarico a lui di realizzare il simbolo, dato da Veltroni a giugno del 1990) in cui "non si sapeva bene cosa fare" e, nel grande dibattito all'interno del partito "non tutti i favorevoli avevano la stessa idea su come cambiare"; lo stesso Dondi identifica il percorso di cambiamento - iniziato con "l'ultima domenica del Pci" e segnato da due congressi, il XIX in marzo del 1990 a Bologna, il XX tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio del 1991 a Rimini - come "un tormento un po' troppo lungo"; Occhetto ammette la lunghezza, ma riconosce che fu "la più grande discussione democratica mai realizzata tra tutti i partiti. Un dibattito entrato in tutte le famiglie, nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri e nei paesi. Che ha coinvolto la sinistra, ma non solo. È stata un grande evento corale, aldilà del pettegolezzo che all’inizio ha catturato la voracità dei media". Potrebbe dirsi che quell'ultima domenica si sia dilatata durando quasi un anno e mezzo (non senza incidenti di percorso, compresa la mancata elezione di Occhetto come primo segretario del Pds al primo scrutinio); senza il racconto dettagliato e la ricostruzione precisa di quell'ultima domenica, però, mancherebbe un tassello fondamentale.  

domenica 7 marzo 2021

"Comunisti d'Italia", persone che si fanno simbolo (di un partito e del Paese)

Il 2021, come si è già ricordato nelle scorse settimane, è l'anno del centenario della nascita del Partito comunista d'Italia, poi Partito comunista italiano, per molti semplicemente "il Pci". L'anniversario arriva, come chiunque sa, quando il partito nato a Livorno nel 1921 di fatto non esiste più, dopo il cambio di nome ufficializzato nel 1991, la scomparsa anche del simulacro del vecchio simbolo dall'emblema del Partito democratico della sinistra (nel nuovo soggetto denominato Democratici di sinistra) nel 1998 e, come ultimo passo, la nascita del Pd. A quella forza politica - che peraltro non sembra godere di ottima salute - vi hanno partecipato (e continuano a farne parte) non poche persone che hanno vissuto quella storia, ma quella nuova non può in alcun modo essere accostata alla storia che si è chiusa nel 1991, così come non può essere messo realmente sullo stesso piano alcun partito che abbia deciso di condividere e portare avanti gli ideali che furono del Pci.
Chi studia la politica italiana, a costo a volte di usare la lente d'ingrandimento se non il microscopio, sa che di simboli con falce e martello ne circolano vari; almeno uno - quello del Pci rifondato nel 2016 - riprende quasi per intero il simbolo che per oltre trent'anni ha quasi sempre aperto le schede elettorali ("in alto a sinistra"). Eppure, senza nulla voler togliere a chi ancora oggi si impegna per mantenere vive e presenti quelle idee, solo quella del Partito comunista d'Italia, poi Partito comunista italiano è stata una vera storia di storie, quelle cioè delle tante persone che hanno scelto di credere in quel partito al punto da votarlo, farlo votare, iscriversi, militare, dedicare tempo, energie, sostanze perché potesse avvicinarsi la Rivoluzione in cui credevano. E in fondo non importava nemmeno quale forma avesse quella Rivoluzione nelle singole menti: poteva essere anche solo "una forza, un volo, un sogno [...] uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita" come dicevano Giorgio Gaber e Sandro Luporini in Qualcuno era comunista. Che poi in realtà ci si vergogna a scrivere "solo": come se davvero noi potessimo permetterci di relegare quella forza, quel volo, quel sogno o quel desiderio tra le cose di seconda scelta, come se davvero avessimo titolo per dire che erano di poco valore. Quelle persone, che ci hanno creduto davvero, sono diventate loro stesse simboli del Pci, come e forse ancora di più di quel fregio con falce, martello e stella su cui hanno messo la croce tante volte nel corso della loro vita.
Occorre essere grati, dunque, a chi cerca di riunire in poco più di duecento pagine un centinaio di ritratti di questi simboli, concreti e tangibili, anche ora che purtroppo hanno quasi sempre concluso la loro vita. L'ha fatto Matteo Pucciarelli, livornese come il Pcd'I, classe 1984 da tempo approdato a Milano, giornalista della Repubblica particolarmente attento alle vicende politiche (di ogni colore), nel suo ultimo libro uscito alla fine del 2020 con Typimedia editore, Comunisti d'Italia. Era inevitabile cogliere il centenario della storia comunista in Italia - anche se, come ricorda l'autore, quella storia aveva messo radici molto prima, almeno a metà dell'Ottocento, con le società di mutuo soccorso e del socialismo che guardava alla rivoluzione francese - per cercare di scrivere qualcosa: si trattava di capire come farlo. Pucciarelli, insieme alla narratrice storica Sara Fabrizi, ha scelto di offrire una galleria di persone e delle loro vite, unite da alcune fondamentali parole chiave, declinate in vari modi: uguaglianza, diritti sociali, libertà democrazia. Concetti forti, sentiti e vissuti sulla pelle, non di rado accostati a vocaboli e situazioni di maggiore durezza, fino al conflitto di chi lotta perché è convinto di ciò in cui crede (pur senza mancare di capire, anche con amarezza, quando si sbaglia o si incontrano i propri limiti).
Una galleria di vite, dunque, una per ogni anno della storia che si voleva raccontare (attraverso quelle storie vissute). 100 storie per 100 anni, dunque, anzi 103 storie, perché in qualche caso non era proprio possibile separarne una dall'altra. Vale per una coppia ben nota come Dario Fo e Franca Rame, che ha portato arte e spettacolo dove si lottava e si resisteva (e ha pagato di persona le proprie scelte, con la censura e il drammatico episodio di violenza subito dalla donna), come pure per nomi meno noti che si ha il diritto di conoscere sfogliando queste pagine e scoprendo nuovi frutti della violenza e del crimine: i sindacalisti contadini di Partinico Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Iacono, uccisi la sera del 22 giugno 1947 da una bomba lanciata contro la sede del Pci dagli uomini di Salvatore Giuliano, e Fausto Tinelli e "Iaio" Iannucci, uccisi nella periferia milanese nel 1978 perché da giovani militanti di sinistra avevano creduto che combattere contro la droga fosse un modo per fare del bene alla società ma qualcuno era di diverso avviso.
Per tutte le persone - non personaggi, perché non c'è fiction in queste pagine, nemmeno per chi ha esercitato la sua professione scrivendo, su un palco, dietro o davanti una macchina da presa - il format è lo stesso: due pagine e un paio di foto ad accompagnare il testo. Impossibile racchiudere una storia in così poco spazio, ma il libro non ha nemmeno quest'intenzione. Il libro, se si vuole continuare con Gaber e Luporini, è lo slancio per ricordare, conoscere, scoprire, approfondire: per chi vuole proseguire, ci sono altre strade, altre fonti e il piacere di cercare e trovarle.
Matteo Pucciarelli non ha nemmeno la pretesa di fornire, con le sue cento storie, un elenco esaustivo: è lui stesso, nel suo testo iniziale, a snocciolare varie assenze di rilievo o meno percettibili ("da Luigi Longo ad Adalgisa Breviglieri, da Sergio Garavini a Cesare Pavese e moltissimi altri"). Le presenze, però, son tutte di gran pregio: quelle note e quelle semisconosciute (e ci si rende conto che era un peccato che fossero tali), quelle che ci si attendeva di trovare e quelle che lasciano un pizzico di sorpresa, perché magari quel lato non si conosceva e, dopo aver letto, il quadro è più completo.
Come si accennava prima, tutte le persone che si avvicendano pagina dopo pagina - tranne Luciana Romoli, classe 1930, "antifascista a 8 anni, staffetta a 14" e ancora lucida testimone di coerenza - sono scomparse. Alcune davvero da poco, come Carla Nespolo (prima donna a presiedere, dal 2017 fino alla sua scomparsa lo scorso anno, l'Anpi senza essere stata partigiana, insistendo sulle battaglie civili dell'associazione) o Andrea Camilleri ("Molte cose del comunismo, nella sua attuazione pratica, sono state sbagliate e si sono trasformate in errori tragici proprio nel conteggio di vite umane. Ma - diceva, prima di morire nel 2019 - continuo a ritenere che l'aspirazione all'uguaglianza, al diritto uguale per tutti sia il dettame più cristiano che io abbia mai sentito. Cristiano, non cattolico"). Ci hanno lasciato nel 2020 anche Germano Nicolini (il "comandante Diavolo", al Dièvel, partigiano, sindaco di Correggio e accusato ingiustamente dell'omicidio di don Umberto Pessina, per il quale scontò dieci anni di carcere da innocente) e Vittorio Cantelmi: lui, morto nel 2020 in piena pandemia, il 15 febbraio del 1944 aveva contribuito a salvare tanti partigiani da un rastrellamento nazifascista nella Marsica, pedalando a perdifiato per chilometri e avvertendo chiunque trovasse (continuando il suo impegno politico e sociale dopo la guerra).
Altre persone invece sono scomparse da molti anni. Addirittura risale al 1921, cioè all'anno in cui si fa iniziare la storia che si racconta, la morte di Spartaco Lavagnini, ferroviere e sindacalista aretino, che a gennaio era tra i fondatori del Partito comunista d'Italia a Livorno e trucidato il 27 febbraio dalle camicie nere. Avevano visto terminare la loro vita prima della fine della guerra Tina Modotti (artista della pellicola fotografica usata come strumento di denuncia, morta nel 1942 a 45 anni in Messico), Irma Bandiera (giovane bolognese che, dopo la scomparsa in guerra del fidanzato, si unì alla Resistenza e agì con fierezza, fino a quando fu catturata, torturata e trucidata) e tre delle persone uccise alle Fosse Ardeatine: Ferdinando Agnini (di Montesacro, antifascista e tra i fondatori dell'Associazione rivoluzionaria studentesca italiana), Nicola Ugo Stame (tenore senza mai la tessera del partito fascista e partigiano) e Sisinnio Mocci, morto dopo aver girato il mondo per la libertà. Non arrivò a vedere la Liberazione nemmeno Giulio Sacripanti, pittore e partigiano, più volte imprigionato e deportato a Mauthausen, dove morì.
Sono profondamente diverse tra loro le storie dei "comunisti d'Italia" scelte e raccontate da Pucciarelli, ma le accomuna il riferirsi tutte a "patrioti che hanno costruito la democrazia", come si legge in copertina. E a nessuna persona sembrino esagerate queste parole: queste persone e molte altre che hanno creduto e praticato il comunismo "hanno lottato per il Paese libero e democratico in cui oggi viviamo, l'hanno difeso e molti di loro sono morti per questo", come ha scritto nella sua prefazione il direttore di collana Luigi Carletti, che pure non dimentica le "pagine scritte con il sangue" da varie generazioni di "compagni che sbagliano", senza che queste possano per alcuna ragione macchiare le altre, anche nei loro lati più ruvidi. 
Ogni pagina ha il suo carico di sogni, di impegno, di costanza. Nessuna lettrice, nessun lettore si stupirà nel trovare nella galleria del centenario i nomi di Antonio Gramsci, Camilla Ravera, Umberto TerraciniPalmiro Togliatti, Pietro SecchiaEnrico Berlinguer, Lucio MagriGiancarlo Pajetta, Giorgio Amendola, Nilde Iotti, Pietro Ingrao, Armando Cossutta; è interessante ritrovare anche figure più legate ai territori, come Giulio Dolchi (il "partigiano Dudo", poi sindaco di Aosta per dodici anni) e Giuseppe Dozza (per più di vent'anni primo cittadino di Bologna ed esponente storico della "via emiliana al socialismo"), Luigi Petroselli (sindaco di Roma dal 1979 al 1981, amatissimo e colpito da un infarto durante un discorso) o Pio La Torre, ucciso nel 1982 dalla mafia mentre era segretario regionale del Pci perché, disse Berlinguer, era "un uomo che faceva sul serio". Suoneranno familiari le presenze di persone legate soprattutto al sindacato come Giuseppe Di Vittorio, Guido Rossa, Luciano Lama e Bruno Trentin, ma non vanno sottovalutate figure come quella di Aldo Tozzetti, passato dalle lotte partigiane a quelle contro l'emergenza abitativa a Roma, o di Cesare Terranova, prima magistrato antimafia e poi deputato indipendente di sinistra ucciso da Cosa nostra nel 1979.
La galleria di persone, che si apre con Agnini e con Sibilla Aleramo (la scrittrice e poetessa aderì al Pci nel 1946: "Dopo essermi tutta la vita illusa nella creazione d'amore per singoli individui, ecco, la mia fede comunista è la sola cosa concreta"), si chiude con Vera Vassalle, partigiana viareggina di inestimabile coraggio, morta nel 1985. Nel mezzo, ci sono i percorsi più diversi, con curiosi accostamenti dovuti all'ordine alfabetico: capita per esempio che subito dopo Antonio Banfi, figura centrale dello studio della filosofia (che coinvolse nella Resistenza vari suoi studenti della Statale di Milano) e senatore del Pci fino al 1957, compaia Ilio Barontini, già "comandante Dario", deputato nel 1948 quando riuscì a evitare la rivolta nella sua Livorno dopo la notizia dell'attentato a Togliatti.
Non ci si stupisce nemmeno della presenza di nomi di assoluto rilievo ascrivibili al mondo dell'arte (da Renato Guttuso a Giulio Carlo Argan), della letteratura e dell'editoria (oltre ad Aleramo, Italo Calvino, Giangiacomo Feltrinelli, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Gianni RodariEdoardo Sanguineti), del cinema (Mario Monicelli, Elio Petri, Gian Maria Volonté) e del giornalismo (Mario Lenzi, Miriam Mafai, Tina MerlinRossana Rossanda e, a suo modo, Peppino Impastato). Figure note, ma non per questo da dare per scontate: anche nella coppia di pagine dedicata a ciascuna di loro si può trovare qualcosa di prezioso.
Si permetta, in chiusura, di dire che nessuna storia è uguale all'altra e nessuna può valere allo stesso modo: per questo, alcune hanno suscitato in chi scrive sensazioni particolari, a volte anche solo legate all'averle trovate già scorrendo l'indice. Certamente a questo catalogo emozionale, pieno di gratitudine, vanno ascritte - senza far torto a chiunque altro o altra - le vite di Rodari (come ben immagina chi frequenta questo sito) e di Tina Merlin (l'unica vera cronista - e inascoltata monitrice - del Vajont), quelle di Adriano Ossicini (che prima salvò decine di ebrei diagnosticando un inesistente "morbo di K" e poi da cofondatore del Partito della sinistra cristiana diede un altro orizzonte a chi credeva, e pazienza se fu stroncato) e di Margherita Hack (che davvero non ha bisogno di presentazioni, anche se la "signora delle stelle" ci ha lasciato da un po'), quelle di Teresa Noce (che si impegnò in prima persona, anche alla Costituente, e concepì l'esperienza straordinaria dei "treni della felicità") e di Stefano Rodotà (uomo prezioso di riflessioni giuridiche e umane). Ma anche quelle di due straordinari uomini di Dio che il sottoscritto ha avuto il dono di incontrare: Eugenio Melandri (saveriano sospeso a divinis quando nel 1989 fu eletto europarlamentare per Democrazia proletaria, tornato nel clero bolognese poche settimane prima di morire nel 2019, dopo atroci sofferenze fisiche, grazie alla disponibilità del cardinale Matteo Maria Zuppi) e Andrea Gallo (sì, lui, il "prete da marciapiede" di San Benedetto al Porto, con il suo sigaro e l'ammirazione sconfinata per Faber). E poi, per finire, tra le storie che non conoscevo (colpevolmente), quella di Zelina Rossi. Colei che il 21 marzo 1945, con la sua bicicletta, pedalò per undici ore da Milano alla sua Bagnolo in Piano (Pieve Rossa, per l'esattezza) per portare nella sua sacca le disposizioni del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia per "l'insurrezione finale". La Liberazione si conquista anche così, guai a dimenticarlo.

