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mercoledì 18 marzo 2020

1989, il Piemont cercò da solo l'Europa (ma non finì sulle schede)

Il 1988, lo si è visto, era stato un anno importante per Roberto Gremmo. Solo un anno prima, nel 1987, era finito in seria difficoltà dopo che, sulle schede delle elezioni politiche, erano comparsi due simboli con in evidenza il nome "Piemont" (il suo e quello guidato da Gipo Farassino): l'insuccesso annunciato aveva rischiato seriamente di mandare in fumo oltre un decennio di lotte piemontesiste. Eppure, si diceva, nel 1988 Gremmo era riuscito nell'impresa - tanto audace e temeraria quanto riuscita - di essere eletto consigliere regionale in Valle d'Aosta con la lista Union Autonomiste - Pensionati: questo aveva permesso a lui e al suo progetto politico-territoriale di recuperare un po' di fiato.
Dal sito Trucioli.it
Qualche energia, per esempio, poteva essere spesa per allargare il campo d'azione al di là del Piemonte e della Valle d'Aosta (oltre che della Lombardia, in cui si muoveva da tempo Umberto Bossi). C'era in particolare l'idea di approdare nella vicina - ma nemmeno troppo - Liguria, essendo l'unica regione del Nord-Ovest non ancora coperta; iniziare un radicamento, tra l'altro, avrebbe potuto essere un buon viatico per le successive elezioni europee. Gremmo colse l'occasione del turno autunnale di elezioni amministrative del 1988, che si tenevano anche - in anticipo di qualche mese sulla scadenza naturale - ad Albenga, comune del savonese di oltre 20mila abitanti: si rivolse ad Aldo Coppola, già candidato alle europee del 1984 nella lista comune della Liga Veneta, e insieme concordarono la presentazione di una lista denominata Lega Ligure, con il profilo della regione e il disegno di un'ancora nel simbolo. Coppola, che aveva 54 anni ed era già pensionato, figurava anche come presidente proprio della Lega Ligure, il segretario era Pierluigi Beltrami; in lista c'erano varie persone piemontesi o genovesi (nessuno di Albenga, ma le forze disponibili erano quelle). 
Da La Stampa, 13 novembre 1988
Che quel voto potesse essere una vetrina, però, doveva essere venuto in mente a molti: le liste quella volta erano ben undici. Accanto a simboli nazionali (Dc, Pci, Psi, Dp, Msi, Pli, Pri, Psdi, Verdi) e alla lista propiziata da Gremmo, infatti, c'era anche la formazione Alleanza popolare - Pensionati, un nome che in sé dice poco. Nulla c'entrava il simbolo omonimo con cui si era presentato nel 1987 al Senato il valdostano Movimento autonomista dei democratici progressisti legato al senatore Cesare Amato Dujany (lo stesso che nel 1988 aveva esentato dalla raccolta firme alle amministrative il Piemont autonomista di Farassino). Qui i pensionati erano quelli del Partito nazionale pensionati (con l'albero stilizzato), mentre una non meglio precisata Alleanza popolare schierava nella propria pulce il torchio disegnato da Giuseppe Russo per la testata dell'Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini. Il riferimento, in realtà, non era tanto al "qualunquismo", quanto piuttosto all'oppressione fiscale. Se la capolista, Francesca Ricciardi, era la sola candidata di Albenga, in lista c'era anche il genovese Bruno Ravera, che in Liguria aveva animato il Movimento di liberazione fiscale.
Dalle urne uscirono 66 voti per la Lega Ligure (0,4%) e 34 voti per i Pensionati - Alleanza popolare: un risultato prevedibile vista la scarsità di candidati locali. Di fatto, però, poche settimane dopo venne fondata con tanto di atto notarile l'Uniun Ligure: a costituirla fu lo stesso Ravera, che in un volume del 1990 (La Lega Nord e le altre Leghe tricolori) avrebbe detto di essersi fatto forte di un accordo stretto con Franco Rocchetta, della Liga Veneta. Evidentemente l'appuntamento delle europee - che si sarebbero tenute dal 18 al 19 giugno 1989 - faceva gola a più di qualcuno e c'era chi si stava già preparando un disegno più ampio, che doveva necessariamente operare su larga scala: la partecipazione di Bossi a un evento organizzato a Genova proprio da Ravera alcune settimane dopo il voto di Albenga lo testimoniava (e Ravera, il 4 dicembre 1989, fu tra i fondatori della Lega Nord).
