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martedì 2 agosto 2022

Sgarbi e il valore del/nel simbolo: leggendo Labate sul Corriere di oggi

Ma chi l'ha detto che tutte le cose importanti, all'interno di un quotidiano, stanno in prima pagina? I #drogatidipolitica, a dire il vero, sanno bene che i particolari più succosi, quelli che riescono ad accendere il loro interesse, di solito stanno un po' più avanti, ovviamente tra le pagine di politica che di solito stanno tra le prime insieme agli esteri, ma magari anche più in là, in mezzo a qualche commento o tra i fatti locali. Magari in "vetrina" c'è solo un accenno e il particolare che si aspettava va cercato all'interno, annegato tra altri dettagli di certo rilevanti ma meno pregiati; altre volte in prima pagina non c'è proprio niente, ma se ci si concede il tempo e la pazienza di scorrere le pagine, si può avere la fortuna di imbattersi in qualcosa - poche righe, un'immagine nuova o vecchia, una battuta strappata al segreto e all'oblio - che valeva la pena di trovare.  
Per dire, il Corriere della Sera di oggi andava sfogliato con molta, molta attenzione da una persona appassionata di simboli dei partiti. A parziale - e piacevole - smentita di quanto detto poc'anzi, già sulla prima pagina si poteva trovare una discreta chicca "simbolica", data dalla vignetta di Emilio Giannelli (chi scrive non finirà mai di apprezzare il suo modo di leggere, ridisegnare e restituirci la realtà) sul cammino politico-elettorale che avvicina Luigi Di Maio a Bruno Tabacci, con tanto di scudo crociato democristiano sullo sfondo. Certo, chi avesse voluto sapere di più sul varo di Impegno civico, conoscendo anche il suo simbolo (con tanto di "pulce" di Centro democratico), non trovando nessun accenno - nei titoli o nei testi - in prima pagina, avrebbe dovuto iniziare a sfogliare, arrivando a pagina 5, trovando la notizia del lancio di Impegno civico (e della presentazione di Ambiente 2050) in taglio basso, subito sotto l'articolo in cui si legge - tra l'altro - che il nome di Giuseppe Conte non sarà inserito nel contrassegno del MoVimento 5 Stelle. 
Eppure la lettrice o il lettore con la curiosità dei simboli, fermandosi lì, avrebbe perso la parte migliore: per svelarla - anzi, sfogliarla - e trovarsela davanti bastava girare pagina, leggere quella seguente (la numero 6) e lasciar cadere l'occhio sulla rubrica "Tipi da campagna" (elettorale, evidentemente, l'unica del resto che interessi davvero i #drogatidipolitica) curata da Tommaso Labate. Un nome che in questo sito si è incontrato almeno una volta, per aver fatto riemergere - in pieno toto-Quirinale - un gustoso particolare sulla genesi del simbolo del Ccd di Pier Ferdinando Casini
Anche ora Labate non si smentisce, in più non ha neanche bisogno di pescare un particolare quasi inedito per soddisfare l'appetito esigente dei lettori affamati di storie "simboliche": tutto viene dall'attualità. Lo si capisce fin dal titolo del pezzo
Sgarbi lotta per il simbolo: "Da solo valgo l'1-1,5%. Se hai uno come Vasco non lo metti nella scheda?" Impossibile, di fronte a queste parole, restare impassibili: occorre leggere, scavare, immaginare, anche solo la voce dell'intervistato che ripete le frasi scritte con un'inflessione e un ritmo ben noti. O forse no: lo stesso Labate invita a dimenticare "la versione arrabbiata, fumantina ed esplosiva di Vittorio Sgarbi", sostituita dalle sembianze e dall'espressione di "un uomo che non si dà pace", che non si capacita, ma non si arrende all'idea di non vedere il simbolo del suo partito - Rinascimento - con il suo nome sulle schede elettorali
La faccenda, per chi ha potuto comprendere il valore dei simboli, è serissima, anche perché attiva subito ricordi di episodi e immagini di altri emblemi elettorali. "Metti caso che hai Vasco Rossi che sta in coalizione con te. Che cosa fai, gli dai un collegio blindato e tanti saluti? Oppure fai in modo che quel nome porti consensi a tutta l'alleanza? Lo tieni nascosto o lo metti bello visibile sulla scheda elettorale in modo da sfruttarne la popolarità? Davvero, io non capisco. Però dai, vediamo in un modo o nell’altro di risolverla...". Così raccontava ieri pomeriggio Sgarbi a Labate, mentre era "spalmato [...] sul sedile di dietro di una berlina che gira per le vie di Viterbo", spiegando come a lasciarlo perplesso non fossero dubbi sulla rielezione (sarebbe pronta una candidatura "col centrodestra in un collegio granitico", sostenuta soprattutto da Giorgia Meloni e appoggiata dai vertici degli altri partiti), ma il serio rischio di invisibilità per il suo partito e per il nome del suo fondatore