mercoledì 5 agosto 2020

Falci e martelli, i simboli del Pci (e non solo) alle prossime regionali

Il simbolo per il Veneto
Si è ricordato più volte nelle settimane scorse che il taglio sensibile al numero di sottoscrizioni richieste per presentare liste in questo appuntamento elettorale produrrà una notevole proliferazione di liste, alle elezioni regionali come a quelle amministrative. Lo si è già cominciato a vedere, in effetti, con le anticipazioni di questi giorni (soprattutto in Campania e Puglia), ma è interessante notare anche come certi partiti dal nome e dal simbolo storici, ma assenti dalle aule parlamentari, stiano cercando di cogliere l'occasione per essere presenti con loro candidature sulle schede elettorali. Tra i soggetti politici interessati c'è sicuramente anche il Partito comunista italiano, che probabilmente avrà in queste elezioni l'occasione più importante di mostrare il proprio emblema da quando, nel 2016, è stato rifondato (non era purtroppo riuscita la raccolta firme per le elezioni europee del 2019).
Ovviamente la situazione può ancora cambiare, ma il Pci guidato da Mauro Alboresi sembra intenzionato a correre da solo in Toscana, mentre in altre regioni si sta lavorando per presentare liste insieme ad altre forze politiche omogenee. A volte lo storico simbolo della doppia bandiera con falce, martello, stella e tricolore non si vedrà: è il caso - già analizzato su queste pagine - della Campania, in cui il Pci concorrerà alla presentazione della lista Terra insieme ad altre forze politiche della stessa area, pur rinunciando del tutto alla propria visibilità. Altrove, invece, il simbolo si vedrà, sia pure in diversi modi e composizioni grafiche, a seconda delle altre forze che parteciperanno alle liste.
In Veneto, per esempio, si sta lavorando a candidature comuni insieme a Rifondazione comunista. Nel simbolo prevalgono decisamente il verde e il rosso, usati come colore di fondo; nel segmento rosso, in alto a destra, sono state inserite le parole d'ordine della lista, cioè Solidarietà ambiente lavoro. Risulta interessante la fusione grafica dei due simboli realizzata in basso a sinistra: la struttura di base è quella del fregio del Prc (i due archetti irregolari verdi e rossi, la parola "Rifondazione" in maggiore evidenza in alto), ma in basso c'è la sigla del Pci nello stesso carattere usato nel simbolo ufficiale; quanto alle bandiere centrali, sono appunto due e sventolanti come nel simbolo del Pci, ma inclinate e con una sola asta rossa come quella del Prc (che invece è un romboide schematico).
In Puglia, invece, la miniatura del simbolo del Pci è ospitata all'interno di un contrassegno che contiene pure gli emblemi di Rifondazione comunista (questa volta è quello ufficiale e integrale, con la "lunetta" della Sinistra europea) e di Risorgimento socialista, in una delle sue pochissime apparizioni. Il fondo qui è tutto rosso, anche se appare leggermente sfumato (difficile capire se e quanto la sfumatura sarà percettibile sulle schede elettorali stampate); se la parte inferiore è dedicata ai simboli - con un effetto che fa un po' troppo "biliardo", ma per lo meno le miniature si leggono chiaramente - quella superiore ospita il nome della lista, simile a quello visto in Veneto, Lavoro ambiente Costituzione
Se ancora non si sa cosa accadrà in Liguria, se dunque il Pci cercherà di presentare una propria lista, occorre dare conto di una possibile candidatura nelle Marche di una lista denominata semplicemente Comunista!, con una bandiera convessa - che ha un accenno di asta, ma fine com'è dà piuttosto l'idea di uno stuzzicadente - sulla quale falce, martello e stella diventano bianchi, con una leggera ombra. Pur non essendoci dubbi sulla collocazione ideale, è evidente che non si è di fronte a un simbolo di partito; è altrettanto evidente, però, che se la lista sostiene la candidatura a presidente di Fabio Pasquinelli, segretario regionale del Pci, il colore utilizzato per i segni comunisti rimanda piuttosto al Partito comunista di Marco Rizzo, mentre il Pci non ha alcuna visibilità. A quanto si è capito, si è fatta una scelta d'area ma formalmente indipendente dai rispettivi partiti (e pare che a livello nazionale il Pci abbia scelto di non sostenere quella corsa elettorale). C'è comunque ancora tempo per chiarire meglio la situazione.

venerdì 29 novembre 2019

Racconti d'autore: In alto a sinistra (di Bruno Magno)

Il post di oggi non dà notizie, non analizza una novità, non contiene un'intervista. Racconta invece una storia, anzi, le storie di tre persone che agiscono e di tante altre che possono o potevano riconoscersi nella scena tracciata con le parole. A narrare questa storia, queste storie è Bruno Magno, che solo poche settimane fa ha fatto vivere a me e a chiunque segua questo spazio ogni momento della nascita del simbolo del Partito democratico della sinistra, con falce e martello rimpiccioliti ai piedi dell'albero che per tutti sarebbe stato una quercia. Ora Bruno ci fa un altro dono, permettendomi di pubblicare un suo racconto, decisamente autobiografico, relativo a un episodio della campagna elettorale verso le elezioni politiche del 19 e 20 maggio 1968, avvenuto a Manfredonia. Più che in molti commenti e analisi, qui si tocca davvero il valore e la forza che un simbolo - soprattutto questo - aveva e portava con sé. E dover parlare al passato, inevitabilmente, ha un retrogusto amaro. Buona lettura.  