Le acque nel settore dell'autonomismo, peraltro, erano già agitate da tempo. Già alla fine di luglio del 1988, a un incontro milanese - decisamente tumultuoso, come racconta Gremmo nel suo libro Contro Roma - tra gruppi dirigenti di Lega Lombarda, Liga Veneta e Union Piemonteisa, Umberto Bossi aveva preteso che gli statuti della Liga ma soprattutto dell'Union fossero modificati e "resi compatibili" con quello della Lega Lombarda: questo avrebbe voluto dire, in particolare, che le redini delle decisioni non avrebbero dovuto più essere nelle sole mai di Gremmo e della moglie Anna Sartoris, in qualità di fondatori. Tornava, in qualche modo, la polemica sui documenti fondativi dell'Union Piemonteisa, già alla base dello scontro che aveva portato nel 1987 alla nascita di Piemont Autonomista. 
A quel punto Gremmo - che in quell'incontro a Milano si era sentito diffamato e attaccato sul piano personale - fu convinto che la "sua" Union avrebbe dovuto correre da sola, cercando di raccogliere le firme necessarie per correre nel Nord-Ovest e tentare l'avventura elettorale. Alternative non ce n'erano: non era certo praticabile la strada di una qualche alleanza con l'Union valdotaine, che non aveva ancora digerito la lista Union Autonomiste di Gremmo e i voti che era riuscita a distrarre su di sé. D'altra parte, i risultati degli anni precedenti avevano dimostrato che, grazie al lavoro fatto sino a quel momento, i voti sarebbero potuti arrivare e, aumentando gli sforzi, avrebbero potuto essere anche di più.
Dopo una riunione nella sala consiliare di Rivoli convocata dallo stesso Gremmo con il gruppo di persone più vicino a lui, la scelta venne confermata; alcuni però - come i militanti storici Antonio Bodrero "Barba Toni" e Angelo Colli - non condivisero l'idea della corsa autonoma - romantica ma poco produttiva - e preferirono seguire Farassino (e il suo Piemont autonomista, che proprio in quell'occasione sfoggiò un simbolo rinnovato, con la "bistecca" piemontese ridisegnata, la comparsa di una stella alpina e il nome reso ancora più visibile), che invece continuava a portare avanti l'idea di un progetto politico-elettorale insieme alla Lega Lombarda e a Umberto Bossi.
Di cosa si trattava? Naufragata una prima idea di mettere insieme tutte le forze autonomiste d'Italia (un disegno impraticabile, visto il panorama molto disomogeneo), Bossi propose la creazione di una lista unitaria ma più limitata, denominata Alleanza Nord: al centro ci sarebbe stato sempre Alberto da Giussano (ancora con il piede destro posato sul sasso), ma stavolta il profilo intorno sarebbe stato quello dell'Italia settentrionale; la presenza del guerriero e del nome della Lega Lombarda avrebbero evitato con certezza alla lista di raccogliere le firme. Al di sotto dell'immagine, ci sarebbe stato spazio per le miniature dei simboli della Lega Lombarda, della Liga Veneta, di Piemont Autonomista, della neonata Uniun Ligure, ma anche per altre forze che fossero nate nel frattempo, giusto per dare l'idea che la mobilitazione riguardava tutto il Nord. Era il caso della Lega Emiliano-Romagnola (peraltro guidata da un cremonese, Giorgio Conca) e della Alleanza Toscana.
Racconta Gremmo in Contro Roma che, nelle settimane che precedettero il deposito dei contrassegni, Bossi propose ad Andrea Fogliato dell'Union Piemonteisa un ingresso di quello stesso partito nel cartello, aggiungendo anche la sua "pulce" alle altre. "Mi sembrava già una vittoria politica essere riusciti con la nostra intransigente fermezza a obbligare Bossi e i suoi ad aprire una trattativa. Roberto Vaglio, invece, non ebbe dubbi: 'Se dovessimo accettare di finire a essere un puntino in quel simbolo saremmo dei cadaveri politici'. Parve una frase nobile e giusta". Così l'offerta fu declinata e la raccolta firme autonoma proseguiva abbastanza bene, pur tra mille difficoltà. 
