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mercoledì 20 maggio 2015

L'Umbria che ha già vinto sulle schede

La “foglia di maria” di Alternativa riformista meritava un’attenzione a parte, non occuparsene era impossibile, ma sbaglierebbe chi pensasse di non avere altre sorprese interessanti dall’universo simbolico tra cui gli elettori dell'Umbria saranno presto chiamati a scegliere. Perché di vero universo si tratta, se si pensa che una delle regioni meno estese in Italia vede ai nastri di partenza otto candidati e addirittura sedici liste, a suo modo un piccolo record. 
A occhio e croce, verrebbe da dire che protagonista di questa tornata elettorale sarà proprio l'Umbria, o per lo meno la sua sagoma. Appare infatti su ben cinque emblemi, quasi secondo una logica di par condicio: due volte a sostegno della presidente uscente Catiuscia Marini, addirittura tre per il principale sfidante Claudio Ricci. Lui, infatti, può contare - oltre che sulla sua lista nata da più tempo, Per l'Umbria popolare (dal cui simbolo peraltro sono sparite le iniziali Ap di Area popolare, come sembrava in un primo tempo) - anche su un raggruppamento personale - Ricci presidente - fatto di molti professionisti, imprenditori e altre persone della società civile, tutte alla prima candidatura.
I colori, tanto per cambiare, sono sempre gli stessi, quelli della bandiera più il quarto colore nazionale, il blu/azzurro che fa tanto Italia e centrodestra (meglio se con sfumature cattoliche). Non sfugge alla logica tricolore, oltre che ovviamente Forza Italia, nemmeno l'emblema di Cambiare in Umbria con Ricci, altra lista di persone che non vivono di politica ma giorno dopo giorno affrontano le difficoltà di persone che in regione hanno conosciuto povertà e insicurezza sempre maggiori. Qui, va detto, c'è sicuramente maggiore studio grafico rispetto al primo emblema visto, con attenzione all'alternanza dei colori e quello che verrebbe da chiamare "effetto puzzle", con la regione che si trasforma in un tassello da riunire al resto del contrassegno, per avere un quadro più armonico.
La scelta della silhouette della regione la fa anche la Lega Nord (cosa che non stupisce): la piazza sotto al nome dell'Umbria e la tinge di verde, mentre tiene in bella mostra, con un certo impatto, il nome di Salvini. Il contrario della scelta fatta da Fratelli d'Italia, che invece rinuncia al nome della Meloni per mettere il cognome gigantesco del candidato presidente tra l'etichetta del partito e la "pulce" di Alleanza nazionale (ottenendo un effetto non gradevolissimo di "grattacielo ammassato" a centro simbolo: il minimo che potesse capitare, con un contrassegno già abbastanza pieno).
In casa Marini, invece, oltre al classicissimo emblema del Pd, colpisce innanzitutto l'altro contrassegno tutto basato sui quattro colori nazionali, cioè quello di Iniziativa per l'Umbria Civica e Popolare. C'è chi l'ha definita "lista della presidente", anche se il suo nome sul simbolo non c'è (come non c'è in nessuno dei quattro emblemi collegati a Catiuscia Marini): lei stessa però ha definito il raggruppamento come realtà che "vuole favorire e contribuire all'apertura della coalizione a mondi, professioni e persone che si mettono in gioco per il futuro dell’Umbria". Una didascalia che dice quanto sia variegata la lista (politicamente e civilmente) e che l'idea sia di rivolgerla a tutti lo mostra il contrassegno scelto: l'Umbria tricolore come la bandiera, il fondo sfumato blu, tipico di un partito catch all che vuole parlare all'intera regione.
Scelgono due "simboli smezzati" - nel senso di divisi in due metà orizzontali - e fotocopia nella struttura (speculare) le liste Socialisti riformisti - Territori per l'Umbria e Umbria più uguale - La sinistra per l'Umbria. La prima è un po' meno efficace della sua versione di cinque anni fa - specie nell'uso degli elementi testuali - ma inserisce l'aspetto territoriale che prima mancava; la seconda osa leggermente sull'etichetta ed estrapola il logotipo di Sel dal suo contrassegno tradizionale per inserirlo nel semicerchio bianco inferiore (ma il risultato, in fondo, è accettabile).
E gli altri concorrenti? Al solito, non guarderemo il MoVimento 5 Stelle (che candida alla presidenza Andrea Liberati) e non vale la pena di soffermarsi sul simbolo di Forza Nuova (candidato Fulvio Maiorca). Si può  segnalare la corsa solitaria di Sovranità - Prima gli Italiani, il progetto messo in campo da Casapound che a livello nazionale affianca la Lega, ma qui candida il numero due di CPI, Simone Di Stefano: "Non su tutti i territori la voglia di cambiamento [di Salvini ndb] riesce ad arrivare con la forza necessaria. - aveva spiegato in aprile - Alla Lega umbra manca coraggio, e l’Umbria è una regione emblematica per i problemi che la attanagliano: lavoro e sicurezza". 
Spostandosi decisamente a sinistra, infine, entrambe le formazioni sulla scheda hanno adottato il rosso, ma in modo diverso. L'Umbria per un'altra Europa ha utilizzato la stessa font della lista Tsipras, ma ha ribaltato in modo coraggioso il concetto, non cercando di ottenere "un'altra regione"; ma portando direttamente l'impegno dell'Umbria per cambiare l'Europa; punto interessante, peccato che la resa grafica non sia proprio all'altezza, specie sulla riga centrale. Il Partito comunista dei lavoratori, invece, piazza il suo simbolo all'interno della "Casa Rossa", nel senso che l'emblema è presentato dalle due realtà insieme: il nome della Casa lo vedrebbe anche un miope, ma soprattutto contorna l'unica falce e martello presente (il Pcdi contribuisce a Iniziativa per l'Umbria, il Prc all'altra lista di sinistra) e non fa sparire dalle schede il simbolo più votato dagli umbri nella storia.

