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domenica 15 febbraio 2015

Lazio 2010, il Polverini (Fabio) cancellato

Il 2010, non ci sono dubbi, fino a ora è stato l'annus horribilis delle elezioni regionali. D'accordo, c'era stato il "caso Piemonte", con la vittoria al fotofinish di Roberto Cota su Mercedes Bresso e la successiva guerra davanti ai giudici amministrativi che ha fatto annullare tutto e ripetere le elezioni nel 2014 per ragioni di firme (il risultato è stato ribaltato, ma a quanto pare le grane delle sottoscrizioni sono rimaste). 
Soprattutto, però, si era iniziata la campagna elettorale nel modo peggiore, con il caos legato alla presentazione delle liste del Pdl in Lombardia e in Lazio. In quest'ultima regione, in particolare, per giorni avrebbero tenuto banco le polemiche legate all'esclusione della lista nella circoscrizione provinciale di Roma (la più "pesante" di tutte), per i documenti consegnati troppo in ritardo in Tribunale dai rappresentanti del Popolo della libertà; non riuscì a risolvere la questione nemmeno il ricorso a un discusso decreto-legge interpretativo "salva liste" - incostituzionale per molti e soprattutto inutile, visto che in materia elettorale doveva prevalere la legge della regione Lazio.
La mazzata più grossa, però, il centrodestra l'aveva schivata per un soffio e in molti l'hanno dimenticata. Perché alle regionali di quell'anno, assieme a Emma Bonino (candidata dal centrosinistra) e all’ex segretaria generale dell’Ugl Renata Polverini (per il centrodestra), tra i pretendenti alla Pisana c'era anche Roberto Fiore, leader di Forza Nuova: la sua coalizione comprendeva anche Forza Roma, Lega Italia, Lega Centro, Lista dei Grilli parlanti e No Nucleare. Fin qui le notizie annunciate, quelle che tutti sapevano e potevano immaginare. Quando però il 26 febbraio si erano aperti i termini per il deposito, il primo simbolo presentato era stato una sorpresina per tutti: si trattava di un altro gruppo a sostegno di Fiore, il cui capolista era Fabio Polverini. Di professione faceva l’odontotecnico e con l’ex sindacalista non aveva nulla a che fare; in compenso, per non notare il suo nome in bianco sul fondo rosso del simbolo, bisognava avere seri problemi di vista. Una mossa geniale, da parte della coalizione che - avendo Forza Roma al suo interno - poteva contare sull'esperienza di Ottavio Pasqualucci e soprattutto di Dario Di Francesco, conoscitore delle norme elettorali più di chiunque altro.
La notizia non doveva avere riempito di gioia lo staff di Renata Polverini, che aveva comunque presentato il suo emblema. Questo, tra l'altro, era bastato a far saltare i nervi a Sel (per l'uso del rosso, troppo "di sinistra" per una coalizione di centrodestra) e ancora di più agli ex Ds di Sinistra democratica: quel contrassegno a fondo rosso con una traccia di gesso, ai loro occhi, sembrava proprio clonare l'ultima versione del loro simbolo, che in effetti aveva una traccia arcobaleno e non tricolore, ma il concetto grafico era di fatto lo stesso. 
La notizia bomba, in compenso, sarebbe arrivata il 2 marzo: l’ufficio elettorale della corte d’appello, infatti, bocciava la lista personale di Renata Polverini, perché il simbolo era davvero troppo simile a quello del suo omonimo, che era stato depositato per primo (ed era stato temporaneamente sospeso dopo un primo sospetto di irregolarità). Dopo la botta per l'esclusione della lista Pdl in provincia di Roma, le conseguenze quella volta potevano essere pesantissime: in quel caso, infatti, non rischiava solo il partito di Silvio Berlusconi, ma tutto il centrodestra. A traballare, infatti, in quella giornata era stato l'intero "listino" della Polverini: fosse stata confermata l'esclusione della lista, l'intero centrodestra sarebbe sparito da tutti manifesti e le schede, senza alcuna eccezione. 
Per alcuni giorni, nel quartier generale della Polverini si era masticato amaro: il timore vero, come detto prima, era che l'attacco al "listino" avrebbe eliminato il centrodestra dalle schede. Tempo qualche giorno e la situazione si è ribaltata: se il simbolo di Renata Polverini era stato riammesso (tra l'altro integrando la firma che mancava), dall’altra era stata l’intera coalizione di Roberto Fiore a cadere. Si è parlato di irregolarità formali nella presentazione del “listino" (sempre lui, anche stavolta) a favore dello stesso Fiore, per cui a cascata doveva saltare anche ogni lista della coalizione. 
Inutile dire che i supporter dell'ex sindacalista avevano tirato un sospiro di sollievo. L'avevano presa male invece le liste schierate con Forza Nuova, che avevano fatto vari ricorsi per tentare di salvare il salvabile. A distanza di anni, l'amarezza è ancora tanta, visto che la possibilità di correre con il simbolo della lista Fabio Polverini senza l'emblema della futura governatrice del Lazio era lì a un passo. La tentazione di pensare che le irregolarità contestate al listino di Fiore siano servite soprattutto per neutralizzare il simbolo alias del Polverini odontotecnico è forte, Quella pagina, in ogni caso, si chiuse così, a pochi giorni dal voto, senza spegnere nei protagonisti un interrogativo: cosa sarebbe successo se la Polverini avesse dovuto cambiare il simbolo o sparire dalle elezioni? 

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