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venerdì 15 maggio 2026

La rosa nel pugno o la camelia col manrovescio? Storie di 50 anni fa

Gli anniversari tondi fanno sempre comodo, che si tratti di ricordare persone o avvenimenti; per i secondi, però, le ricorrenze sono ancora più preziose, perché consentono di ricostruire ciò che stava intorno a un fatto, che non è mai isolato. C'è sempre un "prima", un "dopo", qualche "perché" che guarda indietro e qualche altro che guarda avanti, perché i fatti da mettere in fila - i puntini da riunire con una linea - sono tanti e a volte emergono anche a parecchia distanza. Il racconto dei simboli della politica e delle elezioni, per fortuna, è pienamente immerso in questa dinamica, così proprio oggi i #drogatidipolitica non possono evitare di ricordare un episodio di cui si finì per parlare in modo consistente per settimane e che lasciò tracce rilevanti negli anni a venire, ancora ben visibili nella pratica elettorale di oggi.
Occorre tornare, dunque, indietro di cinquant'anni esatti, al 15 maggio 1976. In quella primavera si respirava parecchia tensione nel Paese in vista delle seconde elezioni realmente anticipate della Repubblica. Le prime quattro legislature della Camera, infatti, si erano concluse alla fine del quinquennio (mentre il Senato, che allora durava sei anni, era stato sciolto con un anno di anticipo, fino alla riforma costituzionale del 1963 che uniformò la durata delle Camere). La quinta, invece, era terminata un anno prima - nel 1972, dunque - soprattutto perché era emersa con forza l'idea che fosse opportuno rinviare il referendum sulla legge n. 898/1970, che aveva introdotto lo scioglimento del matrimonio: la battaglia referendaria sul divorzio avrebbe rischiato di alimentare ancora di più l'instabilità politico-sociale (con il centrosinistra in pezzi e gli "anni di piombo" che facevano sentire tutto il loro peso), quindi si era preferito disinnescarla, almeno per un po', sfruttando l'art. 34 della legge n. 352/1970 (quella che regola, tra l'altro, i referendum popolari), che di fatto sospende e rinvia di oltre un anno la consultazione in caso di scioglimento anticipato anche solo di una Camera. 
Un'intenzione molto simile animò i partiti - che nei quattro anni della VI legislatura avevano fatto succedere cinque governi e altrettante formule politiche - proprio nel 1976, quando pochi mesi prima la Corte costituzionale aveva ammesso altri due referendum: uno (presentato, tra gli altri, da Vito Quaglietta, Dina Gabrielli, Giuseppe Ibrido e Cesare Mancini) intendeva abrogare l'intera legge n. 195/1974, che su proposta del democristiano Flaminio Piccoli aveva introdotto le prime forme di finanziamento pubblico ai partiti e ai gruppi parlamentari, mentre l'altro mirava a cancellare varie disposizioni del codice penale in materia di aborto. Il secondo quesito era direttamente riconducibile al Partito radicale, tant'è che i dodici promotori avevano scelto di eleggere domicilio proprio presso la sede del partito (allora sita in via di Torre Argentina, ma al numero 18, mentre in seguito si sarebbe trasferita al numero 76, dov'è tuttora): tra coloro che avevano presentato il quesito, c'erano Marco Pannella, Maria Luisa Galli (già suora, abbandonò il suo ordine dopo aver scelto di sostenere l'introduzione del divorzio) e Livio Zanetti, direttore dell'Espresso. Il 1° maggio, dunque, il presidente della Repubblica Giovanni Leone - che peraltro in quel periodo era sotto tiro anche per il "caso Lockeed" - sciolse le Camere e contestualmente dispose il nuovo voto per il 20 e il 21 giugno: il referendum sui partiti si sarebbe tenuto nel 1978, mentre quello sull'aborto di fatto non si tenne mai, essendo stata nel frattempo approvata in quello stesso anno la legge n. 194 (oggetto a sua volta di due quesiti referendari di segno opposto, su cui gli elettori si sarebbero espressi nel 1981).
All'inizio di maggio, dunque, fu ufficialmente avviata la "macchina elettorale", nei giorni in cui il Partito comunista italiano sognava il sorpasso sulla Democrazia cristiana (sull'onda dei risultati delle elezioni amministrative e regionali del 1975) e quest'ultima aveva mobilitato tutte le sue energie perché quell'esito non si producesse. Tornando alla "macchina", tuttavia, occorre ricordare che in quell'occasione sperimentò dei tempi più ristretti, per ridurre tensioni e costi del periodo elettorale: se fino al 1972 i partiti e i gruppi politici potevano depositare il loro simbolo presso il Ministero dell'interno tra il 68° e il 62° giorno prima del voto (con tre giorni di tempo per l'esame di ammissibilità), per poi depositare le liste presso le corti d'appello tra il 55° e il 45° giorno prima delle elezioni, dopo l'approvazione della legge n. 136/1976 i simboli dovevano essere presentati tra il 44° e il 42° giorno prima delle elezioni, mentre le liste sarebbero dovute arrivare agli uffici elettorali circoscrizionali tra il 35° e il 32° giorno precedenti il voto (tempi ulteriormente ridotti nel 1991).
Tra i contrassegni elettorali depositati al Viminale tra il 7 e il 9 maggio 1976 c'era anche il simbolo del Partito radicale: non quello della "Marianna" col berretto frigio (depositata negli anni precedenti e utilizzata in precedenti consultazioni), ma quello con la rosa nel pugno. Si trattava, ovviamente, di una rielaborazione del fregio - "le poing et la rose" - creato da Marc Bonnet e adottato dal Parti socialiste francese, già impiegato dal Partito radicale nel suo 15° congresso pochi mesi prima (tenutosi a Firenze dal 1° al 4 novembre 1975, verosimilmente - come appurato da ricerche di Samuele Sottoriva cui questo sito ha volentieri dato spazio - senza che ne sapessero ufficialmente qualcosa i socialisti d'Oltralpe e nemmeno l'autore francese del simbolo, che poi avrebbe vinto la causa contro il partito italiano, ottenendo in seguito il riconoscimento atteso). 
Si trattava di un periodo impegnativo per i radicali italiani: il 30 marzo 1976 - data conosciuta grazie alle ricerche di Lanfranco Palazzolo, cui fa tutta la gratitudine di chi scrive - nacque ufficialmente "Radio Pannella" (come la chiamò il Corriere d'informazione del 27 marzo), che poi sarebbe diventata Radio Radicale: nata per supportare la campagna elettorale a sostegno dell'interruzione volontaria di gravidanza (in previsione del referendum che non si sarebbe celebrato), avrebbe continuato la propria attività in-formativa che tuttora esercita, anche grazie a un archivio che non conosce eguali (e per questo va tutelato in ogni modo possibile).
Quel simbolo della rosa nel pugno - rigorosamente in bianco e nero, come tutti gli altri - avrebbe accompagnato le liste del Partito radicale, presentate - col sostegno di almeno 350 elettori per ogni collegio - presso le Corti d'appello italiane tra il 16 e il 19 maggio; c'era ancora la possibilità di un patto federativo con il Partito socialista italiano (alle ultime elezioni con il simbolo di Sergio Ruffolo con falce, martello, sole e libro), ma quell'accordo - che sarebbe stato possibile anche grazie all'esenzione dalla raccolta firme, introdotta proprio dalla citata legge n. 136/1976 - non andò in porto.
Le cancellerie delle Corti d'appello, come si diceva, avrebbero ricevuto le liste e gli altri documenti per le candidature a partire dalle ore 8 del 16 maggio, ma l'ordine con cui ci si presentava agli uffici era tutto meno che irrilevante: l'art. 24 del testo unico per l'elezione della Camera (il d.P.R. n. 361/1957), infatti, prevedeva che l'Ufficio centrale circoscrizionale assegnasse "un numero a ciascuna lista ammessa, secondo l'ordine di presentazione", numero che avrebbe determinato la posizione sulle schede elettorali e sui manifesti delle candidature. Fin dall'inizio dell'esperienza repubblicana, dunque, arrivare davanti alle Corti d'appello con largo anticipo per assicurarsi il numero 1 avrebbe portato a ottenere il primo posto sulla scheda: una posizione riconoscibile e facile da comunicare ai militanti, come dimostra benissimo il racconto In alto a sinistra di Bruno Magno, riferito alle elezioni del 1968.
Proprio per la visibilità che assicurava, la prima posizione poteva fare gola ad altre forze politiche; e se la Democrazia cristiana aveva sempre cercato di depositare per ultima, per il Partito radicale il posto "in alto a sinistra" poteva essere un'ottima occasione per far emergere il nuovo simbolo (votabile, magari, anche da chi lì aveva sempre trovato la falce e il martello) e sperare di raggiungere per la prima volta il Parlamento, così da poter condurre meglio le proprie battaglie. Era facile immaginare, però, che i comunisti non fossero facilmente disposti a rinunciare al posto che il loro simbolo aveva sempre occupato.
Il 14 maggio, dunque, i quotidiani - incluso il Corriere della Sera, cui appartiene il ritaglio riportato a fianco - diedero notizia dell'incontro tra Gianfranco Spadaccia, segretario del Partito radicale, e Francesco Cossiga, ministro dell'interno in carica: il primo chiese di vigilare sull'ordine pubblico in sede di presentazione delle liste, annunciando il rispetto delle regole ma pretendendo altrettanto dallo Stato e dagli altri partiti, soprattutto - pareva di capire - nei luoghi in cui erano stati i radicali a mettersi in fila per primi, parecchie ore o giorni prima dell'apertura del deposito; il secondo assicurò che avrebbe dadto disposizioni per evitare "incidenti e turbative di alcun genere" durante il deposito delle liste. Non era solo questo l'impegno del Partito radicale in quei giorni: Pannella e gli altri, infatti, lamentavano l'esclusione dai dibattiti televisivi, fino a quel momento riservati ai partiti già presenti in Parlamento (non essendo ancora state presentate le liste) e annunciò l'avvio del digiuno nei giorni successivi perché fosse garantito un accesso più equo delle forze politiche ai media.  
Quello stesso 14 maggio, però, più di qualche scaramuccia tra radicali e comunisti (di solito presenti in numero molto maggiore) finì per scatenarsi, tra accuse reciproche di violenze e provocazioni; scaramucce che divennero più consistenti il giorno dopo, quando ormai mancavano poche ore al deposito. Ciò sarebbe accaduto in vari luoghi d'Italia, incluso Milano: lì, tra i militanti radicali, c'era anche - come riporta sulla Repubblica, quodiano nato da pochi mesi, Giorgio Rossi, futuro autore con Antonio Caprarica della Ragazza dei passi perduti, giallo fantapolitico imperdibile per i #drogatidipolitica - Mercedes Bresso, futura presidente della Regione Piemonte. Per il Partito radicale si sarebbero verificati - racconta sempre Rossi - "botte, calci, spintoni un po' dappertutto [...], alcuni contusi, alcuni apprezzamenti pcoo garbati ('repressi, mascalzoni', gridavano i radicali a Milano; e i comunisti: 'Finocchi, rompicoglioni')". Quanto bastava, insomma, perché la giornata fosse per lo meno rovente, mentre l'Italia da oltre una settimana guardava soprattutto al Friuli, dopo il terremoto del 6 maggio che segnò per sempre la gente di quelle terre.
Era improbabile, in ogni caso, che i radicali lasciassero correre gli episodi da loro stessi denunciati. Così, stando a quanto vari quotidiani riportarono il 16 maggio, verso le 17 e 30 o poco più tardi, circa trenta militanti radicali, con Marco Pannella in testa, si recarono in via delle Botteghe Oscure, dall'altro lato della strada rispetto al portone del numero 4, quello della sede del Partito comunista italiano. Erano lì per protestare proprio contro le aggressioni che sostenevano di avere subito dai militanti comunisti davanti alle Corti d'appello di varie città d'Italia, nell'attesa che si aprisse la presentazione delle liste: indossavano cartelli con scritte inequivocabili e poco votate alla diplomazia ("Berlinguer, hai scatenato i tuoi teppisti?", "Pci, con i pestaggi volete costruire la società socialista?" e via cartellonando) e non mancavano di dare voce alle loro ragioni aiutandosi con un megafono, il tutto mentre il portone della sede comunista era presidiato da varie persone del servizio d'ordine.
Poteva bastare perché di questo si occupassero i giornali, ma difficilmente sarebbe bastato a chi - da una parte e dall'altra della strada - era parte di quella scena. A quanto si apprende, a un certo punto - dopo una mezz'ora circa - lo stesso megafono di prima avrebbe amplificato un proposito: "La nostra risposta alle violenze è da compagni: vi offriamo dei fiori". Per tutta risposta, Pannella e altri quattro o cinque militanti si sarebbero avvicinati al portone del numero 4, portando con sé "margherite e anemoni". Il gesto non sarebbe stato compreso o comunque apprezzato dai militanti del servizio d'ordine: questi rientrarono immediatamente nella sede, chiudendo il portone. Ciò non bastò a scoraggiare la truppa radicale, che scelse di posare lì i fiori e magari anche di infilarli tra i battenti del portone stesso. A quel punto, come si poté leggere sul Messaggero (in un resoconto non firmato sulle pagine della cronaca di Roma), "il portone si è aperto di scatto, ed un giovane di bassa statura, vestito con pantaloni e maglione blu, ha sferrato uno schiaffo al leader radicale". Altre fonti - incluso lo stesso Pannella intervistato da Rossi sulla Repubblica - parlano di pugno, che comunque attraverso i battenti del portone avrebbe colpito Pannella in pieno viso. "Ti basta o vuoi darmene un altro?" avrebbe detto sempre Pannella (anche se sul Corriere si legge "Allora dammene anche un altro") e, porgendo virtualmente l'altra guancia, sarebbe stato subito accontentato.