Intanto, però, c'era da depositare il contrassegno per le elezioni: lo si poteva presentare al Viminale tra le 8 del 30 aprile e le 16 del 1° maggio. Gremmo si era preparato per tempo, concependo con sua moglie un simbolo studiato nei dettagli. La parola più in vista, sotto al lambello e dentro la bandiera piemontese, era "Piemont" e non c'era da stupirsi, trattandosi di una creatura di Gremmo. Nella parte inferiore del cerchio, poi, c'era la parola "autonomista": poteva essere riferito alle battaglie di Gremmo, ma anche alla lista con cui era stato eletto in Valle d'Aosta (del resto era stata aggiunta, in piccolo, la parola "Union"). In alto, in più, c'era il riferimento alla Lombardia nella parte superiore: per come era congegnata la grafica, si sarebbe potuto leggere "Lombardia autonomista", facendo passare chiaramente il messaggio. Si trattava insomma di un simbolo votabile in tre regioni su quattro, tra le quali erano comprese le due più importanti: se si fosse presentata la lista, i voti sarebbero arrivati.
Gremmo arrivò a Roma - con un'auto a noleggio, perché i treni erano in sciopero - la sera del 29 maggio, trovando davanti al Viminale una ventina di attivisti della Lega, venuti a "scortare" Bossi, Farassino e il loro simbolo, già in fila per conquistare la prima posizione al mattino dopo. Ci fu persino il tempo - lo racconta sempre Gremmo in Contro Roma - di un invito a cena formulato a Bossi e consumato in un vicino ristorante cinese: non fu un pasto particolarmente cordiale e rese ancor più chiaro che non ci sarebbe stato alcun accordo tra i due. Andarono entrambi in albergo (i militanti leghisti invece erano rimasti davanti ai cancelli del ministero), per poi prepararsi al giorno dopo: Bossi tra i primissimi, Gremmo con più calma. 
Quando il simbolo dell'Union piemonteisa - era comunque questo il nome dato alla forza politica - finì nelle bacheche di legno del Viminale, Gremmo lo guardò soddisfatto, ma si avvicinarono anche Ettore Beggiato e Francesco Speroni. Il primo osservò con attenzione il contrassegno e se ne uscì - come ricorda Gremmo - con questa frase: "Piemont... Lombardia... autonomista... ma xe el nome del vostro giornale, Lombardia Autonomista!", quello di cui Gremmo era stato in due periodi diversi direttore responsabile. Speroni, sempre secondo Gremmo, sbiancò.
Il simbolo, dunque, aveva dimostrato sul campo di poter riscuotere attenzione: qualcuno lo avrebbe votato con convinzione, qualcun altro per suggestione, ma alla fine quei voti sarebbero stati impossibili da distinguere. Perché però poche o tante persone potessero mettere la croce su quell'emblema, era necessario raccogliere le firme. Ancora una volta, dunque, la strada di Gremmo (e, più in generale, quella degli autonomisti) si trovava davanti l'ostacolo delle sottoscrizioni da raccogliere: trattandosi di elezioni europee, il compito era particolarmente difficile. Già, perché la disciplina delle elezioni europee prevedeva, allora come oggi, che le liste non rappresentate al Parlamento italiano o europeo dovessero raccogliere 30mila firme in ogni circoscrizionein più c'era l'obbligo di coprire tutto il territorio della circoscrizione, facendo in modo che in ogni regione fossero raccolte almeno 3mila sottoscrizioni. Questo valeva anche per la Valle d'Aosta, da sempre piazza difficilissima, per chiunque. 

Gremmo aveva però pensato a tutto. In Liguria aver creato nel 1988 la Lega Ligure era stata un'utile intuizione, che in quel momento permetteva un buon dispiego di forze per trovare i sottoscrittori. Il Piemonte, ovviamente, non era un problema. In Lombardia la lista avrebbe potuto contare sull'ex leghista Augusto Arizzi e, un po' a sorpresa, anche su Pierangelo Brivio, cognato di Bossi e tra i fondatori della Lega Lombarda, ma che era stato espulso tempo prima dal Carroccio).
