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sabato 3 dicembre 2016

Scudo (in)crociato anche nell'Udc

Non c'è pace, a quanto pare, per lo scudo crociato e ciò che lo contiene. Non bastavano le dispute sulla Democrazia cristiana e sulla sua eredità (giuridica, simbolica e patrimoniale), mancava giusto che un nuovo filone contenzioso si aprisse nell'area dell'Unione di centro, lontana dai fasti di qualche anno fa ma ancora presente in Parlamento e - a quanto pare - abbastanza grande per potersi frammentare. 
Pochi giorni fa, infatti, il tribunale di Roma si è pronunciato - in sede cautelare - su un ricorso presentato dal segretario Lorenzo Cesa, contro il gruppo siciliano dell'Udc, che fa riferimento all'ex ministro (ed ex presidente del partito) Gianpiero D'Alia e ha scelto per sé - soprattutto all'interno dell'Assemblea regionale siciliana - l'etichetta di Centristi per la Sicilia
Tutto, in realtà (e come è facile da immaginare) è iniziato fuori dai tribunali. Alla fine di ottobre D'Alia alla testata online Tempostretto.it aveva dichiarato, senza giri di parole: "L'Udc è morta"; Cesa aveva subito ricambiato la cortesia, sospendendo lo stesso D'Alia, che a sua volta si era dimesso dal partito. Come si è già ricordato in precedenza, peraltro, lo scontro si era già innescato in precedenza, a partire dallo svolgimento del congresso regionale (contestato nella legittimità da Cesa, ma appoggiato da D'Alia) e dallo schieramento sul referendum costituzionale, col vertice nazionale Udc ben deciso per il No e D'Alia (al pari di Pier Ferdinando Casini) schierato convintamente con il Sì.
Proprio il referendum, del resto, era stato il casus belli per il ricorso cautelare presentato da Cesa - attraverso il suo avvocato Pieremilio Sammarco, lontano dalla notorietà acquisita tempo fa come titolare dello studio legale in cui ha lavorato Virginia Raggi - contro D'Alia e gli altri: questi, in particolare, oltre ad essersi attribuiti "senza alcuna titolarità la carica di segretario regionale e di segretari provinciali", avrebbero fatto uso "in modo improprio e illegittimo" del simbolo dell'Udc "assumendo una posizione al chiaro scopo di ingenerare confusione circa la posizione del partito sul referendum costituzionale, in difformità con le decisioni assunte dalla Direzione nazionale del partito". Fine del ricorso, dunque, era ottenere che al gruppo di D'Alia fosse inibito l'uso del contrassegno dell'Udc. 
Lo scorso 28 novembre, tuttavia, i siciliani (difesi da Alessia Giorgianni) hanno reso noto che la prima sezione civile del Tribunale di Roma ha rigettato il ricorso di Cesa. Per il giudice, infatti, mancherebbe uno dei requisiti fondamentali per chiedere e ottenere un provvedimento cautelare come l'inibitoria, cioè il periculum in mora, inteso come pericolo di danno imminente e irreparabile in mancanza di adeguati provvedimenti giudiziari. 
Da una parte, infatti, i dissidenti avrebbero lasciato il partito, mentre gli eletti all'Ars avevano appunto creato il gruppo dei Centristi per la Sicilia (con un emblema mutuato da quello del comitato dei Centristi x il Sì): proprio il recesso di alcuni iscritti e la nascita di una nuova aggregazione con quel nome, per il tribunale, "porta a ritenere che l'orientamento politico che tali soggetti riterranno di diffondere pubblicamente, anche in relazione alla votazione dei quesiti referendari, non sarà per il futuro associato al partito Udc, ma costituirà espressione di un autonomo indirizzo, differente da quello del partito ricorrente sia per i contenuti, sia per la denominazione utilizzata, sia per il simbolo prescelto, [...] del tutto differente da quello del ricorrente". 
Se dunque in futuro non è prevista l'associazione tra gruppo di D'Alia e Udc, non si può parlare di pericolo imminente e irreparabile e non c'è motivo di inibire l'uso del simbolo. Naturalmente l'Udc ha tenuto invece a sottolineare che il ricorso è stato rigettato solo perché le dimissioni dei dissidenti sono state presentate solo alla vigilia dell'udienza, facendo così "svanire ciò che il giudice testualmente qualifica come 'pregiudizio imminente ed attuale derivante dall'uso indebito del simbolo Udc o da convocazioni di assemblee o congressi in cui i contenuti agiscano in nome del predetto partito o si presentino in rappresentanza dello stesso diffondendo una linea programmatica e politica differente dall'indirizzo dell'Udc'". 
Probabile, a questo punto, che almeno questa causa si concluda qui, essendo cessato ogni elemento concreto di contesa: gli appassionati dello scudo crociato potranno riprendere a concentrarsi solo sui tentativi di risvegliare la Democrazia cristiana, senza che altri contenziosi rendano il quadro ancora più complicato.