La versione radicale, ovviamente, fu completamente smentita dal Partito comunista italiano, tanto con riguardo ai disordini in sede di presentazione delle liste ("In realtà - si lesse in un comunicato - sono stati i presentatori delle liste comuniste che in alcune località sono stati oggetto di violenza da parte di esagitati. Per alcuni giorni elementi del Partito radicale sono andati preparando questa ridicola montatura che ha soltanto un evidente scopo elettoralistico") quanto con riferimento ai fatti di via delle Botteghe Oscure. 
"Di fronte alte notizie diffuse dal Partito radicale e raccolte da alcuni organi di informazione su presunti atti di violenza compiuti da militanti comunisti nei confronti di esponenti radicali - si legge sull'Unità del 17 maggio - l'ufficio stampa del Pci ribadisce che si è trattato di una palese montatura. Le notizie non sono state controllate da parte di chi le ha pubblicate. In verità ci si è trovati in presenza di atteggiamenti provocatori dovuti esclusivamente ad iniziative del Partito radicale per suoi scopi pubblicitari ed elettoralistici. Come è evidente, si tenta inoltre di introdurre diversivi anticomunisti nel confronto elettorale". 
Spadaccia, Adele Faccio e Angelo Coppola il 17 maggio tennero una conferenza stampa all'Hotel Minerva (quello che nel 1994 tenne a battesimo il Centro cristiano democratico) annunciando il digiuno "fino alla morte o fino a che giustizia non sia stata resa", soprattutto per ottenere pari trattamento dalla Rai, ma anche denunciando gli episodi di violenza legati alla presentazione delle liste. "Avevamo proposto - disse Spadaccia, come riportato il 18 maggio da Antonio Padellaro in un suo articolo sul Corriere - ai compagni comunisti un sorteggio dei posti in lista ma non ne hanno voluto sapere", così come non sarebbe stata accolta una nuova proposta radicale di far svolgere una corsa nei pressi della Corte d'appello tra un rappresentante per ogni partito per determinare l'ordine di priorità ("I comunisti che erano un centinaio si sono disposti a testuggine davanti all'ingresso - raccontò il candidato al Senato Andrea Bises - e per noi non c'è stato niente da fare").
om'è noto, il 20 e il 21 giugno il simbolo della rosa nel pugno ottenne alla Camera 394439 voti, pari all'1,07%, sufficienti a fare scattare quattro seggi. Un risultato tutto meno che irrilevante, dal momento che riuscì a portare a Montecitorio un partito che fino a quel momento era rimasto escluso dalle aule parlamentari. Gli eletti radicali ottennero ciò che volevano (e iniziarono subito a mettere a dura prova il regolamento della Camera) e non si può affatto escludere che lo spazio dato dai media agli eventi di metà maggio - comunque siano andati, qualunque cosa sia stata davvero fatta o detta - abbia concorso all'elezione di Marco Pannella, Emma Bonino, Adele Faccio e Mauro Mellini. 
Proprio quegli eventi di maggio, però, non smisero di lasciare tracce. Il 30 settembre 1976, infatti, nel suo corsivo di prima pagina sull'Unità, intitolato Un po' di aristocrazia, Fortebraccio (all'anagrafe Mario Melloni) criticò a modo suo Marco Pannella: ne riconobbe i meriti e affermò di provare per lui "una cordiale simpatia", ma se la prese con "la sua mancanza d'anima popolare e la sua irrefrenabile albagia aristocratica", accusandolo di non sapersi "mai mettersi nei panni di un operaio, di un metalmeccanico, di un bracciante: costoro, pur battendosi per cause non meno giuste, e umane, che quelle di cui Pannella è alfiere, non provocherebbero mai lo spintone, che invece il leader radicale 'attende'. perche i lavoratori sanno che in questura, in galera, fra le guardie, agli spintoni seguono botte, maltrattamenti e addirittura torture. Un poveretto non sognerebbe con speranza le manette, perché non sa mai se e quando gliele toglieranno. In Pannella non c'è mai l'orrore del male fisico che viene dalla miseria, ma sempre la spavalderia, assai spesso divertita, che discende dalla consuetudine della sicurezza di classe. Pannella non sembra conoscere la 'paura' dei poveri. Sembra sempre un marchese che va alla ghigliottina, cantando sulla charrette. Pannella sa che nessuno, mai lo dimenticherebbe, mentre i poveri sanno che tutti, sempre, si dimenticano di loro". E proprio in quel giudizio severo - pur sempre scritto con stile - riemerse l'episodio pre-elettorale di qualche mese prima: "Noi non siamo in nessun caso per la violenza. Ma ricordiamo bene che durante l'ultima campagna elettorale, Pannella ha bussato al portone delle Botteghe Oscure e ai compagni della vigilanza innervositi, stanchi, preoccupati, che hanno aperto guardinghi uno spiraglio, egli ha presentato, salvo errore, una camelia. Quelli gli hanno 'ammollato', pare, un manrovescio. Il fatto è controverso, ma se è vero, sappiate, compagni, che avete fatto benissimo".
.Ora, l'errore probabilmente c'era, visto che tutti i giornali a maggio avevano parlato di margherite o di anemoni. Ma chi pensava che il discorso finisse lì, tanto per cambiare, si sbagliava. Il 12 dicembre, infatti, sulla prima pagina del Corriere della Sera apparve - di spalla - un lungo testo intitolato Pannella al Pci: perché ce l'avete con noi? Nell'articolato cahier de doléances pannelliano, c'era anche una presunta "apologia dello schiaffo proletario" fatta da Fortebraccio per lo schiaffo "dato, come è stato dato, contro uno di noi". Tempo qualche giorno e, il 19 dicembre, tra le lettere al Corriere ne apparve una di tale Giovanni Gazzaniga da Vigevano: "L'on. Marco Pannella. nel suo intervento sul 'Corriere' parla ad un certo punto di 'schiaffo proletario', espressione, questa, usata da Fortebraccio sull'Unità. Poiché gli schiaffi erano una prerogativa del fascismo, osservo che chiunque usi un manrovescio in luogo del ragionamento e del civile confronto delle idee non può onorarsi della qualifica di 'proletario': è un fascista, e basta".
Il 21 dicembre Fortebraccio rispose, sempre sulla prima pagina dell'Unità, con un corsivo intitolato, con ironia, Elogio della sberla. Melloni negò di avere mai utilizzato l'espressione "schiaffo proletario", attribuibile a Pannella (che in effetti non l'aveva virgolettata), ma riconobbe quell'espressione come "felice"; di tutt'altro avviso fu circa la posizione del lettore che, attribuendo al fascismo "la prerogativa" degli schiaffi, avrebbe "in sostanza, voluto dare del fascista al nostro compagno del manrovescio, il che ci fa allegramente ridere. Il fascismo aveva ben altre 'prerogative' e noi vogliamo rivendicare qui, alla sberla, il suo carattere civile e persino affettuoso, quando e data al momento giusto e non varca i suoi limiti, come dire, fisiologici".
Merita di essere riportato per intero, questo "elogio della sberla": "Ma come? Tu sei lì a tener d'occhio un portone che da un momento all'altro può esser preso d'assalto. Sei inquieto, teso, allarmato. Bussano. Ci siamo. Apri guardingo uno spiraglio e vedi uno che ti porge una camelia. Che devi fare? Secondo il signor Gazzaniga non ci sono dubbi: devi chiamare un compagno e dirgli: 'Va' a prendere un vasetto pieno d'acqua fresca che ci infiliamo questo bel fiore' e poi rivolgerti a Pannella e parlargli cosi: Grazie, gentile amico. Venga un po' qua, se ha tempo, che facciamo qualche 'ragionamento' e poi procediamo a un 'civile confronto delle idee'. Si accomodi. Ma signor Gazzaniga, siamo giusti, non è meglio un manrovescio? La verità è che questi radicali hanno la mania di persecuzione e sono, secondo i nostri personali gusti politici, troppo delicati. Noi vogliamo un mondo senza violenza: non più attentati, non più galere per 'reati' d'opinione, non più bombe, non più distruzioni, non più spranghe di ferro, non più sangue. Ma per favore, salviamo, quando ci vuole, la sberla, che è la carezza dei momenti di rabbia: la vecchia, buona, domestica sberla, negazione della ferocia, incruenta affermazione di esuberanza e vanto d'ogni cuore generoso".
Il botta e risposta, che si sappia, terminò lì. Ma i fatti di maggio portarono i quattro deputati radicali a formulare una proposta di legge - presentata all'inizio di febbraio del 1978 - per introdurre il sorteggio dell'ordine dei contrassegni sulla scheda elettorale. 
"In occasione delle ultime elezioni politiche - si leggeva nella relazione - alcuni episodi di non lieve entità hanno posto in evidenza alcune incongruenze delle leggi elettorali relative alle modalità di determinazione dell'ordine progressivo di disposizione dei contrassegno delle varie liste nelle schede elettorali e [...] nei manifesti elettorali con i quali esse vengono presentate agli elettori dalle pubbliche autorità. [...] il primo posto sulla scheda viene attribuito ai presentatori che per primi siano stati in grado di presentarsi negli uffici stessi, e ciò in considerazione del fatto che ormai è invalso l'uso di presentarsi a detti uffici alcuni giorni prima della data fissata per l'inizio della ricezione delle liste dei candidati". Ricordando  E' avvenuto nella sopra ricordata occasione che i presentatori di liste del Partito radicale, per primi giunti da vari giorni agli uffici, [...] siano stati all'ultimo momento sopravanzati con la violenza da rappresentanti di lista del Pci, spalleggiati da folti gruppt di sostenitori che, invocando la 'tradizione' della priorità assoluta di tale lista, hanno imposto la loro precedenza nella presentazione. Ciò è stato reso possibile oltre che da colpevoli negligenze nella tutela della sicurezza, della libertà e dell’ordine, anche dall'assenza di una precisa normativa atta a garantire e documentare la precedenza ner giorni antecedenti all'apertura degli uffici. D’altro canto l'Ufficio centrale elettorale, respingendo il ricorso dei presentatori delle liste radicali, ha dichiarato di non poter entrare nel merito dei fatti che hanno determinato la priorità cosi come constatato attraverso i verbali di deposito delle liste, escludendo ogni rilevanza anche a fatti di violenza e di sopraffazione. E' evidente che tali episodi, e più ancora il non avervi saputo o potuto porvi rimedio, impongono di eliminarne l'occastone non potendosi tollerare che proprio l'atto iniziale della procedura elettorale sia caratterizzato da possibili sopraffazioni, che finiscano per ricevere una convalida dai provvedimenti successivi dell'Autorità preposta al governo delle attività elettorali e che vengano in qualche modo consacrate nel documento sottoposto all'elettore. Poiché del resto l'interesse alla presenza nell'ordine delle schede non può che essere costituito da un ingustificato e vano desiderio di dimostrare la capacita di mantenere una 'tradizione di primato', da un intento cioè meramente emulatorio, in quanto è impensabile che gli elettori non siano oggi in grado di riconoscere il simbolo del loro partito sulla scheda se non attraverso una particolare collocazione, sembra opportuno addivenire ad una diversa regolamentazione che tolga ogni rilevanza alla priontà della presentazione delle liste, determinando l'ordine di comparizione dei simboli sulla scheda attraverso sorteggio".
Per lungo tempo la proposta radicale non sarebbe stata tenuta in considerazione, ma la legge n. 53/1990 - la stessa che avrebbe ampliato in modo significativo il novero degli autenticatori delle firme - avrebbe introdotto finalmente il sorteggio della posizione sulla scheda; ancora oggi, è la sorte a definire l'ordine con cui candidati e contrassegni appaiono su manifesti e bollettini elettorali. Un annetto prima, la legge n. 95/1989 aveva consacrato l'altra innovazione richiesta dai radicali con la loro proposta del 1978, cioè il sorteggio degli scrutatori, volto ad "assicurare una rappresentanza e un controllo equi tra tutti i partiti concorrenti, evitando che le designazioni siano espressioni di maggioranze esistenti nei consessi amministrativi a ciò designati" e per evitare il rischio o il perpetrarsi di brogli e manipolazioni del voto; la legge n. 270/2005 - sì, proprio il Porcellum - sarebbe però tornata alla nomina degli scrutatori, probabilmente perché i sorteggiati troppo spesso si giustificavano e dovevano essere sostituiti, non si presentavano o risultavano fin troppo inesperti. Se da oltre trentacinque anni, insomma, il simbolo "in alto a sinistra" sulle schede non è più lo stesso elezione dopo elezione, ma è del tutto affidato al caso, lo si deve anche e soprattutto a ciò che accadde cinquant'anni fa - fuori dalle Corti d'appello e in via delle Botteghe Oscure, con una camelia che in realtà era un'anemone o, chissà, una margherita, per inciso tutti fiori finiti sulle schede elettorali - e alla tenacia di quei radicali che sempre cinquant'anni fa si intrufolarono nel Parlamento grazie agli elettori che votarono la rosa nel pugno e vi rimasero a lungo, costringendolo a evolvere.  