martedì 19 maggio 2015

Toscana, gli altri simboli da vedere

Ciò che si è detto ieri, a proposito della riammissione della Lega Toscana, di fatto esaurisce quanto si può dire (almeno sul piano simbolico) circa la coalizione che sostiene Stefano Mugnai, visto che l'unica altra formazione che ne è parte è Forza Italia (con la bandierina tradizionale, senza nomi o altre scritte). 
Con la Lega di Salvini, invece, ci sarà Fratelli d'Italia, che nel proprio emblema ha incluso anche - almeno testualmente - varie formazioni civiche. Non solo nessuna delle due liste della coalizione indica il nome di Claudio Borghi, candidato alla presidenza, ma entrambe preferiscono appoggiarsi al nome del rispettivo leader nazionale, sperando che serva a raccogliere voti. Il nome di Giorgia Meloni (intero stavolta) è molto più evidente rispetto al tentativo - non proprio riuscitissimo - delle europee 2014, anche grazie al colore rosso. In realtà il simbolo sembra troppo pieno e un po' ammassato, ma è sempre meglio rispetto a quello presentato al Viminale poco più di un anno fa.
Restando all'area di centrodestra, si può citare subito dopo Passione per la Toscana, lista che sfoggia in modo ben visibile una versione di Pegaso, ritratto in bianco su fondo rosso, riprendendo l'uso dei colori della regione Toscana. Ma se a tempo debito l'emblema regionale venne scelto perché era stato il segno distintivo del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale nella resistenza tra il 1943 e il 1944, questa volta il cavallo alato accompagna la lista a sostegno di Giovanni Lamioni, appoggiato tanto da Area popolare (dunque Udc e Ncd), quanto da una Rete civica che è frutto dell’esperienza di liste civiche in vari comuni toscani e guarda alla tradizione popolare.
Sulla coalizione a due punte che lavora per la riconferma di Enrico Rossi, in realtà, non c'è da dire proprio nulla, visto che il Pd usa il suo simbolo consueto e dell'ulivo del Popolo toscano qui si è già parlato. Ma anche di Sì - Toscana a Sinistra (per Tommaso Fattori) si è già detto, così come non ci sono sorprese con il contrassegno del MoVimento 5 Stelle (che candida alla presidenza della regione Giacomo Giannarelli). 
A questo punto, resta da dire solo di Democrazia diretta, che mostra un emblema quasi di altri tempi, per l'accostamento dei colori e per i caratteri utilizzati. Il gruppo, che candida il consigliere comunale uscente Gabriele Chiurli, è nato a giugno del 2013 e - come si legge nel sito - si è costituito "con un preciso scopo: restituire ai cittadini il potere di decidere, prima di tutto attraverso una modifica alla Costituzione che permetta al popolo di votare le leggi attraverso referendum legislativi". L'articolo 75 di cui parla il simbolo (registrato a livello europeo ad Alicante, "perché è in Europa che si prendono le decisioni fondamentali per il nostro futuro, adesso che i Parlamenti nazionali sono stati svuotati di buona parte della propria sovranità") è ovviamente quello della Costituzione, anche se il partito lo vuole cambiare: "Fin dallo statuto del movimento, ci poniamo lo scopo di modificare gli articoli 70/75 e il 138 della Costituzione italiana, per introdurre una reale partecipazione degli elettori al processo legislativo". Il gruppo si dà "regole ferree in fatto di candidature, campagne elettorali (e relative spese), assunzione di incarichi pubblici", con tanto di dimissioni qualora le condizioni per l'eleggibilità vengano meno. Per cambiare il referendum e non solo, a quanto pare, si deve partire dalla Toscana, anche se qualcosa di folle (lo si dice con affetto) nell'idea c'è: sarà per questo, forse, che in basso in greco antico è scritto proprio "Elogio della follia".

lunedì 11 maggio 2015

Veneto, simboli per una corsa a sei teste?