Già, ma la Valle d'Aosta? Ci voleva un'idea vincente e, a un certo punto, Gremmo sentì di averla. Come consigliere regionale, egli si fece promotore di una proposta di legge regionale popolare per rendere gratuita per i cittadini valdostani la fruizione delle autostrade sul territorio regionale; alla raccolta di firme per quel progetto di legge avrebbe legato quella per la lista. L'intuizione di Gremmo colse nel segno: le firme avevano iniziato ad arrivare, ci voleva solo pazienza e costanza per cercare di arrivare alle 3mila necessarie. Nel frattempo c'era molto lavoro da fare per ottenere i certificati di iscrizione alle liste elettorali in lungo e in largo dai comuni delle regioni coinvolte.
Alla fine i documenti furono preparati, messi in 19 scatoloni e custoditi a Carignano da Andrea Fogliato. Dopo vari conteggi, per Gremmo le firme in tutto erano 32238: occorreva solo mettersi in viaggio e portarle all'ufficio elettorale alla Corte d'appello di Milano. La consegna avvenne il 10 maggio 1989: l'obiettivo che per molti, Bossi compreso, era impossibile da raggiungere era lì a portata di mano. Era fatta. O meglio, sembrava fatta. Perché due giorni dopo la consegna Anna Sartoris, moglie di Gremmo, ricevette una telefonata dalla Corte d'appello che la avvisava che la lista era stata respinta, proprio perché mancava un pugno di firme della Valle d'Aosta rispetto alle 3mila richieste. Sembrava incredibile e, infatti, Gremmo e i suoi non volevano crederci. Sartoris, che figurava come presentatrice della lista, fece opposizione, rivolgendosi all'Ufficio elettorale centrale per il Parlamento europeo. 
La Stampa,18 maggio 1989
Fu necessaria una trasferta romana, per difendere quelle richieste in Corte di cassazione. Visto che il problema era di numeri, si dovette per forza ricontare e il presidente dell'ufficio dispose il riconteggio. "Risultò che le firme valdostane erano sì 3181 - racconta Gremmo nel suo libro - ma mancanti di 253 certificati." Nessuno sa che fine abbiano fatto quelle carte; giusto Anna Sartoris ricordò che i certificati relativi alla Valle d'Aosta "erano stati spostati a Carignano in uno scatolone differente".
Giusto per non farsi mancare nulla, si scatenarono due diversi focolai di polemiche. Uno ebbe risvolti di natura penale, visto che erano partite varie denunce che accusarono Gremmo di avere presentato firme false; l'altro fu solo di natura politica, ma non fu meno grave, visto che lo stesso Gremmo fu accusato di aver "venduto" la lista all'Alleanza Nord, in nome di imprecisati vantaggi personali.
Non potendo partecipare direttamente a quelle elezioni, Gremmo si limitò a invitare dalle colonne del suo periodico ad annullare la scheda a quelle europee. Alla fine le urne consegnarono 542.201 schede votate a favore dell'Alleanza Nord nella circoscrizione Nord-Ovest, sufficienti a eleggere i due europarlamentari conquistati in quell'occasione (il Nord-Est non contribuì in modo decisivo). In Piemonte, però, Alberto da Giussano sfiorò 55mila voti, quando nel 1987 la somma dei due "Piemont" aveva superato 133mila consensi: l'Alleanza Nord - che recava comunque nel simbolo in grande evidenza la dicitura "Lega Lombarda" - non riuscì a raccogliere gran parte del consenso che era stato dei piemontesisti. Ci fosse stata nel Nord-Ovest anche la lista di Gremmo, il risultato sarebbe stato diverso (anche se nessuno può dire in che misura): se l'Union Piemonteisa fosse riuscita a ottenere il tanto agognato europarlamentare, il seguito della carriera di Gremmo sarebbe stato ben altro. Invece, dopo la bocciatura della lista e l'affermazione, pur se a ranghi ridotti, di Alberto da Giussano, i progetti autonomisti di Gremmo accusarono un colpo durissimo, ancora doloroso da raccontare, che allontanò molte persone. Si sarebbe rialzato, un'altra volta, ma ci sarebbero voluto alcuni mesi e un altro progetto, destinato a far parlare molto di sé. Al punto che è il caso di dirne più avanti.