lunedì 6 maggio 2024

Europee, riammesso il simbolo di Stati Uniti d'Europa (Lista Pannella). Ovvero, dell'auspicato ritorno alla prevalenza dei simboli sulle parole

Era oggettivamente piuttosto contenuto il numero dei contrassegni ricusati in vista delle elezioni europee dell'8 e 9 giugno 2024, solo 3 su 42 (cui aggiungere i 6 che, per difetti nei documenti presentati, non avrebbero consentito la presentazione di liste); da poche ore, però, i simboli bocciati sono soltanto 2. Proprio quest'oggi, infatti, il Tribunale amministrativo regionale del Lazio ha riammesso il contrassegno Stati Uniti d'Europa, depositato il 21 aprile per conto dell'Associazione Lista Marco Pannella
Com'è noto, la Direzione centrale per i servizi elettorali ne aveva chiesto la sostituzione, visto che l'unica espressione letterale contenuta (coincidente con la denominazione del contrassegno) era identica al nome scelto dalla lista cui concorrono +Europa, Italia viva, Psi, Radicali italiani, Libdem europei e L'Italia c'è, il cui emblema era stato presentato prima e avrebbe rischiato di essere confuso con quello "omonimo", abbinato al simbolo della rosa nel pugno: il Ministero dell'interno aveva mostrato di sapere che il contrassegno contestato era già stato depositato (da Maurizio Turco) e ammesso in occasione delle elezioni europee del 2019, ma - oltre a rilevare l'identità del nome e della parte letterale - aveva ritenuto che la Lista Pannella non avesse "fatto notoriamente uso del contrassegno", non avendo presentato liste da esso contrassegnate nel 2019 e avendo presentato un emblema diverso per le elezioni politiche del 2022 (sempre senza candidature). Il depositante, Diego Sabatinelli, si era opposto all'invito a sostituire il simbolo e si era rivolto all'Ufficio elettorale nazionale presso la Corte di cassazione, ma il collegio aveva confermato l'esclusione, a dispetto della grafica del tutto diversa: la confusione poteva essere data anche dalla componente testuale, specie se questa è l'unica e ha particolare evidenza, dunque doveva applicarsi la regola della precedenza nel deposito in vista di questa tornata elettorale, non rilevando il preciso come titolo preferenziale.
Non condividendo il verdetto dell'Ufficio, Diego Sabatinelli e Maurizio Turco il 30 aprile hanno presentato - come previsto dall'art. 129 del codice del processo amministrativo - ricorso al Tar del Lazio (difesi dagli avvocati Gianpaolo Catanzariti e Fabio Federico), chiedendo l'annullamento dell'invito a sostituire il contrassegno e della decisione dell'Ufficio elettorale nazionale. Costoro avevano riaffermato, nello specifico, innanzitutto la non confondibilità dei due fregi elettorali (visti i tanti elementi di distinzione sul piano visivo e, in particolare, simbolico, da considerare più rilevante di quello testuale), come pure la necessità di dare importanza al preuso (da intendere come "uso pubblico del contrassegno già precedentemente effettuato dall’associazione o dal partito politico") maturato negli anni precedenti più che all'ordine di precedenza relativo alla singola competizione elettorale. 

La decisione

Posto che non hanno partecipato al giudizio né il Ministero dell'interno, né l'Ufficio elettorale nazionale (al pari della Prefettura di Roma, ugualmente indicata come controparte), ma nemmeno la lista Stati Uniti d'Europa, indicata come controinteressata (anche se, non essendone stata chiesta l'esclusione, è da intendersi piuttosto come "interessata"), il Tar ha creduto di non doversi occupare del significato da dare alla nozione di "precedenza" nel deposito, se dunque debba riferirsi al mero ordine di presentazione al Viminale in vista della singola competizione oppure se debbano considerarsi anche gli usi precedenti, includendo tra questi anche i depositi compiuti presso il Viminale in passato. La questione sarebbe stata certamente interessante (soprattutto per la soluzione che avrebbe dato al bilanciamento tra l'attenzione alla singola procedura elettorale e l'opportunità di non trascurare totalmente i preusi per non svalutarli del tutto); non è stata però trattata perché, secondo il collegio, il problema di sciogliere il dubbio sulla "precedenza" in caso di confondibilità non si pone perché, a monte, a mancare sarebbe proprio la confondibilità, dunque non ci sarebbe (stato) motivo per escludere il contrassegno oggetto del ricorso.
Ricordate le disposizioni da considerare con riguardo alla vicenda (i commi 3, 4 e - sia pure in misura minore - 5 dell'art. 14 del d.P.R. n. 361/1957) e l'evoluzione dei loro testi, il collegio del Tar romano ha ripercorso la giurisprudenza amministrativa - di primo e di secondo grado - in materia di confondibilità (relativa, secondo i giudici, a "loghi tra di loro uguali in ogni particolare e, quindi, identici", anche se in effetti si considerano molto più spesso casi di somiglianze, visto che l'identità è una fattispecie distinta, pur se sanzionata dall'ordinamento con la ricusazione al pari della confondibilità per somiglianza) e di decettività (situazione che concerne "quei contrassegni che riproducono simboli, o elementi caratterizzanti di simboli, di contrassegni usati da altri partiti o gruppi politici e, per questo motivo, atti ad indurre in errore l'elettore sull'identità del partito o raggruppamento politico dal quale promana la lista"): la sentenza precisa che il giudizio sulla confondibilità o sulla decettività, comunque, richiede a monte che i simboli in questione siano messi a confronto, "ciascuno considerato nel suo complesso ed in ogni sua parte, ma anche negli elementi che, per una qualsiasi ragione, assumono funzione individuante". Il Tar, tra l'altro, cita come precedente la sentenza emessa nel 2019 a fronte del ricorso della Democrazia cristiana allora guidata da Renato Grassi per essere riammessa alle elezioni europee: allora sostenne che "era necessario scongiurare un utilizzo dei contrassegni di lista tale da trarre in errore l'elettore e da pregiudicarne, in tal modo, la libertà di scelta politica; rischio, questo, reso evidente nei casi in cui [...] i contrassegni recano elementi consistenti di assoluta identità", pertanto occorreva la citata valutazione comparativa dei contrassegni, "sia complessivamente considerati sia con riguardo a singoli elementi, primariamente i simboli e le parti di cui si compongono, che assumano una funzione individuante".
I giudici riconoscono che entrambi i contrassegni contengono la stessa dicitura "Stati Uniti d'Europa" (pur riprodotta con posizioni, dimensioni, composizioni, caratteri e colori differenti), ma ritengono che la comparazione tra i due contrassegni non faccia ritenere il fregio depositato per conto della Lista Pannella come confusorio o decettivo rispetto a quello della lista Stati Uniti d'Europa che si presenterà alle elezioni europee di giugno. Se si adotta uno sguardo complessivo dei due emblemi, in particolare, per il Tar "la funzione individuante della dicitura 'STATI UNITI d’EUROPA' risulta, nell'economia complessiva del contrassegno n. 20, ben inferiore rispetto a quella assolta dalla 'rosa nel pugno', simbolo tradizionalmente appartenente all'iconografia del movimento radicale italiano ed internazionale, e dallo sfondo cromatico giallo sul quale tanto la scritta quanto il simbolo in questione si stagliano", mentre nell'emblema depositato al secondo posto si ritrovano "ulteriori elementi grafici distintivi ben chiaramente evincibili e non confondibili con quelli raffigurati nel contrassegno n. 20", a partire dalla bandiera dell’Unione Europea e dalle miniature dei simboli delle sei formazioni aderenti alla lista, riprodotti su sfondo bianco. Il citato sguardo complessivo sui due contrassegni, dunque, farebbe emergere "la funzione personalizzante assolta, nel caso del contrassegno n. 20, dal simbolo della 'rosa nel pugno' e dallo sfondo giallo sul quale tale elemento è raffigurato e, nel caso del contrassegno n. 2, dalla bandiera dell'Unione Europea" e dai microsimboli delle forze politiche partecipanti alla lista": basterebbe questo, per il collegio, per non ritenere configurabile il rischio di confondibilità per il corpo elettorale legato al nome identico riportato in tutti e due i fregi.
La sentenza cita il principio, riaffermato più volte dalla giurisprudenza, del favor partecipationis ("in materia di competizioni elettorali, rileva il principio della massima partecipazione degli attori dell’agone politico alle operazioni elettorali, dovendo il principio in questione trovare un contemperamento solo con il principio della par condicio tra tutti i partecipanti alle elezioni"): se quel principio spesso è stato impiegato per attenuare un metro di giudizio troppo severo circa gli adempimenti del procedimento elettorale preparatorio (come i ritardi senza colpa nella presentazione delle liste o nell'ottenimento e deposito dei certificati di iscrizione dei sottoscrittori alle liste elettorali), in questo caso i giudici lo hanno impiegato anche per alleviare almeno in parte, di fatto, il rigore dell'esame di ammissibilità dei contrassegni, privilegiando - rispetto alle identità di alcuni elementi contenuti dei fregi - le differenze emergenti dallo sguardo complessivo, magari anche grazie al peso di altri elementi. 
A quest'ultimo proposito, il collegio giudicante mostra di aver considerato (e condiviso) anche la parte delle argomentazioni dei ricorrenti relativa alla comunicazione politica, alle sue prassi e al loro interagire con i procedimenti elettorali. Merita di essere riportato innanzitutto il passaggio del ricorso su questo punto:
l'apprezzamento in merito alla confondibilità ovvero alla decettività dei contrassegni postulano una comparazione degli stessi, sia complessivamente considerati, sia con riguardo a singoli elementi, «primariamente i simboli» e le parti di cui si compongono, «che assumano una funzione individuante» [...]. Da tale orientamento ne deriva che in un contrassegno la parte simbolica è quella che incide e prevale in modo pregnante sulla percezione dell'elettore medio. [...] D'altronde, la diffusione dell’utilizzo dei social network, ha in concreto trasformato la comunicazione facendo prevalere alla messagistica testuale quella rappresentata da simboli ed immagini. Immagine e simboli sono oramai entrati di fatto nella comunicazione quotidiana stante la capacità di stimolare e strutturare il ricordo degli utenti. Infatti, i più diffusi social network quale "Instagram", "Whatsapp" ecc. basano ormai i contenuti dei contatti essenzialmente sulla riproduzione di immagini e simboli e la parte testuale è del tutto marginale. In altri termini è decisamente improbabile che nel caso di specie la denominazione contenuta nei contrassegni, una volta posti a confronto, possa minimamente disorientare un utente medio ormai abituato a una costante stimolazione collegata a contenuti simbolici più che testuali.
Di seguito, invece, si cita la parte di sentenza in cui si è affrontato il tema:
le modalità di comunicazione politica attualmente prevalenti (imperniate su modelli digitali di fruizione quali quelli sviluppati dalle piattaforme di social networking) sembrano prefigurare, quasi come in un vichiano ricorso della Storia, l’avvento di una rinnovata prevalenza degli elementi simbolici a discapito di quelli letterali, in analogia con le ragioni che spinsero il legislatore italiano (e non solo), all’avvento del suffragio universale, ad imporre, a tutti i partiti e movimenti politici concorrenti alle elezioni, di contraddistinguersi mediante simboli grafici, al fine di rendere sé stessi riconoscibili anche da grandi masse di elettori incapaci di leggere e scrivere.
Chi appartiene alla categoria dei #drogatidipolitica non può restare insensibile al riferimento alla ratio che portò a introdurre l'obbligo di utilizzare i simboli e la prognosi in base alla quale potrebbero di nuovo prevalere gli elementi simbolici su quelli letterali: sa bene che nella politica italiana, in effetti, non è così da tempo (visto che i simboli - salvo quelli storici cui certe forze non vogliono rinunciare, al punto da litigarseli talvolta - sono sempre meno, mentre parole e nomi si moltiplicano), ma spera nel profondo che l'auspicio della "rinnovata prevalenza degli elementi simbolici a discapito di quelli letterali" possa avverarsi.
Al di là di questo, per il giudice rileva che le considerazioni fatte portino all'accoglimento del ricorso e alla necessità di annullare il provvedimento di invio a sostituire il contrassegno e pure la decisione dell'Ufficio elettorale nazionale che ha respinto l'opposizione presentata in nome e per conto della Lista Pannella. Effetto diretto della sentenza (oltre alla condanna del Ministero dell'interno al pagamento delle spese processuali, compensate con riguardo alle altre parti evocate) è il prodursi di "ogni conseguenza in ordine al dovere dell’amministrazione dell’interno di ammettere alla competizione elettorale indetta per l’8 ed il 9 maggio 2024 per il rinnovo dei componenti del parlamento europeo [...] anche il contrassegno presentato dall’associazione ricorrente ed avente numero d’ordine 20" (con il rituale ordine all'autorità amministrativa a eseguire la sentenza pronunciata).