Guerra d'Indipendenza a parte, anche il panorama simbolico offerto dal Veneto alle sue elezioni regionali merita di essere analizzato con un po' più di attenzione, anche se alcune puntate sono già state analizzate per via, mano a mano che gli schieramenti si svelavano. Guizzi grafici, è bene dirlo, praticamente non ce ne sono, anzi l'inventiva è abbastanza contenuta - e qualche volta, come per Area popolare, francamente scende sotto al minimo sindicale - ma qualche curiosità da enucleare c'è comunque.
Paradossalmente, una delle più interessanti (e non ancora trattate) riguarda una delle cosiddette "forze minori": L'altro Veneto - Ora! Possiamo, che candida Laura di Lucia Coletti. Il riferimento grafico-politico è piuttosto chiaro e non ci si stupisce a leggere nel sito della lista che l'ispirazione è quella dell'Altra Europa con Tsipras per "rappresentare un’alternativa di governo rispetto a chi finora ha gestito il potere sia a livello nazionale che regionale" e che l'idea è di mettere al centro dell'azione politica gli interessi del popolo, "come Syriza in Grecia e Podemos in Spagna". Casomai ci si può stupire del carattere finissimo utilizzato (a rischio di non avere una stampa ottimale) e dello sviluppo semicircolare del testo, del tutto inedito per queste liste.
Se però si guarda tra le forze a sostegno di Alessandra Moretti, forse si scopre il motivo di questa diversa conformazione grafica. Un bollino rosso, con la scritta "Sinistra veneta" e lo stesso Tsipras' style, è presente anche nel contrassegno di Ven[e]to nuovo, la formazione che si basa soprattutto sui Verdi europei e su Sel, ma comprende anche un gruppo fuoriuscito da Rifondazione comunista (rappresentato in particolare da Pierangelo Pettenò e Sebastiano Bonzio) dopo la vittoria degli "intransigenti" all'ultimo congresso. Sarà forse questo il motivo che ha spinto L'altro Veneto a dire che "a sinistra siamo rimasti solo noi"?
Di Alessio Morosin e della sua Indipendenza Veneta si è già detto pochi giorni fa, del MoVimento 5 Stelle (che candida Jacopo Berti) simbolicamente non c'è nulla da dire. Vale la pena allora buttarsi sui tre candidati maggiormente sotto i riflettori. Partendo da Luca Zaia, è ovvio che tra le liste a suo sostegno ci sia la Lega Nord, anzi, la Liga Veneta, con tanto di leone di San Marco tradizionale (con libro con la scritta Paxe). Di non tradizionale, paradossalmente, c'è solo il nome di Matteo Salvini nel segmento inferiore, scritto con un Arial quasi normale, più elegante rispetto alle scritte ospitate in passato in quella parte di cerchio (Padania, Bossi, ma anche Maroni).
C'è poco o nulla da dire sul simbolo di Forza Italia, sempre quello senza alcuna variante, così come invece si è già detto alcuni giorni fa di Indipendenza noi Veneto. C'è anche Fratelli d'Italia, ma non sfugge che all'interno di quest'ultimo contrassegno c'è qualcosa di più, una "pulcetta" che probabilmente i più nemmeno riconosceranno nella miniatura sulla scheda. Aguzzando l'occhio, si riconosce la sigla Mcr, che sta per Movimento per la cultura rurale, formazione nata già nel 2011, legata a Maria Cristina Caretta e ai cacciatori: all'interno, due spighe, due volatili e - in più rispetto all'immagine consolidata del movimento - un pesce sul torrente che scorre tra le montagne.
Tutto il contrario, invece, per il simbolo immaginato come "lista del presidente". Nessuna miniatura, nessun gioco grafico o cromatico, infatti, si ritrova nel contrassegno di Zaia presidente, con il cognome scritto a enormi lettere - a prova di ipovedente - e messo in evidenza da un "binario", blu come il patronimico ("blu Lega", si sarebbe tentati di dire, essendo praticamente lo stesso colore della circonferenza di contorno e di Alberto da Giussano). Di certo un emblema come questo punta tutto sul potere del nome e sul carisma di chi lo porta, ritenendo di non avere bisogno di altro per rendere appetibile la lista. A fine mese si vedrà se i calcoli erano giusti.
E' invece molto più piena, molto più ingombra la rappresentazione grafica che dichiara Alessandra Moretti presidente. Il colore carta da zucchero riempie quasi tutto il cerchio (a parte una "lunetta" in basso, in cui è contenuta l'indicazione "per il Veneto"); l'impatto del testo non è minimamente paragonabile a quello mostrato dalla lista Zaia. In compenso, il cognome della Moretti è contenuto in un "fumetto" rosso carminio (con un'abbinata di tinte che si potrebbe quasi dire "simil-renziana"), che sembra voler dare la parola al contrassegno, in modo comunque graficamente accettabile, senza pacchianerie in cui sarebbe stato facile cadere.
Se Zaia dalla sua ha ben due leoni di San Marco (Liga Veneta e Indipendenza noi Veneto) e Tosi altrettanto (la sua Lista per il Veneto e l'Unione Nord Est), la Moretti si accontenta di uno solo, quello del Progetto Veneto autonomo, giallo antico su fondo marrone. Più di una testata ha segnalato come, per lo meno tra i tre candidati più noti, sia scattata una corsa all'accaparramento - prima ancora che dei voti - degli autonomisti, visto che figura almeno una formazione simile in ognuno dei tre schieramenti. In questo caso la formazione è apertamente ostile alla politica di Zaia (tra i promotori c'è pure Santino Bozza, consigliere regionale uscente eletto con la Lega) e in lista c'è pure Gianluca Panto, già candidato alla presidenza nel 2010 con il suo Partito nasional veneto.
Da ultimo, nella coalizione di centro sinistra - oltre che ovviamente per il Pd - c'è spazio pure per Veneto civico, una lista "composta di amministratori locali, sindaci, ex sindaci e persone che hanno dedicato la loro esperienza politica al servizio dei cittadini". La lista è questo, ma è anche "lo strumento attraverso cui Scelta Civica sosterrà Alessandra Moretti e rappresenta il punto di partenza per aggregare quei mondi civici che in Veneto chiedono da tempo rappresentanza per una politica votata al servizio dei cittadini". Il simbolo ha circa gli stessi colori di quello di Sc, ma cerca di fare soprattutto riferimento alle esperienze di governo delle città, per portare in consiglio regionale. Il simbolo aiuterà o rischierà di essere anonimo?
Da ultimo, occorre vedere la compagine di Flavio Tosi. In buona parte, in realtà, essa è già stata analizzata, dalla lista personale del candidato governatore ad Area popolare, da Razza Piave all'Unione Nord Est. Sono due, però, gli episodi da sottolineare. Da una parte c'è il simbolo del Partito pensionati, che stavolta assume il nome di Famiglia Pensionati (con un corsivo in alto un po' naif, ma tant'è) e inserisce un grande riferimento a Flavio Tosi come candidato in cui credere. Raramente il contrassegno del partito legato a Carlo Fatuzzo è stato così "pieno" e con elementi patronimici così evidenti (e mai di matrice territoriale, per dire), ma alla fine dei conti poteva andare decisamente peggio di così.
Ultimo esemplare da vedere in Veneto in quella coalizione è il Veneto del Fare - Flavio Tosi. Il simbolo è decisamente uno dei più schematici presenti in tutte le elezioni regionali che si svolgono in buona parte del Paese; per (scarso) impiego di fantasia o estro creativo, tutto è affidato alle scritte bianche in negativo sulla parte di fondo blu e nere in positivo nella lunetta in basso. La grafica in realtà richiama almeno un po' la grafica delle "Vittime della giustizia del fisco", lista fatta varare dal centrodestra in Campania su impulso di Arturo Diaconale. Qui i colori sono invertiti, ma ci si affida pur sempre alla potenza della parola (e di una font così imponente come l'Helvetica Narrow). Ironia della sorte, proprio quando piuttosto che di dire è tempo di Fare.