giovedì 10 novembre 2016

Coi Centristi per la Sicilia, lo scudo crociato sparisce dalla Regione

Quella di ieri, per la Sicilia che segue la politica, è stata una giornata storica: per la prima volta, infatti, nell'Assemblea regionale siciliana non esiste più un gruppo con il simbolo dello scudo crociato. Si tratta della conseguenza più o meno inevitabile della dissoluzione del gruppo dell'Udc, dopo le tensioni tra l'ex ministro Gianpiero D'Alia e il segretario nazionale del partito Lorenzo Cesa. Quasi tutto il gruppo regionale che si riconosceva nell'Udc (ed era vicino a D'Alia) ha traslocato nel gruppo Centristi per la Sicilia, tranne il palermitano Totò Lentini che continuerebbe a rappresentare l'Udc: il regolamento dell'Ars, tuttavia, non prevede che si costituiscano gruppi fatti da una sola persona, dunque al momento il deputato regionale è costretto a trovare asilo nel gruppo misto.
Tutto, per quello che è dato capire, era iniziato settimane fa, con uno scontro tra il vertice nazionale dell'Udc e la dirigenza siciliana del partito: all'origine delle scaramucce, il congresso estivo a livello regionale, che aveva portato all'elezione di Adriano Frinchi a segretario, ma era finito in carte bollate con varie accuse di irregolarità del processo congressuale da parte dei vertici romani. Un percorso che però - avevano scritto i giornali - era stato sostenuto da D'Alia, (ex) uomo di punta del partito in Sicilia. Da quell'episodio in poi le distanze erano aumentate, approdando allo scontro sulla collaborazione con la giunta Crocetta (Cesa in ottobre premeva per far lasciare la maggioranza all'Udc, che contava due assessori) e lo stesso referendum costituzionale era stato un'ulteriore occasione di divisioni: se il partito "ufficiale" (con Cesa e il commissario Antonio De Poli) aveva deciso di schierarsi sul fronte del no, D'Alia e la gran parte del partito siciliano - come pure Pierferdinando Casini a livello nazionale - avevano scelto convintamente il sì, al punto tale da integrare il nome del gruppo con l'espressione "Centristi per il sì". Una mossa che aveva fatto infuriare Cesa e scatenato diffide e dichiarazioni al curaro.
A dare del tutto fuoco alle polveri, però, ha provveduto una dichiarazione di D'Alia: “L’Udc è morta, parliamo del nulla”. Tanto è basato a Cesa, il 2 novembre, per sospendere D'Alia dal partito e deferirlo ai probiviri; lui stesso ha provveduto a dimettersi per "porre fine ad una farsa che ha il suo giusto epilogo nella ricorrenza dei defunti", mentre nel partito non ci si risparmiava gentilezze (per cui Cesa veniva accusato da alcuni di avere sospeso "un politico per bene come D'Alia" e non "cocainomani e condannati per reati gravi"). Tempo una settimana e quasi tutta la pattuglia Udc eletta all'Ars (assieme ai due assessori espressi) ha traslocato, rendendo i Centristi per la Sicilia un gruppo vero e proprio. E, da oggi, il gruppo ha un proprio simbolo, elaborato sul calco di quello del comitato nazionale "Centristi per il sì" e che ricorda almeno un po' il logo dei Moderati di Giacomo Portas. 
Intendiamoci, nessuna possibilità di confusione, visto che qui il segmento tricolore è in basso (e non in alto come per i Moderati), ma certamente la prevalenza dell'azzurro emana centrismo da tutto il cerchio, così come l'unione agli altri colori nazionali intende dare un messaggio rassicurante, senza guizzi particolari che debbano impensierire l'elettore. Certo, quella X con effetto "pennellato" è singolare e forse non starebbe benissimo su un simbolo sul quale qualcuno dovrebbe mettere una croce; in passato, però, i simboli accettati anche con una croce "dipinta" spessa, persino centrale stati ammessi (si vedano i Cittadini X Roma a sostegno di Gianni Alemanno).
Quello che è certo è che, come l'emblema è stato personalizzato per la Sicilia, l'esperimento grafico potrebbe essere esteso a tutta l'Italia, semplicemente modificando il nome in Centristi per l'Italia. Un marchio facilmente regionalizzabile e, comunque, pronto all'uso: se Casini, dopo l'esperienza della campagna referendaria svolta a una certa distanza dal suo partito di provenienza, volesse mettersi politicamente in proprio, potrebbe già contare su un nome e su un emblema sperimentati tra i cittadini.