Gli effetti (sulla vicenda e in futuro)

Ripercorso il contenuto della sentenza, vale la pena proporre qualche riflessione sugli effetti di questa decisione.
Sul piano dell'esame dei contrassegni, in linea teorica quanto deciso dal Tar Lazio potrebbe indurre a configurare i prossimi esami dei simboli con uno sguardo che, al fine di valutare l'eventuale confondibilità o decettività, dia maggiormente peso alla visione complessiva dei fregi elettorali, piuttosto che all'uguaglianza o somiglianza di singoli elementi grafici o testuali. Questo spesso in parte già avviene nelle elezioni locali, soprattutto per motivi contingenti (ci si concentra di meno sul contenuto dei simboli, visto che in poche ore la commissione elettorale deve vagliare i documenti presentati da molte liste, firme incluse, visto che non è prevista alcuna ipotesi di esenzione); potrebbe esserci più spazio per questa riconsiderazione in sede di esame degli emblemi da parte della Direzione centrale per i servizi elettorali, che nel corso del tempo spesso (ma oggettivamente non sempre) ha mostrato di applicare un metro di giudizio un po' più severo, meno disposto ad accettare certe somiglianze (ma spesso confermato in sede di riesame da parte dell'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di cassazione). Non si dimentichi, tra l'altro, che la stessa lista Stati Uniti d'Europa, in sede di esame dell'opposizione a sostituire il contrassegno, era intervenuta per dichiarare di non avere nulla in contrario alla riammissione del fregio con la rosa nel pugno, a dispetto del nome uguale.
Molto più delicate sono le considerazioni legate al procedimento previsto per il contenzioso elettorale. Come si è visto, è la stessa sentenza a indicare, nella parte finale della motivazione, che dall'accoglimento del ricorso dovrà derivare "ogni conseguenza in ordine al dovere dell’amministrazione dell’interno di ammettere alla competizione elettorale [...] anche il contrassegno" in un primo tempo escluso. Nell'immediato questo significa, per prima cosa, riammettere il contrassegno, ma non si può non considerare che, di norma, al deposito del fregio segue la presentazione delle candidature (liste, in questo caso); la decisione del Tar, tuttavia, arriva quando i termini per presentare le liste sono ormai scaduti da tempo. Si è già notato, con riguardo a questo caso, che la Lista Pannella con tutta probabilità avrebbe semplicemente voluto riaffermare il suo diritto all'uso del simbolo presentato cinque anni fa, senza l'idea di presentare le liste (e raccogliere le firme a sostegno): il problema, in questo caso, sembra piuttosto limitato. 
Potrebbe però accadere, con riferimento alle sole elezioni europee (che prevedono il deposito preventivo dei contrassegni) che una forza politica fosse seriamente intenzionata a partecipare, avendo magari raccolto le firme, ma fosse invitata a sostituire il contrassegno per la confondibilità di parte del suo contenuto. Una scelta prudente e "concreta" potrebbe suggerire di modificare il contrassegno per evitare di mettere a rischio l'impegno profuso per partecipare a quelle elezioni, ma quella forza politica potrebbe essere convinta di avere diritto a utilizzare il contrassegno così come lo ha presentato, al punto da voler insistere nell'uso. Se dunque si opponesse alla sostituzione e la sua opposizione fosse respinta dall'Ufficio elettorale nazionale, per rientrare in gioco dovrebbe fare ricorso al Tar Lazio e, in caso di sentenza sfavorevole, al Consiglio di Stato; già prima della decisione di primo grado, però, sarebbe scaduto il termine per presentare le liste. Per non compromettere troppo la propria posizione (pur volendo insistere nel non cambiare il simbolo), quella forza politica dovrebbe comunque presentare le liste, sapendo che gli Uffici elettorali circoscrizionali gliele bocceranno senza nemmeno esaminare la completezza e correttezza dei documenti (essendo stato ricusato il contrassegno), che dovrà dunque ricorrere all'Ufficio elettorale nazionale - lo stesso, anche se forse in diversa composizione, che ha già dato torto alla stessa forza politica sull'ammissibilità dell'emblema - e, magari, prepararsi a ricorrere di nuovo ai giudici amministrativi. Tutto ciò, ovviamente, nella speranza che il Tar Lazio o, alla peggio, il Consiglio di Stato, nel frattempo riammettano il contrassegno presentato e, in seguito, rendano possibile la riammissione delle liste (che, comunque, dovrebbero essere esaminate) e senza lasciarsi sfiorare dal timore che quei collegi giudicanti possano decidere di bocciare i ricorsi per evitare che sorgano problemi delicatissimi legati alle conseguenze della riammissione del fregio elettorale. In particolare: se per caso quella forza politica non ha presentato le liste per non farsele ricusare, una volta riammesso l'emblema può essere rimessa in termini per depositarle? Soprattutto, visto che l'eventuale riammissione di simbolo e liste arriverebbe a procedimento elettorale inoltrato, il partito o il movimento dovrebbe entrare semplicemente "in corsa" o avrebbe diritto allo stesso numero di giorni di campagna elettorale degli altri soggetti politici? In quest'ultima ipotesi, come sarebbe possibile rinviare il voto, prevedendo giorni diversi rispetto a quelli stabiliti a livello europeo?
Per il futuro, l'unico strumento per evitare alcuni di questi problemi sarebbe allungare leggermente il procedimento elettorale preparatorio, anticipando la presentazione dei contrassegni in modo che l'eventuale contenzioso davanti al giudice amministrativo possa concludersi prima della presentazione delle liste (un po' come si è pensato di fare con il disegno di legge - discusso nella scorsa legislatura ma non approvato definitivamente, ripresentato nel 2022 al Senato senza che sia iniziata la discussione - volto ad assegnare al giudice amministrativo la giurisdizione esclusiva dei contenziosi anche per il procedimento preparatorio alle elezioni politiche). Diversamente si rischia di restaurare il "diritto al simbolo" senza effetti concreti (volendo escludere l'ipotesi peggiore per cui un collegio di giudici potrebbe preferire negare il "diritto al simbolo" per non creare il problema degli effetti del ripristino di quel diritto). Resta, nel frattempo, la soddisfazione per chi appartiene ai #drogatidipolitica di vedere "riabilitato" un contrassegno contenente un simbolo dalla storia importante, in Europa (legato alla famiglia socialista, vista l'origine francese) e in Italia (legato ai radicali)
 

Nel frattempo, riammessa Pace Terra Dignità nelle Isole

Nello stesso giorno in cui il Tar Lazio ha riammesso il simbolo Stati Uniti d'Europa della Lista Pannella (anche se la decisione potrebbe essere impugnata), sono stati depositati alcuni ricorsi da Partito animalista - Italexit per l'Italia contro i verdetti dell'Ufficio elettorale nazionale che hanno confermato l'esclusione delle liste; ieri altrettanto ha fatto Democrazia sovrana popolare (per la sola circoscrizione Sud), mentre oggi anche Pace Terra Dignità ha presentato un ricorso (di ben 33 pagine) contro la non ammissione della lista nella circoscrizione Nord-Ovest, sperando che il Tar possa ritenere che la mancata indicazione della qualifica dell'autenticatrice in Valle d'Aosta sia una carenza solo formale o comunque rimediabile, per vedere riammessa la lista e poter concorrere in tutte le circoscrizioni.
Già, perché sempre oggi l'Ufficio elettorale nazionale ha accolto il ricorso di Pace Terra Dignità contro l'esclusione della lista nella circoscrizione Isole, dopo che l'ufficio circoscrizionale aveva rilevato come 156 firme non fossero regolarmente autenticate (perché anche qui mancava la qualifica del soggetto autenticatore) e, soprattutto, solo 14621 sottoscrizioni fossero corredate dal relativo certificato di iscrizione alle liste elettorali. Sabato mattina, tuttavia, un delegato della lista si è recato presso la Corte d'appello di Palermo per l'accesso agli atti e depositare entro il termine previsto per legge (appunto le ore 12 di sabato) altri 524 certificati, relativi a firme già ritenute valide e richiesti tempestivamente ma - a quanto si apprende - rilasciati dai rispettivi comuni in tempo non utile per la consegna entro le ore 20 del 1° maggio; contestualmente è stato presentato ricorso all'Ufficio elettorale nazionale proprio per far valere l'integrazione documentale e chiedere di considerare valide anche le firme autenticate senza l'indicazione della qualifica del soggetto autenticatore (anche se, a quanto si apprende, in uno degli atti separati contestati era presente almeno il timbro di un servizio del comune di Sassari).
Il collegio di magistrati di Cassazione, pur respingendo quest'ultima richiesta (confermando dunque che l'indicazione espressa della qualifica di chi autentica le firme, che sia un autenticatore professionale o di natura politico-amministrativa, è assolutamente necessaria per la validità dell'autenticazione e delle rispettive sottoscrizioni), ha rapidamente accolto il motivo di ricorso legato all'integrazione delle firme. Lo ha fatto basandosi sulle controdeduzioni dell'ufficio elettorale dell'Italia Insulare (che ha riconosciuto il deposito degli ulteriori certificati, la loro corrispondenza ad altrettante sottoscrizioni riconosciute valide e il conseguente superamento della soglia minima di 15000 firme; in Corte d'appello, tra l'altro, sono stati depositati anche i file a testimonianza della richiesta tempestiva dei certificati e dell'avvenuto ricevimento da parte degli uffici comunali) e su una decisione dell'Adunanza plenaria del Consiglio di Stato (n. 32/1999) relativa a un caso affine in materia di elezioni amministrative: 
Il presentatore della lista, qualora non sia in grado di consegnare i certificati elettorali dei sottoscrittori al segretario comunale, può direttamente consegnarli alla Commissione circondariale, che non può ricusare la lista se, dalla documentazione trasmessa dal segretario comunale o direttamente consegnata dal presentatore, le risulti che essa sia stata sottoscritta dal prescritto numero di elettori iscritti nelle liste del Comune; nel caso di mancata produzione (anche parziale) dei certificati da parte del presentatore della lista, la Commissione circondariale deve tenere conto della documentazione posta a sua disposizione e, qualora ritenga di non poter svolgere con la propria struttura gli adempimenti (perchè particolarmente onerosi, in ragione della popolazione del Comune), può disporre l’ammissione di nuovi documenti, ai sensi dell’art. 33, ultimo comma (fissando un adempimento che va rispettato dal presentatore della lista, tenuto a collaborare con gli uffici perchè vi sia il buon andamento dell’azione amministrativa, ai sensi dell’art. 97 della Costituzione); qualora il presentatore della lista neppure abbia tenuto conto della statuizione di integrazione della documentazione, la Commissione elettorale ricusa la lista.
Ora, dunque, Pace Terra Dignità sa di poter essere presente in quattro circoscrizioni su cinque; resta la speranza - di difficile praticabilità - di rientrare in corsa anche nella circoscrizione Nord-Ovest, per non rendere ancora più difficile il percorso verso la soglia del 4%.

giovedì 18 aprile 2024

Europee, Turco: "Lista Pannella deposita il simbolo Stati Uniti d'Europa"

In certi casi sono sufficienti poche righe per dare corpo a uno "scenario simbolico" che, in qualche modo, era stato previsto nei giorni scorsi. Ci si riferisce a un brevissimo post diffuso poco dopo le 17 e 30 di ieri sui propri canali social da Maurizio Turco, segretario del Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito, nonché presidente dell'associazione  Lista Marco Pannella. Il microcomunicato è stato emesso proprio in quest'ultima qualità e riguarda le elezioni europee previste per l'8 e il 9 giugno, ma soprattutto il primo adempimento pubblico visibile, cioè la presentazione dei contrassegni. "In occasione delle elezioni europee 2024 - ha scritto Turco - la Lista Marco Pannella depositerà il simbolo già depositato nel 2019 contenente la 'rosa nel pugno' e la dicitura 'Stati Uniti d'Europa'".
Quest'annuncio, dunque, è la concretizzazione di quanto era stato ricordato su questo sito lo scorso 27 marzo, all'indomani della divulgazione da parte dei media di un'ipotesi di simbolo per la lista di scopo Per gli Stati Uniti d'Europa, promossa da +Europa, Italia viva (partiti apportatori dell'esenzione dalla raccolta firme) e altri soggetti politici, tra cui Radicali italiani, il Psi e Libdem Europei: l'espressione "Stati Uniti d'Europa" era già finita su un contrassegno elettorale regolarmente depositato presso il Ministero dell'interno cinque anni fa, anche se poi non finì sulle schede elettorali. 
Simbolo del 2019
Stati Uniti d'Europa, infatti, era il progetto di lista per le elezioni europee del 2019 annunciato già all
a fine di novembre del 2018, promosso dalla Lista Pannella e dal Partito socialista italiano (allora guidato da Riccardo Nencini, la cui segreteria era in scadenza): scopo principale dichiarato era "il rilancio del progetto dell'Europa federalista, unica alternativa sia all'Unione Europea intergovernativa che all'Unione Europea dei nazionalismi politici e dei protezionismi economici". In qualche modo il progetto si era posto in continuità ideale con quello della lista La Rosa nel Pugno - Laici socialisti liberali radicali, proposto in occasione delle elezioni politiche del 2006 da Radicali italiani, Lista Pannella, Socialisti democratici italiani e Federazione dei giovani socialisti; proprio come in quell'occasione, fulcro del simbolo era il disegno della rosa nel pugno, apportato in Italia da Marco Pannella (e i cui diritti di uso e riproduzione erano stati acquistati dal Partito radicale, mentre attualmente ne è titolare la Lista Pannella) ma impiegato a lungo da molti partiti socialisti europei, nonché dal Pse. L'idea originaria, spiegata con ampiezza da Maurizio Turco a questo sito, era di presentare la lista fruendo dell'esenzione per via europea - allora concepibile - di cui avrebbe goduto il Psi come membro del Pse; una parte non irrilevante del Psi, tuttavia, si oppose (in vista del congresso straordinario) e uno dei primi atti della segreteria di Enzo Maraio fu stringere un accordo con +Europa (quando i simboli erano già depositati, senza dunque essere presente nel fregio), scegliendo dunque un diverso progetto elettorale. Maurizio Turco aveva comunque depositato il simbolo a nome della Lista Pannella "per permettere al Psi di mantenere la promessa fatta a noi e che, al congresso socialista, era alla base della tesi della mozione che ha vinto con grande scarto". Così, com'è noto, non avvenne.
Rispetto a quello del 2019, il contrassegno ha subito qualche ritocco: lo sfondo giallo è leggermente più scuro, il rilievo della denominazione rossa è leggermente maggiore (per una spaziatura più ampia dei caratteri), ma soprattutto è stato ingrandito il fregio della rosa nel pugno (che tra l'altro ha recuperato, come in passato, i vari colori dei petali della rosa e delle parti delle foglie); in ogni caso, non si può dubitare del fatto che si tratti dello stesso simbolo (come contenuto e come concetto) depositato cinque anni fa, sul quale sono inevitabilmente maturati dei diritti in capo al soggetto depositante. Il proposito, espresso da Maurizio Turco, di depositare il simbolo Stati Uniti d'Europa presso il Viminale pone una questione circa la possibile "convivenza" nelle bacheche di quel contrassegno con quello della lista Per gli Stati Uniti d'Europa, ufficialmente non ancora reso noto mentre si scrive (ma dovrebbe essere prevista la presentazione sabato). La questione non è di poco conto e merita di essere approfondita in breve.
Per prima cosa, di certo nessun soggetto politico può invocare l'uso esclusivo del concetto di "Stati Uniti d'Europa", visto che è stato coniato molto tempo prima (l'uso più noto, in ambito politico italiano, è stato quello di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, ma ci sono impieghi anche decisamente precedenti): non è un'ipotesi molto diversa dall'uso del termine "socialista", "comunista" o "liberale" non "brevettabile" da alcuno. Certo, è difficile negare che potenzialmente la coesistenza di "Stati Uniti d'Europa" e "Per gli Stati Uniti d'Europa" potrebbe porre qualche problema di confondibilità, se ci si limitasse al confronto dei nomi. Vero è anche che la lista Per gli Stati Uniti d'Europa sarà sicuramente sulle schede, non dovendo raccogliere le firme, mentre è probabile che il deposito di Stati Uniti d'Europa non sia seguito dalla presentazione di liste. 
Qualcuno potrebbe ritenere che il simbolo di cui Turco ha annunciato il deposito debba essere ricusato per confondibilità con quello che presenterà +Europa, magari ricorrendo alla fattispecie del "deposito emulativo", cioè fatto - come dice la legge - "con il solo scopo di preculderne surrettiziamente l'uso ad altri soggetti politici interessati a farvi ricorso", in particolare alla "lista di scopo" annunciata da tempo (a partire dall'appello di Emma Bonino); occorre però tenere conto di dettagli tutto meno che trascurabili. Quello principale - che, proprio per questo, in effetti dettaglio non è - è che il deposito del 2019 è stato fatto a livello nazionale, con tanto di ammissione da parte della Direzione centrale dei servizi elettorali: si concreta dunque un preuso nazionale (fatto anche in sedi diverse dal Viminale), preuso che ha indubbiamente un valore e basterebbe da solo a distinguere quest'ipotesi da altre del passato, in cui l'impiego di un nome in chiave locale o anche regionale non è stato ritenuto sufficiente a tutelare il preuso anche in sede di deposito al Ministero dell'interno (si pensi, in particolare, al caso di Fratelli d'Italia registrato nel 2013); a maggior ragione sono diversi i casi in cui alcuni soggetti hanno schierato simboli nuovi simili per cercare di ostacolare l'uso altrui di emblemi altrettanto nuovi ma più pubblicizzati dai media (il caso più famoso è quello della Lista Dini del 1996, prima applicazione del "deposito emulativo", ma lo stesso è valso per la lista del "Comitato Monti presidente" nel 2013). Si deve anche aggiungere che il simbolo Stati Uniti d'Europa è ricomparso in vari post del Partito radicale, a partire certamente dal 14 febbraio di quest'anno, ma anche negli anni precedenti l'uso si è registrato, per cui non si può parlare di "uso desueto", "decadenza dall'uso" e ipotesi simili.
Detto ciò, la strada più coerente sarebbe almeno consentire la convivenza dei due contrassegni, anche perché - al di là del nome molto simile, vista l'uguaglianza del riferimento ideale - sono molto diverse le grafiche e questo potrebbe essere un elemento rilevante ai fini della decisione. Se poi la Direzione centrale dei servizi elettorali dovesse considerare prevalente il deposito fatto in passato presso il Viminale in precedenti occasioni elettorali, le decisioni potrebbero essere diverse. Nei prossimi giorni se ne saprà di più.