«Questa volta gli facciamo un culo così!», disse Ciccillo, quando uscirono da una casa dove erano stati accolti con particolare simpatia. Accennò anche al gesto che solitamente completa la frase. Con difficoltà, perché aveva le mani impegnate: era carico – come il giovane compagno che era con lui, uno studente timido e di poche parole – di stampati di propaganda elettorale che, in quella calda domenica di maggio, andavano distribuendo casa per casa.
Appariva euforico, Ciccillo. Forse anche per i bicchierini di rosolio che in diverse case gli avevano offerto. Egli era convinto di avere riscontrato nelle case visitate un clima favorevole, un’accoglienza più affettuosa che in occasione di altre campagne elettorali. E questo era un ottimo segno, riguardo ai risultati delle prossime votazioni.
Il suo compagno era invece poco incline agli entusiasmi, e non solo perché beveva meno. Ricordava bene, lui, la grande delusione delle votazioni precedenti, quando in ultimo arrivarono i dati degli scrutini dai seggi del centro storico e da quelli dei quartieri abitati prevalentemente da pescatori, a vanificare i risultati davvero esaltanti delle zone periferiche del paese.
Era, quello a loro assegnato, un quartiere di braccianti, e da qualche anno anche di emigranti. Lì il Partito raccoglieva percentuali di voti straordinarie. In quelle strade le decine di attivissime bizzoche impegnate – anche loro, naturalmente per il partito avverso – a fare propaganda casa per casa, nemmeno avevano il coraggio di farsi vedere. Qualcuna che ci aveva provato era stata scacciata in malo modo e – così si raccontava – persino minacciata con la scopa e rincorsa per le strade, inseguita da turbe di ragazzini sghignazzanti.
Ciccillo e lo studente stavano percorrendo quelle strade da alcune ore, e il caldo e la fatica cominciavano a farsi sentire, quando arrivarono davanti a quella casa, un sottano dal muro imbiancato di fresco. Fuori dell’uscio una giovane donna era intenta a stendere il bucato su una cordicella fissata al muro con due chiodi. Era visibilmente incinta e questa condizione la costringeva a muoversi con faticosa lentezza. Per evitare di doversi chinare ogni volta, teneva la tinozza con il bucato sopra uno sgabello accanto a sé.
I due si avvicinarono e lei girò gli occhi verso di loro, continuando ad appendere i panni con le mollette. Ciccillo la guardò, e poi sporse lateralmente la testa per poterla vedere bene in viso. «Ma tu non sei la figlia di Concetta?» «Sì. Io pure vi conosco», disse lei, asciugandosi con un lembo del sinale le mani, che apparivano arrossate sulle nocche. «Aspetta, che mi ricordo: sì, tu ti chiami Giovanna. Come tua nonna. Sicché, è qui che sei venuta ad abitare... Eh, io e tuo padre buonanima per quanti anni abbiamo lavorato insieme nelle masserie, sott’acqua e sotto vento! Andavamo sempre insieme. Se un caporale ingaggiava uno, doveva prendere pure l’altro. E come sta tua madre? Da quanto tempo non la vedo...!» «Sta bene. Adesso sta bene. Vive con Francesca, la mia sorella grande», rispose lei con un sorriso timido, le mani appoggiate sul grembo. «Volete entrare?», aggiunse iniziando a slacciarsi il sinale. Poi scostò la rete dell’uscio e i due entrarono.
La casa, arredata con mobili evidentemente economici ma nuovissimi, era linda e ordinata, e odorava di varechina.
«Accomodatevi», disse scostando un poco due sedie dal tavolo al centro dell’unica stanza. «Vi posso offrire qualcosa?»
«Non ti disturbare», rispose Ciccillo. «Se continuiamo a bere, la strada di casa non la troviamo più...». Poi ripiegò un lembo del centrino di pizzo e depositò i suoi pacchi sul tavolo. Il suo compagno non se la sentì di prendersi una tale confidenza e preferì invece posare il suo carico sulla sedia che gli era accanto.
I due si accomodarono e poi anche la donna si sedette a un angolo.
«Mi ricordo che eri piccola così, e dalla campagna tuo padre ti portava i bastoncini di liquirizia e le carrube... E quando ti sei sposata?», chiese Ciccillo. «Fanno otto mesi fra una settimana», rispose lei. «E sapete chi è il marito mio? Antonio Rigninesi, penso che lo conoscete: il padre è un compagno vostro, Michele Rigninesi, faceva il cavamonti. Li chiamano “i Furnacelli”. Abitano dietro la chiesa della Croce...»
«Ah, sì... è gente onesta, faticatori», disse lui, annuendo.
«Quanto manca?», domandò ancora Ciccillo, indicando la pancia della donna con un breve movimento della testa. «Deve uscire alla fine del mese entrante», rispose lei abbassando gli occhi.
Lo studente approfittò del loro dialogare per lanciare uno sguardo intorno. Tutte quelle case erano uguali. Gli stessi mobili laccati, i centrini di pizzo sul piano del tavolo e sui comodini, il grande letto addossato alla parete di fondo. E, in capo al letto, la Madonna col bambino, in bassorilievo di gesso smaltato. E al centro tra i cuscini, seduta sulla coperta di raso, una bambola vestita di organza, con le braccine protese in avanti. Come quella che anche sua madre teneva sul letto.
«Antonio fa il manovale in Olanda. È partito a novembre. Sono quasi sei mesi... Però a Pasqua è stato qua tre giorni», sentì che diceva la donna, e il ragazzo tornò con lo sguardo al modellino in legno di un mulino a vento che aveva visto sopra una piccola mensola. Lei si sollevò dalla sedia e si avvicinò alla parete dove era un mobiletto con una piccola radio e, affissa al muro, una grande stampa oleografica raffigurante Dante che da dietro una colonna spia Beatrice. Sfilò una delle cartoline che erano inserite tra il vetro e la cornice di legno intagliato e dal mobiletto sottostante prese un piccolo vassoio con una bottiglia di rosolio e due bicchierini.
La donna versò il liquore e sedendosi porse la cartolina a Ciccillo. Era la fotografia di un caratteristico paesino olandese, con i tetti a cuspide e i muri in mattoni.
«Beh, sono proprio contento che ti sei sistemata. Alla salute!», disse Ciccillo buttando giù il liquore con un sol sorso.
«Non ti voglio far perdere tempo. Come sai, fra due settimane ci sono le elezioni. Ti abbiamo portato un po’ di materiale. In questo si parla dei vent’anni di governo democristiano», disse sfogliando le prime pagine di un fascicolo illustrato. «Eccoli qua, questi sono i signori che hanno rovinato l’Italia.» Chiuse il fascicolo e lo spostò vicino alla donna. «Qui, invece, c’è la storia di un lavoratore che poi è costretto a emigrare. È fatto come un fotoromanzo. Questo è veramente bello, è meglio di Grandotel. Mia moglie mentre lo leggeva si è fatta tutta una tirata di pianto. Leggilo, perché è fatto veramente bene... Tieni, ti do pure un volantino sulle pensioni, così lo leggi a tua madre.»
Poi prese e spiegò due schede elettorali in facsimile e le pose davanti a sé, orientate però verso la donna. «Quando sarai nel seggio elettorale ti daranno due schede. Sulla scheda gialla devi solo mettere una croce qua, sul simbolo nostro... Anzi no, che sto dicendo! Tu sei troppo giovane. Tu voti solo per la Camera. A te daranno solo la scheda grigia, una scheda grigetta come questa. Qui si possono mettere anche le preferenze. Le preferenze sono quattro e le devi scrivere su queste righe, come le vedi qua. Questi che vedi già scritti sono i numeri dei candidati indicati dal Partito. Comunque, se non sai scrivere o hai paura di sbagliare, fai solo la croce sul simbolo, che è la cosa importante.» Lei annuiva con un sorriso lieve, senza soffermarsi troppo a guardare, per significare che sapeva già tutto.
«Allora, hai capito? – riprese Ciccillo cominciando ad alzarsi dalla sedia – Devi mettere una bella croce qui, sulla lista numero uno. Ricorda, il primo simbolo!» E, battendo l’indice sull’angolo alto della scheda, ribadì con forza: «Non ti sbagliare: è il primo simbolo in alto a sinistra!». La donna, piegandosi un poco in avanti sul tavolo, seguì con gli occhi il gesto e poi fermò lo sguardo sul cerchietto con le due bandierine e la falce e martello. Rimase immobile per un lungo momento, poi quella piccola immagine si confuse e si sciolse nei suoi occhi. Allora chinò un poco la testa e cominciò a piangere in silenzio.
I due, in piedi, rimasero a guardarla imbarazzati, muti e immobili. Lei estrasse da sotto il polsino del vestito un fazzoletto e se lo premette sugli occhi. «Proprio così mi ha detto lui quando è partito…», mormorò con voce rotta, stropicciando il fazzoletto tra le mani.


Un grazie, non misurabile, a Bruno Magno per aver condiviso questa memoria e grazie ad Antonio Folchetti per avere condiviso anche questo passaggio. Le immagini sono tratte da vari numeri dell'Unità del 1968 (rintracciabili solo grazie all'opera del preziosissimo sito https://archivio.unita.news); il fac simile della scheda è stato ricostruito a partire dall'ordine delle liste riportato dalla Gazzetta del Mezzogiorno

giovedì 10 ottobre 2019

Bruno Magno, conversazione a sinistra ben oltre la Quercia

In un ipotetico elenco dei giorni chiave della politica italiana, per nessuna ragione dovrebbe mancare il 10 ottobre 1990; i fanatici della precisione potrebbero addirittura fissare l'ora, le 19 e 12 (come annotato sulla Repubblica da Giampaolo Pansa). Esattamente 29 anni fa, infatti, il segretario del Partito comunista italiano Achille Occhetto mostrava a una folla incontenibile di giornalisti e fotografi il nuovo simbolo che la sua mozione avrebbe proposto per il partito che pochi mesi dopo avrebbe celebrato a Rimini il suo XX congresso: l'ultimo con quel nome. Il 3 febbraio 1991 la maggioranza dei delegati decise di adottare la nuova grafica e il nuovo nome che essa conteneva, Partito democratico della sinistra; per capire in pieno il senso di quel passaggio, però, bisogna parlare con chi a quel nuovo corso ha dato corpo, forma e colore.
Bruno Magno, classe 1942, di Manfredonia, era uno dei membri dell'ufficio grafico del Pci quando in un giorno di giugno del 1990 Walter Veltroni gli chiese - pregandolo di mantenere una discrezione totale, oltre i limiti dell'immaginabile e perfino del ragionevole - di disegnare il nuovo emblema del partito. Un incarico drammaticamente delicato, che Magno portò a termine nel giro di qualche mese, da artigiano paziente e consapevole della grafica politica, profondendo energie in quantità incalcolabile. In seguito, alle dipendenze del Pds, dei Ds e (per poco) del Pd, Magno si è dovuto occupare anche di altri simboli (da quello dei Progressisti, la "gioiosa macchina da guerra" dalla fine ingloriosa del 1994, a quello di Uniti nell'Ulivo, per le europee di dieci anni dopo): nessuno di essi porta però con sé il carico di valori ed emozioni di quell'albero dalla grande chioma verde - identificato con una quercia, anzi la Quercia, benché all'inizio non fosse stato pensato così - in cui avrebbe dovuto riconoscersi il popolo che fino a quel momento si era ritrovato nello sventolio della doppia bandiera con "la falce e martello con la stella d'Italia" (alla Togliatti). Segni che erano rimasti, ma in miniatura (e, lo si vedrà, per ragioni non solo ideali).
La genesi di quel simbolo, va detto subito con franchezza, l'aveva già raccontata dieci anni fa Luca Telese, nel suo libro Qualcuno era comunista, pubblicato da Sperling & Kupfer. Il capitolo Bozzetti & segreti. Storia dell'uomo che inventò la Quercia (e non solo) narra proprio il percorso che ha portato al simbolo che ha incarnato - assieme a frasi, gesti e immagini - la Svolta della sinistra (con conseguenze e ferite ancora tangibili): lo fa bene, con passione, con una prosa coinvolgente e che sa dare conto anche della cifra personale e artistica - sì, artistica, termine appropriatissimo - di Magno. Volendo, per ripercorrere la nascita della Quercia, ci si poteva limitare a riprendere ampi stralci di quanto Telese aveva scritto nel 2009: l'esito sarebbe stato già soddisfacente. Eppure, proprio la lettura di quelle belle pagine aveva generato domande, curiosità, nuovo desiderio di conoscere e, ancor più che in passato, sarebbe stato bello farlo coi propri occhi e appagando anche il senso del tatto; in più, anche altri simboli, pur essendo successivi all'arco di tempo 1989-1991 considerato da Qualcuno era comunista, meritavano di essere considerati con una certa attenzione.
Per questo, chi scrive ha deciso di mettersi sulle tracce di chi per tanto tempo aveva saputo (e insegnato a) Vedere a sinistra, che è anche il titolo del libro di Bruno Magno, pubblicato da Editori Riuniti nel 1991, poco dopo la svolta del Pci, e oggi quasi introvabile, se non nei circuiti delle librerie antiquarie o sui siti per acquistare libri "di seconda mano". Grazie a qualche colpo di fortuna e ad alcune indicazioni giuste - e, ancor prima, cortesi - l'incontro con Magno si è realizzato: ne è nata una lunga chiacchierata, andata ben oltre i simboli, ma con l'impagabile possibilità di toccare davvero con mano ogni passaggio. Perché Bruno Magno ha conservato (e a volte persino salvato) tutto. Davvero tutto. Ciò che segue è il resoconto fedele di questa "conversazione a sinistra", necessariamente lunga - chiedo perdono sin d'ora - e che in più di un momento ha sfiorato la commozione (di entrambi): per gli episodi narrati anche da Telese si rimanderà giustamente di volta in volta al suo libro; per tutto il resto, buona lettura e - si spera - buone emozioni. 


