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martedì 12 ottobre 2021

"Sciogliere i movimenti di chiara ispirazione neofascista", con o senza simboli fascisti: qualche riflessione giuridica (e non solo)

I fatti gravissimi di sabato a Roma, con l'assalto alla sede nazionale della Cgil e al pronto soccorso del policlinico Umberto I (e il progettato accesso a sedi istituzionali) ha riportato al centro del dibattito pubblico la discussione sulla necessità e sull'opportunità di sciogliere formazioni politiche "di stampo fascista", attraverso le norme vigenti in Italia. Ora si parla (e non è la prima occasione) di Forza Nuova, in passato di CasaPound Italia e di altre sigle. Più voci hanno chiesto al Governo di procedere - magari in fretta - allo scioglimento di Fn e di altri soggetti politici affini, applicando la XII disposizione finale della Costituzione e le disposizioni (specie l'art. 3) della legge n. 645/1952 ("legge Scelba"). Le richieste sono state formalizzate in mozioni parlamentari, a partire da quelle a prima firma di esponenti del Partito democratico (Simona Malpezzi e Dario Parrini al Senato, Debora Serracchiani ed Emanuele Fiano alla Camera), sostenute pure dal MoVimento 5 Stelle,  Liberi e Uguali e Italia Viva a Montecitorio (a conclusioni simili arriva la mozione 
di Iv e Psi al Senato e le altre presentate sempre a Palazzo Madama da M5S e Leu).
Stavolta la discussione non si incentra direttamente sull'uso di simboli fascisti: nel corso della sua storia, infatti, Forza Nuova non si è mai distinta con simboli o contrassegni elettorali che richiamassero espressamente il fascismo (vale per la coccarda tricolore, per la sigla tricolore a forma di fiamma, per il romboide rosso e bianco con le iniziali e anche per l'attuale rondine; era di certo più evocativo il colore nero, ma di per sé non è etichettabile come "fascista"). Più che di simboli (partitici o elettorali), qui si discute evidentemente di azioni e di condotte; la materia resta però rilevante, poiché le mozioni chiedono che lo scioglimento riguardi, oltre a Forza Nuova, anche "tutti i movimenti politici di chiara ispirazione neofascista" (così si legge nelle mozioni del Pd), ad alcuni dei quali si imputa anche l'uso di emblemi fascisti nella loro attività o come segni di identificazione politica o (fino a quando questo è stato tollerato) elettorale, ritenendo anzi che proprio quest'uso possa fondare lo scioglimento.

Le disposizioni rilevanti, per chiarire il quadro 

Prima di procedere, è bene mettere fissare alcuni punti, rilevanti per il ragionamento. Com'è noto, la XII disposizione finale della Costituzione (e non transitoria, come si capisce dai lavori della Costituente) sancisce al primo comma che "È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista"; si è già ricordato su questo sito che quella "riorganizzazione" può avere qualunque forma (partito, associazione, comitato...), ma perché ci sia violazione della disposizione si deve voler riorganizzare quel "disciolto partito fascista", come lo si è conosciuto nella storia, non qualcosa che gli somigli (e neanche, ad esempio, un generico partito autoritario). Coloro che scrissero la Costituzione, tuttavia, non scelsero la forma della "democrazia protetta" o "militante", indicando già nella legge fondamentale - come sarebbe avvenuto, ad esempio, in Germania - quali condizioni consentissero di parlare di "riorganizzazione del partito fascista", a chi toccasse accertare e dichiarare quest'ultima e come reagire a ciò (lo scioglimento o altri provvedimenti) a tutela dei valori e del funzionamento della democrazia: lasciarono che a fare questo fosse il legislatore ordinario. 
Il Parlamento ha agito "a rate", in vari momenti, a partire dalla citata "legge Scelba" nel 1952. Questa stabilì che c'è riorganizzazione del partito fascista quando un'associazione o un movimento persegue "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principii, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista" (art. 1); la legge n. 152/1975 ("legge Reale") precisò che per il reato di riorganizzazione basta anche solo "un gruppo di persone non inferiore a cinque". L'art. 3 della "legge Scelba" si occupa dello scioglimento del soggetto collettivo (e della confisca dei beni): il primo comma prevede l'ipotesi "normale", per cui occorre una sentenza penale (anche non definitiva, come avvenne con il Movimento politico Ordine nuovo nel 1973) che accerti la riorganizzazione perché il ministro dell'interno, sentito il Consiglio dei ministri, ne ordini lo scioglimento; il secondo comma propone invece un'ipotesi eccezionale per cui, "nei casi straordinari di necessità e di urgenza", il Governo può provvedere allo scioglimento e alla confisca con decreto-legge, anche senza una condanna, se ritenga di essere di fronte al perseguimento collettivo di "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista" (il decreto è efficace immediatamente, ma va convertito entro 60 giorni dal Parlamento perché non decada).
Per un'interpretazione più compiuta della "legge Scelba", poi, bisogna tenere conto delle sentenze della Corte costituzionale in materia, specie della sentenza n. 1/1957 e della sentenza n. 74/1958, relative ai reati di apologia del fascismo e di manifestazioni fasciste, ma applicabili anche alla fattispecie di riorganizzazione del disciolto partito fascista (perché, come si è visto nella definizione dell'ipotesi, l'apologia del fascismo e le manifestazioni fasciste sono tra i possibili modi per perseguire "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista"). Le due pronunce precisarono - e non c'è stata alcuna sentenza di segno diverso in seguito - che quelle norme erano legittime perché punivano (solo) l'apologia "tale da potere ricondurre alla riorganizzazione del partito fascista" (sentenza del 1957) e (solo) le manifestazioni "usuali del disciolto partito che [...] possono determinare il pericolo che si è voluto evitare", che cioè trovino "nel momento e nell'ambiente in cui" sono compiute circostanze che le rendano idonee "a provocare adesioni e consensi e a concorrere alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste" (sentenza del 1958).
Da ultimo, nel 1993 il decreto-legge n. 122/1993, convertito dalla legge n. 205/1993 ("legge Mancino") è rilevante da vari punti di vista. Innanzitutto con l'art. 3 ha introdotto - modificando la "legge Reale" - un ulteriore divieto, bandendo "ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi". Secondariamente, ha previsto - all'art. 7 - che se c'è un processo per violazione del divieto appena citato, il giudice competente possa disporre la sospensione cautelativa del soggetto collettivo (su richiesta del pubblico ministero, anche sollecitato dal Governo) e, qualora si arrivi a una sentenza irrevocabile che abbia accertato che l'attività di quei soggetti collettivi ha favorito la commissione di reati legati alla violenza o alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi (inclusa l'agevolazione di attività di associazioni e simili con quei fini), il titolare del Viminale (dopo decisione in tal senso del Consiglio dei ministri) ordina lo scioglimento dell'associazione o comunque del soggetto collettivo. In questo modo, nel 2000, si è arrivati allo scioglimento del Fronte nazionale di Franco Freda; allo stesso tempo, si nota che non è previsto qui lo scioglimento eccezionale con decreto-legge (quindi non si può sciogliere un movimento in condizioni di necessità e urgenza anche ove risulti fomentatore di violenza o discriminazioni, in mancanza di una sentenza).