domenica 28 novembre 2021

Il Partito radicale secondo Spadaccia, la storia col simbolo in copertina

In Parlamento entrarono nel 1976 e ci sarebbero rimasti a lungo, con candidature autonome, liste di scopo o sotto insegne di altri partiti; continuano a esserci ancora oggi, anche se in modo diverso rispetto al passato. Ci si riferisce ai radicali, ma non si potrebbe raccontare la loro storia senza quella del Partito radicale, nata oltre vent'anni prima dell'approdo in Parlamento e tuttora in evoluzione. A raccontare quell'avventura - perché tale è stata ed è - dal suo punto di vista è ora Gianfranco Spadaccia, che del Pr è stato due volte segretario (1967-68 e 1974-76): lo ha fatto in un libro pubblicato da Sellerio all'inizio di novembre, dal titolo Il Partito Radicale. Sessanta anni di lotte tra memoria e storia. Si tratta di un volume di quasi 760 pagine (includendo anche indici e bibliografia), nato da una constatazione, che è anche una consapevolezza: "manca una storia completa del Partito Radicale. Non mancano pubblicazioni, ma riguardano la figura di Marco Pannella oppure singole battaglie e periodi 
particolari". Era dunque giusto che a raccontare quella storia fosse chi quelle battaglie, quei periodi particolari ma anche quasi tutti gli altri momenti (meno epici, ma non meno significativi) li ha vissuti in prima linea o come testimone privilegiato. 

Le origini

Nicolò Carandini davanti alla prima "Marianna" (1956)
Già, perché Spadaccia 
della storia che ripercorre fa parte fin dall'inizio, cioè fin da quando Il Mondo di Mario Pannunzio, in un numero del dicembre 1955, pubblicò i nomi dei fondatori del Partito radicale, incluso il suo: lui non veniva né dalla sinistra liberale fuoriuscita dal Pli di Giovanni Malagodi, né dal filone già azionista-liberalsocialista, ma dall'associazionismo e dall'attivismo studentesco e goliardico (cui sono dedicati due capitoli del libro - tra i più "personali", insieme a quello sull'infanzia e sulla formazione - in cui emergono già figure come Pannella, Franco Roccella e Sergio Stanzani). Avevano scelto di chiamarsi "radicali" perché erano convinti che "liberale fosse ormai una parola usurata, in qualche modo malata, non più utilizzabile da chi volesse trasformare, anche in senso liberale, il Paese": troppo sentore di destra, conservazione, reazione o contiguità con il potere, quindi era meglio cambiare.
Leopoldo Piccardi ed Ernesto Rossi
al tavolo degli "amici del Mondo"
Durò poco però la "prima vita" del Partito radicale
, che alle iniziative degli "amici del Mondo" volte a discutere i problemi istituzionali, politici ed economici del Paese (anche con l'apporto di competenze esterne) accompagnò forme organizzative e statutarie assai meno innovative: se la prima partecipazione alle amministrative del 1956 portò pochi eletti, la corsa elettorale del 1958 con il Partito repubblicano italiano fu un bagno di sangue senza esiti apprezzabili (tranne l'ottenere più apertura della Rai nelle campagne elettorali successive, ma non per i radicali, ancora fuori dal Parlamento) e in seguito non si sciolse una certa ambiguità tra gli obiettivi di riforma radicale del sistema e una non netta chiusura a eventuali alleanze (oltre che con la "sinistra democratica") con la Dc; anche il ruolo rilevante nell'opposizione al governo Tambroni non riuscì a tradursi in un'alternativa politica (si aprì invece la strada al centrosinistra aperto al Psi). Nel 1960 alle elezioni amministrative i radicali inserirono alcuni candidati nelle liste dei socialisti e ottennero buoni risultati, ma il "caso Piccardi" scoppiato l'anno dopo e le fuoriuscite di Pannunzio e 
del gruppo legato al Mondo prima, dello stesso Piccardi e di Ernesto Rossi poi, misero a serio rischio la sopravvivenza di quell'esperienza.

Il "secondo tempo" dei radicali

Il simbolo del Pr nel 1963
Proprio Gianfranco Spadaccia
- arrivato al "primo" Partito radicale da giovane socialdemocratico, iscritto al Movimento federalista europeo di Altiero Spinelli e vorace lettore del Mondo - fu tra i protagonisti della "seconda vita" del Partito radicale, assieme alle altre figure che con Marco Pannella avevano aderito dal 1961 alla corrente interna "Sinistra radicale" e ad altre persone che erano rimaste, non condividendo gli abbandoni precedenti. "Decidemmo di assumere la continuità non solo politica ma anche giuridica del Partito Radicale", racconta Spadaccia, ricordando il "nuovo inizio" con una segreteria a tre (che comprendeva Pannella, tornato in Italia proprio per far rivivere il partito) e la presidenza di Elio Vittorini, il lancio di Agenzia Radicale e le sue campagne (soprattutto quelle sulla "pubblicità redazionale" dell'Eni e sullo scandalo dell'assistenza pubblica a Roma), l'incontro nel 1965 con il socialista Loris Fortuna e l'inizio delle battaglie comuni per introdurre il divorzio in Italia (con la creazione della Lega italiana per l'istituzione del divorzio, cui aderirono pure rilevanti esponenti del Pci, il sostegno al cammino della legge in Parlamento), le campagne per la libertà sessuale, ma soprattutto la preparazione del terzo congresso (straordinario), svolto nel maggio 1967 a Bologna: lì - pochi mesi dopo la morte di Ernesto Rossi, tra i padri nobili del Pr - nacque ufficialmente il "nuovo" Partito radicale, il cui statuto delineava "
un partito laico e libertario, a forte impronta federativa", alternativo ai modelli del centralismo democratico comunista e del correntismo democristiano, con spazio per partiti regionali e movimenti tematici federati, senza organi disciplinari, con tessera garantita a chiunque si fosse voluto iscrivere (pur avendo la tessera di un altro partito). Primo segretario unico fu Spadaccia, che fin dai primi anni di attività del partito aveva sostenuto un disegno partitico simile a quello scelto dal 1967.
Spadaccia (secondo da sinistra) con Pannella
e altri, nella campagna pro divorzio
Il '68 in arrivo non facilitò la partecipazione dei giovani negli anni seguenti (interessati in parte da lì in avanti ad altri tipi di lotte) e in quello stesso anno il Pr non partecipò alle elezioni ("
non esistevano per noi le condizioni politiche e organizzative per alleanze elettorali e tanto meno per una presentazione autonoma"); proseguì però l'impegno su vari fronti, da quello antimilitarista (soprattutto per prevedere l'obiezione di coscienza, con il primo sciopero della fame di Pannella per oltre trenta giorni, nel 1972, la legge approvata alla fine dello stesso anno, tante marce per piangere il sacrificio dei morti e contestare il culto delle armi e manifestazioni per rispondere al terrorismo) a quello per la libertà sessuale (arrivando a veder dichiarato incostituzionale il reato di plagio), senza trascurare le battaglie per la legge sul divorzio, approvata nel 1970 (dopo le prime elezioni regionali, cui i radicali non parteciparono ma sostennero il Psi) grazie all'impegno delle forze parlamentari laiche. Superato il vaglio della Corte costituzionale, la legge fu oggetto del primo referendum abrogativo convocato in Italia (e rinviato al 1974, visto che nel 1972 si tennero le elezioni anticipate, cui i radicali non parteciparono, anzi alcuni bruciarono i certificati elettorali per protesta contro il voto obbligatorio e l'assenza dalle Tribune dei partiti non presenti in Parlamento).
Il numero di Liberazione uscito
dopo il referendum sul divorzio
(da https://archivi.polodel900.it)
Com'è noto, al referendum sull'aborto chiesto dai cattolici vinse il No con un margine significativo (e lo mise in luce in modo netto Liberazione, testata radicale fondata a settembre del 1973, diretta da un giovane Vincenzo Zeno-Zencovich e concepita graficamente da Piergiorgio Maoloni), ma per i radicali quella vittoria fu soprattutto un punto di (nuova) partenza per le battaglie in corso e per altri fronti di impegno legati ai diritti civili. Così, mentre la Corte costituzionale - con la sentenza n. 225/1974 - chiedeva per il futuro della Rai un assetto e un atteggiamento più pluralistico e aperto (invitando in sostanza il Parlamento a legiferare in materia e aprendo, due anni più tardi, alla "libertà d'antenna" a livello locale), nuovi impegni iniziavano o si intensificavano: ad esempio, l'attacco al nuovo sistema di finanziamento pubblico ai partiti (introdotto giusto nel 1974 e criticato per la mancanza di controlli e per gli spazi che il finanziamento illecito poteva ancora avere) e la lotta per depenalizzare e rendere legittima l'interruzione volontaria di gravidanza: il volume di Spadaccia ricorda il grande impegno di Adele Faccio e del Centro informazione sterilizzazione e aborto, che al congresso del 1974 si federò al Pr. 

