Puoi
aspettartelo da un comunista duro e puro dei tempi andati, da qualcuno dei
rimasugli della politica anticapitalista sopravvissuto alle mille scissioni
(che si chiami Ferrero, Diliberto o Rizzo), o magari da qualche superstite
della falce e martello ancora perfettamente convinto, come Marco Ferrando e il
suo Partito comunista dei lavoratori; potresti al limite attribuirlo a un Beppe
Grillo particolarmente infervorato, o a qualche soggetto originale piuttosto
disperato. Invece ti trovi davanti nientemeno che il «Partito della rivoluzione»,
scopri che la scritta al di sotto recita «Laboratorio Sgarbi» e ti viene
spontaneo esclamare «Eeehhh??», come il Leonardo Manera dei tempi d’oro.
Il
simbolo, in realtà, non è proprio nuovo: lo avevano già trovato sulla scheda delle
ultime elezioni amministrative gli abitanti di Cefalù, paese in cui Vittorio
Sgarbi si era candidato sindaco, dopo quattro anni passati da primo cittadino di
Salemi (dimettendosi pochi giorni prima che l’amministrazione comunale fosse
sciolta per infiltrazioni mafiose). Eppure, ora che tutta l’Italia è stata
messa in condizione di conoscere l’avvento di questo partito, il suo emblema
merita di essere studiato come si deve.