Scartata l'idea di presentare una lista su cui raccogliere le firme, la soluzione poteva (e potrebbe) avere le sembianze di Noi con l'Italia, partito esonerato che potrebbe condividere il suo contrassegno con Rinascimento e contenere anche il cognome di Sgarbi. Qualcosa, però, non sarebbe andato secondo i piani iniziali del critico d'arte, come si evince dal flusso di pensieri che segue: 
Non voglio polemizzare con Lupi. Lui è un ragazzo buono, semplice, sincero. Ma, dico io, mi volete usare nel simbolo? Io da solo prendo dall'1 all'1,5%, a prescindere dalla coalizione. In un Comune di duemila elettori, venti voti non me li toglie nessuno. Pensa poi nelle grandi città! Questi consensi li posso portare dentro, possono essere decisivi [...]. Ma quanto fanno schifo i nomi dei partiti di oggi, ancorati esclusivamente al racconto dell'immediato, del presente? Italia viva fa schifo, Azione fa schifo, un po' anche Noi con l'Italia fa schifo. Senti quant'e bello Ri-na-sci-men-to... [...] La storia, il racconto, il cammino, l'idea: com'era per i nomi bellissimi della Prima repubblica, Partito repubblicano, Partito comunista... [...] Lupi mi ha telefonato per dirmi "sai, Vittorio, se mettiamo più simboli nel tondino poi l'elettore si confonde". Qua ne ho uno che riprende la Creazione di Adamo di Michelangelo. Ma secondo voi Michelangelo può mai confondere l'elettore? Ma scherziamo? Le mani di Dio e di Adamo protese l'una verso l’altra come la mia e quella di Lupi... Ma sapete quanti voti di centro toglieremmo a Calenda, Carfagna e Gelmini?
Anche chi si ritenesse poco compatibile con la figura di Vittorio Sgarbi finirebbe, leggendo questo fluire e immaginandolo detto da lui, per riconoscere che in quelle parole sta almeno una parte di ragione. Indubbiamente un riferimento esplicito a Sgarbi, specie in una competizione nazionale, è in grado di spostare una porzione di consensi (quelli di chi lo apprezza in entrata, quelli di chi non lo stima in uscita); sul vuoto comunicato da molti nomi e molti simboli della politica recente è difficile non essere d'accordo. Tra una frase di Sgarbi e l'altra, poi, l'occhio cade sul passaggio in cui si legge che il critico d'arte "in una cartelletta, ma anche memorizzati tra file di WhatsApp, ha delle bozze di simbolo" e si ammette che, oggettivamente, sarebbe valsa la pena stare su quell'auto per dare uno sguardo alla cartelletta e allo schermo dello smartphone
Se poi, dopo aver messo per iscritto quel desiderio, almeno uno di quei simboli - appunto quello che sovrappone le mani della michelangiolesca Creazione di Adamo alla pennellata tricolore di Noi con l'Italia, accostata ai nomi di Lupi e dello stesso Sgarbi - fa capolino sullo schermo come un cadeaux insperato, non si può che essere grati all'autore dell'articolo che ha voluto condividere quell'immagine per rendere più concreto il racconto di un sogno - di una lista "con simbolo griffato da Michelangelo Buonarroti" - che il suo propugnatore "non vuole lasciare in un cassetto". Anche perché stavolta non finirebbe come nel 1996, quando Sgarbi aggiunse il suo nome al simbolo a taijitu della Lista Pannella, ma poi venne candidato da Forza Italia in Calabria (ma il simbolo pannellian-sgarbiano ormai era stato ammesso così) e nemmeno come nel 2018, quando il critico d'arte era invece riuscito a far togliere il proprio nome dal contrassegno della lista autonoma Rinascimento-Mir, visto che lui nel frattempo aveva stretto un accordo con Forza Italia (con cui fu candidato ed eletto nel collegio Emilia-Romagna - 02). Stavolta, come candidato in un collegio uninominale, Sgarbi sarebbe proposto nella stessa coalizione cui apparterrebbe il simbolo con il suo nome, quindi potrebbe esercitare davvero un ruolo di traino, di voti e di persone (lui stesso nella conversazione ha citato Tommaso Cerno, Luca Palamara, Mario Mori, Alberto Veronesi e "Marco Castoldi detto Morgan", già citato da Sgarbi come possibile nome di punta della lista Pri - Liberal Sgarbi - "Partito della bellezza" alle elezioni europee del 2004, anche se poi la candidatura non si concretizzò). Per realizzare il sogno di Sgarbi ci sarebbero due settimane scarse: pochino, ma in fondo altri sogni sono assai meno a portata di mano...