domenica 10 maggio 2015

Marche, poca ressa sulla scheda

A differenza che in altre regioni, nelle Marche non c'è un vero affollamento di liste e simboli, la scheda alla fine sarà piuttosto gestibile quanto a dimensioni e spazi: questo non significa affatto che il quadro sia semplice e ovvio. A partire dal fatto, ovviamente, che il due volte governatore della regione Gian Mario Spacca, fino a poco fa legato al Pd, sarà sostenuto da uno schieramento di centrodestra di cui è parte anche il simbolo di Forza Italia, ma se ne dirà più tardi.
Più unito e "omogeneo" sembra lo schieramento a favore di Luca Ceriscioli, candidato del centrosinistra dopo due mandati a sindaco di Pesaro. A suo sostegno, oltre all'emblema del Pd, si troverà innanzitutto quello di Uniti per le Marche, un cartello che comprende - come si legge sull'emblema - "ambientalisti, civici e riformisti". Ora, non occorre allenare nemmeno troppo l'occhio per capire che la lista è legata almeno in parte a Scelta civica, i cui nastrini tricolori campeggiano nel semicerchio bianco superiore (ma che, a differenza di altre regioni, non sono serviti a esentare dalla raccolta di firme la lista, visto che ciò nelle Marche non è previsto).
Nello stesso raggruppamento, peraltro, sono compresi anche i Verdi, il Psi, l'Idv e varie liste civiche - e tra i candidati c'è Giobbe Covatta; è curioso però che lo sesso carattere pennellato con cui è scritto "Uniti per le Marche" ricordi da morire la resa grafica dello slogan leghista "Prima il Nord!". Non corre questi rischi l'Udc, schierata come in Puglia nel centrosinistra: nella lunetta rossa in alto, si limita a cambiare l'indicazione "Italia" con "Popolari Marche", anche in considerazione del fatto che della partita si considerano anche i Popolari per l'Italia di Mauro, anche qui - di nuovo, come in Puglia - a sostegno di un candidato proposto dal Pd. Ulteriore dimostrazione, ove ce ne fosse bisogno, che il partito non sembra avere trovato ancora una sua collocazione precisa negli schieramenti politici.
Tornando a Spacca, si era già visto in passato come l'emblema di Marche 2020 sarebbe stato accompagnato alla dicitura "Area popolare", che doveva significare Nuovo centrodestra, visto che i compagni di avventura dell'Udc avevano preso altre vie (segno, verrebbe da dire, che Ap esiste a livello nazionale, ma sui territori molto meno). In realtà, secondo i ben informati, vari degli esponenti di Ncd (per lo meno, quelli che sono consiglieri uscenti) sono tornati a guardare a Forza Italia, quindi di Ncd, non sarebbe rimasto quasi nessuno all'interno di quell'emblema. La notizia, casomai, è la partecipazione della Democrazia cristiana che si riconosce in Angelo Sandri in tre province, con minicolpo di scena: ad Ancona correrà col suo simbolo tradizionale, che invece a Fermo e Macerata è stato bocciato dall'ufficio elettorale. E' stata accettata una variante del contrassegno, che riduce di molto l'impatto dello scudo crociato arcuato, ma lo mantiene. 
Sono altri tre i candidati che contendono la presidenza a Spacca e Ceriscioli: Gianni Maggi corre per il M5S (e, come è ovvio, non ha particolarità grafiche). Edoardo Mentrasti è invece il candidato di Altre marche - Sinistra unita, con un emblema che nel colore e nel nome ricorda certamente l'esperienza di L'Altra Europa con Tsipras, ma cerca di dare maggior impatto alla scritta dominante del nome (ingrossando i caratteri e rendendo molto più marcata l'ombra dei vari elementi testuali); da notare anche il tentativo di dare spessore allo sfondo, sfumando leggermente e in modo radiale il colore del cerchio (anche se difficilmente questo si vedrà sulle schede).
Resta da dire di Francesco Acquaroli, candidato presidente di Fratelli d’Italia e della Lega Nord. In rete, però, si trova continuamente riferimento al simbolo di Centrodestra Marche, lo stesso nome del gruppo che era stato fondato in consiglio regionale nel 2013, come punto di riferimento per la destra marchigiana. A quanto pare, Acquaroli è uno dei pochi candidati a divulgare con maggior attenzione il contrassegno del candidato alla presidenza, che è previsto anche per gli altri ma sembra molto meno utilizzato. Non è nemmeno difficile capire che la grafica rimanda espressamente a quella di Fratelli d'Italia e che prima ancora era stata di An, ma ci pensano le scritte (il carattere, come resa grafica, in realtà è un po' discutibile) a non far confondere l'elettore.