Cosa non si può fare

Fissata la cornice normativa entro la quale ci si può muovere, si ritorna alla domanda di questi giorni: si può sciogliere Forza Nuova? Occorre innanzitutto tenere a freno l'istinto - comprensibile, dopo le scene inaccettabili viste sabato - di dichiarare a bruciapelo, come a voler premere il pulsante in un quiz per rispondere a una domanda non ancora terminata, che "Forza Nuova e le altre organizzazioni fasciste vanno sciolte", magari aggiungendo "perché lo dice la Costituzione" (anche perché questa risposta, restando in tema di quiz, non sarebbe esatta). Allo stesso modo, va messa da parte la tentazione di seguire il principio "fascista è chi il fascista fa": anche questa è comprensibile, per chiunque sia antifascista, ma il giurista -  costituzionalista, penalista o di altra disciplina -  non può accettare che ci si accontenti di questo ragionamento, specie se in ballo c'è l'uso di strumenti "forti" come lo scioglimento.
Per prima cosa, occorre sgombrare il campo da alcuni equivoci di natura politica. Innanzitutto dev'essere chiaro che la XII disposizione finale della Costituzione e le disposizioni della "legge Scelba", inclusa quella sullo scioglimento (attivabile anche in forma eccezionale dal Governo), valgono esclusivamente per la riorganizzazione del partito fascista: lo dicono con chiarezza i lavori della Costituente, i lavori parlamentari del 1952 e persino il tribunale di Roma nella sentenza che ha riconosciuto la riorganizzazione del partito fascista nell'attività del Movimento politico Ordine nuovo (negando ad esempio l'applicabilità delle disposizioni a Lotta continua o a Potere operaio). Non si tratta, dunque, di norme polivalenti, ma di norme unidirezionali, che non si possono usare per sciogliere movimenti o associazioni di sinistra, anarchiche o, comunque, non fasciste. E questo perché, piaccia o no, la Costituzione ha le sue radici nell'antifascismo, il che ha avuto come logica conseguenza disposizioni "asimmetriche" come quelle viste: questo è e chiunque deve prenderne atto. Si può ovviamente proporre di rimuovere la XII disposizione finale o di integrarla ampliandone l'efficacia a partiti di altra natura (come a quelli che "si propongano l'instaurazione di regimi totalitari di ideologia comunista", secondo la proposta del deputato di Fratelli d'Italia Edmondo Cirielli in questa legislatura), in modo poi da regolare l'ipotesi sullo stile della "legge Scelba": per fare questo, però, occorre una legge di revisione costituzionale, con i suoi tempi e le sue ampie maggioranze e, finché il percorso non si compie, occorre essere consapevoli che la manifestazione (o l'eventuale apologia) di certe idee politiche è punibile, quella di altre no. 
Anche la proposta di approvare una mozione (più o meno unitaria) contro tutti i totalitarismi, nessuno escluso, come chiesto da Forza Italia, non può servire per sciogliere soggetti politici che non costituiscano "riorganizzazione del disciolto partito fascista". Bisogna anche aggiungere, in più, che lo strumento dello scioglimento appare adeguato per un'associazione, un movimento o comunque un soggetto che abbia un'organizzazione e soprattutto atti fondativi; è molto più difficile pensare a uno scioglimento con qualche effetto per realtà informali, senza atto costitutivo o magari tenute insieme da strumenti "impalpabili" come una chat o un gruppo sui social network (che ovviamente però si possono limitare o chiudere d'autorità, ma lo scioglimento è un'altra cosa).

Cosa si può fare (ma potrebbe non accadere)

Fatte queste precisazioni, si torna alla domanda: dopo i fatti di sabato, si può allora sciogliere Forza Nuova? Ammesso che esista una risposta giusta, questa potrebbe essere forse: "Dipende", nel senso che occorre compiere valutazioni di natura giuridica e politica.
Il simbolo precedente di Fn
Bisogna dire con chiarezza che, al momento, per Forza Nuova non esiste alcuna sentenza (nemmeno di primo grado) che riconosca con riguardo a questa la riorganizzazione del partito fascista, benché in passato vari episodi siano stati caratterizzati da violenza; si ricorda anzi almeno un procedimento penale (presso il Tribunale di Castrovillari, iniziato nel 2001 e conclusosi nel 2005) che pur avendo riconosciuto Fn come "movimento 
tradizionalista, di matrice cristiana, volto all’affermazione di determinati valori tipicamente conservatori" e avendo rilevato il "forte richiamo ai simboli e motti propri del regime fascista", ha negato che le azioni di Fn censurate fossero "volte ad annullare o menomare la dialettica democratica, ad impedire il confronto politico, ad annientare […] gli avversari". Allo stesso modo, non risulta che ci sia per lo stesso soggetto politico alcuna sentenza penale, men che meno irrevocabile, che abbia accertato come l'attività di Fn abbia favorito la commissione di reati legati alla violenza o alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, dunque la fattispecie ex "legge Mancino" non pare applicabile.
Sembra opportuno aggiungere che, sempre fino a questo momento (e stando a ciò che è noto a chi scrive), una sentenza di accertamento della riorganizzazione del partito fascista manca anche con riguardo ad altri soggetti politici, a partire da CasaPound Italia. Non sono mancate in effetti condanne a persone legate a Cpi essenzialmente per il reato di manifestazioni fasciste, ma si tratta di cosa diversa dalla citata riorganizzazione: dunque manca il requisito fondamentale per poter applicare la fattispecie "normale" di scioglimento di quei soggetti collettivi, essendo appunto richiesta una sentenza di accertamento (anche se ancora non irrevocabile)
.
Vale anzi la pena ricordare che ogni procedimento penale volto ad accertare, tra l'altro, la riorganizzazione del disciolto partito fascista si è chiuso o con l'archiviazione o con l'assoluzione per il Movimento fascismo e libertà, costituito nel 1991 da Giorgio Pisanò, che nel nome ospita il riferimento diretto al fascismo e nel simbolo impiega il fascio romano. In effetti la pratica ha dimostrato che un conto è la non illiceità dell'associazione, un altro è l'uso elettorale di quel nome e di quel simbolo: per un parere reso al Viminale nel 1994 dal Consiglio di Stato, in effetti, il riferimento esplicito al Fascismo non era ammissibile in sede elettorale, mentre l'uso del solo fascio, purché disgiunto dalla parola "fascismo", si poteva ammettere visto che la storia del fascio non si limitava al Ventennio ma era ben più risalente. In realtà, con il passare degli anni (e fatta eccezione per un caso assai importante di ammissione alle regionali del 1996 in Sicilia), il metro di giudizio delle commissioni elettorali e dello stesso Consiglio di Stato si è parecchio inasprito, anche in assenza di norme nuove in materia.