* * *

"Bruno Magno, quello della Quercia": le è capitato spesso di sentirsi etichettato così, nel corso degli anni?
In effetti è capitato e devo dire che mi ha dato anche un po' fastidio: la Quercia non è tra le cose più belle che io abbia potuto fare ed essere ricordato essenzialmente per questo o solo per questo mi ha un po' disturbato, diciamo, visto che ho fatto molte altre cose, essendo stato parte dell'ufficio grafico del Pci dal 1972 fino alla fine della sua esistenza politica e avendo poi continuato a lavorare per il Pds e per i Ds. 
Trentacinque anni, dunque.
Sì, anche se in realtà per alcuni mesi ho continuato a lavorare per il Pd: alcuni funzionari dei partiti che hanno dato luogo a quell'esperienza sono passati a lavorare per il nuovo partito e io ero tra questi, come responsabile dell'ufficio grafico. Ho poi continuato a collaborare per vari anni con l'Associazione Enrico Berlinguer [che riunisce tutte le fondazioni costituite in Italia per salvaguardare il patrimonio culturale e materiale che fu del Pci, ndb]
Un impegno davvero lungo e iniziato presto...
Vede, io sono pugliese e venni a Roma per studiare architettura, frequentando per alcuni anni la facoltà della Sapienza, a Valle Giulia; a un certo punto però scoprii un corso superiore di comunicazione visiva, tema per cui ho avuto sempre un certo interesse. Mi iscrissi e frequentai dal 1968 al 1971. Durante il corso, visto che anch'io, come lei, sono un malato di politica, mi diedi ad alcune esercitazioni basate proprio sulla politica: feci delle ricerche grafiche basate sulla testata dell'Unità, tanto per non sbagliare. Conobbi poi un giornalista dell'Unità che mi chiese di fargli vedere quel che facevo, così andai in via dei Taurini dove c'era la tipografia del quotidiano: videro i miei lavori e mi chiesero di aiutarli come impaginatore di notte, per coprire i turni di chi andava in ferie. Dopo qualche mese, qualcuno mi segnalò in direzione al Pci: Gino Galli, viceresponsabile della propaganda, volle vedere i miei lavori e mi propose qualche collaborazione, poi sono rimasto sempre là.
Praticamente lei ha vissuto al Bottegone...
Eravamo al sesto piano di Botteghe Oscure, l'ultimo: avevo una stanza con vista sul Campidoglio, dall'altra parte c'era la vista sull'ex ghetto. Quando arrivai, nel 1972, l'ufficio grafico aveva tra l'altro una sede particolare: quel sesto piano di fatto era un piano rientrato, con un terrazzo e uffici distribuiti sui lati di un lungo corridoio. In fondo a quel corridoio c'erano due stanze che erano state l'appartamento di Palmiro Togliatti: lì era l'ufficio grafico. Dopo qualche tempo ci trasferimmo in una stanza molto più grande, anche perché nel frattempo all'ufficio grafico eravamo cresciuti di numero.
Cosa voleva dire lavorare per la grafica del Pci in quegli anni, per molti versi non certo facili?
Forse sono stato fortunato: non ho mai avuto grandi problemi nel mio lavoro. Si può pensare che fosse difficile farsi approvare certe proposte, certi bozzetti da dirigenti di quel livello... 
... al di là della grana delle tessere, che lei ha raccontato a Telese in Qualcuno era comunista...

Manifesto, 1986 (da Vedere a sinistra)
... beh, sì, quelle in effetti davano qualche problema in più. Però, dicevo, non ho avuto grandi difficoltà, anzi: riguardando oggi alcuni manifesti o grafiche fatte da me, mi viene quasi da dire "questo me lo hanno approvato, che strano!", visto che alcune soluzioni erano anche piuttosto coraggiose. In effetti ricordo solo un caso in cui incontrai qualche difficoltà: nel 1986 feci un bozzetto per un manifesto sulla scuola, riprendendo l'immagine dei cartelli stradali che segnalano l'uscita dei bambini dalla scuola. La Responsabile della sezione Cultura che aveva commissionato il manifesto andò dal Responsabile della Propaganda, per dire che il bozzetto non le piaceva; questi mi chiamò per farmi presente la questione. Io difesi la mia proposta e lui infine mi disse di andare avanti. Al di là di questo, mi hanno approvato quasi tutto: credo mi abbia aiutato l'essere stato iscritto al partito e prima ancora alla Fgci da quando avevo diciott'anni, quindi stavo proprio dentro la politica, i suoi problemi e le possibili soluzioni, quindi forse mi veniva più facile orientarmi.

Era più facile avere delle idee o sviluppare idee suggerite da altri?

Manifesto, 1984 (da Vedere a sinistra)
Difficile dirlo, il fatto è che a quell'epoca, prima dell'avvento della pubblicità nella comunicazione politica, i dirigenti dei partiti di fatto facevano anche ciò che di norma tocca ai copywriter, inventando gli slogan. Certo, non sempre ci azzeccavano, perché si tendeva a scrivere anche troppo. Ricordo un manifesto che mi fece penare: quando realizzo un manifesto io normalmente punto sul cuore del messaggio per realizzare la grafica, mentre il resto è un contorno. Bene, il testo del manifesto quella volta era "Quale agricoltura per l'Europa nelle terre di nuova irrigazione nel Mezzogiorno": quattro o cinque concetti, compresa l'Europa che all'epoca bisognava infilarla quasi ovunque, anche a sproposito. Vista la confusione, mi divertii nella grafica a rappresentarli tutti: usai tre pennellate di tinte "terrigne" diverse, come a indicare la scelta tra più tipi di agricoltura; le pennellate erano disposte a forma di E, così da richiamare l'Europa; sotto misi l'immagine di una terra arida del Sud, resa ancora più arida grazie a vari passaggi in fotocopia.

Parlava della pubblicità: per la sua esperienza, quando entra nella comunicazione politica, ammesso che allora la si potesse chiamare così e non propaganda?

Immagine tratta dalla Rete
Diciamo che i primi a utilizzare le tecniche pubblicitarie nella propaganda furono quelli della Democrazia cristiana. Alla fine degli anni '50 aveva avuto un certo successo anche in Italia il libro di un giornalista e sociologo statunitense, Vance Packard, intitolato I persuasori occulti, che analizzava il potere della pubblicità nella comunicazione. Anche sull'onda del successo di quel tema, nel 1963 la Dc ingaggiò un altro esperto di queste tecniche, lo psicologo Ernest Dichter, che condusse un'indagine per capire quale immagine avesse della Dc il popolo italiano: dopo un lungo lavoro, in una riunione "segreta" con i vertici democristiani rivelò che gli italiani vedevano la Dc come una massaia un po' avanti negli anni, che non sembrava adatta a guardare al futuro. Così quella volta si decise di impostare una campagna di propaganda tutta diversa, per dare un'immagine decisamente svecchiata, proponendo la raffigurazione di una giovane sposa con un mazzo di fiori in mano, abbinata allo slogan "La Dc ha vent'anni".  

Un caso decisamente famoso, anche perché più di qualcuno sfregiò quei manifesti scrivendo sotto, in uno spazio lasciato inopinatamente bianco, "è ora di fotterla", oppure "ed è già così puttana". 
Dagli archivi digitali Istituto Sturzo e Fond. Gramsci ER
Un incidente di percorso, ma non fu l'unico. Il rapporto di Dichter, che doveva restare segreto al pari della riunione in cui era stato presentato, finì invece poco dopo pubblicato su Paese Sera: evidentemente c'era stata una talpa e la Dc dovette difendersi da un polverone enorme sollevato dal caso del "venditore di prugne" chiamato dall'America. In quello stesso 1963, peraltro, una talpa tornò in azione. Dopo "La Dc ha vent'anni", i democristiani avevano ideato una campagna con lo slogan "Cammina coi tempi, cammina con noi", con l'immagine dell'Italia stilizzata a stivale riprodotta più volte, per dare l'idea del camminare: alla direzione del Pci arrivò una telefonata che informò di quel manifesto preparato in 200mila copie, così il partito prese la decisione fulminea di realizzare un manifesto con lo stesso slogan e il riferimento al Pci. Fu stampato nottetempo e venne affisso un giorno prima rispetto a quello dei democristiani. Allora c'era molta foga di partecipazione, e anche le talpe non scherzavano...
Tornando alla domanda di prima, al di là di quel primo episodio, quando si può parlare di vero ingresso della pubblicità nella comunicazione politica?
Dopo quella campagna elettorale del 1963 caratterizzata dalla pubblicità si aprì un dibattito anche all'interno del Pci, con molti che sottolineavano come l'uso della pubblicità nella propaganda politica fosse sbagliato perché sviliva i contenuti della politica. In casa comunista si continuò su questa linea per tanti anni, ma verso la metà degli anni Ottanta anche il Pci si trovò costretto a ricorrere a quelle tecniche.
Lei però ha lavorato per  almeno quindici anni in un contesto in cui si faceva tutto in casa, addirittura spiegando ai compagni delle sezioni più sperdute come si poteva fare una propaganda efficace... Anche questa, in fondo, era pedagogia.
... e infatti Propaganda era il titolo di una pubblicazione a schede che il Pci mandava alle federazioni per aiutarle nella comunicazione; questo tra l'altro permetteva di creare gruppi di giovani pronti ad attivarsi in quel periodo. Fu creata dopo l'esperienza del 1968, del "maggio francese": là si erano occupate tutte le scuole e anche l'atelier di belle arti di Parigi, quindi gli studenti avevano pensato di utilizzare strumenti e attrezzature presenti negli istituti per rendere più efficaci le lotte, usando soprattutto la tecnica della serigrafia per realizzare i manifesti. Anche il Pci, dunque, incentivò l'uso di quella tecnica: in quelle schede si spiegava come poterla utilizzare e, su richiesta, l'ufficio grafico vendeva e spediva i telai serigrafici perché ogni gruppo imparasse a essere autonomo. Ma in quelle schede si insegnava anche a costruire, ad esempio, una mostra fotografica, il palco per i comizi in piazza, a impaginare un giornale murale, ecc. Perfino a organizzare un'estrazione a premi nelle feste de l'Unità.

Da Vedere a sinistra
Si può pensare che la conversazione stia andando fuori tema, rispetto all'idea di parlare di come nacque il simbolo del Pds. Eppure non è così: non si capisce il valore di una scelta, meditata e - come si vedrà - preceduta da uno studio e un lavoro enorme se non si ha ben presente tutto il percorso che ha portato a quella situazione e le tappe fondamentali della grafica e della comunicazione, ben presenti a chi ha avuto per tanto tempo il compito di tradurre in immagini e codici visivi concetti e messaggi di ogni sorta. La stessa persona che tra gli anni '70 e '80 aveva ideato alcuni dei manifesti più intensi e delicati della propaganda comunista - qui è d'obbligo rinviare a Qualcuno era comunista di Telese per il racconto delle campagne contro il terrorismo (Sparano a tutti noi, sparano alla democrazia, 1979) e contro i missili di Comiso (1983, realizzata con Luciano Prati) - nel 1990 fu caricata di un compito durissimo. Già, perché cambiare l'immagine identitaria del Pci voleva dire fare i conti tanto con la Storia, quanto con le storie dei singoli militanti.