sabato 9 maggio 2015

La Puglia da non perdere sulle schede

Dato ormai per scontato lo scontro quasi fratricida tra le due anime del centrodestra in Puglia, vale la pena di completare il quadro dei simboli interessanti che si fronteggeranno nelle elezioni regionali a fine mese; già che ci si è, conviene farlo in ordine di scheda, a sorteggio avvenuto. 
In alto a sinistra appare subito l'emblema del MoVimento 5 Stelle (che candida Antonella Laricchia), mentre immediatamente dopo sarà stampata la coalizione a sostegno di Adriana Poli Bortone. E se non stupiscono affatto gli emblemi di Forza Italia, Pli e Noi con Salvini, colpisce almeno un po' quello di Puglia nazionale, direttamente legato alla Poli Bortone e alla sua storia. Lei, che ha militato in Alleanza nazionale (e prima nel Msi) per tutta l'esistenza del partito e che avrebbe voluto riportarne in vita il simbolo a fine 2013 assieme a Storace, Romagnoli, Menia e altri, ha scelto un contrassegno che ripercorre la struttura di quello vecchio: il fondo azzurro per oltre metà (con il nome che tra l'altro contiene la parola "nazionale") e la parte bianca in basso, con un altro cerchio tangente (verde e rosso, con la sagoma della regione a fare da "diametro") nella posizione in cui stava la fiamma tricolore del Msi. E se anche il richiamo al passato non dovesse bastare e la lista non riuscisse a fare sfracelli, è comunque passata alla cronaca per avere candidato a consigliere Giuseppe Cionfoli, cantautore che era ancora frate cappuccino quando salì sul palco di Sanremo - era il 1982 - per cantare Solo grazie.
Passati i candidati del Partito di Alternativa Comunista (Michele Rizzi) e della Federazione dei Verdi (Gregorio Mariggiò), spunta poi Riccardo Rossi come candidato governatore per L'Altra Puglia: la formazione di area sinistra conserva sostanzialmente la grafica sperimentata alle europee dell'anno scorso e rafforzata dai test regionali dell'Emilia Romagna e della Calabria della fine del 2014. E' sparita solo l'ombreggiatura che era stata data agli elementi testuali, forse per avere minori difficoltà di stampa, ma per il resto la formula visiva è stata confermata: il gruppo spera che porti fortuna e continui a dare rappresentanza all'area sinistra, come è stato possibile fare negli ultimi turni elettorali.
Sulle liste a favore di Francesco Schittulli questa volta non c'è niente da dire, se non altro perché in pratica nelle puntate precedenti è stato già osservato tutto l'osservabile, dal simbolo del Movimento politico Schittulli che ospita anche Area popolare (intendendo Ncd) a quello di Oltre con Fitto, mentre su Fratelli d'Italia in sé non ci sono notizie significative.
Chiude la scheda la pletora di emblemi a sostegno di Michele Emiliano. Dopo Noi a sinistra per la Puglia, emanazione di Sel e Stefàno, compare una lista decisamente legata al candidato Pd: Emiliano sindaco di Puglia. La grafica è molto scarna e riprende quella utilizzata già da alcune settimane per la campagna elettorale dal candidato presidente e prima ancora per quella delle primarie: sopra al cognome e alla qualifica inventata per lui, spicca la "e" con il taglio centrale che continua sotto alla curva sinistra e si sfrangia in un tricolore che via via sfuma. L'emblema dimostra un certo coraggio, visto il bianco lasciato intorno come un tempo, anche se il tutto sembra reggersi solo sulla "forza" di Emiliano; non ci si può trattenere, però, dal dire che quella "e" sarebbe ottima come logo di una catena di supermercati, visto che comunica qualcosa di simile al marchio dell'Auchan (guardare per credere).
Dopo le liste del Pd e dei Pensionati e invalidi (legati al movimento di Luigina Staunovo Polacco), si trova l'emblema graficamente sventurato dei Popolari per Emiliano. In chiusura della scheda, tra il Partito comunista d'Italia (alla prima uscita elettorale importante) e i Popolari per l'Italia, c'è la seconda lista civica, la Puglia con Emiliano. Anche qui torna la sagoma della regione questa volta, ma scomposta "ad Arlecchino", con una quantità di tessere triangolari che a mosaico ricostruiscono la forma del tacco d'Italia; in basso, un segmento blu a base ondulata, un po' come l'acqua del mare appena increspata - che a detta dello staff "richiama immediatamente la già nota 'onda blu' simbolo della lista civica (Emiliano per Bari) che alle comunali del 2004 fu la più votata" - riprende lo stesso colore del nome della regione e del candidato e, in qualche modo, cerca di essere rassicurante. Ce ne vuole di flemma, davanti a un esercito di 19 liste da affrontare... 