venerdì 3 gennaio 2020

Gremmo eletto in Valle d'Aosta: quando il leone cedette al camoscio

L'esito delle elezioni politiche del 1987 è ricordato dai più per l'affermazione delle Liste Verdi e del Partito radicale (nell'anno in cui fu candidata ed eletta deputata Elena Anna Staller, nota come Cicciolina) e per l'ingresso della Lega Lombarda nel Parlamento italiano, facendo di fatto iniziare la storia di rilevanza nazionale iniziata con Umberto Bossi e arrivata a Matteo Salvini; il risultato uscito dalle urne, tuttavia, aveva avuto ricadute non secondarie sui territori, ad esempio in Piemonte. La contemporanea presenza di due liste autonomiste dal nome simile aveva lasciato entrambe le formazioni senza eletti; se però il Piemont autonomista di Gipo Farassino, gruppo nato due mesi prima delle elezioni, aveva avuto il risultato migliore e grazie a questo aveva ottenuto più attenzione e credito era diventato l'interlocutore piemontese della Lega Lombarda, ben peggiore era la situazione dell'Union Piemontèisa di Roberto Gremmo, a dispetto di un impegno politico almeno decennale. 
Non c'era solo lo smacco della sconfitta, con l'inevitabile scoramento, le persone che se ne vanno quando le cose vanno male, la sensazione che tutti gli sforzi fatti sino a quel momento fossero stati vani. C'era anche il peso immane dei debiti - compresi i 50 milioni del prestito da restituire alla Liga Veneta - contratti durante la campagna elettorale, più pesante rispetto al passato proprio per la presenza di un'altra forza politica della stessa area di riferimento, in grado di intercettare i malesseri e il voto di protesta dei piemontesi. 
A dire il vero, pochissimo tempo dopo le elezioni politiche, il piemontese Gremmo e il veneto Franco Rocchetta a Brescia stipularono per iscritto un accordo con Umberto Bossi perché la Lega Lombarda concedesse la "pulce" del suo simbolo alle elezioni amministrative a Liga Veneta e Union Piemontèisa (come la Liga aveva fatto con Union e Lega quando era in Parlamento: non a caso, a volere l'accordo fu proprio Rocchetta), a patto di non intrattenere rapporti con altri soggetti senza comunicarlo agli altri alleati e in cambio del rispetto di altre clausole (per cui, per esempio, Roberto Gremmo dovette firmare come direttore tutti i periodici dei movimenti alleati, compreso Lombardia autonomista della Lega Lombarda).
Alle comunali di Pino Torinese, di poco successive al voto politico, l'Union Piemontèisa - che nel frattempo aveva modificato il simbolo per rendere la parola "Piemont" più evidente e distinguersi dal Piemont autonomista: il fondo divenne nero e il riferimento al Piemonte intorno al drapò venne volto al bianco e assai ingrandito, oltre che reso con il carattere Cooper Black - volle presentarsi e andò piuttosto bene, ottenendo quasi il doppio del partito di Gipo Farassino che comunque riuscì per un soffio a diventare consigliere nel suo paese di residenza; in compenso, l'unico seggio dell'Union Piemontèsa non se lo aggiudicò Gremmo, che pure era il capolista, ma Luciano Vastapane che era riuscito a ottenere una ventina di voti in più (e che, incidentalmente, nessuna delle altre forze dell'accordo a tre era voluta intervenire per evitare che quella persona prendesse più voti di Gremmo).
Andò meglio nel 1988 in altri comuni, come Ciriè, Carignano e Bussoleno, con risultati sempre migliori rispetto al Piemont autonomista, non di rado anche in termini di eletti. Se però l'Union Piemontèisa di Gremmo poteva contare sul simbolo della Lega Nord per non dover raccogliere le firme, lo stesso risultato era stato garantito al Piemont autonomista dall'accordo con il Movimento autonomista dei democratici progressisti (Adp), formazione valdostana nata nel 1984 dalla fusione dei Democratici popolari e dell'Union Valdôtaine Progressiste. Questa poteva contare su un senatore, Cesare Amato Dujany, che però era stato eletto con la lista Vallée d'Aoste - Autonomie Progrès Fédéralisme: essa al suo interno conteneva il solo fregio dell'Uv. Questo particolare, al di là delle polemiche sollevate da Gremmo e da Bossi sulla legittimità dell'esenzione dalle firme da parte di un partito che non aveva presentato candidature riconoscibili col proprio simbolo ed esisteva solo come componente del gruppo misto di Palazzo Madama (ma già allora le componenti non erano ufficialmente previste dal regolamento del Senato), convinse lo stesso Gremmo che l'Union Valdôtaine aveva scelto di appoggiare il gruppo di Farassino: evidentemente anche se questo comportava ostacolare le sue liste (come del resto l'Uv, dopo i progetti di collaborazione messi in piedi da Bruno Salvadori, non aveva più appoggiato i tentativi di Gremmo di creare un fronte autonomista comune).