Grazie di cuore a Tommaso Labate per avere concesso la pubblicazione del simbolo-sogno, citato ma finora non mostrato.

sabato 8 gennaio 2022

Nel toto-Quirinale rispunta la vela del Ccd: Giugiaro, il Ppe e altre storie

Anche chi non appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica può facilmente verificare come la politica sia, tra i tanti volti che può mostrare, anche una storia di storie. Quelle delle persone che si incrociano o camminano parallele, quelle dei loro progetti (tutti rilevanti e da considerare, a prescindere dalla loro riuscita), ma anche quelle dei tanti episodi minori o minuscoli, magari legati a un incontro, a una battuta, anche a un "incidente di percorso" o 
a un particolare trascurabile per i più: si può stare certi, però, che prima o poi questo o quell'episodio tornerà utile in un racconto, per ricordare o "leggere" meglio un'epoca, un passaggio di tempo, oppure anche per ricostruire un personaggio, nelle linee generali ma anche nei suoi risvolti, non meno importanti. 
I dettagli e gli episodi, dunque, sono fondamentali: basta conoscerli (e già non è poco), sapere quando tirarli fuori e - ovviamente - raccontarli bene. Non è facile e non chiunque lo sa fare, ma gli esempi per fortuna non mancano (e in più di un'occasione se n'è parlato in questo sito e se ne riparlerà, si spera, a breve). Il 6 gennaio, a giudizio di chi gestisce questo spazio, ci è riuscito Tommaso Labate, dedicando sul sito del Corriere della Sera un articolo a Pier Ferdinando Casini, uno dei possibili candidati alla Presidenza della Repubblica e probabilmente uno dei più plausibili, per varie ragioni debitamente sgranate da parecchi commentatori che vanno oltre la triade Draghi-Mattarella-Berlusconi. L'articolo merita di essere letto, ma chi scrive ora è rimasto inevitabilmente colpito dall'attacco del pezzo, che si riporta di seguito.
"Aaaaaahhhh, bella, bella!", esclamò in un freddo giorno di gennaio del 1994 Pier Ferdinando Casini mentre guardava, impressa su un foglio di carta, la vela rigonfia di vento dell’arca che l’avrebbe portato in salvo. L’aveva disegnata Giorgetto Giugiaro su richiesta del democristiano Silvio Lega, quella vela destinata a diventare nel giro di pochi giorni il simbolo del Centro cristiano democratico. Neanche qualche settimana prima, la carriera parlamentare del futuro presidente della Camera, eletto per la prima volta a Montecitorio nel 1983, sembrava arrivata al canto del cigno; la dissoluzione della Democrazia cristiana aveva messo lui e molti fedelissimi di Arnaldo Forlani in un angolo soprattutto per volontà di Mino Martinazzoli, che stava trasferendo il poco che restava della storia dello scudocrociato nel Partito popolare italiano. 
E così Casini, inabissandosi come un palombaro alla fine del 1993, era scomparso dai radar fingendo rassegnazione per l'amaro finale di una giovane carriera, che pareva già scritto; salvo poi riemergere a inizio 1994 - insieme a Clemente Mastella - con un partito tutto nuovo (il Ccd), un simbolo figlio della penna del più celebre designer italiano (Giugiaro), una prospettiva diversa da quella di Martinazzoli (l'alleanza col centrodestra), l’accordo con l'uomo che ha scompaginato il finale di una storia già scritta (Silvio Berlusconi) e una carriera nuova di zecca da prim'attore della scena politica (la sua).