venerdì 8 maggio 2015

Veneto, la guerra d'Indipendenza alle regionali

Inutile negarlo, le elezioni regionali restano un terreno di studio dell'agire umano molto interessante: per cercare di prendere qualche voto in più - specie se la sfida è accesa, ma perfino quando appare disperata (ma non seria, ovviamente) - le si tentano tutte. Si solleticano gli elettori su ciò che vogliono sentire (anche le minoranze vanno bene, se c'è da far numero) e, magari, ci si fa aiutare dalla grafica per acchiappare qualche consenso in più, a costo di deviarne il percorso; altre volte, invece, basta anche accusare un concorrente di avvalersi di segni truffaldini, per montare il caso e tenere impegnati cronisti e politici per ore o giorni. In quale delle due categorie (tentativo o accusa di acchiappo) si dovrebbe allora etichettare il caso di Indipendenza noi Veneto, scoppiato all'ombra della Serenissima nei giorni scorsi?
Di certo c'era solo una cosa: ad Alessio Morosin, fondatore di Indipendenza veneta e aspirante governatore del Veneto, non era andata proprio giù quella lista riferita a Luca Azzano Cantarutti (in passato tra i cofondatori proprio di Indipendenza veneta) che, secondo lui, era pericolosamente somigliante alla propria. Non tanto nell'emblema, chiaramente diverso, quanto piuttosto nel nome o, per lo meno, nella sua percezione. Perché la denominazione che appare sull'emblema è "Indipendenza noi Veneto", ma quel "noi" è scritto in corsivo ed è sottile, per cui rischia di non leggersi, soprattutto sulle schede stampate.  
Per Morosin alla base di tutto questo c'era un peccato originale: "L’indipendenza siamo solo noi. Hanno sbagliato loro - si legge sul Gazzettino - il raggruppamento di movimenti alleati di Zaia s'è sempre chiamato 'Noi Veneto Indipendente', e se sul simbolo elettorale ci fosse stato questo nome, non avremmo avuto nulla da eccepire. Ma pochi giorni prima del deposito delle liste, hanno deciso di cambiare, adottando un nome vicinissimo al nostro. Ma così è una lista-civetta". Per questo, Morosin ha cercato di reagire contro l'ammissione del contrassegno nelle varie province, ricorrendo agli uffici competenti. Su sette province, era riuscito in prima battuta a far ricusare dall'Ufficio centrale regionale il simbolo (ovviamente con la possibilità di modificarlo) solo a Venezia, ma per Indipendenza veneta poteva essere sempre meglio di niente. 
Cantarutti però non si è arreso e si è rivolto al Tar, che ieri gli ha dato ragione: per i giudici amministrativi non c'è rischio di confondere i nomi, "non essendo sufficiente, ai fini della riscontrata confondibilità, il fatto che in entrambe le diciture predette sia inserita una medesima parola e che in quella di cui alla lista ricusata sia stata trascritta la parola 'noi' in carattere minuscolo anziché maiuscolo, dovendosi invero tener conto dell’utilizzo e del senso complessivo di tutte le parole inserite all'interno del simbolo di riferimento". A fare la differenza, in tutti i sensi, sono poi i contenuti grafici (figure e sfondo) dei due emblemi, che "consentono di distinguere chiaramente le liste suddette". 
E' vero, la legge elettorale della regione Veneto individua la confondibilità anche solo in presenza dell'uso "di parole che siano parte fondamentale e caratterizzante della denominazione di altro partito, formazione politica o gruppo consiliare" (e qui le parole ci sarebbero). E' anche vero, però, che l'indipendentismo veneto non sta di casa solo in una formazione (le parole dunque sono considerate segni legati a una tradizione politica), né si può immaginare di esprimere il concetto con parole molto diverse: in quei casi, la giurisprudenza si è accontentata di verificare che siano almeno sufficienti gli elementi di differenziazione, che qui effettivamente sono presenti. 
Facile immaginare che Cantarutti abbia cantato vittoria; ironia della sorte, lo ha fatto proprio con un fregio che richiama in modo esplicito lo stendardo della Serenissima con il "leon da guera", lo stesso reintepretato dal 1998 in avanti dalla Liga Veneta Repubblica (per un periodo anche Liga Fronte Veneto), formazione legata in particolare a Fabrizio Comencini e che tra i suoi primi aderenti vide lo stesso Alessio Morosin. A completare il quadro, si dovrà ricordare che quella formazione politica era frutto di una scissione dalla Lega Nord - Liga Veneta e il Carroccio era puntualmente infastidito dai voti che il gruppo gli sottraeva. Questa volta lo stendardo, sia pure con un disegno un po' diverso, è al fianco di Luca Zaia e della sua Lega: il cerchio, anche se al contrario, si chiude. Che poi ironia fino a un certo punto: a ben guardare, Comencini è proprio con Zaia...

giovedì 7 maggio 2015

La selva simbolica della Campania (2): con De Luca

D'accordo, qualcuno potrà dire: chissenefrega dei simboli della coalizione di Vincenzo De Luca in Campania, quando la vera notizia è stata l'appoggio di Ciriaco De Mita al candidato del centrosinistra... Vero, anzi verissimo, quella è sicuramente una notizia, di quelle pesanti. Ma perché privarsi della curiosità di spulciare tra gli emblemi depositati a sostegno di De Luca per queste elezioni regionali e di scoprire ciò che di interessante c'è in quelle miniature? Occhio attento, dunque, e si parte.
Volendo si può partire proprio dalla "lista del presidente", che appare come un "capolavoro" di modernità ed ermetismo. Per carità, il messaggio della candidatura di De Luca alla presidenza della giunta campana era chiarissimo, forse l'unico davvero inequivocabile; per il resto, il nome candido e ben più che grassetto, con ombrina delicata e morbida sullo sfondo blu sfumato (quasi a voler dare l'idea di una superficie concava, visti anche i bordi), e la parola "Presidente" in giallo, quasi in stile evidenziatore, non dicono assolutamente nulla sulla collocazione o sulla scelta di campo del candidato governatore. Se non si sapesse nulla della persona che ha adottato l'emblema, ci sarebbe una buona probabilità di collocarli nell'area sbagliata: come spillina per i candidati, volendo, è quasi perfetto (concavità a parte), ma quella grafica dovrebbe essere stata pensata per altri scopi... 
Alla corte di De Luca c'è di tutto, dai piccoli raggruppamenti locali alle forze politiche nazionali. Da questo punto di vista, è interessante vedere realizzato il contrassegno equamente diviso tra Scelta civica e Centro democratico. Innanzitutto colpisce la diversa distribuzione dei due semicerchi, con la parte superiore in cui la "pulce" di Sc è molto meno evidente del nome del candidato presidente; nella parte inferiore, invece, il nome del partito di Tabacci emerge bianco dal fondo rosso e anche il monogramma tricolore del partito risulta più visibile rispetto al simbolo di Sc (che pure è più grande). 
Se si cerca di analizzare le ragioni di questa unione (tra le quali non c'è la ricerca dell'esenzione dalle firme, visto che Scelta civica e Centro democratico sono rappresentati in Parlamento), si rischia di dover pensare che nessuna delle due formazioni (specie Sc) avesse le forze per presentare e far correre una propria lista". Tra l'altro, la presenza del simbolo ufficiale di Scelta civica in questo contrassegno, fin dal suo disvelamento, ha messo del tutto fuori gioco la lista Campania civica, di cui si era a lungo parlato anche qui: la raccolta firme sarebbe stata evitata proprio grazie all'apparentamento "tecnico" con Sc. Per inciso, è interessante notare come i vari account e gruppi che su Facebook fino a pochi giorni fa facevano riferimento a Campania civica, ora abbiano tutti l'emblema di Campania in Rete...
Merita però di essere visto con attenzione anche il contrassegno del cartello Il Sud con De Luca presidente". In bella vista c'è la sagoma del Meridione d'Italia, ovviamente con la Campania evidenziata in giallo; sotto una "linea del mare" stilizzata (e molto, molto naive) trovano posto le tre pulci del Movimento di insorgenza civile, del Movimento naturalista italiano (con il riferimento anche ai Pensionati e consumatori) e dei Meridionalisti democratici. Il tutto inserito in una corona gialla contornata di rosso, cosa che non sembra proprio gradevole agli occhi di chi vede l'emblema. Ma che, magari, sugli effetti cromatici non si formalizzerà troppo.