Quando Achille Occhetto maturò l'idea della Svolta, all'indomani della caduta del muro di Berlino, era certamente un periodo difficile, emotivamente pesante per elettori, militanti e funzionari del Pci. Lei come ha vissuto quel periodo?
Non posso dire di essere stato sconvolto, ma certamente ero molto colpito da questo crollo. Ammetto però che non ero del tutto sorpreso: all'epoca di Gorbaciov ricordo che come premio mi fecero fare un piccolo viaggio in Unione sovietica e lì mi resi conto che quell'esperienza non sarebbe potuta continuare così. Ricordo che ci fecero visitare diverse località, anche vicine alla Finlandia, ma non c'era un bel clima e non mi riferisco al freddo... Anche le cose buone che ci facevano vedere, come i kolchoz, si sentiva che erano false: ci dicevano che lì tutti prendevano lo stesso stipendio, poi si facevano domande in giro e si scopriva che non era così, era una finzione per noi. Incontrammo anche gruppi dirigenti, intellettuali del posto e si avvertiva che anche loro erano in difficoltà, quasi imbarazzati: sentivo, insomma, quest'atmosfera di collasso imminente o per lo meno non lontano. Qualche giorno fa, tra l'altro, c'era Occhetto in televisione e gli avevano chiesto cosa pensasse dei paesi socialisti crollati alla fine degli anni '80 o poco dopo: lui ha risposto che non erano paesi socialisti, ma polizieschi.
Ma lei immaginava un crollo in quel momento o la situazione sarebbe potuta durare di più?
Guardi, forse Gorbaciov sarebbe potuto durare un po' se fosse riuscito a fare riforme consistenti. La realtà però ha dimostrato che non c'era spazio per fare riforme, di fatto era un sistema irriformabile: con tutto ciò che si è mosso dopo la caduta del muro, come si poteva riformare?
In questo clima che lei ha descritto, arrivò il famoso annuncio di Occhetto alla Bolognina, il 12 novembre 1989. Un annuncio che per molti, ma non per tutti, apparve improvviso.
Vede, in realtà non è proprio così. Mi ricordo che preparai moltissimi manifesti per l'ultima campagna elettorale, quella per le europee 1989 e anche per i mesi successivi, inserendo come testo la dizione "nuovo Pci", che figurava anche in un fondale per una precedente festa nazionale dell'Unità; contemporaneamente erano cambiati anche alcuni elementi grafici, per cui si era abbandonato il fondo blu per il bianco, si erano usati altri caratteri e colori per le scritte... Soprattutto per chi come me lavorava all'interno, si sentiva già allora nell'aria, prima della Bolognina, che qualcosa doveva arrivare e stava cambiando: se "nuovo Pci" doveva essere, non lo si poteva fare mantenendo uguali nome e simbolo, non bastava aggiungere quel "nuovo".
Da Vedere a sinistra
Occhetto, tra l'altro, alla Bolognina rispose ai giornalisti sul cambio di nome del partito, non parlò del simbolo; eppure dal giorno dopo la polemica e le discussioni si concentrano soprattutto sull'emblema, specie da parte di chi non avrebbe voluto cambiarlo per nessuna ragione. Sarebbe stato possibile cambiare il nome - che peraltro non era presente nel simbolo, al di là della sigla - lasciando intatta la grafica o formavano un tutt'uno inscindibile?
Devo dire che, quando fui chiamato da Veltroni e ricevetti l'incarico, non mi meravigliai della richiesta di cambiare anche il soggetto della grafica, proprio per quelle intuizioni che avevo avuto. In effetti non mi interrogai troppo su questo, forse anche per una mia acquiescenza militante che faceva accettare le indicazioni che venivano dall'alto. In ogni caso sono convinto che non sarebbe bastato cambiare il nome: ciò che era avvenuto e stava accadendo giustificava un cambio netto. Dirò di più: a volte avevo l'impressione che lo si dovesse fare anche prima.
Quando, secondo lei?
Prima che crollasse il muro e si innescasse il crollo dell'Unione sovietica. I segnali già c'erano: come dicevo, si capiva che Gorbaciov non poteva riformare nulla, tant'è che poi nell'agosto del 1991 avremmo assistito al tentato colpo di stato, segno che davvero non c'era spazio per cambiare e occorreva girare pagina prima.
Certo stupiscono i tempi della Svolta e del simbolo: la Bolognina è del novembre 1989, si discute a lungo fino al XIX congresso, a marzo del 1990 in cui la maggioranza decide di cambiare nome e simbolo; Veltroni la contatta per disegnare il nuovo simbolo a giugno e l'emblema è reso pubblico in ottobre, per poi essere adottato all'inizio di febbraio del 1991. In quei tre mesi di limbo tra marzo e giugno, in cui si sapeva che si doveva cambiare ma non come, lei cosa pensò?
In realtà non feci grandi pensieri su come si potesse cambiare, né per il nome né per il simbolo, almeno in quel periodo. Quando poi ricevetti l'incarico, non ebbi subito un nome su cui lavorare e, nel corso delle settimane, me ne diedero diversi, fino a quello definitivo scelto da Occhetto e da chi era vicino a lui: nel frattempo capitava che nei bozzetti i nomi li mettessi io, compresi "Sinistra italiana" e "Partito democratico", che poi sarebbero stati usati davvero, anche da altri soggetti. A me piaceva molto "Partito del lavoro": c'era stata la nota posizione di Giorgio Amendola che avrebbe voluto, già dopo l'elezione di Saragat al Quirinale, costituire il Partito dei lavoratori e quel nome mi convinceva, per cui lo usai in alcuni miei schizzi. A volte, peraltro, mi erano stati dati nomi lunghissimi e articolati: pensi che in qualche caso c'era il nome principale e una sorta di sottotitolo esplicativo di varie parole: c'era per esempio "Sinistra italiana" e poi, sotto, "Partito democratico dei progressisti e dei comunisti".
Roba che persino su un manifesto sarebbe entrata con una certa difficoltà...
In effetti sì. Aveva ragione lei prima quando parlava di limbo per quei mesi tra il XIX congresso di Bologna e l'incarico a me, forse anche prima e dopo: non si sapeva bene cosa fare, ci fu davvero un grande dibattito all'interno in cui ognuno disse la propria, a favore o contro il cambiamento, e non tutti i favorevoli avevano la stessa idea su come cambiare.
Non a caso in quel periodo aumentarono le liste civiche, che sostituivano il simbolo del Pci o lo affiancavano a uno locale, a volte con risvolti problematici, come nella mia Guastalla (in cui qualcuno non riconobbe il Pci nel simbolo del Campanone) o a Pisa (in cui in una circoscrizionale non venne stampato il Delfino scelto dai comunisti per sormontare falce e martello e dovette intervenire il Tar per annullare tutto).
Comizio di Giuseppe Di Vittorio a Lucera, 1956;
il primo a sinistra è Michele Magno
(gentile concessione Archivio Matteo Carella)
 
Immagino le scene, anche se ovviamente il fenomeno delle civiche presentate dal Pci era già diffuso in passato, con una lunga tradizione. Al di là della lista delle due Torri a Bologna, ho anche un ricordo personale, legato alle elezioni amministrative che si svolsero nel 1956 a Manfredonia. Mio padre Michele un giorno era nella sezione del partito e aveva davanti a sé un grosso pannello rotondo, su cui stava disegnando, seguendo con il pennello una traccia che aveva realizzato a matita, il simbolo della lista che si stava per presentare: lui era stato sindacalista della Cgil, in quel periodo era deputato Pci e poi è stato eletto anche senatore e sindaco di Manfredonia dal 1975 al 1982, ma si dilettava anche in queste cose. Il soggetto del simbolo era una mano che reggeva una tromba e mio padre con il pennello la stava tracciando: a un certo punto si voltò verso di me, che avevo 14 anni, e mi disse "finisci tu, che sei bravo a disegnare", probabilmente per darmi soddisfazione. Quel pannello nel corso della campagna elettorale campeggiò sul palco di tutti i comizi.

Non ci si sorprende, in qualche modo, a sentire questo racconto, anzi quasi conforta il fatto che un parlamentare dell'epoca trovasse il tempo per stare in una sezione, prendere il pennello e disegnare un simbolo destinato a un'elezione per poco più di trentamila abitanti (oggi quanti lo farebbero? E quali sezioni o sedi troverebbero aperte?). Quelle ultime pennellate date da Magno junior, poi, appaiono quasi profetiche, pensando al compito affidato al grafico oltre trent'anni più tardi: un incarico affrontato con un bagaglio di conoscenze e consapevolezza ben maggiore, ma sentendo sulle proprie spalle tutto il peso della responsabilità che a sedici anni sicuramente non c'era.

Magno, quanti eravate nell'ufficio grafico del Pci quando Veltroni la chiamò?
Eravamo in quattro: il Responsabile dell'Ufficio grafico Luciano Prati, io, Tiziana Cesselon e Lidia Berlinguer.
Telese nel suo libro racconta a dovere il momento dell'assegnazione dell'incarico, con il dialogo tra lei e Veltroni, che quasi implorava il massimo della riservatezza. Lei come vide questa novità? Una grana, una sfida?
Per me era una grana di quelle enormi, soprattutto per il segreto assoluto che avrei dovuto tenere: una cosa devastante per me. Lei si immagini: lavoravamo in tre o anche in quattro nella stessa stanza, soprattutto con loro presenti dovevo nascondere il lavoro che stavo facendo, mascherandolo come se fosse altro; se qualcuno si avvicinava anche solo un po' al mio tavolo, dovevo coprire tutto perché non s'intravedesse proprio nulla. Quando arrivava l'orario di fine lavoro, poi, uscivamo più o meno tutti insieme, ma io li salutavo, facevo un giro del palazzo e poi rientravo, per poter lavorare da solo in ufficio. Questo a volte ha portato anche a episodi quasi comici, come quella volta che si fulminò la lampadina della mia postazione e dovetti smontare quella del mio vicino, ma mi ricordai che non l'avevo risistemata solo una volta tornato a casa...
Vero, l'ha raccontato pure a Telese. In effetti colpisce soprattutto che lei e la dirigenza del partito siate riusciti a tenere il segreto così a lungo, per mesi: come avete fatto?
Le dico soltanto che questa sindrome della segretezza aveva raggiunto livelli tali che anche le cartacce, gli schizzi chiaramente da buttare, non potevo gettarli nel cestino, nemmeno strappati, per il timore che qualcuno potesse rovistare tra la carta straccia e trovare o anche solo intuire qualcosa: dovevo mettere tutto in un sacco grande e portarlo a casa, dove lo custodivo dentro un armadio. Una volta presentato il simbolo, finalmente ho potuto buttarlo... Fino ad allora, comunque, riuscimmo a custodire il segreto, anche se il giorno in cui ci fu la conferenza stampa di presentazione, il 10 ottobre 1990, la Repubblica era già uscita con un disegno che si avvicinava alla soluzione grafica che avevo escogitato.
Da Qualcuno era comunista
Leggendo il libro di Telese si scopre che il fondatore e allora direttore del giornale, Eugenio Scalfari, aveva chiesto a Occhetto di vedere in anteprima il simbolo: lui, non potendo sottrarsi ma volendo evitare fughe di notizie, mandò a casa del giornalista il suo portavoce, Massimo De Angelis, col pannello pronto per la conferenza stampa dell'indomani. La "missione" si svolse in tarda serata, sperando che Scalfari non avesse il tempo di avvertire il giornale; lui però riuscì lo stesso a telefonare in redazione e a dare indicazioni grafiche abbastanza precise, tradotte poi dai grafici.
Già, penso che sia andata così, anche se il pannello di cui lei parla, in realtà, erano due, uno con il simbolo in bianco e nero e uno a colori. Li ho ancora io, vede?

Mentre sta finendo la sua domanda, Magno si alza e indica due grandi quadrati, di colore rosso, che spuntano dietro una grande stampante del suo studio. Li prende, li posa sulla stampante, solleva piano la copertura di entrambi... ed ecco il simbolone in doppia copia, sessanta centimetri di diametro: uno in bianco e nero (così l'emblema finì su varie schede, ancora black&white nel 1991, in comuni come Brescia) e l'altro a colori, quello finito a casa di Scalfari e poi mostrato da Occhetto alla folla di giornalisti, fotografi e telecamere nella sala stampa di Botteghe Oscure.
Da lontano il simbolo gigante sembra una stampa; da vicino si capisce che tutto è fatto a mano, prima tracciato a matita (si vede qualche microsegno, qua e là) e poi campìto coi pennelli nei dettagli: le bandiere, il tronco coi rami, ogni gobba e insenatura della chioma. Anche la scritta con il nome fu realizzata con il pennello e il colore a tempera.
"La scritta - spiega il grafico - è stata la parte più difficile di tutto il lavoro, dovevo trovare la dimensione adatta perché la scritta formasse una semicirconferenza; ricavate le lettere su carta, ne cercai la disposizione corretta, con l'inclinazione di ciascuna dettata dalla posizione sull'arco. Passai le lettere così disposte su carta lucida, sfregandovi sopra la grafite a frottage, poi rimisi il trasparente sul pannello e ricalcai a matita i contorni, da riempire con il pennello". Altro che caratteri trasferibili Letraset: tutto a mano, artigianale, "non avevo il computer e non potevo rivolgermi all'esterno per fare il lavoro, col rischio che tutti gli sforzi per mantenere segreto il lavoro andassero in fumo".
Sorprende che questi pannelli così preziosi siano a casa dell'autore e non nei locali che custodiscono il patrimonio che fu del partito. La domanda non fa in tempo a migrare dalla mente alla bocca e a tradursi in parole, che la risposta arriva: "Finita la conferenza stampa e passato un po' di tempo, quei simboli finirono nell'armadio di Walter Veltroni. Qualche anno dopo, Veltroni dovette cambiare ufficio e si preparava al trasloco. Un giorno entrai nell'ufficio che lui stava per lasciare, vidi tutto sottosopra: in quella confusione intravidi anche i due simboli grandi e, temendo che finissero buttati via, me li ripresi".
Il pensiero che un tassello fondamentale della storia politica italiana potesse finire, anche solo inavvertitamente, nei cassonetti della carta genera un brivido lungo la schiena e tanta, tanta gratitudine per chi, temendo che il frutto di tante ore del proprio lavoro potesse fare una fine ingloriosa e immeritata, ha agito in fretta per mettere in salvo quei due pezzi unici. Che a quel punto viene l'istinto di guardare con ancora maggior attenzione, per cogliere ogni dettaglio, ogni pennellata che, da vicino e in controluce, si riesce ad apprezzare. Per chi all'epoca della presentazione del simbolo aveva poco più di sette anni, avere davanti agli occhi quel pannello è emozionante, specie se la persona a fianco, quella che gli ha dato vita, replica "devo dire che anche a me, guardandolo adesso, viene un po' di emozione": meglio lasciare per un po' da parte quella puntata finale, a serio rischio commozione, e tornare alle puntate precedenti della storia, ancora da sviscerare. 