Per parlare di oggi, di quello che può accadere da ora fino alla fine del mese, quando (dal 24 in poi) il Parlamento in seduta comune sarà chiamato a eleggere il nuovo inquilino del "Colle più alto", torna utile un piccolo episodio dell'inizio del 1994, tra l'altro centrato su un simbolo: anzi, volendo si tratta di un episodio microscopico, che dura il tempo di un'esclamazione ("Aaaaaahhhh, bella, bella!"), ma ha svariati pregi. Innanzitutto non era mai stato raccontato così, con quel dettaglio, dunque colpisce e va a segno; in più, quei due-tre secondi portano con sé una marea di fatti, ricordi, volti, persone che non ci sono più e altre che resistono tenacemente (Casini ovviamente, ma non è il solo), scelte, comportamenti e - più di ogni altra cosa - scene di quel teatrino, anzi, di quel teatrone della politica (per dirla, con convinzione e con gratitudine, con le parole di Filippo Ceccarelli) che per molte persone è disperante, spesso fastidioso e sgradevole, ma senza dubbio è una continua fonte di interesse anche quando è complesso, proprio perché nella sua complessità è più completo e si mette ancora più passione nel raccontarlo.
Anche il simbolo del Centro cristiano democratico, dunque, è parte di quel teatrone e non può essere certo considerato un arredo o, peggio, un complemento d'arredo, come il cavalletto che lo reggeva il giorno in cui venne presentato (il 23 gennaio 1994, al PalaFiera di Roma). La tentazione di vederlo così, per carità, potrebbe venire: si tratta pur sempre di un partito che ha operato politicamente per otto anni (1994-2002) e che è ormai stato sciolto da molto tempo (ma ci sono voluti, a quanto si sa, vari altri anni per scioglierlo, forse addirittura otto). Eppure quella tentazione va assolutamente repressa: non solo una vita di otto anni in politica oggi appare lunga (rispetto a vari partiti usa-e-getta che durano poche manciate di mesi), ma il 2,6% conquistato dal Ccd alle elezioni europee del 1999 (una delle pochissime occasioni a livello nazionale in cui il partito ha presentato una propria lista autonoma, senza federarsi con il Cdu o altri soggetti) era comunque una percentuale di tutto rispetto, conquistata sul campo e maggiore di quella di tante forze su cui si sono retti vari governi della "Seconda Repubblica". In più, anche dopo essere uscito di scena e avere concorso a creare l'Udc, il Ccd ha continuato a dare le carte nel nuovo partito post-democristiano: benché in primo piano ci sia stato e continui a esserci - per ovvie ragioni di richiamo politico - lo scudo crociato apportato dal Cdu, la vela gonfia del Ccd che spuntava subito sotto (e che nei primi anni non era nemmeno sfumata, come ora) ha sempre contato molto di più. Per averne prova, basta dire che per anni la sede dell'Udc è rimasta in quella vecchia del Ccd (in via dei Due Macelli, anche se da un po' di tempo a questa parte ha traslocato in via in Lucina) e, soprattutto, che dal Ccd provenivano i suoi segretari (Marco Follini e, dal 2005, Lorenzo Cesa) e la figura che per quasi quindici anni - fino alla nascita dei Centristi per l'Europa, nel 2017 - ha rappresentato di più l'Udc. Pier Ferdinando Casini, appunto.
Prima versione ricostruita
In ogni caso, si diceva del simbolo presentato il 23 gennaio 1994. In realtà, il Ccd era stato presentato cinque giorni prima, il 18 gennaio, poche ore in anticipo rispetto al debutto del Partito popolare italiano, previsto nel pomeriggio all'Istituto Sturzo, in via delle Coppelle: 500 metri più in là, al Grand Hotel de la Minerve - a due passi dal Pantheon, quattro minuti a piedi da Piazza del Gesù e cinque dal Senato: era tutto lì il microcosmo della Prima Repubblica in via di frantumazione - Casini aveva annunciato il nuovo partito con Clemente Mastella, Ombretta Fumagalli Carulli, Francesco D'Onofrio, Silvio Lega e altri. Quasi nessuno scrisse del simbolo il giorno dopo (tra i pochi quotidiani ci fu l'Unità); tutti si accorsero invece dell'emblema il 23 gennaio, anche perché la riproduzione mostrata al Palafiera era davvero enorme. A dire il vero, la versione immortalata quel giorno era un po' diversa da quella che sarebbe stata depositata al Viminale entro il 13 febbraio e finita sulle schede elettorali: la parola "Centro" era già allora scritta in carattere Eras (Ultra Bold), ma senza corsivo, così come non erano in corsivo e con un'altra font (simile al Century Gothic) le parole "cristiano democratico", meno evidenti e anche un po' disordinate (non ben allineate tra loro); in seguito tutto il testo sarebbe stato portato in carattere Eras. Il nucleo del simbolo, però, era e sarebbe rimasto quella vela bianca con bordo blu e tricolore, sulla quale c'era comunque (realizzata in negativo), una miniatura blu dello scudo crociato: "l'unico scudo che potrà essere utilizzato dal Ccd", in base alla scrittura privata che Rosa Jervolino Russo e Francesco D'Onofrio avrebbero sottoscritto il 30 gennaio 1994 (soprattutto per accordarsi sul lato economico della scissione).