Si è avuto prova tangibile di questo soprattutto dopo il "caso Sermide", vale a dire dopo che il movimento Fasci italiani del lavoro nel 2017 era riuscito a conquistare un seggio nel consiglio comunale di Sermide e Felonica (Mn), peraltro dopo aver partecipato indisturbato a varie elezioni locali. Com'è noto - anche a chi segue questo sito - i giudici amministrativi hanno ritenuto illegittima la presenza di quella lista con quel contrassegno alle elezioni e (in secondo grado) si è annullato il voto; nel frattempo si era aperto il fronte penale della vicenda, ma tutti gli imputati sono stati assolti tanto dal Tribunale di Mantova, quanto dalla Corte d'appello di Brescia. Va rimarcato che il giudizio si era basato essenzialmente sullo statuto del partito, sui suoi documenti programmatici (che certamente condividevano parte dei profili ideologici del fascismo e dei suoi obiettivi, ma per la Cassazione rileva la condivisione totale e non parziale) e comunque sulle azioni svolte, ritenute in concreto non pericolose, nell'ottica della riorganizzazione di quel partito fascista: per riprendere le parole della sentenza di appello, un conto è "ricostituire il disciolto partito di Mussolini" (cosa non consentita), un conto è "riscattarne, senza evidente finalizzazione, soltanto la memoria" (e questo non è illegittimo).
Insomma, se una sentenza che accerti la riorganizzazione del disciolto partito fascista manca, non si può sciogliere per via ordinaria né Forza Nuova, né altri soggetti politici di quella che altrove è stata chiamata "galassia nera". Naturalmente è facile notare che, se fino a pochi giorni fa per vari gruppi analizzati fin qui non ci sono stati episodi di gravità tale da far scaturire una simile sentenza, il discorso potrebbe cambiare dopo i fatti di sabato a Roma. C'è un'indagine in corso e il procedimento potrebbe concludersi con una sentenza penale che accerti la riorganizzazione con riguardo a Forza Nuova: in quel caso si arriverebbe allo scioglimento "ordinario" (il provvedimento, ovviamente, riguarderebbe solo Fn e altri soggetti collettivi per i quali risultasse dimostrata l'ipotesi di riorganizzazione, non in modo generico tutti i movimenti e le associazioni di una certa area).
Non si può certo escludere, peraltro, che quanto accaduto sabato a Roma - in particolare le violenze, i danneggiamenti, i ferimenti - e ciò che eventualmente le indagini dovessero svelare (o che il Governo dovesse apprendere in base a proprie fonti) porti lo stesso Governo a percorrere la via eccezionale dello scioglimento con decreto-leggecome richiesto nelle mozioni citate all'inizio. Le condizioni giuridiche oggettivamente ci sarebbero (nessun caso precedente che abbia riguardato Forza Nuova o CasaPound può dirsi grave come quelli avvenuti sabato); resterebbe in effetti problematico sciogliere con lo stesso decreto-legge soggetti collettivi che non risultino aver partecipato alla manifestazione di sabato e la cui adesione al fascismo sia ideologica ma non concreta. Perché se diventa concreta o c'è - si perdoni il bisticcio - il rischio concreto che lo diventi allora il fascismo è certamente un crimine; se resta sul piano ideologico il fascismo è un'idea, che si ha tutto il diritto di criticare con nettezza e di combattere politicamente - con piena ragione, a parere di chi scrive - ma non ha varcato la soglia del crimine.
Analizzato il piano giuridico, resta però quello politico, che poi non è davvero distinto da quello giuridico. Come si è detto, l'eventuale scioglimento dei soggetti politici che si ritenga perseguano "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista" seguirebbe a un decreto-legge del governo, deliberato da questo e adottato sotto la sua responsabilità. Il che significa che, inevitabilmente, la deliberazione circa l'adozione del decreto si presenta come un atto di enorme valore e peso politico, si sarebbe anzi tentati di chiamarlo "atto politicissimo". Già qui si avverte la delicatezza assoluta della questione, non certo diminuita dal fatto che a presiedere l'esecutivo in carica sia un tecnico di pregio come Mario Draghi. Gran parte dei ministri che compongono il Consiglio, infatti, sono di designazione politica ed è evidente che una deliberazione così importante cui, per manifestare il loro dissenso, non partecipassero i ministri di una determinata forza politica partirebbe già con il piede sbagliato. Anche perché, come si è detto, il decreto-legge di scioglimento dovrebbe poi il percorso stabilito in Costituzione per quella fonte, dunque essere presentato immediatamente alle Camere e convertito in legge entro sessanta giorni per non perdere efficacia fin dall'inizio, cosa che non solo riporterebbe giuridicamente in vita il soggetto sciolto, ma avrebbe effetti politici e istituzionali incalcolabili. Se questo è lo scenario più drammatico tra quelli immaginabili, altri non sarebbero comunque agevoli: si pensi alla conversione del decreto avvenuta con una maggioranza risicatissima, per giunta senza l'appoggio di una o più forze politiche della compagine che ora sostiene l'esecutivo in Parlamento. Se Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia si esprimessero chiaramente contro lo scioglimento, potendo contare anche sul sostegno di una parte rilevante del gruppo misto (si pensi soprattutto alla situazione del Senato), semplici conteggi potrebbero sconsigliare l'azione di un decreto simile.
Tirando le somme, se si vuole sciogliere Forza Nuova o altri "movimenti di chiara ispirazione fascista" senza che questo costituisca un problema giuridico e politico, occorre attendere una sentenza che accerti la riorganizzazione del partito fascista, che al momento non c'è. Se invece si ritiene che la situazione sia pericolosa e non ci si possa permettere di aspettare, occorre che il Governo si prenda la responsabilità (politica innanzitutto) di decidere lo scioglimento, confidando che il Parlamento "ratifichi" quella scelta con la conversione in legge e possibilmente non con una maggioranza ristretta, per evitare che la decisione appaia delegittimata (pur restando formalmente legittima) e che il Governo ne risenta. Altre vie non ci sono. Il presidente Draghi, stando alle notizie diffuse nelle ore scorse, avrebbe detto che il Governo valuterà l'ipotesi dello scioglimento: si vedrà quanto tempo occorrerà e cosa deciderà in merito. Nel frattempo, chi prova indignazione (e magari paura) per quanto è accaduto ha il diritto di manifestarlo e, se ritiene di poterlo fare, di impegnarsi per contrastare idee e pratiche che non condivide. Può continuare a farlo, magari con più forza e convinzione di prima, oppure può iniziare a farlo ora se in passato non l'aveva fatto, facendo attenzione a ciò che fa e a ciò che dice e impegnandosi perché le altre persone facciano altrettanto. Il primo passo per non vedere mai più scene vergognose e inaccettabili come quelle di sabato 9 ottobre inizia sempre da lì.