Da quando ricevette l'incarico a quando iniziò a produrre i primi bozzetti di senso compiuto che poi sottopose a Veltroni, ebbe bisogno di molto tempo?
In effetti per alcune settimane sono andato avanti a tracciare schizzi sui fogli, a matita o a pennarello, di un paio di centimetri di diametro: un lavoro, se vogliamo, "alla carlona", ma che mi permise di mettere tante idee in campo per poi scegliere cosa sviluppare. Il lavoro principale è stato quello successivo, una volta che si era trovata la linea da seguire, sulla base della decina di bozzetti che avevo mostrato a Veltroni: il nostro problema era che non avevamo il computer e quindi ogni operazione doveva essere svolta a mano: non solo i disegni, ma anche i modellini di carta intestata, buste, bandiere, insegne per le sezioni e altre cose che mi erano state chieste; tutti questi tentativi, peraltro, dovevano essere fatti per nomi diversi tra loro e questo comportava un lavoro incredibile, che mi ha quasi distrutto in quel periodo. E, come dicevo, non potevo assolutamente appoggiarmi a qualche service esterno, perché questo avrebbe innescato la curiosità di qualcuno e avrebbe potuto incrinare il segreto che stavamo difendendo con tanto sforzo: ricordo ancora un biglietto che ricevetti da Piero Fassino, con cui lui mi chiedeva di realizzare appunto modelli per la carta da lettere, le buste, eccetera e concludeva con "Discrezione, mi raccomando!".
Torniamo a quei bozzetti presentati a Veltroni: com'erano?
Si trattava di una decina di piccoli layout, di bozzetti frutto dell'evoluzione dei tanti schizzi che avevo fatto, nelle dimensioni di circa dieci centimetri di diametro, realizzati con il pennarello. Tra le soluzioni che avevo proposto c'era per esempio un cuore, le stelle da sole o unite a bandiere, leggermente increspate o con pieghe più decise, che magari partivano rosse e poi dopo le pieghe diventavano tricolori. A me piaceva molto il bozzetto che conteneva come unico elemento grafico un quadrato rosso, inclinato, ma mi resi conto in fretta che non avremmo potuto usarlo perché nel 1990 le schede erano ancora in bianco e nero...
In effetti la leggina per stampare a colori le schede sarebbe arrivata solo nel 1992. Telese tra l'altro segnala che quel quadrato poi è stato ripreso in seguito dalla Cgil: quel marchio è opera sua o lo ha comunque ispirato lei?
Schizzi tratti da Vedere a sinistra (e Qualcuno era comunista)
No, non l'ho fatto io e non so se sapessero di quel bozzetto, non credo in realtà: ci sono arrivati per conto loro e comunque il loro quadrato è piuttosto fermo, statico. In ogni caso, oltre alle soluzioni che ho ricordato, c'era anche il sole in più combinazioni e poi, tra le ultime proposte, c'era anche un albero. Ammetto che era una delle ipotesi che mi convincevano meno, forse perché mi sembrava un po' troppo semplice; l'avevo comunque inserito in quella decina di bozzetti, tra i tanti schizzi che avevo fatto, perché in effetti mi sembrava tra le più produttive dal punto di vista della comunicazione, anche perché l'avevo disegnato come potrebbe fare un bambino, con il tronco e la chioma tondeggiante, una sorta di archetipo dell'albero di immediata lettura. In effetti, quando Veltroni vide i miei disegni, li guardò tutti e poi, indicando l'albero, mi disse: "Io punterei su questo perché si ricorda bene". In effetti, al di là delle mie idee personali, la sua mi sembrò un'osservazione giusta sul piano della comunicazione: un simbolo si deve ricordare e riconoscere subito, non si può pretendere che qualcuno stia lì a ricordarsi una bandiera che gira con effetti strani.
Beh, non eravate gli unici a pensarla così. Silvio Berlusconi sostiene da sempre che se un messaggio impiega più di tre secondi ad arrivare, o non è chiaro o è sbagliato e a quel dettame si era conformato Cesare Priori quando aveva disegnato il simbolo di Forza Italia.
Al di là di questo, la frase di Veltroni mi convinse e superò anche i dubbi che avevo sull'albero come simbolo. Per lo stesso motivo, il farsi ricordare, volli continuare a proporre un colore dominante che potesse rimanere impresso a chi guardava il simbolo: fino a quel momento era stato il rosso della bandiera in primo piano, da lì in avanti avrebbe dovuto essere il verde della chioma dell'albero.
La copertina di Rinascita dopo il 10 ottobre
Finora giustamente abbiamo parlato di albero, lo statuto in effetti parlava di "albero della sinistra" e anche il tribunale di Roma, nell'ordinanza sul contenzioso tra la futura Rifondazione comunista e il Pds, usò la stessa espressione. Tutti però hanno identificato presto quell'albero con una quercia: come si arrivò a questo?
In effetti non ricordo esattamente come andò; ricordo però che qualcuno, forse lo stesso Veltroni, dopo che si era deciso di sviluppare l'albero, aveva espresso qualche timore che la quercia potesse essere vista come un'immagine riconducibile a una tradizione di destra. Feci allora una piccola ricerca per cercare di chiarire questo dubbio e scoprii che parecchie incisioni dei primi anni del socialismo contenevano riferimenti alla quercia, che quindi era molto usata nella storia della sinistra. Poi sono andato a vedere le querce dal vero, per studiare la forma della chioma, la ramificazione e questo mi ha portato a modificare un po' i primi disegni che avevo fatto.
Lavorare su simboli già sperimentati a sinistra o dal partito in anni non troppo lontani sarebbe stato più facile rispetto alla scelta di un soggetto sostanzialmente nuovo per la grafica politica dell'Italia repubblicana?
Vede, io ho lavorato per molti anni per produrre proposte di tessere: si trattava in sostanza di rielaborare, possibilmente rinnovandoli, vecchi simboli o comunque immagini già usate, in cui dunque i militanti potessero riconoscersi. Uno dei motivi per cui all'inizio ero piuttosto scettico sulla questione dell'albero era che si poneva troppo al di fuori del lavoro che avevo fatto fino a quel momento per le tessere. Oggi, ripensandoci, potrei produrre immagini diverse, all'epoca non ero pronto per questo.
Al di là della responsabilità politica enorme e della difficoltà legata al mantenere il segreto, quanto avvertiva la necessità che il simbolo creato fosse fatto per durare? E, nel caso, come ci si poteva riuscire?
Il fatto è che non si poteva pensare che un grande partito come il Pci potesse non durare: era necessario quindi non limitarsi a un'opera di grafica, ma cercare di trasmettere dei valori e contemporaneamente produrre qualcosa di armonico, di ben strutturato, in grado di restare impresso. E in effetti il simbolo è durato dal 1990-91 al 2007, anche se nel giro di qualche anno è passato dal Pds ai Democratici di sinistra.
Ecco, a questo proposito: si è occupato sempre lei di modificare il disegno quando nel 1998 furono fondati i Democratici di sinistra?
Sì, sì, sono stato io. Una prima modifica in realtà la si fece per le elezioni politiche nel 1996, ampliando il prato perché potesse contenere la dicitura "Sinistra europea". Quando poi nacquero i Ds, si tornò sostanzialmente alle proporzioni iniziali dei vari elementi, sostituendo il nome (e "condensando" meno i caratteri, visto che la denominazione era più corta) e mettendo la rosa contornata di stelle del Pse al posto del simbolo del Pci, scoprendo tra l'altro la parte bassa dell'albero, fino a quel momento nascosta: quando avevo concepito il disegno dell'albero, lo avevo fatto per intero, anche senza mettere il simbolo, quindi sapevo già che forma avrebbe avuto la base del tronco che affonda le radici nel prato.
L'ultima modifica arrivò dopo il III congresso del 2005, quando una mozione proposta da Valdo Spini chiese di inserire per intero la dicitura "Partito del socialismo europeo": si dovette allargare il prato perché la scritta fosse interamente contenuta lì e contemporaneamente si decise di dare più spazio alla rosa, ingrandendola. E tutte queste elaborazioni le ho fatte io, purtroppo.

Quell'ultima parola, "purtroppo", pronunciata in fretta e impastata in un piccolo sorriso amaro, non poteva passare inascoltata, senza generare una domanda: "Non la sento entusiasta di queste cose che ha fatto...". La risposta è stata pronta, senza tentennamenti o ritrosie: "No, perché si tratta di un periodo in cui ho sofferto, è stata davvero una grande sofferenza. Vede, io sono proprio nato nel Pci, sono sempre stato nella sezione, nel partito. Sentivo che cambiare era necessario, ma addosso a me sentivo una responsabilità enorme". Già, perché allora cambiare un simbolo in cui ci si era identificati per anni era una faccenda maledettamente seria, per cui si poteva anche urlare e - senza alcuna remora - piangere: "Posso confermare che il cambio di simbolo fu vissuto da molti, anche mesi prima che il nuovo emblema fosse pronto, come una cosa drammatica: nelle famiglie dei comunisti si litigò, ci furono spaccature, a volte ci si menò persino, in nome di quel simbolo che era 'tutta la mia vita', come tanti militanti dissero".