mercoledì 6 maggio 2015

La selva simbolica della Campania (1): con Caldoro

Ormai le coalizioni per le regionali sono ampiamente definite e, al di là dei partiti già noti, vale la pena dare un'occhiata alla selva di simboli che in queste settimane sono cresciute nei vari schieramenti, stando pronti alle sorprese che di volta in volta si possono incontrare. Si prenda per esempio, tanto per cambiare, la Campania. Al solito, si lascino stare i partiti maggiori, specie quando corrono noiosamente da soli e senza alcun dettaglio che costringa l'osservatore ad aguzzare l'occhio, per capire cosa diavolo è stato infilato in uno spazietto del cerchio che prima era libero. Ci si concentri invece sui simboli composti o sulle new entry, che inducono per forza di cose a chiedersi: "e mo questi chi sono?". In effetti, di Mo! e della sua natura di lista di scopo si è già parlato su queste pagine: ora è giusto che tocchi alle altre liste in corsa.
Di sicuro non c'è bisogno di aguzzare gli occhi per capire quale sia il target elettorale della lista Vittime della giustizia e del fisco, una idea messa in campo Arturo Diaconale, direttore dell'Opinione e da anni maître à penser del centrodestra laico. L'intenzione era di mettere in piedi (in Campania, non essendo riuscita un'operazione simile in Liguria) liste di candidati della società civile, mai stati in politica, come testimonianza della lotta contro una giustizia "malfunzionante" e un fisco "oppressivo e inefficiente". Hanno corso senza firme, essendo stata sufficiente l'adesione del senatore di Gal Giovanni Mauro; sul simbolo non ce n'è traccia, anche perché è praticamente tutto occupato dal nome della lista, del quale spicca la parola "vittime", come concetto chiave dell'intera operazione.
La lista in questione ovviamente sostiene Stefano Caldoro, così come sta da quella stessa parte il Nuovo centrodestra. Del simbolo vanno sottolineate almeno due cose: innanzitutto si sacrifica la denominazione intera, facendo acquisire molto più spazio alle lettere della sigla, tra l'altro in modo graficamente efficace; secondariamente, al posto dell'indicazione del leader del partito, Angelino Alfano, i grafici hanno inserito l'espressione "Campania popolare". Praticamente si configura il tentativo di declinare il "marchio" di Area popolare anche in Campania, ma solo con le insegne di Ncd: in questa regione, infatti, i cattolici dell'Udc sono al fianco di De Luca, ma l'etichetta di "popolari" agli alfaniani sembra piacere parecchio.
E se, per restare nella compagine di Caldoro, non può sfuggire una "pulce" con l'edera del Pri sulle frecce dei Popolari per l'Italia legati a Mario Mauro, non può proprio passare inosservata la "rivoluzione simbolica" di Noi Sud, proprio a un mese dal voto. Il partito di Antonio Milo ed Enzo Scotti non spiega direttamente la scelta, limitandosi a ricordare il suo motto ("Si è liberi perché autonomi, si è autonomi perché vi è la libertà") e a sottolineare l'importanza di riproporre con forza la questione meridionale, ma con energie nuove dei giovani (fuori e dentro le liste) e dei simpatizzanti. "La scelta di voler rinnovare il nostro logo - ha detto Milo - va nella stessa direzione": altre spiegazioni della sagoma tricolore, un po' sventolante e un po' fiammeggiante, con il nome del partito nel campo destro del cerchi, su fondo blu e con il "noi" giallo un po' in stile gesso, non ne arrivano.

giovedì 30 aprile 2015

Progetto Altra Liguria, cambiare senza leader (a patto di avere le firme)