lunedì 14 dicembre 2020

Taormina, Fiore (Forza Nuova) e altri per un'Italia Libera, ma il nome è occupato

Ha destato notevole scalpore - e non avrebbe potuto essere altrimenti - la notizia data da AdnKronos in base alla quale Forza Nuova, fondata nel 1997 da Roberto Fiore, sarebbe pronta a un passo di lato, continuando a esistere come "movimento rivoluzionario", ma concorrendo con i suoi dirigenti e militanti a un nuovo progetto politico-elettorale denominato Italia libera. Un progetto che sarebbe condiviso con altre figure pronte a dare vita a un "governo di Liberazione Nazionale": il nome più noto è quello dell'avvocato penalista Carlo Taormina, già deputato di Forza Italia (2001-2006), poi fondatore di Lega Italia e - in seguito - aderente al MoVimento 5 Stelle. 
Proprio l'ex parlamentare sarebbe stato indicato come "ministro della Giustizia" (e con l'idea di creare una "magistratura popolare"), mentre di sanità si occuperebbe il professor Pierfrancesco Belli (Presidente della Commissione Rischi ed Etica Sanitaria di Incer Institute, tra l'altro proposto settimane fa come commissario alla sanità calabrese da Davide Pirillo, coordinatore per il sud di Fn); a Fiore toccherebbero gli affari esteri, quelli interni sarebbero di competenza di Gianluca Sciorilli (Direttore delle operazioni per H3 Consulting Group, società che seleziona e forma il personale per varie forze armate), mentre le competenze economiche andrebbero a Nino Galloni (presidente del Centro Studi Monetari e noto come studioso delle monete complementari).
Nella sua intervista, Fiore ha rivendicato l'impegno di Forza Nuova nella "lotta contro la dittatura sanitaria con azioni eclatanti, incisive e nelle ultime settimane con la protesta in tutta Italia, da Catanzaro a Palermo, da Verona, Napoli e Roma", ritenendo che da febbraio in Italia si sia verificata una situazione "paragonabile forse solo a quella della resistenza in guerra che richiede che tutte le forze si coalizzino contro la dittatura sanitaria". E se il programma di 8 punti di Fn - abrogazione delle norme abortiste; politica di rinascita nazionale basata su famiglia e crescita demografica; blocco dell'immigrazione e avvio di "un umano rimpatrio"; messa al bando della massoneria e delle sette segrete; sradicamento dell'usura e azzeramento del debito pubblico; ripristino del Concordato del 1929 tra Stato e Chiesa; abrogazione della "legge Scelba" e della "legge Mancino" come "espressioni normative di una cultura dominante che tirannicamente impedisce pensiero ed azione volti alla difesa della nostra storia nonché del patrimonio culturale e religioso del nostro Paese"; formazione di corporazioni per difendere i lavoratori e la comunità nazionale - resta, per Fiore occorre più pragmatismo e per raggiungere gli obiettivi serve formare "un'unica grande squadra insieme ai gilet arancioni e all'universo no-mask. Forza nuova è il movimento della rivoluzione, oggi lascia spazio alla più grande e variegata Italia Libera perché capisce che da sola non può vincere l'ostacolo della dittatura sanitaria: è necessario allearsi con tutte forze per la difesa delle libertà concrete". 
Si sarebbe di fronte, sempre secondo il fondatore di Forza Nuova, a "uno strumento di massa, popolare, con cui si faranno tutte le azioni politiche classiche". Uno strumento che, peraltro, non comporterebbe in alcun modo lo scioglimento di Forza Nuova: in un tweet, diffuso poco dopo le 19, Fiore ha precisato che "non si scioglie un movimento portatore di idee forza nostre fino all'ultimo respiro, al centro della bella e vittoriosa lotta anti #lockdown. Siamo il cuore, oggi più di ieri, della rivoluzione necessaria per milioni di italiani".
A chiarire quale dovrebbe essere il perimetro di Italia Libera è Taormina, per il quale "Il governo rivoluzionario di Italia Libera si è costituito ed è pronto a prendere il posto di quello in carica, che opprime gli italiani tra dittatura sanitaria e una magistratura quanto più lontana dall'essere popolare". L'intervista di Adnkronos (realizzata da Silvia Mancinelli) precisa che all'interno di Italia libera sarebbero coinvolti "pentiti del Movimento 5 Stelle, lui [Taormina, ndb] in primis, militanti di Forza Nuova (tutti, vertici inclusi) e - questo lo garantisce il presidente Roberto Fiore - 'comunisti' convinti. Un'unica grande bandiera che supera quella del movimento di estrema destra e punta a imporsi per mezzo della volontà popolare contro le mascherine e i vaccini obbligatori, l'Unione Europea e l'Euro". Un movimento "per la disobbedienza civile, [...] ma mai per e con la violenza", sempre secondo le parole di Taormina, che ha presentato quell'iniziativa "nel suo studio in Prati, presenti i leader di Forza Nuova Giuliano Castellino e Roberto Fiore". Ai gruppi di fondatori, peraltro, sembrano doversi aggiungere anche vari soggetti "no-mask", proprio per la lotta contro la "dittatura sanitaria": anche per questo, c'è chi ha parlato - ma non si è in grado di confermarlo - del coinvolgimento dei cosiddetti Gilet arancioni legati ad Antonio Pappalardo. Anche Castellino ha precisato - sempre ad Adnkronos, ma il testo si legge anche su L'Italia Mensile - quanto segue: 
Italia libera è un comitato di liberazione nazionale che vuole coalizzare tutte le forze rivoluzionarie che stanno combattendo il PUC, "partito unico del Covid". Dai movimenti spontanei ai comitati di quartiere, dalle basi militanti a tutti i disubbidienti: Italia Libera vuole unire gli italiani che hanno bloccato nelle piazze il lockdown, quelli che non si vaccineranno, fronteggiano il Grande Reset globale e lottano in ogni quartiere e in ogni città per la libertà, il lavoro ed il futuro. Siamo l'unione di intellettuali dissidenti, professori e professionisti liberi, scienziati controcorrente, militanti nazional-popolari, cittadini, antagonisti, lavoratori, PIva, precari e studenti provenienti da ogni esperienza che oggi hanno un solo ed unico scopo: liberare l'Italia! Non siamo un partito, siamo un'area che non ha confini e vuole abbracciare tutti gli italiani che vogliono combattere contro la dittatura sanitaria, finanziaria, massmediatica, giudiziaria e culturale. Siamo il fronte delle libertà contro il sistema. Siamo gli Italiani liberi che vogliono difendere fede e civiltà, riconquistare libertà e sovranità e vogliono giustizia sociale e dignità popolare.
Non ha fatto meno rumore l'ipotesi che la nascente Italia libera possa sostenere la candidatura di Vittorio Sgarbi come sindaco di Roma: Taormina gliel'ha proposto ("Sgarbi ha detto che avrebbe parlato con il suo comitato elettorale, ma ha già dato una sua adesione di massima"), il critico d'arte non lo ha rifiutato ("Sto aspettando di capire se si voterà a settembre o giugno, appena si riuscirà a riprendere la vita normale farò un incontro con lui e Italia libera. Per ora corro da solo, con la lista Rinascimento, valuterò poi con le componenti di centro destra se si faranno magari delle primarie") anche se proprio la partecipazione di Fiore al progetto gli lascia dubbi ("La mia è una proposta al centrodestra, accettare l'appoggio di un movimento con il retrogusto di Forza Nuova è una cosa più difficile, ma non posso prendere una decisione solitaria. In fondo Italia Libera è un partito con persone che non sono più quelle che sono state in Forza Nuova, mi riservo comunque di valutare la compatibilità con altre forze di destra, non ho una preclusione aprioristica").