In quel 1988, Umberto Bossi operò formalmente per riavvicinare Gremmo e Farassino, anche perché l'anno precedente il secondo aveva querelato il primo (e la moglie Anna Sartoris) per alcune affermazioni fatte durante e dopo la campagna elettorale, legate a contributi stanziati da comune e provincia di Torino a favore della compagnia teatrale dello stesso Farassino. In cambio del ritiro della querela, Farassino (difeso, tra l'altro, da Mario Borghezio) ottenne il pagamento delle spese legali, pubbliche scuse di Gremmo sul suo quindicinale e, soprattutto, l'impegno a fare fronte comune in Piemonte e a fondere presto Union Piemontèisa e Piemont autonomista; in mancanza dell'accordo, avvertì Bossi, la Lega Lombarda avrebbe collaborato solo con il Piemont autonomista di Farassino. 
Gremmo accettò di malavoglia il patto - siglato, tra l'altro, alla presenza di Leonardo Tamone, segretario dell'Union Valdôtaine - ma da mesi stava meditando il suo personale tentativo di rivincita, che sarebbe passato proprio per la Valle d'Aosta. A raccontarlo, nel suo libro Contro Roma del 1992, è lo stesso Gremmo:
In Val d'Aosta pubblico da anni un giornaletto, Autonomie Valdôtaine, e, anche quando abitavo nel biellese, vi salivo almeno due volte al mese per effettuare la spedizione. Così, anche per non pensare troppo ai guai del dopo-elezioni, ero andato ad Aosta qualche giorno dopo il voto. [...] Per sfuggire a quest'aria rarefatta e ammorbata, m'ero preso dietro Anna e Gabriele e con la Dyane c'eravamo ritagliati un giorno di libertà.
Fu quasi per caso che vidi sui muri un manifesto che annunciava per la successiva primavera le elezioni regionali. Ancor oggi penso d'aver avuto un'ispirazione superiore e, senza esitare, dissi: "Ecco la nostra possibilità di rivincita. Dobbiamo venire in Val d'Aosta, proprio in casa di quelli che hanno aizzato Farassino a presentare la lista contro di noi. E ce la faremo senz'altro ad avere un seggio".  
Anna mi guardò perplessa e meravigliata; forse pensò che stessi dando segni di follia. Mi era invece accaduto ciò che ogni tanto mi succede: di "sentire", "fiutare" che una cosa mi capiterà per certo. Una di quelle sensazioni irrazionali che si percepiscono in modo incontrollabile. Come quando succede di arrivare per la prima volta in un posto con la netta, impalpabile ma fortissima percezione di esserci già stati. 
Sulla via del ritorno (altro "segno" del destino) l'auto fece le bizze, il carburatore iniziò a singhiozzare e, un po' allarmati, decidemmo di uscire dall'autostrada al casello di Chatillôn. Fu così che vedemmo per caso (ah, il "caso") il cartello di un'agenzia immobiliare che offriva in affitto un appartamentino di due stanzette con mansarda. Telefonai e, per la modica somma di trecentocinquantamila lire lo affittammo. Spesa quasi folle: avevamo un centinaio di milioni di debiti tra Liga Veneta e tipografia, eppure era così forte la mia determinazione di attuare il nuovo progetto elettorale che diedi fondo agli ultimi ultimissimi risparmi.   