La rosa nel pugno e l'approdo in Parlamento

Spadaccia (il terzo al tavolo, da sinistra) a un evento
organizzato il 30 novembre 1975 a Roma
Quel congresso, svoltosi a Milano, fu probabilmente il primo in cui emerse con un certo rilievo il simbolo con cui il Partito radicale e l'intera area corrispondente si sarebbero identificati di più (al punto tale da finire anche in bella vista sulla copertina del libro di Gianfranco Spadaccia): la rosa nel pugno. Anzi, il pugno e la rosa, per tradurre l'espressione francese le poing et la rose, visto che il primo a utilizzare quell'immagine - opera di Marc Bonnet - era stato il Parti socialiste francese, prima tra il 1969 e il 1970 e poi, in modo più massiccio, tra il 1971 (anno del fondamentale congresso di Epinay) e il 1972. E proprio da François Mitterrand - con cui sarebbe arrivata in qualche modo la disponibilità per il Partito radicale del segno che in Francia aveva segnato la rinascita del socialismo e si stava diffondendo anche in altri paesi europei. Dopo aver rievocato in nota l'incontro tra Mitterrand, Pannella e Giacomo Mancini (ai quali sarebbe stato offerto il simbolo, poi adottato dal Pr perché il Psi non era pronto a rinunciare a falce, martello, libro e sole), scrive Spadaccia:
Rinunciammo al vecchio simbolo del Partito Radicale del Mondo, che avevamo sempre chiamato affettuosamente «la Marianna» ma in realtà era una via di mezzo fra la donna con berretto frigio e la Minerva, per adottare il simbolo della «rosa nel pugno». Intendevamo con questo anche, abbastanza esplicitamente, abbandonare un simbolo che aveva vaghe reminiscenze giacobine per adottarne uno che ci sembrava coerente con le nostre scelte nonviolente, oltre a essere il simbolo del rinnovamento del socialismo europeo.
Per la tessera radicale del 1974 si ringrazia Massimo Gusso
Va detto che ufficialmente solo la mozione generale del congresso del 1976 (Napoli) avrebbe sostituito nello statuto il riferimento simbolico alla "testa di donna con berretto frigio" con quello alla "rosa nel pugno". In effetti però dal 1974 il simbolo di provenienza francese era diventato familiare ai radicali d'Italia: già dal mese di settembre dell'anno prima una sua rilettura era presente sulla prima pagina di Liberazione, quasi certamente vergata da Piergiorgio Maoloni, lo stesso che aveva reinterpretato in modo ancora più artistico il tema della rose au poing sulle tessere radicali dal 1974 al 1976; quella stessa versione si era vista nel 1974 nella campagna per gli otto referendum "contro il regime" che il Pr avrebbe voluto presentare. Una rosa nel pugno simile era presente sulla cartolina creata nel 1975 per solidarizzare con Spadaccia (allora segretario) e Faccio, arrestati a gennaio di quell'anno pochi giorni dopo un gruppo di donne in attesa di aborto e coloro che lo avrebbero praticato nell'ambulatorio aperto dal Cisa (una pagina, questa, raccontata nel libro dall'autore con passione e dettaglio); un disegno analogo sarebbe apparso in altri eventi di quell'anno. 
Foto fornita da Samuele Sottoriva
Le poing et la rose 
troneggiavano in gigantografia anche sul fondale del congresso del 1975 celebrato a Firenze, che confermò Spadaccia alla guida del Pr. Quel disegno era più simile che in passato all'originale francese, al punto tale che qualche socialista presente (visto che in quei giorni si discuteva appunto dell'orizzonte di un "grande partito socialista laico e libertario della sinistra italiana") ne restò colpito e ne informò un giurista vicino al Parti socialiste francese, chiedendo a quale titolo i radicali italiani avessero impiegato un segno che dall'altra parte delle Alpi era saldamente nelle mani dei socialisti; il Ps, a sua volta, avrebbe chiesto spiegazioni ai radicali. Questa vicenda, in effetti, non è inclusa nel libro, ma è emersa - al momento in modo parziale - solo due anni fa, grazie alle ricerche di un giovane storico, Samuele Sottoriva: lui presso gli archivi socialisti della Fondation Jean Jaurès a Parigi ha ritrovato alcuni documenti interessanti e ne ha parlato in una conversazione su questo sito. Si conosce da più tempo, invece, la causa intentata alla fine del 1979 al Partito radicale dal disegnatore Marc Bonnet per vedere tutelato il suo diritto d'autore: tra la fine del 1980 e l'inizio del 1981 il tribunale di Roma gli diede ragione e il partito l'anno successivo trovò un accordo con il creatore della rosa nel pugno, pagando 60 milioni di lire il diritto di utilizzare e riprodurre il disegno nella propria attività.
Un disegno che, nel frattempo, aveva ottenuto risultati di rilievo. Il 1975 si era aperto con gli arresti di Spadaccia e Faccio (e, in seguito, di Emma Bonino) legati agli aborti, era proseguito con la riforma ampia del diritto di famiglia, la maggiore età (e il voto) ai diciottenni, l'arresto di Pannella durante la campagna per la depenalizzazione dell'uso delle "droghe leggere" (ottenuta) e la loro legalizzazione, la raccolta delle firme per abrogare col referendum il reato di aborto (riuscita anche grazie al sostegno socialista, anche se l'approvazione della legge n. 194/1978 avrebbe impedito la consultazione), la riforma della Rai, il congresso di novembre cui sarebbe dovuto intervenire Pier Paolo Pasolini e - passaggio fondamentale la storia che si racconta - la nascita di Radio Radicale. Nel 1976, invece, si sarebbe assistito all'esordio elettorale a livello nazionale del Partito radicale, proprio con la rosa nel pugno (prima ancora che il simbolo fosse inserito nello statuto): fallito il progetto politico-elettorale comune con il Psi, si decise di presentare liste autonome, alla Camera tutte guidate da donne (e fu la famosa prima volta in cui i radicali presidiarono con anticipo gli uffici elettorali per poter figurare per primi sulle schede, spesso arrivando allo scontro con il Pci). Com'è noto, furono quattro i seggi conquistati alla Camera dal Pr, che poté così entrare in Parlamento con Adele Faccio, Emma Bonino, Marco Pannella e Mauro Mellini (e altre quattro persone si sarebbero preparate a entrare al loro posto, a metà legislatura); "Io non ero stato eletto - scrive Spadaccia - perché il resto ottenuto nelle circoscrizioni in cui mi ero presentato era stato inferiore a quello della circoscrizione ligure ma, essendo segretario e allora molto esposto nella polemica e nelle cronache politiche, nessuno se ne accorse".
L'ingresso dei radicali alla Camera fu un nuovo inizio da molti punti di vista. Lo fu per la Camera, che vide il suo regolamento - approvato nel 1971 in una logica consociativa - messo continuamente alla prova (anche perché, oltre alle prime iniziative di ostruzionismo in aula, il gruppo che i radicali poterono costituire "in deroga" consentì a Pannella di far mancare costantemente l'unanimità nella decisione sull'ordine dei lavori di Montecitorio); lo fu per Radio Radicale, che divenne un circuito sempre più esteso e iniziò a trasmettere i lavori dell'aula della Camera, garantendo così in modo diretto per la prima volta la pubblicità dei lavori di quell'assemblea. Lo fu soprattutto per il partito, che - non potendo attuare il suo disegno di rifondazione dell'area socialista e laica, per il prevalere della linea autonomista di Bettino Craxi, e nel bel mezzo del governo della "non sfiducia" - si trovò a essere "l'unica visibile e intransigente opposizione" alla politica del "compromesso storico". Colpisce poi molto - fino a risultare affascinante - il riferimento di Spadaccia alla "disorganizzazione scientifica" degli assetti associativi e dell'attività militante del partito: un modo "per allentare le aspettative, che a causa di questo primo successo elettorale si rivolgevano al partito e che con tutta evidenza il partito con la sua debolezza organizzativa non era in grado di soddisfare. E allo stesso tempo coinvolgere e responsabilizzare tutti nello sforzo di concepire e creare la lotta politica e, grazie a essa, rafforzare la presenza e l’iniziativa del partito". 
Furono anni frenetici (con nuove raccolte di firme per i referendum, avviate grazie all'impegno di Adelaide Aglietta e tante altre persone, che si scontrarono coi giudizi della Corte costituzionale e coi tentativi parlamentari di non far svolgere le consultazioni, approvando "leggi solo in parte corrispondenti al contenuto del referendum e alla volontà abrogativa dei loro promotori" o, come extrema ratio, arrivando allo scioglimento anticipato), ma non mancarono momenti tragici, con le violenze del '77 (e le seguenti restrizioni alla libertà di esprimersi e manifestare) e l'uccisione di Giorgiana Masi il 12 maggio di quell'anno, mentre tentava di accedere al concerto-raccolta firme organizzato dal partito in Piazza Navona, in un centro di Roma del tutto militarizzato. 
Spadaccia e Pannella nella Tribuna Referendum 1978
Si tinse ancora più di sangue il 1978 (dai morti di Acca Larentia alla crescita del terrorismo, fino al sequestro e all'assassinio di Aldo Moro, con i radicali contrari tanto alla "fermezza" quanto alla trattativa, preferendo piuttosto la via del dialogo); fu anche l'anno delle dimissioni di Leone per lo scandalo Lockheed, di Adelaide Aglietta (allora segretaria del Pr) che accettò di far parte della giuria popolare del processo al "nucleo storico" delle Brigate rosse, permettendone la celebrazione; prima ancora, fu l'anno dei referendum sopravvissuti al giudizio della Corte e all'attività del Parlamento (legge Reale, finanziamento pubblico ai partiti), quelli in cui Pannella, Bonino, Mellini e Spadaccia si presentarono imbavagliati alla Tribuna Referendum. "Fu una trasmissione surreale - scrive Spadaccia - in cui il silenzio, l'imbavagliamento e i cartelli che esibivamo, comunicavano più di qualsiasi parola. E poiché, sia pure da poco, erano entrati nell’uso comune i telecomandi per passare da una rete all'altra, nell'arco dei venti minuti si accrebbero enormemente la curiosità dei telespettatori e l’auditel complessivo di quella trasmissione muta. Il giorno dopo le foto dei quattro imbavagliati erano su tutti i giornali. E da quel momento si interruppero la disinformazione e il silenzio e cominciò lo scontro politico sui due referendum": prevalsero i No (pur se di poco, per il finanziamento ai partiti), ma le percentuali ottenute da una forza politica che allora aveva ottenuto solo l'1% rappresentarono per Spadaccia "un indiscutibile successo politico".

La creatività complessa e i nuovi orizzonti

Avrebbero continuato a usare lo strumento referendario i radicali, mediando tra le posizioni di Pannella (per lui coi referendum "era [...] andata avanti la rivoluzione dei diritti civili. [...] C'era un solo modo di non abusare dei referendumcome eravamo accusati di fare, ed era di usarli in maniera massiccia") e Aglietta (per lei gli ostacoli istituzionali e le difficoltà politiche si dovevano considerare con attenzione): nel 1981, però l'insuccesso dei quesiti radicali (incluso quello per rendere meno restrittiva la legge sull'aborto, sconfitto come quello abrogativo della legge promosso dal Movimento per la vita) non aiutò l'azione del partito. Intanto si decise di impiegare i primi finanziamenti pubblici ricevuti per ripianare i debiti delle campagne elettorali e per singoli progetti "non a fini di partito" valutati dal gruppo parlamentare (come il sostegno alle vittime del terrorismo e la costruzione di quella che sarebbe diventata l'attuale Radio Radicale con il centro di produzione, per restituire informazione diretta ai cittadini, come "risarcimento indiretto"). 
Pannella e Sciascia
Iniziò alla fine del 1978 la campagna "contro lo sterminio per fame nel mondo" (che avrebbe portato nel 1980 ad abbrunare la rosa nel pugno, nel 1981 al "manifesto dei Nobel" scritto da Pannella): solo nel 1985 avrebbe trovato uno sbocco in Parlamento, con l'intervento straordinario della "legge Piccoli" (che pure era meno di quanto il Pr aveva chiesto per anni). Nel 1979 il partito aprì le proprie liste a figure non legate al partito, per (r)accogliere "
altre energie ed esperienze politiche e culturali che avevamo visto convergere sulle nostre posizioni o su posizioni affini alle nostre" (Lotta continua, esponenti del Pci, del Psi e altri soggetti laici): tra loro, anche Leonardo Sciascia, eletto grazie al 3,4% ottenuto alla Camera (con la compagine parlamentare passata da 4 a 20 eletti; alle prime elezioni europee, il Pr ottenne tre deputati con il 3,7%). Non mancarono pagine buie nei primi anni '80, tra il rinvigorirsi del terrorismo, la riduzione concreta delle garanzie costituzionali (con i radicali impegnati a giocare un ruolo sempre all'insegna del dialogo, praticato con insistenza e intransigenza: le pagine dedicate al punto sono molto intense) e lo scandalo P2, nonché momenti duri per il partito (la battuta d'arresto referendaria e la scissione del 1982-83 del Movimento federativo radicale di Geppi Rippa).
In quelle situazioni difficili, emerse più di un caso in cui il Partito radicale trovò o provò almeno a cercare "una soluzione 
apparentemente complicata ma in realtà articolata e creativa", come la definisce Spadaccia nel volume (un altro modo di vedere la "fantasia come necessità" di cui parlava Marco Pannella): non tutte le soluzioni sono state comprensibili, non tutte sono state efficaci, ma meritano di essere ricordate. Vale per l'atteggiamento alle elezioni anticipate del 1983, con l'invito all'astensione come prima scelta, indicando come alternativa al non voto le liste radicali (nelle quali fu candidato ed eletto Toni Negri, del quale poco dopo fu autorizzato l'arresto, ma lui era fuggito in Francia e ottenne il rigetto totale dell'estradizione, anche se Spadaccia ricorda il tradimento degli accordi stretti con i radicali), il sostegno al taglio della scala mobile proposto dal governo Craxi (e contro il referendum comunista in materia), la candidatura e l'elezione di Enzo Tortora al Parlamento europeo nel 1984 dopo il suo arresto e il suo linciaggio mediatico, gli sforzi citati per portare il Parlamento ad approvare l'intervento straordinario contro la fame e il sottosviluppo, le prime campagne referendarie "per una giustizia giusta", Radio Radicale tra "Radio parolaccia" e i primi riconoscimenti di "servizio pubblico", l'accoglienza dei militanti di Prima Linea, la fondazione della Lega per l'uninominale (che poi avrebbe portato ai referendum elettorali del 1991 e del 1993, anche se con una regia diversa da quella radicale), le campagne "o lo scegli o lo sciogli", la candidatura contemporanea di Anna Elena Staller, Bruno Zevi e Domenico Modugno nel 1987. 
Dopo il primo congresso italiano del Prntt (maggio '89)
L'azione più rilevante, in questo senso, è tuttora rappresentata dalla trasformazione del Partito radicale in un soggetto transnazionale, che non avrebbe più partecipato alle elezioni "in quanto tale e con il proprio simbolo". Il passaggio, deciso a Bologna all'inizio del 1988, fu coraggioso e non certo facile (non a caso incontrò non poche resistenze e molte difficoltà concrete, economiche e non solo): da lì in avanti fu ancora più evidente sia la concezione della partecipazione elettorale come mezzo per le battaglie da condurre (mai come fine e solo in presenza di condizioni che permettessero di affrontare la competizione), sia il non attaccamento a strutture, nomi e simboli per realizzare quegli stessi fini. Quest'ultimo punto fermo si è tradotto sia in scelte piuccheplurali (come la "diaspora" in quattro diverse liste alle elezioni europee nel 1989), sia nell'incessante processo di trasformazione dei simboli e di "biodegradabilità" degli stessi che ha riguardato soprattutto il soggetto giuridico con cui si è continuato a presentare le candidature, vale a dire la Lista Marco Pannella. La scelta transnazionale (che dal 2007, sarebbe stata definita anche come nonviolenta e transpartitica) era stata nel frattempo marcata - all'inizio di luglio del 1988 - da un cambio di simbolo, che merita di essere ricordata attraverso le parole dello stesso Spadaccia:
Qualcosa di più di un dubbio ebbe invece il nostro presidente del partito, Bruno Zevi, che fu messo in crisi dalla nostra decisione di porre al centro del nuovo simbolo l’immagine del Mahatma Gandhi, che avrebbe dovuto sostituire la rosa nel pugno come emblema della nostra scelta nonviolenta. La spiegazione di Zevi fu che la sua cultura ebraica lo induceva a rifiutare ogni forma di utilizzo della figura umana non solo nella simbologia religiosa ma anche in quella degli Stati e dei movimenti politici: un rifiuto tanto netto e radicale da spingerlo a rassegnare le dimissioni da presidente del partito. Non saprei dire quanto dietro questa motivazione abbia influito in lui, così legato a Israele, la preoccupazione che la nostra scelta nonviolenta potesse entrare in conflitto con la dura necessità di quel Paese di difendere con la forza delle armi non solo la propria indipendenza ma la propria stessa esistenza. E tuttavia non ho dubbi sulla sua adesione ai principali obiettivi della nostra scelta transnazionale, dei quali era parte essenziale la nostra amicizia nei confronti del popolo ebraico, quello dello Stato di Israele non meno di quello della Diaspora. Proprio per questo, dopo un dibattito abbastanza appassionato sulla questione, fu lo stesso Zevi a trovare la soluzione, grazie anche all’intervento professionale di un noto grafico suo amico che disegnò un simbolo nel quale il volto del Mahatma era la risultante indiretta delle parole "Partito Radicale" ripetute e tradotte in diverse lingue, anche in arabo ed ebraico. [...] proprio in quegli anni era uscito nelle sale di tutto il mondo il film dell’inglese Richard Attenborough, dedicato alla vita di Gandhi, interpretato dall'attore Ben Kingsley. Era stato un veicolo potente di diffusione della conoscenza dei metodi della nonviolenza. Nessun altro simbolo, per spiegare la nostra scelta, avrebbe potuto gareggiare con l'immagine dell'uomo che la nonviolenza aveva teorizzato e praticato con tanta efficacia.