Fin qui le notizie, alle quali peraltro vanno ascritte anche le numerose reazioni scatenate dalla partecipazione di Roberto Fiore al progetto (e raccolte sempre da Adnkronos), dal nuovo presidente nazionale di Anpi Gianfranco Pagliarulo ("È divertentissimo che a denunciare la dittatura sanitaria siano persone che inneggiano al ventennio fascista. Inizino a denunciare la vera dittatura che c'è stata nel nostro Paese, quella dal '22 al '44. In questo presunto nuovo movimento che è Italia Libera ci sono nomi che non rappresentano il nostro Paese") a Laura Boldrini ("Italia Libera? Mi sembra l'armata Brancaleone, sono figure improbabili. E su, un po' di serietà. Che vadano a parlare coi familiari delle quasi 70mila vittime; è cosa veramente offensiva, parlare di dittatura sanitaria vuol dire non rispettare la memoria dei morti. Mi sembrano persone sfaccendate che devono occupare il loro tempo, che vadano a fare volontariato") e Gad Lerner ("Italia Libera è il grottesco travestimento di una forza per fortuna esigua ma con una chiarissima matrice nazi-fascista che, procedendo di fallimento in fallimento e non riscuotendo consenso elettorale, cerca di cavalcare nuove istanze provocate dalla sofferenza della pandemia. Nonostante questo tentativo camaleontico e il cambio di maschera abbiamo a che fare sempre con la stessa belva").
In tutto questo, però, chi frequenta questo sito noterà che manca un elemento non da poco: e il simbolo, quale sarebbe? Nelle notizie date oggi non se ne parla: è possibile che non sia stato ancora definito o, se è stato deciso, che non sia stato mostrato alla collega di Adnkronos. Si può provare a immaginare come sarà? Meglio di no, probabilmente: il rischio di sparare a casaccio e di non indovinare nemmeno per sbaglio è altissimo. Certo, un tentativo a portata di mano si può fare, decidendo di spulciare la banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi. Non sembrano risultare domande di marchio a nome di Carlo Taormina, Roberto Fiore o Giuliano Castellino: questo ovviamente non significa nulla, perché un eventuale segno politico potrebbe essere stato depositato a nome di altre persone. Si può però cercare di vedere se nel 2020 qualcuno ha presentato domanda di marchio per un segno contenente le parole "Italia Libera". E qui arriva la sorpresa.
Già, perché si scopre che il 29 luglio effettivamente è stato depositato un marchio contenente l'espressione Italia libera, abbreviata in "ItaLi": si tratta di un "cerchio con contorno verde-bianco-rosso; in campo blu sono rappresentate due scritte di colore bianco; la parola ItaLi con le lettere "I" ed "L" maiuscole e in basso, con dimensioni più ridotte Italia Libera". La domanda di marchio, presentata per la sola classe 41 (Educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali), è stata inoltrata da tale Rosario Pappolla. Una rapida ricerca in Rete consente di trovare un sito - www.italia-libera.net - di un nuovo soggetto politico, di cui Pappolla risulta essere uno dei fondatori (84 in tutto, tra i quali si proclama esserci piena "eguaglianza formale e sostanziale"). 
Proprio nel sito si legge che Italia Libera è "il movimento nato dalla spontanea e consapevole adesione di liberi cittadini mossi da un profondo sentimento di amore e senso di appartenenza al proprio paese. Siamo il cuore e motore dell’Italia: commercianti, artigiani, professionisti, imprenditori, lavoratori dipendenti, operai e studenti stanchi di false promesse della politica". Quelle persone spiegano di volersi "riprendere gli spazi sottratti agli italiani onesti da politici e burocrati incompetenti o corrotti sostituendoli con una classe dirigente credibile per restituire dignità al popolo italiano liberandolo innanzi tutto da questa Unione Europea e dall’Euro che hanno impoverito famiglie e imprese". Perché l'Italia cresca di nuovo, occorre liberarla "dalla schiavitù di strutture burocratiche oppressive e da un’economia finanziaria, dove l'essere umano è trattato come merce di consumo". Si legge ancora che "Italia Libera vuole promuovere un nuovo umanesimo dove l’individuo possa tornare attore protagonista di una storia, conciliando tradizione ed innovazione, interessi privati e bene comune, etica ed economia". Tutto ciò viene fatto al fine di "risvegliare le coscienze e ridare all’Italia una classe politica, basata sul merito e senza privilegi e immunità, degna e in grado di mettersi a servizio di tutti i cittadini". La forza politica si è data un manifesto e sta costruendo un programma, per poter poi partecipare alle elezioni sul territorio.
Ora, basta tutto ciò probabilmente per capire che si tratta di un progetto del tutto diverso da quello di Taormina, Fiore e altri (che naturalmente non figurano nell'ottantina di fondatori inseriti sul sito appena ricordato). Alcuni punti probabilmente si somiglieranno tra loro, ma si tratta di realtà differenti, a meno che naturalmente in seguito non emerga che tra le due "Italia libera" c'è qualche forma di accordo (o che, in effetti, sono la stessa cosa).
Al di là di questo, coloro che sono #drogatidipolitica sino al midollo nel sentire il nome della nuova forza politica saranno saltati sulla sedia, ricordando perfettamente che "Italia libera" come nome lo si è già sentito e anche parecchio tempo fa. Italia libera, infatti, era il nome di  un soggetto politico che ha persino avuto rappresentanti in Parlamento: l'avevano fondato alla fine del 2012 e presentato in conferenza stampa alla Camera il 22 novembre di quell'anno (così ci permette di ricordare l'archivio di Radio Radicale) vari ex Pdl (e prima ancora Forza Italia) di lungo corso, come Isabella Bertolini, Gaetano Pecorella e Giorgio Stracquadanio, nonché i colleghi di partito Franco Stradella e Roberto Tortoli. L'arcobaleno tricolore era simile a quello del Pdl, ma avevano lasciato l'area berlusconiana perché avevano preso atto che Fi e Pdl avevano realizzato solo "una piccola parte di quella rivoluzione liberale proposta agli italiani" e non accettavano il vittimismo "da complotto internazionale" non suffragato da analisi adeguate ("Il Pdl di oggi non ha più nulla in comune con i partiti in cui abbiamo profuso quasi due decenni del nostro impegno"). Bertolini è poi riapparsa in politica alla fine dell'anno scorso, quando ha accettato di candidarsi alle regionali 2020 in Emilia-Romagna, stavolta però con la Lega di Matteo Salvini.
Anche quel simbolo, peraltro, fu depositato come marchio nel 2012, subito dopo la conferenza; la domanda tuttavia è stata respinta, probabilmente per il già verificato atteggiamento di scarsa disponibilità a registrare come marchi emblemi politici di forma rotonda. Italia libera è stato anche il nome dell'associazione politica (poi divenuta "Lista civica nazionale") alla base del futuro Popolo Partite Iva; in quel caso, però, non c'è stato alcun marchio presentato. La domanda presentata a luglio da Pappolla per conto della "sua" ItaLi - Italia Libera è invece ancora in corso d'esame, ma in ogni caso il nome è già presente in rete, con il sito e un account Facebook. Trattandosi di un'associazione di chiara natura politica, e dal momento che movimenti e partiti per la legge sono associazioni, chi rappresentasse l'associazione avrebbe pieno titolo per chiedere che il nome già in uso non sia utilizzato da altri. A meno che, ovviamente, "Italia libera" nel soggetto politico di Taormina e Fiore non diventi solo una scritta nel simbolo con un rilievo assai minore, lasciando ad altre espressioni il compito di fungere da nome. Sarebbe una soluzione più sicura, per non rischiare di partire con il piede sbagliato... 

martedì 21 luglio 2020

Forza nuova cambia simbolo: "Una rondine per le libertà"