Difficile dire quando esattamente Casini potrebbe aver esclamato 
"Aaaaaahhhh, bella, bella!" di fronte alla vela. Così come è difficile collocare esattamente il momento in cui Silvio Lega, già esponente di gran rilievo della Dc, avrebbe commissionato il simbolo al pregiatissimo designer Giorgetto Giugiaro, piemontese come lui e già allora celebrato da molti anni per i tanti modelli disegnati in campo automobilistico (e non solo). Forse era la fine del 1993, forse l'inizio del 1994, ma in fondo non conta troppo. Più interessante è, invece, che sia stato Lega a interpellare il futuro autore del simbolo: conquistò il suo primo seggio rilevante al Parlamento europeo nel 1979, quando l'assemblea fu eletta per la prima volta dalle cittadine e dai cittadini della Cee. Nel 1983 fu eletto anche deputato, ma rimase anche a Bruxelles (l'incompatibilità tra le cariche di parlamentare nazionale ed europeo sarebbe stata introdotta solo nel 2004). Proprio nell'ultimo periodo del suo mandato - le elezioni per la seconda legislatura si tennero il 17 giugno 1984 - si dovette organizzare il 5° congresso del Partito popolare europeo e si scelse di tenerlo all'hotel Ergife di Roma, dal 2 al 4 aprile 1984: nel manifesto realizzato per l'occasione campeggiava, in un cielo azzurro, una vela rigonfia
La genesi di quell'immagine l'ha raccontata oltre due anni fa a chi scrive Silvia Costa, in seguito deputata ed europarlamentare, ma che dalla fine di ottobre del 1982 era arrivata a dirigere la Spes, vale a dire l'Ufficio studi, propaganda e stampa (dalla sigla indubbiamente molto cristiana). "Era la prima volta che i partiti democratici cristiani d'Europa realizzavano un manifesto comune - aveva spiegato -. A livello europeo avevano preparato delle proposte di manifesto orrende e io, da non troppo tempo dirigente Spes, dissi che volevo una cosa molto più ariosa, che desse il senso del futuro. Mi dissero di portare una mia proposta, mi rivolsi a uno studio che tuttora conosco e, confrontandoci, ci venne l'idea dello spinnaker, costruito da varie fasce che avevano all'inizio ciascuna una bandiera diversa". La stessa idea grafica sarebbe stata usata poche settimane più tardi per la campagna elettorale della Dc alle elezioni europee. Appare tutto meno che improbabile che, nella ricerca di un'immagine con cui distinguersi (in un'epoca in cui i partiti cercavano ancora dei simboli, dunque immagini facilmente identificabili), a Lega che era stato europarlamentare proprio nel periodo in cui si scelse la vela per quei manifesti sia venuto in mente di suggerire quel fregio centrale per il nuovo simbolo, avendo l'accortezza di inserire anche un richiamo allo scudo crociato (identificabile, ma non evidente al punto da provocare la reazione del Ppi). Silvio Lega è scomparso il 24 aprile dello scorso anno e non può confermare o smentire questa ricostruzione; di certo, quando vide per la prima volta il simbolo del Ccd, Silvia Costa - che era rimasta nel Partito popolare italiano - riconobbe subito l'ispirazione di quell'emblema. "Quando diciamo che vogliamo costruire un polo moderato - disse Francesco D'Onofrio alla prima manifestazione nazionale del 23 gennaio 1994, che si può ascoltare grazie al meraviglioso archivio di Radio Radicale - per la moderazione che vogliamo portare nella costruzione della Seconda Repubblica, non perché vogliamo rimanere tra moderati a conservare le macerie della Prima Repubblica. Ed è questa la ragione per la quale alla fine, dopo tante titubanze, abbiamo scelto di essere rappresentanti da un simbolo che va nel mare, anche agitato, per chi lo sa manovrare: quello della vela, che guarda dove poter andare lontano".