Il simbolo del 1946
Magno, approfittiamo di questa chiacchierata per sfatare definitivamente un mito: non è stato Guttuso a disegnare il simbolo più noto del Pci, vero?
Sa, la tradizione dice che era stato lui e si è continuato a ripeterlo, ancora oggi lo dicono in tanti; il fatto è che nel 1953, dopo il fallimento del Fronte democratico popolare - quello con il volto di Garibaldi, ndb - di cinque anni prima, l'ufficio grafico del partito dovette ridisegnare per intero la doppia bandiera con falce, martello e stella, che nel 1946 era allungata, tratteggiata come a china e non costretta in un tondo.
Nel 1953, invece, era ormai diventato un obbligo includere i simboli in una forma circolare e bisognava sfruttare bene quel cerchio di due centimetri di diametro sulle schede, anche se il bianco e nero continuava a obbligare a rendere i colori secondo un codice grafico-cromatico mutuato dall'araldica.
Il mio ex responsabile dell'ufficio grafico, Luciano Prati, in realtà mi aveva sempre parlato di un pittore napoletano, del cui nome si è perso il ricordo, come autore della sistemazione del 1953. Personalmente dubito che l'autore di quel disegno del 1946 fosse Guttuso, ma naturalmente non ho prove di questo mio pensiero.
Il segno della falce e martello è stato dall'inizio parte del disegno con l'albero oppure no?
Beh, in alcuni schizzi con l'albero lo avevo messo, in altri no. Quando ho iniziato a lavorare ai bozzetti più elaborati, di solito quel segno c'era, ma non il cerchio completo: solo la doppia bandiera con le aste, ritagliata e incollata. Ed era incollata, anzi, proprio perché in quei bozzetti inizialmente non c'era e solo dopo mi è stato detto che avrei dovuto aggiungerla.
Nel libro di Telese, tra l'altro, si legge una cosa che non può passare inosservata ai #drogatidipolitica: inserire la miniatura del fregio comunista nel simbolo, oltre che a rendere esplicita la storia del Pds e a evitare che altri potessero mettere le mani sul vecchio simbolo, poteva servire anche a conservare l'esenzione dalla raccolta firme. In realtà, per la legge elettorale di allora sarebbe bastato avere un gruppo anche solo in una Camera (il Pds lo ebbe in entrambe, Rifondazione comunista riuscì a crearlo al Senato), ma forse qualcuno tra i dirigenti voleva esser certo di non perdere il beneficio o non lasciarlo ad altri: le risulta?
In realtà i miei interlocutori nel partito mi rappresentarono solo la necessità di impedire a chiunque di appropriarsi del simbolo del Pci per altri usi: un timore tutt'altro che infondato, visto che appena finito il XX congresso nacque Rifondazione comunista e per un po' di tempo tentò di usare il simbolo storico dei comunisti nell'Italia repubblicana.
Da Vedere a sinistra
Prima mi parlava del lavoro fatto sull'albero, una volta definito il soggetto del nuovo simbolo. Come si è arrivati alla forma definitiva?
Mi ricordo che feci un grande lavoro sui dettagli, per trovare la soluzione grafica che potesse dare la resa migliore all'emblema. Il tronco finale, per esempio, aveva quattro rami, ma durante la lavorazione ne ha avuti spesso tre o anche soltanto due. Molte prove, allo stesso modo, hanno riguardato la conformazione della chioma dell'albero, ora più sottile, ora più folta, ora con una conformazione un po' diversa: un lavorio incredibile, mi creda. Io sentivo, in considerazione delle caratteristiche della proposta grafica in questione, la necessità dell'apporto di un disegnatore. Che io non sono. Ma non potevo cercarlo, né richiederlo: la segretezza impediva ogni rapporto con figure altre.
Da Vedere a sinistra
Si discusse anche su come scrivere il nome, cosa non immediata perché era lungo, dunque non semplice da gestire: alla fine il carattere scelto fu un Helvetica, ma piuttosto condensato, anche perché volevo che l'arco che componeva fosse pari a un semicerchio; qualcuno, proprio perché il nome era lungo, aveva proposto di andare oltre i 180 gradi, ma per me era essenziale una maggiore armonia della composizione finale. Per lo stesso motivo, studiai l'emblema in modo che fosse geometricamente armonico, riconducendolo a una struttura "a cerchi tangenti" e in base alle diagonali del quadrato circoscritto e ai diametri verticale e orizzontale del cerchio stesso.
Anche la scelta dei colori fu importante e ci si arrivò in tempi diversi: il nome del partito, per esempio, nei primi bozzetti compiuti l'avevo scritto in nero, perché pensavo che un elemento nero che racchiudesse una composizione con vari colori fosse opportuno; fu Veltroni invece a proporre di tingere la scritta di rosso e, in effetti, devo dire che aveva ragione lui. Verso la fine del lavoro avevo provato a studiare anche qualche soluzione grafica che desse l'impressione dello spessore, della plasticità dell'albero, tanto nella versione in bianco e nero quanto in quella a colori: alla fine si è preferito non adottarla, ma ammetto che quella variante mi era piaciuta molto.
A un certo punto, anche se il nome definitivo non c'era ancora, la grafica si era abbastanza stabilizzata, ma i bozzetti non bastavano più: occorreva una prova di stampa. E lì, come ha raccontato Telese, lei si inventò lo stratagemma del "finto manifesto per il finto convegno"...
Da Vedere a sinistra (e Qualcuno era comunista)
Esatto. Il fatto è che, una volta definito il soggetto del simbolo, Veltroni avrebbe voluto non solo le prove di stampa, ma anche vedere la resa dell'emblema in vari contesti, con diverse caratteristiche cromatiche e con le varie ipotesi di denominazione del partito. Feci qualche conto e capii che avrei dovuto fare qualcosa come una trentina di bozzetti a mano, una cosa assolutamente massacrante e soprattutto impossibile con i mezzi di cui disponevo all'epoca; per la prova di stampa, poi c'era il solito problema di non far capire alla tipografia cui ci fossimo rivolti che quello era il nuovo simbolo, per evitare fughe di notizie. Alla fine mi venne questa idea del manifesto di un convegno, ovviamente inesistente, sul patrimonio boschivo italiano, per giustificare la ripetizione dell'albero, e spalmato su quattro giorni, per vederne la resa in nero, in verde, in rosso con tronco marrone e infine in quadricromia: un'immagine per ogni giornata, con la riproduzione del simbolo del Pci nei colori della giornata di riferimento, staccato dalla sua "nuova sede", ma già nelle dimensioni che avrebbe dovuto avere. La stampa nella solita tipografia andò liscia, nessuno si accorse di nulla: quando poi il simbolo fu divulgato e i tipografi capirono cos'avevano avuto per le mani, mi dissero scherzando "l'avessimo saputo, avremmo venduto lo scoop a qualche giornale!". Pericolo scampato!
Quando il simbolo fu presentato, al giornalista che aveva chiesto a Occhetto chi avesse fatto il simbolo, lui - come ha scritto Telese - rispose, quasi colto di sorpresa, "E' stato... un ufficio grafico...", senza fare il suo nome. Durante tutto il periodo in cui lavorò al nuovo emblema, incontrò mai il segretario Occhetto?
No, mai, io mi sono rapportato solo con Walter Veltroni, poi era lui a far vedere quello che facevo a Occhetto, magari discutendone con D'Alema o altri. Io con Occhetto ho parlato una volta soltanto, dopo la conferenza stampa di presentazione del simbolo, quella appunto in cui tergiversò sull'identità di chi aveva lavorato all'emblema: io tra l'altro ero presente in mezzo a quella folla di giornalisti, ma ero praticamente in incognito perché nessuno mi conosceva, almeno fino a quando un fotografo che mi conosceva mi individuò e mi scattò una foto; a quel punto, vista la scena, in tanti si girarono verso di me e iniziarono a scattare anche se non sapevano chi io fossi, hai visto mai che quella foto potesse servire... Sempre lì, tra l'altro, c'era anche il mio responsabile Prati, che come i miei colleghi non sapeva nulla  del mio incarico, ma dopo la presentazione mi disse che qualcosa aveva capito... Archiviata la conferenza, verso mezzanotte, ricevetti a casa una telefonata di Occhetto: "Bruno - mi disse - ti volevo ringraziare per il lavoro che hai fatto. A proposito, adesso posso dire che l'hai fatto tu?", come se si fosse autoimposto anche alla presentazione la consegna del silenzio, quella segretezza era diventata un blocco, un macigno...
Quindi non vi siete mai visti, parlati di persona?
In quel periodo no. Quando, poco dopo, uscì il mio volume Vedere a sinistra, lo portai a Veltroni, che aveva scritto la presentazione al libro, e lo diedi anche a lui.
Il pannello con il simbolo, in un certo senso, fu il vero protagonista della conferenza stampa, quando fu inquadrato da decine tra macchine fotografiche e telecamere...
Già, mentre ai giornalisti fu distribuita una riproduzione fotografica dello scatto fatto qualche ora prima da Angelo Palma sul terrazzo della sede: tra l’altro quel giorno dovemmo fare un gran numero di copie in diapositiva del simbolo, da distribuire ai giornalisti, con una macchina riproduttrice attivata a Botteghe Oscure e anche moltissime fotocopie a colori in formato A4. Qualche giorno dopo uscì, allegata a l'Unità, una riproduzione a colori del simbolo, in formato circa 35x50 cm. In seguito, con l’aiuto di un service fu prodotto e distribuito a tutte le organizzazioni del Partito un pieghevole in carta patinata contenente il simbolo definitivo in bianco e nero e a colori, con tutte le indicazioni tecniche necessarie per la riproduzione e l’utilizzazione. Al debutto ufficiale, invece, proprio il simbolo fu involontario protagonista di un episodio curioso.
Dall'archivio dell'Unità
In che senso? Cosa accadde?
Il primo giorno del XX congresso alla fiera di Rimini, il 31 gennaio 1991, ero nella sala e non avevo forse guardato con troppa attenzione i due simboli che erano sul fondale rosso, dietro alla tribuna della presidenza: per chi era in platea, l'emblema del Pci stava a destra, quello del Pds a sinistra. Ero con mia moglie, che  a un certo punto mi disse: "Guarda che nel simbolo del Pds manca qualcosa...". A quel punto guardai meglio e mi resi conto che nella gigantografia del mio emblema chi l'aveva realizzato si era dimenticato di mettere il prato, l'albero dunque aveva al di sotto il simbolo del Pci ma era senza "base". Corsi allora dagli allestitori del congresso per avvertirli di questa cosa: loro capirono, ma ormai Occhetto aveva iniziato il suo discorso e non potevano certo prendere una scala e andare a correggere il simbolo mentre lui parlava... Il segretario, dunque, aveva relazionato avendo alle sue spalle un simbolo sbagliato; solo durante una pausa, subito dopo il discorso di Occhetto, qualcuno salì con la famosa scala ed esiste persino una foto che ritrae gli addetti intenti a spennellare di verde il prato.
Tornando al giorno successivo alla presentazione, ricorderà che il simbolo ricevette anche commenti al vetriolo, soprattutto da coloro che facevano parte del fronte del "no": per Paolo Volponi era un broccoletto, per Armando Cossutta sembrava troppo un garofano e così via. Qualche critica secondo lei ha colto nel segno? Qualche altra, invece, le ha fatto male?
Tra gli amici che scrissero un testo di presentazione in Vedere a sinistra c'era Gianni Trozzi: abbiamo lavorato insieme per tanti anni, ma per scherzare diceva sempre che nel simbolo mancavano Cip e Ciop! (ride) Anche altri parlarono di ghiande, ma per dire che queste si danno ai maiali... Quanto alla forma della chioma, in effetti ricorda un po' la corolla di un garofano, ma ovviamente il colore cambia. Ricordo con piacere invece l'opinione di Ignazio Delogu, poeta, scrittore e traduttore sardo, ben inserito nel partito, attivo sull'Unità, addetto ai rapporti con i paesi di lingua spagnola e presidente dell'Associazione Italia-Cile: mi disse che il mio simbolo gli piaceva perché gli ricordava la capigliatura di Gramsci.
In base al suo racconto, è chiaro che è nata prima la grafica del nome: se però il nome fosse stato diverso, il disegno sarebbe rimasto lo stesso o sarebbe cambiato? E come sarebbero andate le cose se lei avesse avuto dall'inizio un nome preciso su cui lavorare?
Beh, è probabile che il simbolo sarebbe stato diverso, anzi è quasi certo; mi avrebbe stimolato in una direzione diversa.
Avrebbe preferito avere dunque prima il nome? Anche se da un certo punto di vista sarebbe stato meno libero?
Si, direi che avrei preferito, anche perché quando mi ero trovato davanti delle proposte di nome chilometriche, l'aiuto che avevo ricevuto nell'immaginare la grafica era stato pari a zero: era come non averle affatto.

L'albero della sinistra - o, a voler insistere con la vulgata, la quercia - sopravvisse ben sedici anni abbondanti nella politica italiana: non poco, nell'era della turbopolitica (citando Edoardo Novelli); eppure nel mezzo non si può dimenticare un simbolo altrettanto importante, se non altro per interpretare il momento storico-politico in cui fu adottato e lo sforzo messo in campo per produrlo. Il riferimento è all'emblema dei Progressisti, traduzione in simbolo di quella che Achille Occhetto, ancora segretario del Pds nonché leader dello schieramento di sinistra - che comprendeva anche La Rete, i Verdi, Alleanza democratica, il Psi e gli ex compagni-rivali di Rifondazione comunista - aveva battezzato "gioiosa macchina da guerra", ma poi a conti fatti non vinse, anzi alla Camera perse piuttosto male. Eppure, al di là del risultato, non è giusto ridurne l'importanza (anche perché l'emblema ritornò sulle schede nel 1996, utilizzato da Rifondazione comunista in virtù del "patto di desistenza" stretto con l'Ulivo, e periodicamente qualcuno lo riprende a livello locale).