Gli ultimi trent'anni

Nel frattempo, con la fine degli anni '80 e la caduta del muro di Berlino, molte cose intorno mutarono. La trasformazione del Pci in Pds fece nutrire speranze ai radicali per un cammino verso la democrazia dell'alternanza (cui guardava la neonata Associazione radicale per la costituente democratica, fondata anche da Spadaccia), ma subentrò la delusione per la scelta di non affrontare la "questione liberale", lasciando poco o nessuno spazio nel nuovo partito (anzi, nei nuovi partiti, considerando pure Ds e Pd) a chi veniva da culture radicali, socialiste, liberali e repubblicane. I referendum elettorali del 1991 e del 1993 (insieme a quelli "antipartitocratici" del 1993) segnalarono la volontà di cambiamento del corpo elettorale; in compenso, Spadaccia dal 1991 volle allontanarsi dalla politica attiva. Come giornalista assistette allo "sdoppiamento" dell'area referendaria e radicale alle elezioni del 1992, tra la Lista Referendum e la Lista Pannella (per Spadaccia Pannella aveva "
tentato di inserire il progetto di trasformazione del partito in un più largo processo di riforma della politica e degli schieramenti politici", ma si era rassegnato alla lista col suo nome "come una necessità, ma anche come una contraddizione e una debolezza politica", dopo "l'insuccesso" nei rapporti con i partiti laici e il Psi, poi con i dirigenti del Pci). 
Vennero poi "Mani pulite", l'elezione di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale (patrocinata da Pannella), gli attentati mafiosi del 1992-93, le navigazioni difficili dei governi Amato e Ciampi, la scrittura delle leggi elettorali (amministrative e politiche), i primi voti nei comuni col sistema maggioritario, la preferenza del Pds per la "via giudiziaria al socialismo", la trasformazione tardiva della Dc e l'inizio dell'evoluzione del Msi, fino alla convention organizzata da Pannella alla fine del 1993, "Per il Partito democratico", per Spadaccia "l'ultimo tentativo di confronto a distanza con il gruppo dirigente del Pds: un confronto in cui la speranza di un possibile incontro e di una possibile convergenza - testimoniata nei due anni precedenti dalla partecipazione ad alcuni dibattiti sulla costituente democratica e da iniziative comuni in alcune elezioni amministrative - si stava rapidamente mutando nel rischio di una divaricazione e di uno scontro".
L'avvento sulla scena politica italiana di Silvio Berlusconi
non poteva finire in secondo piano nella ricostruzione di questi anni. Mentre i radicali erano rimasti esclusi dai Progressisti (tra le cui file era schierata la Rete), oltre a presentare la Lista Pannella nella quota proporzionale alla Camera conclusero un accordo con Forza Italia per vedere candidate (e spesso elette) alcune persone nei collegi uninominali del Polo delle libertà (ma Pannella invitò a votare al Centro per il Patto per l'Italia Ppi-Segni e al Sud per i Progressisti). Merita di essere riportato per intero questo passaggio di analisi di Spadaccia, per cercare di capire meglio il rapporto Pannella-Berlusconi, di non immediata comprensione: 
È del tutto evidente la ragione che spinse Berlusconi a candidare in sette collegi uninominali del nord altrettanti radicali. Il leader di Forza Italia doveva riempire un vuoto politico e mirava, con la nuova legge elettorale, a ottenere una maggioranza che gli consentisse di governare. I radicali, proprio per la loro polemica ormai di lungo periodo contro la partitocrazia, non solo potevano concorrere a soddisfare queste sue ambizioni ma potevano legittimarne in notevole misura la pretesa di accreditarsi come una "alternativa liberale" al sistema (che i radicali chiamavano "regime"). Più complessa era necessariamente la posizione di Pannella e dei radicali se si pensa, soprattutto, a ciò che con la loro opposizione e le loro iniziative avevano rappresentato nella vita politica italiana. [...] La risposta più immediata e più ovvia è che la elezione di alcuni di loro nei collegi uninominali non li avrebbe esclusi dalla nuova fase della politica italiana che sembrava inaugurare, per la prima volta dal dopoguerra, un sistema di alternanza al governo del Paese. Quella meno immediata è che, fallito il tentativo di perseguire l’alternativa nel dialogo con il Partito Democratico della Sinistra di Occhetto e D’Alema, Pannella volesse mettere alla prova i propositi e perfino le contraddizioni liberali del nuovo composito schieramento di centrodestra e del suo leader. E se avesse raggiunto il 4%, con un piccolo ma ragguardevole gruppo di parlamentari, che si sarebbero aggiunti agli eletti nei collegi uninominali, avrebbe avuto un rapporto di forza da far valere e un ruolo da giocare dal lato opposto dello schieramento politico rispetto a quello in cui si collocavano Occhetto e la sua "gioiosa macchina da guerra".
Dopo la sostanziale vittoria del centrodestra, Pannella propose a Berlusconi, Umberto Bossi e Gianfranco Fini un patto che prevedesse la realizzazione del federalismo, il passaggio a una repubblica presidenziale, con un sistema elettorale anglosassone (quindi maggioritario a tendenza bipartitica). L'accordo si trovò, anche se non ebbe alcun seguito; in più Pannella non divenne ministro degli esteri come avrebbe sperato e, quando gli fu proposto uno dei due posti da commissario europeo, lo dirottò su Emma Bonino (che la spuntò su Giorgio Napolitano, proposto da Giuliano Ferrara); da quell'esperienza Bonino acquisì grande visibilità e peso a livello nazionale e internazionale (anche se all'inizio aveva ricevuto deleghe poco influenti, ma riuscì a ottenere più spazi e più rilievo, investendo l'Unione europea "di una politica dei diritti umani", un esito allora del tutto inedito). Per Spadaccia, però, "[n]onostante i leader del centrodestra [...] fossero i meno condizionati dalla prassi partitocratica e dalla cultura proporzionalistica che ne era alla base, tuttavia anch’essi erano partecipi della profonda indifferenza che fino ad allora aveva sempre caratterizzato la classe politica nei confronti della governabilità del sistema e della necessità di profonde riforme istituzionali e costituzionali, soprattutto per quanto riguarda l’assetto ordinamentale della Repubblica"; a ciò si aggiungeva "l'assoluta assenza in Berlusconi di qualsiasi cultura politica e istituzionale". Questo avrebbe messo in crisi il rapporto di Pannella con il centrodestra (saltato del tutto dopo il voto del 1996: Pannella prima si vide negare un numero di collegi uninominali equivalente a quello dei post-Dc, poi non ottenne neanche il sostegno economico promesso in cambio del sostegno al centrodestra nel maggioritario).
Lo sguardo di Spadaccia è attento anche ai tentativi di "riempire il vuoto che si era creato fra il Partito radicale transnazionale e la Lista Pannella": prima, tra il 1994 e il 1996, venne il Movimento dei Club Pannella - Riformatori (guidato soprattutto da Benedetto Della Vedova e Vittorio Pezzuto), promotore dei nuovi referendum che si sarebbero votati nel 1995 (ma la Corte costituzionale ne avrebbe ammessi solo tre e altri tre appoggiati anche dalla Lega Nord - accanto a quelli promossi da altre forze politiche - e l'esito non fu comunque del tutto favorevole ai promotori). Se erano già nate realtà associative radicali legate a battaglie tematiche (a partire da Nessuno tocchi Caino e Non c'è pace senza giustizia, fondate da Sergio D'Elia e Mariateresa Di Lascia la prima, da Emma Bonino la seconda, fondamentali per l'ottenimento della moratoria della pena di morte e dell'istituzione della Corte penale internazionale permanente per i crimini contro l'umanità, il tutto mentre il Pr dal 1995 era diventato Organizzazione non governativa con stato consultivo generale di prima categoria presso l'Ecosoc dell'Onu), la mancanza di eletti nel 1996 e il mancato raggiungimento del quorum della nuova "lenzuolata" referendaria (sforbiciata dalla Corte costituzionale) votata nel 1997 richiesero una maggiore attenzione alla realtà italiana. 
Il successo della campagna "Emma for President" del 1999 - che non condusse Bonino al Quirinale ma portò la Lista Pannella, ribattezzata Lista Emma Bonino, a superare l'8% alle elezioni europee - mostrò che c'era il potenziale per ripartire, raccogliendo un consenso rilevante tra gli elettori. Il mancato raggiungimento del quorum nei referendum del 1999 e del 2000, tuttavia, fecero capire che ci voleva qualcosa di più di quell'esperienza senza partito in Italia; di più, nel 2001, la Lista Bonino tornò sotto il 4% e, senza far parte di alcuno dei due schieramenti principali (dai quali ottenere qualche candidatura certa nei collegi uninominali), lasciò i radicali di nuovo privi di rappresentanza parlamentare.
La nascita di Radicali italiani
, "movimento liberale, liberista, libertario", costituito soprattutto su insistenza di Daniele Capezzone - primo segretario - per cercare di riportare i radicali in Parlamento, segnò in qualche modo un nuovo inizio, con una nuova dirigenza che unì figure nuove (inclusi Luca Coscioni e Marco Cappato, che però era già presente da qualche anno) a chi aveva iniziato la militanza radicale nei decenni precedenti (da Rita Bernardini a Maurizio Turco, cofondatori della Lista Pannella). Crebbe la "galassia radicale" (di cui fece parte anche l'Associazione Luca Coscioni), ma nel 2003 le dimissioni dalla guida del Prt di Olivier Dupuis costituirono per Spadaccia "un momento di crisi della possibilità stessa di consolidamento del partito transnazionale", nel 2004 gli europarlamentari eletti dalla Lista Bonino furono solo due e l'anno dopo il pesante mancato raggiungimento del quorum dei quesiti di abrogazione parziale della legge n. 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita fu un colpo durissimo per radicali e laici.
Un segno rilevante di discontinuità si ebbe, paradossalmente (ma non troppo) dopo quella battaglia referendaria perduta: l'avvicinamento, sulla base della laicità e dell'anticlericalismo, tra Radicali italiani e Socialisti democratici italiani favorì la nascita della Rosa nel Pugno (ma provocò anche la scissione dei Riformatori liberali, più vicini al centrodestra). Il simbolo di Marc Bonnet rimise dunque insieme socialisti (che lo avevano usato in tanti altri paesi) e radicali (che in Italia lo avevano usato dal 1976 al 1987 e anche in seguito, rimpicciolito o citato solo in parte). La nuova vita dell'antico segno tuttavia fu complicata fin dall'inizio dall'avvento della nuova legge elettorale ("legge Calderoli"): prima per una norma che, tra le forze politiche di rilievo, costringeva solo la Rosa nel Pugno a raccogliere le firme, poi per la soglia di sbarramento del 3% al Senato che la escluse dal riparto dei seggi, negando l'accesso a Palazzo Madama a Pannella e Bernardini (la lista presentò invano ricorso, ritenendo di avere diritto ai seggi). Quell'esperienza comunque consentì al centrosinistra di vincere le elezioni e a Emma Bonino di diventare ministra delle politiche comunitarie del governo Prodi-bis: fu comunque un risultato, ma la battaglia successiva per l'amnistia dovette convertirsi in un "indultino" e il dibattito sul fine-vita sollevato da una lettera profonda di Piergiorgio Welby (che alla fine del 2006 ottenne di essere sedato, nel silenzio della legge e tra gli strepiti di chi lo riteneva illecito) non produsse alcuna norma in quella legislatura. In compenso, col passare dei mesi, i rapporti tra socialisti e radicali si logorarono e, all'atto delle elezioni anticipate del 2008, le strade si erano già separate (anche perché Daniele Capezzone nel frattempo aveva da tempo agito per avvicinarsi a Forza Italia e al nascente Popolo della libertà).
Gli ultimi 15 anni della storia sono noti. Il Partito democratico, formalmente aperto a chi veniva da culture liberaldemocratiche e laiche, in realtà si è dimostrato un sostanziale accostamento degli apparati ex Ds e Margherita: la candidatura di Pannella alle primarie per la guida del Pd fu respinta, a dispetto del lungo impegno per la nascita di un "partito democratico" (e i radicali non avevano partecipato alla fondazione del Pd perché mai erano stati invitati). A Radicali italiani non fu nemmeno concesso l'accordo di coalizione con il Pd, ma solo la presenza di alcune candidature nelle liste dem; la soluzione non era certo ideale (e Spadaccia spiega di essersi opposto, anche per l'esclusione dalle candidature di Pannella, D'Elia e Silvio Viale, pretesa dal Pd), ma di fatto portò all'elezione di nove parlamentari radicali (mentre l'inserimento dello sbarramento al 4% avrebbe lasciato fuori la Lista Bonino-Pannella dal Parlamento europeo nel 2009). 
Da quella posizione i radicali fecero le loro battaglie contro il tentativo di regolare il fine vita in senso severo, precludendo in ogni caso ogni atto qualificabile come "suicidio assistito" o "omicidio del consenziente", in reazione soprattutto al caso di Eluana Englaro (e ci si permette di pensare che l'atteggiamento 
intransigente di persone elette dal passato radicale, come Gaetano Quagliariello ed Eugenia Roccella, abbia rappresentato una ferita dolorosa per una figura con la storia di Spadaccia). Emma Bonino fu candidata per il centrosinistra alla guida della regione Lazio nel 2010 (Spadaccia si impegnò nello stilare il programma), si batté ma perse di misura (e probabilmente il Pd non si impegnò quanto avrebbe potuto e quanto aveva fatto in passato).
Bonino sarebbe diventata ministra degli esteri del breve governo guidato da Enrico Letta, a dispetto di un risultato decisamente insoddisfacente della Lista Amnistia giustizia libertà: "Mettendo al centro di quella definizione la nostra battaglia più radicale (e quindi necessariamente la più divisiva) - scrive Spadaccia - ottenemmo il doppio risultato di essere scarsamente riconoscibili, riuscendo comunque a coagulare, tra chi era in grado di riconoscerci, il massimo delle avversità e il minimo dei consensi". In quegli stessi anni, purtroppo - tra le rinnovate battaglie per la giustizia giusta, l'amnistia e il "diritto alla conoscenza" - si sono poste le basi per l'estrema difficoltà operativa del Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito e per varie tensioni nel mondo radicale, in più casi destinate a produrre fratture, dolorose e talvolta sgradevoli. Non a caso, proprio con la presentazione di Amnistia giustizia libertà finisce - comprensibilmente - la storia raccontata da Spadaccia: scrive infatti che gli anni dal 2014 al 2016 hanno coinciso con "gli ultimi della vita di Marco Pannella: quegli ultimi anni e quelli successivi alla sua morte sono stati anni di divaricazioni, di divisioni e polemiche. Oggi non esiste un unico partito e un’unica galassia radicale ma almeno tre tronconi" (quello legato al Prntt ora guidato da Maurizio Turco, quello legato a Radicali italiani guidati da Massimiliano Iervolino e un terzo legato all'Associazione Luca Coscioni, di cui è segretaria Filomena Gallo).
     