Di fronte a epoche nuove, anche l'immagine di un movimento può cambiare, se le priorità devono essere comunicate in modo ritenuto più efficace e adatto ai tempi. Da due giorni Forza nuova ha diffuso il suo nuovo simbolo, in cui il lettering non ha più un ruolo prevalente e si è fatta una scelta grafica rilevante, che la guida del movimento ha voluto indicare come risposta "contro la dittatura sanitaria, finanziaria, giudiziaria e mass-mediatica".
Le lettere della sigla sono rimaste le stesse - nere, in carattere Twentieth Century Black - già presenti nell'ultima versione dell'emblema, ma sono state decisamente rimpicciolite e private della struttura rossa a parallelogrammo in cui erano inserite nella grafica precedente. L'elemento che spicca, sul fondo bianco, questa volta è il disegno stilizzato e spigoloso - quasi futurista, per certi versi - di una rondine, ovviamente nera, ad ali spiegate: tra le due parti della coda biforcuta trova posto la sigla del movimento, comunque riconoscibile per essere scritta nero su bianco; la biforcazione, in realtà, inizia ben prima, quasi a partire dalla testa, che qui appare quasi come un pennino. A delimitare la grafica provvede una corona circolare sottile, tinta del tricolore italiano - che si riaffaccia dunque nella grafica di Forza nuova - a bande verticali.  
La scelta iconografica non è affatto casuale: per il fondatore di Forza nuova Roberto Fiore, il soggetto intende comunicare un riferimento alla libertà attiva e laboriosa"Fin dall'antichità - spiega - la rondine era l'araldo della primavera, il messaggero della buona stagione, il simbolo positivo di un cambiamento, il ritorno delle libertà dopo un lungo inverno. Era anche il simbolo dell'operosità e del risveglio: annunciava la vita che ricomincia anche nell'arco della singola giornata, cantando sul far del giorno e segnando la fine della notte, risvegliando così gli uomini dal sonno ed esortandoli a mettersi all'opera. Ed è laboriosa essa stessa: costruisce mescolando paglia e fango, e se il fango manca lo produce, rotolandosi con le ali bagnate nella polvere; tappezza il nido con piume o fiocchi di lana, per custodire prima le uova al caldo e poi nella comodità i nuovi nati". 
Per Fiore, tuttavia, occorre mettere in luce anche il legame della rondine primaverile con l'idea "pasquale" della resurrezione che segue alla passione (con ovvi riferimenti al bagaglio religioso cristiano): "Quale immagine migliore può esserci per un Movimento che assume ogni giorno di più il profilo di unico paladino della necessaria ricostruzione nazionale mostrando la strada di una risurrezione della Patria su cui il sistema ha fatto rotolare il masso pesantissimo di una dittatura sanitaria che dovrebbe chiudere definitivamente la partita? Puntiamo in alto, come la rondine che abbiamo scelto, tra mille infamie, tra mille tradimenti e proprio durante l'offensiva del nemico. Quale avanguardia rivoluzionaria che punta verso il cielo, perché è solo in alto che si trova l'obiettivo, indichiamo alla Patria la via della Resurrezione e della Riconquista delle libertà naturali, le uniche davvero concrete".
Quello annunciato ieri è almeno il terzo cambio di simbolo operato da Forza nuova dopo la sua fondazione a Cave, il 29 settembre 1997. Il primo emblema del movimento era decisamente schematico, nato probabilmente al di fuori di una forma circolare (si prestava innanzitutto alle bandiere e agli striscioni), ma già basato sulle iniziali del nome scelto: nei primi anni non si pensava certo alle elezioni, per cui non c'erano regole particolari da rispettare. Oltre alla sigla e al nome, iniziava già a comparire una coccarda tricolore, con il verde nella corona esterna e il rosso nel cerchio interno (dunque invertita rispetto al consueto): si realizzava così un richiamo tanto a uno dei simboli patrii, quanto a uno dei suoi usi più noti (quello militare, legato alla tradizione e all'ordine); il tutto era collocato ora su fondo nero, ora su fondo blu.
Proprio blu era il colore di sfondo del primo mutamento simbolico forzanovista, coincidente con le prime campagne elettorali solitarie del movimento, tra il 2000 (regionali e amministrative) e il 2001 (politiche, almeno in alcuni tra collegi e regioni). Di fatto, più che di mutamento, si dovrebbe parlare di rielaborazione grafica: la coccarda tricolore come elemento non letterale era sempre lì, ma stavolta si era deciso di inclinarla, come a volerle dare l'illusione della tridimensionalità. Le iniziali del nome, poi, questa volta erano diventate minuscole e - per poter risaltare meglio sopra la stessa coccarda, della cui corona verde avevano il medesimo spessore - si erano tinte di nero. 
Quel simbolo rimase in uso a lungo, anche se nel 2004 - in ossequio al motto "costanti nella strategia, duttili nella tattica" - si tentò un nuovo mutamento grafico, questa volta più significativo. Sparì infatti la coccarda, ma non il tricolore, che tinse direttamente le iniziali: queste, peraltro, furono conformate come due triangoli scaleni posizionati "a specchio" in verticale; subito al di sotto, invece, il nome - presente anche lungo la parte superiore della circonferenza - era stato inserito in una base trapezoidale nera, che richiamava inevitabilmente la fiamma tricolore del Movimento sociale italiano (come del resto facevano le lettere spigolose a triangolo, evocando anche il simbolo geometrico del Fronte nazionale di Adriano Tilgher). Per Fiore era chiara l'idea di ricalcare "le esperienze politiche missine e frontiste", di cui si era voluto cogliere "un patrimonio storico e ideale, un'eredità da attualizzare"; non di rado, tuttavia, gli uffici elettorali chiamati a valutare la legittimità dei contrassegni destinati alle schede ritennero il simbolo troppo somigliante alla fiamma missina ancora presente nell'emblema di Alleanza nazionale - accadde, tra l'altro, alle elezioni europee del 2004, cui Forza nuova partecipava come parte del cartello Alternativa sociale - e si dovette recuperare quello precedente.   
Dopo le elezioni politiche del 2006 - anno in cui Fiore, assieme a Tilgher e altre persone di quell'area, non figurò tra i candidati delle liste nel centrodestra, con cui pure Alternativa sociale era alleata - si avvertì di nuovo l'esigenza di cambiare: graficamente il movimento di Fiore ha guardato all'emblema del Nationaldemokratische Partei Deutschlands (Partito nazionaldemodcratico di Germania) e a quello del partito rumeno Noua Dreaptă (Nuova destra): "Ci siamo ispirati - precisa Fiore - a un modello di nazionalismo radicale che si distingueva dal populismo". Quell'emblema, molto geometrico, letterale ed evidente, funzionava al di fuori di un cerchio ma si prestava anche a essere inscritto in una circonferenza in sede elettorale e così lo si è visto in tutti gli appuntamenti successivi al 2006 (compreso quello del 2018, in cui ha fatto parte della lista Italia agli italiani).
Dopo un uso di quasi quindici anni, il simbolo compie un nuovo passo: "Oggi - conclude Fiore - deve riflettere la necessità di salvare l'Italia e difendere le libertà concrete e naturali messe a rischio dalla tirannide sanitaria, finanziaria, giudiziaria e mass mediatica". Il programma resta lo stesso, cambia solo il modo di presentarlo agli italiani.

lunedì 1 gennaio 2018

Italia agli Italiani, Forza Nuova e Fiamma tricolore insieme alle elezioni

Mancano meno di due settimane al giorno in cui, all'apertura delle porte del Viminale, coloro che si sono messi "in fila per la democrazia" potranno essere ammessi nel palazzo del Ministero dell'Interno e arrivare davanti a una delle commissioni della Direzione centrale dei servizi elettorali, per consegnare un plico di documenti, comprese le tre copie dei contrassegni che minuto dopo minuto andranno ad affollare le bacheche poste lungo il corridoio al piano terra.
Alcuni emblemi sono stati già resi noti nei giorni scorsi (ma c'è ancora tutto il tempo per modificarli - e qualcuno l'ha già fatto - complicarli o abbandonarli), altri sono agli ultimi ritocchi e stanno per essere presentati. Hanno scelto proprio il primo giorno dell'anno per divulgare quello che sembra un contrassegno già definitivo Forza Nuova e il Movimento sociale Fiamma tricolore. Le due forze politiche che raccolgono consensi soprattutto nell'estrema destra dell'elettorato hanno intenzione di correre insieme, in una lista-cartello unitaria - che consentirà, unendo le forze, di ottenere più facilmente le firme e presentarsi in più collegi - denominata Italia agli italiani.
Non è la prima volta che Forza nuova (il cui simbolo a parallelogramma, simile a quello storico Partito nazionaldemocratico di Germania - Npd, è riportato senza cerchio intorno, risultando più evidente rispetto all'altra "pulce") si trova a condividere lo stesso contrassegno della Fiamma tricolore: era già successo, in particolare, con il cartello Alternativa sociale con Alessandra Mussolini, nato nel 2004 per unire Libertà d'Azione, il Fronte sociale nazionale e Forza Nuova e che l'anno dopo, alle regionali, vide associarsi anche la Fiamma (allora guidata da Luca Romagnoli). 
A illustrare l'emblema composito pensato per le prossime elezioni politiche è stato, attraverso un post su Facebook, il leader storico di Forza Nuova Roberto Fiore. Ecco dunque la sua interpretazione autentica dell'emblema:
Abbiamo atteso il primo gennaio per mostrarvi il simbolo con cui saremo presenti alle elezioni del 4 marzo. È un simbolo forte e inequivocabile; non un semplice logo, ma una prospettiva programmatica futura.Il SIMBOLO DI FORZA NUOVA dimostra che chi da tempo regge la barra della Rivoluzione Italiana e da un anno ormai ha messo in fibrillazione non solo regime e sinistre - ma anche le segreterie di quei partiti moderati che “moderatamente” hanno tradito l’Italia e gli italiani negli ultimi 25 anni - vuole confermare il proprio impegno tenace, portandolo dalle piazze e dai quartieri alle urne. E, dalle piazze al Parlamento, ci impegneremo affinché ci sia FORZA NUOVA, con le battaglie per la sovranità, monetaria e politica, per il diritto alla vita, con la solidarietà concreta alle famiglie italiane in difficoltà, la lotta dura per il diritto alla casa e contro lo scempio dello Ius Soli che abbiamo contribuito a bloccare.Il SIMBOLO DELLA FIAMMA TRICOLORE è lì a dimostrare il valore importante della tradizione e della storia di un mondo che ha creduto e non ha tradito. Questo mondo riconosce il nostro valore, noi riconosciamo l’esigenza attuale di rappresentarlo e di unirci a ciò che esso ancora significa per tantissimi italiani.“ITALIA AGLI ITALIANI” è la eco di innumerevoli manifestazioni - che hanno visto centinaia di migliaia di italiani scendere in piazza con rabbia e amore, con forza e dolore, con straordinario spirito di sacrificio e di fedeltà alla Patria – e insieme un programma irrinunciabile, una nobile guerra ideale da combattere, un traguardo da raggiungere.Questo simbolo è lo scudo degli italiani che amano l’Italia e che l’Italia, la nostra Italia - non un “Paese” abitato da popolazioni provenienti da ogni parte del mondo in cui i minareti sostituiscano i campanili delle nostre chiese - vogliono consegnare ai propri figli e nipoti. Questo simbolo è la nostra promessa, perché quello che comincia oggi sia il primo anno di libertà.Contattateci, firmate le nostre liste, offriteci le vostre candidature, unitevi agli italiani di buona volontà che questo simbolo intende raccogliere attorno a sé e rappresentare degnamente. Lavorate con noi per l’Italia agli Italiani!
Il progetto da veicolare con la grafica è piuttosto chiaro. Non ci sono le parole "sovranità" o "sovranista", tanto gettonate in questo periodo e che pure fanno parte dell'orizzonte programmatico della lista; in bella evidenza, in compenso, c'è l'espressione chiave "Italia agli Italiani", forse ancora più forte di tante altre parole volte a esprimere lo stesso concetto, magari in modo più preciso ma meno "popolare". E se c'è una striscetta tricolore a bande simmetriche, giusto per non citare l'Italia solo a parole, il fondo nero su cui è collocato il nome del cartello lascia pochi dubbi sull'elettorato di riferimento. Lo stesso elettorato da cui, in queste settimane, Forza Nuova e Fiamma tricolore sperano di ottenere le firme necessarie per finire sulle schede in molte parti d'Italia.