Magno, quella dei Progressisti è una pagina rilevante nella storia politica italiana...
... una pagina triste e pesante ...
... rispetto al finale sicuramente, ma che ha importanza innanzitutto perché in qualche modo era già stata prefigurata da Occhetto nel suo discorso alla Bolognina di tre anni prima, quando disse che bisognava "non continuare su vecchie strade ma inventarne di nuove, per unificare le forze del progresso". Secondariamente, credo sia importante lo sforzo fatto per riunire sotto un'unica insegna grafica sei forze politiche diverse e non omogenee. Come andò?
Ricordo bene, ho vissuto personalmente quel "dramma". Come sa c'erano sei partiti all'interno di quella coalizione e io partecipai a un paio di riunioni di quelle forze politiche. Ora, in quelle occasioni ognuno diceva la propria, anche sul piano della grafica: ricordo che qualcuno dei partecipanti propose di adottare un simbolo con la scritta "i Progressisti", in cui la prima "i" a forma di stivale d'Italia; altri suggerirono idee diverse, magari aggiungendo "peccato che io non sappia disegnare...". In ogni caso, arrivarono varie proposte e in molti avrebbero voluto puntare sull'arcobaleno, ma nessuna delle idee grafiche suggerite - di diversa provenienza - riuscì a raccogliere il consenso di tutte le sigle del tavolo. Vista la situazione di stallo e di confusione, io decisi di non partecipare più a quelle riunioni.
Cosa successe poi?
Una sera venne da me un dirigente di uno di questi partiti e mi domandò: "Sei disposto a fare una nottata o due di lavoro?" Chiesi a mia volta cos'avrei dovuto fare: "il simbolo per la coalizione, hanno deciso cosa vogliono: due pennellate, una rossa e una verde, con la scritta 'Progressisti' in alto". Rimasi piuttosto perplesso: non capivo cosa intendessero per "pennellate" e, se loro avessero voluto una spruzzata di colore, ci sarebbe stato bisogno di un areografo o comunque di uno strumento particolare. Il tricolore invece non mi stupì affatto: dopo le proposte in cui ogni partito cercava di rendere prevalenti i colori tradizionali della propria formazione, era inevitabile che i colori nazionali avrebbero fatto da punto d'incontro. In ogni caso, mi attrezzai a modo mio: mi procurai molti fogli con cerchietti di due centimetri di diametro, come sulle schede elettorali di allora, e dei pastelli a cera per fare le strisciate.
Ecco, i pastelli a cera... era una delle due alternative che avevo in mente, assieme ai gessetti.
No no, erano due pastelli a cera, almeno per quanto riguarda la base del disegno; feci diverse prove e dovetti farle tutte sui cerchi piccoli, perché le dimensioni dei pastelli non mi permettevano altro. Con il fotoincisore cercai poi di ingrandire il disegno, visto che doveva essere utilizzato anche sui manifesti delle candidature (con diametro di dieci centimetri, ndb): fu lì che mi accorsi che nei segni c'erano delle mancanze, nel senso che certe aree non erano state ben definite dai pastelli. A quel punto, sempre lì nella sede del service, armato di rapidograf mi misi a riprendere tutti i puntini che mancavano, a correggere tutti i vuoti, un lavoro infinito: le due tracce, naturalmente, dopo l'azione del fotoincisore erano in bianco e nero, ma avrebbe provveduto il service a colorarle in seguito. La cosa comica, se vogliamo, fu che la conferenza stampa di presentazione si tenne al Residence Ripetta e tutti coloro che partecipavano, compresi i dirigenti dei partiti, gironzolavano nel giardinetto del Residence: a un certo punto mi passò davanti Armando Cossutta che, rivolgendosi a una persona che era con lui, commentò "Certo che, con il tempo che ci hanno messo a farlo, non mi sembra un granché...". Mi feci una risata, che altro potevo fare?

Tra i simboli creati da Bruno Magno occorre considerare anche quello di Uniti nell'Ulivo per l'Europa, la lista che nel 2004 contrassegnò la corsa unitaria di Ds, Margherita, Socialisti democratici italiani e Repubblicani europei. In effetti gli elementi di base per realizzare questo emblema non erano inediti: si trattava pur sempre di una variazione sul tema dell'Ulivo di Andrea Rauch, del quale riprendeva il ramoscello, il carattere del nome e la sfumatura dello sfondo; la disposizione degli elementi però è stata curata da Magno "e la grafia della preposizione scritta in rosso è proprio la mia", com'era già avvenuto varie volte per altre campagne realizzate nel corso del tempo. Quel simbolo, come si sa, visse soltanto in quel turno elettorale, "ma se non altro quella volta fu di gran lunga il più votato, obiettivamente fa piacere".
In effetti sarebbe venuto automatico considerare l'emblema come opera di Rauch, visto il precedente dell'Ulivo, ma è sufficiente sfogliare i giornali dell'epoca per avere conferma del fatto che la mano dietro quel simbolo one shot era proprio quella di Magno: "Vedi, ci sono le próve!", dice sorridendo, facendo emergere appena un po' di più la calata pugliese che ha conservato. A questo proposito, tra i documenti che ha conservato c'è una pagina che la Gazzetta del Mezzogiorno aveva dedicato alla proposta di simbolo del Pds all'indomani della conferenza stampa. Nicola Cattedra, pugliese anche lui, già direttore del quotidiano palermitano L'Ora fino al 1984 e in precedenza caporedattore di Paese Sera - anche lui, tra l'altro, negli anni '60 aveva lavorato al sesto piano di Botteghe oscure - scrisse un commento intitolato La nuova Cosa parla pugliese: il riferimento era proprio a Bruno Magno, tratteggiato come "uomo riservato, abituato più alla luce soffusa del suo studio di grafico che alle luci della ribalta", e ancora "un pugliese all'antica, pragmatico, alieno da fumisterie intellettuali". Allora Magno disse di aver scelto l'albero "perché mi è sembrato il modo migliore per coniugare tradizione e novità, radici e futuro" e che la miniatura del Pci stava alla base dell'albero perché "la radice resta sempre quella": poche pennellate decise, mentre l'articolo a fianco di Michele Potì analizzava a fondo il nuovo emblema, esaminando il disegno in generale, le reazioni che aveva raccolto e persino le "proiezioni soggettive" del grafico stesso.

Così, inevitabilmente, si torna ancora lì, all'albero della sinistra o alla Quercia e al percorso che ha portato lì. Magno prende una busta di carta ed estrae un pacco di fogli, almeno una trentina: sono tutti gli schizzi, o almeno una gran parte, che lui aveva realizzato nel 1990 per individuare il soggetto del simbolo; ci sono persino dei disegni di un militante che, saputo che si doveva cambiare l'emblema del partito, aveva mandato all'ufficio grafico le sue proposte. "Sai, riguardarle oggi per me è quasi commovente - mi dice - perché fa pensare a quanto i militanti avessero a cuore una scelta tanto delicata come quella di cambiare nome e corso al partito".
Senza rendercene conto, dopo oltre due ore e mezza di conversazione e condivisione di ricordi e pensieri, siamo passati al "tu", mentre davanti ai nostri occhi passano, una dopo l'altra, stelle, soli, occhi aperti, lettere "S" stilizzate che passano dalla bandiera rossa al tricolore (una soluzione che mi sarebbe piaciuta molto), quadrati, bandiere in tutte le forme e disposizioni, mani ("Strano, ogni tanto questo soggetto ritorna"), qualche albero qua e là, cunei rossi alla Lisitskij, colombe della pace e tanto altro. "Il mio modo di lavorare - spiega Magno - è questo, è come aprire il rubinetto dell'acqua, che si lascia scorrere per un po' prima che arrivi l'acqua fresca. In una prima fase soprattutto, tutto quello che mi viene in mente lo metto sulla carta, così poi posso lavorare meglio, con le idee più chiare".
In un'altra busta spuntano disegni per lo studio minuzioso della struttura dell'albero, dei dettagli della chioma per alleggerirla e ritoccarla o per darle un contorno più morbido, qualche variante con la "pulce" del Pci contornata di bianco (togliendo un po' di tronco); poi ci sono i lucidi per fissare la posizione delle lettere del nome e riportarle poi sul pannello finale. Foglio dopo foglio, prende sempre più corpo la consapevolezza del lavoro enorme fatto per arrivare al simbolo presentato giusto ventinove anni fa e, allo stesso tempo, emerge la distanza siderale rispetto a tanti emblemi politici che nascono oggi, magari in pochi giorni o addirittura in poche ore, fondati sui colori, sul lettering oppure sul nome del leader, ma con pochissime idee da comunicare - quando ci sono - e magari destinati a sparire nel giro di qualche mese, senza nemmeno finire sulle schede. "Il fatto è che è cambiata la società - mi dice Bruno - i militanti di una volta non esistono più. In Vedere a sinistra avevo pubblicato la lettera che ricevetti dal direttivo della sezione di Maropati, paesino della provincia di Reggio Calabria: i militanti si erano presi la briga di riunirsi per scrivermi che i manifesti che avevano ricevuto per il 25 aprile e il 1° maggio del 1982 non li avevano capiti e ancora più difficoltà aveva la gente comune, di estrazione agricola. 'Probabilmente per i più colti è un bellissimo grafico - avevano scritto - ma per le masse è privo di significato. Pertanto ti preghiamo di comunicare al responsabile Stampa e propaganda di tenere presente questa nostra comunicazione'. Ecco, questo rapporto tra 'noi' e 'voi', tra la base e la dirigenza, non esiste più. Penso sia questo, in fondo, il motivo per cui i simboli durano poco".

La conversazione sta ormai terminando, impregnata più che mai di ricordi e di emozioni che difficilmente si possono immaginare tutte insieme: è tempo comunque di tirare qualche somma.
Bruno Magno ha qualche rimpianto, almeno in materia simbolica? 
No, devo dire che tutta quest'esperienza vissuta è stata per me talmente una sofferenza che non c'è posto per rimpianti.
Stai dicendo che ti è bastato? 
Sì, indubbiamente.
Posso chiederti se lo rifaresti? 
Forse lo rifarei, ma sono sicuro che poi mi pentirei.

La risposta lascia un po' di tristezza, se non altro perché aver avuto davanti agli occhi tutto il lavoro che è stato fatto (e che per fortuna è stato salvato dall'usura del tempo e dagli scarti d'archivio e dei traslochi grazie alla saggezza dell'artigiano) fa capire quanta passione sia stata convogliata lì. Eppure, quando il tempo dei saluti è arrivato, "Ah, ecco, dimenticavo: guarda quella terracotta fissata alla parete". Seguo lo sguardo di Bruno, che indica il muro davanti alla sua scrivania: lì quattro chiodini fissano una riproduzione di terracotta dell'albero della sinistra, con tanto di simbolo del Pci alla base. Niente scritte, solo la grafica. "Dopo che il mio albero divenne definitivamente il simbolo del partito, ricevetti quest'omaggio da una persona che lavorava la terracotta. Come vedi lo conservo ancora". Dopo quasi trent'anni, l'albero - o la Quercia - è lì, ben in vista, nella raffigurazione di un militante e non nella sua versione originale. Non avrà il valore storico del primo simbolo mostrato ai giornalisti, ma quello affettivo è sicuramente maggiore. E se quella quercia sta lì, al suo posto, significa che tutte quelle energie spese per elaborare il simbolo, di giorno e di notte, non sono andate perse. E non dovevano necessariamente trasformarsi in voti: a volte basta una quercia di terracotta, impastata di passione e di gratitudine.

Il ringraziamento maggiore, incalcolabile, va a Bruno Magno, per il tanto tempo che mi ha dedicato, per il dono che mi ha fatto con le sue parole e per avermi permesso di riprodurre varie immagini (a partire da quelle senza indicazioni sulla provenienza). Sono grato anche ad Amedeo Barbagallo per aver fornito, senza saperlo, l'appiglio per la ricerca, ad Antonio Folchetti per averla incoraggiata e sostenuta via via (come fa da anni per le varie iniziative di questo sito), nonché al prof. Americo Bazzoffia (Università Lumsa, Ied - Istituto Europeo di Design, Accademia di Belle Arti di Roma) e ancor più a Catia Sonetti e Margherita Paoletti (Istoreco Livorno, complice una mostra su Oriano Niccolai) per avermi messo sulle tracce giuste per arrivare a Magno.