Se il tricolore sostituì la fila di bandiere sul bordo visibile della vela, non è dato sapere chi abbia avuto l'idea di ribaltare la vela, facendola guardare verso sinistra ("ma con il vento che spira da destra", malignò qualche popolare). Del resto, era stato proprio Casini a dire al Palafiera, alla fine del suo intervento: "Siamo partiti in pochi nel gruppo parlamentare a remare controvento, mentre tutti andavano secondo la corrente, dai vertici istituzionali a quelli di partito. Oggi chiediamo a una piccola vela di aiutarci nel nostro cammino per andare contro vento". Ci sarebbe andata, riuscendo a ottenere 27 deputati e 12 senatori alle elezioni del 27 e 28 marzo 1994 (tra eletti nei collegi uninominali con anche il simbolo del Ccd, nelle liste proporzionali di Forza Italia o nelle candidature senatoriali con il Polo delle libertà e il Polo del Buon Governo): una marea, considerando che il Ppi (col proprio simbolo o sotto le insegne del Patto per l'Italia) era riuscito a raccogliere 33 deputati e 27 senatori. L'identificazione con il proprio simbolo, in ogni caso, fu tale che tra la fine di agosto e l'inizio di settembre di quel 1994 si tenne la prima Festa nazionale della Vela: si tenne a Telese Terme, nel beneventano, lo stesso comune che in seguito avrebbe ospitato le feste del Campanile dell'Udeur di Clemente Mastella.
Già, Mastella: proprio lui, come co-coordinatore del nascente Ccd, era intervenuto il 23 gennaio 1994 - nonostante la raucedine - addirittura all'ultimo posto, quello dei discorsi più attesi (persino Casini aveva parlato prima di lui) e subito prima dell'atto - molto scenografico - di svelamento del simbolo. Un simbolo cui evidentemente era legato anche lo stesso Mastella: quando a febbraio del 1998 Francesco Cossiga decise di fare sul serio - ma sempre sul crinale tra il ruolo di fool man e medecine man - con la sua Udr, il Ccd inizialmente fu coinvolto, ma poiché Cossiga escludeva che il suo progetto politico potesse allearsi con il Polo, il 16 febbraio Casini preferì restare fedele agli accordi con Berlusconi, mentre Mastella continuò a essere interessato al progetto cossighiano. Tempo qualche giorno e scattò la guerra nel gruppo alla Camera, con i mastelliani che cercavano di mettere sfiduciare il capogruppo casiniano (Carlo Giovanardi), i gruppi di Forza Italia e Alleanza nazionale che "prestavano" tre deputati a testa al gruppo del Ccd per evitare che i casiniani finissero in minoranza e i deputati del Cdu che chiedevano di entrare sempre nel gruppo del Ccd per cambiare di nuovo gli equilibri (fermati da Giovanardi, che si guardava bene dal ratificare i loro ingressi). E Mastella, che apostrofava Casini accusandolo di aver "invaso e occupato un partito con metodi fascisti" e si preparava a litigare sulla divisione del patrimonio (soprattutto dei finanziamenti spettanti), si premurava di dire a Felice Saulino del Corriere della Sera (21 febbraio) che il suo nuovo gruppo - che il 4 marzo in effetti avrebbe preso il nome di Cdu-Udr - l'avrebbe voluto chiamare "Udr-Ccd. Perché al nome ci tengo e tengo molto pure al simbolo: l'ha disegnato Giugiaro". 
Ci teneva molto, ma probabilmente non glielo aveva mai fatto sapere: l'8 aprile Filippo Ceccarelli - ancora lui, con aumentata riconoscenza - ricordò diligentemente sulla Stampa che il "marchio" della vela era stato "amichevolmente e gratuitamente disegnato da Giugiaro (che comunque ci tiene a far sapere che 'nessuno mi ha mai neppure ringraziato')". Alla faccia del "Aaaaaahhhh, bella, bella!" di Casini...