venerdì 13 maggio 2016

Iorio, a Roma in nome della Patria (e senza fiamma)

Lui stesso si è definito come "l'unico candidato sindaco di destra" a Roma. Alfredo Iorio, animatore della storica sezione di via Ottaviano 9 che si riconosce nella "destra sociale" (con la minuscola per distinguerla dall'omonima associazione di Luca Romagnoli - ex Fiamma Tricolore - che ha schierato alcuni candidati nelle liste di Fratelli d'Italia) correrà con una sola lista come sindaco di Roma: il suo nome è in evidenza sul simbolo, a tinte bianche e nere, e l'unica altra parola che si legge è "Patria".
In realtà, nei giorni scorsi, sembrava che le formazioni a sostegno di Iorio fossero due: vari media continuavano a parlare dell'appoggio tanto di Forza Nuova quanto del "Movimento sociale" (anche qui le virgolette sono d'obbligo, dopo si chiarirà perché), dunque era lecito pensare che quella del candidato sindaco fosse una strategia "a due punte".
"In effetti c'è soltanto una lista, non due come qualcuno dice da giorni. - spiega Alessio Costantini, coordinatore romano di Forza Nuova - Si tratta di un'unica formazione che coalizza lo sforzo di vari gruppi, da Forza Nuova al Popolo della vita al Movimento sociale europeo e va oltre: tutti ci siamo riconosciuti nella candidatura di Iorio e nella parola 'Patria', che abbiamo scelto per contrassegnare la nostra 'coalizione', sembrandoci la più adatta allo scopo, visto che è patrimonio comune di tutti noi".
Il simbolo ammesso dalla Commissione elettorale circondariale è lo stesso depositato già in prima battuta, senza che nel frattempo siano intervenute modifiche. Certo è che nei giorni precedenti era circolata la notizia che Iorio volesse presentare un simbolo "del Movimento sociale, privo del trapezio e della scritta 'Destra nazionale'": questo aveva indotto Maria Antonietta Cannizzaro, presidente del Msi - Destra nazionale, a diffidare - il 4 maggio - proprio Iorio dal presentare un simbolo "difforme rispetto al simbolo depositato" come marchio e opera dell'ingegno da Gaetano Saya. Il sito del Msi è stato anche più duro, prima definendo Iorio "sedicente missino", poi ieri ha precisato che quell'aspirante sindaco "non fa parte del M.S.I. – Destra Nazionale, pertanto la sua candidatura nulla ha da vedere con il partito politico M.S.I. – D.N" e lo stesso varrebbe per altri "piccoli movimenti, che lo affiancano".
"In realtà simboli con la fiamma non sono mai circolati. - precisa Costantini - Non nascondo che, se avessimo scelto di presentarci con quel simbolo, a Roma ci avremmo sicuramente guadagnato, per il radicamento che quell'emblema ha qui; abbiamo però fatto una scelta diversa, meno legata alla tradizione ma sicuramente identitaria". Una scelta, peraltro, che evita anche una serie di contenziosi legali: "Quasi certamente qualcuno si sarebbe opposto al nostro uso della fiamma e, a mio parere, non ci sarebbero state ragioni per farci perdere in un eventuale contenzioso - continua il responsabile romano di Fn - tuttavia, con l'emblema depositato, abbiamo eliminato ogni problema o rischio alla radice e possiamo concentrarci sulla campagna elettorale per Roma". Ecco allora che Iorio e i suoi puntano a Roma, in nome della Patria e senza temere incidenti legali.

domenica 15 febbraio 2015

Lazio 2010, il Polverini (Fabio) cancellato

Il 2010, non ci sono dubbi, fino a ora è stato l'annus horribilis delle elezioni regionali. D'accordo, c'era stato il "caso Piemonte", con la vittoria al fotofinish di Roberto Cota su Mercedes Bresso e la successiva guerra davanti ai giudici amministrativi che ha fatto annullare tutto e ripetere le elezioni nel 2014 per ragioni di firme (il risultato è stato ribaltato, ma a quanto pare le grane delle sottoscrizioni sono rimaste). 
Soprattutto, però, si era iniziata la campagna elettorale nel modo peggiore, con il caos legato alla presentazione delle liste del Pdl in Lombardia e in Lazio. In quest'ultima regione, in particolare, per giorni avrebbero tenuto banco le polemiche legate all'esclusione della lista nella circoscrizione provinciale di Roma (la più "pesante" di tutte), per i documenti consegnati troppo in ritardo in Tribunale dai rappresentanti del Popolo della libertà; non riuscì a risolvere la questione nemmeno il ricorso a un discusso decreto-legge interpretativo "salva liste" - incostituzionale per molti e soprattutto inutile, visto che in materia elettorale doveva prevalere la legge della regione Lazio.
La mazzata più grossa, però, il centrodestra l'aveva schivata per un soffio e in molti l'hanno dimenticata. Perché alle regionali di quell'anno, assieme a Emma Bonino (candidata dal centrosinistra) e all’ex segretaria generale dell’Ugl Renata Polverini (per il centrodestra), tra i pretendenti alla Pisana c'era anche Roberto Fiore, leader di Forza Nuova: la sua coalizione comprendeva anche Forza Roma, Lega Italia, Lega Centro, Lista dei Grilli parlanti e No Nucleare. Fin qui le notizie annunciate, quelle che tutti sapevano e potevano immaginare. Quando però il 26 febbraio si erano aperti i termini per il deposito, il primo simbolo presentato era stato una sorpresina per tutti: si trattava di un altro gruppo a sostegno di Fiore, il cui capolista era Fabio Polverini. Di professione faceva l’odontotecnico e con l’ex sindacalista non aveva nulla a che fare; in compenso, per non notare il suo nome in bianco sul fondo rosso del simbolo, bisognava avere seri problemi di vista. Una mossa geniale, da parte della coalizione che - avendo Forza Roma al suo interno - poteva contare sull'esperienza di Ottavio Pasqualucci e soprattutto di Dario Di Francesco, conoscitore delle norme elettorali più di chiunque altro.
La notizia non doveva avere riempito di gioia lo staff di Renata Polverini, che aveva comunque presentato il suo emblema. Questo, tra l'altro, era bastato a far saltare i nervi a Sel (per l'uso del rosso, troppo "di sinistra" per una coalizione di centrodestra) e ancora di più agli ex Ds di Sinistra democratica: quel contrassegno a fondo rosso con una traccia di gesso, ai loro occhi, sembrava proprio clonare l'ultima versione del loro simbolo, che in effetti aveva una traccia arcobaleno e non tricolore, ma il concetto grafico era di fatto lo stesso. 
La notizia bomba, in compenso, sarebbe arrivata il 2 marzo: l’ufficio elettorale della corte d’appello, infatti, bocciava la lista personale di Renata Polverini, perché il simbolo era davvero troppo simile a quello del suo omonimo, che era stato depositato per primo (ed era stato temporaneamente sospeso dopo un primo sospetto di irregolarità). Dopo la botta per l'esclusione della lista Pdl in provincia di Roma, le conseguenze quella volta potevano essere pesantissime: in quel caso, infatti, non rischiava solo il partito di Silvio Berlusconi, ma tutto il centrodestra. A traballare, infatti, in quella giornata era stato l'intero "listino" della Polverini: fosse stata confermata l'esclusione della lista, l'intero centrodestra sarebbe sparito da tutti manifesti e le schede, senza alcuna eccezione. 
Per alcuni giorni, nel quartier generale della Polverini si era masticato amaro: il timore vero, come detto prima, era che l'attacco al "listino" avrebbe eliminato il centrodestra dalle schede. Tempo qualche giorno e la situazione si è ribaltata: se il simbolo di Renata Polverini era stato riammesso (tra l'altro integrando la firma che mancava), dall’altra era stata l’intera coalizione di Roberto Fiore a cadere. Si è parlato di irregolarità formali nella presentazione del “listino" (sempre lui, anche stavolta) a favore dello stesso Fiore, per cui a cascata doveva saltare anche ogni lista della coalizione. 
Inutile dire che i supporter dell'ex sindacalista avevano tirato un sospiro di sollievo. L'avevano presa male invece le liste schierate con Forza Nuova, che avevano fatto vari ricorsi per tentare di salvare il salvabile. A distanza di anni, l'amarezza è ancora tanta, visto che la possibilità di correre con il simbolo della lista Fabio Polverini senza l'emblema della futura governatrice del Lazio era lì a un passo. La tentazione di pensare che le irregolarità contestate al listino di Fiore siano servite soprattutto per neutralizzare il simbolo alias del Polverini odontotecnico è forte, Quella pagina, in ogni caso, si chiuse così, a pochi giorni dal voto, senza spegnere nei protagonisti un interrogativo: cosa sarebbe successo se la Polverini avesse dovuto cambiare il simbolo o sparire dalle elezioni? 