Un "libro del noi" per un partito visionario

Quello firmato da Gianfranco Spadaccia è un volume corposo, impegnativo, non solo (e non tanto) per il numero di pagine, ma perché occorre tenere insieme molte cose, metterle al posto giusto, a volte alternando passi avanti e passi indietro, per non perdere i pezzi. Questo perché Il Partito Radicale è - come l'autore stesso proclama - "una storia di fatti", quelli accaduti intorno e quelli legati alle azioni di una forza politica, mai davvero detentrice del potere, assai raramente titolare di responsabilità, ma a lungo impegnata a "imporre riforme che hanno contribuito a trasformare la cultura di questo Paese" e "a tentare con tenacia, anche quando il successo purtroppo non ci ha arriso o è stato solo parziale e momentaneo, di riformare in senso democratico uno Stato profondamente inquinato dal potere partitocratico e corporativo". Questo grazie a (pochi) iscritti e (molti) simpatizzanti, a doppie tessere, a sforzi creativi tanto arditi quanto non sempre comprensibili, a singole o multiple battaglie tematiche inserite comunque in una "strategia generale di riforma della politica e dello Stato". 
Si tratta di un volume intellettualmente onesto, che non offre retroscena ma ciò che l'autore ha vissuto, concorso a far accadere o - da un certo momento in poi - solo osservato. Soprattutto, quello di Spadaccia è un "libro del noi", vista la frequenza con cui la prima persona plurale ricorre nella "narrazione", ma soprattutto per il modo in cui le vicende sono offerte. Parla un membro di una comunità, sì, ma riesce a dare il senso della comunità che parla, cerca di spiegarsi, anche nella sua complessità. Come più persone hanno già notato, dà l'idea di una storia corale, che però è anche una narrazione corale (a costo di essere a volte a velocità diverse, altre volte semplicemente un po' incasinata). Una storia in cui hanno avuto e hanno parte persone di varia provenienza e di vario approdo, arrivate tardi o prestissimo alla politica, a volte finite in galera (avendo cercato esattamente quell'esito) e altre volte semplicemente sui giornali (o, non di rado, ignorate dai media), ben note ai compagni (a partire dal nome più citato nel libro e che qui non può non figurare, Angiolo Bandinelli) o più simili all'immagine del "radicale ignoto", giunte ai vertici del partito o nelle aule parlamentari oppure stazionanti nelle sedi radicali o nei loro dintorni: non stupisce che il libro dedichi anche qualche pagina agli "esibizionisti degli anni Ottanta", personaggi più o meno improbabili, che nel partito nel corso del tempo avevano trovato un loro spazio.
Spadaccia rigetta per il Partito radicale l'etichetta di "partito carismatico", a proposito della lunga guida di Marco Pannella (che nel libro è certamente presente, senza che il libro sia su di lui): "Marco era indubbiamente una personalità carismatica ma non era un guru; era un leader politico capace di affrontare le imprese più difficili, apparentemente impossibili, dotato di saldi principi e di una visione del futuro in cui il realismo politico e la considerazione dei rapporti di forze si proiettava verso un orizzonte utopico. Ma una organizzazione carismatica presuppone un capo circondato da fedeli e da esecutori. Nel Partito Radicale, invece, il leader politico, che solo raramente ha ricoperto incarichi formali, ha sempre avuto accanto gruppi dirigenti di notevole qualità, con i quali si confrontava in continui incontri di lavoro, riunioni, seminari, in un rapporto caratterizzato dal libertarismo e da una forte dialettica democratica, contrassegnata dal ritmo dei congressi annuali." Anche chi scrive ora condivide piuttosto l'idea e l'immagine di un partito visionario: "questa parola - scrive sempre Spadaccia - contiene in sé, ambiguamente, oltre al riferimento a un pizzico di follia, anche la capacità di saper vedere oltre, di saper guardare al di là degli ostacoli e delle apparenze che la realtà immediata ti pone davanti. Presuppone dunque anche una certa capacità di antivedere, di comprendere con anticipo la direzione di sviluppo dei processi storici".
Le ultime pagine del volume riportano il ricordo del Satyagraha che nel 2009 coinvolse tutta la "galassia radicale", un'azione di lotta collettiva volta a tirare le somme di mezzo secolo di lotte radicali in relazione all’evoluzione della situazione politica italiana. Da quell'esperienza nacque la pubblicazione La peste italiana: Marco Pannella propose il titolo pensando a Camus ("Secondo Pannella, come era accaduto per il fascismo che in Italia si era prodotto con largo anticipo a ridosso della prima guerra mondiale e poi aveva infettato negli anni Trenta gran parte d'Europa, lo stesso fenomeno rischiava di ripetersi con la degenerazione partitocratica italiana a quasi un secolo di distanza"). Si trattava di un giudizio impietoso, con pochi spazi di speranza. Ma qualcosa c'era: "Da 60 anni - aveva scritto all'inizio Pannella - una puntuale e sistematica violazione della Costituzione viene dolosamente consumata contro il Popolo, quel 'demos' che vive deprivato delle condizioni minime di conoscenza e legalità, necessarie per esercitare il potere sovrano in forma legittima. In Italia non c’è democrazia ma partitocrazia, oligarchia, vuoto di potere, arroganza del potere, prepotenza e impotenza. L’ultimo arrivato, Silvio Berlusconi, e i suoi detrattori e accusatori sono in realtà l’espressione (finale?) di una identica vicenda politica. Sono accomunati da un comune destino, per ora illegale e drammatico, domani anche probabilmente violento e tragico. Lo sbocco è quasi obbligato. Il nostro tentativo, la nostra lotta sono tutti racchiusi in quel 'quasi'. La nostra speranza è di rappresentare una speranza: l’alternativa radicale possibile di una democrazia fondata sulla libertà di associazione e di partecipazione, sulla libertà di informazione e conoscenza, sulla libertà delle persone, soprattutto sul rispetto del diritto e della legge come forma suprema di legittimità delle istituzioni".
Per Spadaccia le analisi fatte allora si sono rivelate corrette: sarebbero emerse con nettezza "le responsabilità partitocratiche nel determinare la diffusa illegalità, la permanente instabilità, la paralizzante ingovernabilità, che sono all'origine della crisi degli ultimi anni". Anche le previsioni circa da degenerazione della democrazia e dello stato di diritto si sarebbero avverate, con la vittoria o l'avanzata del populismo e del sovranismo, in Italia come in altri paesi, e del "quasi" vergato da Pannella è rimasto ben poco (anche perché altrove la "democratura" è diventata una realtà senza troppi problemi. A complicare le cose, secondo l'autore, ci sarebbe la constatazione in base alla quale le varie componenti del mondo (ex galassia) radicale avrebbero "abbiano rinunciato definitivamente e forzatamente al compito" di rappresentare quella "alternativa radicale possibile" di cui si è detto, e che comunque non sarebbero più in grado di farlo, oltre che per le loro divisioni, per "la confusione dei linguaggi e la povertà delle idee, che in alcuni si manifesta con una fedeltà solo letterale alle analisi e ai giudizi del passato fino a volte a diventare fideistica, e, in altri, all'opposto, in una pericolosa deriva anarchicheggiante che sostituisce il rigoroso ancoraggio ai principi liberaldemocratici che ha caratterizzato il nostro libertarismo in tutta la storia radicale". 
Fa male leggere l'amarezza di queste righe, nella convinzione che la storia raccontata in circa 700 pagine meriti un finale migliore di questo. Una storia che - lo ha scritto pochi giorni fa il professor Paolo Ridola, commentando il volume - è quella di un'identità "sempre divisa tra il Parlamento e le piazze, ma guidata dall'idea di cogliere le aperture della società nella direzione di un pluralismo dinamico e conflittuale, insofferente verso gli steccati delle divisioni di classe, e soprattutto in 'radicale' contestazione di tutte le stratificazioni confessionali e corporative... e sempre facendo 'politica' senza limitarsi ad agitare bandiere". E di tutto questo, vissuto e agito insieme, ci sarebbe maledettamente bisogno anche oggi. Anche da parte di chi il Partito radicale non lo avrebbe mai votato o non lo voterebbe mai. Anche per questo, il libro di Gianfranco Spadaccia merita di essere letto con attenzione.

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Segnalo volentieri, e non certo per dovere, che tutte le fotografie scelte per illustrare questo articolo - salvo che sia diversamente indicato - provengono dal libro di Andrea Maori Partito Radicale. Immagini per una storia 1955-1990, pubblicato due anni fa e recensito allora dal sottoscritto (in quell'articolo si trova il contatto dell'autore, per chi volesse acquistarne una copia). Ringrazio di cuore Andrea per aver acconsentito all'uso delle immagini anche per parlare di un libro diverso dal suo: entrambi meritano davvero di essere sfogliati, letti e - con riguardo a quello di Maori - guardati con attenzione, impiegando il tempo che occorre. Senza fretta, ma con urgenza, perché la storia non merita di essere messa da parte.
Per il riferimento alla scoperta archivistica di Samuele Sottoriva, si veda anche il suo contributo - dal titolo Il Parti Socialiste e l’Italia. Una panoramica degli Archives socialistes di Parigi (1970-1990) - inserito nel n. 2/2019 della Rivista storica del socialismo (pp. 99-119, spec. 106-108).