Domandina per niente facile, a ben guardare: chi in Liguria si ritiene di sinistra ma alle regionali non vuole votare né per Raffaella Paita, né per Luca Pastorino (e non prenderebbe in considerazione nemmeno per sbaglio l'ipotesi di Giovanni Toti), alla fine a chi potrebbe dare il voto? La risposta, per alcuni, ci sarebbe e sarebbe perfino semplice: quel consenso potrebbe andare a beneficio del Progetto Altra Liguria, la lista che vorrebbe piazzare la sagoma della regione (bianca) su un caldo e appariscente sfondo rosso. Il condizionale peraltro è d'obbligo: l'ostacolo maggiore per il gruppo sarà proprio la raccolta delle sottoscrizioni, il cui termine scade tra una manciata di ore. 
Ma chi sono esattamente "quelli di Altra Liguria"? "Siamo cittadini - rispondono loro - consapevoli della necessità di cambiare i modi della politica, prima di poter portare all'interno delle istituzioni idee nuove nella gestione del territorio e dei beni comuni". A guardare il sito della lista, peraltro, emerge con chiarezza una continuità tra l'esperienza di "L'altra Europa con Tsipras" e il nuovo raggruppamento. Il nome in parte lo testimonia, alla pari del fondo rosso del contrassegno, anche se ci sono almeno due elementi di novità grafica rispetto sia all'emblema delle elezioni europee, sia a quello pensato per le regionali che si sono svolte in autunno: l'inserimento del termine "progetto" e della sagoma della Liguria. Tutto questo è segno che nello stesso simbolo convivono cose nuove e cose antiche (anche se sono di poco tempo fa): "Volevamo segnalare la continuità con lo spirito iniziale di Altra Europa ed i suoi 10 punti programmatici - chiariscono dalla lista - ma anche la novità rappresentata da un progetto nato da cittadini per i cittadini, senza leader, senza organizzazione, senza finanziamenti".
Una qualche forma di leader, tuttavia, occorre, anche solo in veste di rappresentante e, soprattutto, di candidato: il ruolo di potenziale presidente, in questo caso, spetta ad Antonio Bruno. La scelta di partecipare con questa formazione alle elezioni non è stata indolore, visto che - lo si legge sempre sul sito - in precedenza non erano andati a buon fine i tentativi di costruire una "coalizione civile, sociale e popolare" davvero alternativa al Pd, tentativi naufragati proprio - secondo L'Altra Europa - con la candidatura di Luca Pastorino. 
E' piuttosto chiara l'idea di Liguria che il progetto che candida Bruno ha in testa: "Dovrebbe essere più a misura d'uomo, ecosostenibile, con trasporti pubblici efficaci, capace di sfruttare fonti energetiche rinnovabili, aumentare l'efficienza energetica degli edifici, bloccare la cementificazione di coste ed entroterra. Dovrebbe saper creare posti di lavoro di qualità senza mettere il lavoro in contrapposizione con la tutela ambientale, implementare la
prevenzione come mezzo per diminuire le spese sanitarie, dovrebbe saper condividere le scelte con i cittadini. Dovrebbe essere totalmente trasparente per mettere un freno a corruzione e malaffare, saper accogliere e tutelare le minoranze, lavorare per uno stato sociale degno di questo nome, risparmiando in burocrazia, evasione fiscale, malaffare".
Tutt'altro che una passeggiata, ovviamente, riuscire a portare avanti questo disegno. Ma la "passeggiata" rischia di non iniziare nemmeno se entro domani non saranno raccolte le firme necessarie per la presentazione delle liste: ovviamente, infatti, Progetto Altra Europa non fruisce di alcuna esenzione, a differenza delle forze che sostengono i principali competitori. Varie persone si sono mobilitate e hanno lanciato appelli in favore della lista (a partire da don Paolo Farinella), per cercare di raggiungere il traguardo: "Il territorio più difficile è la provincia di Imperia - spiegano dalla lista - altrove siamo abbastanza organizzati. Gli elettori dovrebbero firmare per noi perché la democrazia prevede pluralità e la Costituzione garantisce a tutti i cittadini la possibilità di fare politica". Ancora una manciata di ore e si vedrà se la battaglia per la democrazia in Regione di Altra Liguria potrà concretamente iniziare.

giovedì 23 aprile 2015

L'ulivo del Popolo toscano a fianco di Rossi

Con Enrico Rossi non c'è solo il Pd. A sostenere il governatore della Toscana uscente, come è già noto da tempo, è prevista anche un'altra lista, denominata Il popolo toscano - Riformisti 2020, lo stesso nome del gruppo presente in consiglio regionale che fino aIla metà di febbraio si chiamava Toscana civica riformista e comprendeva gli ex Idv Marco Manneschi, Marta Gazzarri e Giuliano Fedeli. Fin da allora era chiaro che una lista a sostegno di Rossi - l'unica oltre al Pd - sarebbe stata denominata in quel modo, pur essendo aperta alla partecipazione anche di altre forze politiche. Dall'inizio, peraltro, si sapeva che erano della partita anche Gianluca Lazzeri (Più Toscana) e Marco Carraresi (Udc).  
A metà marzo il progetto politico è stato presentato meglio, con il sostegno esplicito anche del Partito socialista italiano e di alcune forze civiche. Sono stati gli stessi partecipanti a questa realtà a definire "Il popolo toscano" come "movimento animato da realtà civiche, rappresentanti politici, rappresentanti istituzionali, associazioni e cittadini comuni".   
A rappresentare graficamente il raggruppamento, "un ulivo dalle varie sfumature verdi", realizzato con una tecnica che ricorda lo stencil, che sembra quasi avere radici nella base-segmento rosso che occupa la parte inferiore del cerchio, contornato di verde nell'area superiore. Al confronto della grafica, nemmeno sgradevole, la dicitura "riformisti 2020" praticamente sparisce; il nome più evidente, "il popolo toscano", emerge meglio benché sia tratteggiato in negativo (o, forse, proprio per questo). 
Di fatto non c'è alcun simbolo tradizionale (anche se l'ulivo rimanda per forza di cose all'Ulivo centrosinistra, ma il disegno è tutto diverso), ma solo un riferimento territoriale - la pianta di ulivo, in fondo, è un simbolo della Toscana, anche se non solo di quella regione - e anche in questo si vede il tentativo di non creare "la sommatoria di etichette, se pure gloriose, ma un nuovo modo di fare politica, arricchita da esperienze diverse". L'operazione, bisogna dirlo, non è certo una novità: il tentativo di dare coloritura solo "civica" a varie realtà politiche nascondendo i segni di parte (quando le parti in realtà ci sono) è ormai in atto da vari anni, soprattutto a livello locale. Nelle regioni la tendenza è più recente, ma ha iniziato comunque a prendere piede: vedremo questa volta come andrà