giovedì 27 dicembre 2012

Quando la lite si inFiamma - l primi anni Duemila

Quando arrivano le elezioni del 2001, alla sede della Fiamma tricolore sono quasi del tutto tranquilli: si può tranquillamente ripresentare il simbolo che due anni prima il Ministero dell’interno ha preso per buono alle elezioni europee, se l’ha considerato valido due anni prima, perché mai dovrebbe cambiare idea questa volta? In effetti l'anno precedente c'era anche un'altra fiamma in circolazione, quella del Movimento sociale europeo di Roberto Felice Bigliardo, Clemente Manco e Nicola Cospito, usciti appunto nel 2000 dalla Fiamma tricolore: l'esperienza politica, tuttavia, è durata poco (Bigliardo è rientrato in An dopo alcuni mesi), dunque la presentazione dell'emblema dovrebbe andare liscia.
La doccia fredda arrivata del tutto inaspettata e, dunque, sembra ancora più ghiacciata. Già perché, questa volta, il Viminale il simbolo lo rispedisce al mittente. Troppo simile a quello di Alleanza nazionale, bisogna cambiarlo. Qualcuno grida al voltafaccia, persino al complotto; la verità è che, rispetto al 1999, An ha ripreso il contrassegno tradizionale, senza più l’elefantino a sballare tutte le dimensioni dell’emblema. Stavolta la fiammella si vede di nuovo abbastanza bene e la confondibilità potrebbe esserci; per di più, An ha depositato il simbolo col numero 103, la Fiamma con il 114, per cui tocca a chi è arrivato dopo cambiare marchio.
Si lambiccano il cervello al quartier generale di Pino Rauti: alla fiamma non si vuole rinunciare, ma “quella” fiamma non va bene. Alla fine si opta per una soluzione di emergenza: via la scritta «Movimento sociale» (tanto ormai tutti chiamano il partito solo «Fiamma tricolore»), quello che resta della denominazione fa una sorta di semicerchio, mantenendo il vecchio font; quanto alla fiamma, resta, ma a guardarla bene sembra piuttosto una goccia bianca, con due “toppe” verdi e rosse che tentano di dare l’idea del tricolore, ma con l’ombra sottostante comunicano solo la fretta con cui si è arrivati alla soluzione. Bello o no, l’emblema passa e arriva sulle schede: l’accordo di desistenza con la Casa delle libertà stavolta c’è e l’unico parlamentare che la Fiamma aveva lo mantiene.
Quel simbolo, però, in fondo non piace nemmeno agli aderenti alla Fiamma. Non a caso dura davvero pochissimo e, alla prima occasione utile – già al congresso del 2002, che porta alla segreteria Luca Romagnoli, mentre Rauti resta presidente – l’emblema inizia a cambiare foggia: la parte testuale non cambia, mentre la fiamma mantiene la forma a goccia e le “pezze” di colore restano con tanto di ombra, ma il loro bordo è più irregolare.  
In una prima versione, ad essere seghettato è solo l'esterno dei due elementi colorati, in seguito lo stesso trattamento è riservato all'interno e il disegno che risulta (specie se immaginato sulle schede, in un cerchio di 3 centimetri di diametro) sembra davvero una fiammella, appena piu schiacciata in larghezza rispetto a quella del 2001.
L’emblema ai militanti piace molto di più di quello adottato alle politiche e, anche se il simbolo ufficiale, come da statuto, resta quello del vecchio Msi (che ovviamente la Fiamma non può usare, per la nota vicenda legale che continua a opporre la Fiamma tricolore ad An, riuscendo quest'ultima sempre vincitrice), quello adottato per ultimo di norma non viene più toccato in seguito, se non per essere inserito in contrassegni più complessi.
Quando è il momento di presentarsi alle elezioni europee, infatti, l’emblema utilizzato è quell’ultima versione – mentre viene di nuovo bocciato quello del 1999, presentato all'ultima consultazione per il Parlamento europeo: lo 0,73% raccolto in quell’occasione è sufficiente a confermare un seggio a Strasburgo (lo occupa il segretario Romagnoli), nonostante a confondere le acque siano spuntate altre fiamme. 
Già, perché in quella tornata c’è anche Alessandra Mussolini, che con la sua piccola formazione «Libertà di azione» dà vita al cartello «Alternativa sociale», con il Fronte sociale nazionale di Tilgher e Forza Nuova di Roberto Fiore: proprio quest’ultimo partito tenta di abbandonare il suo emblema tradizionale della coccarda tricolore su fondo blu e lo sostituisce con un altro in cui la F (verde) e la N (rossa) stilizzate vanno a somigliare – guarda caso – a una fiamma, peraltro su una base trapezoidale nera in cui è contenuto il nome del partito, replicato anche sui bordi del cerchio. È troppo anche per il Viminale, che infatti boccia l’intero emblema di Alternativa sociale, accettato una volta che Forza Nuova ha ripreso il suo vecchio simbolo.
Soprattutto, però, a quelle elezioni c’è pure Pino Rauti. Messo in minoranza al congresso straordinario di pochi mesi prima, ha fondato una sua forza politica, il «Movimento idea sociale»: la sigla è Mis, proprio come molti compitavano quella dell’Msi perché così era ben difficile da pronunciare – del resto, si è sempre detto “missino”. Non basta: il simbolo depositato al Ministero, all’interno di una corona circolare azzurra sfumata (e con una stampa non proprio perfetta), c’è una fiamma stilizzata, con il profilo dell’Italia nel mezzo e, verso il basso, un trapezio blu con dentro la sigla «M.I.S». Niente punto dopo l’ultima lettera, proprio come non c’era in «M.S.I» nel vecchio simbolo di Almirante. Anche qui, per il Viminale si è passato il segno: quel trapezio, così com’è, proprio non va. Forse manca il tempo di sistemarlo, forse la voglia non c’è: da qualche parte spunta un pennarello blu che copre alla bell’e meglio le lettere e stavolta il simbolo va bene. Il risultato alla fine è dello 0, 15%: troppo poco per avere un europarlamentare, anche spennarellato.