Trasferirsi in Valle d'Aosta era necessario innanzitutto per potersi candidare: la legge elettorale regionale prevedeva che fossero eleggibili solo "i cittadini iscritti nelle liste elettorali di un Comune della Valle d'Aosta", mentre dal 1993 - guarda caso, a partire dalla consiliatura successiva a quella iniziata nel 1998, forse per evitare un altro "caso Gremmo" - si richiedeva anche, come concesso dallo Statuto regionale, la residenza "nel territorio della Regione da almeno un triennio ininterrottamente", periodo ridotto a un anno nel 2002. Soprattutto, però, Gremmo trasferendosi poté saggiare gli umori dei valdostani, cogliere il loro malcontento legato alla pur vantaggiosa leva fiscale e soprattutto ai copiosi flussi migratori dal Sud degli ultimi anni e a una concezione dell'autonomia forse meno incisiva rispetto al passato. La campagna elettorale sarebbe stata imperniata su questo e amplificata dalle partecipazioni di Gremmo a seguite apparizioni sulle tv locali.
Al momento di comporre la lista, Gremmo fu supportato da Luigi Nava, rappresentante aostano - ma di origine lombarda - dei Pensionati che, alle elezioni politiche del 1987, al Senato era riuscito almeno a ottenere il 2,58% correndo col simbolo della Liga Veneta. Per questo, la lista di Gremmo e Nava si chiamò Union Autonomiste - Pensionati: c'era il riferimento alla testata di Gremmo, Autonomie Valdôtaine (che da poco era stato rinominato proprio Union Autonomiste), e ai Pensionati di Nava. Il simbolo scelto era da antologia: la parola "Union" era scritta a caratteri cubitali, assai più evidente rispetto alla scritta presente nell'emblema dell'Union Valdôtaine; quanto all'icona scelta, se l'Uv aveva confermato il suo tradizionale leone rampante, Gremmo per la sua lista aveva scelto un camoscio bianco, parente strettissimo di quello che aveva adottato a suo tempo l'Unione ossolana per l'autonomia (Uopa). "un richiamo alle origini della mia battaglia autonomista - scrisse Gremmo nel suo libro - ma anche alla tradizione della mitologia alpina, comune all'Ossola come alla Val d'Aosta".
Così congegnato, quel contrassegno elettorale qualche grattacapo all'Union Valdôtaine avrebbe potuto darlo, visto che qualche elettore avrebbe potuto farsi suggestionare dalla parola "Union" e votare il camoscio invece del leone. Anche per questo, Gremmo si era cautelato e - racconta oggi - aveva comunque preparato anche un emblema di riserva, ma non ci fu bisogno di tirarlo fuori: l'Uv non ebbe nulla da eccepire e i giudici dell'ufficio elettorale circoscrizionale di Aosta nemmeno, quindi il camoscio si preparò a finire sulle schede. 
Dopo una campagna tumultuosa, soprattutto per gli attacchi da parte di varie forze politiche e le contestazioni "inferocite" (parola di Gremmo) di varie persone provenienti dal Sud durante i comizi, i risultati delle elezioni del 26 e 27 giugno 1988 furono sorprendenti: quasi 1300 voti finirono all'Union Autonomiste - Pensionati e quell'1,64% ottenuto permise a Gremmo, il più votato della lista, di ottenere un seggio, mentre rimasero fuori dal consiglio per un soffio il Psdi (che fece ricorso sul conteggio dei voti, ma perse) e il Pli. Al di là del simbolo ammiccante (presentato a un elettorato forse non abbastanza smaliziato), il risultato fu determinato principalmente dallo stesso Gremmo, dalla sua propaganda e dalle reazioni che tutto ciò aveva provocato. Per lui, biellese, farsi eleggere consigliere in Valle d'Aosta, come outsider non esattamente in linea con l'Union Valdôtaine, era quasi il capolavoro della vita: gli diede soddisfazione sul piano politico e, tra l'altro, un po' di respiro in una situazione economica che nel 1987 era davvero delicata.
L'elezione in consiglio consentì a Gremmo, a giugno del 1990 e dopo la crisi della giunta Uv insediatasi dopo le elezioni, di entrare a far parte della maggioranza Dc-Pci-Adp-Psi-Pri-Union Autonomiste che mandò incredibilmente all'opposizione l'Union Valdôtaine (in seguito Gremmo sarebbe pure entrato nell'Ufficio di presidenza come segretario d'aula). Nel frattempo, però, si era già consumata nel 1989 una pagina politico-elettorale assai meno favorevole a Gremmo (e, secondo lui, al ruolo stesso del Piemonte) che dev'essere trattata nello specifico.